sabato 17 settembre 2011

Arcuri "volgare, non la voglio" Lei: "Io prima vedere cammello"

Libero




Dalle telefonate fra Tarantini la Arcuri e Francesca Lana si evince che l’attrice avrebbe valutato la possibilità di frequentare il premier, ma che poi questi l’abbia trovata troppo volgare. Dubbi degli inquirenti sulle pressioni della Arcuri alla Lana affinché si prostituisca.



25.01.2009.  Giampaolo Tarantini parla al telefono con Silvio Berlusconi di una cena da organizzare con Francesca Lana e Manuela Arcuri.  

TARANTINI:
 «Senta le volevo dire martedì io avevo preso mezzo appuntamento con Manuela e Francesca, ma soprattutto Manuela... che si è decisa... posso confermarglielo?». 
BERLUSCONI: «Vabbé ma cosa facciamo una cena a quattro?». 
TARANTINI: «Sì, io preferirei di sì, perché se la facciamo in pochi sono pure più... meno imbarazzate diciamo». 
BERLUSCONI: «E poi il dopo come viene?». 
TARANTINI: «E poi... lei martedì comunque è a Roma? Magari martedì passo che parliamo di persona».  

A
lle  20.56, Tarantini manda un sms alla Arcuri per annunciarle l’incontro con Berlusconi:  «Tesoro confermato martedì sera a cena. Siamo solo noi quattro... meglio così potete anche parlare tranquillamente senza che nessuno rompe i coglioni».  
Alle  20.58, l’Arcuri risponde: «Perfetto tesoro grazie baci».  

Il  26.01.2009, Giampaolo Tarantini parla con Francesca Lana. 

TARANTINI: «Oh, ho parlato con Manu ... te l ’ha detto  di di domani?». 
LANA: «Si, me l’ha detto, volevamo sapere se era confermato...».
TARANTINI: «È confermato! Mo’, Francè, convincila tu falla rimanere domani, dì due cazzate...». 
LANA: «No, amore, io la faccio rimanere, ma io domani... lei m’ha detto “io domani vengo come se sia l’ultima... cioè, se domani vengo, rimango e poi tu non ce lo... quella cosa là e l’altra cosa...». 
TARANTINI: «Amore... siccome domani io l’ho organizzata in un modo ·tale che stiamo solo noi quattro», omissis.  «Oh! E mentre siamo là io glielo dico· proprio nei denti, davanti a voi. E poi voi quando state da sole... è chiaro che tu... diglielo il giorno dopo quando fai colazione, hai capito?». 
LANA: «Ma, scusa... quindi rimaniamo tutte e due?». 
TARANTINI: «Sì, tutte e due!».
 LANA: «Ah, va bene». 

Il  28.01.2009, Manuela Arcuri chiama Giampaolo Tarantini. 

ARCURI: omissis «Gliel’ho accennato... m’ha detto “guarda ne parliamo quando ci vediamo a cena”. Gli ho detto “no guarda, scusami, ma io la prossima settimana sono a Milano per lavoro... e io ne ho abbastanza urgenza perché parte la produzione e io gli devo fare questo favore a mio fratello... glielo dovrei fare adesso, se è possibile”. Mi ha detto “allora guarda, Manuè, ti chiamo oggi pomeriggio e ne riparliamo”. Speriamo amore... mi chiama, vè?». 
TARANTINI: «Va bene, sicuro, perché... sicuro!». 
ARCURI: «Ha detto che mi chiama, mi chiama! Speriamo, guarda, perché sarebbe troppo... troppo... troppo importante veramente!. E poi una volta... Poi se me lo fa il favore, se me lo fa il favore, poi, sarà ben ricompensato... però io dico la prossima settimana perché non fa la cena con Franci, così pure lei gli chiede della Fattoria, di quello che gli deve dire lei?».
Il   10.02.2009, Francesca Lana parla con Giampaolo Tarantini.  
LANA: «Amore io si, rimango senza problemi Manuela dice che se non vede sto cammello ... cioè lei non ha capito come funziona... lei dice “io fin quando non ho una... una certezza che quello che voglio accada non faccio niente per lui” io le ho detto “Manuela forse dovrebbe essere il contrario, prima fai qualcosa per lui”». 
TARANTINI: «Brava». 
LANA: «“No Franci”  lei mi ha detto “perché tu sei rimasta lì per due giorni e non t’ha più telefonato, non t’ha più cercato non t’ha più chiamato, la Fattoria tu non la fai e l’altra sì e allora? Se io faccio la stessa cosa che come te ci sto lì due volte e poi mi faccio prendere per il culo da lui?”. Ha detto “No... prima stavolta lui... tanto la garanzia che tu hai fatto qualcosa” mi ha detto “quindi prima lui deve comunque farci avere qualcosa in cambio e poi noi rimaniamo” ho detto “Manu non è proprio così e comunque...”».
TARANTINI: «Eh brava». 
LANA: «Non lo so amore, perché lei giustamente dice “tu sei rimasta là due volte” questo è vero però Gianpi a me non mi ha più chiamato... io l’ho chiamato miliardi di volte, poi mi  sono rotta il cazzo... cioè è inutile che mi attacca il telefono poi magari gli vado pure sulle palle se sono insistente, però è vero Gianpi che io l’ho chiamato mille volte e lui oltretutto il fatto che sia rimasta là due volte non mi ha più cercato, io ci sono rimasta come mi avevi detto te, ho fatto quello che mi avevi detto te... (ride, ndr), ma non è servito a tanto, quindi lei dice “Se fa lo stesso un’altra volta?”». 
TARANTINI: «Ma è diverso, però dai ... quello è il suo sogno, figurati». 
LANA: «Eh lo so amore .... ma il suo sogno si limiterebbe a lei...».
TARANTINI: «Il suo sogno... voi due». 
LANA: «Non è lei quindi?». 
TARANTINI: «Voi due insieme».

La serata non va come da programma (la Arcuri aveva cambiato idea) e il 12.02.2009 Giampaolo Tarantini, all’1.26 chiama Berlusconi per scusarsi, dicendo che la Arcuri aveva cambiato idea a causa della presenza di Paolo Berlusconi,   amico di Tarallo (il manager dell’attrice), che lei temeva potesse esserne informato.
  
TARANTINI: «Poi quella Manuela si è irrigidita un po’ perché me l’ha spiegato lei in macchina... l’ho accompagnata per ultima, perché dice che Paolo è molto amico di Tarallo, il suo manager, quindi come l’ha visto... ha detto... si è spaventata, ancora gli dice a Tarallo che stavo lì a cena». 
BERLUSCONI: «Adesso io dico a Paolo di non dire assolutamente niente!». 
TARANTINI: «No, eravamo tutti... no cioè lei voleva rimanere, ci siamo organizzati... mannaggia... Francesca voleva rimanere con lei... si è incazzata con lei e gli ha detto “sei una stronza... lo devi fare per me...”, poi Manuela ha spiegato il fatto!».

Gianpaolo Tarantini e Francesca Lana parlano ancora di cene, cercano di organizzare un altro incontro. Ma non ce ne saranno. Il  18.02.2009. Giampaolo Tarantini e Silvio Berlusconi parlano al telefono di un’intervista che Manuela Arcuri ha concesso al
programma tivù “Le Iene”.


TARANTINI: «Pensa che quella si era ... si era ... voleva star lì quella sera». 
BERLUSCONI: «Meno male che non è stata qui, perché sennò .... mi sarei sentito imbarazzato di essere andato con una troia così .... vabbè cancellata». 
TARANTINI: «E vabbè».

Riguardo a  Manuela Arcuri, nei documenti baresi si legge che secondo gli  inquirenti «appare fondato il sospetto che l’attrice,
insieme al Tarantini, abbia indotto l’amica (Francesca Lana, ndr) a prostituirsi, prospettando chissà quali futuri successi professionali per mano del presidente Berlusconi».     In particolare, si citano alcune conversazioni telefoniche.  Il 3.12.2008, il giorno dopo la prima serata trascorsa dalla Lana col premier,  alle 12:55, Tarantini chiama Manuela Arcuri.

ARCURI:
«Senti amore insomma la nostra cucciola tutto a posto! L’ho sentita, ci ho parlato fino ad ora... sono contenta perché mi sa che la deve rivedere un’altra volta... lei l’unica cosa che deve fare... deve riuscire a farselo legare a se, perché se lo lega... cioè se lo fa affezionare è fatta... ha svoltato».
TARANTINI: «Mo ci devo parlare io...  ci devo mettere io il mio carico sopra... che è importante».

In chiusura di telefonata, la Arcuri dice a Tarantini:
«Vabbè poi mi sono messa a letto ed ho scritto tutti i messaggini alla cucciola “tranquilla amore... non ti preoccupare... non ti sentire in colpa... stai bene” è bene tutto a posto».
17/09/2011




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Ragionevoli considerazioni

Corriere della sera

Il premier scelto dagli elettori va rispettato. Ma la premiership , consacrata dal voto popolare, deve essere esercitata meritandosela ogni giorno, proprio per rispettare la volontà di quegli elettori. Il governo, però, rischia di dissolversi e di avvitarsi nei suoi errori. Bossi è stato sin troppo esplicito, purtroppo tra l'ennesimo gestaccio e l'ennesima pernacchia: così non si può andare avanti fino al 2013. L'elettorato di centrodestra è deluso e frastornato. I suoi capi devono comprenderne gli umori e i malumori, e non rinchiudersi nell'ultima trincea, bollando come tradimento e diserzione ogni barlume di ragionevolezza.

La ragionevolezza dice che il conforto dei ripetuti voti parlamentari di fiducia non è più in grado di nascondere la debolezza oramai macroscopica di un governo che certo ha appena avuto il merito di varare una manovra economica di dimensioni gigantesche, ma che appare ogni giorno di più assente, risucchiato in una logica di autodifesa, appiattito e svuotato nello scontro incandescente tra il suo leader e la magistratura. La sua credibilità ne risulta fortemente intaccata. E forse i primi a non credere alle loro parole e ai loro proclami sono proprio i suoi esponenti di spicco che parlano di riforme da fare, ma sanno che certamente non saranno fatte da qui al 2013. Per questo l'abulia politica del premier rischia di contagiare tutto lo schieramento che lo sostiene. Impedendo allo stesso centrodestra di immaginare un futuro politico che, oramai appare chiarissimo, non potrà più riconoscere come suo leader eterno la personalità di Silvio Berlusconi, trascinante in un quindicennio che lo ha visto protagonista assoluto ma che sembra aver irrevocabilmente imboccato il viale del tramonto.

L'opinione pubblica del centrodestra non ha torto quando sente un eccesso persecutorio, il modo accanito con cui una magistratura ossessionata dalla figura di Berlusconi sogna una spallata politica che si fa forte di una montagna di oltre centomila intercettazioni (un'enormità) per minare la stessa reputazione politica e personale del premier, prima ancora che la verità giudiziaria sia accertata. Ma è nell'interesse dello stesso centrodestra che la fine di un'esperienza politica di oltre diciassette anni non assomigli allo sprofondamento di un regime asserragliato nel palazzo del capo, in una spirale di auto-emarginazione destinata ad annientare ogni possibilità di rinascita con una nuova leadership e una nuova classe dirigente.

Hanno ragione a dire che non può essere la magistratura l'istituzione abilitata a far cadere i governi. Ma una politica responsabile è anche quella che sa imboccare tempestivamente un'altra strada prima di ingaggiare una guerriglia di resistenza pur di non prendere atto di una situazione di disagio che lo stesso Bossi ieri ha impietosamente fotografato. Scelga il centrodestra la formula giusta e gli uomini più rappresentativi per chiudere un capitolo della storia politica italiana e per aprirne un altro in cui il suo elettorato possa riconoscersi. Per promuovere una transizione politica e non per subire un diktat giudiziario. Nell'interesse di tutti, ma anche di un centrodestra che rischia di finire nel discredito e nella mancanza di una leadership sempre più incapace, oramai, di onorare gli impegni presi nel 2008.



17 settembre 2011 08:19



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Tarantini, per ascoltare 100mila telefonate non sarebbero bastati 5 anni

di


Il paradosso dei magistrati "spioni": la Procura di Bari ha chiuso le indagini sulle escort in un biennio. Ma con quella mole di intercettazioni com’è possibile?


Centomila? Qualcuno ha una vaga idea di che cosa siano 100.000 intercettazioni? Anzi, «oltre 100.000 conversazioni telefoniche e ambientali», così riferiva una nota ufficiale della Procura di Bari, diramata giovedì mattina dall’Ansa, «effettuate fino all’estate del 2009 nell’ambito della vasta inchiesta che riguarda Gianpaolo Tarantini e che ha portato all’apertura di vari filoni d’indagine, tra i quali quello riguardante le escort».
Secondo l’onorevole Osvaldo Napoli, vicecapogruppo del Pdl alla Camera, l’immane attività audiofonica che punta a incastrare il premier Silvio Berlusconi sarebbe costata ai contribuenti circa 450 milioni di euro, quasi il doppio di quanto lo Stato incasserà dal prelievo fiscale del 3 per cento disposto con l’ultima manovra sui redditi superiori ai 300.000 euro. Non è tutto. Soffermiamoci a considerare anche i tempi richiesti per l’ascolto di oltre 100.000 conversazioni, tralasciando quelli per la loro trascrizione.
Vediamo. Quanto può durare mediamente una telefonata? Mi ha stupito che il giornalista Valter Lavitola, uno degli indagati, riuscisse a trattenere all’apparecchio il capo del governo, in tutt’altre faccende affaccendato, per 5 minuti e 19 secondi. Come lo so? M’è bastato cronometrare una di queste conversazioni, che da ieri è fraudolentemente offerta all’ascolto di chiunque sul sito della Repubblica.
Ora immagino che l’imprenditore Tarantini, ansioso d’impetrare favori a dritta e a manca, avesse bisogno di molto più tempo per convincere i suoi interlocutori. Inoltre i pubblici ministeri pugliesi hanno intercettato anche conversazioni ambientali ed è risaputo come in case e uffici si chiacchieri molto più liberamente e molto più a lungo. Infine si consideri il fatto che la gente del Sud non è di brevità tacitiana nell’esprimersi. Ecco, allora facciamo conto (per difetto) che le intercettazioni depositate agli atti abbiano una durata media di 5 minuti l’una, insomma che siano di 19 secondi più corte rispetto a quella del direttore dell’Avanti! resa di pubblico dominio, la quale con i convenevoli del centralinista e della segretaria di Berlusconi, Marinella Brambilla, in realtà dura quasi 6 minuti.
E del resto che cosa mai potrebbe emergere altrimenti d’interessante, per gli investigatori, da una sequela di monosillabi?
Bene. Dando per buoni i 5 minuti ciascuna, la durata complessiva delle intercettazioni ordinate dalla Procura di Bari si aggirerebbe sui 500.000 minuti, cioè 8.333 ore, cioè 347 giorni.
Quanto impiega un pubblico ministero ad ascoltare una simile mole di conversazioni? Se lavorasse 24 ore su 24, per l’intera settimana, senza mai staccare neppure per mangiare, dormire e andare in bagno, ci metterebbe appunto poco meno di un anno. Qualcuno obietterà: mica deve ascoltarle tutte, gli basta la lettura dei brogliacci. Quando così fosse, male, malissimo.
Se io conducessi un’inchiesta, vorrei vagliare in prima persona tutto quello che i poliziotti o i finanzieri hanno intercettato con le loro diavolerie elettroniche e con le cimici occultate nelle stanze, vorrei sentire l’intonazione, captare le esitazioni nella voce, decifrare le parole incomprensibili, distinguere le affermazioni equivoche. Qualcun altro ribatterà: all’esame delle intercettazioni saranno stati preposti più pubblici ministeri. Così non pare. Infatti nella nota ufficiale che la Procura ha affidato all’Ansa si precisa che, per quanto riguarda il filone escort, la sola pm Eugenia Pontassuglia, diligentemente, «ha provveduto, tra l’altro, ad ascoltare e selezionare, tra tutte le innumerevoli conversazioni intercettate, quelle ritenute rilevanti ai fini dell’accusa». Notare bene: «tra l’altro». Quindi significa che, nel contempo, è stata impegnata in diverse attività d’indagine.
E qui comincio a non raccapezzarmi più. Eh sì, perché da una relazione del Consiglio superiore della magistratura scopro che, per quanto riguarda il monte ore di lavoro annuo della categoria, «si può convenire su una media di 6 ore giornaliere per un totale di 260 giorni lavorativi l’anno», cosicché «il totale del monte ore lavorativo l’anno è pari a 1.560».
Ne consegue che, anche ammesso per assurdo che la Pm di Bari negli ultimi tempi si fosse dedicata esclusivamente all’ascolto delle ipotetiche 8.333 ore di registrazione, ciò avrebbe richiesto 5 anni e 88 giorni di lavoro. Piccolo problema: le prime intercettazioni sui rapporti intrattenuti da Gianpaolo Tarantini e Patrizia D’Addario col premier «sono cominciate a fine 2008» (fonte: Ansa). Perciò i 5 anni e 88 giorni di ascolto avrebbero dovuto concludersi nel 2013 o 2014. Come la mettiamo?
Non basta: «Fino a tutto il settembre 2009», si legge ancora nella nota che la Procura ha consegnato all’agenzia di stampa, «non risultavano trascritte, e alcune neanche ascoltate, le oltre 100.000 conversazioni telefoniche e ambientali effettuate fino all’estate di quell’anno». E qui salta tutta la tempistica, non ci si capisce più nulla.
Anche supponendo che la durata media delle intercettazioni sia più breve, 3 minuti per esempio, sarebbero occorsi circa 3 anni e 2 mesi per ascoltarle tutte, sempre calcolando 6 ore di lavoro quotidiano di un Pm inchiodato a fare quello e soltanto quello. I conti non tornano comunque.
Ignoro se l’avvocato Niccolò Ghedini, difensore del presidente del Consiglio, abbia diritto a farsi consegnare le bobine delle oltre 100.000 intercettazioni, se non altro per sincerarsi che quanto è stato attribuito al suo assistito nelle trascrizioni corrisponda effettivamente a quanto è stato detto.

In tal caso, buon lavoro. Se rinunciasse oggi stesso a tutti i suoi impegni, anche parlamentari, per dedicarsi solo a questa incombenza, bene che vada potrebbe riemergere dalla full immersion sonora nel 2016, più probabilmente agli inizi del 2017. Resta in ascolto, come canta Laura Pausini. L’importante è non restarci secchi.




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Tutti gli uomini di D'Alema all'ombra di Gianpi

di


I politici da Tedesco a Frisullo, i professionisti da Castellaneta a Intini: ecco gli uomini di Baffino in affari con l’indagato. Incontri documentati tra il "re delle protesi" e l'ex premier del Pd. Sul caso D'Addario, D'Alema annunciò una scossa con tre giorni di anticipo



Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica

Ricapitoliamo. Un avvocato molto vicino a Massimo D’Alema, Salvatore Castellaneta, è stato indagato per prostituzione dai pm di Bari perché insieme al terribile Tarantini, avrebbe reclutato, fra le altre, la escort Patrizia D’Addario. Secondo l’ipotesi accusatoria il legale vicino a Baffino puntava a «beneficiare indirettamente dei vantaggi economici che il Tarantini, al quale erano legati da rapporti di affari, avrebbe conseguito attraverso l’aggiudicazione di commesse da parte della società (...) attraverso l’organizzazione delle serate provvedendo alla ricerca e alla selezione delle prostitute nonché alla verifica della loro disponibilità a prostituirsi»
.
Una sorta di passepartout per arrivare al Cav, e da qui al grande business dei grandi gruppi industriali. Le società cui si fa cenno nell’avviso di conclusione delle indagini sono collegate a Finmeccanica, holding con la quale ha rapporti e tenta di fare affari - per il tramite dell’immancabile Tarantini che personalmente foraggia con una consulenza da 150mila euro - un certo Enrico Intini, imprenditore notissimo e vicinissimo a D’Alema.

Che a verbale ammette di aver parlato con un funzionario di Finmeccania, Metrangolo, pure lui destinatario di tre escort via Tarantini. Per la cronaca, e per far quadrare il cerchio, Intini spiega ai pm di aver incontrato Tarantini a settembre 2008 nello studio dell’amico avvocato Castellaneta.  E a proposito di quest’ultimo gli inquirenti fanno notare come, tramite Tarantini, in cambio di escort, «l’avvocato riusciva a ottenere l’incarico di presidente del collegio sindacale della Sistemi e Telematica Spa, società controllata dalla Elsag Datamat, a sua volta facente parte del gruppo Finmeccanica».


Ieri D’Alema ha annunciato di voler querelare il Giornale per le anticipazioni riportate con dovizia di particolari. Dopo qualche anno si è ricordato di dover smentire ciò che è stato sempre dato per acclarato, che Panorama ha rilanciato via web giovedì sera, che persino l’ecumenico Bruno Vespa riporta a pagina 48 del libro Donne di cuori, che il Corriere della sera insieme al Giornale ricordava ancora ieri, e cioè che quando parlò di «scossa» per Berlusconi – riuscendo a prevedere con tre giorni d’anticipo la scossa D’Addario – non era nella masseria dell’avvocato Castellaneta nel Salento bensì a Otranto, nell’agriturismo Terra Rossa. Preso atto della tardiva precisazione dell’ex leader dei Ds, che non smentisce il resto dell’articolo incentrato sui rapporti strettissimi tra Tarantini e i suoi uomini più fidati, andiamo all’amico scomodo di cui D’Alema non parla.

Giust’appunto, l’avvocato Castellaneta, indagato per aver sfruttato «l’attività di prostituzione esercitata a vantaggio di Berlusconi presso la sua residenza romana» non solo attraverso la D’Addario, ma anche di un’altra ragazza considerata «centrale» nell’ipotesi ventilata qua e là del complotto rilanciato a luglio dalla stessa D’Addario, ovvero Barbara Montereale, amica del cuore di Patty, celebre per aver rivelato le confidenze di Patrizia, aver scattato le fotografie della toilette dei bagni di Palazzo Grazioli nonché essere riuscita a farsi candidare per le Comunali del 2009, con la D’Addario, nella lista La Puglia prima di tutto, vicina al centrodestra. 

Il dettaglio non è di poco conto. Seguiteci. Quando D’Alema annuncia la scossa siamo al 14 giugno 2009 (tre giorni dopo scoppierà lo scandalo D’Addario). A Bari si consuma una delicata contesa politica dove l’uscente sindaco Michele Emiliano, diventato dalemiano nel 2004 dopo aver indagato su D’Alema quand’era pm sin dal ’99 per l’inchiesta sulla missione Arcobaleno, se la gioca al ballottaggio. In quel periodo i rapporti fra alcuni importanti dalemiani e il «mostro» Tarantini sono strettissimi. Abbiamo detto di Intini (che conferma tutto a verbale).

Del vice di Vendola, Frisullo (amico personale di Gianpi, che ottiene scorciatoie per i suoi affari in cambio di escort, poi arrestato). Non abbiamo detto dell’ex assessore Alberto Tedesco (un tempo in società coi Tarantini, poi finito nell’inchiesta sulla malasanità) che si salva dall’arresto grazie al sacrificio dell’altro dalemiano Paolo Di Castro, che gli lascia lo scranno al Senato facendosi eleggere all’Europarlamento. Non abbiamo detto niente di Roberto De Santis, ombra del lìder Massimo, amico fraterno di Gianpi, presente agli incontri al ristorante e in barca fra Tarantini e D’Alema. Quel giorno, tra Gaeta, Ventotene e Ponza, Tarantini è sul battello dell’imprenditore barese Francesco Maldarizzi, amicissimo di D’Alema che è in rada a bordo del suo Ikarus.

Tra gli invitati c’è anche Giuseppe Fortunato, dalemiano, di lì a poco rappresentante di Finmeccanica a Mosca. D’Alema e Tarantini si incrociano al ristorante il Tramonto. Non sappiamo se i due si parlano. D’Alema giura di no. Come giura di non essersi accorto dell’amico dei suoi più stretti amici in occasione della cena elettorale al ristorante la Pignata di Bari il 28 marzo 2008, pagata da Tarantini e organizzata dal dalemiano Michele Mazzarano, coinvolto in un’inchiesta collegata a Gianpi. Oltre a D’Alema, c’è anche il sindaco Emiliano. Entrambi giurano di essere stati pochi minuti. «Portai via D’Alema non appena trovai nel locale Tarantini» rivela Emiliano, che su Gianpi indagò quand’era pm.

Tarantini la racconta in un altro modo: «La cena l’ho offerta io, e tutti nel partito ne erano a conoscenza, compreso il sindaco Emiliano che ha partecipato a tutta la cena andando via solo alla fine». E D’Alema sapeva? «D’Alema sapeva perfettamente chi ero io e tutti nel partito ne erano a conoscenza anche perché, uno dei suoi amici più cari, De Santis, è uno dei suoi più stretti collaboratori”. A essere disonesti uno dovrebbe pensare a chissà cosa leggendo la recente intercettazione tra Tarantini e Lavitola nella quale il primo racconta non solo che «a 30 anni ero a cena con Berlusconi» ma che «a 20 andavo in barca con D’Alema».


Così come si potrebbe fare dietrologia spicciola su ciò che ruota intorno al presunto complotto denunciato a luglio dalla D’Addario (e sul quale indaga la procura): «Mi hanno obbligata a consegnare le cassette con le registrazioni, così come sono stata costretta a dichiarare di essere una escort – ha dichiarato a Libero - mi venne imposto di rilasciare decine e decine di interviste, a cominciare da quella concordata dal mio avvocato con il Corriere, per fare esplodere lo scandalo».

L’avvocato in questione - che ha smentito tutto e rimesso il mandato - è Maria Pia Vigilante, vecchia amica dell’ex pm Alberto Maritati che dopo aver indagato sui finanziamenti illeciti a D’Alema da parte del re delle cliniche Cavallari (finanziamenti ammessi da D’Alema, reato cancellato perché coperto da amnistia) chiese il proscioglimento dell’indagato e anni dopo è diventato senatore e sottosegretario al governo D’Alema.

L’avvocato per come è stato ripetutamente scritto (anche da Vespa), è molto amica della caporedattrice del dorso barese del Corriere sospettata di aver avuto un ruolo decisivo nella pubblicazione dei verbali di Tarantini e Berlusconi che solo la procura barese, e la Gdf, potevano avere. Nell’indagine sulla fuga di notizie, più precisamente nell’ultima perizia tecnica, è finito proprio il pm Scelsi, ex titolare dell’inchiesta, che poi accuserà Laudati d’aver insabbiato le intercettazioni. O meglio è finito il suo pc, rimasto acceso e senza password, dal quale sono stati estratti i verbali top secret. Per la fuoriuscita è stato però incolpato un tecnico informatico, non dalemiano.




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Fermata in bici dopo aver bevuto: sospesa la patente dell'auto

Il Mattino di Padova

Via Gattamelata: multa di 500 euro per Nerea Hernandez, una 24 enne di Madrid in città da meno di due mesi, stava tornando a casa in bicicletta con un'amica sulla canna. Ma all'alcol-test ha raggiunto lo 0,66di Enrico Albertini


PADOVA. Una multa di 500 euro con la sospensione della patente di guida. Il motivo? La conducente del veicolo superava, seppur di poco, il limite consentito di alcol nel sangue. Il clamore della notizia sta proprio nel tipo di veicolo: Nerea Hernandez, una 24 enne di Madrid in città da meno di due mesi, stava tornando a casa in bicicletta con un'amica sulla canna. Il tutto sabato notte.«Rincasavo dopo una serata con amici nelle piazze - spiega Nerea - una serata normale: avevo bevuto tre spritz. A mezzanotte e mezza sono stata fermata dalla polizia stradale in via Gattamelata, all'altezza dell'incrocio con via Facciolati. E mi hanno fatto l'alcoltest».

Dal 2 luglio 2009 la legge sulla sicurezza varata dal Parlamento ha introdotto la novità: qualsiasi infrazione commessa in moto o in bicicletta prevede ripercussioni dal punto di vista del codice della strada. Una decisione che a suo tempo aveva fatto e continua a far molto discutere: si crea una disparità con chi non ha la patente di guida, salvandosi in caso di infrazioni commesse in motorino o bicicletta. «Non ne sapevo niente: quando i poliziotti mi hanno chiesto se avevo bevuto qualcosa, ho risposto subito sì - ricorda Nerea - non pensavo certo mi facessero l'alcoltest: procedevo piano e regolarmente».

Invece ecco il doppio controllo: a mezzanotte e 34 minuti il tasso di alcol nel sangue di Nerea era 0,66, qualche minuto dopo arrivava a 0,69. Poco più del limite fissato dalla legge di 0,50. I poliziotti sono stati inflessibili: per Nerea è scattata la multa di 500 euro, con sospensione della patente. Nerea è rimasta a dir poco sbigottita. «Penso che ci dovrebbe essere più informazione su questa legge, io non ne avevo mai sentito parlare - spiega - poi non so cosa dovrei fare: a quell'ora autobus non ce ne sono, il taxi non lo posso certo prendere tutte le sere, devo prendere la bici per tornare a casa».

Nerea dal 7 luglio sta facendo il servizio di volontariato europeo in città nell'ambito del sociale. Lavora in zona Altichiero e a Ponte San Nicolò: per spostarsi usa i mezzi pubblici, di giorno. La ragazza chiede più buonsenso nei controlli. «Non contesto la multa e la sospensione della patente: se la legge è questa non ci si può far niente. Però mi pare che non sia una legge giusta: penso a quante persone si muovono in bici a Padova: ho provato a chiedere di tramutare la sanzione in ore di lavoro utili, ma non si può».

Ad assistere alla scena c'erano i volontari dell'associazione Mimosa che stanno collaborando con il Comune di Padova per raccogliere dati e fare interviste ai fermati. «Non vorrei che la presenza di queste persone avesse reso più zelanti gli agenti: non credo che si fermino spesso le biciclette. Andare in bicicletta non è come andare in automobile, mezzo con il quale si possono creare molti più pericoli».



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Gli ex Br a Parigi ora non sono più al sicuro

di


Concessa l’estradizione per due terroristi tedeschi reduci degli anni ’70. Berlino gli ha dato la caccia per 22 anni. Oggi sono dei vecchietti, ma nel 1975 assalirono un summit dell'Opec



Li hanno presi ieri di buon matti­no, impacchettati e consegnati alla Germania, alla Bundesrkimina­lamt che dava loro la caccia da una vita. Sonia Suder e Christian Gau­g­er sono due vecchietti dall’aria in­nocua: lei 78 anni ben portati, lui settanta,un po’ più malfermo in sa­­lute, ma reso in qualche modo sba­razzino dalla lunga treccia bianca. I fatti di terrorismo per cui erano ricercati si perdono nella notte remo­ta degli anni di piombo tedeschi, quando la Rote Armee Fraxtion e i suoi epigoni seminavano morte. Sonia e Christian svanirono nel nul­la poco prima di essere arrestati, a Francoforte, un mattino del 1978.
In Francia hanno vissuto nel nulla, campando di bancarelle ai mercati di antiquariato. Si sono, come si suol dire, rifatta una vita. Ma la giu­stizia tedesca ha la memoria lunga. Eppure i due vecchietti avrebbero av­uto ancora vita serena per chis­sà quanto, se in Francia avesse avu­to ancora valore la «dottrina Mitter­rand», quella che riconosceva dirit­to d’asilo ai «rifugiati politici», e che per anni fece della repubblica trans­a­lpina la seconda patria dei terrori­sti rossi di tanti paesi.
Ma sotto Sarkozy, tra mille tentennamenti e sfidando le ire degli intellettuali gauchistes , la «dottrina» sta finen­do progressivamente in soffitta. Ora, la consegna alla Germania del­la coppia Suder-Gauger suona co­me un campanello d’allarme per l’intera comunità dei «rifugiati». Compresi i tanti italiani che a Parigi e dintorni vivono indisturbati, no­nostante i mandati di cattura per condanne ormai definitive: come Giorgio Pietrostefani, il dirigente di Lotta Continua che armò la ma­no degli assassini del commissario LuigiCalabresi. É una comunità fol­ta e ben radicata, quella degli «esu­li» nostrani.
Ma anche per loro, sembra dire la riconsegna dei due tedeschi, l’epoca della tranquillità è finita.Tant’è vero che tra i primi a lanciare su internet la protesta per la decisione francese è ieri Oreste Scalzone, che della colonia italiana a Parigi fu a lungo portavoce. Gauger e la Suder riuscirono a re­stare praticamente invisibili per 22 anni. Nel 2000, forse grazie ad una soffiata, vennero individuati e fer­mati dalla polizia francese, ma per altri undici anni hanno schivato la riconsegna alla Germania anche grazie a una intensa campagna di stampa.
Tra gli argomenti che i sim­patizzanti di Gauger e della Suder hanno messo in campo in questi an­ni per salvarli dall’estradizione c’è il tanto tempo trascorso dai delitti di cui sono accusati, che sarebbero pertanto coperti dalla prescrizio­ne. Ma almeno uno, il più grave e in­quietante di quei crimini, per la leg­ge tedesca non è affatto prescritto.
Ed è quella impresa, verosimilmen­te, che aiuta a capire l’ostinazione con cui il governo di Berlino ha per anni seguito le tracce dei due fug­giaschi. Sia Gauger che la Suder sono ac­cusati di avere fatto parte delle Re­volutionaerenZellen( CelluleRivo­luzionarie), un gruppo nato dalla scissione della Raf: e di cui si è parla­to di recente in Italia a proposito della strage di Bologna, perché un dirigente delle Rz, Thomas Kram, era presente nel capoluogo emilia­no il giorno dell’attentato, il 2 giu­gno 1980. Gauger e la Suder sono stati condannati per una serie di at­tentati dinamitardi compiuti dalle Rz.
Ma la Suder è accusata dalla giu­stizia tedesca di una impresa ben più sanguinaria, nata dalla siner­gia ( ben radicata in quegli anni) tra l’ultrasinistra armata tedesca e il terrorismo di matrice palestinese e mediorientale. Quella che oggi è un’anziana e tranquilla signora, se­condo le autorità tedesche, prese parte alla preparazione dell’attac­co al summit dell’Opec, l’organiz­zazione dei paesi produttori di pe­trolio, a Vienna il 21 dicembre 1975.

A condurre l’azione il terrori­sta più famoso del mondo, Ilich Ra­mirez Sanchez detto Carlos, reclu­tato- secondo la versione più accre­ditata - dal dittatore iracheno Sad­dam Hussein per regolare i conti con i rappresentanti dei paesi arabi moderati. Nell’attacco, vengono uccisia sangue freddo una guardia, un ministro libico, e (per errore) il delegato iracheno che faceva da tal­pa. Poi i terroristi riescono a fuggire con tutti i delegati Opec in ostag­gio. Accanto a Carlos, in quella im­presa, c’erano i tedeschi delle Cellu­le Rivoluzionarie.



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Anche la Costamagna epurata: non sarà su La7 Ma il Cavaliere non c'entra e nessuno s’indigna

di


Oggi parte "In onda": Nicola Porro e Luca Telese si "scontrano" nel talk politico, ma non ci sarà la giornalista. A lei però è negato il titolo di martire. Perché Berlusconi non c’entra



Ma, scusate, perché nessuno si straccia le vesti per la povera Luisella Costamagna? Perché nessuno grida alla censura per la bionda giornalista de La7 che non va più «In onda»? Perché la cacciata di Santoro e Dandini diventa un problema più urgente della crisi economica e invece quella della bella anchorman, per giunta spodestata da un giornalista di destra, per giunta «berlusconiano», per giunta vice direttore del giornale (questo) della real casa, passa sotto tono? Si risponderà: un conto è che la censura la faccia una televisione pubblica pagata con i soldi di tutti, un conto che lo faccia una rete privata.
Eh, no, risposta sbagliata: il mancato arrivo di Santoro alla privatissima La7 ha fatto ancor più casino dell’uscita del medesimo dalla Rai. Boh, sarà che pure i martiri sono divisi tra serie «A» e serie «B», sta di fatto che Luisella è stata - e pure bruscamente - tolta dalla sua scrivania della trasmissione In onda e da questa sera al suo posto, accanto a Luca Telese, siederà Nicola Porro, che, appunto, i nostri lettori conoscono bene. Ma, si dirà, proprio voi del Giornale state a sollevare questo problema? Dovreste solo gioirne e fare gli auguri di rito al vice direttore. Vero. Il fatto è che la fine della povera Luisella, per cui nessun politico ha speso una riga di Ansa, ci ricorda che forse certe battaglie sono un tantino ipocrite.
Ma, scusate ancora, in Rai si strepita contro lo «smantellamento» di Raitre, contro la «normalizzazione dell’azienda» voluta da Berlusconi in persona e per La7, dove dichiaratamente si è andati a caccia di giornalisti di destra per «riequilibrare» una rete troppo sbilanciata a sinistra con tutti quei fighetti di Lerner, Mentana, Gruber e pure, in ultimo, Formigli, non ci si scandalizza? Intendiamoci, mica siamo qui a gufare contro il nostro vice direttore (ci mancherebbe, ne va pure del nostro stipendio), ma siamo in attesa di sapere che ruolo verrà assegnato alla brava, preparata e iper-scrupolosa giornalista torinese. Che, fatta fuori da una prima serata, non è prevista in nessuno spazietto del palinsesto in autunno e chissà in primavera.
Sono gli stessi Porro e Telese a confermare la linea dell’ad di Telecom Italia media Giovanni Stella (che da par suo, burbero com’è, non lo nega di certo). Scusa, Nicola, è vero che sei stato chiamato a In onda per controbilanciare la rete? (gli chiediamo inseguendolo in ufficio, consapevoli degli sberleffi conseguenti a un’intervista al proprio vice direttore). «I vertici de La7 sono ben consapevoli che gli italiani sono divisi al 50 per cento tra chi sostiene la sinistra e chi la destra», risponde dicendo in pratica di sì. E, Telese (raggiunto telefonicamente visto che lavora per il Fatto quotidiano e non più per il Giornale), conferma: «Alla rete sembrava giusto avere in trasmissione due conduttori con idee contrapposte».
Perfetto, dunque la Costamagna è stata fatta fuori perché è troppo di sinistra, come Telese... Altro che incompatibilità di carattere con lo stesso Telese (che comunque c’è tutta: i due si detestano). In definitiva, da stasera, a In Onda (ore 20,30, su La7, versione invernale al sabato e domenica) si affronteranno con lingue taglienti il «rosso» Luca contro l’«azzurro» Nicola. Visioni politiche diametralmente opposte, quindi più voci, più pluralismo, più equilibrio. Insomma, alla Rai sono dei dilettanti: a La7 riescono a far fuori una donna e pure comunista... senza colpo ferire. Ci aspettiamo che ora Luisella si metta a strepitare, a gridare allo scandalo e raggiunga veloce il suo mentore Santoro (con cui mosse i primi passi a Moby Dick) per realizzare il nuovo network «più libero che ci sia».
Se no, scusate, il mondo è proprio capovolto.




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Il mio telecomando contro gli antipatici

Corriere della sera

Dai divi tv ai politici, i dieci «inascoltabili»

Uno speciale telecomando, promette di silenziare le voci "sgradite". Voi per chi lo usereste?



A Brooklyn un tizio che si chiama Matt Richardson ha inventato (oggi lo porterà alla Maker Faire degli inventori di New York) il telecomando silenziatore fai-da-te che di fatto mette a tacere i personaggi della tv ritenuti antipatici. La sua lista degli imbavagliati va da Sarah Palin a Paris Hilton, da Donald Trump a Kim Kardashian. Il telecomando, una volta impostato, riconosce la voce antipatica e le chiude la bocca (per ora per 30 secondi).

È un telecomando dall'udito finissimo che prende nota delle stupidaggini origliate e impone il silenzio.
Immagino che ognuno di noi abbia la sua lista di inascoltabili, un piccolo elenco da sacrificare sull'altare del gioco, un ombrello che ci protegge dalle piogge acide di parole che ogni giorno il televisore riversa dal piccolo schermo. Se mi accingo a compilare questa piccola, personale Silence List (in ordine alfabetico) è solo perché il silenziato ha qualcosa di letterario che lo rende amorevole e insieme patetico, un predestinato al sacrificio.

Funzione del sacrificio è appunto quella di placare le violenze intestine, impedire la conflittualità casalinga, immolando uno solo per tutti.

Renzo Bossi Detto il Trota.
Non è elegante prendersela con i bambini, ma lui ormai è un affermato dirigente politico che, secondo i sacri dettami della Lega, si è fatto strada da solo. Lo silenzierei solo per lo scempio che fa della grammatica.

Daniele Capezzone
Ex radicale, interviene a ogni piè sospinto in qualità di portavoce di Forza Italia. Sempre con asprezza, con un'arietta tagliente che non ammette repliche, con la violenza assordante del convertito.

Massimo D'Alema
È il politico italiano che più di ogni altro ama farsi odiare. Sempre altezzoso, sempre indisponente anche quando ha ragione. Il tono della sua voce è così sprezzante che merita un cordiale switch off.
Barbara D'Urso Nostra Signora del Trash meriterebbe un anno sabatico di silenzio assoluto. Nessuna banalità la trattiene, nessun caso umano la impietosisce: nel suo salotto il tema della discussione è indifferente, l'importante è farsi notare.

Maurizio Gasparri
La logorrea gli fa un baffo. È diventato famoso con una legge che porta il suo nome ed è la prima volta che una legge un po' si vergogna. Spegnerei lui ma lascerei libertà di parola all'imitazione di Neri Marcorè.

Massimo Giletti
Scuola Minoli, ha quell'ipocrisia di far credere allo spettatore di stare affrontando un problema fondamentale per la vita del paese, sapendo bene che non c'è alcun bisogno di credere a una verità per sostenerla.

Niccolò Ghedini
L'onorevole Niccolò Mavaà Ghedini è sempre in tv a difendere il premier. Questa la sua attività principale, oltre quella di riequilibrare le presenze in studio di sinistra. Quando parla del suo capo è come se sentisse le voci. Per questo è meglio attenuare la sua.

Beppe Grillo
Con la sua voce sgradevole si è specializzato nel monologo, tendenza invettiva. Anzi, nel soliloquio. È uno che di mestiere fa l'antipatico per attirarsi le simpatie.

Pino Insegno
Quando faceva il comico non è mai riuscito a far ridere alcuno. Il suo modo romanesco di fare tv rispecchia il conformismo che regna nella tv generalista.

Massimo Mauro
È l'unico per cui non ho bisogno del telecomando di Mr Richardson. Come lo sento cambio canale. Avesse un'idea, la sapesse esprimere! Non basta aver fatto il presidente del Genoa e aver giocato con Platini, Zico e Maradona per essere all'altezza del discorso.



17 settembre 2011 09:27



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Comitini: il paese dei dipendenti pubblici

Corriere della sera


64 impiegati e 960 anime. Il New York Times lo ha scelto per raccontare «la tragedia del sistema-Italia»



Comitini, in provincia di Agrigento
Comitini, in provincia di Agrigento
MILANO - Un piccolo paesino siciliano usato come specchio per raccontare le difficoltà economiche del Belpaese. Rachel Donadio, la corrispondente da Roma del New York Times, per narrare la vicissitudini finanziarie che stanno mettendo a rischio i conti pubblici italiani, è sbarcata a Comitini, cittadina di 960 anime nella provincia di Agrigento. In questo borgo, dove non ci sono problemi di traffico e le poche stradine risultano essere sempre libere, lavorano nove vigili urbani (uno a tempo pieno e otto part-time) e sessantaquattro persone sono alle dipendenze del Comune. Uno spreco di denaro pubblico che ha tenuto in vita l'economia di Comitini, permettendo negli ultimi anni ai residenti di non emigrare (nel 1901 la cittadina contava 3000 anime). Ma in tempi di austerità per l'Italia e l'Europa, sembra non essere più sostenibile.

GLI SPRECHI E LA CRISI - In un bar del paesino siciliano la giornalista del quotidiano americano incontra due vigili in divisa che invece di essere in strada, bevono tranquillamente il caffè seduti a un tavolino: «Lavori come questi mantengono viva la città», si giustifica Caterina Valenti, uno degli ausiliari al traffico che guadagna circa 800 euro al mese per un lavoro di 20 ore alla settimana - Vedi, stiamo seduti qui al bar e aiutiamo l'economia locale». Nella chiesa principale della città si sta per celebrare un matrimonio e non sono pochi gli automobilisti che parcheggiano in zone vietate. Ma gli ausiliari fanno finta di niente e non multano i trasgressori: «Evitiamo di multarli - spiega la quarantunenne Valenti - Qui ci conosciamo un po’ tutti, è una città così piccola». Il New York Times afferma che Comitini è solo una delle tante città italiane che spreca denaro pubblico in cambio di lavori inutili e clientelari. Il voto di scambio - male atroce della Prima Repubblica - è ancora una realtà in diversi luoghi della penisola. «Questa cattiva gestione delle risorse pubbliche – racconta il quotidiano della Grande Mela - sta strangolando l'Italia e le altre economie in difficoltà in tutta Europa».
IL SINDACO - Nonostante ciò, c'è chi come Nino Contino, sindaco di Comitini dal 2002, non sembra affatto preoccupato della crisi: «So bene che 60 lavoratori comunali in una città di 1000 abitanti sono molti - dichiara il primo cittadino - Ma se non gli avessimo offerto un lavoro, queste persone sarebbe emigrate, magari in America. Avremmo sessanta persone e sessanta famiglie che cercano un'occupazione altrove. A pagarli non è il Comune, ma la Regione e lo Stato». Adesso con i tagli imposti dalla nuova finanziaria c'è chi in città teme la perdita del posto di lavoro, ma il sindaco rassicura: «Non penso che ci siano reali rischi - dichiara Contino - Qui, c'è la cultura di mantenere i posti di lavori. La politica dalle nostre parti è qualcosa di molto relativo»



Francesco Tortora
16 settembre 2011 21:07



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A Berlusconi è rimasto solo l'amico comunista

Ragazzo esce dalle favole a Berlino: viveva nella foresta, parla solo inglese

Il Messaggero


LONDRA - Chi l'ha visto? E soprattutto, qualcuno sa chi è? Un teen-ager è entrato in municipio a Berlino parlando solo inglese e raccontando di aver vissuto per cinque anni nella foresta con il padre. Ma il padre sarebbe morto e il ragazzo, dopo averlo sepolto sotto un tumulo di pietre, con una bussola si è messo in camino verso la capitale. Ha il sapore di una favola inquietante dei fratelli Grimm la misteriosa vicenda di cui si occupa oggi di rimbalzo il Times sul suo sito online.

L'adolescente, di una età tra i 16 e i 18 anni, non ha dato elementi alla polizia che possano identificarlo se non il nome, Ray. Ha detto anche che il padre si chiamava Ryan. «Prendiamo la sua storia sul serio e abbiamo fatto appello ad altre polizia in Europa per vederci chiaro», ha detto un portavoce la polizia berlinese. Non è chiaro se Ray sia cittadino britannico a dispetto del suo ottimo inglese, perchè parla anche qualche parola di tedesco. Il ragazzo ricorda mozziconi del suo passato se non il nome della madre, Doreen.

Col padre sarebbero andati a vivere nella foresta dopo che lei è morta, cinque anni fa. «Abbiamo mandato appelli attraverso l'Interpol», ha detto Michael Maass, il portavoce della polizia: «Non abbiamo la più pallida idea da dove venga». Maass ha detto che il ragazzo è emerso dai boschi il 5 settembre: lui e il padre vivevano in tende o capanni trovati nella foresta.

«Ryan gli aveva detto che, se gli fosse capitato qualcosa, doveva prendere la bussola e andare a nord. Ed è quello che apparentemente ha fatto, camminando per due settimane fino ad arrivare a Berlino».

Il ragazzo è stato visitato dai medici che lo hanno trovato in buona salute. Non ci sarebbero tracce di abusi o violenze: «Non pensiamo che sia stato commesso un delitto», ha detto Maass.

Venerdì 16 Settembre 2011 - 22:53




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Il pentito stuprava le figlie e il Tar lo risarcisce

di

Sentenza paradossale nel Lazio. Le violenze nei confronti delle tre figlie sono avvenute mentre il pentito era inserito nel programma di protezione. E i giudici obbligano lo Stato a versargli 60mila euro per "reinserimento sociale"



Roma Ha violentato le tre figlie minorenni mentre era nel pro­gramma di protezione ed è stato condannato a 15 anni, ha poi con­fessato un omicidio, ma è un penti­to e i suoi delitti non cancellano i diritti del suo status tutto speciale. Per il Tar del Lazio, lo Stato deve ugualmente concedergli una lau­ta buonuscita per favorire il suo «reinserimento sociale», qualco­sa come 50-60 mila euro.
La sor­prendente sentenza del 18 luglio scorso accoglie, in parte, il ricorso del collaboratore di giustizia con­tro il ministero dell’Interno. É solo l’ultimo atto di un brac­ci­o di ferro tra giudici amministra­tivi e Viminale: a giugno, sempre il Tar laziale ha annullato il provve­dimento con il quale la Commis­sio­ne centrale per i testimoni e col­laboratori di giustizia negava un anno fa a Gaspare Spatuzza il pro­gramma di protezione. Motivazio­ne? L’ex capomafia di Brancaccio ha fatto sì rivelazioni «a rate», ma il limite di 180 giorni previsto dal­la legge vale solo per quelle su fatti conosciuti direttamente e non su quelli riferiti da altri. Ma torniamo all’ultima storia, quella del pentito pugliese Giu­seppe Saccente, entrato sotto l’ala protettiva del Viminale nel­l’aprile 1999, dopo aver iniziato a collaborare con la Dda di Bari. Co­me succede sempre in questi casi, cambia identità e regione e, con tutta la famiglia, inizia una nuova vita, stipendiato dallo Stato. Nel 2003, però, la moglie lo de­nuncia per violenze carnali nei confronti delle figlie.
I pm indaga­no, si arriva al processo e 5 anni do­po, a giugno 2008, il tribunale di La Spezia lo condanna a 15 anni. Gli abusi sarebbero stati compiuti tra il 1993 e il settembre 2003, an­che mentre era sottoposto al pro­gramma di protezione. Il fatto è eclatante, i reati gravis­simi. E, visto che essere pentiti non vuol dire godere dell’impuni­tà ma anzi impone una condotta esemplare, a settembre si mette in moto la macchina per togliere a Saccente lo status di pentito. L’uscita dal programma specia­le di protezione appare scontata, ma la questione è: deve ugualmen­te avere la liquidazione prevista dalla legge per aiutarlo a reinserir­si nella società? La «capitalizzazio­ne » prevede tra i 2 e i 5 anni di asse­gno di mantenimento (800 euro) più un forfait di 10 mila euro per la casa. Vuol dire tra i 30 e i 60 mila eu­ro, a seconda di quanto è preciso il progetto per il futuro lavoro.
La Commissione centrale chie­de due pareri: la Dda di Bari è per la liquidazione; la Direzione na­zionale antimafia invece no, per­ché Saccente ha violato uno dei precisi obblighi previsti per i penti­ti. Via dal programma senza buo­nuscita, decide il 24 giugno 2009 la Commissione Centrale. Ma Sac­cente ricorre al Tar e chiede l’an­nullamento della delibera, basata su erronee ed illegittime determi­nazioni ». Due anni dopo i giudici amministrativi discutono il caso e nel frattempo sono stati informati dal ministero dell’Interno, attra­verso tutti i documenti del caso, che l’expentito ha aggravato e non di poco la sua posizione. A dicembre 2010, infatti, è stato condannato in via definitiva dal tribunale di La Spezia per le violen­ze sessuali e ha deciso di scappa­re, cercando di procurarsi un pas­saporto falso.
Il 7 gennaio è stato arrestato dalla polizia e ha confes­sato un omicidio volontario. Nel mezzo di una discussione ad Alghero, tra pomodori e una scatola di tonno, ha afferrato un coltello da cucina e ha ucciso con più colpi l’amico portoghese che doveva appunto procurargli i do­cumenti per l’espatrio. Di che altro c’è bisogno, si dirà, per sbattere fuori dal programma senza una lira di gratificazione, un tipo del genere? E invece le cose non vanno così. Per il Tar del Lazio la revoca dal programma è incontestabile, mancano però le necessarie «valu­tazioni discrezionali » che giustifi­chino il no alla liquidazione. E il ri­corso viene accolto parzialmente. Saccente, violentatore e omici­da, avrà dunque il suo premio fina­le da pentito?



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Da Annozero un danno per la Mito"

La Stampa


        
Michele Santoro

I periti del tribunale sulla causa avviata dal Lingotto contro la Rai



ALBERTO GAINO
TORINO

Iconsulenti tecnici del Tribunale di Torino danno ragione a Fiat contro Annozero, ma contengono il danno di immagine che il gruppo ha ritenuto di aver subito. Prima relazione di consulenza tecnica nel giudizio civile promosso da Fiat Group Automobiles contro Rai e Santoro per il servizio dedicato alla prova di velocità fra un’Alfa Romeo Mito, una Mini Cooper ed una Citroën DS3 organizzata nell’autunno 2010 dal mensile Topgear sul circuito di Varano. In 63 pagine i consulenti rispondono agli otto quesiti posti loro dal tribunale e le conclusioni, punto per punto, sono chiare. Alla fine scrivono: «Per la ritenuta idoneità alla lesione di immagine, individuiamo quale valore economico coinvolto un importo pari a 1,75 milioni di euro».

Gli avvocati di Fiat Group Automobiles, Michele Briamonte e Marco Carbonaro, sostennero nel ricorso presentato a dicembre che era stato del tutto inappropriato il commento dell’autore del servizio, Corrado Formigli: «La Mito si è beccata 3 secondi dalle altre». E contestarono la citazione «in forma di spezzatino» di un precedente servizio di Quattroruote: «La prova su strada condotta dalla rivista non era incentrata sulla velocità di percorrenza sul giro o, almeno, non solo. Era, infatti, finalizzata a confrontare, valutare e giudicare una vasta serie di parametri ed elementi delle tre auto, in base ai quali Mito ricevette il punteggio complessivo più alto. Si trattava delle prestazioni tecniche di ripresa e frenata, consumi, prezzi, comfort dell’abitacolo e del posto di guida, accessori, dotazioni di sicurezza».

I legali conclusero chiedendo 20 milioni di danni. Adesso i professori Francesco Profumo, Federico Cheli e Salvatore Vicari, esaminate le memorie delle parti, scrivono: «Il test di Annozero non può essere ritenuto tecnicamente valido per confrontare differenti vetture anche in considerazione della mancata indicazione di dati sulle motorizzazioni e sugli allestimenti delle stesse». Importante il quinto quesito: «Tenuto conto dei non contestati dati Auditel di un ascolto della trasmissione televisiva del 2 dicembre 2010 da parte di circa 5 milioni di spettatori... dicano i consulenti se i giudizi negativi espressi abbiano influito sull’immagine della Mito sul mercato italiano..». La risposta è affermativa, «poiché l’informazione veicolata nel corso dell’informazione è incompleta e parziale e quindi atta a indurre nel telespettatore medio una percezione errata del confronto tra le autovetture».

«L’informazione ha generato un danno di immagine per l’Alfa Romeo Mito che si è manifestato in un cambiamento di percezione dei clienti, pari all’1,2% dei telespettatori, coerente con l’inversione nel trend di risultati in termini di minori immatricolazioni». E precisano, in relazione al successivo quesito: «Non vi sono elementi che facciano ritenere che il contenuto tecnico della trasmissione Annozero sia stato idoneo a determinare una perdita di immagine di una casa produttrice come il Gruppo Fiat, se non nei limiti del danno sofferto dal marchio Alfa Romeo Mito». Aggiungono: ««Non vi sono riscontri per ritenere che l’Alfa Romeo e la Fiat Auto per estensione abbiano sofferto una perdita significativa d’immagine, se non - ribadiscono - nei limiti del danno sofferto dal marchio Alfa Romeo Mito».




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Ritorna l'incubo dell'Hadopi

La Stampa

Anna Masera

Presentato un progetto di legge per proporre di tagliare l'accesso a Internet a chi scarica gratis brani coperti da copyright
L'amico Stefano Quintarelli mi segnala che c'è un progetto di legge depositato dal Pdl il 26 luglio per importare dalla Francia l'Hadopi.

La proposta di modifica degli articoli 16 e 17 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, "in materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi della società dell'informazione e per il contrasto delle violazioni dei diritti di proprietà industriale operate mediante la rete Internet", assegnata alla X Commissione delle Attività Produttive lo scorso 12 settembre, è stata presentata da ben 19 deputati (i loro nomi sono nel frontespizio).

Giustamente nel suo blog Quintarelli, ex Internet provider lui stesso, si preoccupa della proposta di applicare "filtri tecnicamente adeguati" in grado di bloccare le comunicazioni e controllare preventivamente le pubblicazioni, che in ultima analisi significa dare la responsabilità dell'eventuale pirateria degli utenti agli Isp.

Ma la parte più antipatica del progetto di legge, che rischia di passare inosservata nel marasma politico di questo caldo autunno che ci attende, è questa frase, verso il fondo, che chiede "la sospensione della fruizione dei servizi dei destinatari di tali servizi che pongono in esame violazioni dei diritti di proprietà industriale per evitare che siano commesse nuove violazioni della stessa natura da parte degli stessi soggetti", che è proprio l'essenza della legge Hadopi in Francia.

In un Paese come il nostro dove sarebbe auspicabile che il governo, la classe politica intera, accelerasse gli sforzi e gli investimenti per garantire l'accesso a Internet a tutti i cittadini che pagano le tasse, non si sente proprio la necessità di leggi mirate invece a "sospendere il servizio" per favorire interessi privati.  






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Squillo di lusso denunciate al fisco: reddito zero ma ville e auto prestigiose

Il Messaggero

Un centinaio di professioniste invisibili all'Agenzia delle Entrate sono state individuate partendo dalle "offerte" su internet




VICENZA - Monitorando le "offerte commerciali" diffuse via internet, le fiamme gialle di Vicenza sono risalite all'identità di oltre un centinaio di donne, prevalentemente straniere, che si prostituivano in diverse località del territorio vicentino oltre che in altre province italiane, riscontrando, nella gran parte dei casi, discrasie molto evidenti tra i redditi dichiarati e i relativi indici di capacità patrimoniale.

Le prostitute, le escort e le accompagnatrici che pur dichiarando poco o nulla al fisco hanno un tenore di vita milionario provengono dai Paesi dell'Est Europa, del Sud America e dell'Estremo Oriente asiatico, con qualche 'protagonista' italiana. Ad indicarne l'origine geografica, la Guardia di finanza di Vicenza che nell'operazione "Hot Nights" ha calcolato un giro d'affari che a livello nazionale, raggiungerebbe un valore compreso tra uno e cinque miliardi di euro all'anno.

Solo nel vicentino sarebbero centinaia le 'signorine', che praticamente invisibili al fisco risultano proprietarie di beni patrimoniali di ingente valore, di immobili di pregio in note località turistiche italiane, auto di lusso (Porsche, BMW, Mercedes, Land Rover, Jaguar, ecc.), orologi di pregio (Rolex, Cartier, ecc.) e molti soldi impiegati anche per sottoscrivere assicurazioni sulla vita e capaci di inviare significative somme di denaro all'estero, anche per il tramite del canale finanziario dei money transfer.

In qualche caso le donne, ufficialmente prive di reddito, arrivavano ingenuamente a denunciare furti di parecchie migliaia di euro perpetrati magari all'interno delle loro ville (sempre frutto di donazioni di amici) o la sparizione di borsette contenenti preziosi per svariate migliaia di euro.

Tra le storie emerse è stata identificata una donna italiana di circa 40 anni che, pur non avendo mai presentato alcuna dichiarazione dei redditi, nel 2008 aveva acquistato un immobile del valore dichiarato di 270.000, euro senza dover accedere ad alcuna forma di finanziamento o di mutuo. In un altro caso, una giovane dell'Est Europa, già da anni stabilitasi in Italia, indicava nei propri annunci di poter "ricevere" i propri clienti, indistintamente, in numerose città, come Milano, Roma, Montecarlo, Parigi, New York e, naturalmente, Vicenza.

Le incongruenze reddituali sono state portate all'attenzione di nove diversi Uffici dell'Agenzia delle Entrate, con sede in 4 diverse regioni italiane, competenti in relazione alle residenze anagrafiche delle interessate.

Sabato 17 Settembre 2011 - 11:46    Ultimo aggiornamento: 11:57




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Fa flop l'inchiesta che ispirò «Gomorra» Non luogo a procedere per i 95 imputati

Corriere del Mezzogiorno


Ostacoli burocratici hanno rallentato l'iter giudiziario: errori di notifica, rinvii e astensioni dei penalisti


Una scena del film «Gomorra»
Una scena del film «Gomorra»

NAPOLI - Fu un'inchiesta clamorosa, quella alla quale si ispirò lo scrittore Roberto Saviano per il suo «Gomorra»: l'operazione «Cassiopea», che nel 2003 portò alla luce i traffici di rifiuti pericolosi tra le industrie di tutta Italia e le campagne del Casertano, dove i fusti venivano sotterrati, si è conclusa oggi con un nulla di fatto.
Il gip Giovanni Caparco, del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ha dichiarato il non luogo a procedere per i 95 imputati, quasi tutti titolari di aziende che sversavano i rifiuti nelle campagne e autotrasportatori. Una decisione non inattesa, dal momento che quasi tutti i reati, otto anni dopo l'avvio delle indagini, sono prescritti; per le due accuse più gravi, disastro ambientale e avvelenamento delle acque, il gip, dopo aver disposto alcune perizie, ha ritenuto che non ci fossero le prove. Accolte dunque le richieste del collegio difensivo, di cui fa parte l'avvocato Fabio Fulgeri.

L'operazione «Cassiopea», coordinata dal pm Donato Ceglie, scattò nel 2003 e fu definita «la più grossa inchiesta mai fatta in Italia nel campo della gestione illecita dei rifiuti». Vennero accertati numerosi sversamenti illegali di rifiuti tossici nelle campagne del Casertano, per un totale di un milione di tonnellate, e scoperti i meccanismi del traffico: le industrie (soprattutto di Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto e Toscana) si liberavano dei rifiuti tossici inviandoli illegalmente in Campania; in questo modo pagavano un prezzo assai inferiore a quello che avrebbe richiesto lo smaltimento in discariche autorizzate. Una serie di ostacoli burocratici hanno però rallentato l'iter giudiziario nel corso degli anni: errori di notifica, rinvii, astensioni dei penalisti. Più volte le associazioni ambientaliste avevano lanciato l'allarme per la possibile prescrizione: oggi i loro timori sono stati confermati.


Redazione online
16 settembre 2011
(ultima modifica: 17 settembre 2011)



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Londra, la metà dei genitori vuole gli scappellotti a scuola

La Stampa

Sondaggio, "insegnanti poco rispettati, torniamo alle punizioni corporali"

MATTIA BERNARDO BAGNOLI

LONDRA

Asaccheggiare i negozi, durante i tumulti del mese scorso, c’erano i giovani quando non i giovanissimi; nelle gang di quartiere si è «soldati» fatti e finiti già verso i 12 anni; David Cameron parla apertamente di «Gran Bretagna malata» e ripete che trovare una cura è in cima alla lista delle cose da fare. La parola disciplina, così démodé, è improvvisamente tornata in voga. E allora forse non sorprenderà che il 49% dei genitori del Regno Unito si sia detto favorevole a riportare in auge le punizioni corporali a scuola. Visti i risultati dell’innovazione, par di capire, meglio correre tra le braccia della buona vecchia tradizione di vittoriana memoria. E pazienza se in una mano tiene la verga di legno.

Il sondaggio - che ha immediatamente suscitato un feroce dibattito - è stato condotto da YouGov per il Times Educational Supplement su un campione di 2000 genitori e 530 ragazzi della scuola secondaria. Qui scatta la seconda sorpresa. Persino tra gli studenti, infatti, c’è un bel 19% favorevole al ritorno del «caning», ovvero le bacchettate. Stessa cosa per lo «smacking» (lo scappellotto). Per quasi la metà dei genitori dovrebbe essere reintrodotto come metodo per mettere in riga i più indisciplinati. Va da sé che, a questo punto, misure più soft ma sempre comunque arsenale della vecchia scuola - sospensioni, l’espulsione, l’isolamento e il metodo di far scrivere al Bart Simpson di turno righe su righe relative al suo cattivo comportamento sfondano una porta aperta: tre quarti delle mamme e dei papà del Regno Unito ne chiedono il ritorno.

Il punto è che l’85% dei genitori crede che gli insegnanti non vengano rispettati abbastanza dai ragazzi e che, ai loro tempi, la disciplina nelle classi fosse molto più severa. Il comportamento sempre più selvaggio nelle scuole è ad ogni modo un tema che sta naturalmente a cuore anche agli insegnanti. «Se manca l’ordine un insegnante giovane e senza esperienza rischia di diventare vittima dei bulli e lasciare la professione», dice al «Daily Telegraph» Sir Michael Wilshaw, preside della Mossbourne Community Academy di Hackney. «Qualcosa come un quarto dei professori abbandona nei primi anni: è una tragica perdita di talenti». «Il problema è che l’autorità degli adulti è in crisi in molte scuole», ha commentato il ministro dell’Istruzione Michael Gove. Da qui al ritorno della verga ci corre però parecchio. «Non c’è nessuna intenzione di tornare alle punizioni corporali», ha precisato un portavoce del ministero. «Stiamo rafforzando il potere d’intervento dei professori e così la loro autorità».

Il che significa permettere agli insegnanti di poter immobilizzare i ragazzi violenti e perquisirli se ritengono che abbiano addosso oggetti vietati. La verità però è che, sulle bacchettate, il Paese è sempre stato diviso a metà, incerto se guardare avanti o voltare lo sguardo. Furono infatti abolite nel 1986 quando la mozione passò alla Camera dei Comuni per un voto soltanto. Quello di Margaret Thatcher (era a pranzo con Nancy Reagan) arrivò in ritardo in aula e questo le impedì di schierarsi contro. Il bando riguardava però solo le scuole pubbliche. In realtà anche gli istituti privati come Eton - dove fino al 1970 il ragazzo punito doveva abbassarsi pantaloni e mutande si adeguarono presto (la linea Piave durò per soli tre anni). La Corte europea dei Diritti Umani era d’altra parte già intervenuta sulla questione, riducendo di molto il rigore alla Dickens di alcuni presidi. E a ragione. Una vecchia inchiesta dello Stopp - la società degli insegnanti contrari alle punizioni corporali - rivelò infatti che all’inizio degli Anni Ottanta veniva «bacchettato» un bambino ogni venti secondi.



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