venerdì 9 settembre 2011

L’uomo con l’occhio elettronico

Corriere della sera
Federico Cella

Rob Spence è un documentarista canadese di 39 anni. È a Milano, alla Fnac (sopra il video realizzato con Giuseppe Gaetano), per presentare un suo lavoro in occasione del lancio del videogioco Deus Ex della Square Enix. A un certo punto vede una bimba piccola tra il pubblico, le fa un bel complimento – “there’s a cute overload”, letteralmente “c’è un sovraccarico di bellezza” – e poi si fa pensieroso. “Certo, quando avrò anch’io un figlio se da grande gli verrà l’idea di mettersi un braccio bionico al posto del suo “normale”, sarà difficile per me negargli questa possibilità. Sarebbe davvero ipocrita da parte mia”. Spence infatti è conosciuto anche come “Eyeborg” perché dopo aver perso l’uso di un occhio ha deciso di farsi creare una protesi con dentro una videocamera. È diventato un uomo bionico, così come Steve Austin, l’eroe di “L’uomo da sei milioni di dollari” (a fianco una action figure del personaggio), il telefilm anni Settanta che ha ispirato la scelta di Spence.


La camera è grande3,2 millimetriquadrati, con una risoluzione di 328 per 250 pixel, costruita dalla californiana Omnivision. L’azienda venne contattata da Spence nel 2006 quando il documentarista decise di sostituire l’occhio rimosso perché ormai irrecuperabile malgrado i molti interventi seguiti all’incidente con il fucile del nonno quando aveva 9 anni. “Mi è sembrata in realtà un’idea naturale, dato che faccio il regista”. Un atto coraggioso. Ma da molti anche criticato perché, non essendo la telecamera collegata al cervello – dunque non sostituisce in alcun modo la vista dell’occhio perduto -, in realtà quella di Rob è solo una mossa definita “pubblicitaria”. “E invece mi sono stupito anch’io quando ho capito che ogni persona che perde un occhio – dalle signore anziane ai bambini -, pensa come prima cosa di sostituirlo con una videocamera”. Rob ha parlato con molti di loro proprio in occasione del documentario su quelli che si potrebbero definire cyborg – persone nel mondo con protesi a vario grado tecnologiche – che ha presentato a Milano (lo vedete qui sotto). “Ho capito che è perfettamente normale, come chi perde un braccio pensa immediatamente all’idea di sostituirlo, anche solo con un uncino come un pirata. La differenza è che io l’ho fatto davvero”.


In realtà poi Rob di occhi ne ha ben più di uno, cioè anche più di due considerando quello “buono”. In Rete per esempio girano foto del regista con un occhio in stile Terminator (a fianco). “Niente altro che una protesi semplice con dentro un led da 5 dollari: inutile ma fa molta scena, fa molto cyborg”, scherza Spencer. Che poi racconta come di occhi sostitutivi in realtà ne ha sei. “Dato che siamo a Milano, capitale della moda, diciamo che sono molto accessoriato, un occhio per ogni occasione si potrebbe dire. Ne ho uno bianco che non fa altro che da protesi, è quello che ho sotto la benda (che indossa quasi sempre, ndr). Poi ne ho due con dentro una videocamera, una di queste è nuova e funziona decisamente meglio rispetto a quella vecchia. E poi ho quello iper-realistico, non registra filmati ma è quello che mia mamma vorrebbe che mettessi sempre”. Sorride.

Oltre a quello dei cyborg, il grande tema che Spencer sente molto suo è quello della privacy. Inevitabilmente, quando vai in giro con un occhio che può filmare tutto quello che succede attorno. “Non ti dico quando esco con delle donne, sono preoccupatissime: la prima cosa che mi chiedono è quale occhio ho indosso in quel momento”. Sul tema, la privacy non le donne, sta lavorando a un altro documentario. “C’è un qualcosa che non capisco e voglio approfondire”, spiega. “Come in 1984 di George Orwell c’è il grande fratello, i governi, poi ci sono tanti piccoli fratelli, gli smartphone che ci possono spiare a distanza”. E poi secondo Rob Spence c’è anche Google, che si pone più o meno nel mezzo. “Se una videocamera ti riprende mentre fai la spesa al supermercato, ormai non te ne frega più niente. Se io e te invece andiamo a berci una birra e io ti riprendo mentre tu sei ubriaco, ecco questo ti spaventa. Non riesco proprio a capirlo e devo interrogare la gente perché me lo spieghi”.

Come detto all’inizio, c’è poi la questione etica. “Forse sono il primo essere umano ad avere una videocamera al posto dell’occhio ma certo non sono il primo ad aver dato il via alla moda dell’augmentation, cioè del “miglioramento”, dell’accrescimento del proprio corpo”. L’esempio che sceglie Rob è calzante. “Se io sono “EyeBorg”, nel mondo è pieno zeppo di “BoobsBorg”, cioè di donne che si sono rifatte il seno. E non perché l’avevano perso, ma per una questione puramente estetica. Non c’è differenza se ci pensi”. Poi, come detto, il pensiero al suo futuro figlio. “Ma le cose non sono così nette, non c’è mai uno scatto nella società, la transizione nei costumi è sempre lineare. Oggi se sei miope puoi scegliere non più solo gli occhiali ma anche le lenti a contatto oppure l’operazione con il laser. Così il futuro degli innesti pian piano sta arrivando, e dunque ci troveremo in un mondo di cyborg senza praticamente neanche accorgercene”. E allora la decisione dei nostri figli, secondo Spence, non sarà una rottura ma seguirà semplicemente quello che il mondo è diventato. Un mondo di essere umani tecnologicamente “accresciuti”.

Sessanta milioni per quattro chilometri La «strada d'oro» che va in pezzi

Corriere della sera

Tra Cosenza e Catanzaro, costruita su terreno franoso

«La strada d'oro»
di Antonio Crispino


L'idra dello spreco in Calabria produce mostri come la strada del Medio Savuto, meglio nota come strada «mangiasoldi» o «strada d'oro». Poco più di 4 km di asfalto che hanno drenato risorse pubbliche per 60 milioni di euro. A cui si devono aggiungere ogni anno le spese legali per gli innumerevoli contenziosi sorti da quando nel 1990 si appaltò il progetto. L'ultima parcella che la Comunità Montana ha pagato ai legali che la rappresentano ammonta a 130 mila euro. La Medio Savuto doveva collegare la provincia di Cosenza a quella di Catanzaro. Ma al momento di scavare, l'impresa appaltatrice (una ATI composta da Italstrade, Impregilo e Bocoge) scrive che «ci sono numerose problematiche tecniche che impediscono l'esecuzione dell'appalto». In altre parole, ci si accorge che il primo lotto, quello che va dal comune di Marzi a quello di Carpanzano, nasce su un terreno altamente franoso.


SMOTTAMENTI - Dopo rinvii, sospensioni e richieste di varianti, il contratto con la Italstrade viene rescisso. «Si decide di affidare l'opera a un pool di imprese locali che terminano i lavori alla meno peggio», ricorda l'ex sindaco di Marzi Rodolfo Aiello che, da architetto, resta sbalordito quando gli riferiscono che un tecnico ha firmato il collaudo della strada e si sta per aprire il passaggio. Questo perché numerosi studi dell'Università della Calabria, e finanche un rapporto dei Vigili del Fuoco, già nel 1996 avvertivano degli smottamenti in atto in tutta la zona. Tredici anni per costruirla e la strada del Savuto dopo appena qualche giorno dalla conclusione dei lavori viene chiusa. Bastano poche gocce d'acqua, infatti, e gli smottamenti divorano letteralmente le carreggiate. Persino i tiranti ai quali sono ancorati i piloni della strada vengono spazzati via dal terreno franoso e scistoso.

SCUOLABUS - Sul corpo di frana, oggi, è stato spianato un altro percorso su cui incombe un traliccio dell'alta tensione in procinto di cadere. Qui c'è un continuo via vai di auto. «Durante i mesi scolastici è stato visto passare persino uno scuolabus», dice Aiello mentre abbassa la testa, lui stesso imbarazzato per tanta incoscienza. Al passaggio di ogni auto, infatti, è visibile a occhio nudo l'instabilità del terreno che scende verso valle. E mentre ogni giorno si sfiora la catastrofe, si è pensato di risolvere il problema piazzando cartelli che raccomandano la sicurezza o la percorrenza del tratto franoso solo nei mesi che vanno da maggio a ottobre. Il premio Oscar per la fotografia del film Avatar, Mauro Fiore, originario proprio di Marzi, quando è tornato in città per i festeggiamenti, nel vedere tale scempio pare abbia esclamato: «Questi sì che meritano l'Oscar».

Antonio Crispino
09 settembre 2011 14:48

Quanta energia serve per una ricerca su Google? I suoi server consumano come 200mila case

di


Svelato uno dei più grande segreti del motore di ricerca più noto: nel 2010 i suoi server hanno usato 2,26 miliardi di kilowattora e emesso 1,46 milioni di tonnellate di anidride carbonica, quanto quelle sprigionate da 70mila persone. Ma da Mountain View assicurano: "Eì solo la metà della media del settore"



Mountain View - Dove tiene tutte le informazioni in suo possesso il motore di ricerca più conosciuto del mondo? E soprattutto quanto consuma? Queste domande hanno finalmente una risposta: Google ha infatti finalmente rivelato uno dei segreti finora più gelosamente custoditi: quanta energia elettrica consuma per organizzare tutte le informazioni della Rete. E il dato è sbalorditivo: come ha spiegato Urz Hoelzle, uno dei vice presidenti dell’azienda, ha spiegato che per far funzionare la sua struttura, nel 2010 Google ha impiegato 2,26 miliardi di kilowattora di elettricità, l’equivalente dell’energia necessaria a 200mila abitazioni.
Conuma quanto 70mila individui Ma l'azienda di Mountain View solo l'anno scorso ha anche emesso, solo l'anno scorso, 1,46 milioni di tonnellate di anidride carbonica, equivalenti a quelle sprigionate da 70mila individui. Google ha però fatto notare che i suoi centri dati consumano circa la metà della media del settore e che le cifre si riferiscono anche ai consumi delle strutture che ospitano i 29mila dipendenti dell’azienda. Ma le cifre restano enormi e hanno un impatto sull'ambiente sicuramente importante.




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Addio a Michael Hart, il papà dell'ebook

La Stampa


Fondatore del Progetto Gutenberg, aveva digitalizzato il primo testo nel 1971. E' scomparso martedì all'età di 64 anni.
LUCA CASTELLI

Il fondatore del progetto Gutenberg, Michael S. Hart, è morto martedì 6 settembre, all’età di sessantaquattro anni. Più o meno quaranta dopo aver inventato l’ebook. Era il 4 luglio del 1971, data assai simbolica dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, quando il giovane studente Hart caricò il primo libro sui computer che l’Università dell’Illinois gli aveva messo a disposizione. Non a caso, scelse la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. E la ricopiò in formato digitale, parola per parola.

“Altro che scanner, all’epoca si doveva fare tutto a mano”, mi raccontò Hart lo scorso gennaio, in un’intervista. “Ma quando Internet non si chiamava ancora Internet, noi c’eravamo già”. Per molti anni, il progetto Gutenberg è restato poco più che un folle sogno. Nel 1997, i libri digitalizzati erano ancora poco più di trecento. Ma qualcosa stava per cambiare. Internet ormai si chiamava Internet e iniziava a mettere in contatto centinaia di migliaia di persone sparse per il pianeta, molte delle quali disposte a collaborare a un progetto di digitalizzazione della letteratura mondiale.

Oggi su www.gutenberg.org i titoli disponibili sono oltre 36,000, in vari formati (html, pdf, epub). Quasi tutti classici, ormai di pubblico dominio, quindi gratuiti. La stragrande maggioranza è in inglese, ma ce ne sono anche 1873 in francese, 797 in tedesco, 294 in italiano e addirittura un’ottantina in latino e sette in friulano (tra cui l’intera Divina Commedia). Come su Wikipedia, tutti i contributi sono offerti da volontari. Anche se ormai, grazie alla tecnologia, sono in pochi quelli che copiano i testi “a mano”, sulla tastiera, come antichi amanuensi. E la strada aperta da Gutenberg è stata percorsa e allargata da diversi altri progetti locali (in Italia, per esempio, il Manuzio/Liber Liber).

Futurista fino al midollo, a gennaio Hart preferiva lasciar stare le celebrazioni per i 40 anni dell'ebook e guardare avanti: “Oggi a pranzo ero seduto vicino a una persona che a un certo punto ha iniziato a leggere un libro sul suo telefonino. E’ da lì che passerà il futuro, per questo stiamo adattando i testi disponibili su Gutenberg agli smartphone e al Kindle”. La concorrenza di chi era arrivato dopo, ma con tanti soldi, tante risorse tecnologiche e tante ambizioni commerciali, non lo preoccupava. Né quella di Amazon Kindle, né quella di Google Books, né quella di Apple con l'iPad. “A dicembre abbiamo registrato 124mila download quotidiani dal sito, a gennaio 139mila. Non possiamo lamentarci". Il sogno? "Distribuire 10 milioni di libri in 100 lingue diverse. Vorrebbe dire un miliardo di libri: non male, eh?".

Più che libraio, Michael Hart era essenzialmente un bibliotecario. In versione 2.0. Vedeva l’ebook non tanto come un prodotto quanto come un mezzo per diffondere la conoscenza e sconfiggere l’ignoranza. La sua idea, si legge nel necrologio pubblicato sul sito del Progetto Gutenberg, era che i libri elettronici rappresentassero soprattutto un “modo efficiente e concreto di distribuzione illimitata e gratuita di letteratura”. E la diffusione della literature (letteratura) sarebbe stata la chiave per raggiungere un obiettivo più importante: il rafforzamento della literacy (alfabetizzazione) della società.


I 10 E-BOOK PIU’ SCARICATI NEGLI ULTIMI 30 GIORNI
(fonte:
Progetto Gutenberg)

1. Kama Sutra (Vatsyayana, 25545 download)
2. Le avventure di Sherlock Holmes (Sir Arthur Conan Doyle, 17394)
3. Orgoglio e pregiudizio (Jane Austen, 15076)
4. How to Analyze People on Sight (Elsie Lincoln Benedict e Ralph Paine Benedict, 12827)
5. The Best American Humorous Short Stories (Autori vari, 12067)
6. Alice nel paese delle meraviglie (Lewis Carroll, 11278)
7. Le avventure di Huckleberry Finn (Mark Twain, 10916)
8. Ulisse (James Joyce, 10069)
9. L’arte della guerra (Sun Tzu, 9276)
10. La Bibbia – King James Version (8572)

I 10 AUTORI PIU’ SCARICATI

1. Sir Arthur Conan Doyle (64242 download)
2. Mark Twain (59605)
3. Charles Dickens (47586)
4. Jane Austen (43466)
5. William Shakespeare (38915)
6. Edgar Allan Poe (36648)
7. Sir Richard Francis Burton (30461)
8. Herbert George Wells (29603)
9. Vatsyayana (26368)
10. Shivaram Parashuram Bhide (25545)




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Villanterio, cane in auto muore dopo 7 ore al sole

La provincia Pavese


Denunciata la padrona: «Laika è salita di nascosto, non me ne sono accorta». Scritte sull’auto: «Sei un animale». Qualcuno rompe il vetro ma è troppo tardi

di Anna Ghezzi



VILLANTERIO

Ventinove gradi e sette ore passate in auto, con i finestrini sigillati senza poter uscire. Poi qualcuno non si è accorto che, sul sedile posteriore della Mercedes parcheggiata su un lato di piazza Castello, vicino al Comune, c’era un cagnolino bianco agonizzante. Si è radunata una piccola folla davanti al civico 7, tra il municipio e gli orti che costeggiano il parcheggio. E poi qualcuno si è deciso a rompere il finestrino. Per Laika, uno shi-tzu bianco di sei anni, era troppo tardi.

È stata estratta dall’auto ma non c’è stato niente da fare. E pochi minuti dopo è arrivata la proprietaria dell’auto e del cagnolino, accolta da grida e accuse di chi era presente. Sul parabrezza dell’auto una scritta con un pennarello nero a punta quadrata: «Sei un animale. Skifo!». La donna sarà denunciata d’ufficio per maltrattamento di animale con l’aggravante della morte.

«Il cane era dentro, con i quattro finestrini alzati da chissà quanto – racconta Luciana Vailati, una testimone che usciva dal medico e ha notato dei movimenti nell’auto – era legato stretto. Qualcuno ha rotto il vetro, ma era già morto. E abbiamo chiamato i carabinieri». Nel frattempo è arrivata anche la proprietaria, che vive a Lodi Vecchio e lavora a Villanterio, poco distante dal Comune. «Non sono un killer, è stata una disgrazia – racconta Milena Giove

Io in lontananza avevo visto il finestrino rotto, ma mentre mi avvicinavo hanno iniziato ad urlare contro di me, si avvicinavano. Mi hanno trattata come un’assassina. Ma io stamattina non sapevo che il cane fosse in macchina, deve essere salita di nascosto pensando di venire con me come tutte le mattine ad accompagnare mio figlio piccolo all’asilo». E prosegue: «E’ piccola, deve essersi addormentata mentre venivo al lavoro alle 8.30, se solo avessi parcheggiato sotto l’ufficio come faccio di solito me ne sarei accorta, scendendo per una pausa. Invece stamattina era tutto occupato.

È una disgrazia, come farò a dirlo ai miei tre figli?». Dopo pochi minuti è arrivato anche il marito, Stefano Giove, artigiano di Lodi Vecchio che si occupa di isolamenti termici: «Ero dai vigili di Lodi Vecchio con mio figlio piccolo – racconta –, stavamo cercando il cane da stamattina. Ogni tanto scappa, si nasconde, ma la cercavamo da troppo tempo. Perché hanno aspettato così tanto a spaccare il vetro?».

I carabinieri hanno sentito tutti i testimoni, il corpicino del cane, avvolto in un telo verde e infilato in una scatola di cartone, è stato portato al canile da un vigile di Villanterio in attesa del verdetto del veterinario. Stamattina i tecnici dell’Asl dovranno stabilire se Laika è morta per asfissia o strangolamento e i coniugi saranno sentiti in caserma oggi pomeriggio.




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Non voglio morire»

Corriere della sera
1/9, le voci sugli aerei dirottati
 Rcd

Il Leone (Gentile) del Panshir prima vittima del Terrore

Corriere della sera

Massud, l'eroe afghano della resistenza antisovietica ucciso il 9 settembre

Di ETTORE MO



Ahmad Massud
Ahmad Massud
La vita del cronista, specie nella categoria dei corrispondenti di guerra, comporta molti rischi ma al tempo stesso offre loro l'opportunità di assistere ai maggiori avvenimenti internazionali e conoscerne i protagonisti. Io, ad esempio, ho avuto la fortuna di imbattermi trent'anni fa nel grande comandante afghano Ahmad Shah Massud e, da allora, di frequentarlo assiduamente fino al giorno della sua tragica fine, il 9 settembre del 2001.

Quanto segue è un racconto fitto di ricordi (un misto di misteri gaudiosi e dolorosi) oltre che un omaggio al «leone del Panshir» nel decimo anniversario della sua scomparsa
: una belva tutto sommato mansueta, il nostro eroe, che si aggirava nella valle natia, teatro di tutte le sue imprese, e poteva affermare poco prima di morire di «non aver mai giustiziato un prigioniero né aver mai dato ordine di farlo». Massud rimaneva perennemente inchiodato sui monti e nelle trincee del suo Panshir. Ed era proprio lassù che dovevi andare, se volevi incontrarlo. Tre settimane di cammino (in gran parte a piedi o con l'ausilio di mezzi di fortuna, un carretto, un furgone o magari un camion che procedeva rantolando sull'ultimo, ripidissimo tratto) per coprire circa 130 chilometri di strada. Arrivammo a Bazarak - il suo villaggio natale - che era già notte. Massud stava seduto al tavolo con un gruppetto di amici: parlavano a bassa voce mangiando noccioline e uva passa.

Nell'ashram Bhajna di Vrindavan


«E tu chi sei?», mi chiese in farsi (persiano) sgranando gli occhi. Parlava bene il francese, che aveva imparato a Kabul fin da ragazzo e quindi al liceo della capitale. S'era poi iscritto alla facoltà d'architettura, ma non riuscì a conseguire la laurea, travolto com'era dagli «impeti rivoluzionari» che, scriverà un suo biografo, «gli avevano mandato in fiamme il cuore e il cervello». Era in sostanza un carbonaro, una testa calda. La crociata di Massud era cominciata nel '75 con un tentativo di sollevamento nel Panshir, subito fallito. La stessa cosa e lo stesso fallimento ebbero luogo quattro anni dopo, quando il potere sembrava saldamente nelle mani del presidente Nur Muhammad Taraki e del primo ministro Afizullah Amin. Al tempo del nostro primo incontro, nell'81, l'ex studente universitario fuori corso aveva appena 26 anni ma era già leggenda: che le epiche battaglie dei mujahidin contro gli sciuravi - i russi - avrebbero via via ingigantito.

Ricordo un giovane piuttosto schivo e taciturno, un volto pallido affilato, gli occhi grandi e scuri quasi sempre offuscati da un velo di malinconia. Niente di altero o d'autoritario nella sua persona, sapeva imporsi grazie alla sua forza interiore, impartiva ordini quasi senza parlare, gli bastavano gli occhi e un gesto sbrigativo nella mano per dire ai suoi ragazzi cosa fare, dove andare. Esibiva un pizzetto nero striato di fili d'argento che gli conferiva un'aria da cadetto moschettiere ottocentesco, ulteriormente accentuata dal Pacul, il mantello che sempre l'avvolgeva, qualunque fosse la stagione. Un coro quasi unanime di lodi si levò in quei giorni sulla «abilità strategica» di Massud oltre che sull'«efficienza della sua rete d'informazione», senza le quali - diagnosticò un ufficiale - «il grande baluardo della Resistenza del Panshir avrebbe potuto essere spazzato via una volta per tutte».

E si arriva quindi a febbraio dell'89 quando ha inizio il graduale rientro in patria dell'Armata Rossa e sul ponte dell'Amu Darya s'intravedeva la sagoma di un generale sovietico che, mano alla visiera, saluta l'Afghanistan per l'ultima volta. Ma la pace non si addice a questo Paese, che pure in anni non troppo lontani sembrava un'oasi relativamente felice e spensierata, quando in Chicken Street - la strada più famosa della capitale - hippies e figli dei fiori bivaccavano lievemente inebetiti dall'alcol e dalla marijuana. Lo stesso presidente Karzai descrive in un libro autobiografico Kabul come «una città pulita, ordinata e discretamente cosmopolita...».

Nella mia ultima visita, tre anni or sono, trovai una Kabul «blindata», con matasse di filo spinato per le strade e posti di blocco ad ogni crocicchio: mentre sui muri delle case e nelle piazze giganteggiavano ovunque i ritratti di Ahmad Shah Massud, che è rimasto «il solo vero eroe nazionale, rimpianto da tutti». Nella meticolosa biografia tracciata dallo scrittore Michael Barry, il «leone del Panshir» viene definito, per la gentilezza dei modi e per un «profondo sentimento di pietà e clemenza» da cui non erano esclusi neanche i suoi nemici, Amer-Sahib, comandante-signore. In proposito, ricordo che aveva una cura estrema della propria persona, che si alzava prestissimo al mattino ma scendeva a colazione solo dopo un paio d'ore, profumato di lavanda. L'esodo degli sciuravi non pose fine alla belligeranza, come molti speravano.

Per tre anni, il Paese è nelle mani del regime filosovietico di Najibullah, ma nel '92, dopo la spettacolare occupazione di Kabul da parte del comandante tagiko e dei suoi guerriglieri, si ricomincia a sparare. Dal '96, Massud rimase assediato nella sua vallata dall'orda dei «guerrieri di Dio», dimenticato da tutti. Lo vidi per l'ultima volta a Strasburgo, dov'era approdato il 7 aprile del 2001 per chiedere aiuto all'Europa. Si è presentato col suo vestito afghano, di lino bianco, il berretto di felpa buttato indietro sulla dura lana dei capelli. Aveva solo 47 anni ed era angosciato. «I governi europei - confidò con amarezza - non capiscono che io non combatto solo per il mio Panshir, ma per bloccare l'espansione dell'integralismo islamico scatenato a Teheran da Khomeini... Ve ne accorgerete».

L'attentato mortale ebbe luogo il 9 settembre del 2001 nelle baracche di Khoja Bahauddin, quartier generale dell'Alleanza del Nord, dove Massud s'era rifugiato per sfuggire ai suoi assassini che, eliminandolo, toglievano di mezzo un grande protagonista della Resistenza e anche il solo che godesse di rinomanza e prestigio internazionali. Fu così che i due kamikaze magrebini, presentandosi come giornalisti, lo accopparono con una videocamera imbottita di esplosivo. Qualche tempo dopo, in un colloquio col braccio destro di Massud, Khalili, che rimase gravemente ferito nell'attentato ma sopravvisse, appresi che i due strateghi avevano fatto le ore piccole discutendo di Victor Hugo e di Dante Alighieri. «Sai - mi confidò - il Capo non aveva fatto l'accademia militare, ma sapeva tutto di armi e strategia. Però era anche un uomo molto pio e un intellettuale. Nei ritagli di tempo leggeva poesie ai suoi soldati. Sostiene inoltre che quei farabutti di talebani, col loro fanatismo, avevano respinto l'Afghanistan indietro di cinque secoli».

Il «leone del Panshir» venne sepolto a Sareeka, sulla collina dei martiri, un'arida montagnola a nord di Bazarak, alla presenza di una folla enorme. Un mare di gramaglie. La vedova con i sette figli, sei ragazze e un maschietto, quest'ultimo di 13 anni, il più piccolo della brigata. Diversamente da Osama bin Laden e da Gulbuddin Hekmatyar che continuano a sognare la restaurazione di una teocrazia islamica che giustifica, anzi incoraggia i kamikaze a immolarsi per la «causa di Allah», Ahmad Shah Massud non ha mai assecondato questo genere di esaltazioni mistiche. Pur facendo parte di un partito fondamentalista - lo Jamiat-i-Islami, che fa capo a Rabbani - è rimasto per indole nel solco della moderazione, dove la ragione ha il predominio. Non si faceva scrupolo nell'ammettere che nel suo eventuale governo si sarebbe fatto spazio alle donne e avversava apertamente i talebani che le volevano mummificare nel chador e nel burqa. Visitando il santuario di Sareeka, un anno dopo la sua morte, ho avuto l'impressione che benché s'inginocchiasse cinque volte al giorno come vuole la tradizione islamica, il suo sguardo si rivolgesse più alle cose terrene che a quelle celesti. Una «deviazione» che i due kamikaze magrebini non potevano tollerare e che gli costò la vita.

09 settembre 2011 11:52



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Trovato in Sudafrica l'anello mancante tra l'uomo e la scimmia

La Stampa

L'ominide risalirebbe a due milioni di anni fa



Roma

Una creatura che risale a due milioni di anni fa, con un cervello "sorprendentemente" evoluto e mani capaci di costruire oggetti: potrebbe essere lui l'anello mancante tra l'uomo e la scimmia.

E’ l’Australopithecus sediba, un ominide con caratteristiche a metà tra l'umano e lo scimmiesco, protagonista di un recente studio appena pubblicato sulla rivista Science.

I resti del presunto antenato dell'uomo, la congiunzione fra l'australopiteco e il genere, sono stati rinvenuti in una grotta di Malapa in Sudafrica nel 2009, una cinquantina di chilometri a nordovest di Johannesburg. Secondo i paleontologici Australopithecus sediba camminava in posizione eretta, anche se in modo diverso dall'uomo moderno.

Finora, ricorda il Telegraph, si è sempre creduto che gli antenati più vecchi del genere Homo fossero i fossili rinvenuti nell'Africa orientale (attuale Tanzania): invece, questa creatura, descritta nei cinque articoli a lei dedicati da Science, potrebbe rivoluzionare le conoscenze sull'evoluzione, poiché più vecchia di centinaia di migliaia di anni: risale, per l'esattezza, a 1 milione e 997mila anni fa.



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Beffati Povero D'Alema: prima lo contestano, poi aprono un sexy shop sotto casa del baffetto

Libero




Apre un sexy shop automatico nella Roma bene e tra gli abitanti monta la rabbia. Tanto che, contro il negozio che offre sex toys e video hard ai clienti più timidi, è stata addirittura organizzata una raccolta firme degli indignati residenti, i quali chiedono a gran voce la chiusura del “luogo della perdizione”. Un piccolo locale al civico 27 di via Avezzana, proprio accanto al palazzo dove vive Massimo D’Alema. Una nuova grana per il leader del Pd, che ieri è stato pure contestato a Pesaro da un militante di sinistra, il quale ha esposto il cartello «D’Alema, Berlusconi sarà sempre grato, noi no».

Ebbene, il presidente del Copasir possiede nella stradina a pochi metri da piazza Mazzini ben due appartamenti, venti vani tra il primo e il secondo piano. In uno vive lui con la moglie Maria Rosaria Giuva, quello sopra è intestato ai figli. D’Alema non ha ancora sottoscritto il documento contro la nuova attività commerciale, ma sono in tanti a giurare che quel sexy shop in bella vista sotto il suo balcone non gli piaccia affatto e che la consorte abbia più volte manifestato la sua contrarietà. A preoccupare non solo gli abitanti di via Avezzana, ma anche i condomini che vivono a via Nicotera, Pimentel e Sanfelice; è il fatto che “Sex is Now” (questo il nome della videoteca automatica per adulti) possa trasformare la stradina nel cuore di Prati in un ritrovo per amanti del sesso.

E per scongiurare il rischio che il distributore automatico di giochi erotici causi un danno all’immagine dei palazzi ottocenteschi, i residenti si sono rivolti allo studio legale Valeri, che ha preparato una petizione inviata al presidente del Municipio e ai vigili urbani. Nel documento, che sarebbe arrivato perfino sulla scrivania del sindaco Gianni Alemanno, si chiede la chiusura dell’attività che sarebbe incompatibile con le esigenze di tutela dei valori ambientali e urbanistici.

Il timore, per i promotori della protesta che possiedono i lussuosi appartamenti, è che gli immobili della via perdano di valore e che la zona si animi di personaggi poco raccomandabili. Addirittura c’è stato chi, al fine di inibire i clienti, ha proposto di tagliare il grande albero davanti al sexy shop per installare un lampione su quella che finora è stata una stradina poco illuminata. Per nulla contrari al nuovo negozio gli altri commercianti di via Avezzana, che non hanno intenzione di firmare la petizione. «Non so che problemi può creare questo negozio. Anzi, ha perfino la telecamera esterna, quindi dovrebbe portare più sicurezza. E poi non si capisce neanche che cos’è, ha solo una porta, niente vetrina, i prodotti non sono in vista, bisogna entrare», ha spiegato un negoziante. “Sex is Now”, il terzo della Capitale, è aperto da poche ore ma la partita delle firme è appena iniziata.


di Rita Cavallaro
09/09/2011




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Dal barbiere al ristorante, il peone va a caccia: "Ora vi svelo i veri sprechi di Palazzo Madama"

di


Il senatore del Pdl Franco Orsi fa le pulci alle spese di Palazzo Madama: spendiamo un milione per pranzare dentro, mi diano 9 euro e vado al bar. Bilancio sbilanciato: su 587 milioni, 70 è la spesa per gli eletti, 140 quella per i dipendenti. Per tagliarsi i capelli si spendono 18 euro: ce li diano e ne risparmiamo 180mila




Girava sul web la solita nota sui privilegi dei parlamentari, all’urlo di: «Aboliamoli con referendum», con postilla: «Queste informazioni possono essere lette solo su Internet, quasi tutti i mass-media rifiutano di diffonderle». Lui, che invece aveva appena letto sui giornali altri attacchi alla casta, ha postato la nota su Facebook, così: «È una bufala. I privilegi ci sono ma inventarne di nuovi non è utile. Chi vuole sapere mi chieda. Sono un senatore». È finita con una rissa che va avanti da giorni, chi la dura la vince. Cuor di peone, Franco Orsi.

In Parlamento c’è arrivato col Pdl nel 2008, dal 2009 è primo cittadino di Albisola. Prima s’è visto decurtare la diaria di 12mila euro, poi ha rinunciato all’indennità di sindaco, adesso s’è visto applicare la supertassa del 10 per cento sui redditi oltre i 90mila euro che invece il resto del Paese ha evitato. E poi è entrato al ristorante di palazzo Madama. È stato allora che ha iniziato a fare i conti della serva al Senato.

Pronto, senatore? «Voi giornalisti non aspettate altro che farci passare per scemi, lasci perdere». Ma quei conti... «Senta, la premessa è che siamo dei privilegiati, lo so». Ecco, allora... «Allora chiediamoci dove finiscono i soldi».

Il calcolo è presto fatto. Per il 2011 il bilancio del Senato è di 587mila euro. La spesa per i senatori, fra indennità e diaria, è di 70,6 milioni, 20 dei quali tornano allo Stato con l’Irpef. I vitalizi si portano via altri 79,2 milioni. «Fanno 149,8 milioni. Per arrivare a 587 ne mancano 437,2». È la voce «costo del personale» la più alta in assoluto: 140 milioni per quello in servizio, 97 per le quiescenze. Fanno la bellezza di 237 milioni. Vai a vedere che adesso la vera casta sono impiegati, funzionari e commessi. «Nemmeno per sogno. Però forse sarà il caso di dirlo, che lo stipendio medio lordo del personale è di 146mila euro. Giusto, sono professionisti qualificati. Ma è più di quello dei senatori». Il punto, s’inalbera, è ancora un altro.

«Le racconto una cosa piccola, che però rende l’idea. Ogni volta che vado in commissione trovo un termos di caffè. Fa schifo, sono tre caffè allungati. Ma va bene, è gratis e io sono un privilegiato». Bene, poi? «Io voglio sapere quanto costa quel servizio. Perché se costasse, chessò, 6 euro, me ne danno 2 e io il caffè me lo faccio portare. Oppure non mi danno niente e me lo pago». Un buon espresso, magari. Morale? «Si caricano sui senatori alcuni servizi sui quali si potrebbe risparmiare».

Diceva del ristorante. «Costava 11 euro. Ora hanno introdotto quelli che chiamano prezzi di mercato. Peccato che io 38-40 euro non li spendo nemmeno da Piperno o da Fortunato». Un primo fra i 6 e i 15 euro, pesce e carne oltre i 24. «In quale mensa aziendale si spende così tanto?». Ma voi avete stipendi diversi da chi frequenta le mense aziendali. «Vero. Ma il ristorante interno costa al Senato un milione e 130mila euro all’anno, in aggiunta a quello che spendiamo noi. Più 40mila euro all’anno di posate e stoviglie...». E che ci fanno coi piatti?

«Eh, boh. Più l’affitto e il gas e la luce e la spazzatura che la ditta che gestisce la ristorazione non paga». Forse pagano tanto i camerieri? «A quanto mi risulta non più di mille euro al mese». Ricapitolando: «Chiudano il ristorante e mi diano 20 euro, o un ticket da 9 come agli impiegati pubblici, e io vado al bar di fronte». Senza contare che per i dipendenti, il servizio è differente e costa un milione e 190mila euro.

Per non dire dell’ormai famigerato barbiere. Comodo, farsi barba e capelli prima di entrare in Aula. «Ma se spendo 18 euro come dal mio barbiere ad Albisola, allora vado ad Albisola, se il barbiere interno costa al Senato 180mila euro». Vale anche per gli uffici. Una ventina di senatori era rimasta senza. Gli davano un contributo di 1.400 euro al mese per pagarsene uno. Poi hanno ristrutturato palazzo Capranica. «Quanto è costato? E gli arredi? E l’affitto quanto costa? Non è che si risparmiava lasciando le cose come stavano?». Alla voce «canoni e locazioni» c’è scritto 9 milioni. Vai a sapere.

C’è pure quella storia della banca. Erano i primi d’agosto quando il senatore Idv Elio Lannutti, storico leader di Adusbef, fece un teatro in Aula seguito in modo bipartisan dai colleghi perché la filiale interna della Bnl aveva applicato a lorsignori onorevoli la stessa «modifica unilaterale del contratto» imposta ai comuni correntisti, dai 3 euro di commissione sul prelievo di contante allo sportello fino a 2mila euro, ai 4,50 sui bonifici. Contro le «condizioni capestro» era stato subito firmato un ordine del giorno che impegnava il Senato a ridefinire l’accordo con la Bnl. «Lo so che pare una rivolta di casta - spiega Orsi - ma al Senato la Bnl non paga affitto, e il Bancoposta fa condizioni migliori. E infatti il giorno dopo la Bnl ha cambiato le condizioni».

Che si fa? Dice Lucio Malan, segretario della presidenza del Senato, che un’organizzazione migliore è possibile, «forse nell’era del computer 962 dipendenti sono tantini». Solo che, ride, anche se vanno in pensione «poi si ostinano a morire con parsimonia. Dovrebbero morire prima. Ma magari lo stabiliremo per legge nella prossima finanziaria...»




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FotoNascosta. Scatto gemelloe polemicha: Tranquilli come gli Italiani. Nulla cambierà

Libero




La foto, l’11 settembre 2001, è stata scattata a New York dall’altra parte dell’East River, a una decina di chilometri dalle torri che bruciano. Si vede un tranquillo gruppo di persone assolutamente rilassate e serene, sedute in riva al fiume, sotto il sole, vicino a un ristorante, mentre si fanno soavemente gli affari propri con la nuvola di fumo sullo sfondo. Rimasta nascosta per anni, quell'immagine è stata resa pubblica suscitando tutte le polemiche che all'epoca si vollero evitare: dimostra l’incapacità degli americani di imparare dalla tragedia, no, dimostra la capacità umana di rimanere insensibili, no, dimostra la volontà di voltar pagina velocemente, no, dimostra che tutto è come prima, macché, dimostra che una foto può essere menzognera e infedele. Gli americani vanno matti per queste discussioni, e tutto sommato, data la ricorrenza, è comprensibile.  Da noi, invece, certe discussioni sono già morte da un pezzo: si parla solo della crisi o delle nuvole di fumo delle intercettazioni. Sarà per questo che quella foto, vista ora, mi ha suggerito altro: qualcosa di più leggero e più terribile al tempo stesso. Quel tranquillo gruppo di persone, nella mia visione, sono gli italiani, convinti che nulla cambierà davvero. Stanno guardando distrattamente, da lontano, il loro Paese che brucia. Ma certo non crollerà, che diamine.


09/09/2011




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Contro i pirati della «monnezza» blitz a sorpresa con le telecamere

Il Mattino


di Paolo Barbuto

NAPOLI - Il furgoncino carico di bustoni neri si avvicina al ciglio della strada, invade un’area verde di Gianturco, due uomini scendono e cominciano a scaricare i sacchi neri sotto un albero. Non fanno caso a una automobile che si trova lì vicino con un uomo e una donna all’interno. Sembra che parlino animatamente: saranno innamorati in crisi. E invece sono agenti della municipale in appostamento, con tanto di telecamera per riprendere tutto e procedere alla denuncia. Le telecamere sono la prima novità della nuova battaglia contro i pirati dell’immondizia voluta fortemente dal comandante della municipale, Luigi Sementa.



Le prime immagini di prova, quelle che vi abbiamo raccontato nelle righe iniziali di questo articolo, potrete vederle da stamattina in esclusiva sul sito del Mattino.it. Per rendere ancora più difficile la vita ai delinquenti del sacchetto, Sementa ha fondato una nuovo gruppo, l’«Unità operativa Ecologia», affidata al tenente Ciro Colimoro che per adesso ha a disposizione una decina di agenti dotati di buona volontà e di grandi mezzi tecnologici: «Certo - sorride il comandante Sementa - la tecnologia ci aiuterà a stanare i furbetti della monnezza. Abbiamo a disposizione telecamere mobili che verranno posizionate nei punti critici della città e registreranno per giorni quel che avviene intorno ai cassonetti. Chi sbaglierà verrà inevitabilmente filmato e denunciato».

Per adesso le telecamere a disposizione sono due e verranno utilizzate a ciclo continuo 24 ore su 24 e sette giorni su sette. È il tenente Colimoro a spiegare come saranno messe in azione: «Ogni settimana sceglieremo due punti delicati della città e li terremo sotto controllo con la videoregistrazione. Alla fine della settimana recupereremo le videocamere e, attraverso le immagini, risaliremo ai numeri di targa e ai volti delle persone che sversano i rifiuti in maniera illegale». Ogni settimana due strade saranno sotto controllo, dunque.

Naturalmente non saranno resi noti i luoghi dove verranno posizionati gli occhi elettronici e, in più, siccome le sanzioni non avverranno in tempo reale, sarà difficile per i cittadini scoprire qual è la porzione di città sotto controllo: «Il nostro intento non è quello di fare contravvenzioni - dice il generale Sementa - ma di prevenire i reati. Se i napoletani sanno che in qualunque momento possono essere individuati, forse smetteranno di lasciare qualunque tipo di rifiuto in qualunque posto a qualunque ora».

La nuova unità operativa è entrata ufficialmente in funzione da due giorni. Gli agenti hanno a disposizione auto e moto senza insegne, battono la città a caccia degli sversatori illegali ed hanno già eseguito una decina di appostamenti e fermato oltre dodici persone. Il tenente Colimoro, che guida la nuova unità operativa, non è nuovo ad operazioni che riguardano gli sversamenti illegali, è stato l’ideatore dell’operazione «mani nei sacchetti» con la quale, aprendo le buste di rifiuti gettate ai bordi delle strade e cercando dati personali dei «proprietari» dell’immondizia, è riuscito a risalire ai nomi di oltre cento persone che sono state per la maggior parte denunciate.

Colimoro è stato anche uno dei primi a segnalare il fenomeno dei pendolari dell’immondizia, gli abitanti dei comuni limitrofi che non hanno voglia di fare la differenziata e gettano tutto nel territorio comunale di Napoli quando vengono in città a fare spese o a lavorare. «Purtroppo il fenomeno non è in calo - spiega Colimoro - proprio nel giorno di esordio della nuova unità operativa abbiamo fermato al Rione Traiano un uomo di Varcaturo che era arrivato fino a Napoli per liberarsi dei mobili vecchi. Li stava lasciando lungo la strada e s’è anche arrabbiato perché l’abbiamo fermato e multato».

Attualmente, però, la maggior parte delle energie della nuova unità operativa è concentrata sul fronte delle telecamere. Si lavora su una mappa della città, sulla base dei luoghi dove più di frequente crescono i cumuli illegali: «Sarà proprio lì che posizioneremo le telecamere nascoste - dice il tenente Colimoro -. Ma non solo: tutti i napoletani devono stare in guardia, sia quelli del centro che quelli della periferia, sia quelli dei quartieri alto borghesi che quelli delle altre zone della città. Se state per gettare qualcosa fuori orario o fuori norma pensateci bene, potrebbe esserci una pattuglia appostata o una telecamera che vi riprende».


Venerdì 09 Settembre 2011 - 10:14    Ultimo aggiornamento: 10:33




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Una storia d'amore lunga 6000 anni in vetrina a Mantova

La Stampa

Gli "Amanti di Valdaro" eccezionalmente al Museo Archeologico fino a domenica

MARIO BAUDINO


MANTOVA

Abbracciati teneramente, le gambe raccolte e incrociate l’uno con l’altra, le braccia di lui sul collo di lei, quelle di lei sulle spalle di lui, uniti da oltre 6000 anni in una pace d’abbandono che forse è stata amore. Sono gli «amanti di Valdaro», due scheletri risalenti al Neolitico ritrovati vicino a Mantova in una necropoli scoperta nel 2007. Finora nessuno aveva potuto gettare uno sguardo su quelle ossa innamorate, se non in fotografia. Da ieri sono forse la cosa pù bella del Festivaletteratura, pur senza essere Festival. Un’associazione nata tutta per loro che si è battezzata «Amanti a Mantova» è riuscita e esporli per qualche giorno nell’ingresso del Museo Archeologico, ancora in fase di ristrutturazione.

Oggi il progetto verrà illustrato in una conferenza stampa: l’obbiettivo è che i due possano avere, come avrebbe detto Virginia Woolf, una stanza tutta per sé, e magari anche un adeguato arredamento tecnologico per illustrarne la vicenda. Che è straordinaria, come un romanzo di cui possediamo alcuni capitoli, una narrazione al tempo stesso frammentaria e appassionante, una storia eterna. I due scheletri sono stati ovviamente studiati a lungo. Ora sappiamo che sono appartenuti a due giovani, un uomo e una donna, fra i 18 e i 20 anni. A sinistra il maschio, a destra la femmina, vissuti intorno a 6000 anni fa.

Rappresentano qualcosa di unico al mondo, sia per l’antichità sia per la posizione in cui sono stati trovati. E recano con sé una componente di mistero, perché sul significato del loro abbraccio mortale ed eterno (o quasi, dipende dai punti di vista e dal futuro dei musei) non si possono che formulare ipotesi. In un primo tempo, dato che erano state trovate accanto alcune punte di silice, si era pensato che potessero essere stati uccisi. Immaginare un compagno geloso, un capo-clan irascibile, una seduzione finita molto male non è poi così strano, visto che Mantova è la città del Rigoletto, e la casa dove Verdi concepì la sua (immaginaria) vicenda è a due passi dal museo, basta attraversare la piazza. Le prime analisi, però, stabilirono che non c’erano fratture e neppure microtraumi, dunque l’omicidio era da escludere.

Restava la malattia, forse il freddo: che i due ragazzi si fossero stretti per scaldarsi a vicenda in una gelida nottata neolitica? E’ possibile, ci dice la professoressa Silvia Bagnoli, animatrice e presidente del Comitato; però il luogo del ritrovamento, una necropoli, rende la cosa improbabile, o eccessivamente romanzesca. Sembrerebbe molto più verosimile pensare che i due corpi siano stati composti in quella posizione da mani pietose, che forse volevano lanciare un messaggio, magari non a noi posteri curiosi, ma certamente agli spiriti dell’aldilà, chiudere in un tenero abbraccio quello che era stato un amore (coniugale, probabilmente: è verisimile che a quel tempo ci si «sposasse» assai presto), consegnarlo tale e quale, incorrotto, al lungo viaggio della morte.

Queste cose le abbiamo lette nei feuilleton di Jean M. Auel, fra pitture rupestri e idilli nella caverne, sapiens-sapiens e neanderthaliani che si guardano in cagnesco, deliziose - per l’epoca - fanciulle in fiore: ma a vederle di persona e quasi toccarle l’impatto è ovviamente incommensurabile. La terra della zona ha conservato perfettamente le ossa, tanto che per non danneggiarle al momento dello scavo è stato sollevato e riposto in un adeguato contenitore l’intero blocco da cui affioravano, una zolla da due metri cubi che resta anche adesso il loro letto. I due amanti non hanno mai cambiato posizione, si stringono immutabili in un gesto che è nello stesso tempo affettuoso e sensuale, un gesto d’amore. Ora, dopo un’ultima notte che si perde nella vertigine dei millenni, avrebbero diritto forse a una prima notte al museo.

Non serve moltissimo, aggiunge la professoressa Bagnoli: 250 mila euro per una stanza dotata di un provvisorio accesso dall’esterno, e altri 200 mila per farla diventare una camera multimediale. Il prezzo di un appartamento in centro. Hanno sì 6000 anni, ma restano giovani e di poche pretese. E con un po’ di buona volontà, si potrebbe forse trovare posto anche per un loro antenato, non proprio il nonno visto che risale a 6500 anni fa, ma insomma un lontano trisavolo, il cui scheletro è stato ritrovato nella stessa necropoli. E’ un cacciatore, sepolto col cane e le armi. Non è mai uscito dalla cassa in cui è rinchiuso: esiste l’immagine, beninteso, ma salvo gli studiosi nessuno ha potuto ancora vederlo di persona. Per ora il cacciatore non riceve. Eppure anche lui ha una storia da raccontare, altrettanto straordinaria anche se forse un po’ meno appassionante; chi mai, del resto potrebbe rivaleggiare con un amore paleolitico stroncato a diciott’anni?



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Poliziotto offeso sul suo operato: non è ingiuria

La Stampa

Non integra il reato di ingiuria dire alle forze di Polizia che non sono capaci di fare il proprio mestiere. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32907/11.

Il Caso

Intervenuti per sedare un dissidio familiare nella qualità di appartenenti al corpo della Polizia di Stato, due poliziotti vengono apostrofati da uno dei due litiganti come soggetti che non erano in grado di fare il loro mestiere e non erano capaci di fare null'altro.

Il Giudice di pace, però, assolve l’imputato perché tali espressioni non erano idonee ad aggredire il patrimonio morale delle persone offese, essendo mirate solo a criticare l’operato degli agenti che, chiamati dallo stesso ricorrente per potere rientrare nella casa che il convivente rifiutava di aprire, non erano riusciti a porre rimedio al disagio dell'imputato stesso. Piena assoluzione, quindi, perché il fatto non sussiste.

C'è lesione dell’onore della persona e del decoro del pubblico ufficiale? Col ricorso per cassazione, presentato dagli agenti, si lamenta l’errata valutazione dell’interesse della persona il cui onore è leso e della lesione del decoro in quanto pubblico ufficiale. A parere dei ricorrenti non si può parlare di diritto di critica, visto che l’imputato aveva fatto ricorso ad espressioni «inutilmente dileggianti», e neanche valorizzare il nervosismo, perché sembrerebbe evocare la scriminante della provocazione (art. 599, comma 2, c.p.p.), anche se gli operanti non hanno posto in essere alcun fatto ingiusto.

Però, come i giudici di merito, anche la Cassazione sostiene che le frasi attribuite al prevenuto non presenterebbero «idoneità offensiva e pertanto non sarebbero tali da far sussistere il fatto-reato» in questione. Infatti, non può essere esclusa aprioristicamente la censura dell’operato delle forze dell’ordine. In conclusione, non può considerarsi superato il discrimine della legittima espressione di una critica all’operato delle forze dell’ordine, quindi, la Corte di legittimità rigetta il ricorso e condanna i due agenti al pagamento delle spese del procedimento.





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Ralph, re dei dirottatori "L’11 settembre? Aspettatevi di peggio"

di

Il pirata dell’aria più famoso della Storia. "Nessun controllo fermerà l’inevitabile"


«Pensare che da piccolo volevo fare il pilota...» Ralph sorride e gli occhi gli tornano bambini: «Gli aerei erano la libertà, la fantasia, il cielo infinito». É un ragazzo di 63 anni adesso, non ha più la rabbia di chi cerca rivincite ma ha sempre i conti in sospeso con i suoi ricordi. Di cognome fa Minichiello perchè i suoi genitori sono di Melito Irpino, immigrati italiani in America, lui a Seattle sbarcò ragazzino, ma diventò quasi muto perchè parlava solo dialetto. Era bravo con le armi però, per questo, uomo fatto, si arruolò volontario in Vietnam, lance corporal, soldato scelto: tornò dopo tredici mesi con quattro decorazioni. Un marine. Uno dei migliori. «In Vietnam ho conosciuto tanti ragazzi allevati in brave famiglie americane, diplomati al college, membri nel coro della chiesa locale, che dopo mesi di vita allo stato animale, senza la possibilità di curare la minima igiene personale, lerci nelle loro lerce divise, perdevano l’ultima forma di pulizia possibile, quella dei sentimenti e delle parole». Tornato a casa finì sotto corte marziale. Era sparito con duecento dollari di viveri dalla base, poco più di una ragazzata. Ma decisero di fargliela pagare. Lui andò a Sacramento a comprare un fucile. E disertò un minuto dopo. Era fatto così.



Il 28 ottobre 1969, salì a bordo di un Boeing 707 della Twa in partenza da Los Angeles e diretto a San Francisco, trentanove persone a bordo, con un mitra a canna corta e 350 pallottole nascoste nella borsa. Chiese da bere, puntò il fucile in faccia all’hostess Charlene Del Monico e si fece accompagnare dal comandante: «Adesso si va a New York. Sennò sparo». Raffaele Minichiello detto Ralph diventò così il dirottatore più famoso della storia, l'uomo che ispirò Rambo a Stallone, ma non solo. Steve McQueen doveva essere lui in un film di Carlo Ponti, Mel Gibson gli offrì la luna in cambio dei diritti della sua vita avventurosa. Ma non finisce qui.
A Denver, dove i cecchini cercano la sua testa nel mirino, rilascia tutti i passeggeri, a New York, dove le teste di cuoio tentano di salire sull’aereo, sostituisce i due piloti. Spara un solo colpo che deviato da un estintore si infila sul soffitto. Nessuno apre più bocca. Vuole tornare in Italia. «Ma a quelli laggiù - ordina al comandante - devi dire che andiamo al Cairo...». Arriva a Roma dopo 6900 miglia, 14 ore di volo e centinaia di caffè per stare sveglio. «Pensavo mi avrebbero ammazzato sula scaletta dell’aereo, sapevo che i carabinieri avevano l’ordine di spararmi. Non so perchè ma non lo fecero. All’inizio volevo solo fuggire, poi ho capito che non avrei avuto scampo ma a quel punto l’onore per me era più importante della mia vita».
Lo catturarono invece mentre fuggiva nelle campagne. «N'aggio fatto niente» si scusò davanti alle tv di tutto il mondo. Vuoi dire qualcosa all’America gli chiesero: «Hi. Ciao...» Fu condannato a sette anni di prigione, ma non estradato per evitargli la sedia elettrica, lo liberò la buona condotta. «Con il secondo pilota e la hostess siamo diventati amici, con il comandante no. Ce l’ha ancora con me. Ha fatto petizione al Congresso e alla Sicurezza nazionale per chiedere come mai un pericoloso terrorista come me possa circolare libero sul suolo americano».
L’undici settembre, il dirottatore più famoso del mondo, era dove non ti aspetti: «Vendevo Smart in una concessionaria e nessuno sapeva di me. Arrivò trafelato un capo settore, disse, è successo un macello a New York. Se la sono cercata, commentò uno dei miei colleghi. Vado via di qui, decisi all’istante». Era fatto così. Quando Bush decide l’Afghanistan Ralph chiede di tornare al fronte, di nuovo volontario come più di quarant’anni fa: «Ho fatto domanda con i Navy Seals, ho sessant’anni ma posso tranquillamente superare il test fisico dei quaranta. Ma quella macchia sul mio curriculum militare me l’ha impedito. Anche se il mio comandante di plotone ha scritto: se mi richiamassero nei marines il primo uomo che vorrei al mio fianco è Minichiello».
Finisce invece a fare l’insegnante alla base di Fort Lewis a Washington: «Sono stato insieme ai ragazzi in partenza per Afghanistan e Iraq, potevano essere tutti figli miei, sapevo che molti non sarebbero tornati. Faccio fatica a ricordarli senza commuovermi ogni volta. Io sono contrario alla guerra, ma in Vietnam avrei dato la vita per la medaglia del Congresso. É vero che soldati di oggi sono molto più tecnologici di noi, ma alla si muore alla stessa maniera».
Non ha paura di niente Ralph tranne che del futuro: «Un attacco ancora più grave dell’11 settembre è inevitabile: sono in tanti pronti a farlo e gli americani se lo aspettano.
Non c’è sicurezza capace di cancellare i rischi, chi vuole colpire lo sa e sa che può colpire in qualsiasi momento. Questa società nasconde il fuoco sotto la cenere. E una persona cattiva segna più di cento buone». Prende spesso l’aereo, Raffaele, e ogni volta si guarda attorno: «Ci sto attento ai dirottatori, butto l’occhio, so riconoscerli. E se c’è, beh, peggio per lui. Non sa che razza di guaio grosso posso essere per lui...».




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Costretta a vivere in auto per gravi allergie malata multata: 4 mila euro in 2 anni

Corriere della sera

Storia di Ester, afflitta dalla sindrome da Sensibilità Chimica Multipla (Mcs): calvario iniziato 10 anni fa, con una crisi respiratoria. «La mia vita è stata stravolta»


ROMA - E’ stata costretta a vivere in auto per due anni, collezionando 4.000 euro di multe per divieto di sosta. Ester non è una senza fissa dimora, ma una malata a cui una patologia che quasi nessuno conosce in Italia ha tolto tutto. Prima il lavoro, poi la casa e infine l’amore. Una non vita. E tutto a causa dell’MCS, la Sensibilità Chimica Multipla, una sindrome immunotossica infiammatoria che altera il funzionamento di alcuni enzimi.

LA SCOPERTA DELLA MALATTIA - Il suo calvario è iniziato dieci anni fa, a soli trent’anni. Ha lavato i capelli con un balsamo ed è finita all’ospedale di Rieti con una crisi respiratoria. «La mia vita è stata stravolta, non posso entrare a contatto con nessuna sostanza chimica». All’inizio è stata la casa a darle problemi. L’odore del bucato appena steso nel cortile era insopportabile. In ufficio non riusciva a tollerare il profumo dei colleghi, ma i medici riconducevano tutto a una «semplice» allergia.


VITA DA NOMADE - L’unico rifugio sicuro, a un certo punto, era diventata la sua macchina. Un giorno Ester l’ha parcheggiata a pochi passi dall’Ospedale San Giovanni a Roma e da lì non si è più mossa per quasi due anni. «Vivere in auto è stata una costrizione – ricorda – mi lavavo nel giardino, che facesse freddo o troppo caldo». Dopo qualche tempo la sua automobile è stata notata anche dalla polizia municipale che l’ha multata ripetutamente per divieto di sosta.

«MI PRENDEVANO PER MATTA» - «Alcuni vigili non si rendevano conto della mia condizione e agivano per dovere, altri semplicemente mi scambiavano per matta». Motivo per cui Ester è costretta a portare nella sua borsa un certificato di sanità mentale «per essere creduta». Una malattia difficile da diagnosticare. Oltre agli effetti della malattia è questo l’altro grande dramma di chi è affetto da MCS: essere considerato un malato psichiatrico da curare con psicofarmaci. Un errore diagnostico che finisce per aggravare il quadro clinico
.
«Questa patologia causa una ridotta capacità di metabolizzare anche alcuni farmaci, primi fra tutti gli psicofarmaci», spiega il professor Giuseppe Genovesi, responsabile dell’unico centro in Italia per la diagnosi e la cura dell’MCS all’Umberto I. Un centro nato dopo che la Regione Lazio, tra le prime in Italia, ha riconosciuto questa patologia come invalidante.

PATOLOGIA INVALIDANTE - L’MCS è infatti una malattia emergente aggravata dall’inquinamento. «Chi ne soffre è una sorta di sentinella dell’ambiente – sottolinea Genovesi – e si accorge prima degli altri della presenza di sostanze tossiche nell’atmosfera». Per cercare aiuto spesso, però, Ester si è rivolta al suo medico di famiglia, il dottor Giovanni Belli, che da subito l’ha creduta. «Una notte mi ha chiamato dalla sua auto perché aveva una crisi respiratoria e le ho somministrato del cortisone – ricorda il medico -. Rivolgo un appello ai miei colleghi: non etichettate queste persone come malati psichiatrici, bisogna andare oltre quello che ci hanno insegnato all’università». Per Ester non è possibile, infatti, rivolgersi direttamente a un pronto soccorso.


Il dottor Giovanni Belli
CODICE ROSSO PERMANENTE - «Porto sempre con me anche un certificato che mi consente di entrate direttamente in codice rosso, senza sostare all’accettazione, perché – racconta – non posso tollerare neanche i prodotti per lavare i pavimenti». Anche a causa dell'indifferenza delle istituzioni, questi malati sono spesso soli. Una condizione che questa donna conosce bene e che l’ha spinta a fondare nel 2009 un’associazione.

APPELLO A SINDACO E VIGILI - Lei non lo dice, non lo chiede - anche se ritiene «ingiuste» le multe che le hanno comminato. Ma Corriere.it lancia un appello al sindaco, al Consiglio comunale e al Comandante della Piolizia Municipale: annullate le contravvenzioni a Ester; e aiutatela a curarsi.
Aiutate lei e gli altri soggetti affetti da Mcs: «Ascoltando gli altri malati ho capito che quello che feriva di più era l’indifferenza che ci circondava. Con l'associazione "Anchise" abbiamo voluto dare un punto di riferimento a chi deve combattere contro questa patologia». Se la malattia divora tutto, infatti, continuare a sperare diventa l’unico modo per sopravvivere. «Anche se so che è impossibile vorrei tornare a vivere una vita utile, magari lavorare – confessa Ester -. Spero che le istituzioni ci aiutino a sentirci ancora parte di questa società».


Sofia Capone
08 settembre 2011(ultima modifica: 09 settembre 2011 08:30)

Vittorio Emanuele nega la liaison col Duce: "Contro mia madre la macchina del fango"

di

"Era antifascista, sono indignato", scrive il figlio di Maria José in una lettera inviata alla redazione del Giornale. Ma avrebbe dovuto rivolgersi a Oggi



di Vittorio Emanuele di Savoia

Ho letto con profonda perplessità alcuni articoli pubblicati in questi ultimi giorni sul quotidiano Il Giornale su mia madre, la Regina Maria José e se ho ritenuto opportuno non intervenire fino a questo momento è perché credo che certo modo di fare giornalismo si commenti da solo, non volendo in alcun modo legare il nome di Casa Savoia e della sua millenaria storia ad una bizzarra novità: spacciare per storiografia una serie di calunniose dichiarazioni.

Sollecitato ad esprimermi, lo faccio solo per cercare di chiudere una volta per tutte questa sterile gazzarra
.
Come figlio, sono estremamente disgustato per ciò che è stato scritto, perché non esiste persona che abbia più avversato il fascismo, le sue dottrine ed i suoi gerarchi di mia madre, che si circondò sin dall’inizio del suo matrimonio di intellettuali e politici antifascisti, sfidando più volte le ire del Regime che la faceva costantemente spiare e sorvegliare.

I continui e prolungati incontri che ebbe con Mons. Montini, il futuro Papa Paolo VI durante il periodo della guerra, contribuirono non poco ad accelerare la caduta di Mussolini e la sua stessa presenza a fianco delle truppe partigiane in Valle d’Aosta è ricordata ancora oggi con commozione da quanti l’hanno incontrata durante quei tragici anni.
Mia madre è stata per tutta la vita una donna estremamente convinta delle sue idee, che diventavano sempre un tutt’uno con il sentimento più profondo.

Evidentemente la macchina del fango che spesso ha colpito e continua a colpire i morti dimentica questo, come il suo impegno all’interno della Croce Rossa nel soccorso ai nostri feriti e tralascia anche il giudizio di uno degli intellettuali più vicini a mia madre, Benedetto Croce, che curando la prefazione alla sua Storia delle Origini di Casa Savoia, scritta in esilio, ne parlò come un’autentica patriota, fiera nemica di ogni ideologia totalitaria e di ogni compromesso con il Regime fascista.

Trovo altrettanto disgustoso il fatto che si tenti di utilizzare per questo singolare modo di fare giornalismo una presunta testimonianza di Romano Mussolini, non si sa confidata a chi e quando, oggi impossibilitato ad intervenire sulla stessa vicenda perché scomparso.

Basta mettere a confronto i contenuti della dichiarazione, che i lettori peraltro non hanno potuto leggere nella sua interezza, con la validissima fonte di informazioni che è il diario del Conte Galeazzo Ciano, per avere una chiara conferma: ciò che è stato scritto si commenta da solo perché del tutto privo di qualsiasi fondamento.
Ciò che più mi consola, è che nell’anno delle celebrazioni per il 150°, ho potuto leggere nuovi saggi storici di ben altro tenore e valore, che ben si differenziano da questo metodo di falsare la verità storica.



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Garibaldi a Ischia per curarsi la ferita alla gamba: una star per i media dell'800

Corriere del Mezzogiorno

Sull'isola verde una mostra e un convegno ricordano il soggiorno dell'eroe dei due mondi a Casamicciola


NAPOLI - Pochi giorni fa la nuova ipotesi storico-medica secondo cui Giuseppe Garibaldi sarebbe stato ferito ad una gamba sull’Aspromonte dai suoi fedeli garibaldini per errore e non, come fu tramandato, dai bersaglieri. Se ne riparlerà giovedì 8 settembre a Ischia, dove l’eroe dei due mondi andò a curare proprio quella ferita grazie alle acque termali lì presenti.



LA TAVOLA ROTONDA - Nel palazzo reale dell’isola verde, nell’ambito della kermesse «Le acque termali… e la ferita di Garibaldi. Nel 150° dell’Unità d’Italia», organizzata dell’azienda autonoma di Cura Soggiorno Turismo di Ischia e Procida, alle 20 s’inaugura un mostra documentaria che fa da corollario alla tavola rotonda sul tema «Garibaldi fu ferito», coordinata da Ciro Cenatiempo, alla quale prenderanno parte il professore Gennaro Rispoli, presidente dell’associazione Il Faro di Ippocrate; lo storico Nino D’Ambra, i giornalisti Valeria Capezzuto, Antonio Emanuele Piedimonte, Daniela Quaranta e il presidente dell’assotermalisti, Giuseppe Di Costanzo. A seguire, dalle 22, si terrà il recital del gruppo vocale e strumentale La Ghironda, diretto dal maestro Carmine Pacera, che dedicherà un «Omaggio a Salvatore Di Giacomo», sempre nel segno dell’Unità d’Italia.

GARIBALDI A ISCHIA - Il 19 giugno 1864 Giuseppe Garibaldi, proveniente da Caprera, giunse ad Ischia a bordo dell'Udine Yacht, di proprietà dell'inglese duca di Sutherland. Il Generale, amareggiato dai voltafaccia del governo e ancora indebolito dalla ferita riportata ad Aspromonte nell'agosto del 1862, scelse Casamicciola come luogo in cui concedersi un periodo di riposo beneficiando delle salutari acque sulfuree delle antiche terme. Per l’occasione Garibaldi fu accompagnato dai sui medici curanti, il dottor Albanese e il dottor Basile e alloggiò dapprima nella villa Manzi, vicino all'omonimo stabilimento, poi all'Hotel Belle Vue.

L’ECO DELLA NOTIZIA - Come sarebbe successo in tempi più recenti, la notizia del soggiorno di Garibaldi a Casamicciola si sparse in un baleno in tutta l'Italia meridionale. Il pungolo di Napoli, Lo Corpo de Napoleone e lo Sebbeto e altri quotidiani partenopei, forniscono tutti i particolari delle cure del generale aggiungendosi alla già cospicua rassegna stampa sulla ferita riportata dal Generale sull'Aspromonte due anni prima ma non ancora del tutto rimarginata. I medici non furono concordi sull'efficacia delle terapie idrochimiche e l'Albanese e il Basile convinsero Garibaldi a sospendere la cura dopo qualche altra applicazione termale presso le Terme Manzi e le stufe di San Lorenzo. Il soggiorno ischitano dell'eroe dei due mondi è entrato a far parte della storia dell'isola e la popolarissima icona del Generale appare ancora oggi come testimonial di alcuni stabilimenti termali.


UN EROE POPOLARE - Il progetto di una mostra-evento sul soggiorno ischitano di Garibaldi narra la prestigiosa storia della tradizione del turismo termale di Ischia attraverso la storia del Garibaldi ferito colto non in un momento di eroicità risorgimentale bensì in un frangente di quotidiana umanità. La ferita del Generale diventa un modo nuovo e vivace di entrare nello spaccato più intimo della sua vita, durante la serena parentesi nell'oasi ischitana. Il dramma della ferita e della sconfitta diventa una delicata questione diplomatica europea; la risonanza mediatica dilagata attraverso le principali testate giornalistiche d'Europa testimoniano della incredibile notorietà internazionale dell'eroe. La raccolta di cimeli e souvenirs sacralizzati collegati ad uno dei momenti più bui del mitico eroe del Risorgimento italiano arricchiscono la sterminata produzione iconografica nata a sostegno del mito garibaldino. Il successo cinematografico riscosso dal grande condottiero ci introduce infine nella grande popolarità dell'eroe dei due mondi.


Marco Perillo
08 settembre 2011




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Indennità e vitalizi d'oro, la beffa dei tagli alla politica e le promesse non mantenute

Corriere della sera

Non c'è traccia di «scelte epocali» e risparmi milionari. Via anche la norma sull'ineleggibilità dei corrotti


«E tu osi credere ai tuoi occhi invece che a me?». Il fastidio con cui nella maggioranza vivono lo scetticismo dei cittadini nei confronti dei tagli alla politica ricorda la battuta di una leggendaria diva del cinema al marito che l'aveva sorpresa a letto con un amante: ma come, non ti fidi?


Il guaio è che di impegni, promesse, giuramenti, in questi anni ne abbiamo sentiti davvero troppi. Prendiamo due titoli di poche settimane fa dell'Ansa. Il primo: «Ok a bilancio Camera, tagli per 150 milioni». Il secondo: «Via libera Senato a tagli per 120 milioni». Non c'è estate, praticamente, che le agenzie non annuncino tagli radicali. Tutti futuri: il prossimo anno, nei prossimi due anni, nei prossimi tre anni...

Poi vai a vedere e scopri che le spese correnti, quelle che contano, non scendono mai. E se Montecitorio nel 2001 costava 749,9 milioni di euro oggi ne costa un miliardo e 59 milioni. Sforbiciata reale nel 2011: meno 0,71%. E se Palazzo Madama dieci anni fa costava 349,1 milioni oggi ne costa 574. Con un aumento del 65%. In un decennio in cui il Pil pro capite italiano è calato del 4,94%. Sforbiciata reale nel 2011: 0,34%. Meno di un centesimo della amputazione radicale ai fondi per la cultura, falcidiati in un decennio del 50,2%.

E se al Quirinale va riconosciuto d'avere tentato di frenare la macchina impazzita e ormai quasi incontrollabile con un aumento del 5,07% negli ultimi anni seguiti al divampare delle polemiche sui costi della politica, non si può dire lo stesso per il Senato (+9,37%), la Camera (+12,64), la Corte Costituzionale (+11,48) e soprattutto il Cnel, schizzato all'insù, dopo un periodo di magra, del 20% tondo: il quadruplo dell'aumento del Colle.

Non diversamente è andata con altri impegni solenni. «Costi della politica, tagli epocali» era il titolone de «la Padania» di tre settimane fa. All'interno, lo stesso entusiasmo strillato a tutta pagina: «La Casta colpita al cuore». E il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli sventolava una serie di successi trionfali: taglio delle Province, taglio dei seggi e degli stipendi dei Consigli regionali, taglio dei Comuni sotto i 1.000 abitanti, taglio complessivo di 54 mila «poltrone». Pochi giorni e il trionfo si ridimensionava.

Ed ecco emergere che le Province in via di soppressione da 37 scendevano a 22, il taglio dei seggi e degli stipendi dei consigli regionali non poteva violare l'autonomia degli enti e dunque era affidato a un «ricatto virtuoso» (o tu tagli dove dico io o io taglio a te un pò di finanziamenti), i Comuni più piccoli non ne volevano sapere e le 54.000 «poltrone» si rivelavano così poco «lussuose» che dopo la pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale» anche un giornale non ostile come «Libero» denunciava in un titolo: «Nella manovra non è previsto neppure un euro di ricavi dalle sbandierate soppressioni di Comuni e Province: segno che non ci credono neppure loro». Qualche giorno ancora e saltavano sia l'accorpamento dei piccoli Municipi che l'abolizione delle poche Province, rimandata a un lunare disegno di legge costituzionale. Come volevasi dimostrare.

Più o meno lo stesso tormentone che da anni ruota intorno alla soppressione degli enti inutili, bollati addirittura nella prima versione del codice delle autonomie, provvedimento governativo arenato in Senato da quattordici mesi, come «enti dannosi». Estate 2008: «Entro quest'anno sugli enti inutili calerà la ghigliottina». Estate 2009: «Via 34.000 enti inutili». E via così. Il risultato si può leggere nella relazione tecnica della manovra del 2011: «L'abrogazione degli enti con dotazione organica inferiore alle 50 unità non ha prodotto alcun risparmio». Enti tagliati? Manco uno. Ed ecco il 13 agosto scorso una nuova Ansa: «Via gli enti pubblici non economici con una dotazione organica inferiore alle settanta unità».

Lo prevede il testo della manovra ma «con esclusione degli ordini professionali e loro federazioni, delle federazioni sportive, degli enti la cui funzione consiste nella conservazione e nella trasmissione della memoria della Resistenza e delle deportazioni». Restano fuori anche le organizzazioni per la Giornata della memoria, del Giorno del ricordo, le Autorità portuali e gli enti parco. Tempi? «Gli enti sotto le 70 unità sono soppressi al novantesimo giorno dalla data di entrata in vigore della manovra». Da allora, di giorni, ne sono passati venti. E invece che essere soppressi gli enti inutili, nella nuova versione della manovra, è stata soppressa la loro soppressione. Andiamo avanti?

Nella prima bozza Tremonti del 23 giugno era previsto che «i compensi pubblici erogati a qualsiasi titolo, politico o di pubblico servizio, ed a qualsiasi livello, tanto centrale quanto regionale, provinciale o comunale, non possono superare quelli erogati per i corrispondenti titoli europei». Traduzione: basta con le indennità e gli stipendi troppo alti rispetto alla media Ue. Decisione sacrosanta. Ma una misteriosa manina ha nottetempo infilato nel testo di un emendamento di poche paroline e la media europea di riferimento è diventata «ponderata rispetto al Pil» e limitata ai «sei maggiori Paesi», così da tagliar fuori i Paesi che avrebbero fatto abbassare le buste paga.

Un giochetto che, secondo una nota interna della Cisl, avrebbe messo in salvo circa mille euro al mese. Ancora più divertente, si fa per dire, è l'epilogo della promessa di adeguare le regole italiane a quelle straniere, che in molti casi vietano espressamente a chi è pagato per fare il parlamentare di fare altri lavori. Facoltà che in certi casi (ad esempio quello del medico Antonio Gaglione, che ha detto di non avere nessunissima intenzione di dimettersi e rinunciare alle prebende) ha portato anche al 93% di assenze.

La riforma sbandierata all'inizio prevedeva il taglio del 50% dell'indennità lorda. Poi il trauma è stato ridimensionato col raddoppio del prelievo di solidarietà, il 20% oltre i 90 mila e il 40% oltre i 150 mila. Ma siccome pochissimi hanno una indennità superiore a questa cifra (quelli che guadagnano molto lo devono proprio all'attività privata) la percentuale di riferimento reale è quella del 20%. Facciamo due conti? Dato che l'indennità lorda di un deputato semplice è di 140.443 euro e 68 centesimi lordi l'anno (poi bisogna aggiungere le diarie e rimborsi vari, al netto) un doppiolavorista avrebbe avuto con la prima versione delle nuove regole, un taglio di 70.221 euro e 84 centesimi.

Con le regole nuove, 10.088 euro e 73 centesimi. Un settimo. Non bastasse, mentre il prelievo di solidarietà «doppio» non aveva scadenza, l'ultima versione dice esplicitamente che dura tre anni: 2011, 2012 e 2013. Non solo: non tocca più la Corte Costituzionale e il Quirinale. Che com'è noto, alla denuncia di Roberto Castelli, ha risposto bruscamente: tutta farina vostra, noi non c'entriamo, è il governo che decide.

Non bastasse ancora, la legge che vietava l'accumulo di cariche e già era di fatto ignorata (si pensi che siedono in Parlamento vari presidenti provinciali, da quella di Asti a quelli di Foggia, Bergamo, Salerno, Brescia...) è stata addirittura annacquata: l'incompatibilità assoluta fra incarico parlamentare e altre cariche elettive, introdotta nella prima versione della manovra agostana, si è ridotta a vietare l'accumulo del seggio alle Camere con le cariche elettive «monocratiche», presidenti provinciali e sindaci di Comuni oltre i 5 mila abitanti. Non con altre poltrone, come quelle di assessori o consiglieri provinciali e comunali. E non basta ancora.

Nella prima bozza della manovra di luglio si diceva che dopo la scadenza dell'incarico nessun «titolare di incarichi pubblici, anche elettivi, può continuare a fruire di benefici come pensioni, vitalizi, auto di servizio, locali per ufficio, telefoni, etc...» Nel testo approvato, sorpresa sorpresa, è sparito ogni riferimento a «pensioni e vitalizi». Anche lì, la solita manina? Ma non è finita. Da giugno scorso giace alla Camera un altro disegno di legge che era stato sbandierato in pompa magna dal governo il 1° marzo 2010, sull'onda degli scandali sui grandi eventi e la Protezione civile: quello contro la corruzione. Ricordate?

Suonarono le trombe: «Nessuno mai è stato così duro contro i corrotti!». Dopo più di un anno il disegno è stato approvato in Senato, ma diverso da come era nato. Nel testo iniziale si stabiliva per la prima volta che una persona condannata con sentenza definitiva a una pena superiore a due anni per reati come la corruzione non potesse venire eletta in Parlamento. In quello approdato a giugno dalla Camera la norma tassativa e immediatamente applicabile dopo l'approvazione della legge è diventata una «delega al governo per l'adozione di un testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e divieto di ricoprire cariche di governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi». Ricapitoliamo?

Prima bisognerà approvare la legge. E già immaginiamo che verrà opportunamente modificata alla Camera per poi tornare in terza lettura al Senato... Un annetto per ogni passaggio e già siamo fuori tempo massimo. Ma se per miracolo dovesse superare l'esame del Parlamento prima della fine della legislatura, da quel momento il governo avrà ancora un anno di tempo per scrivere la delega.

Campa cavallo... Per capire cosa è successo «davvero» è sufficiente citare un caso: quello di Salvatore Sciascia, l'ex manager Fininvest condannato in via definitiva a due anni e mezzo per corruzione della Guardia di finanza e portato nel 2008 in Senato. Come ha votato? Indovinato: a favore.

Per chiudere, a parte la sottolineatura che la telenovela intorno all'abolizione della metà dei parlamentari ormai giunta alla 1327a puntata è ancora aperta a ogni colpo di scena, vale la pena di ricordare che nonostante tutte le promesse è ancora in vigore la leggina più infame che, sotto l'infuriare delle polemiche, si erano impegnati a cambiare. Quella sulle donazioni. La quale riconosce a chi regala 100.000 euro alla ricerca sul cancro o ai lebbrosi uno sconto fiscale di 392 euro e chi regala gli stessi soldi a un partito politico uno sconto 50 volte più alto. Giuravano tutti che sarebbe stata spazzata via: e ancora lì.
E i cittadini dovrebbero fidarsi delle promesse di oggi?


Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
09 settembre 2011 08:14



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