venerdì 16 settembre 2011

Intercettazioni Il fantasma della Merkel

Corriere della sera

Il caso sui giornali italiani. Tante le tesi. «Esiste?»

di Pierluigi Battista

Penati accanto a Zingaretti: “Debiti e tangenti” E a Roma si scatena la guerra dei manifesti

di

La "guerra dei manifesti" a Roma non si ferma. Dopo quelli di ieri contro il Cavaliere con Alemanno, oggi appaiono contro Penati e Zingaretti, accusati di avere solo "debiti e tangenti". Scoppia la polemica nella capitale



Roma

La capitale stamattina si è svegliata con alcuni manifesti sui muri  che raffiguravano Penati e Zingaretti, il presidente della provincia di Roma, con sotto la scritta: "Debiti e tangenti". I manifesti hanno creato polemiche sia a destra che a sinistra. Gli autori delle affissioni sono alcuni militanti della destra sociale e il movimento "Il popolo di Roma". Il sindaco Alemanno: "Esprimo solidarietà al presidente Zingaretti e invito questo gruppo a sospendere l’affissione perché stampare manifesti con le foto di esponenti politici è un modo di pessimo gusto di fare propaganda. Il fatto che troppo spesso questo metodo venga utilizzato dalla sinistra non deve indurre all’imitazione".
Irritato dalle affissioni Zingaretti ha detto che associare la sua "immagine alla parola tangenti rappresenta un atto di incivile dialettica politica fondata sulle ingiurie". La polemica sui manifesti a Roma va avanti da qualche giorno. Ieri ne erano apparsi alcuni firmati Pd con una foto di Alemanno e Berlusconi e la scritta: "Più tasse per tutti". Un'immagine e uno slogan che ha fatto irritare non poco il centrodestra, con Alemanno che lo ha bollato come "simbolo di un'opposizione irresponsabile".




Powered by ScribeFire.

Con centomila intercettazioni s'aggrappano a Fassino

Libero




Di centomila intercettazioni una sola fa tremare Silvio Berlusconi. Paradosso: è una delle pochissime in cui il Cav, al telefono, non c'è. La decisione del gip di Milano di chiedere il rinvio al giudizio del premier per l'affare Unipol e la telefonata tra l'allora segretario dei Ds Piero Fassino e il numero uno di Unipol Giovanni Consorte ha con sé risvolti da teatro dell'assurdo ma contiene una verità: è l'assalto finale delle Procure al Cav. Dove non poterono il gossip e i dettagli pruriginosi (da Bari ce n'è per tutti i gusti), potrebbe arrivare uno scoop. Quello del Giornale, edito dalla famiglia Berlusconi e diretto nel 2005 da Maurizio Belpietro, colpevole di aver fatto quello che tutti, dal Corriere a Repubblica fino al Fatto Quotidiano: pubblicare una notizia rilevante. I rapporti tra il secondo partito italiano e il potere finanziario ("Abbiamo una banca", chiede festoso Fassino a Consorte) non è di poco conto, eppure secondo il giudice milanese è "un aiuto a Berlusconi" perché le elezioni del 2006 si avvicinavano. Come se le fughe di notizie su escort, telefonate sconvenienti e amicizie pericolose non avessero e non abbiano peso alcuno sul giudizio di una parte di elettori. Ma si sa, tutto è consentito purché vada a colpire una sola direzione. Quale oggi è ancora più facile capirlo.

16/09/2011




Powered by ScribeFire.

Guarda caso se parli di Unipol spunta fuori la Serravalle

Libero




Ci sono le intercettazioni rese pubbliche nei giorni scorsi a fotografare l’atmosfera che in quei giorni si respirava, nel “gruppo Penati”. Era la fine di giugno del 2010: il giorno 22 la Corte dei Conti lombarda s’era pronunciata su quella controversa operazione finanziaria risalente al luglio 2005: l’acquisto da parte della Provincia di Milano, allora guidata proprio da Filippo Penati, del 15 per cento di azioni della società Milano Serravalle dal gruppo Gavio. Con la prima a pagare 8,83 euro ad azione, e Gavio - che le aveva pagate circa 3 - a realizzare un guadagno netto di 179 milioni. E proprio la Corte dei Conti definiva l’operazione «priva di qualsiasi utilità», visto che il patto di sindacato fra Comune di Milano e Provincia già garantiva alle istituzioni pubbliche la maggioranza. Prefigurando anche «diversi profili di danno erariale» di un’ottantina di milioni, poiché - oltre al costo spropositato - uno degli effetti era stato il «deprezzamento del valore del quote detenute dallo stesso Comune». Tanto che, sempre in quei giorni, l’allora sindaco Letizia Moratti decide di mettere in mora Penati e il suo capo di gabinetto Vimercati e l’allora direttore generale della Provincia Princiotta - tutti ora indagati nell’inchiesta della Procura di Monza, che ipotizza tangenti celate dal passaggio di azioni.

E dicevamo dell’atmosfera. Con Penati e i suoi che si consultano, preoccupati. E si confrontano con Bruno Binasco, il manager del gruppo Gavio indagato dai magistrati di Monza perché considerato implicato in questa storia di corruttela politico-finanziaria. E così riporta il brogliaccio della Guardia di Finanza: «Penati chiede se il pm è sempre il solito, e Princiotta dice che il pm è un altro e che da un certo punto di vista è meglio, perché con quello di prima nemmeno potevano parlare».  Si riferivano, qui, al procuratore Domenico Spadaro, ora in pensione. Che, intervistato da Panorama, ripercorre quella sua indagine sull’operazione Serravalle: «Diciamo che quella era gente con cui era pericoloso avere contatti». Ricorda che «le attività di Penati sono state nel nostro mirino anche da prima», per via di «una serie di consulenze da 100 e 150mila euro a personaggi improbabili». Dopo l’esposto dell’ex sindaco Albertini, che denunciava la violazione del patto di sindacato, «percepimmo che vi furono gravissime irregolarità. E dunque «cominciammo l’indagine». Poi però «arrivò la perizia disposta dalla Procura di Milano, secondo la quale il prezzo pagato per l’acquisto delle quote era congruo. Questa consulenza ci fermò».

Resta il fatto che ora, con l’inchiesta della procura di Monza partita dalle dichiarazioni di due imprenditori che si dicono vittime per anni delle concussioni di Penati e dei suoi, la faccenda è tornata d’attualità. E ci sono alcune concomitanze temporali che è difficile non notare. Bruno Binasco, strettissimo collaboratore del patron  Marcellino prima della morte di quest’ultimo e ancora manager di primissimo piano del gruppo, secondo i magistrati si prestò nel 2008 a una transazione immobiliare di facciata - una caparra lasciata scadere per permettere a Piero Di Caterina, che pretendeva da Penati la restituzione dei soldi a lui versati sottobanco negli anni, d’incassare due milioni di euro.

E sempre per i pm «l’unica alternativa razionale e coerente per spiegare il pagamento di Binasco a Di Caterina nell’interesse di Penati e Vimercati  è che la somma sia parte della tangente a loro destinata» per l’operazione Serravalle. E naturalmente questa non è una sentenza ma soltanto l’ipotesi d’accusa, che ancora deve eventualmente passare al vaglio processuale. Proprio in quel luglio 2005 andava profilandosi la scalata alla Banca Nazionale del Lavoro da parte della Unipol di Giovanni Consorte - allora del tutto organico ai Ds. E anche il gruppo Gavio s’adoperò per aiutare Consorte, acquisendo attraverso la sua società Sias  lo 0,5 per cento di Bnl e mettendolo a disposizione di Unipol - il 18 luglio, per la precisione. Ecco: Bruno Binasco era il presidente di Sias. Intendiamoci, giudiziariamente vuol dire nulla. Ma anche questo è un fatto.

Peraltro, che l’operazione Serravalle e la scalata Unipol fossero in qualche modo collegate l’ha dichiarato più volte Bruno Tabacci, attuale assessore al Bilancio della giunta milanese di centrosinistra: «Parte della plusvalenza di 179 milioni incassata da Gavio dopo aver venduto alla Provincia quelle azioni è stata utilizzata per appoggiare la scalata dell’Unipol alla Bnl».


di Andrea Scaglia
16/09/2011




Powered by ScribeFire.

Menù costoso", senatori a dieta

Il Tempo


Nuovi prezzi nel ristorante di Palazzo Madama: 30 euro a pasto. In due giorni 400 coperti in meno.


Il presidente del Senato Schifani

«Prezzi troppo alti». I senatori dicono addio al ristorante di Palazzo Madama. Il nuovo menù c'è da due giorni: si sono registrati 400 coperti in meno. Un esodo. È la «dieta» Schifani. È stato il presidente del Senato a pretendere l'aumento dei prezzi dopo lo scandalo destato dal vecchio menù, sbarcato su internet in piena estate. La differenza salta agli occhi: i costi sono stati quadruplicati. Fino a pochi giorni fa per un primo (zuppa, spaghetti alle alici, riso all'inglese, pasta al pomodoro o penne all'arrabbiata) i senatori spendevano 1 euro e 60 centesimi. Ora 6,02 euro.

Passiamo al secondo: una scaloppina di vitella al pepe verde o un filetto di orata in crosta di patate costavano 5 euro e 23 centesimi, meno una lombatina di vitello ai ferri, 3,55 euro. Adesso, invece, un petto di pollo vale 10 euro e 3 centesimi, come il sauté di cozze e vongole o le uova al tegamino con lardo. Mentre la lombatina di vitella è arrivata a 16,54 euro, un rincaro di 13 euro. Prezzi più alti anche per le insalate. Cappuccina, lattuga, indivia belga, finocchi, rucola, radicchio, julienne di carote, pomodori con alici o cruditées. I senatori le pagavano 1,43 euro ciascuna. Ora 5,35. Costano uguale soltanto i dolci (1,74 euro) e il pane (0,52). Fa eccezione il dessert del giorno, che costa 4 euro. Qualche senatore sapeva degli aumenti e non è più entrato al ristorante, altri hanno fatto la prova sul campo. Poi la fuga. Si sono affidati alla «concorrenza».

Gli onorevoli, infatti, stanno trattando convenzioni nei locali del centro storico. Guadagneranno più di 15 mila euro al mese ma non sono disposti a pagare un pasto completo almeno 25 euro. Troppi. Nei ristoranti a piazza Navona o al Pantheon, invece, alcuni senatori hanno ottenuto un menù fisso, che comprende primo, secondo, dolce o frutta, tra i 15 e i 18 euro. «Anche perché - chiarisce un onorevole che vuole restare anonimo - l'Aula finisce alle 13,30 mentre alle 14,30 cominciano le Commissioni. Le pare che devo spendere magari 35 euro per stare dieci minuti al ristorante?».

Gli aumenti «firmati» da Schifani sono davvero indigeribili: «Mi scusi ma se si va in qualunque altro refettorio, perché quello è un refettorio, quanto si spende? Glielo dico io, non più di 5 euro» precisa un altro inquilino di Palazzo Madama. «Capisco che l'odio verso la casta è sempre più forte ma nella mensa di qualsiasi azienda i prezzi sono inferiori al nuovo menù» protestano. C'è chi si limita a un panino alla buvette, appoggiato ai tavolini tondi della sala, e chi ha risolto il problema con un pizzico di furbizia: va a mangiare al ristorante di Montecitorio, dove i prezzi sono rimasti più bassi. «Ci vogliono dieci minuti di strada per raggiungere la Camera e si risparmiano almeno quindici euro». Avranno stipendi sostanziosi, rimborsi, vitalizi, auto blu, treni e aerei gratis ma quando mangiano e pagano di tasca propria stanno attenti. C'è la crisi. Anche per loro.

Alberto Di Majo
16/09/2011




Powered by ScribeFire.

Esselunga, le toghe vendicano Coop: "Via dalla librerie Falce e Carrello"

di

Il tribunale di Milano ha condannato per concorrenza sleale il libro Falce e carrello. Trecento mila euro di danni, ritiro del pamphlet dalle librerie, divieto di stamparlo e condanna per Bernardo Caprotti, Stefano Filippi e Geminello Alvi



Milano

Guai a chi tocca le cooperative: la guerra della mozzarella finisce nelle aule di tribunale. Ve lo ricordate il libro Falce e Carrello? Il volume, pubblicato nel 2007,fece molto scalpore: era la denuncia di Bernardo Caprotti, fondatore del gruppo Esselunga, nei confronti della politica che attraverso le cooperative mette le mani sulla spesa degli italiani. Apriti cielo: guai a toccare la sinistra e tutte le sue declinazioni, anche quelle economiche. L'impero Coop è intoccabile: la Coop sei tu, chi può darti di più? Beh, diciamo che dove non arrivano le lunghe mani delle cooperative arrivano quelle dei magistrati. A distanza di quattro anni arriva la vendetta. Il Tribunale di Milano ha deciso che il libro è "un'illecita concorrenza per denigrazione ai danni di Coop Italia". Tutto qui? Assolutamente no: risarcimento di 300mila euro, ritiro del pamphlet dalle librerie e "divieto di reiterarne la pubblicazione e diffonderne gli scritti". Una punizione esemplare e non facilmente comminabile. Vogliamo chiamarla censura? Il precedente è piuttosto inquietante: se scrivi male delle cooperative ti "bruciano" il libro. Sotto la tagliola della procura finiscono anche la casa editrice Marsilio, il coautore del libro Stefano Filippi (inviato del Giornale) e pure l'economista Geminello Alvi, reo di aver steso la prefazione di Falce e Carrello.
Al quartier generale della Coop festeggiano: "Abbiamo sempre respinto ogni accusa che viene mossa da un libro che si fonda solo sull'acredine dei suoi autori nei confronti di un sistema di imprese di successo che gode della fiducia di oltre 7 milioni e mezzo di italiani. Riteniamo che questa sentenza renda ragione anche a loro".
E poi sanciscono anche un nuovo principio: la superiorità morale della mozzarella Coop rispetto a quella della rivale Esselunga: "Va aggiunto anche il recente pronunciamento della Corte di Giustizia dell'Unione Europea che riconosce la distintività delle imprese cooperative in merito alle esenzioni fiscali che non devono essere considerate come aiuti di stato. Le cooperative sono diverse dalle imprese private, rette da principi di funzionamento particolari, ma esempi di correttezza e lealtà imprenditoriale". Che è un po' come dire: lo stato ci aiuta economicamente perché siamo migliori. Alla faccia del liberismo. Perché i soldi, quando li maneggiano loro, hanno sempre un odore migliore rispetto a quelli degli altri. Insomma la Coop sei tu, ma non proprio tu, un tu migliore da quello che compra la mozzarella all'Esselunga: è la guerra del carrello, bellezza.




Powered by ScribeFire.

Chi oltraggia i cristiani in Europa si sente inattaccabile”

La Stampa


La denuncia del segretario degli episcopati dell'Ue a margine di un incontro sugli episodi di intolleranza e violenza contro i cristiani del Vecchio Continente


Alessandro Speciale
città del Vaticano


I gruppi che in Spagna hanno preso di mira i giovani della Gmg di Madrid si sentivano “protetti dalla polizia da un senso di impunità”, forti della consapevolezza che i crimini contro i cristiani “sono trascurati dai governi e dalla polizia” e che quindi “non ci sarà alcuna reazione”.
Lo denuncia a Vatican Insider padre Piotr Mazurkiewicz, segretario generale della Comece, l'organismo che raccoglie gli episcopati dei Paesi dell'Unione Europa. E aggiunge amaramente che la reazione probabilmente sarebbe stata ben diversa “se si trattasse di attacchi contro altri gruppi o religioni”.


Padre Mazurkiewicz ha partecipato a Roma alla tavola rotonda organizzata dall'Osce – l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa – proprio per riflettere su come prevenire e affrontare gli episodi di violenza e intolleranza contro i cristiani nel Vecchio Continente.
Un incontro a cui hanno partecipato i ministri degli Esteri della Santa Sede – monsignor Dominique Mamberti – e del Patriarcato ortodosso di Mosca. Monsignor Mamberti, nel suo intervento introduttivo, ricorda le “prove irrefutabili della crescente intolleranza contro i cristiani” offerte dal rapporto annuale dell'Osce sul tema.

A padre Mazurkiewicz abbiamo chiesto la situazione della cosiddetta 'cristianofobia' fosse davvero così grave nel nostro Continente:

“In generale, si preferisce usare l'espressione 'intolleranza e discriminazione contro i cristiani' in Europa. Questo perché, dal punto di vista legale, la situazione generale è abbastanza buona, anche se in alcuni Paesi ci sono alcuni problemi ci carattere legale: c'è il caso dell'educazione sessuale e del diritto dei genitori all'educazione dei figli in Spagna, un caso che verrà discusso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Oppure c'è il caso delle agenzie cattoliche di adozioni nel Regno Unito. Ma non si può paragonare la situazione europea a quella, ad esempio, del Medio Oriente”.

Ma la questione non si esaurisce al testo delle leggi...
“Uno dei problemi più importanti ha a che fare con la rappresentazione dei cristiani nei media; ed è un problema importante perché si diffonde anche alle scuole, ai libri e così via. Poi, non tutte le offese o le intimidazioni contro i cristiani vengono prese sufficientemente sul serio, come avverrebbe se si trattasse di altre religioni o gruppi. È un problema di sensibilità: dobbiamo aumentare la consapevolezza del problema e migliorare la formazione della magistratura, della polizia, ecc. così che siano in grado di riconoscere subito la natura di certi atti e reagire adeguatamente”.
C'è chi contesta alle istituzioni europee una vena indifferente, se non ostile, al cristianesimo.

Concorda?


Dipende dall'istituzione europea con cui abbiamo a che fare. Se si tratta del Parlamento, ad esempio, al suo interno c'è una grande diversità, ci sono secolaristi aggressivi, anti-cristiani, e ci sono politici cristiani molto attenti alla questione. Alcuni parlamentari hanno presentato interrogazioni alla Commissione Europea ma sfortunatamente la risposta è stata sempre che questo tema ricade nella competenza degli Stati membri e che la Commissione non può intervenire.


Dobbiamo tenere presente che la Direzione Generale Giustizia, Diritti Fondamentali e Cittadinanza (un organo della Commissione, ndr) e l'Agenzia europea per i Diritti Fondamentali – due istituzioni dell'Unione Europea – non fanno nulla di fronte agli abusi della libertà religiosa contro i cristiani”.
C'è chi teme che dilatare troppo la definizione di “discorsi di incitamento all'odio” (hate speech) porti a limitare la libertà di parola. Quale è l'equilibrio?

“Equilibrio è un'espressione corretta da adottare. Ci sono due abusi di segno opposto: da una parte non si può cercare di proteggere troppo alcuni gruppi, al punto da arrivare a limitare la libertà di espressione, dall'altra ci sono alcuni gruppi che sono iperprotetti”.

Ad esempio?
Nel contesto dell'intolleranza contro i cristiani, possiamo pensare alla recente Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid, in cui i partecipanti sono stati attaccati da alcuni gruppi – gruppi che si sentono protetti dalla polizia da un senso di impunità, di poter fare quello che vogliono...”.
Quindi lei dice che quando alcuni gruppi attaccano i cristiani godono di una sorte di impunità?
“Uno dei problemi è che i crimini – non solo gli atti di intolleranza – sono trascurati dai governi e dalla polizia e tutti vedono che non ci sarà alcuna reazione, cosa che probabilmente non potrebbe accadere se si trattasse di attacchi contro altri gruppi o religioni. Questo è una parte del problema”.

E l'altra?
Dall'altra parte, è certo che non si può cercare di proteggere troppo alcuni gruppi, al punto da arrivare a limitare la libertà di espressione. È ance un nostro problema, perché la predicazione morale fa parte della fede. Il cristianesimo non è una questione privata ma dobbiamo esprimere la nostra fede nella sfera pubblica. Questo significa che la libertà di espressione per i cristiani significa poter esprimere pubblicamente le nostre convinzioni etiche. Qui uno dei problemi è la limitazione di questa libertà perché altri potrebbero sentirsi offesi dalle convinzioni morali dei cristiani. Si tratta non solo di limitazioni legali ma di intimidazioni alle parole o alle azioni: chi ha il coraggio di affermare pubblicamente le proprie convinzioni viene attaccato sui media e altri cercheranno di evitare di trovarsi in una situazione del genere”.







Powered by ScribeFire.

Castelli in tv: sono povero, guadagno solo 145mila euro l'anno

Il Messaggero


ROMA - Essere poveri con 145mila euro all'anno. È possibile in Italia secondo un politico leghista, Roberto Castelli, vice ministro alle Infrastrutture ed ex Guardasigilli di Silvio Berlusconi. Castelli giovedì sera in tv si è lamentato per il suo stipendio, a suo dire, molto più basso di quello che aveva quando lavorava come ingegnere. Una lamentela, quella sullo stipendio, simile a quella già fatta recentemente con toni simili dalla deputata del Pdl, Laura Allegrini.

Ospite alla prima puntata di PiazzaPulita, la nuova trasmissione su La7 di Corrado Formigli, Castelli ha provocato diversi mugugni nel pubblico in studio, e successivamente nel popolo del web, con una frase discutibile.


«Io facevo l'ingegnere, guadagnavo abbastanza bene, ho rinunciato alla mia paga di ingegnere per fare il politico, e mi fa piacere, ma oggi sono povero, ho pochissimi soldi», ha sostenuto lasciando molti basiti. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi, di fronte a lui, allarga le braccia, il pubblico protesta.

«Mi scusi, quanto guadagna all'anno?», gli chiede Formigli. «Ho dichiarato 145mila euro». «Allora non è povero, insomma...è un ottimo stipendio», sorride il conduttore, ma Castelli fa marcia indietro: «Sono povero nel senso marxiano del termine, e cioè vivo solo del mio lavoro. Non ho accumulato ricchezze, non ho ville miliardarie non ho Ferrari. In questo senso».


Venerdì 16 Settembre 2011 - 14:27    Ultimo aggiornamento: 14:41

I soliti sospetti»: Amish arrestati perché senza triangolo arancione sul carro

Corriere della sera


La comunità religiosa pratica uno stile di vita ottocentesco e rifiuta anche i colori sgargianti




MILANO - La foto segnaletica di otto uomini barbuti, pii e pacifici, appartenenti ad una comunità Amish del Kentucky, fa il giro della Rete: i membri dell’ordine religioso ultra conservatore degli Old Swartzentruber sono stati arrestati per essersi rifiutati di esporre il triangolo arancione obbligatorio sul retro del loro mezzo, il carro trainato dai cavalli. La loro fede proibisce infatti rigidamente di indossare o trasportare oggetti o abiti dai colori sgargianti.

VEICOLO LENTO - La comunità religiosa degli Amish americani pratica uno stile di vita ottocentesco e rifiuta la società moderna in quasi tutti i suoi aspetti: si vestono, vivono e lavorano secondo regole di duecento anni fa e usano regolarmente i carri trainati dai cavalli. In una comunità degli Amish era ambientato anche uno dei film hollywoodiani che rappresentava per forse per la prima volta la loro vita e le loro vicissitudini, Witness - il Testimone, con Harrison Ford e Kelly McGillis, di Peter Weir. In tutto nove uomini Amish sono stati condannati in Kentucky a pene che vanno da tre fino a dieci giorni di carcere per aver rifiutato di pagare le multe inflitte per il mancato segnale stradale sui calessi. Negli Usa per indicare un «veicolo che si muove lentamente» è infatti obbligatorio apportare il triangolo di sicurezza, di colore arancione e riflettente.



«CODICE DI MODESTIA» - Gli Amish hanno fatto appello all'atto costituzionale sulla libertà religiosa Usa: il triangolo arancione va infatti contro i loro «codici di modestia», riferisce The Courier-Journal. La religione Amish è anche contraria ad «affidare la fiducia nelle propria o altrui sicurezza» a qualunque simbolo creato da mani umane. In precedenza avevano chiesto alla corte di usare delle lanterne sulle loro carrozze o di applicare dei nastri grigi catarifrangenti; il tribunale ha rifiutato la proposta. Il codice della strada negli Usa impone il triangolo arancione, ha sottolineato il giudice distrettuale Deborah Hawkins. Ciò nonostante, durante la permanenza nel carcere della contea di Graves, i nove uomini Amish non sono stati obbligati ad indossare la tuta arancione dei prigionieri negli Stati Uniti, a loro è stata data una tuta di colore scuro. Elmar Burchia



16 settembre 2011 14:22




Powered by ScribeFire.

Guadagna con il passaparola». Ma la società è “schermata” alle Seychelles

Corriere della sera


Cento euro al mese per un corso virtuale di educazione finanziaria, eppure sul web dell'impresa non c'è traccia



Il sito www.dream-work.info
Il sito www.dream-work.info
MILANO – Prima sorpresa: «Quale indirizzo di posta elettronica? Comunichiamo solo attraverso skype e sms», ci dice Andrea Segato, professione Investment Manager (si legge su LinkedIn). Ci fingiamo studenti alla ricerca di soldi facili, incuriositi dall'idea di guadagnare dormendo, recita il promo stuzzicante disponibile sui siti www.wiin-club.it, www.accumulo.it, www.dream-work.info e disponibile anche sui principali social network, secondo le tradizionali leve del marketing virale. Già aneliamo a quei 7mila euro mensili che ci promette il piano di accumulo di Wiin Club, di cui nella clip promozionale Segato è la voce parlante.

IL MECCANISMO – «Per far soldi non c'è nulla di più semplice di puntare sul passaparola. Ce lo insegna anche un guru della finanza come Warren Buffett», dice Segato nel video. E' semplice: basta segnalare agli amici il corso di virtuale di educazione finanziaria promosso dalla società Wiin International Group Ltd. Società introvabile su Google, tanto che l'algoritmo del famoso motore di ricerca ti consiglia Wien International, che ti rimanda al gruppo di alberghi Vienna International, tutt'altro insomma. Eppure per scaricare la prima lezione audio in streaming che ti spiega come gestire al meglio i propri risparmi è necessario registrarsi dopo la segnalazione dell'unico promoter possibile (appunto Andrea Segato) che ti fornisce anche il suo codice identificativo e ti incoraggia a firmare il contratto con Wiin.

LA REGISTRAZIONE – «Quattro passaggi e fai parte del club – dice al telefono –. La prima quota (100 euro, da pagare ogni mese per almeno un anno, prorogabile automaticamente, ndr.) posso anche anticiparla io. Poi per ogni amico che segnali ricevi 50 euro mensili e se sei un utente esperto nelle tecniche di passaparola riuscirai ad accumulare denaro, perché riceverai anche il 10% mensile sui clienti indiretti che avrai portato. Se convinci sei persone a far parte del club puoi anche arrivare a guadagnare 2.900 euro al mese, non male per questi tempi, no?».

LA PROCEDURA – Non male, certo. Sempre più incuriositi riceviamo un sms di conferma con alcuni link e il suo codice identificativo (così – secondo il modello organizzativo di Wiin – lui verrà premiato con 50 euro mensili, la metà della tua quota) e su www.accumulo.it procediamo alla registrazione. Indichiamo i nostri dati e ci troviamo di fronte finalmente al contratto di abbonamento.

IL CONTRATTO – Prima di cliccare su Avanti (azione che testimonierebbe l'accettazione del contratto) lo leggiamo e scopriamo che la controparte è appunto Wiin International Group Ltd ubicata presso Unit 117, Orion Mall, Palm Street, Victoria, Mahe, Seychelles. Chiediamo lumi alla Siba, Seychelles International Business Authority (l'autorità di regolamentazione dell'isola affacciata sull'Oceano Indiano), e ci dicono «di essere impossibilitati a fornirci informazioni circa gli azionisti e i vertici della società». Poi scorrendo il contratto notiamo che l'importo mensile dell'abbonamento potrà incrementarsi annualmente (la compagnia avviserà tramite posta elettronica il cliente), non esiste nessun contratto di lavoro, né un rapporto come agente commerciale (anche se in soldoni è proprio di questo che si tratta) e soprattutto l'impresa si riserva il diritto alla cessione del contratto a terzi senza che esista nessun pregiudizio per il cliente. Per risolvere eventuali controversie legali? L'unica giurisdizione deputata a risolverle è il tribunale di Mahe, Seychelles. Dall'altra parte del mondo.



Fabio Savelli
16 settembre 2011 15:08



Powered by ScribeFire.

Il paese che ha paura della paura

La Stampa

paura


Ventiquattro telecamere già installate e altre pronte ad entrare in funzione

Turano Lodigiano, 1500 abitanti e 30 telecamere per vigilare, ogni secondo, sulla sicurezza



MARCO BRESOLIN
TURANO LODIGIANO (LO)

Lasciate un fotogramma voi ch’entrate. Benvenuti a Turano Lodigiano, «comune denuclearizzato» come recita il cartello all’ingresso di questo paese stretto tra la via Emilia e l’Adda. Ma soprattutto «località sottoposta a videosorveglianza». Massiccia. A tratti invasiva. Millecinquecento anime e quasi trenta telecamere, una ogni cinquanta abitanti. Allarme sicurezza? Macché. Qui i reati quasi non esistono. Qui la gente ha paura della paura.

Una controlla la scuola, un’altra il Comune, un’altra ancora la chiesa. Per tenere d’occhio il parco delle Poste, un fazzoletto di verde su un’area vasta sì e no cinquanta metri quadrati, sono in quattro. Occhi elettronici che spiano il paese a 360 gradi. Sono 24 in tutto, ma non basta.

Il Comune ha pronto un progetto per installarne altre cinque, una per ogni ingresso del paese. Tecnologia da micro-trincea dell’era informatica: fibra ottica che scorre nel sottosuolo e trasmette le immagini alla centrale. Dogane virtuali che leggono i numeri di targa di chiunque transiti sulla Provinciale. E li registrano. «Perché poi se succede qualcosa li andiamo a beccare», spiega Umberto Ciampetti, sindaco del paese. L’uomo che più di tutti ha a cuore la sicurezza dei suoi concittadini («ma nel pieno rispetto della privacy»). Tanto da aggiungere al normale (e adeguatamente potenziato) servizio di pattugliamento della polizia locale quello di un istituto privato.

Ogni notte, Natale e Ferragosto compresi, passano almeno tre volte a controllare che tutto sia in ordine nei cosiddetti «luoghi sensibili» (sensibili poi a cosa?). Il bilancio dei reati nel 2011? «Solo un tentato furto in un’abitazione – spiega con orgoglio il primo cittadino – e un tentato furto al distributore di profilattici della farmacia». Sì, i profilattici. Evidentemente anche i malviventi, qui a Turano, tengono molto alla sicurezza.

Superato l’On The Road Bar, telecamera (privata) puntata sui tavolini, entriamo in un negozio che offre un po’ di tutto, dalle sementi per l’orto ai bicchieri per la cucina. Tutto tranne che informazioni e cordialità. Una signora bionda sulla quarantina ci squadra con diffidenza da capo a piedi. «Telecamere? Sicurezza? Furti? Non so niente, mi dispiace. Non posso aiutarla. Arrivederci». Non avendo a portata di mano un casellario giudiziario che ci possa scagionare, salutiamo e usciamo.

Di fronte c’è la pizzeria «Il Golosone». Il titolare racconta che le telecamere «servono per i vandali. Ragazzini che fanno scritte e danneggiamenti. Furti nei negozi? Noi avevamo un servizio di vigilanza privata, ma l’abbiamo tolto perché tanto qui da noi non c’è nulla da rubare».

Pochi metri più in là, sulla ringhiera di una casa, il classico «Attenti al cane». Trenta centimetri più a destra il disegno di un cucciolo con un più esplicito «Sembro buffo? Aspettate di vedere i miei padroni». Suonare il campanello non serve: sono in tre ad abbaiare e ad avvisare Sara che qualcuno la sta cercando. Lei, bandana in testa, un tatuaggio alla spalla e uno sulla caviglia, si affaccia e risponde cortesemente. «Nuove telecamere? Meno male. Che ne mettessero altre trenta. Non sono mai abbastanza. Anzi, fosse per me il Comune potrebbe piazzarmene una puntata sull’ingresso». E la privacy? «Se uno vuole fare atti osceni è sempre libero di farli dentro casa».

Dal supermercato esce una signora sui 60 anni fresca di parrucchiera. Unghie curate, camicetta viola, gonna nera e bicicletta bianca con la spesa nel cestino. «Quello che succede la notte qui – racconta in una lingua a metà tra l’italiano e il lodigiano – non lo so e non lo voglio nemmeno sapere. Io alle 20.30 mi chiudo in casa». Prima che se ne vada le chiediamo come si chiama. «No, per carità. Non scriva il mio nome sul giornale. Non ho bisogno di farmi pubblicità». Così, forse, si sente più al sicuro.

Scavando tra le paure dei turanesi sembra di scorrere una rassegna stampa dei principali fatti della cronaca nera italiana degli ultimi anni. Poi però, come brace accesa sotto una montagna di cenere, tra i racconti spunta un fatto successo proprio qui. Più di dieci anni fa.

Il tabaccaio ucciso da un rapinatore a volto coperto. Ora dietro al bancone del bar La Fontana c’è sua figlia. «Ancora telecamere? Non so a quanto possano servire, mi sembrano eccessive», spiega la donna. «Anche perché – ammette abbassando gli occhi tristi sul registratore di cassa – certe cose, purtroppo, succedono comunque».




Powered by ScribeFire.

Usa, "processo viziato dal razzismo" I giudici fermano la mano del boia

La Stampa



Una sedia elettrica

Rinviata all'ultimo minuto l'esecuzione in Texas di un uomo condannato per due omicidi


WASHINGTON

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha accordato il rinvio all'ultimo minuto dell'esecuzione di un cittadino di colore che doveva essere effettuata ieri sera in Texas, e il cui processo, secondo la difesa, era stato falsato da considerazioni razziali. Lo hanno riferito il legale del condannato e le autorità penitenziarie statunitensi. Duane Buck, 48enne di colore, era stato condannato alla pena capitale per due omicidi (la sua ex fidanzata e un amico della donna) compiuti nel 1995 a Huston.

L'avvocato Kate Black si è detta «molto felice che la Corte suprema abbia riconosciuto l'ingiustizia razziale in questa vicenda». Ha «riconosciuto l'importanza della questione», ha dichiarato, sottolineando che la più alta giurisdizione del paese non ha precisato la durata del rinvio. Uno dei procuratori che avevano ottenuto la condanna nel 1997 di Duane Buck per un duplice omicidio, Linda Geffin, aveva chiesto lunedì un rinvio temporaneo al governatore Rick Perry spiegando che «nessun individuo deve essere condannato senza avere beneficiato di un processo giusto, non falsato da considerazioni razziali».




Powered by ScribeFire.

Outing "coatto" e anonimo su un sito "Il 23 settembre i nomi di politici gay"

La Stampa


Un gay pride (foto scattata a Sidney)


Lo scopo degli ideatori: «Riveleremo la vera identità sessuale di prelati, deputati
e note personalità pubbliche. Tra loro anche ministri»


«Il primo elenco che pubblichiamo - altri ne seguiranno -è composto da 10 politici». Comincia così un comunicato pubblicato su un sito internet creato appositamente, che promette di rivelare, cominciando alle 10 del 23 settembre, i nomi di persone molto famose, politici e prelati, che, pur essendolo, non si sono mai dichiarati gay, ma che anzi pubblicamente li discriminano.

Un modo di «riportare un pò di giustizia in un paese dove ci sono persone che non hanno alcun tipo di difesa rispetto agli insulti e gli attacchi quotidiani da parte di una classe politica ipocrita e cattiva». Lo annuncia il sito «Listaouting», creato da un gruppo di persone che chiedono di restare anonime, come spiega Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia.

È Aurelio Mancuso, leader storico del movimento gay, a dare notizia dell’esistenza di «un gruppo di persone, anonime, che si appresta a rendere pubblica la prima lista di politici gay ma omofobi». «Tutto è iniziato dopo la bocciatura in Parlamento della legge contro l’omofobia. Mi ero sfogato su Facebook dicendo che in Italia ci vorrebbe un bell»outing’ che riveli quanto sono ipocriti alcuni politici italiani. E c’è chi mi ha preso in parola: sono stato contattato via mail da un gruppo di anonimi che mi ha annunciato che il 23, equinozio d’autunno, sarà resa pubblica la prima lista di politici gay. Dovrebbero essere dieci, non so se tra loro c’è anche qualche ministro. Mi fa piacere che il mio sfogo pubblico si concretizzi, ma preciso che non si tratta di una mia iniziativa. E, soprattutto -aggiunge Mancuso- l’associazione Equality che presiedo non c’entra nulla. Sono curioso di vedere come va a finire, è positivo che ci sia qualcuno disposto a dare seguito concreto alle mie riflessioni su Facebook».

Sul sito www.listaouting.wordpress.com gli anonimi spiegano che «l’outing è uno strumento politico duro ma giusto» e consiste «nel dichiarare pubblicamente la pratica omosessuale o di altre differenti sessualità di politici (single, sposati, conviventi), preti, persone note e influenti, che attraverso azioni concrete e prese di posizione offendono e discriminano le persone gay, lesbiche e transessuali». A questo primo elenco, promettono, «ne seguiranno altri nei prossimi mesi e anni: disponiamo dei nominativi di una decina di alti prelati, di altre personalità del mondo dello spettacolo e della tv».

Il gruppo ha deciso di «iniziare con questi primi dieci nomi per far comprendere chiaramente come nel Parlamento italiano viga la regola dell’ipocrisia e della discriminazione: i politici di cui conosciamo le vere identità sessuali - spiega - sono molti altri, presenti in tutti i partiti, per ora ci limitiamo a pubblicare un estratto di quelli appartenenti ai partiti che hanno votato contro la legge sull’omofobia». Pertanto, avverte, «da ora in poi quando avverranno attacchi nei confronti della comunità lgbt da parte della gerarchia cattolica, del mondo dell’informazione, della politica, ci riserveremo la facoltà di rispondere adeguatamente». Quest’iniziativa «non è nuova in altri paesi», commenta Mancuso, soprattutto «quando c’è un attacco alle persone» con diverso orientamento sessuale.




Powered by ScribeFire.

Tradimento 'plateale'? Oltre al divorzio, pure i danni

Quotidiano.net

Gli Ermellini hanno ribaltato i due precedenti giudizi nel caso di una coppia di Savona in cui la vittima ha dimostrato che le corna sono state particolarmente frustranti





Due sposi pronti al divorzio

Roma, 16 settembre 2011



La Cassazione apre ai danni endofamiliari. Il coniuge tradito platealmente e con modalità particolarmente offensive può infatti chiedere di essere risarcito in un giudizio civile, al di fuori e a prescindere dal procedimento di separazione e dall`addebito. Dunque, riporta il sito Cassazione.net, ad avviso della Suprema Corte, pur non esistendo un dovere di fedeltà costituzionalmente garantito, il tradimento potrebbe aver comunque compromesso la salute psico- fisica dell`altro coniuge, aprendo le porte al risarcimento al di là del procedimento di separazione.

La prima sezione civile ha sancito espressamente che “i doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio hanno natura giuridica e la loro violazione non trova necessariamente sanzione unicamente nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quale l’addebito della separazione, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi su detti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell’illecito civile e dare luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell’articola 2059 del codice civile senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia preclusiva dell’azione di risarcimento relativa a detti danni”.

Il caso è successo a Savona. Dopo aver scoperto la relazione extraconiugale del marito con una donna sposata, la signora aveva deciso di separarsi. Prima aveva intrapreso la strada sella separazione giudiziale con richiesta di addebito ma in un secondo momento aveva preferito la consensuale. Si era rivolta però al Tribunale per ottenere i danni che le modalità del tradimento plateale le avevano provocato. In primo e secondo grado la domanda di ristoro era stata respinta.

Ora la Suprema corte, alla quale la donna si è rivolta insistendo sul risarcimento, ha completamente ribaltato il verdetto. Prima di tutto, dice Piazza Cavour in motivazione, riporta ancora Cassazione.net, la richiesta di risarcimento per la relazione extraconiugale è assolutamente indipendente dalla causa di divorzio. La si può chiedere con un giudizio civile, sempreché venga provato il disagio effettivamente sofferto. In secondo luogo gli Ermellini hanno precisato che la fedeltà non è un diritto costituzionalmente garantito e quindi, in generale, non si potrebbe richiedere il risarcimento del danno tout court. Se, invece, il tradimento è stato particolarmente frustrante e ha compromesso un interesse garantito dalla nostra Carta fondamentale, come la salute psicofisica, allora si che si può ottenere il ristoro.




Powered by ScribeFire.

Australia: opzione transessuale sul passaporto

Quotidiano.net

Sarà possibile identificare sul documento il sesso di propria scelta selezionando Male, Female o X (indeterminato). Soddisfazione dalle comunità dette transgender e intersex



Un gay pride

Sydney, 15 settembre 2011



I transessuali applaudono il governo di Sydney, infatti d'ora in avanti i cittadini australiani potranno nominare sui passaporti il proprio genere ufficiale come maschio, femmina o indeterminato, senza dover completare le operazioni chirurgiche di cambiamento di sesso.

Secondo le nuove linee guida introdotte dal Dipartimento degli Esteri, sara’ sufficiente una lettera di supporto del proprio medico, e sara’ possibile identificare il sesso di propria scelta selezionando Male, Female o X (indeterminato). Prima d’ora era possibile cambiare genere nel passaporto solo dopo aver subito un’operazione di cambiamento di sesso, o se si era in viaggio per ottenerla.

La senatrice laburista Louise Pratt, il cui compagno e’ un transessuale nato femmina, ha osservato che i viaggi internazionali possono essere molto pericolosi per le persone il cui aspetto non corrisponde al sesso indicato nel passaporto.

‘’Vi sono stati moltissimi casi di persone detenute in aeroporto in paesi stranieri, in episodi molto angoscianti e talvolta pericolosi’’, ha detto. ‘’E’ veramente una buona notizia per il mio compagno. Ora potremo viaggiare all’estero senza problemi’’.

Le nuove disposizioni sono state introdotte per prevenire la discriminazione contro i transessuali. ‘’La maggior parte delle persone danno per scontata la possibilita’ di viaggiare liberamente e senza timore di discriminazione’’, ha detto il ministro della Giustizia Robert McClelland. ‘’Questa misura estendera’ le stesse liberta’ agli australiani con diversita’ di genere’’.

Il Dipartimento degli Esteri ha tuttavia avvertito che i problemi possono perdurare quando si attraversano alcuni confini internazionali, perche’ il passaporto e’ considerato un documento di identita’ secondario, ed e’ piu’ importante il certificato di nascita, che dipende dalle leggi statali e non federali. E nella maggioranza degli stati australiani non e’ possibile registrare il cambiamento senza prova delle operazioni chirurgiche.

La notizia e’ stata accolta con soddisfazione dalle comunita’ dette transgender e intersex, che hanno chiesto che anche i governi statali facciano seguito, disponendo che anche i certificati di nascita possano essere alterati senza il prerequisito dell’operazione chirurgica. Sarebbe necessaria una riforma nazionale, ha commentato la senatrice Pratt. ‘’Spero proprio che nella riforma delle leggi antidiscriminazione, che e’ attualmente in corso, sia la sessualita’ che il genere vengano riconosciuti come fattori di discriminazione’’, ha detto.




Powered by ScribeFire.

I senatori hanno un piano. Così non si tagliano più

Libero




Dimezzare i parlamentari? I parlamentari nemmeno ci pensano. Dopo il lungo balletto delle promesse e delle dichiarazioni, è arrivata l’ora della verità davanti alla commissione affari Costituzionali del Senato, presieduta da Carlo Vizzini. Il finto taglio delle province  è stato assegnato alla Camera, il presunto dimezzamento dei parlamentari è finito proprio lì. Si tratta della stessa commissione che a luglio era insorta all’unanimità contro il governo e perfino contro Libero quando si è ipotizzato di tagliare gli stipendi della casta. Dare allo stesso gruppo il compito di dimezzare i parlamentari ha le stesse probabilità di successo dell’insegnare a un leone le prelibatezze di un menù vegetariano.

E si è visto subito mercoledì 14 settembre, quando mezzo Pdl in commissione ha fatto a pezzi ogni proposta di taglio dei parlamentari. Ha iniziato il siciliano Antonio Battaglia, di Termini Imerese, alla sua quinta legislatura, essendo in Parlamento dal 1994: è lui- come spiega il riassunto dei lavori della commissione che “contesta l’opportunità di ridurre il numero dei parlamentari sotto la spinta emotiva dell’opinione pubblica, che spesso trascende in atteggiamenti antipolitici, e stigmatizza il comportamento dei partiti che si preoccupano di recepire quella protesta con motivazioni effimere e demagogiche”.

Battaglia naturalmente vuole una riforma del Parlamento, ma non “ispirata da pressioni irrazionali e da un pregiudizio antiparlamentare” e vuole che il governo non avanzi proposte: ci penseranno deputati e senatori. Con che spirito è chiaro dalle sue parole. Che non sono affatto isolate nella maggioranza. Ecco che salta su il solito ex sindacalista dei poliziotti, Filippo Saltamartini, oggi fiero di fare parte della casta. È proprio tranchant: “le proposte di ridurre il numero dei parlamentari hanno un significato populista e demagogico: semmai si dovrebbe promuovere un rinnovamento della classe dirigente, composta da persone che detengono il potere politico ormai da troppi anni”.

Pochi banchi più in là prende la parola il pidiellino friulano Giuseppe Saro, ex agronomo alla sua terza legislatura. Spiega che tanto si sta parlando di aria fritta, in modo “accademico, a causa della prevedibile fine anticipata della legislatura che alcune forze politiche potrebbero preferire all’ipotesi di ridurre i componenti delle Camere”. In ogni caso Saro non condivide “una riduzione drastica nel numero dei parlamentari”, aggiungendo che “non è opportuno procedere a una riforma della composizione delle Camere sotto la spinta di slogan demagogici e della pressione dei mezzi di informazione, perché vi è un effettivo rischio di riduzione dei presidi della democrazia”.

Parolone forti, ma non sono da meno quelle che nella stesa commissione ha pronunciato l’avvocato spoletino ex An, Domenico Benedetti Valentini: “il tema non dovrebbe essere trattato in un clima condizionato dalle pressioni irrazionali dell’opinione pubblica, alimentate e strumentalizzate da alcuni mezzi di informazione, come dimostra la recente proposta- venuta addirittura dal Governo- di penalizzare sotto il profilo economico i parlamentari che svolgono attività professionali”.

Insomma, il palazzo brucia ed evidentemente gli occupanti non se ne rendono conto, si asserragliano dentro e provano a passare una nottata che è sempre più lunga. E non è che le opposizioni stiano provando a ribaltare la situazione! Anzi, il Pd non ha trovato nulla di meglio che proporre una commissione nella commissione per occuparsi di riforme istituzionali, che è la strada più certa per non fare nulla. La Lega parla attraverso il suo ministro, Roberto Calderoli, che ha già annunciato: «Noi le cose le abbiamo fatte, non annunciate. Il mio ddl dimezza i parlamentari». Quel ddl in realtà è ancora in bozza, taglia 445 posti e ne lascia 500 (quasi dimezzati), ma contiene mille altre norme: non verrà mai approvato. Il relatore a palazzo Madama, Gabriele Boscetto (Pdl), ha perfino messo le mani avanti ricordando che due legislature fa fu approvato sì un progetto che aveva anche la riduzione dei parlamentari (poi bocciato dal referendum), ma disponeva un differimento fino al termine della legislatura successiva. Cioè non si fa, ma se mai si facesse il taglio dei parlamentari, è meglio prevederlo dal 2018 in poi…


di Franco Bechis

16/09/2011




Powered by ScribeFire.

I cellulari delle star violati dagli hacker Scarlett e le foto osè

Corriere della sera

Indaga l'Fbi, sospetti su «Anonymous» Coinvolti almeno cinquanta attori. I manager in allarme: «Non tenete scatti intimi nel vostro telefonino»


WASHINGTON - Questa volta niente cablo riservati o rivelazioni esplosive sui Grandi della Terra. No, questa volta, gli hacker hanno preso di mira le star di Hollywood. E così i pirati informatici si sono impossessati di password, email e molte foto fatte con l'autoscatto dei telefonini. Girano diversi nomi e sono già apparse delle immagini rubate.

A cominciare da quelle di Scarlett Johansson. Un sito internet ha pubblicato un paio di scatti. E ciò è bastato perché il suo avvocato minacciasse azioni legali contro chiunque userà il materiale privato. Un monito accompagnato dalla supplica accorata di manager e addetti stampa: «Vi prego, cancellate le foto che avete nei vostri cellulari, è meglio per voi».

Insieme alle prediche è arrivata l'Fbi. Mercoledì sera, la polizia ha confermato l'apertura di un'indagine sui pirati della rete. Un seguito del lavoro investigativo iniziato quattro anni fa quando sono trapelate le immagini di altre stelle. Sono almeno cinquanta le attrici e gli attori obiettivo degli hacker. Tra loro Cristina Aguilera, Miley Cirus, Jessica Alba, Blake Lively, Vanessa Hudgens e appunto Scarlett Johansson. Un elenco che rischia di allungarsi giorno dopo giorno.


Per l'Fbi gli hacker hanno agito su più fronti, sfruttando le scarse precauzioni adottate dai personaggi dello spettacolo. Si sono impossessati delle parole chiave per entrare nella posta elettronica, quindi si sono dedicati al saccheggio. A loro interessavano le foto e soprattutto quelle che mostravano bellissime donne senza veli. Poi le hanno rilanciate, con parsimonia per tirare lungo il gioco, sulla Rete. In giugno sono uscite almeno 20 immagini di Blake Lively. Un brutto colpo per l'attrice di Gossip Girl che ha reagito immediatamente: è un falso.

«Ah, davvero. Sono taroccate?», ha risposto un hacker con tono beffardo. E allora giù un'altra scarica di foto con una minaccia neppure troppo velata: «Blake, se vuoi ne abbiamo molte di più». Una prova che non mollano anche se rischiano di andare incontro a grossi guai giudiziari. Si tratta di un reato federale e le pene sono severe.

I «corsari», da buoni tattici, hanno atteso qualche settimana e sono poi tornati all'arrembaggio delle star. Ed è arrivato il caso di Scarlett. Con le prime immagini: in una l'attrice appare avvolta solo da un asciugamano e nella seconda in topless. Ma, a sentire i pettegolezzi che rimbalzano dalla California, questo è l'antipasto. E persino leggero. I bene informati (quanto?) dicono che vi siano sequenze con la Johansson nuda e, forse, insieme ad altri personaggi. Scatti conservati nella memoria di un telefonino di ultima generazione, ma che gli hacker hanno violato senza troppa difficoltà.


Scarlett, preoccupata, si è rivolta all'Fbi che ha passato il dossier alla sua speciale unità che segue il crimine via Internet. Ma per i «Gmen», come venivano chiamati una volta i poliziotti federali, c'è molto da fare. A poche ore dallo scoop su Scarlett, ecco altri «spifferi», sempre corredati da foto, sulla coppia Mila Kunis e Justin Timberlake. Lui ha mandato delle immagini molto personali a lei. In mezzo gli hacker, che le hanno intercettate per poi trasmetterle a un sito che copre il mondo dello spettacolo.

A Los Angeles tutti sono intrigati dalla storia. E si chiedono chi possa esserci dietro l'attacco. Qualcuno sospetta un'azione di «Hollywood leak», pirati legati al più noto gruppo «Anonymous», protagonista di incursioni in difesa di Wikileaks. Hanno colpito in passato, potrebbero averlo fatto di nuovo, anche se non tutti sono convinti del loro coinvolgimento. E la domanda del giorno - «chi è stato?» - è accompagnata da una seconda più ansiosa. Domani a chi tocca?

Guido Olimpio
16 settembre 2011 12:06

Quando Franceschini sospettava di Bersani: dove trova tanti soldi?

di

Alle primarie 2009 l’allora segretario protestò contro la costosa campagna dello sfidante. Guidata da Penati


Soldi, soldi, talmente tanti soldi da fare arrabbiare gli stessi compagni di partito. E non un compagno qualunque: addirittura il segretario, Dario Franceschini, concorrente diretto alla guida dei Democratici. Denaro di cui lo staff di Pier Luigi Bersani disponeva in dosi massicce, forse addirittura sforando il tetto di spesa imposto dal congresso ai candidati alle primarie del 2009. E chi guidava la campagna elettorale del futuro vincitore? Lui, Filippo Penati, l’ex sindaco di Sesto ora indagato per un presunto giro di tangenti milionarie.
Bersani aveva scelto personalmente Penati come coordinatore della mozione 1, cioè capo della campagna elettorale delle primarie. Alla vigilia della nomina, il Corriere della Sera ne faceva questo identikit: «Un politico navigato ma senza responsabilità nazionali, un amministratore locale del Nord, un ex diessino ma “sceriffo democratico” attento alle esigenze della sicurezza». Insomma, era l’uomo giusto al posto giusto, al punto che dopo la nomina a leader del Pd Bersani lo confermò al proprio fianco come capo della segreteria. Fiducia piena e incondizionata. Che Penati ricambiava con entusiasmo: in un’intervista al Riformista dopo il lancio della «mozione Bersani», l’ex presidente della Provincia di Milano rivelò di essere stato contattato anche da Franceschini. Al quale Penati oppose un cortese rifiuto: «Ho scelto il campo che sentivo più vicino alla mia esperienza, alla mia storia, alla mia cultura». Il campo di Bersani e D’Alema. E Franceschini ripiegò su Piero Fassino.
Dal 1° luglio al 25 ottobre 2009, data dell’incoronazione di Bersani, fu una campagna elettorale senza esclusione di colpi, carica di ricorsi, sospetti, veleni. Il voto era riservato agli iscritti, ma in Calabria la mozione Bersani ebbe più consensi di quant’erano le tessere. In Liguria le truppe di Franceschini segnalarono che sui facsimile distribuiti dal partito per spiegare le modalità di voto compariva il nome di Bersani. In alcune località del Sud i due principali contendenti incassarono percentuali bulgare, superiori all’85 per cento, alimentando i sospetti di brogli.
Ma l’accusa più grave riguardò proprio l’uso dei soldi. Fu Franceschini a denunciare l’operato dello staff di Bersani, facendo proprio un malumore molto diffuso «tra elettori e iscritti del Pd», come scrisse il segretario in una lettera inviata ai competitor. Gli spazi a pagamento (muri, tv, giornali, fiancate dei bus) erano invasi dai manifesti con la faccia di Bersani. «Uno spreco enorme - protestò Franceschini -. I militanti vivono tra mille difficoltà finanziarie e capiscono a fatica perché vengono impiegate risorse e costosissimi spazi pubblicitari per la competizione tra noi, anziché essere utilizzati per il partito o per contrastare le scelte del governo».
«Solo i manifesti e l’attacchinaggio saranno costati 200mila euro», stimò Roberto Cuillo, portavoce di Fassino. E il partito si era dato un tetto di spese elettorali pari a 250 mila euro. «Qualcuno in questo Pd si sente proprietario del partito, ora si capiscono le resistenze a mollare le sedi, a mischiare le casse e i patrimoni, il proliferare di fondazioni», aggiunse Francesco Saverio Garofani, braccio destro di Franceschini. Che nella lettera aveva chiesto un codice di autoregolamentazione «che blocchi tutte le forme di pubblicità personale a pagamento». Gli uomini di Bersani reagirono con un’alzata di spalle: «Non buttiamola in caciara». Pochi giorni prima di questa polemica, Penati sull’Unità aveva difeso l’apparato del partito e criticato la «delegittimazione» di cui il suo candidato si sentiva il bersaglio. Era lui a guidare la campagna elettorale del futuro segretario, da lui transitavano i molti (troppi?) soldi investiti nella propaganda. Che finivano, come recitava lo slogan elettorale bersaniano, «in mani sicure».




Powered by ScribeFire.

Altro che flagello Io, madre single, aiuto il Paese»

Corriere della sera


A proposito del welfare all'italiana




Caro direttore,
nel commento in prima pagina di Dario Di Vico, mercoledì, si parla del «fenomeno delle madri single che flagella tutti i Paesi del Nord Europa» e «altre gravi distorsioni» in cui rischio di finire anch'io, madre single di ritorno che dall'ex marito il mese scorso ha ricevuto solo un decimo di quanto stabilito dal tribunale per il mantenimento dei figli. A proposito di «trasferimento di risorse dai padri ai figli»...

Le parole feriscono. Né io né le mie amiche mamme single sapevamo di essere moderne Attila importate dai Paesi scandinavi. Ci consideriamo, più semplicemente, madri che provano a crescere al meglio i propri figli, amandoli. Senza pesare sulla società. Anzi, «mettendo sul mercato» di questa vecchia Italia giovani menti che speriamo il Paese saprà sfruttare al meglio, senza costringerli a cercar fortuna altrove. Ci vuole fiducia nel futuro e un cambio di prospettiva. Le famiglie, monoreddito o plurireddito, sopravvivono con grande fatica, in realtà. E non si parla abbastanza dei padri che sfuggono le proprie responsabilità. Parlo di figli ma anche di casa, famiglia, lavoro, scelte e, soprattutto, condivisione reale del potere.

Questo è il vero flagello che impedisce alla società di domani di prendere corpo e alle donne e ai figli di liberare i propri talenti. A meno che non si privilegi una visione pessimistica di questa Italia. Un Paese dove non c'è futuro, nessuna voglia d'innovazione o nuove frontiere. Nessun bisogno di nuovi talenti, giovani o vecchi che siano. Solo l'urgenza disperata di tagliar pensioni e posti di lavoro. Non per far largo ai nostri figli/figlie, ma per far tornare i conti di chi ha investito male in passato (e son quasi tutti uomini). Informando i giovani che le risorse dei padri, dei nonni e (già) anche delle madri e delle nonne sono finite. E che l'Italia non può più permettersi di essere patria di letterati/e e scienziati/e, o di giovani che studiano al liceo per il piacere di sapere.


Viviana Basso
16 settembre 2011 10:52



Powered by ScribeFire.

I progressisti? Diventano tutti dei conservatori Gli ex rivoluzionari ora difendono il passato...

di


Gli uomini si dividono in due categorie: i conservatori e quelli che stanno per diventarlo. I rivoluzionari di una volta sono gli stessi che oggi difendono più strenuamente ambiente, lavoro, scuola e tutto ciò che è il passato




Gli uomini, come anche le donne, si dividono in due categorie: i conservatori e quelli che si apprestano a diventarlo.

Una boutade? Non proprio. È la constatazione (liberatoria) cui giunge il lettore alla fine del nuovo pamphlet di Armando Torno Il paradosso dei conservatori (Bompiani), dove attraverso esempi concreti tratti dall’attualità e citazioni filosofiche che spaziano da Filone di Alessandria a György Lukács, si tentano due operazioni. La prima: capire cosa si intenda oggi con la parola «conservatore», ancora fino a poco tempo fa un vero insulto, un’etichetta appiccicata come marchio d’infamia al «fascista» e spesso appositamente confusa con il termine «reazionario». La seconda: far notare che anche il più insospettabile dei progressisti col tempo si trasforma, magari senza accorgersene, in conservatore. Il vecchio detto popolare «si nasce incendiari, si muore pompieri», alla prova della storia, sembra avere una propria giustificazione filosofica.

I conservatori veri, almeno in Italia, sono pochissimi. Oggi l’unico «reo confesso» è Sergio Romano. Ieri c’erano - ad esempio - Panfilo Gentile, Augusto del Noce, soprattutto Indro Montanelli. Intellettuali che, secondo l’imperitura definizione di Giuseppe Prezzolini, «preferiscono alle rivoluzioni gli adattamenti, le modificazioni, le evoluzioni, gli assaggi, i ritocchi, almeno nei punti essenziali della coesistenza sociale. Il rispetto delle consuetudini non nasce nella mente del conservatore dal pensare che esse siano perfette; tutt’altro: nasce dal fatto che le considera come meno imperfette, poiché esistono, di quelle che ancora non esistono; per far esistere le quali ci vorrebbe uno sforzo che sarebbe più opportuno applicare a far funzionare meglio quelle esistenti». Un Manifesto dei conservatori uscito da Rusconi (vera casa editrice conservatrice) nel 1972. Qualche anno dopo, come nota Torno, quelle parole diventeranno il programma riformista dei socialisti. A dimostrazione di come si possa diventare conservatori senza accorgersene, cominciando dalle piccole situazioni della vita quotidiana e arrivando ai grandi temi sociali.

Dalle idee alle ideologie. È, in fondo, il percorso tracciato da Armano Torno, il quale si diverte a scovare il «paradosso» di vecchi progressisti che si scoprono conservatori, nei campi più diversi. Cioè gli «ambiti d’azione» che scandiscono i capitoli del libro: conservare la bellezza, conservare la terra, conservare il lavoro, conservare la cultura... Ci avete fatto caso? Le donne che più si accaniscono a «conservare» la propria bellezza a forza di lifting e impianti sono le più impegnate attrici radical-chic. I più combattivi «conservatori» dell’ambiente naturale, in guerra contro il progresso e lo sviluppo tecnologico del pianeta, sono gli ecologisti «di sinistra».

I più accessi «conservatori» dei vantaggi acquisiti dalle battaglie sociali degli ultimi decenni nel mondo del lavoro, in opposizione a ogni riforma del sistema dettata dal nuovo corso dell’economia, sono i rivoluzionari degli anni caldi della contestazione. E più inflessibili «protettori» della scuola, sordi alle necessità di cambiamento imposte da un mondo in continua evoluzione, escono proprio dalle file degli ex Sessantottini. È curioso - o paradossale? - ma oggi i più strenui difensori del passato sono coloro che si proclamano progressisti.
E i conservatori? Apparentemente, spariti. A meno che siano semplicemente camuffati. Come intuì Oscar Wilde quando ammoniva: «Pensa come un conservatore e parla come un radicale: questo è così importante al giorno d’oggi». Che non è (solo) una boutade.



Powered by ScribeFire.

A Parigi vietato pregare Allah per strada

di

Francia verso il voto. I rapporti con l'islam sono al centro della campagna elettorale. La destra affila le armi in vista delle presidenziali. Il ministro dell’Interno Guéant: "Pronti a usare la forza". Il provvedimento, adottato in nome della laicità, dalla capitale potrebbe presto essere esteso a Nizza e marsiglia. Ma già divampano le polemiche




Dalla Libia all’islam, dall’immigrazione alla sicurezza. Voilà la droite. Riecco la destra francese e Nicolas Sarkozy. Dopo una fine mandato in sordina, pochi annunci a effetto e deboli concessioni ai media - anche madame Bruni-Sarkozy e la sua pancia sono spariti - l’iperattivismo del capo di Stato francese è riesploso negli ultimi giorni. E ha nulla o poco di misterioso. La primavera elettorale si avvicina e la destra francese affila le armi.

Così ieri, mentre i leader socialisti in corsa per le primarie del 9 e 16 ottobre si fronteggiavano su France 2 nel primo dibattito televisivo per la scelta del candidato alle presidenziali, Nicolas Sarkozy imperversava sui tg di tutto il mondo, a braccetto con il compagno di guerra britannico, il premier David Cameron, per la prima volta in visita nella Libia del post-Gheddafi. In un colpo solo, Sarkozy ha oscurato l’appuntamento mediatico degli avversari, ha segnato un paio di gol sulle porte della «leadership» e della «politica estera» e ha chiaramente curato con dedizione gli affari economici di casa.

Quanto alle questioni parigine, a oscurare i socialisti ha pensato bene il ministro degli Interni Claude Guéant, il duro dell’Ump, l’uomo che parla da destra alla destra di governo, più in sintonia con il Front National di casa Le Pen che con i moderati dell’Ump. In un’intervista di prima pagina sul Figaro, Guéant, che è anche «ministro dei Culti», ha lanciato una campagna per la laicità dello Stato, strizzando l’occhio alla Francia più conservatrice
.
A sei mesi dall’introduzione del divieto di indossare il velo islamico integrale nei luoghi pubblici, il ministro annuncia che da mezzanotte, grazie a un accordo con le associazioni musulmane, è scattato il divieto di preghiera per gli islamici nelle strade di Parigi. «Potremmo anche spingerci fino all’uso della forza, se necessario», spiega inflessibile Guéant.

L’intesa vuole mettere fine ai grandi raduni del venerdì, fonte di forti tensioni nel quartiere parigino di Goutte d’Or (diciottesimo arrondissement), ma anche nelle multietniche Nizza e Marsiglia, alle quali potrebbe essere esteso il provvedimento. «Vigilerò con attenzione perché la legge venga applicata - spiega il ministro -. Pregare per strada non è degno di una pratica religiosa e contravviene al principio di laicità». Nessuna deroga, insomma. Ma un accordo che prevede la concessione di un’ex caserma come luogo di preghiera per i musulmani parigini
.
È l’ultima bordata delle destra francese per acchiappare l’elettorato che a maggio sceglierà il successore di Sarkozy. I numeri sono ancora favorevoli alla gauche - il 56% dei francesi vorrebbe un socialista all’Eliseo, in testa François Hollande, a seguire Martine Aubry, sempre che Dominique Strauss Kahn non annunci il grande ritorno nell’intervista prevista domenica su Tf-1 - ma la partita è aperta. E a destra la si vuole giocare sul tema più remunerativo per l’Ump: la sicurezza. Dopo disoccupazione e deficit, è questa la terza urgenza dei francesi, sulla quale Sarkozy può vantare credibilità ma deve recuperare terreno.

Il 70% dei francesi - spiega un sondaggio di Le Monde - aveva piena fiducia in lui su questo tema nel 2007, fiducia che è calata drasticamente nel 2010, per poi risalire quest’anno a quota 49%, sempre molto più alta degli avversari ma di certo recuperabile. Così alla vigilia del suo viaggio in Libia, monsieur le président ha annunciato un progetto di legge per la creazione di trentamila nuovi posti nelle carceri entro il 2017 e l’introduzione di un servizio civile nelle caserme, una sorta di inquadramento militare, per i giovani delinquenti. La sicurezza diventa priorità. Quanto i risultati elettorali.




Powered by ScribeFire.

La D’Addario? Reclutata dall’uomo di D’Alema 100mila intercettazioni per spiare 30 ragazze

di

Indagato per prostituzione l’avvocato Castellaneta, dalla cui masseria l’ex premier parlò di "scossa" anti Cav. Coinvolti anche i fedelissimi Intini e De Santis: Gianpi "consulente" della lobby. Il nuovo filone Finmeccanica: l'ipotesi dei pm è associazione a delinquere. Dall'Ape Regina all'Arcuri, le intercettazioni contro il premier




di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

Ricordate la preveggenza di Massimo D’Alema che a pochi giorni dall’apparizione della Vergine D’Addario annunciò, urbi et orbi, una «scossa» imminente per Silvio Berlusconi? Ricordate quell’annuncio del 14 giugno 2009 a In mezz’ora dell’Annunziata? Bene. Forse non ricordate che l’esponente del Pd era collegato da una masseria nel Salento il cui proprietario era l’avvocato pugliese Salvatore Castellaneta, detto Totò.

Ovviamente dalemiano, vicinissimo a Nicola La Torre (nato a Fasano come lui, e pure presente quel giorno), a Roberto De Santis (già socio di Ikarus con D’Alema, coinvolto in un’indagine romana del ’99 su un giro di escort con altri amici del Lìder Massimo, in rapporti d’affari nella società Milano Pace realizzata a Sesto San Giovanni e sponsor di Fare Metropoli, la fondazione di Penati) e all’imprenditore Enrico Intini, dalemiano pure lui, il cui nome spunta nel filone Finmeccanica. Filone, che a Roma, sul versante Enav, coinvolge un altro dalemiano di ferro come Morichini.

Castellaneta è al centro del filone-stralcio di Finmeccanica. È soprattutto tra gli indagati nell’indagine sulle escort a Palazzo Grazioli perché, secondo la procura di Bari, avrebbe reclutato proprio Patrizia D’Addario per sfruttarne «l’attività di prostituzione esercitata a vantaggio di Silvio Berlusconi presso la sua residenza romana».

La notizia è dirompente, e cavalcabile dai cultori del complotto. Perché a infilare la D’Addario nel letto del premier per i pm sarebbe stato lo stesso uomo nella cui casa pochi mesi dopo D’Alema metteva tutti in guardia dalle scosse in arrivo per il Cavaliere che proprio da quella storia sarebbero arrivate. È stato Castellaneta a soffiare la notizia all’amico D’Alema?

Difficile dimostrarlo, difficile non pensar male. Se è vero che a Castellaneta i pm contestano l’associazione a delinquere finalizzata a «beneficiare indirettamente dei vantaggi economici che il Tarantini, al quale era legato da rapporti di affari, avrebbe conseguito attraverso l’aggiudicazione di commesse da parte delle società» vicine a Finmeccanica come SelProc, Selex Sistemi integrati, e Seicos.
Tra queste ruota il ruolo di «consulente» che il già citato Intini affidò a Giampi, che in questa veste riportò Intini da Bertolaso grazie ai buoni uffici di Berlusconi e cercò di spendersi per agevolare contatti tra l’imprenditore dalemiano e, appunto, la galassia Finmeccanica. Dettagli che lo stesso Intini ha dichiarato a verbale: «Mi trovai con Tarantini a parlare con tecnici di Finmeccanica impegnati in vari progetti (...).

Ho incontrato anche Metrangolo, membro del Cda di Seicos» al quale Tarantini avrebbe passato – secondo la procura barese – le ragazze Niang Kardiatou e Fadoua Sebbar.
Questo a marzo, proprio quando Intini stipula la consulenza con Giampi: 150mila euro alla C.G. consulting.

Ma nel settembre 2008, racconta Intini, «Tarantini chiese di parlarmi (...) per cimentarsi nel settore delle consulenze». Dove avvenne l’incontro in cui Tarantini offre i suoi servigi all’imprenditore d’area dalemiana? «A Bari, nello studio dell’avvocato Castellaneta».
Tra i sospetti degli inquirenti la possibilità che tramite l’ingenuo Tarantini il gruppo imprenditoriale vicino a D’Alema mirasse a incrementare il proprio business con Finmeccanica e altri grandi gruppi. Giampi sarebbe stato il passepartout per sdoganare politicamente la lobby pugliese. Facevano gola a tanti i 320 milioni di euro del contratto tra Palazzo Chigi e la società presieduta da Guarguaglini per fornire materiali Hi-Tech alla protezione civile, nel 2008.

A gestire il contratto per conto di Finmeccanica sono la Selex e la Selex Sema, il cui responsabile tecnico, Domenico Lunanuova, viene citato da Intini quanto parla coi pm baresi: «L’appuntamento con Lunanuova mi fu fissato da Tarantini e partecipò anche lui». Giampi, a quanto racconta Intini, gli avrebbe anche organizzato due incontri con Paolo Berlusconi. E Secondo quel che racconta Vespa nel libro Donne Di Cuori Berlusconi (Silvio) non venne però mai informato da Tarantini «degli incontri con D’Alema».

Ingenuo, agente d’affari sotto copertura o testa di ponte per interessi bipartisan? La partita giocata da Tarantini è ancora da decifrare. Di certo c’è invece il sorprendente ruolo di primo piano ricoperto nell’affaire D’Addario, a detta dei pm, da un uomo, Castellaneta, legato a doppio nodo al clan del politico che quel terremoto aveva pronosticato.




Powered by ScribeFire.

Quel Baffino che spunta in ogni pasticcio

di


L'ex leader dei Ds è stato accusato di aver fatto fuori prima Natta, poi Occhetto e infine Prodi E così neppure oggi poteva mancare alle cronache il suo nome




Il «Dalemone» era quella specie di tabellone colorato sul quale Sabina Guzzanti, nei panni dell’allora segretario del Pds, componeva le più diaboliche e intricate strategie muovendo compulsivamente alcune fiches colorate. Il risultato, inesorabilmente, era un gran pasticcio: e così il D’Alema-Nosferatu trascolorava, nel corso dello sketch, in un più innocuo D’Alema-Paperino.
Sono passati più di dieci anni, e la leggenda nera dalemiana - se così possiamo chiamarla - non fa che crescere e conquistare la fantasia dell’opinione pubblica. Percepito di volta in volta (e qualche volta simultaneamente) come il più abile costruttore di strategie e il più pervicace distruttore di realtà, D’Alema è stato accusato nel corso degli anni di aver fatto fuori prima Natta, poi Occhetto e infine Prodi; di aver dapprima inventato e poco dopo affossato l’Ulivo; di aver organizzato il «ribaltone» contro Berlusconi nel ’94 e di averlo salvato con la Bicamerale nel ’96; di esser stato il più fiero e settario degli antisocialisti, e di essere oggi un craxiano senza vergogna; di aver confidato all’ambasciatore americano opinioni sulla magistratura degne del più sfegatato garantista, e di aver architettato con la candidatura al Mugello quel capolavoro di giustizialismo politico che è la discesa in campo di Di Pietro. Se non ci fosse D’Alema, ci annoieremmo a morte.
E così neppure oggi, nel giorno della chiusura delle indagini preliminari sul caso Tarantini, poteva mancare alle cronache il nome dell’ex presidente del Consiglio. Fra gli indagati c’è infatti l’avvocato Salvatore Castellaneta, accusato di aver «reclutato» insieme a Tarantini alcune ragazze, fra cui Patrizia D’Addario, poi finite a palazzo Grazioli. Fin qui, non ci sarebbe niente da eccepire. Senonché il Castellaneta (presunto) reclutatore di escort è anche il padrone della masseria in cui è ospite D’Alema quando annuncia dagli schermi di In mezz’ora che «la vicenda italiana potrà conoscere delle scosse». È il 14 giugno, e tre giorni dopo il Corriere pubblica un’intervista esclusiva alla D’Addario: «Incontri e candidature. Ecco la mia verità».
Un caso, una coincidenza fortunata (o sfortunata, se vista oggi)? O magari un semplice scambio di battute, che tale doveva rimanere e che invece, riproposto in tv, ha innescato una valanga? Già allora, infatti, in molti si chiesero a che cosa alludesse D’Alema, e quali fossero le sue fonti. L’interessato spiegò che si trattava di un’analisi politica, non giudiziaria, e che le «scosse» dovevano intendersi, appunto, in senso politico.
Se furono in pochi a crederci, e se oggi l’interrogativo si ripropone, è precisamente perché D’Alema è D’Alema. È pieno di politici che raccontano gli scenari più improbabili a qualche giornalista credulone, ma nessuno di loro, giustamente, viene preso troppo sul serio. Con D’Alema è diverso. Perché di lui si presume, s’immagina, si teme che effettivamente sappia qualche cosa in più. Il che in parte è senz’altro vero: un ex presidente del Consiglio, ex ministro degli Esteri e attuale presidente del Comitato di controllo sui servizi segreti è sicuramente più informato della maggior parte dei cittadini italiani.
Ma è anche vero che, paradossalmente, esibire una conoscenza particolare equivale a dissiparla: la «scossa», una volta annunciata, diventa, come tutto il resto, gossip politico e polemica spicciola.

Resta il fatto che qualcosa di andreottiano - nel senso, diciamo così, mitologico del termine - sembra avvolgerlo e, persino, affascinarlo. D’Alema condivide con Andreotti un’idea del potere trasversale e trascendente i partiti: è un’idea personale e reticolare, feudale ma anche modernissima, che pone al centro le relazioni fra le persone, lo scambio di informazioni, la continuità dei rapporti e degli equilibri, la rassicurazione reciproca.

C’è anche un gusto comune per le frequentazioni un pochino border line, e la non invidiabile capacità di attrarre su di sé i sospetti più infamanti, poi riciclati per alimentare la propria stessa leggenda, secondo l’aurea ricetta del potere che prevede ogni volta anche un pizzico di paura. Contrariamente alla previsione di Craxi, la volpe andreottiana non è finita in pellicceria. C’è andata vicino, questo sì. E adesso è senatore a vita.




Powered by ScribeFire.