sabato 10 settembre 2011

Il superburocrate sbaglia? A pagare è il contribuente

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La Regione Sicilia  ha stipulato una polizza assicurativa per coprire l'eventuale responsabilità civile dei dirigenti. Costo per le casse pubbliche: un milione e mezzo di euro



Palermo - Nel resto d'Italia, il burocrate che sbaglia, se viene beccato, paga. Di tasca sua. Ma in quell'isola felice che è sempre la Sicilia, specie per quell'esercito che è al soldo di mamma Regione, funziona diversamente. Sì, perché da questo mese è in vigore un contrattino assicurativo stipulato dall'amministrazione regionale con la compagnia Lloyd's Markel per coprire l'eventuale «responsabilità civile dei dirigenti» nel caso in cui provochino un danno nell'espletamento dell'attività amministrativa. Costo per la Regione, e dunque per i contribuenti siciliani: un milione e mezzo di euro circa, per essere precisi 535.548,26 euro l'anno sino al 2 settembre 2014, data di scadenza del contratto.

Un unicum nel panorama italiano. In Campania non c'è nessuna polizza a carico dell'amministrazione; in Piemonte i dirigenti hanno facoltà di sottoscrivere una polizza assicurativa, ma a proprie spese; in Emilia Romagna è stata addirittura la Corte dei Conti a imporre uno stop, stabilendo che no, non era legittimo che l'amministrazione spendesse soldi pubblici per tutelare dei singoli; nella Provincia autonoma di Trento la polizza esiste sì, e pure con la stessa compagnia, ma sono amministratori e dipendenti a pagare, sempre che vogliano aderire. E invece i dirigenti siciliani, «mosche bianche» in questo come in altri settori, possono dormire sonni tranquilli.

L'assicurazione, con premio a carico dell'amministrazione regionale, copre circa 2200 dipendenti, a fronte di un esercito di 18mila. La copertura riguarda la «responsabilità civile per danni materiali e corporali verso terzi con un massimale di 2,5 milioni e franchigia di 500 euro per ciascun assicurato o sinistro» e «la responsabilità civile patrimoniale verso terzi con un massimale di 14,166 milioni per persona o sinistro e franchigia per 1300 euro». Il contratto prevede inoltre la possibilità che i superburocrati interessati estendano la copertura alla «responsabilità amministrativa e contabile» versando, di tasca propria, da 199 euro (area amministrativa) a 449 euro (area tecnica).

La ciliegina sulla torta? Le proteste del sindacato. Gli autonomi del Cobas-Codir hanno tuonato con una nota ufficiale sostenendo che il provvedimento è illegittimo: non perché sia l'ennesimo spreco a carico del contribuente ma perché, piuttosto, andrebbe esteso a un maggior numero di dipendenti.




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Quella Babele dei numeri (in)utili e cari

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A ogni emergenza ne spuntano di nuovi, ciascuno costa mezzo milione l’anno. E paghiamo noi. Da anni l'Unione europea ci ordina di utilizzare solo il 112. Un lettore rivela: "Ho chiamato quello per l'allarme caldo. Mi hanno detto di bere"



Impossibile contare tutti i numeri «utili» che sono stati attivati e spesso poi disattivati. Anche se ci si limita a quelli nazionali e gestiti da enti pubblici, che fanno fatica a mollare ognuno il proprio «fortino» telefonico. E senza censire quelli voluti da comuni, regioni, province, questure, prefetture, Protezione civile, Asl, sindacati, associazioni, persino singoli deputati o senatori.

Durante la Prima Repubblica si diceva che una commissione d’inchiesta non si negava a nessuno. Serviva a dimostrare di aver preso a cuore una catastrofe o un misfatto e a tenere buoni chi ne aveva subito i danni.
Niente a confronto della storia dei numeri utili. Per ogni fatto importante o emergenza degli ultimi vent’anni ce n’è stato almeno uno. Ecco solo qualche esempio. Nel 1987 siamo nel pieno della diffusione dell’Aids e l’Istituto superiore di sanità istituisce il numero verde (tutt’ora esistente) per la malattia. I primi anni Novanta sono quelli degli attacchi mafiosi allo Stato, l’allora Commissario antimafia ha quindi il proprio numero verde, anche la questura di Caltanissetta ne vara uno ad hoc. Contro racket, estorsioni e usura ce l’hanno comune e prefettura di Napoli, le prefetture di Roma e Caserta, la questura di Matera.
Nel 1993 parte quello della questura di Roma per il fallito attentato di via Fauro a Maurizio Costanzo. Il Comune di Palermo dichiara guerra agli abusi edilizi con una linea dedicata nel 1991 e nel 1992 la questura aiuta anche così i minori emarginati. Nel 1995 l’immigrazione crea allarme sociale e il comune di Torino raccoglie con un numero verde le proteste dei cittadini per la microcriminalità.
Nel 1995 è la volta dell’epidemia di Ebola e del relativo call center del ministero della Sanità, nello stesso anno quello del Lavoro apre una linea per spiegare la riforma delle pensioni.
Nel 1998 esplodono i dubbi sul metodo Di Bella contro il cancro: ecco il telefono ministeriale per risolverli.
Sempre nel 1998, a dicembre, gli operatori finanziari devono prepararsi a passare all’euro e Bankitalia li soccorre con un telefono «amico». A fine decennio tutte le cronache parlano delle truffe agli anziani, i comuni di Torino e Genova hanno un numero per aiutarli.
Per l’11 Settembre tocca alla Farnesina varare il numero per chi ha parenti negli Usa.
Si potrebbe continuare all’infinito, con i telefoni per incendi boschivi, incidenti sulla neve, pericoli del mare oppure per il nonnismo in caserma, gli schiavi del fumo, gli scippi, i funerali.
Ma quanto ci costano i numeri utili? Il 1500 è nato nel 2008 per informare su «salute e rifiuti» e viene attivato, intensificato o messo in stand by a seconda delle necessità.

Negli anni si è occupato di influenza, caldo, aviaria, Sars e così via, orari e risorse impiegate quindi sono variabili. Il 1522 contro la violenza sulle donne invece funziona 24 ore su 24, 365 giorni l’anno e riceve 1.500 richieste d’aiuto al mese. Il dipartimento per le Pari opportunità l’ha dato in gestione con un appalto pubblico a un consorzio di centri del settore, per 1 milione di euro al biennio. All’estero le cose vanno diversamente.
Negli Stati Uniti il 911 apre tutte le porte, mentre in Europa nel lontano 1991 è stato istituito il 112 come numero unico per le emergenze. Da allora quasi tutti i paesi lo hanno fatto funzionare secondo i requisiti imposti dall’Ue. L’Italia, appunto, è in forte ritardo. L’Europa l’ha più volte bacchettata e nel 2009 ci ha persino inflitto una multa (poi sospesa) di 40 milioni di euro.


Dal 2010 il numero unico è in sperimentazione nella provincia di Varese, per poi essere esteso alla Lombardia. E un giorno, chissà, a tutto il Paese.




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Pedofilia, chiesti 10 milioni di danni a don Ruggero e alla Curia

Il Messaggero

L'ex parroco di Selva Candida condannato a 15 anni e 4 mesi



di Giulio De Santis

ROMA - Dieci milioni di euro. È il risarcimento danni chiesto a don Ruggero Conti, condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi, da una delle presunte vittime di abusi sessuali compiuti su minori dell’ex parroco di Selva Candida tra il 1998 ed il 2008. La richiesta di danni è stata avanzata anche nei confronti della curia Vescovile di Santa Rufina, che sarà chiamata a rispondere in solido del risarcimento in caso di condanna in sede civile.

A dover decidere se la richiesta è fondata sarà il Tribunale civile di Roma. I giudici dovranno pronunciarsi anche sulla citazione in giudizio del vescovo Gino Reali che all’epoca dei fatti aveva la responsabilità di sorvegliare l’operato di Don Ruggero Conti. In questo caso monsignor Reali rappresenterebbe la chiesa come istituzione. Qualora il giudice infatti scegliesse di far partecipare all’istruttoria anche il vescovo, la Chiesa sarebbe potrebbe essere chiamata a pagare un risarcimento danni alla presunta vittima. Con la conseguenza che verrebbe riconosciuta la responsabilità diretta della Curia per i comportamenti compiuti dai suoi membri nell’esercizio delle loro funzioni ecclesiastiche.

Una decisione che potrebbe rappresentare un precedente, perché in Italia la Curia non è mai stata ritenuta diretta responsabile per vicende di pedofilia. Responsabilità che per esempio invece è stata accertata negli Stati uniti dove nel 2007 l’Arcidiocesi di Los Angeles concordò un risarcimento di 660 milioni di dollari per le 508 vittime di abusi sessuale compiuti da preti pedofili.

La scelta dell’avvocato Fabrizio Gallo, rappresentante di una delle presunte vittime, di citare la Curia in sede civile nasce dalle motivazioni della sentenza di condanna in primo grado del prete. In alcuni passaggi i giudici della sesta sezione del tribunale penale di Roma, con un linguaggio velato, insinuano che i presunti abusi compiuti da don Ruggero sarebbero stati anche causati dalle omissioni compiute da chi aveva il compito di controllare l’operato del sacerdote. Il Tribunale penale di Roma ha ritenuto che le autorità ecclesiastiche intendevano «congelare» la vicenda nonostante avessero appreso della gravità della situazione dalla viva voce delle presunte vittime. Anzi i giudici sono arrivati a sottolineare la possibilità che i supposti abusi compiuti dal sacerdote dopo il 2006 forse avrebbero potuto essere evitati se non fosse stata sottovalutata la denuncia fatta da due vittime al monsignor Gino Reali.

Il processo civile avrà inizio il 12 dicembre del 2012. «La domanda di risarcimento della presunta vittima è irrituale» commenta l’avvocato Patrizio Spinelli, difensore di don Ruggero. La storia dei presunti abusi compiuti da Don Ruggero scoppia nel giugno del 2008 quando l’allora sacerdote di Selva Candida viene arrestato dalla Procura di Roma. L’inchiesta sarebbe arrivata a rivelare l’esistenza di un uomo capace di violentare alcune vittime anche 300 volte un minorenne. Secondo i giudici in un caso don Ruggero avrebbe abusato di un minore dopo avergli impartito lezioni private in preparazione dell’anno scolastico. Mentre un’altra violenza sarebbe avvenuta il giorno di Pasqua nel marzo del 2008 dopo aver convinto una vittima a farsi raggiungere presso la sua abitazione.

Sabato 10 Settembre 2011 - 15:47




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Porchette. Basta con l'evasione delle salsicce: perchè alle feste di partito... niente scontrini?

Libero



Qui si è scritto che la Chiesa, in molti casi, dovrebbe pagare l’Ici come tutti gli altri. Aggiungiamo che analogo discorso dovrebbe valere per le feste dei partiti, che grazie alla ristorazione fanno incassi anche notevoli ma non emettono uno scontrino che sia uno. Il decreto 460 del 1997, infatti, stabilisce che il rilascio della ricevuta non è obbligatorio «dal momento che gli introiti non sono tassati». E perché? Non è chiaro, a parte che vendere salsicce rientra nella «disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale». I tre quarti degli incassi vengono appunto dalle porchette varie, ma i partiti - che oltretutto si servono quasi sempre di volontari - non pagano praticamente nulla neppure per occupazione del suolo pubblico.

Male che vada affittano gli stand a terzi. Domanda: ma così si fa concorrenza ad altri esercizi commerciali della zona? Risposta: sì, e basti che alla Festa nazionale del Pd nel centro storico di Pesaro, con Bersani a parlare e De Gregori a cantare, a fine agosto c’erano 13 ristoranti e 20 chioschi. Altra domanda: credete che in quella sede ci abbiano risparmiato un dibattito sul fisco e l’evasione fiscale? No, anche se sono dibattiti - vale per tutti i partiti - dei quali ai festaioli importa sempre meno: in quelle feste ormai non si fa politica, non si fa opinione. Si fanno panini.


di Filippo Facci
10/09/2011




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Nel censimento entrano le coppie gay

La Stampa


Per la prima volta le unioni omo saranno riconosciute dall'Istat




Per la «prima volta nella storia italiana le coppie formate da gay e lesbiche saranno censite ufficialmente dall’Istat» nell’ambito del censimento ufficiale della popolazione. «È un traguardo importante - dice Alessio De Giorgi, presidente di Gay.it -. Ci siamo intestati questa battaglia dieci anni fa come Gay.it, ai tempi del precedente censimento che non prevedeva in alcun modo la possibilit… di individuare le coppie omosessuali conviventi ignorando, così, una fetta importante della popolazione».


«Dopo ripetuti appelli e contatti con l’Istat - spiega De Giorgi - in cui abbiamo chiesto che il nuovo questionario contemplasse anche le nostre realtà, finalmente ce l’abbiamo fatta. Adesso sta ai gay e alle lesbiche italiane cogliere questa importantissima occasione».

Ed è proprio da Gay.it, in collaborazione con Arcigay, l’associazione radicale Certi Diritti e Rete Lenford - Avvocatura per i diritti lgbt, che parte la campagna «Fai contare il tuo amore!» per informare la comunità lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali) della novità del censimento che permette per la prima volta di fotografare la situazione delle coppie formate da persone dello stesso sesso.

«Fra un mese il questionario sarà distribuito nelle case degli italiani - continua De Giorgi -, nel frattempo bisogna raggiungere più coppie e famiglie omogenitoriali possibili. Quante più saranno le coppie gay che si dichiareranno tali, tanto più sarà evidente e incontrovertibile il dato che ci riguarda e nessuno potrà più ignorarlo, tanto meno il parlamento, il governo e la classe politica. Famiglie lgbt e coppie omosessuali esistono e reclamano diritti e riconoscimento».



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Sapienza, quiz sulla grattachecca Gli studenti: "Faremo ricorso"

La Stampa

Nei test d'ammissione per l'università finiscono i gusti del chiosco romano "Sora Maria".
Il rettore Luigi Frati si giustifica: "Era una domanda di logica"



I gusti della gelateria «grattachecca di Sora Maria» di Roma sono finiti nei test d'ammissione per le professioni universitarie. La domanda chiedeva: «Nei pressi del noto Liceo Tacito di Roma si trova la "grattachecca di Sora Maria", molto nota tra i giovani romani. Sapresti indicare quali sono i gusti tipici serviti? Menta, limone, amarena, cioccolato...». Gli studenti infuriati si sentono vittime di una beffa, e sono pronti a fare ricorso. Il preside della Sapienza non si scompone, e giustifica le accuse spiegando che si trattava di una semplice domanda di logica.

In via Trionfale all'incrocio con via Bernadino Telesio, c'è sempre una gran fila nelle sere d'estate. Da più di 80 anni si produce la grattachecca più famosa della zona, forse di tutta la Capitale. Ora la famiglia della Sora Maria è diventata ancora più celebre, perchè è finita addirittura nei test di ammissione al corso di laurea in professioni sanitarie della Sapienza. La figlia, Gabriella, che gestisce il chioschetto, non può che esserne felice.

«E' già venuto il Tg5 e il Tg2, sto a diventà famosa», dice sorridendo. «Non avrei mai immaginato che le nostre grattachecche finissero addirittura all'Università - afferma la signora - la ricetta della sora Maria, mia mamma, è famosa ma non pensavo fino a questo punto». Cosa c'entri con l'università e anche con la "cultura generale" non si sa. Comunque la signora Gabriella smentisce i quiz: «Di gusti ce ne sono moltissimi, ma la vera ricetta di mia mamma è amarena, tamarindo, arancio, con pezzetti di cocco e limone».

Per il Codacons, che sta intraprendendo una class action contro il numero chiuso alle università, è «la prova del nove che conferma la necessità di eliminare i test di ammissione» e chiede quindi al ministro Gelmini di provvedere in tal senso. «È assurdo, infatti, che il Governo voglia modificare l’art. 41 della Costituzione sulla libera iniziativa economica e poi impedisca il libero accesso alle professioni», spiega l’associazione.

E l'Udu annuncia il ricorso. «Sembra una barzelletta -denuncia l’Unione degli universitari annunciando battaglia- invece purtroppo così non è. Da anni l’Udu lotta contro il sistema del numero chiuso, in quanto metodo iniquo di sbarramento a priori all’accesso al sapere. Inoltre, come sindacato universitario, abbiamo sempre denunciato che i test non hanno nessun valore di selezione e che spesso le domande presentano errori o vertono su argomenti al limite dell’assurdo. Ne è questo un chiaro esempio: come si può pensare -chiede l’Udu- che per accedere alla formazione di una professione sanitaria si debbano sapere le specialità di un chiosco romano?».

«Se l’Udu vuole presentare un ricorso faccia pure, tanto lo fa ogni anno, non c’è problema. Quella inserita nei test di accesso non è una domanda su chi è la signora Maria, ma una domanda di logica». Risponde così all’Adnkronos il rettore dell’università Sapienza di Roma, Luigi Frati, intervenendo sulla polemica sollevata dagli studenti in merito alla domanda contenuta nei test di ammissione alla facoltà di professioni sanitarie, in cui si chiedeva di indicare quali sono i gusti tipici serviti dal chiosco "la grattachecca di Sora Maria" che si trova nei pressi del Liceo Tacito di Roma.

«Tra le cinque risposte - dice Frati- ce n’era una sola giusta, mentre nelle altre quattro, accanto ai gusti tradizionali, era inserito un gusto atipico, tipo zabaione. Se poi c’è qualcuno che questo non lo ha capito...». «Tra l’altro la domanda era stata ispirata da un articolo apparso all’inizio di agosto sulle pagine culturali de "Il Messaggero" sui sapori di Roma», conclude.



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Un satellite da cinque tonnellate cadrà sulla Terra entro ottobre

La Stampa


Vecchio di vent'anni, per la Nasa al rientro nell'atmosfera non si disintegrerà del tutto: ma dove andranno i detriti?



Londra
Un vecchio satellite da circa 5 tonnellate rientrerà nell'atmosfera alla fine di settembre o ai primi di ottobre e la Nasa- scrive il Guardian- teme che non si disintegrerà completamente. Anzi. L'agenzia spaziale Usa dà per scontato che alcuni detriti potranno cadere a terra e al momento non si può prevedere dove. Si tratta dell'Upper Atmosphere Rsearch Satellite (Uars) posto in orbita nel 1991 dallo Shuttle Discovery per studiare l'interazione tra l'atmosfera terrestre e il sole. Il satellite da 750 milioni di dollari misurava la concentrazione di gas e dimostrò senza ombra di dubbio l'impatto dei Cfc nell'apertura dei buchi nella fascia di ozono sui poli. Spento nel 2005 Uars è rimasto in orbita inattivo. Ora si trova a 250 km di altezza con un'inclinazione di 57 gradi.




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