lunedì 19 settembre 2011

La difesa di Di Pietro: «Mio figlio Cristiano non è il "trota" di turno»

Corriere della sera

Il leader dell'Idv: «Da 10 anni attacca manifesti, nessuna spintarella o scappatoia»




MILANO - «Mi è stato chiesto di rendere conto delle ragioni per cui mio figlio Cristiano è stato candidato alle elezioni regionali del Molise. Credo che, quando vengono poste domande del genere, un politico abbia il dovere di rispondere. Mi rivolgo in particolare, confermandogli tutto il mio affetto, agli iscritti al circolo Idv di Termoli, che hanno posto la questione». Lo dice il presidente dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, in un videomessaggio pubblicato sul suo blog. per spiegare la scelta della candidatura del figlio alle elezioni regionali del Molise. «A Montenero di Bisaccia - spiega - abbiamo candidato Cristiano non perché è un figlio di papà senza esperienza politica. Ha dovuto fare, e deve continuare a fare, la trafila come tutti gli altri iscritti all'Idv. Non si è svegliato una mattina per trovarsi candidato. Quando abbiamo creato il partito, dieci anni fa, si è rimboccato le maniche anche lui e ha contribuito, con me e con migliaia di altre persone, a costruirlo». Insomma, sottolinea Di Pietro, «non è andato a fare il "trota" di turno con un'elezione sicura in Parlamento, o in qualche listino regionale o in qualche assessorato».


«NESSUNA SPINTARELLA» - Anzi, aggiunge, «si è candidato come consigliere comunale e l'ha fatto per cinque anni, senza diventare assessore nemmeno quando era in maggioranza. Poi si è candidato al consiglio provinciale e ha fatto il consigliere provinciale per altri cinque anni. Adesso si candida per andare a fare il consigliere regionale, se i cittadini lo vorranno. Perché sia chiaro: sono state e sono tutte elezioni in cui Cristiano deve chiedere la preferenza sul suo nome, non sul mio. Non va nel listino o nella lista bloccata. È stato trattato come tutti. Ha fatto la trafila come tutti». «Da dieci anni, e anche oggi - prosegue il leader Idv -, attacca manifesti e raccoglie firme per i referendum come tutti gli iscritti all'Italia dei Valori. Non è che se una persona è figlia di un leader politico perde i diritti politici. Non devono esserci favoritismi. Non devono esserci spintarelle o scorciatoie. Ma se comincia dal consiglio comunale e va avanti chiedendo il consenso degli elettori, non gli si può negare il diritto di partecipare. Per questo, amici di Termoli, vi chiedo di lavorare tutti insieme per liberare il Molise dal Berlusconi locale». (fonte: Dire)

19 settembre 2011 12:00

Ora Fazio appalta il servizio pubblico ai No Tav Ma questa volta è troppo persino per la sinistra

di

Il metereologo Mercalli, ospite fisso di Fazio a Che tempo che fa, approfitta del programma per fare un sermone in difesa dei No Tav e Fazio lascia fare... Il Pd ascolta ma questa volta insorge contro il conduttore: "Dà voce all'illegalità"



Milano - Nella consueta "overture" di Che tempo che fa dedicata al sermone del metereologo Luca Mercalli, ieri sera qualcosa è andato storto. Il Professor Mercalli che da sempre parla di nuvole, sole o pioggia si è lasciato andare ad uno sfogo sulla sua Val di Susa. Il metereologo abita proprio dove dovrebbe passare il corridoio 5 della Torino-Lione. E così con lo spazio messogli a disposizione dall'amico Fazio, Mercalli ha lanciato un'invettiva contro la costruzione della linea ferroviaria. "Abbiamo fatto una petizione firmata da 135 docenti universitari in cui chiediamo al governo di non occuparsi più delle questioni di ordine pubblico nella zona, ma di riprendere in mano i numeri che giustificano o meno quest'opera. Fin quando non si daranno agli italiani questi numeri continuerà ancora questo squallido teatrino". E il metereologo chiede anche aiuto per due suoi amici che sono stati arrestati solo, a suo dire, per "avere indossato una maschera antigas, una innocua mascherina da verniciatori per difendersi dai gas lacrimogeni".
La condanna del pd Questo appello di Mercalli e il suo velato appoggio ai no Tav ha creato qualche malumore nel Pd. "Ci chiediamo se la propaganda contro la Torino-Lione, - afferma Giorgio Merlo, deputato del Pd e vice presidente della commissione di Vigilanza Rai - illustrata sfacciatamente e unilateralmente da Mercalli durante la trasmissione di Fazio ieri sera, sia un esempio e un modello di giornalismo da servizio pubblico". Ed anche sui soldi presi da Fazio per la conduzione, Merlo è severo: "I sontuosi contratti milionari - aggiunge - e la piena e indiscutibile libertà editoriale del conduttore, non credo che siano un lascia passare per fare un’aperta propaganda contro la realizzazione della linea ad alta velocità". Il Consigliere non nasconde neanche la faziosità di Fabio Fazio: "Che la faziosità sia ormai una caratteristica di molti conduttori Rai è cosa nota. Ma la propaganda aperta - conclude Merlo - almeno quando si toccano temi delicati come la Torino-Lione, dovrebbe essere più contenuta. E questo dovrebbe valere anche per Fabio Fazio".
Ma gli attacchi al conduttore continuano e anche Stefano Esposito, deputato dei Democratici, se la prende con Fazio invocando anche una par condicio che a suo vedere è stata violata. "Fazio dovrebbe invitare gli agenti feriti in valle di Susa o gli operai minacciati ogni giorno dopo che nella puntata di ieri sera, Mercalli è stato avvocato difensore dei no Tav con i soldi pubblici". Ed Esposito tira dritto e punta il dito contro il conduttore affermando "che il passaggio di Mercalli va al di là di ogni giustificazione possibile: la tv pubblica non può ospitare elogi dell’illegalità". Il deputato Pd non risparmia le critiche neanche a Mercalli. "Mercalli - continua Esposito - Ha scambiato l’Italia per il Sudamerica degli anni ’70 e fa passare i No Tav come tanti guerriglieri simil-comandante Marcos impegnati nella selva valsusina. Forse si dimentica che, l’Italia è un Paese dove le forze dell’ordine e la magistratura difendono le decisioni prese da istituzioni democratiche". Dunque la luna di miele fra Fabio Fazio e il Pd sembra essere finita. Forse questa volta è stato troppo "Fazioso", anche per il Pd e Adesso Mercalli - il meteorologo - dovrà spiegare al conduttore quando passerà questa "bufera".




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Cina, clonato il maiale eroe del terremoto

Corriere della sera

Sopravvisse 36 giorni sotto la macerie dopo il sisma nel Sichuan: dal suo Dna "prodotti" 6 suini



Il maiale che sopravvisse 36 giorni sotto le macerie dopo il sisma nel Sichuan

MILANO - Trentasei giorni dopo il terremoto del 12 maggio 2008 che distrusse la provincia cinese del Sichuan (con un bilancio di 80 mila tra morti e dispersi), fu ritrovato miracolosamente vivo sotto le macerie e i suoi proprietari lo ribattezzarono «Zhu Jianqiang», il maiale dalla forte volontà. Adesso alcuni scienziati cinesi dell'istituto di genetica di Shenzhen hanno deciso di clonarlo e dal suo Dna sono stati prodotti sei suini che sono identici al loro papà genetico.

EREDI - Prima del terremoto Zhu Jianqiang era stato castrato e non avrebbe potuto più fare figli naturalmente. Nonostante l'età avanzata (il suino ha più di 5 anni che corrispondono a circa 60 degli esseri umani) e i diversi traumi sofferti durante i giorni del terremoto, il maiale dalla forte volontà è riuscito a riprodursi: «Ci ha stupito ancora una volta» ha confessato al Sunday Morning Post di Hong Kong Du Yurao, leader del team che ha portato avanti l'operazione di clonazione.
EROE NAZIONALE - Adesso i sei maialini che hanno ereditato dal padre anche una voglia tra gli occhi, saranno tenuti nell'istituto di genetica per essere studiati. All'indomani dell'incredibile ritrovamento sotto le macerie di Zhu Jianqiang, tutta la nazione cinese salutò il suino come un vero e proprio eroe nazionale. L'animale di 150 kg era riuscito a sopravvivere mangiando carbone e bevendo acqua piovana sotto le macerie provocate dal devastante sisma che raggiunse una magnitudo di 7,8 gradi. In pochi giorni la notizia si diffuse in tutto l'ex Celeste Impero e Zhu Jianqiang divenne il simbolo della rinascita e della voglia di superare le difficoltà.


Francesco Tortora
19 settembre 2011 14:08



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Nasa, un satellite sta cadendo sulla Terra

Corriere della sera

Lanciato 20 anni fa per lo studio dell'atmosfera. Pesa 6,5 tonnellate e potrebbe precipitare già il 23 settembre



Il satellite in orbita
Il satellite in orbita
Il cielo talvolta inquieta. Nel giro di qualche settimana, ma forse già il 23 settembre, un corposo satellite scientifico della Nasa cadrà sulla Terra, e, come sempre accade in questi casi, c’è chi teme che possibili frammenti possano arrivare in superficie provocando danni. L’oggetto è il satellite per lo studio dell’atmosfera UARS portato in orbita esattamente vent’anni fa, nel settembre del 1991 con lo shuttle Discovery del quale riempiva quasi l’intera stiva essendo lungo 12 metri e largo poco più di quattro. Massiccio anche nel contenuto, raggiungeva le sei tonnellate e mezza. 

L'IMPATTO- Ecco perché qualcuno immagina che certe parti non riescano a disintegrarsi completamente quando precipiterà definitivamente nell’atmosfera sbriciolandosi nella vampata dell’attrito. La Nasa lo sta seguendo, ma non potendolo gestire con assoluta perfezione qualcosa potrebbe sfuggire. Però i controllori stanno facendo di tutto per governarne la caduta in modo da provocarla quando si troverà a sorvolare l’Oceano Pacifico come sempre accade in questi casi. Intanto lentamente si abbassa e quando incontrerà gli strati atmosferici più densi il suo tuffo senza speranza si farà rapido e definitivo. La Nasa informando di quanto sta succedendo e pur non essendo in grado di indicare il giorno preciso, garantisce che nulla di pericoloso si verificherà ricordando che da mezzo secolo numerosi satelliti piovuti sulla Terra alla fine della loro vita non hanno mai causato danni alle persone o alle cose. Non si può tuttavia dimenticare che il satellite militare sovietico Cosmos 954 per la sorveglianza oceanica e dotato di un reattore nucleare, cadde nel gennaio 1978 in zone per fortuna disabitate del Canada e che il recupero immediatamente avviato da americani e canadesi con l’ «Operation Morning Light» portò alla raccolta di dodici pezzi di non trascurabile entità, alcuni dei quali carichi di radioattività.

UN LAVORO PREZIOSO- Ma, ovviamente, non è il caso di UARS (Upper Atmosphere Research Satellite) che non ha reattori atomici a bordo e che comunque viene in qualche modo ancora seguito. Pur essendo stata la sua vita piuttosto difficile ancora prima di essere lanciato, per la scienza dell’atmosfera rimarrà uno strumento che ha fatto storia. Intanto era partito con anni di ritardo perché lo scoppio dello shuttle Challenger nel 1986 provocava la paralisi dei voli. Una volta lanciato cominciava presto a soffrire di disturbi al pannello di celle solari che forniva energia e in seguito a vari sensori per cui veniva in qualche occasione interrotta la sua attività finendo poi per funzionare solo parzialmente.

Tuttavia i suoi dieci strumenti scientifici (sei sono ancora funzionanti) hanno compiuto un lavoro prezioso. E’ stato UARS infatti, tra i numerosi risultati, a compilare la prima mappa del clorofluorcarburi che distruggono la fascia di ozono atmosferico proteggendo dalla radiazioni ultraviolette e rilevandone anche le variazioni stagionali. Decifrava in seguit i vortici atmosferici nelle zone polari, il ruolo di particelle energetiche nella chimica della stratosfera e per la prima volta misurava i venti dallo spazio. Nel team di scienziati che lavoravano con i dati ricevuti al centro Goddard della Nasa c’era anche il premio Nobel Paul Crutzen. Volava a seicento chilometri d’altezza ma dal 2005 non era quasi più utilizzabile perché troppo acciaccato. Doveva lavorare per tre anni e invece diventava il satellite atmosferico più longevo mai lanciato. Ora la sua storia e il suo tormentato ruotare intorno alla Terra si sta per concludere. Speriamo senza lasciare cattivi ricordi finali.


Giovanni Caprara
19 settembre 2011 13:59



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Costa 4 milioni la jeep blindata che salva la vita di Gheddafi

Corriere della sera

Dotata di un sistema che crea attorno alla vettura una «bolla» di sicurezza con un raggio di cento metri neutralizzando l’eventuale radiocomando dell’attentatore


WASHINGTON - Muammar Gheddafi ha preso le sue precauzioni. Troppi nemici. Troppi rischi di essere fatto fuori. Così nel 2008 ha aggiunto al suo parco auto un veicolo speciale. Un poderoso suv Mercedes dotato di apparecchiature anti-bomba di ultima generazione. Un sistema che crea attorno alla vettura una «bolla» di sicurezza con un raggio di cento metri neutralizzando l’eventuale radiocomando dell’attentatore. A vendere il fuoristrada al regime libico una ditta francese. Una prova evidente dei buoni rapporti tra il regime e la Francia di Nicolas Sarkozy, lo stesso presidente che più si è agitato per scatenare la guerra contro la Libia e si è schierato al fianco degli insorti. Posizione non diversa da quella italiana, grande partner del Colonnello.

4 MILIONI DI EURO - La vettura, prodotta dalla società Amesys, è arrivata in Libia nel 2008, dopo un accordo firmato l’anno prima tra i due paesi. Un contratto che ha permesso ai francesi di fornire al regime libico materiale per la sicurezza e programmi finalizzati al controllo della rete Internet. Valore: 26,5 milioni di euro, dei quali 4 solo per la jeep blindata. Secondo il sito «Mediapart», che ha rivelato la storia del mezzo fantasma, un ruolo importante in quest’affare è stato svolto da un intermediario franco-libanese, Ziad Takieddine, già coinvolto in altre storie legate al mondo delle armi e vicino al presidente Sarkozy. Per chi deve garantire la sicurezza di una personalità una delle minacce più serie è rappresentata dagli ordigni, nascosti ai lati di una strada o in un’autobomba. Questo tipo di trappole possono essere attivate con un radiocomando, come avvenne nell’attentato contro il giudice Falcone.

E in questo caso la «gabbia» della Mercedes può rivelarsi preziosa. In diversi teatri, guerriglieri e terroristi hanno replicato con congegni in grado di resistere alle contromisure elettroniche. La 4x4 di Gheddafi - come la gigantesca limousine corazzata usata dai presidenti americani - sarebbe però protetta in modo adeguato anche contro questi rischi. Il sistema della «bolla» non funziona nel caso che la bomba sia «a pressione», ossia quando è innescata dal passaggio del mezzo su una piastra celata sotto il manto stradale. Stessa cosa accade nel caso gli attentatori ricorrano a un raggio all'infrarosso sparato attraverso una strada. È però chiaro che queste due tecniche possono essere usate solo in determinati teatri (come l’Afghanistan). Inoltre i cortei presidenziali sono aperti da numerose auto di scorta e sarebbe queste ad attivare l’eventuale bomba.



Guido Olimpio
19 settembre 2011 10:08




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Russia, aereo caduto con squadra hockey: decollo con freni inseriti per dimenticanza

Di Pietro candida il figlio, Termoli si ribella

Quotidiano.net

I membri del circolo lasciano in blocco l'Idv. Storace: "Come il Trota"

Il figlio del leader dell'Idv, Cristiano, si presenta  come consigliere regionale in Molise e scoppia la polemica. Il circolo dell’Idv di Termoli esce dal partito per protesta. Ma Di Pietro lo difende: "Mio figlio ha fatto tutte le trafile"



Cristiano Di Pietro col padre Antonio, leader Idv (Ansa)
Cristiano Di Pietro col padre Antonio, leader Idv (Ansa)


Roma, 19 settembre 2011



ANTONIO Di Pietro come Umberto Bossi? Stavolta pare di sì, visto che il leader dell’Idv ha candidato come consigliere regionale in Molise il figlio Cristiano, come il senatur aveva fatto con il suo Renzo per le regionali in Lombardia.

La cosa non è piaciuta agli iscritti del circolo dell’Idv di Termoli, che il giorno dopo la presentazione delle liste hanno deciso di lasciare in blocco il partito dell’ex pm.

La grana è esplosa mentre Di Pietro arringava i militanti a Vasto per la conclusione della festa dell’Idv: i componenti del Circolo dipietrista della cittadina molisana hanno diffuso un comunicato ufficiale in cui esprimono ‘’il loro totale dissenso’’ per la candidatura di Cristiano Di Pietro alle regionali del 16 e 17 ottobre. "Appare figlia della stessa concezione familistica e privatistica che ha mosso il capo della Lega a far eleggere il figlio, o Berlusconi a candidare Nicole Minetti".

Per tali motivazioni l’intero circolo ha maturato la decisione, "seduta stante, di interrompere la propria esperienza politica con l’Idv". La prima secca replica arriva dal segretario. "L’Idv non accetta il ricatto".

Poco dopo la reazione di Antonio Di Pietro in persona: "Mio figlio ha fatto e deve fare tutte le trafile, al pari degli altri. Se i cittadini gli danno il consenso vuol dire che se lo è meritato".

“Mi e’ stato chiesto di rendere conto delle ragioni per cui mio figlio Cristiano e’ stato candidato alle elezioni regionali del Molise. Credo che, quando vengono poste domande del genere, un politico abbia il dovere di rispondere. Mi rivolgo in particolare, confermandogli tutto il mio affetto, agli iscritti al circolo IdV di Termoli, che hanno posto la questione”. Lo afferma il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, in un videomessaggio pubblicato sul suo blog.

“A Montenero di Bisaccia abbiamo candidato Cristiano non perche’ e’ un figlio di papa’ senza esperienza politica. Ha dovuto fare, e deve continuare a fare, la trafila come tutti gli altri iscritti all’IdV. Non si e’ svegliato una mattina per trovarsi candidato. Quando abbiamo creato il partito, dieci anni fa, si e’ rimboccato le maniche anche lui e ha contribuito, con me e con migliaia di altre persone, a costruirlo. Non e’ andato a fare il ‘trota’ di turno con un’elezione sicura in Parlamento, o in qualche listino regionale o in qualche assessorato. Si e’ candidato come consigliere comunale e l’ha fatto per cinque anni, senza diventare assessore nemmeno quando era in maggioranza. Poi si e’ candidato al consiglio provinciale e ha fatto il consigliere provinciale per altri cinque anni. Adesso si candida per andare a fare il consigliere regionale, se i cittadini lo vorranno.

Perche’ sia chiaro: sono state e sono tutte elezioni in cui Cristiano deve chiedere la preferenza sul suo nome, non sul mio. Non va nel listino o nella lista bloccata. E’ stato trattato come tutti. Ha fatto la trafila come tutti. Da dieci anni, e anche oggi, attacca manifesti e raccoglie firme per i referendum come tutti gli iscritti all’Italia dei Valori. Non e’ che se una persona e’ figlia di un leader politico perde i diritti politici. Non devono esserci favoritismi. Non devono esserci spintarelle o scorciatoie. Ma se comincia dal consiglio comunale e va avanti chiedendo il consenso degli elettori, non gli si puo’ negare il diritto di partecipare. Per questo, amici di Termoli, vi chiedo di lavorare tutti insieme per liberare il Molise dal Berlusconi locale”.

MA IL CIRCOLO DI TERMOLI VUOLE LASCIARE IL PARTITO - I componenti del Circolo dell’Italia dei Valori di Termoli, conosciute le liste per l’elezione del Consiglio Regionale del Molise del 16 e 17 ottobre - si legge sulla nota - e constatata la presenza nella lista dell’Idv di Cristiano Di Pietro, figlio del presidente nazionale Antonio Di Pietro, esprimono il loro risentito dissenso a tale candidatura’’.

Per il circolo termolese tale candidatura e’ sulla falsariga di quella del figlio di Umberto Bossi della Lega Nord. ‘’Essa appare figlia della stessa concezione familistica e privatistica che presumibilmente ha mosso il capo della Lega Nord, Umberto Bossi a candidare e a far eleggere il figlio al Consiglio Regionale della Lombardia o il presidente del Pdl Silvio Berlusconi a candidare e a far eleggere Nicole Minetti allo stesso Consiglio Regionale Lombardo’’.

Per tali motivazioni l’intero Circolo ha maturato l’uscita dal partito. ‘’Si decide, seduta stante, di interrompere la propria esperienza politica con l’Idv. Gli stessi componenti, inoltre, confermano la loro appartenenza al centrosinistra, con l’auspicio che le prossime elezioni regionali possano essere occasione di un reale cambiamento della politica nel Molise’’.

STORACE: DOPO IL TROTA ARRIVA IL FIGLIO DI DI PIETRO - "Che differenza c’e’ fra Tonino Di Pietro e il governatore molisano Michele Iorio? Per loro, il ‘parentado’ non si tocca’’. E’ quanto scrive sul suo blog, Francesco Storace, segretario nazionale della Destra.

‘’Iorio e’ noto - aggiunge l’ex governatore del Lazio - per la sua capacita’ di sistemare chiunque sia nato dalle parti della sua famiglia e probabilmente e’ stato un bene non esserci mischiati a suo sostegno. Se all’indomani del rifiuto ad ospitare nel listino del centrodestra un uomo pulito come il segretario regionale della Destra Giancarmine Mancini ci eravamo arrabbiati, col senno del poi e’ meglio stare alla larga da certi personaggi. Caso mai il problema e’ di Berlusconi e Alfano la cui parola - a fronte di Michele Iorio - vale meno di zero, evidentemente’’.

‘’Ma non stanno meglio nell’altro polo. Dopo il Trota di Bossi, arriva il turno - aggiunge Storace - del figlio di Di Pietro che si candida alle regionali. Il papa’ ha detto che in fondo chiede preferenze, non ha privilegio, non e’ nominato. Ma lo spot e’ interessante, il giovanotto si guarda bene dall’accennare al proprio nome di battesimo. Dice, in Molise, votate Di Pietro. Punto e basta. Con le preferenze si eleggono anche i famigli. Per carita’, non e’ illegale, ma caro Tonino, e’ il trionfo - conclude Storace - dell’inopportunita’. E dell’opportunismo’’.




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Chi sono i più ricchi in Cina? I comunisti... Solo i membri del partito fanno soldi e carriera

di

Oltre il 90% delle persone più ricche in Cina sono funzionari e membri del Partito Comunista. Lo rivela uno studio pubblicato dalla rivista Forbes. La crescita economica finisce con l’arricchire solo una ristretta cerchia di persone. Aumentano i poveri e nell'ultimo decennio il reddito di 400 milioni di cinesi ha subito una forte stagnazione




Pechino
Indovinate chi se la passa meglio in Cina. I funzionari del Partito comunista, ovviamente. Oltre il 90% delle persone più ricche in Cina sono funzionari e membri del Partito Comunista. Lo rivela la rivista Forbes. E, anno dopo anno, aumenta il numero di super miliardari all'ombra della Grande muraglia.
Secondo John Lee, studioso presso l’Hudson Institute di Washington, "i risultati di questa ricerca costituiscono un segnale preoccupante in un paese dove la cricca al potere pretende di servire il popolo disinteressatamente e con spirito di servizio, mentre uno sguardo più ravvicinato a come la ricchezza creata sia realmente distribuita dissipa completamente l’idea che il suo modello autoritario sia benefico per la maggioranza della popolazione cinese".
Lee ha anche osservato come le imprese private in Cina siano fortemente svantaggiate dalle politiche statali che riservano un trattamento di favore alle imprese a proprietà statale i cui ricavi ammontano a circa la metà dei ricavi generati da tutte le imprese cinesi ogni anno e che possiedono i due terzi di tutte le immobilizzazioni in Cina. "I settori più importanti e redditizi dell’economia sono riservati alle aziende di Stato - prosegue Lee - e quello che emerge poi senza molta sorpresa è che i due terzi dei membri del consiglio e tre quarti dei dirigenti di aziende di Stato sono funzionari o membri di partito".
Secondo Lee, in base a questo sistema, oltre un miliardo di persone che vivono in Cina hanno scarse prospettive di condivisione dei frutti della crescita economica cinese, visto che la maggior parte della ricchezza finisce con l’essere nelle mani di una ristretta cerchia di persone. "Il reddito netto di oltre 400 milioni di persone ha subito una stagnazione nell’ultimo decennio - conclude lo studioso - e i livelli assoluti di povertà sono effettivamente aumentati nello stesso periodo". La lista di Forbes Cina 400 evidenzia un numero record di 146 miliardari (in dollari Usa). Nel 2010 erano 128. Tra i 146 miliardari della lista, 12 sono donne e otto sono sotto i 40 anni.
A conti fatti il comunismo in salsa cinese, lungi dall'aver realizzato la dittatura del proletariato, ha dato origine a una delle più massicce operazioni di sfruttamento ai danni dei lavoratori. I numeri parlano da soli...






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Cicciolina in pensione come ex parlamentare: Tremila euro al mese

Corriere della sera


Ilona Staller, Cicciolina,  in Parlamento saluta Giulio Andreotti

ROMA - Cicciolina va in pensione. Dopo 5 anni di onorata carriera parlamentare (1987-1992) e una sola legislatura, l'ex onorevole Ilona Staller, che compie 60 anni il 26 novembre, dal mese successivo percepirà il vitalizio previsto dalla legge. Circa 3 mila euro lordi. «Pensi che me l'ero persino dimenticato. Ma non mi vergogno, non ho derubato nessuno, quei soldi me li sono meritati».
Non che sia l'unica. Analogo assegno lo prendono già altri parlamentari «lampo» come Gino Paoli, Pasquale Squitieri, incassa persino Toni Negri. «Mi mancavano due mesi di contributi, ai tempi pagai quasi 2 milioni di lire e adesso questo beneficio mi spetta. So che risulta impopolare, ma allora gli italiani dovrebbero cambiare la legge, mica l'ho fatta io. Sarei disposta a versare tutto in beneficenza, ma solo se lo faranno anche gli altri».
Non si sente una privilegiata: «Ho lavorato duro, il mio non è stato il bunga bunga di un giorno, ma un ragionamento, una campagna elettorale intelligente. E faticosa. Giravamo per le piazze io, Moana e Ramba, ho perso molti chili per la fatica. E alla fine ho preso 20 mila preferenze, seconda solo a Pannella. Gli italiani mi hanno voluta». Non fu assenteista, giura: «Partivo ogni mattina dalla Cassia con la mia Peugeot 205, mica avevo l'autista, un'ora e mezzo di traffico, spesso rientravo a mezzanotte». Quanto all'invidiato stipendio «il 60 per cento lo davo al partito, mi restavano circa 3 milioni di lire. La metà li passavo ad un avvocato che scriveva per me le proposte di legge. Ne ho fatte una ventina». Resta la traccia sul sito della Camera: affettività dei detenuti, parchi dell'amore, insegnamento del sesso nelle scuole, tasse ecologiche sulle auto, no alle pellicce. «Quando feci un discorso contro la violenza sulle donne mi applaudì pure Nilde Iotti». L'altra Cicciolina però non si ritira: il 23 è al Jolly & Pupe, sexy bar di Chieti. «Canto. A seno nudo, me lo posso permettere».


Giovanna Cavalli
19 settembre 2011 08:06




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A Penati ho dato tre milioni in dieci anni. Oldrini? E' Il perno del sistema-Sesto»

Corriere della sera

Di Caterina, accusatore del presidente della Provincia: «Ho visto il passaggio di denaro Pasini-Coop»




Piero Di Caterina
Piero Di Caterina

MILANO -«Sono tre milioni, tre milioni e mezzo i quattrini che io ho dato nei dieci anni di vita che ho vissuto con Penati e Vimercati». Così Piero Di Caterina, il grande accusatore dell'ex presidente della provincia di Milano Filippo Penati e del suo ex capo di gabinetto, Giordani Vimercati, intervistato da Lucia Annunziata nel programma «In mezzora». Un esborso di denaro che però per l'imprenditore «non erano mazzette», ma finanziamenti» tesi a ottenere appalti.

OLDRINI NEL MIRINO - È poi l'attuale sindaco di Sesto San Giovanni, Giorgio Oldrini, il bersaglio principale per Di Caterina: «La parte di Oldrini è quella che caratterizza maggiormente quello che chiamo "sistema Sesto", perchè nell'era Oldrini, per essere in condizione di lavorare bisogna entrare in un sistema di corruzione molto complesso».

I PAGAMENTI PASINI- COOP - «Ho assistito a pagamenti tra Pasini e dirigenti delle Coop» ha detto ancora Di Caterina. Giuseppe Pasini, anch'egli imprenditore ed ex candidato sindaco per il centrodestra a Sesto San Giovanni, «è a vera vittima, perchè il rapporto corruzione-concussione riguarda lui». A proposito delle Coop, Di Caterina ha spiegato che «le Coop giungono a Sesto con il recupero delle aree dismesse; sono sempre presenti sul territorio, e anche in questo caso, io ho assistito a pagamenti di somme, di tangenti, così si dice, da parte dell'altro imprenditore: tra Pasini e le Coop».


I SINDACI ANNUNCIANO QUERELA - I sindaci di Sesto San Giovanni e di Segrate, Giorgio Oldrini e Adriano Alessandrini, intendono querelare l'imprenditore Di Caterina e chiedono di partecipare alla prossima puntata del programma di Lucia Annunziata, per replicare alle accuse rivolte loro durante la trasmissione dall'imprenditore riguardo all'inchiesta su presunte tangenti della procura di Monza. Di Caterina ha parlato, oltre che di «sistema Sesto», anche di «sistema Segrate».

18 settembre 2011 20:14

Pasini pagò tangenti alle coop emiliane"

Il Tempo

L'imprenditore Di Caterina si confessa in diretta tv: "Diedi 3 milioni a Penati".


L'imprenditore Piero Di Caterina Piero Di Caterina è un fiume in piena. Nel giorno in cui Pier Luigi Bersani esprime l’auspicio che «i processi si facciano in tribunale (lì ci sarà una magistratura che andrà a vedere quante di tutte queste cose sono vere)», il grande accusatore di Filippo Penati va ospite di Lucia Annunziata a In mezz’ora e scodella una vera e propria «confessione» che scatena l’ira di tutti.

A cominciare dai sindaci di Sesto San Giovanni e Segrate che minacciano querele e chiedono all'Annunziata di essere invitati per poter replicare. Ma anche dell'Azienda Trasporti di Milano i cui avvocati sono già al lavoro per presentare «ancora una volta» querela nei confronti di Di Caterina. «Io non ho denunciato solo tangenti al Pd ma un sistema trasversale - esordisce l'imprenditore coinvolto nell'inchiesta sull'ex area Falck -. La questione che mi riguarda è relativa al Pd perché sono elettore di sinistra.

Il mio rapporto con Penati è stato prima di conoscenza marginale in gioventù. Poi, con la sua candidatura a sindaco nel 1993 ci avviciniamo ed io inizio a sostenerlo». «In quegli anni - spiega - mi sono impegnato a sostenere finanziariamente Penati. Io non corrompo Penati per fatti illeciti, quelli leciti arrivano perché chi sta vicino a politico è ovvio che ottiene favori». Insomma Di Caterina, che confessa di aver versato a Penati e al suo entourage «tre milioni, tre milioni e mezzo di euro» in 10 anni, lo ha fatto come «finanziamento». Anche perché parte di quei soldi gli sono stati in parte restituiti.

A questo punto l'imprenditore punta il dito altrove: «Ho parlato di "sistema Sesto" perché nei primi anni 2000 c'è stata una degenerazione del sistema. Quando Penati non è più sindaco di Sesto, il sistema è continuato con il sindaco Oldrini. C'è un sistema Sesto ma c'è anche a Segrate o a Milano. A Milano l'Atm fa cose allucinanti». «Nell'era Penati - insiste - io non ho mai corrotto. Non c'è mai stata concussione. Nell'era Oldrini a Busto, con Alessandrini a Segrate e a Milano con Atm io ho solo prestato soldi. Nella questione Penati io ottengo parte dei miei quattrini da un altro imprenditore che invece paga una tangente». Di Caterina parla quindi di Giuseppe Pasini, altra «gola profonda» dell'inchiesta ed ex candidato sindaco del centrodestra a Sesto contro Oldrini.

Sarebbe lui la vera «vittima» del sistema. «Sospetti che Penati abbia preso e dato poi i soldi a livello nazionale? - prosegue - La vittima nel caso specifico non sono io, ma l'imprenditore Pasini di Sesto San Givanni. Non sono stato spremuto da Penati, la vittima è Pasini. Io ho versato quattrini a Penati per sue le esigenze nella politica, ma ritengo che fossero sufficienti per Sesto e Milano, non per andare a Roma». E ancora: «Le Coop arrivano a Sesto San Giovanni con il recupero di aree dismesse. Sono sempre presenti sul territorio. Ho assistito ai pagamenti di somme, possiamo dire di tangenti, da parte di Pasini per le Coop emiliane».

Di Caterina non parla della vicenda Serravalle («so parecchie cose, ma io non ho delle prove, le uniche cose le ho portate ai magistrati») ma conferma l'ipotesi di conti esteri di Penati: «Vimercati (ex capo di gabinetto di Penati ndr) mi ha detto che aveva conti a Montecarlo, Dubai, Sudafrica». Quindi un auspicio: «Spero che questa vicenda faccia venire fuore un sistema di malaffare che c'è in Italia dove pochi ladri danneggiano 50 milioni di italiani».


Nicola Imberti
19/09/2011




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Il super-telescopio, c'è Mancano gli spiccioli

La Stampa

Piero Bianucci

E’ di queste ore una crisi finanziaria piccola pur essendo “astronomica”, e molto emblematica di come (non) funzionano le cose nel nostro paese.

Dunque: l’Italia ha realizzato in Cile – accanto al telescopio più grande del mondo, il VLT dell’Osservatorio australe europeo – uno speciale telescopio, modesto per dimensioni ma molto importante perché serve a scandagliare rapidamente il cielo intero e a individuare fenomeni interessanti da studiare subito dopo con il potentissimo VLT. Questo telescopio speciale, indicato con la sigla Vst, è costato 15 milioni di euro perché, pur avendo un’apertura di appena (si fa per dire) 2,6 metri, è molto sofisticato ed è fornito di una gigantesca camera da 268 megapixel, la più grande mai realizzata. Ebbene, ora il nostro povero Paese non dispone dei 250 mila euro necessari per utilizzare i dati che il nuovo strumento Vst (nella foto, l’edificio che lo ospita) sta raccogliendo. Un po’ come avere la Ferrari ma non i soldi per la benzina.

E’ una situazione paradossale che ci parla in modo chiaro delle condizioni in cui versa la ricerca italiana mentre a Roma si litiga intorno a una finanziaria da 60 miliardi di euro che scarica sui contribuenti i guai creati un governo incapace (ma “allegro”) e una speculazione finanziaria internazionale che ne approfitta.

Questa vicenda in qualche modo posso ricollegarla al ricordo di un bravo astronomo, Piero Tempesti, scomparso di recente, il 28 agosto scorso, all’età di 94 anni e già direttore dell’Osservatorio di Collurania a Teramo, poi professore all’Università di Roma, ottimo divulgatore dell’astronomia in mezza dozzina di libri (collaborò anche a “Sapere” e a “Tuttoscienze”). Nella foto giovanile qui accanto, lo vediamo mentre lavorava al magnifico telescopio rifrattore “Cooke” che Vincenzo Cerulli installò a Collurania nel 1995 e poi regalò allo Stato italiano.

Conobbi Piero Tempesti nel 1971 quando capitai a Teramo come inviato della “Gazzetta del Popolo” in occasione di un premio letterario. Il collega e amico Gianni Gaspari, che oggi conosciamo come bravissimo critico cinematografico del Tg2 della Rai, all’epoca lavorava per la pagina locale del “Messaggero”. Di Teramo e dintorni sapeva tutto. Gli confessai che desideravo visitare il vicino Osservatorio di Collurania, quello creato da Vincenzo Cerulli (1859-1927) quando il dibattito sui canali di Marte dominava l’astronomia, con il nostro Schiaparelli schierato per i canali naturali e negli Stati Uniti Percival Lowell che scriveva appassionatamente di canali artificiali costruiti da marziani alle prese con una crisi idrica planetaria. Gianni fece una telefonata e mezz’ora dopo mi accompagnava sulla collina che sovrasta (di poco) la città di Teramo.

Ci accolse il direttore dell’Osservatorio, un Piero Tempesti cinquantenne pieno di entusiasmo. Fu una visita scientificamente interessante per gli studi sulle stelle variabili e sulle binarie ad eclisse che vi si facevano. Ma fu anche una visita curiosa. In un’officina Tempesti mi mostrò i resti di una vecchia lavatrice smontata pezzo dopo pezzo. “Ho scoperto – spiegò Tempesti – che il motore elettrico di queste lavatrici, adeguatamente demoltiplicato, funziona benissimo per costruire il sistema di inseguimento di un nostro telescopio riflettore che stiamo mettendo in servizio”. Anche allora, evidentemente, la ricerca scientifica non nuotava tra i dollari come Paperon de’ Paperoni. Ma in quel tempo poteva ancora bastare l’ingegnosità di uno scienziato a risolvere i problemi. E, soprattutto, la classe politica, magari lesinava i soldi alla ricerca, ma almeno aveva più dignità ed era meno volgare.




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Parcheggia l'auto in divieto di sosta: condannata per concorso in omicidio

La Stampa

Per la prima volta il divieto di sosta non viene punito soltanto con la sanzione amministrativa: la proprietaria di un’auto, parcheggiata in prossimità di un incrocio, è stata, infatti, ritenuta corresponsabile dello scontro.

Il Caso

In una notte d’estate del 2009, a Milano, un motociclista perde la vita in un incidente stradale. Determinante la posizione di due auto parcheggiate in prossimità dell’incrocio. Infatti, l’automobilista, avendo una visuale ridotta, non rispetta la precedenza e provoca l’incidente mortale, scontrandosi con la moto che proviene da destra.

Secondo la ricostruzione del PM, il concorso della proprietaria dell’auto parcheggiata nell’omicidio del centauro trova giustificazione nella violazione dell’art. 158 del codice della strada: tutti gli automobilisti devono assicurarsi che dal loro parcheggio «non possa derivare pericolo per l’incolumità delle persone».

Il Gup del Tribunale di Milano ha così inflitto – con rito abbreviato - una condanna a sei mesi di reclusione, sospesi con la condizionale, alla donna.  Invece, l’automobilista che ha materialmente provocato l’incidente ha patteggiato la pena di nove mesi di reclusione; rito ordinario per il proprietario della seconda auto parcheggiata in divieto di sosta.




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San Gennaro, alle 9.11 si è sciolto il sangue Sepe: «Nessuno può cancellare la storia»

Cripta-Mussolini al sicuro: col Duce i rossi si fan ricchi

Libero




Come al solito Benito Mussolini riesce a mettere in difficoltà la sinistra anche dalla sua tomba. In questo caso proprio a causa di tale tomba. A Napoli due artisti hanno messo su un gigante manifesto pubblicitario per la loro mostra curata da Vittorio Sgarbi e promossa dalla Biennale di Venezia che raffigura un busto di Mussolini e la scritta “Nessuna Luce Mio Duce”. Fra le opere esposte alla mostra, a Casoria, spicca un’installazione che riproduce la cripta Mussolini a Predappio intitolata “Chiudiamola”. Come sono originali i creativi di sinistra!

Sì, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, era un illustre giudice fino a poco tempo fa, ma non vuol dir niente ovviamente perché ha subito dato l’ordine ai suoi uomini di censurare il manifesto oscurandolo con scotch bianco. Ma Gigi sei analfabeta o scemo? Quel manifesto non osanna il Duce, lo critica! Appunto. Lo scopo degli artisti responsabili - Walter Picardi e Sebastiano Deva - è proprio quello di chiudere la cripta mussoliniana per mettere fine al pellegrinaggio dei nostalgici. Sono andati a Predappio alcuni mesi fa e i due compagni sono rimasti sconvolti. Come sono sensibili i creativi di sinistra!

A proposito, si sono mobilitati anche su Facebook, il social network dei fannulloni di tutto il mondo, per lanciare il loro messaggio: chiudiamo il luogo in cui è conservata la salma di Mussolini.  C’è un piccolo problema però. Il Comune di Predappio è guidato dalla sinistra e lo è dalla fine della Seconda guerra mondiale. Beh, dov’è il problema? Dovrebbe essere facile chiudere la cripta, no? No, cari compagni non lo è affatto. Quella cripta non si tocca perchè i cittadini di Predappio, da bravi antifascisti, fanno un mucchio di quattrini col fascismo. Per capire quanto denaro intasca la cittadinanza del paese natale del Duce grazie al “turismo fascista” basta guardare i dati relativi al flusso di visitatori: 150mila l’anno circa, ossia più di 400 al giorno. E non vengono per la piadina. Alla tomba di Dante, nella vicina Ravenna, invece, i visitatori sono soltanto 50mila l’anno.

Di conseguenza, un sindaco di Predappio non chiuderebbe mai la cripta. E non può farlo in ogni caso: perché la cripta appartiene alla famiglia di Mussolini e non al Comune. Sì, lo so, siamo in Italia, cioè un Paese dove la magistratura può fare quel che ca … vuole ai cittadini e non viene mai punita. E sicuramente qualche toga ossessiva troverebbe qualche giustificazione volendo. Ma la magistratura non farebbe mai una cosa simile perché sarebbe un dispetto imperdonabile agli amici di sinistra con in testa l’attuale sindaco del paese, Frassineti Giorgio.

Il compagno Frassineti sta facendo di tutto per sfruttare l’eredità fascista di Predappio. Già da un pezzo il Comune ha aperto la casa natale del Duce al pubblico. Ora, grazie a Frassineti, ha svincolato l’imponente Casa del fascio che domina il centro del paese e sta cercando i soldi per sistemarla come un centro studi internazionale. In più, figura fra i fondatori un paio di anni fa di una fondazione di città fasciste, compresa Latina (la maggior parte di destra!) con lo scopo di sfruttare l’architettura del Ventennio. E fra pochi giorni il compagno Frassineti farà un salto in Austria. Indovinate dove? Sì, a Braunau am Inn, il paese natale di Adolfo Hitler! Heil Hitler! Viva il Duce!


di Nicholas Farrell
19/09/2011




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Scopre le corna e chiede i danni alla moglie

di

Carabiniere appena sposato scopre la tresca della consorte. E pretende un maxi risarcimento. Lui abitava in Trentino, lei in Lombardia. A fare la spia è stato il papà...



Il vero amore non ha prezzo, si sa. Ma il suo naufragio ce l'ha ecco­me. E può essere salatissimo. Lo sa bene una donna lombarda che, dopo aver tradito suo marito im­mediatamente dopo il matrimo­nio, potrebbe ritrovarsi adesso a dover versare circa 50mila euro a titolo di risarcimento, per danni morali e materiali. Siamo in pro­vincia di Trento. Come ha riporta­to per primo il quotidiano l'Adige , la coppia convola a giuste nozze nel settembre 2009. Lui, un cara­biniere 31enne di origini meridiona­li, va nel profondo Nord per lavoro.
Lei, 35 anni, resta invece nella casa paterna. In Lom­bardia, appunto. Fra cerimonia e fe­sta i due non badano a spese. E ver­sano una cifra vicina a 25mila eu­ro, che comprende ospitalità per decine di parenti arrivati dal Sud, pranzo in un locale esclusivo del­la zona, vestiti firmati, album foto­grafico­e video per non dimentica­re mai il giorno più bello della vita. Ma la distanza, si sa, può compli­care le cose. E così, pochi mesi do­po le nozze, il giovane marito co­mincia a sospettare. Mentre la donna rimanda di giorno in gior­no il suo trasferimento - promes­so mille volte- nella valle trentina. Seguono decine di telefonate ine­vase, scuse costruite ad arte, chia­rimenti e discussioni.
Finché il carabiniere ha l'intui­zione giusta: chiedere a suo padre di pedinare la ragazza. Non ci vuo­le molto per scoprire che lei, du­rante i turni dell'uomo, passa i po­meriggi con un amico comune. Il suo amante, appunto. A questo punto il militare non ha dubbi, e chiede la separazione consensua­le. Che però sua moglie non accet­ta. Così, il carabiniere si rivolge a un avvocato, Claudio Tasin, per ot­tenere la separazione giudiziale.
E il legale non fa sconti. La richie­sta al giudice è di 25mila euro per danni morali e biologici legati al trauma della separazione. Alla do­manda è allegato anche il referto del medico, che documenta la de­pressione e lo stress patiti dal 31enne a causa delle corna. Ma non basta, perché l'avvoca­to avanza una richiesta ancora più severa: altri 25mila euro per ri­sarcire il marito tradito delle spe­se sostenute per organizzare le nozze. A questo punto sarà il magi­strato di turno a decidere. Ma non è detto che la causa non possa fini­re in una sonora vittoria. Proprio pochi giorni fa la Corte di Cassa­zione ha infatti stabilito che il tra­dimento può comportare conse­guenze economiche per il coniu­ge fedifrago.
Con una sentenza storica, i giudici hanno deciso che le corna da ora in poi non compor­t­eranno più solo il rischio di divor­zio, ma anche l'obbligo, per il tra­ditore, di versare una somma di denaro a titolo di risarcimento per danni causati alla salute o alla dignità del coniuge. Indipenden­temente dagli effetti che le corna stesse hanno avuto sul matrimo­nio.
La sentenza della Corte, che con ogni probabilità cambierà il modo radicale le cause di separa­zione e divorzio in Italia, ha dato ragione a una donna ligure che do­po essersi separata consensual­mente dal marito traditore aveva chiesto un risarcimento per i dan­ni subiti a causa delle scappatelle extraconiugali dell'uomo. Dopo essersi sentita rispondere no pri­ma dal Tribunale di Savona e poi dalla Corte di Appello di Genova, ha fatto ricorso alla Suprema Cor­te che, invece, non ha escluso la possibilità di ottenere il risarci­mento.



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Sesso estremo con l'amante, ereditiera risarcisce con 100mila euro l'ex marito

Il Messaggero

Secondo il professionista i giochi erotici estremi della donna lo avevano turbato e avevano influenzato negativamente il lavoro






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Ecco chi sono i ladri che lasciano l’Italia al buio Furti di rame: a chi fanno gola i fili elettrici?

di

Il record è in Puglia, nel Foggiano: ogni giorno vengono rubati due chilometri di cavi dai tralicci. Il caso: da mesi 150 aziende sono bloccate e la luce non è ancora tornata. Ma ricevono lo stesso la bolletta dell'Enel



È senza corrente elettrica dal 4 luglio, ma la bolletta l’Enel gliel’ha recapitata lo stesso. Lo racconta Nicola Gorgoglione, 64 anni, titolare di un’azienda zootecnica in contrada Posta La Via a 20 km da Foggia. Ben 712,31 euro da pagare su un consumo presunto perché il signor Gorgoglione al pari di centinaia di aziende della Capitanata è vittima dei cosiddetti furti di rame. Un fenomeno che in un anno ha messo in ginocchio il settore agricolo e zootecnico della provincia di Foggia, uno dei più floridi d’Italia.
In cosa consiste il furto? Nelle razzìe di fili elettrici per ricavare il rame e rivenderlo. Un business di almeno quattro milioni di euro all’anno solo in Capitanata, una delle zone più colpite. A dirlo la Prefettura di Foggia: nel periodo gennaio-15 luglio 2011, 298 furti hanno smantellato 277 km di cavi e depredato circa 259 tonnellate di rame. E se la Prefettura di Bari indica in Puglia 1.919 furti l’anno scorso, pari al 16,61% dei casi nazionali, nel primo semestre 2011 gli episodi sono già 1.466. Maglia nera sempre la Capitanata, dove, per l’Enel, si concentra l’80% dei furti di rame in Puglia, cioè il 30% del dato nazionale. Ottocento km di linee trafugate nel foggiano negli ultimi due anni, circa 2 km al giorno, ma ormai manca poco ad arrivate a quota mille: incrociando i dati di Prefetture ed Enel, ad agosto i km giornalieri di fili rubati sono all’incirca 3.
L’ennesimo caso nella notte del 7 settembre: 5 km di cavi razziati tra Lucera e Orta Nova, circa 48 ore dopo il tavolo sui furti di rame di Bari con il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano e organizzato dall’Orsa (l’Osservatorio regionale dei reati nel settore agricolo e agroalimentare), e circa dieci ore prima dei lavori di un altro gruppo, l’indomani alla Prefettura di Foggia.
La posta in gioco è il rame, molto richiesto grazie al suo largo uso nell’industria. Le sue quotazioni sono di 8.800 dollari circa a tonnellata (base 3 mesi), ma secondo gli analisti gli aumenti sono di circa il 15% rispetto al 2010. I furti di rame avvengono in tutta Italia, ma perché la Capitanata è così presa di mira? «Con i suoi quasi 7mila km quadrati - spiega Antonio Nunziante, Prefetto di Foggia - è la seconda provincia più vasta d’Italia con intere zone quasi disabitate e buie ideali per furti a catena».
Gli assalti riguardano anche Telecom che ha risolto il problema interrando i cavi, e Ferrovie dello Stato ma con minore incidenza dell’Enel. Circa 60 i ladri arrestati. «Sono in prevalenza rumeni, bulgari e albanesi - spiega Vincenzo Russo, Procuratore capo della Repubblica di Foggia - i basisti, invece, sono di sicuro italiani. In genere fanno sopralluoghi e lasciano alcuni segnali vicino ai pali. Dopo qualche giorno entrano in azione».
Catturare i ricettatori darebbe una svolta alle indagini. «I controlli nelle aziende foggiane che raccolgono metalli usati non hanno dato risultati. Il rame rubato passa da Cerignola e San Severo, poi lo perdiamo. Stiamo allargando le indagini a Napoli e verificando con l’Interpol i collegamenti degli arrestati con i loro paesi di origine». Ma le manette non sono un deterrente. Precisa Russo: «Spesso sono incensurati, accusati di furto che è un reato di piccola entità per cui beneficiano della sospensione condizionale della pena». Il prefetto Nunziante, perciò, ha proposto «l’arresto ritardato» per pedinare i ladri e risalire ai mandanti. Proposta che per Russo «è attuabile nei limiti consentiti dalle norme».
«Le indagini- continua - sono affidate al massimo a due magistrati per avere una visione unitaria: un pm è Dominga Petrilli, l’altro è in corso di individuazione». «Sono criminali specializzati - aggiunge Pietro Salcuni, presidente della Coldiretti di Foggia (15mila aziende associate) - abili nel depredare cavi attraversati da 15mila volt senza rimetterci le penne». Come agiscono? «Lanciano una catena contro i fili mandandoli in corto, poi si arrampicano e con le cesoie tranciano i cavi. In basso gli altri complici li raccolgono, un lavoro che richiede alcune ore». Il ritardo sia negli interventi («Le indagini a vasto raggio sono partite solo da qualche mese» dice Russo) che nei ripristini è un altro dei protagonisti di questa storia.
Lo dice Salcuni che imputa all’Enel lentezze anche di quattro mesi che danneggiano le aziende. «Non ci sono tre-quattro mesi di attesa se siamo stati allertati» risponde Alessandro Zerboni delle relazioni esterne dell’Enel. E Salcuni ribatte che in Capitanata ancora circa 150 aziende attendono i ripristini da giugno e di queste almeno sei sono al buio da marzo. Su indicazione dell’Orsa insediatasi l’11 giugno, sono stati costituiti nelle sei province pugliesi altrettanti gruppi che vedono la collaborazione di forze dell’ordine, magistratura e associazioni agricole (Coldiretti, Confagricoltura, Cia, Copagri).
A Foggia, il Prefetto Nunziante ha creato due tavoli: «Il primo di carattere investigativo a cui partecipa anche l’Enel fornendo supporto tecnico e informatico. L’altro, invece, con le associazioni e l’azienda elettrica si occupa dei ripristini». Aggiunge Domenico Vozza, responsabile Security Enel: «Stiamo valutando anche di attuare un servizio di presidio e videosorveglianza delle linee.

Per scoraggiare i furti, nei riallacci usiamo cavi di alluminio».
E questi due gruppi potrebbero fare da apripista a nuove soluzioni: «Il ministero dell’Interno monìtora il piano - dice Nunziante - e potrebbe adottare la nostra formula per sottoscrivere in futuro un patto di legalità per la sicurezza nelle campagne a livello nazionale». Difatti il 17 ottobre a Foggia ci sarà il sottosegretario Mantovano. E qui arriva la previsione: «Ritengo che in sei mesi avremo una consistente riduzione dei furti» sottolinea il Procuratore Russo. Intanto le razzìe continuano e c’è chi chiede l’intervento dell’esercito.




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Sky, l’oracolo Tarantini credibile contro Silvio bugiardo su Murdoch

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La smentita indignata: "Mai offerto soldi a Tarantini, mente". Però trasmette le frasi dell’imprenditore che inguaiano il Cav



Le intercettazioni non sono tutte uguali, non tutti i verbali hanno lo stesso peso e lo stesso valore. Ci sono carte che non vengono neppure protocollate, altre che rimangono sepolte per anni nell’armadio di qualche procura, altre che escono e non vengono pubblicate, e altre ancora che conquistano all’istante l’onore della prima pagina e la patente della verità. Nella fattoria degli animali giustizialisti, queste carte sono più uguali delle altre, perché contengono il nome di Silvio Berlusconi (come un tempo quello di Bettino Craxi).

Attenzione, però: queste carte da prima pagina non documentano mai un reato. Sono particolarmente odiose perché non ci aiutano affatto a capire come stanno veramente le cose, ma, al contrario, spostano l’attenzione sul carattere, sugli stili di vita, sulle scelte private della persona, trasformando l’inchiesta in una pubblica e irrevocabile sentenza morale molto prima che un’eventuale sentenza giudiziaria stabilisca la verità dei fatti. In questo modo, tuttavia, il diritto di cronaca e il diritto all’informazione sono asserviti alla propaganda e alla battaglia politica, di cui diventano pedine più o meno consapevoli, mentre la giustizia sempre più frequentemente è considerata dalle parti in lotta l’opposto di ciò che dev’essere: un’espressione di partigianeria.

Eppure le intercettazioni e i verbali fanno bene alle copie e allo share, e sebbene personalmente continui a non capire come sia possibile un tale scempio del primo diritto naturale dell’uomo, quello alla privatezza, c’è da aspettarsi che il fiume di carte non diminuirà né oggi né mai. Lette con voce grave da uno speaker o sceneggiate come una telenovela, protagoniste di sit-com e ricostruzioni più o meno brillanti, le carte delle inchieste dopo i giornali hanno ormai stabilmente conquistato anche l’etere, e ancor più il satellite.

Non si può certo incolpare Sky di spettacolarizzare le intercettazioni ad uso dei propri telespettatori, visto che, chi più chi meno, tutti hanno una bella trave negli occhi. Però si potrebbe chiedere a Sky (come ad ogni altro editore) qual è il criterio di verità che decide se un verbale sia credibile oppure no. Se si sceglie di pubblicare tutte le carte, attribuendo loro implicitamente il crisma della verità, non possono poi esserci eccezioni. Viceversa, se si dichiara formalmente che una carta dice il falso, buon senso vuole che ci si interroghi anche sulla verità delle altre.

Come sanno i lettori del Giornale, che ne ha pubblicati ieri alcuni estratti, un verbale di Gianpaolo Tarantini (interrogatorio del 6 novembre 2009) contiene fra le altre questa affermazione: «Dopo che era esploso lo scandalo D’Addario, ero stato contattato anche da Murdoch che mi aveva proposto un contratto miliardario che avevo rifiutato (...)».

Sky ha subito smentito seccamente di «aver mai offerto compensi in qualsiasi forma, tantomeno improbabili “contratti milionari”, allo stesso Tarantini così come a chiunque altro, allo scopo di ottenere notizie, interviste e informazioni su alcuno». Ciascuno è libero di credere a «Gianpi» o a Sky: il primo è oggetto di varie inchieste, e prudenza suggerisce di prendere con le molle ogni sua affermazione (e non soltanto quelle su Murdoch); Sky produce uno dei migliori telegiornali d’Italia, ma è pur sempre parte dello stesso impero mediatico di News of the World, costretto alla chiusura proprio per un uso spregiudicato e illecito delle intercettazioni. Ad ogni modo, la smentita è valida fino a prova contraria.

Ma il punto non è affatto questo. Nei tanti interrogatori e nelle tantissime intercettazioni può esserci qualsiasi cosa: la notizia di un reato o un depistaggio, una battuta innocente o un’esagerazione, una menzogna intenzionale o una verità soltanto soggettiva. I verbali non sono fotografie di fatti, ma regesti di opinioni: quello che io dico al telefono o al pm che mi interroga non è un fatto, ma il racconto di un fatto - che potrebbe essere reale o inventato, uguale o diverso dal mio racconto. I processi, del resto, servono proprio a questo: a trovare le prove di colpevolezza (e non, come qualcuno vorrebbe farci credere, quelle di innocenza). Senza le prove, una frase è una frase: flatus vocis. Quando si parla di Murdoch, e quando si parla di Berlusconi.




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Avellino, se il paesino scende in piazza per evitare lo sfratto alla figlia del boss

di

In provincia di Avellino, i manifestanti: lasciatela stare, è disabile. E così bloccano lo sgombero di una super villa bunker confiscata ai clan. L'immobile deve essere assegnato proprio ai portatori di handicap


Qundici (Avellino) Una protesta di piazza contro lo sfratto di una famiglia in cui vive anche una donna disabile, fa parte quasi della quotidianità dei nostri tempi, ma se il nucleo in questione è composto da un padre boss della camorra condannato a 18 anni di carcere e da una madre a cui è viatato il soggiorno nella sua città, la cosa fa tutto un altro effetto. Accade a Quindici, piccolo centro irpino tormentato da una faida tra due clan che dura da oltre 30 anni, i Cava e i Graziano e per la disastrosa alluvione di 13 anni fa.
La casa, anzi una supervilla bunker, fu confiscata nel 1996 dalla Sezione misure di prevenzione presso il Tribunale di Avellino e affidata al Comune di Quindici. Per alcuni però i Cava hanno continuato ad abitare la villa anche se finita nella disponibilità dello Stato. Poi si decise di destinare l'abitazione, due piani, con garage e cortile, ad una famiglia al cui interno si trovasse un portatore di handicap. E il bando fu vinto proprio dal boss Cava, che a conti fatti, ha pagato la miseria di 110 euro al mese per il fitto. Ma, scaduta la concessione (8 anni) al boss non è stato concesso il rinnovo. La storia va avanti da anni e si è conclusa con una sentenza di sfratto ormai operativa.
L'altra mattina, ufficiale giudiziario, carabinieri del comando provinciale di Avellino, sindaco, un assessore, e tecnici del comune di Quindici sono arrivati in via Sant'Antonio per tentare di entrare nella supervilla bunker del boss Antonio Cava, dove ormai vivono solo i tre figli del boss, Giovanna e i due fratelli, uno dei quali minorenne. In extremis però, il legale della famiglia è riuscito ad ottenere dal Tribunale Civile uno slittamento di dodici giorni della sentenza di sfratto.
Ma, a favore di Giovanna, rimasta vittima di un gravissimo incidente stradale, avvenuto quando aveva solo 10 anni, sono scese in campo due associazioni che lottano a favore dei disabili. Il coordinatore nazionale del Mid, Francesco Ferrara si è addirittura incatenato davanti alla villa per far sentire la sua voce contro lo sfratto: «Non mi interessa chi sia la famiglia che vive qui. A me importa solo di Giovanna, una giovane disabile che ritengo, non possa essere lasciata per strada». Sembra però, da indiscrezioni trapelate da fonti investigative, che Giovanna ed i suoi fratelli, non trascorrano molto tempo nella villa confiscata. Pare anzi che solo quando la loro ex proprietà torna a rischio, come l'altro giorno, si facciano vedere in via Sant'Antonio.
Spiega un carabiniere: «Tanta mobilitazione a favore di una famiglia, che certamente di problemi economici non ne ha, non la capisco. C'è una ragazza disabile certo e mi dispiace ma, penso che i Cava possano permettersi ben più di una villa». E aggiunge l'assessore Marco Cillo: «Non abbiamo nessun sentimento di ostilità nei confronti della ragazza e del minore, che riteniamo anzi doppiamente vittime. Prendiamo atto del rinvio, quello disposto dal Tribunale di Avellino. Restiamo dell'avviso che il discorso relativo alla finalità del bene confiscato non cambia. Fermo restando il diritto di questa famiglia ad avere un alloggio, è stato rimandato solo un diritto che noi vogliamo ribadire: i beni confiscati sono patrimonio di tutti e devono essere destinati a tutti».

carminespadafora@gmail.com




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Stoner Avenue, la via dei cartelli rubati

Corriere della sera

La municipalità ha già speso 20mila dollari sostituirli


MILANO – Benvenuti a Bemidiji, Minnesota, nel viale degli Stoner, i cosiddetti «stonati», ma sarebbe meglio dire «sballati», rincitrulliti dal troppo fumo di marijuana. Se vi trovate in questo paese e davvero cercate la via in questione, meglio dotarsi di navigatore o chiedere a un passante: 9 volte su 10 la segnaletica stradale è completamente assente. Colpa dei furti continui dei cartelli stradali che indicano il nome del viale e che stanno causando grossi problemi alle casse comunali.

Il cartello di Stoner Ave  (Minnesota Public Radio)
Il cartello di Stoner Ave (Minnesota Public Radio)
I FURTI – I responsabili dei furti ancora non sono stati trovati, e i residenti interrogati dall'Huffington Post sono certi che si tratti di una ragazzata, per via del significato del nome della via, che ricorda il fumo di marijuana e l'espressione “stoner”, “stonati”: un cartello del genere sarebbe un bottino ghiotto nella camera o nella sala giochi di qualche giovane. Meno convincente invece l'interpretazione di chi crede che si tratti di qualche amante del motociclista australiano Casey Stoner. La via, in realtà, è dedicata a Marcus Stoner, ingegnere del Minnesota che alla fine del 1800 era attivo nell'amministrazione locale. E non è certo per venerazione nei confronti del suo personaggio che ogni anno spariscono 15 cartelli circa, i cui costi per rimpiazzarli calcolati dall'urbanistica locale corrisponderebbero a 20mila dollari in 10 anni.

IL NUOVO NOME – Proprio per tagliare i costi legati alla sostituzione dei cartelli stradali trafugati, l'amministrazione locale avrebbe deciso di cambiare il nome alla via. Ma nel corso della seduta della scorsa settimana in cui dovevano essere vagliati i nomi sostitutivi, una rappresentanza di abitanti del viale ha mostrato il suo disappunto, impedendo al comune di intervenire. Il viale resterà dedicato agli “stonati” e gli amministratori dovranno impegnarsi, semmai, nel trovare sistemi alternativi per fissare i cartelli, o ancora nel mettere videocamere per smascherare i ladri, o alzare le targhe di qualche decina di centimetri, in modo da rendere più difficoltoso il furto. Al momento, nella via mancano circa 10 segnaletiche indicanti il suo nome.
VIA JUSTIN BIEBER – Ad agosto, invece, una cittadina del Texas fu protagonista di un furto di cartello stradale: la via in questione era dedicata al giovane cantante canadese Justin Bieber, grazie all'esperimento durato un giorno in cui una giovane 11enne aveva sostituito il sindaco. La piccola prima cittadina, aveva infatti deciso di rinominare una via onorando il cantante preferito. Ma in poche ore il cartello dedicato all'idolo delle teenager era sparito.



Eva Perasso
18 settembre 2011 21:05



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