mercoledì 7 settembre 2011

E Fini ci ricasca: pesca proibita a Giannutri Questa volta ruba pure le stelle marine...

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Nelle acque antistanti l'isola di Giannutri, nell'arcipelago toscano, Fini si è immerso con le bombole. Ed è riemerso con molluschi, pesci e stelle marine. Ora rischia una multa. Servizio fotografico pubblicato dal settimanale Oggi. Già nel 2008 era stato "pizzicato" mentre faceva il sub in una zona di mare protetta. Quella volta se la cavò pagando una multa...



Grosseto - Fini non perde il vizio. Qualche anno fa era stato pizzicato mentre faceva immersioni subacque nelle acque, vietate, antistati l'isola di Giannutri, nell'arcipelago toscano. A denunciare il fatto era stata Legambiente, che aveva immortalato il presidente della Camera, accompagnato da una imbarcazione dei Vigili del Fuoco, mentre si preparava all’immersione davanti alla Costa dei Grottoni, area protetta "zona 1", ossia "interdetta a qualsiasi attività che non sia di carattere scientifico". Dopo le inevitabili polemiche Fini chiuse il caso pagando la multa. Ma ora c'è ricascato... a darne notizia è il settimanale Oggi con tanto di servizio fotografico.
Pesca stelle marine e molluschi Questa volta le "gesta" marine di Fini, e dei suoi amici,sono avvenute a Punta Secca, specchio d’acqua a nord dell’isola toscana. Dalle foto, in cui si vede Fini in compagnia di alcuni amici e della compagna Elisabetta Tulliani, è sin troppo chiaro che il presidente della Camera non solo si è tuffato - cosa proibita - ma si è messo pure a fare il pescatore. E la pesca evidentemente è stata fortunata: pesci, molluschi e nientepopodimeno che una stella marina rossa (che si vede nella foto, magari ne sono state catturate altre). Un pescatore sportivo subacqueo non può raccogliere coralli, molluschi e crostacei. L’infrazione prevede una multa compresa tra i mille e i 3 mila euro. In più la stella marina apparterrebbe a una specie protetta.
Con Pasotti e la Romanoff Fini e Tulliani non erano da soli. Con loro la coppia di attori Giorgio Pasotti e Nicoletta Romanoff, con i figli, tutti sullo yacht del padre di Nicoletta, Giuseppe Consolo, deputato del Fli e amico di vecchia data di Fini, nonché legale suo e della Tulliani.




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Polemica sullo sciopero Renzi: "Io iscritto al Pd non al sindacato Cgil..."

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Dopo aver preso le distanze dallo sciopero generale e criticato Bersani ("tiri fuori le idee e non solo gli striscioni"), il sindaco di Firenze ora polemizza con il sindacato della Camusso: "Fare le manifestazioni è facile, ma noi politici siamo pagati per risolvere i problemi della gente"



Firenze - Proseguono le punzecchiature tra il sindaco di Firenze, il "rottamatore" Matteo Renzi, e una parte della sinistra. L'ultimo battibecco, fresco fresco, è nato sullo sciopero generale di martedì 6 settembre. Renzi ha preso le distanze dalla Cgil e, non contento, ha criticato anche il leader del Pd, Bersani: "Il segretario tiri fuori le idee e non solo gli striscioni", ha detto Renzi in un’intervista andata in onda sul telegiornale di Italia 1, Studio aperto. "Ho rispetto per chi è sceso in piazza - ha proseguito Renzi - ma credo che il compito dei politici non sia quello di stare in piazza, ma di risolvere i problemi. Io oggi sono stato in riunione di giunta tutto il giorno per risolvere i problemi dei fiorentini". La polemica poteva finire qui? Ovviamente no? E infatti...
"Io iscritto al Pd, non alla Cgil" "Rispetto alle polemiche politiche - commenta oggi Renzi - posso dire che io mi sono iscritto al Pd, non alla Cgil, fare le manifestazioni è facile, ma noi siamo pagati per risolvere i problemi della gente". "Ho grande rispetto per la Cgil - ha proseguito il primo cittadino di Firenze - ma il mio compito è far bene il mio lavoro. Se la Cgil vuole fare sciopero, così come la Cisl e la Uil, liberi di farlo. Un politico è bene che stia a lavorare per cercare di risolvere i problemi".
Quello striscione polemico In merito allo striscione esposto ieri davanti Palazzo Vecchio, durante la manifestazione sul quale c’era la scritta Il sindaco che la destra ci invidia, Renzi ha risposto: "Avevo capito che era un grande sciopero contro il Governo Berlusconi, credo che la maggior parte di quelli che erano lì abbiano vissuto lo sciopero con questo spirito. Poi se qualcuno si è arrabbiato perché io non ho fatto sciopero è comprensibile fino a un certo punto: credo che sia un dovere da parte di un politico cercare di risolvere i problemi, non solo di fare le manifestazioni".
"Faccio solo il mio dovere..." Se è vero - ha continuato - che questa manovra finanziaria, siamo ormai alla quinta versione, è diventata quasi una barzelletta per come è stata costruita, è anche altrettanto vero che un amministratore che il giorno dello sciopero sta a fare il proprio lavoro penso che sia un amministratore che svolge, del tutto coerentemente, il suo lavoro". (Orlando Sacchelli)




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Berlino, poster neonazisti Ma i manifesti restano: "E' libertà di espressione"

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I manifesti dell'NPD, partito nazionaldemocratico tedesco, offendono immigrati ed ebrei. Ma i poster rimarranno sui muri di Berlino. Per la corte di stato non è incitamento all'odio, ma libertà di espressione



Berlino - Lascia poco spazio all'immaginazione la nuova campagna del tedesco NPD (Partito Nazionaldemocratico), realizzata in vista delle elezioni. I manifesti appesi per le strade di Berlino non avevano mancato di creare indignazione nei giorni scorsi, per il loro contenuto antisemita e antirazzista. Oggi la decisione del giudice: i manifesti possono restare. Possono restare anche se recitano slogan come "Buon viaggio di ritorno a casa", benaugurante frase che accompagna l'immagine di una famiglia di extracomunitari ritratti a bordo del tappeto volante domestico. E anche se fotografano il leader del partito in sella ad una motocicletta, pronto ad accelerare, con accanto uno slogan torreggiante: "Date gas".
I manifesti restano dove sono Ma per la corte dello stato di Berlino va tutto bene. Non esistono secondo il giudice gli estremi per rimuovere i manifesti per incitamento all'odio, come avevano sostenuto gli amministratori del quartiere di Kreuzberg. "La Germania tutela la libertà di espressione", ha commentato il la corte di stato sulla vicenda. Anche se "l'espressione" è in vago odore di neonazismo.
E i numeri dell'NPD aumentano E intanto i numeri del Partito nazionaldemocratico continuano a salire. Dopo la Sassonia, land in cui erano già presenti, i neonazisti dell'NPD hanno ottenuto il superamento dello sbarramento del 6% anche nel Meclemburgo Pomerania, il land più povero del governo federale, riuscendo a insediarsi in quasi tutte le circoscrizioni.




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Padania, la rabbia manifestanti al Giro Basso: insultati e presi a schiaffi

Il Mattino


GENOVA - «Siamo dei ciclisti e siamo venuti a questa gara per correre, chiediamo che il pubblico ci permetta di farlo». È l'appello di Ivan Basso e Sacha Modolo, protagonisti dei tafferugli di oggi alla partenza della seconda tappa del Giro di Padania. «Siamo stati insultati - raccontano in una nota degli organizzatori della corsa - e qualcuno è andato anche oltre ai fatti e ci ha rifilato delle sberle. Per noi questi comportamenti sono inaccettabili: siamo degli sportivi, ci alleniamo e fatichiamo quotidianamente per poter correre, non accettiamo che i nostri sforzi vengano resi vani in questo modo».



C'è anche un poliziotto contuso tra le persone malmenate nei tafferugli scoppiati a Savona per il passaggio del Giro della Padania. È stato urtato accidentalmente da un'auto dell'organizzazione, mentre cercava di allontanare i manifestanti. In mezzo alla protesta, che ha causato non pochi problemi al traffico cittadino, è finito anche un carro funebre, con tanto di feretro, diretto verso la chiesa per i funerali.

Il Giro di Padania è transitato a Savona percorrendo un tratto di percorso alternativo: la corsa, neutralizzata per qualche chilometro, ha ripreso poi regolarmente a scorrere verso Vigevano. Prima di ripartire, però, il leader della classifica generale Modolo e Basso, uno degli atleti più rappresentativi del gruppo, si sono recati dal presidente della Monviso-Venezia, Michelino Davico per chiedere a nome dell'intero plotone dei partecipanti che il pubblico rispetti la corsa.


Mercoledì 07 Settembre 2011 - 16:13    Ultimo aggiornamento: 16:46






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Battisti: "Chiedo perdono, ma non mi pento"

Quotidiano.net

Foto


‘’Chiedo perdono come responsabile politico, non come responsabile militare di una partecipazione diretta agli attentati. Quando c’e’ stato l’attentato a Torregiani e il figlio e’ rimasto ferito, ricordo che ho pianto, ho sempre avuto compassione"




Cesare Battisti durante l'intervista esclusiva rilasciata all'Ansa (Ansa)



Cananeia (San Paolo), 7 T



L'agenzia Ansa ha intervistato Cesare Battisti. L’ex militante dei Proletari armati per il Comunismo ha subito chiarito che chiede ‘’perdono’’ per le vittime degli attentati avvenuti in Italia negli anni ‘70, ammettendo le proprie ‘’responsabilita’ politiche’’ ma negando la sua partecipazione diretta agli attacchi terroristici.

Ma allo stesso tempo respinge la parola ‘’pentimento’’: ‘’Non mi piace, e’ una ipocrisia, sinonimo di delazione, e’ legata alla religione’’.

‘’Chiedo perdono come responsabile politico, non come responsabile militare di una partecipazione diretta agli attentati’’, ha detto Battisti intervistato dall’ANSA nella casa messa a disposizione da un amico brasiliano a Cananeia, sul litorale di San Paolo.

Le responsabilita’ ‘’maggiori’’ sono proprio quelle ‘’politiche’’, ha proseguito Battisti indicando che ormai ‘’da anni’’ e’ in una posizione di ‘’autocritica e riconsiderazione’’ di tali fatti. ‘’Il punto - ha tenuto a precisare - e’ che non ci sia confusione’’, che tale assunzione di responsabilita’ ‘’non voglia dire confessione di partecipazione diretta’’ agli attentati.

‘’Sento responsabilita’ - ha proseguito Battisti - per aver partecipato ai Proletari armati per il comunismo e mi assumo oggi una responsabilita’ maggiore di quella reale, di quella cioe’ che avevo all’epoca perche’ ero un ragazzino’’. Ma, ha aggiunto, ‘’la parola pentimento non mi piace, e’ un’ipocrisia, sinonimo di delazione, e’ legata alla religione’’.

Battisti - che si ritiene d’altra parte una sorta di ‘jolly’ in tanti processi giudiziari (‘’sono dappertutto, quando manca o non torna qualcosa sbattono dentro me’’) - ha giustificato le fughe fatte in diversi paesi (Francia, Messico, Brasile): altrimenti, ha sottolineato ribadendo quanto detto piu’ volte, rischiava di ‘’finire per pagare con l’ergastolo in Italia delitti che non ho commesso’’.

Nel ricordare ‘’il periodo trascorso tempo fa a Puerto Escondido e in Messico, anni di riappacificazione, di ripensamento della societa’, in cui ha ‘normalizzato’ la sua vita’’, Battisti confida di avere ora ‘’speranza di riconciliazione’’.

‘’Alla luce di oggi, illudersi che si potessero cambiare le cose in Italia con la lotta armata e’ stato un errore. Non posso che fare autocritica’’.

Tuttavia Battisti puntualizza che quella della fine degli anni ‘70 ‘’era una fase successiva ad un tentativo di colpo di stato, di attentati con bombe contro manifestazioni e sindacati, una fase in cui - sottolinea - non c’erano piu’ spazi politici’’.

Poi confida: ‘’Quando c’e’ stato l’attentato a Torregiani e il figlio e’ rimasto ferito, ricordo che ho pianto, fin da subito, da quando ho letto la notizia su ‘La Notte’ di Milano’’.

‘’Ho sempre avuto grande compassione per le vittime, vorrei che la si avesse per tutte, di una parte e dell’altra. Gia’ all’epoca degli attentati sentivo compassione’’, ha detto ancora Battisti definendo nel contempo ‘’triste e infame’’ il fatto di essere stato accusato di quell’omicidio.

‘’Mi porto dentro l’Italia del passato, quella che ancora sognava, un paese che lottava per la giustizia’’. Guarda con ‘saudade’ al paese che considera la sua ‘’patria’’ Cesare Battisti a tre mesi dalla riconquistata liberta’ grazie alla sentenza dell’Alta Corte brasiliana che gli ha aperto le porte di una nuova vita in Brasile.

‘’In questi anni, con una vita trasparente e con fatti, ho dimostrato di voler voltare la pagina’’ rispetto agli anni ‘70, sottolinea Battisti, che si dice pronto ad una ‘’riconciliazione’’.

L’ex militante dei Proletari Armati per il comunismo (Pac) parla del passato, ma anche del futuro dopo i quattro anni trascorsi nel carcere di Papuda, a Brasilia: ‘’Oggi ho ricevuto il contratto dalla casa editrice di San Paolo per la quale pubblichero’ il mio ultimo libro ‘Ai piedi del muro’’’, annuncia soddisfatto, ricordando che, grazie ai documenti ottenuti ad agosto dalle autorita’ brasiliane, fra qualche giorno aprira’ un conto corrente a San Paolo.

‘’In questo momento - confida - il mio avversario principale e’ la stampa sensazionalista: sono assediato, mi sento il mostro da sbattere in prima pagina’’, aggiunge l’ex militante dei Pac, ammettendo di nutrire nostalgia per l’Italia. ‘’Ho tanti ricordi visto che dall’Italia sono uscito non da bambino, ma da adulto. La’ - dice - c’e’ la mia infanzia, la mia famiglia’’
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L'INTERVISTA NEL'APPARTAMENTO DI UN AMICO A CANANEIA - E’ un salotto dove, oltre a un grande divano e qualche libro, campeggiano immagini di ‘Che’ Guevara, Marx e Lenin, accanto ad un vecchio poster con la scritta ‘Forza Palestina’ e un manifesto de ‘Il quarto stato’, simbolo della sinistra degli anni ‘70, quello della casa dove vive da tre mesi in Brasile - da uomo libero - Cesare Battisti, ex terrorista rosso.

L’appartamento dove Battisti ha rilasciato un’intervista all’ANSA e’ di un amico di antica data dell’ex militante dei Pac, Magno de Carvalho, vecchio dirigente del sindacato dell’universita’ di San Paolo ed ex prigioniero politico negli anni ‘70 e si trova a Cananeia, piccola localita’ balneare a circa 400 km da San Paolo. Una sfilza di case basse in pietra con le facciate multicolori.

Battisti appare dimagrito rispetto alle ultime fotografie e con la stessa camicia bordeaux che indossava nel marzo del 2007, quando venne portato in carcere a Brasilia, subito dopo essere stato catturato a Rio de Janeiro. Prima di sedersi per l’intervista in una cucina piena di pentoloni e piatti, Battisti ci tiene a precisare che la barca di pescatori con la scritta ‘Comandante Che’ che si trova all’ingresso dell’abitazione non e’ la sua. ‘’Altrimenti qualche giornale scrivera’ che ho la barca’’, precisa ironico l’ex militante rosso che ormai parla quasi piu’ portoghese che italiano.

All’improvviso appare Joyce Lima, la fidanzata carioca, nata cioe’ nella Rio de Janeiro dove l’ex terrorista non nasconde di voler vivere. Vestita di bianco, la giovane Joyce si trattiene solo un istante - il tempo di salutare - e sparisce velocemente. Impossibile scattare una fotografia ai due insieme. Il no di Battisti e’ perentorio.

TORREGIANI: E' SOLO E CAMBIA VERSIONE - Battisti ‘’e’ stato mollato dagli amici e ora cambia versione. Non puo’ voltare pagina ma solo continuare a mentire. L’unico modo che avrebbe per farlo e’ sottoporsi a un giudizio popolare e mostrare le prove della sua innocenza di cui parla da anni e che non si sono mai viste’’.

Cosi’ Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi, il gioielliere ucciso dai Pac (Proletari armati per il comunismo) nel ‘79 a Milano, commenta con l’ANSA quanto dichiarato da Cesare Battisti in un’intervista.




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Fare il camionista non è stancante"

Quotidiano.net

Manovra, la frase choc di Stracquadanio fa discutere


Il parlamentare Pdl è intervenuto a KlausCondicio rispondendo a una domanda del massmediologo conduttore: "I cosiddetti 'padroncini' secondo me lavorano troppe ore, mettendo in pericolo la propria sicurezza e quella altrui"



CAMION

Roma, 7 settembre 2011



“Fare il camionista non è certo un lavoro usurante se si rispettano le norme che stabiliscono l’orario massimo giornaliero alla guida. I camionisti privati, i cosiddetti ‘padroncini’, bisogna trattenerli un po’ dal lavorare, perche’ rischiano di farlo troppe ore al giorno e di mettere in gioco la loro e l’altrui sicurezza. Lo stesso vale per chi guida i mezzi di trasporto pubblico, come un conducente di un autobus, che e’ stressato quanto un tassista o un rappresentante di commercio”.

Lo ha detto a KlausCondicio il parlamentare Pdl Giorgio Stracquadanio, rispondendo alla domanda di Klaus Davi: “A suo avviso il lavoro del camionista e’ usurante nonostante non rientri nel decreto legislativo n. 67 del 21 aprile 2011, dedicato all’accesso anticipato al pensionamento per gli addetti alle lavorazioni particolarmente faticose?”.

Nel corso del programma, Stracquadanio ha aggiunto: “Molti lavori sono considerati usuranti ma non lo sono affatto. Alcuni sono piu’ difficili e rischiosi, ma il rischio si paga con piu’ soldi, non con meno anni di lavoro. Le caratteristiche di un lavoro usurante dovrebbero essere determinate sulla base di concreti effetti sulla salute e dovrebbero essere pagati meglio. Se uno fa un lavoro piu’ difficile, piu’ faticoso, dovrebbe ricevere piu’ soldi”.

“Per il lavoro notturno continuativo - continua Stracquadanio - non c’e’ un dato che dimostra una particolare usura. Molti scelgono il turno di notte per organizzare meglio la vita familiare. Non ha una caratteristica di maggior usura, semmai di maggior costo e quindi dovrebbe essere pagato di piu’ il lavoro, non anticipata la pensione”. Per il parlamentare Pdl “gli addetti alle serre fungaie (lavoro usurante secondo il Decreto Legislativo n. 374 dell’11 agosto 1993, ndr) non soffrono condizioni di particolare gravosita’. Così come gli addetti alla costruzione dei camini (lavoro usurante secondo il Decreto Legislativo n. 374 dell’11 agosto 1993, ndr), visto che oggi e’ molto facile farlo. I marittimi? Oggi le navi da carico vantano a bordo condizioni di vita avanzatissime. L’unico problema puo’ essere la pirateria, ma non c’entrano le condizioni di lavoro, ma di rischio. Un lavoro piu’ rischioso vuole un indennizzo migliore”.




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Centrali a biomasse con alberi del Sud del mondo per le «nostre» rinnovabili

Corriere della sera

Multinazionali hanno acquisito terreni nel Terzo mondo per piantare alberi da trasportare in patria




MILANO - Alberi che arrivano via nave in impianti realizzati sulle coste per ricavare energia dalla biomassa forestale. Sta capitando in Gran Bretagna dove, in accordo con la direttiva europea che prevede entro il 2020 di aumentare la percentuale di rinnovabili, e dunque anche la biomassa, e in un bilancio dell'Unione europea che vede il suo contributo attuale a quota 5 per cento, sono stati approvati una serie di progetti. Obiettivo, la costruzione di «centrali» da biomassa agroforestale, con un aumento del fabbisogno di legname previsto al 600 per cento.

AFRICA E SUD DEL MONDO - Conifere, ma anche bambù, truciolati e residui industriali. Tutto può servire a riscaldare le case e produrre elettricità. Un paper dello Iied, International for Environment and Development, istituto di ricerca indipendente britannico, analizza le implicazioni di questo progetto. E un ricercatore italiano, Lorenzo Cotula, a capo del Land Rights Team del centro, spiega: «È inevitabile chiedersi come saranno assicurati gli approvvigionamenti. Finora l'attenzione si è concentrata su fornitori “tradizionali”, quali il Canada, gli Stati Uniti o la Russia. Ma è da vedere se questi Paesi riusciranno a stare al passo con la crescente domanda internazionale. Infatti alcuni operatori del settore hanno cominciato ad acquisire terreni in Africa, America Latina e Asia per creare piantagioni di alberi». A partire dalla premessa che le biomasse rappresentano potenzialmente il 77 per cento delle energie rinnovabili, i vantaggi nel medio termine sono immediati: riduzioni delle emissioni di CO2, minor impatto ambientale.

Nel lungo periodo, invece, è prevista la diminuzione delle tariffe, una volta ammortizzati gli investimenti negli impianti. Francia, Germania e Usa stanno già utilizzando questo sistema, soprattutto a livello domestico. Data la situazione, come si legge nel paper dello Iied, ci si aspetta un aumento della domanda internazionale del legno. Il tutto mentre le multinazionali di ogni bandiera hanno fatto acquisizioni nel sud del mondo. Qualche esempio? Le company americane si sono assicurate migliaia di ettari in Guyana, Congo, Ghana, India. L’Europa ha investito in Mozambico, la Corea del sud in Cambogia e in Indonesia.

IMPLICAZIONI PER LE POPOLAZIONI LOCALI - Una realtà che è produttiva in termini energetici, di accesso all’energia e di posti di lavoro, certo. Ed è facile dire che la strategia «acquisto di terreni all’estero per piantare alberi da trasportare in patria» potrebbe essere un buon esempio per tutta l’Europa. Ma è altrettanto facile girare la medaglia e guardare il suo lato meno splendente. «Se il progetto va avanti, molte domande poste finora su acquisizioni di terreni per biocarburanti e agroalimentare si porrebbero anche in questo settore - in particolare riguardo agli impatti sulle popolazioni locali», spiega Cotula.

Che tradotto significa: «Il crescente interesse esterno in terreni africani per progetti agroalimentari o bioenergetici crea rischi importanti per le popolazioni locali». In molti Paesi africani la terra appartiene allo Stato, con i governi che negoziano i contratti di affitto a lungo termine con gli investitori. «Le popolazioni possono aver occupato le terre per generazioni, ma formalmente hanno spesso solo deboli diritti di uso, vengono poco consultate e dispongono di fragili meccanismi di ricorso. Dove i diritti locali sono più forti, invece, ci sono problemi di attuazione, spesso legati a mancanza di know-how e rapporti di forza».

Per gli esperti è necessario dunque, a livello preliminare, un «dibattito aperto sugli impatti sociali che le politiche energetiche dei Paesi del Nord del mondo possono avere sui Paesi in via di sviluppo». E non solo sui carburanti, come è capitato per la vicenda del delta del Niger o per la questione delle dighe in Sudamerica. Importante, poi, è imparare dall’esperienza passata. Perché, come sottolinea Cotula, «nel settore dei biocarburanti e dell'agroalimentare, ci sono operatori attivi in Africa che lavorano con i contadini locali, e molto si può imparare da queste esperienze».

AUTOSUFFICIENZA PER L’ITALIA? – Da noi l’argomento biomasse è meno noto, soprattutto a livello industriale. Ma secondo l'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano che ha da poco presentato la seconda edizione del Biomass Energy Report, le biomasse agroforestali hanno contribuito nel corso dell'ultimo anno alla produzione di energia primaria per 5,6 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio), pari a 65,1 TWh di produzione termica o 25,4 TWh di produzione elettrica, circa il 2,9 per cento del fabbisogno totale del nostro Paese, in crescita del 7% rispetto all'anno 2009.

All'inizio del 2011 in Italia esistevano inoltre più di 500 impianti a biogas con una potenza complessiva superiore ai 550 MWe e una produzione annua complessiva di 2.891 TWh. Si tratta di dati che ci mettono al terzo posto in Europa dopo la Germania (12 TWh) e il Regno Unito (con oltre 7 TWh, che però costituiscono il 31 per cento del totale di produzione di elettricità da fonti rinnovabili). E si può parlare di un buon risultato, che va però guardato in un’ottica a lungo termine e tutta nostrana, senza pensare di seguire l’esempio di Gran Bretagna e altre potenze mondiali che cercano concessioni all’estero per piantare alberi.

Secondo Matteo Monni, vice presidente di Itabia, Italian Biomass Association, «le foreste non ci mancano, sebbene siano spesso trascurate e mal gestite. Ma è necessaria una premessa: in questo momento soffriamo a causa di una normativa molto complessa, con difficoltà perfino nel trovare una definizione condivisa di biomassa». Altro tasto dolente è poi, come spesso accade, quello degli incentivi («troppo pochi»). Non mancano, infine, problemi a livello organizzativo: «Andrebbero coinvolti gli agricoltori per recuperare i residui delle potature perché ogni anno sono 15-20 milioni le tonnellate di residui legnosi ed erbacei che si potrebbero utilizzare».



Marta Serafini
07 settembre 2011 11:54



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Il sosia di Clooney e lo spot parodia contro lo sfruttamento nelle piantagioni di caffè

Corriere della sera

Il video prende di mira la Nespresso. Postato dalla Ong «Solidar» è stato visto da decine di migliaia di utenti


MILANO - Uno spot-parodia con un sosia di George Clooney per denunciare lo sfruttamento dei lavoratori nelle piantagioni di caffè. Sta avendo un grande successo sulla blogosfera la pubblicità ideata da Solidar, una Ong elvetica, che prende di mira Nespresso, la catena di distribuzione di caffè in capsule creata dalla multinazionale Nestlè. Postato domenica scorsa sul sito ufficiale della Ong che da anni è attiva nella lotta contro lo sfruttamento delle piantagioni di caffè in Nicaragua e successivamente su Youtube, il video che fa il verso alla rèclame promossa dall'attore americano è stato visto da decine di migliaia di utenti.


LA PARODIA - La prima parte del video-parodia riprende esattamente la trama dello spot che da qualche mese va in onda anche in Italia e che promuove il prodotto della Nestlé. Si vede un sosia di George Clooney che dopo essere uscito da un punto vendita della catena, guarda verso l’alto ed evita di essere schiacciato dalla caduta di un grande pianoforte che si sfracella al suolo. Peccato che dopo pochi secondi il protagonista sia colpito prima al volto e poi tra le gambe dall'insegna di Nespresso. Il sosia dell'attore americano cade a terra dolorante. Una voce fuori campo recita: «Scusa George, ma i lavoratori sfruttati nelle piantagioni di caffè provano le tue stesse sensazioni».

EMAIL A CLOONEY - L'Ong ha invitato tutti gli utenti che apprezzano la parodia e non accettano lo sfruttamento dei coltivatori di caffè a inviare una email all'attore americano con le sue seguenti parole: «Caro George...tu sei ambasciatore dell'Onu e da tempo combatti battaglie per un mondo più giusto. Ciò è grandioso. Dunque tu sarai sicuramente imbarazzato dall'inattività di Nestlé nella lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici nelle piantagioni di caffè. Ti prego di chiedere alla Nestlé una scelta chiara: o produce caffè in modo equo e solidale oppure non ci saranno mai più pubblicità di Nespresso promosse da George Clooney».

SUCCESSO - Lo scopo dello spot è ribadito in un comunicato dall'Ong svizzera: «Le multinazionali non devono più accettare che il caffè che vendono sia frutto di uno sfruttamento. Secondo il sito web francese Rue 89 da quando lo spot è stato postato sul web almeno 7.500 persone avrebbero seguito le indicazioni dell'Ong e scritto una email all'attore americano per denunciare il problema. Anche la pagina Facebook che promuove il prodotto Nestlé è stata presa d'assalto dagli utenti che accusano la multinazionale: «Caro Nespresso - scrive Petra Hammelrath - vorrei comprare caffè equo e solidale. Ho visto le immagini dei lavoratori nelle piantagioni di caffè.Meritano la giusta paga». Sulla stessa lunghezza d'onda Géraldine Coelhoche che riprendendo il celebre tormentone dello spot originale «Nespresso...What else» scrive: «Il commercio equo e solidale...voi lo conoscete? What else».

Francesco Tortora
06 settembre 2011(ultima modifica: 07 settembre 2011 11:31)

Faccio la escort»: bufera e polemiche sulla pubblicità choc sui pullman Anm

Il Mattino






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In rete Gesù ha più amici di Lady Gaga Miracoli di Facebook: in 3 mesi 8 milioni di fan

di

La pagina Facebook aperta da un fedele ha più contatti delle star del pop. In soli tre mesi ha già raggiunto più di otto milioni di utenti, diventando la pagina più cliccata in tutto il social network. Sarà che il rapporto con Lui è davvero disinteressato?




Brutte notizie per Satana, ormai considerato subdolo ispiratore e signore assoluto del mondo virtuale: il più amato, il più popolare, il più cliccato di questo mondo è Gesù. Dagli Stati Uniti, via «New York Times», arrivano i dati della travolgente vittoria, correlati ad una storia modernissima, benché antichissima come l’uomo. Cambiano gli strumenti, cambiano le strade e i linguaggi, ma ancora oggi è così: l’uomo cerca l’amicizia salda e disinteressata di Gesù.

E’ proprio Facebook, il nuovo muretto dove agli umani piace cercare e dispensare amicizia, a ospitare l’inatteso prodigio. Negli ultimi tre mesi, un modesto angolo definito «Jesus Daily», il quotidiano di Gesù, è stabilmente in testa alla classifica degli indirizzi più frequentati: otto milioni e duecentomila adesioni. Come canta Jovanotti: altro che Lady Gaga. Non c’è gara. Incassa pesantemente persino il giovanotto del momento, il cantante Justin Bieber, che in America sta svalvolando moltitudini di ragazzine. Niente da fare: anch’egli ha meno amici di Gesù. A mente serena la classifica non dovrebbe sorprendere nessuno, ma dall’aria che tira ci siamo abituati tutti a pensare che le menti non siano più così serene. Sì, Gesù in testa alle classifiche di Facebook resta comunque una sorpresa bella, rassicurante, persino divertente.

Ci vorrebbe un amico. In certi momenti, ci vorrebbe un amico: quando le cose vanno male, ma anche quando le cose vanno bene. Per piangere su una spalla, per trovare un poco di consolazione, per condividere gli attimi di inattesa felicità. E’ questa la convinzione che spinge un medico dietologo del Nord Carolina, Aaron Tabor, 41enne figlio di un pastore (d’anime), a provare timidamente l’impresa. Dal 2009 è abituato a vendere via Internet i suoi libri sulla buona alimentazione, improvvisamente decide di dispensare qualche buon consiglio per alimentare anche l’anima.

Separando opportunamente le due cose, apre una pagina Facebook riservata a Gesù. Senza saperlo, sembra lo strumento di un disegno divino. Non appena comincia a mandare in rete brevi citazioni evangeliche, il suo amico Gesù ri-comincia a irradiare l’immutabile fascino: persino qui, nel regno oscuro e ambiguo di Internet, dove i virus del male sembrano muoversi e proliferare nell’ambiente più fertile. Ma in fondo non è cambiato nulla: come allora, Gesù provoca e scuote proprio in queste realtà, nelle frontiere del caos mondano, là dove l’uomo perde facilmente la strada e rischia di smarrirsi nel nulla. Milioni di giovani e di anziani chiedono la sua amicizia: negli ultimi tre mesi, oltre otto milioni.

Un record. E il legame non si ferma alla semplice adesione d’affetto: con 3,4 milioni di messaggi, commenti, interventi nella sola ultima settimana, il quotidiano di Gesù straccia tutti quanti anche nella particolare classifica della interattività, il tremendo vocabolo (questo sì chiara opera di Lucifero) che rappresenta il dialogo e la partecipazione, ben più significativo del banale contatto.

«Volevo solo aiutare la gente con qualche incoraggiamento», spiega adesso il dietologo dell’anima, travolto da imprevedibile successo. Cinque o sei pillole al giorno, tratte direttamente dal messaggio bio di Gesù. «Strada facendo, sono arrivate persone che combattono contro il cancro, che lottano per tenere unito il proprio matrimonio, che cercano di riaprire un dialogo con i figli o con i genitori: Jesus Daily è diventato un luogo centrale, dove trovare consolazione». Ma non solo drammi, dolore, disperazione.

Gli amici accorrono anche solo per sentirsi amici. «I love you Jesus», scrive da chissà dove Welliton Rocha. «Non c’è nessuno come te, Gesù», annota Eunice Amon. Bill Bray festeggia in comunità: «Congratulazioni, siamo diventati la pagina più famosa di Facebook, ringraziamo Dio».
Non è certo la prima volta che un sito di fede registra successi. Ma negli altri casi c’è sempre un ente religioso, purtroppo anche qualche predicatore cialtorne, a smuovere i moti dell’anima. Stavolta è tutto diverso: un amico di Gesù, riportando le semplici parole di Gesù, riempie d’amici Gesù. Certo Gesù è quel genere d’amico che è consigliabile tenersi amico: si sa mai nella vita, si sa mai soprattutto dopo. Eppure questo primato su Facebook ha tutta l’aria di uno strano miracolo: anche nel nuovo mondo, Gesù resta al centro del mondo. Come predica Ratzinger, il vecchio papa giovanissimo, non bisogna temere i nuovi strumenti di comunicazione tra gli uomini. Il vero problema non è lo strumento, il vero problema è chi lo usa.



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Aiutateci a ritrovare il corpo di Mike»

Corriere della sera



Appello di Michele, il figlio di Bongiorno


Mike Bongiorno è morto l'8 settembre 2009, a Montecarlo, in una suite dell'hotel Metropole dove si trovava con sua moglie Daniela Zuccoli: infarto. Dopo aver gentilmente rifiutato l'invito del Comune di Milano a una sepoltura nel Famedio del cimitero Monumentale, accanto ai più illustri cittadini del capoluogo lombardo, la moglie e i figli, Michele, Nicolò e Leonardo, hanno scelto per lui la tomba di famiglia, al cimitero di Dagnente, una frazione di Arona (Novara).

Mike Bongiorno, trafugata la salma

Dopo sedici mesi, il 25 gennaio 2011, il feretro e la salma del presentatore vengono trafugati. Un rapimento che sembrava risolto il 4 marzo successivo quando i carabinieri di Novara fermano due pregiudicati di Cerignola mentre da una cabina di Milano telefonavano a Daniela Zuccoli per chiedere il riscatto e restituire la salma di Mike Bongiorno. Si trattava però di due sciacalli, che si sono proclamati innocenti rispetto al furto del feretro assumendosi la sola colpa dell'estorsione. Successivamente vengono identificati altri due componenti della banda. Ma della salma nessuna traccia.

Mike Bongiorno, la carriera

E così, a due anni dalla scomparsa del presentatore e a oltre otto mesi dal rapimento del feretro, rimane il mistero sulla sparizione delle spoglie del presentatore. Nella lettera pubblicata dal Corriere


La lettera



Domani cade per la seconda volta la ricorrenza della scomparsa di mio padre Mike Bongiorno. Il primo anno in cui sentivo avvicinarsi questa data provavo una profonda inquietudine per questo evento che prima o poi spetta a tutti un giorno nella vita. Come avrei reagito ? Aver sopportato questo lungo anno di tensione avrebbe permesso dopo un senso di liberazione ? In fondo la vita deve andare avanti…dopo un anno di lutto bisognerà pur tornare alla vita normale…seppure questa non sarà mai più come prima…

Certamente ho capito che le ricorrenze non sono dei punto e a capo, che il dolore e la mancanza continueranno a essere presenti ogni giorno e che la guida e i consigli di un padre, di un grande padre, si ricercano nei propri pensieri per sempre. Per nostra madre, per me e i miei fratelli questa seconda ricorrenza avviene otto mesi dopo la profanazione della tomba e il rapimento della sua salma. Per quanto il clamore della notizia e lo sdegno suscitato in tutta Italia abbiano smosso un sentimento di solidarietà fortissimo, le ricerche investigative non hanno purtroppo portato a piste concrete per il ritrovamento. Da molti mesi è però calato un silenzio, sicuramente anche di rispetto verso la nostra famiglia visto la delicatezza della situazione, ma che a volte suona anche di arresa.

Viviamo questa seconda ricorrenza non solo con ancora più dolore della prima, ma con in più un forte senso di «spaesamento» verso un gesto che non si è ancora chiarito e che facciamo fatica a pensare di dover un giorno spiegare ai nostri figli o nipoti. Desideriamo chiedere alle istituzioni, alle forze dell'ordine e a chiunque sappia qualcosa di non abbandonarci e che venga fatto ancora tutto il possibile perché sia risolta questa situazione per ciò che è giusto. Al di là di ragionamenti su chi soffre e chi tanto non può più soffrire, su chi ha commesso un atto vile e vergognoso e su come e quanto va punito, sul non concedersi mai a sentimenti di vendetta, nonostante il conforto degli italiani che incontriamo per la strada che ci abbracciano si commuovono e ci chiedono se ci sono novità, e anche oltre a filosofie sull’ anima e sul corpo, crediamo che siano di immenso valore la memoria, le nostre tradizioni e la nostra cultura. E mio padre per primo ci ha insegnato che è giusto e bene poter andare a trovare i propri cari e portare loro un fiore sulla tomba.

Michele Bongiorno
07 settembre 2011 09:25



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Per voi è giusto picchiare i bimbi?" Il pm attacca Colasante. E l’Italia

La Stampa


Processato ieri a Stoccolma l’uomo accusato di aver tirato i capelli al figlio

ANDREA MALAGUTI


INVIATO A STOCCOLMA

«Ma per voi, in Italia, è giusto picchiare i bambini?». Stoccolma, primo pomeriggio, nell’aula numero 8 della corte di giustizia, lungo la Scheelegatan, il pubblico ministero Deniz Cinkitas fissa Giovanni Colasante con lo sguardo gelido di un’iguana. La domanda gli sembra ben posta. L’uomo davanti a lui può essere colpevole o innocente. Ma se fosse colpevole - questo deve essere il suo dubbio antropologico - lo sarebbe perché individualmente aggressivo o in quanto frutto di una cultura medioevale che il tempo non è in grado di sradicare? Strano mondo il meridione d’Europa. Una palude selvaggia. Barbari. L’incaricata dell’ambasciata che accompagna in tribunale il consigliere comunale di Canosa di Puglia, accusato di avere maltrattato il figlio dodicenne tirandolo per i capelli (e già punito con tre giorni di carcere e il ritiro del passaporto), sobbalza. Chiede conferma all’interprete. «Ha detto davvero così?». «L’ha detto».

Nel palazzone di mattoni rossi dominato da una torre con l’orologio, il giudice Sakari Alander dispensa giustizia in giacca chiara. C’è legno ovunque. Sui pavimenti, sulle pareti, lungo le vetrate. Lampadari larghi illuminano il soffitto a cassettoni. Un grande senso di pulizia. La vetrina di una perfezione indiscutibile e forse proprio per questo scivolosa. E’ qui che questo quarantaseienne italiano nato il giorno di Natale, laureato, dirigente di un’azienda informatica, è costretto a rimettere in discussione l’intero senso di sé. Fino al 23 di agosto si considerava un tipo di successo.

Amato, capace di aggregare le preferenze elettorali dei suoi concittadini e di portare la famiglia in crociera sui fiordi. Lui, la moglie Maria Fontana e i due piccoli. Poi è esploso tutto. «Picchiare i bambini? Non l’ho mai fatto. E non lo farò mai. Sono una persona stimata. Che lavora in azienda 10 ore al giorno». Trema. Indossa una giacca blu da vacanza, dei pantaloni che nessuno ha più avuto il tempo di stirare, occhiali sottili, scarpe da ginnastica. È un uomo magro, con le mani curate. Racconta che quella sera, era un martedì, lui e la famiglia erano appena arrivati in città e assieme a otto amici, quattro adulti e quattro bambini, avevano deciso di andare a mangiare svedese. Suo figlio però voleva la pizza. Si era impuntato.

«Davanti al ristorante è scappato. L’ho inseguito. Temevo si perdesse. Che finisse sotto una macchina. L’ho preso per il bavero e forse gli ho tirato involontariamente i capelli. Ce li ha lunghi. Stava cadendo e io gli ho appoggiato l’indice e il pollice sulle guance per dirgli di darsi una calmata. Non ero arrabbiato. Solo infastidito. Alcuni uomini ci sono corsi incontro insultandoci. Gridavano “italiani vaffanculo”, mostravano i pugni». Erano tre dipendenti di un ristorante poco lontano e il cliente di un bar. «Queste cose in Svezia sono reato, ci gridavano. Io non capivo di che cosa parlassero. Per evitare polemiche ci siamo allontanati». Si è messo a tavola con gli amici, ma dopo cinque minuti è entrata la polizia.

È andata dritta da lui. L’hanno portato via davanti ai figli. Questo sì che è educativo. È stato in quell’istante che la paura si è trasformata in realtà. E l’innocenza in colpa. «Perché lo fate?». «Lei ha maltrattato suo figlio. In Svezia è reato». Anche in Italia. Ma non è riuscito a dirglielo. C’erano quattro testimoni contro di lui. E adesso tre di loro, due libanesi e un estone, sono in aula. Il quarto, uno svedese, è collegato al telefono. Hanno visto quattro film diversi. Ma tutti vogliono essere pagati per il tempo dedicato alla giustizia.

Il primo sostiene che Colasante avrebbe tirato il ragazzino per i capelli con violenza, il secondo - confondendo gli orari e ammettendo di avere bevuto un po’ di birra - dice che non solo l’ha tirato per i capelli, ma gli ha anche dato un colpetto sulla spalla. Per il terzo il padre avrebbe preso a schiaffi il bambino più volte e l’avrebbe scosso facendolo ballare come un pupazzo a molla. Il quarto, lo svedese, giura di avere visto Colasante prendere il figlio per i capelli e sollevarlo da terra con una mano. La mente è sempre pronta a spremere le sue bizzarre assurdità. «Mio figlio pesa 50 chili, come avrei potuto?». Ricostruzioni che non stanno in piedi.

Eppure Cinkitas - il mento ingannevole e un’aria cocciuta - non si dà per vinto. Come se parlasse di un mondo prima degli Anni 70, quando era ancora bandita Lady Chatterley, insiste domandando all’imputato se «educare e maltrattare» dalle sue parti sono la stessa cosa. E nell’arringa finale chiude ispirato: «Tra l’essere maltrattato e vedere il proprio padre finire in carcere per un bambino è meglio la seconda ipotesi». Il giudice Alander decide che basta così.

Rinvia il giudizio al 13 settembre. Ma intanto restituisce il passaporto all’italiano. «Può lasciare il Paese, se vuole». Colasante abbraccia la moglie. Lacrime. Sulla Scheelegatan un vento leggero riempie la strada e fa dondolare gli alberi delle barche schierate lungo il molo 100 metri più a sud. Il consigliere comunale sbuffa. «Non mi accontento. Adesso voglio vincere». Ci penserà l’ambasciata a dirgli come è finita. Domani torna a casa. Canosa di Puglia non è mai sembrata così invitante. Il fascino dei mondi imperfetti, no? Tra il lago Malaren e il Mar Baltico cercava un senso di infinito. Ma è stato come se all’improvviso avesse sentito la sua vita diluirsi fino a ridursi a niente. Da uomo a selvaggio. E da selvaggio a orco. «Ma per voi, in Italia, è giusto picchiare i bambini?».



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Wikileaks, ecco il numero di cellulare di Zapatero

Il Tempo


Il telefonino del premier spagnolo diffuso insieme al telefono fisso del re Juan Carlos. Era in un documento riservato Usa-Spagna del 2008.


Il primo ministro spagnolo Zapatero Wikileaks colpisce ancora. Tra le ultime rivelazioni c'è anche il numero di cellulare personale di Josè Luis Zapatero. Nell'ultimo gruppo di cablogrammi dei diplomatici Usa filtrati da Wikileaks, secondo quanto riferisce la stampa spagnola, ci sarebbe anche il numero del telefonino del premier socialista. Fa parte di un documento riservato inviato a Washington dall'allora ambasciatore americano a Madrid Eduardo Aguirre nel 2008. Insieme a questo c'è anche un numero di telefono, però fisso, accostato al nome del Re spagnolo Juan Carlos. Ora il numero di Zapatero non sarebbe più 'attivo'. Nel dispaccio americano viene precisato che Zapatero "non parla inglese", mentre Juan Carlos lo parla "bene".


06/09/2011




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Polemica in Usa, 150 bambini dallo stesso seme

Il Tempo

La scoperta di una mamma: hanno tutti lo stesso donatore di sperma. Famiglie preoccupate per incesti inconsapevoli, mentre manca una legge in materia.


Neonato all'asilo nido Un solo papà per 150 bambini. Incredibile ma vero, negli Stati Uniti, quello che è successo a un donatore di sperma americano. "Una cosa incredibile, sono tutti uguali", afferma la signora Cynthia Daily, madre di una bimba di sette anni nata grazie a una banca del seme. Volendo trovare i 'fratelli' della sua piccola, la signora Daily qualche anno fa assieme al marito ha creato un sito web, con il numero segreto di identificazione del donatore. Nel corso del tempo però le famiglie con figli dello stesso padre biologico sono aumentate sempre di più, arrivando al numero altissimo di 150. E il gruppo non è l'unico esistente, ce ne sono anche altri di 50 o 70 famiglie. Tra le quali serpeggia ora preoccupazione per la possibilità di danni genetici o, cosa assurda ma possibile, di inconsapevoli incesti tra fratelli e sorelle. In California infatti un'adolescente ha avuto flirt con alcuni ragazzi nati da donatori di sperma.

Questo è solo uno dei problemi che può causare la situazione incerta delle banche del seme negli Stati Uniti. Non esistono dati certi sulle nascite, ma si parla di una cifra annua che varia tra i 30 e i 60 mila. Manca anche una legislazione sul tema, e questo ha portato appunto all'assurdo sito internet della signora Daily: non è mai stato stabilito, al contrario di molti altri paesi, quale sia il numero massimo di figli che possano essere concepiti con lo sperma di uno stesso donatore. E si arriva perciò a situazioni come quella di un donatore del Texas, che era inizialmente convinto che il suo seme sarebbe stato usato per pochi bambini, e invece oggi si ritrova a usare Excel per seguire tutti i 'suoi' figli.


06/09/2011




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Il quadro della Madonna "piange" E il vescovo di Agrigento chiama i Ris

Corriere della sera

Il dipinto, un olio su tela, era stato acquistato da una coppia di Licata. In molti ora gridano al miracolo



Il quadro della Madonna che 'piange' lacrime di sangue

LICATA (AGRIGENTO) – Se di miracolo si tratta lo stabiliranno i carabinieri del Ris chiamati ad accertare se sono realmente lacrime di sangue quelle versare da un quadro della Madonna. A loro si è rivolto il vescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, che prima di parlare di evento prodigioso vuol conoscere l’esito degli esami di laboratorio.

«NON ERA MAI SUCCESSO...» - Sono così scesi in campo i Ris di Messina ai quali non era mai stato chiesto tanto: dare risposta scientifica ad un presunto miracolo. «Si, in effetti non era mai successo – ammette il comandante del Ris Sergio Schiavone -: innanzitutto cercheremo di capire la natura di questo liquido e se realmente si dovesse trattare di sangue estrarremo il Dna da mettere a disposizione per eventuali comparazioni». Insomma se sarà possibile tirar fuori un profilo genetico, scatterà un accertamento che invece della Curia potrebbe finire per interessare la Procura di Agrigento. Il quadro, un olio su tela raffigurante la Madonna con bambino, fino a qualche giorno fa era il capezzale della stanza da letto di una coppia di Licata. Hanno raccontato di averlo acquistato poco prima di Ferragosto e qualche giorno dopo l’immagine avrebbe cominciato a versare lacrime di sangue.
PELLEGRINAGGIO - In poco tempo, l’abitazione della coppia è diventa meta di pellegrinaggio per migliaia di persone arrivate anche dai paesi vicini. Subito si è gridato al miracolo ed è stato informato anche il parroco della città, don Tonino Licata, che ha voluto vedere di persona il dipinto. «Non ho visto lacrimare la Madonna – ha chiarito -, ma in effetti passando la mano ho sentito che il quadro era bagnato. Ho anche verificato che dietro non ci fossero meccanismi tali da far pensare a un trucco». È stato anche accertato che non ci sono tracce di umido sulla parete. Dunque, il fenomeno è risultato inspiegabile e don Tonino ha deciso di informare il vescovo, che ha preso in consegna il quadro. Ma monsignor Montenegro invece di assecondare, come spesso capita, il sentimento popolare e la voglia di miracoli, ha consegnato il dipinto ai carabinieri di Agrigento che a loro volta lo hanno inviato ai colleghi del Ris di Messina che dovranno indagare e chiarire il mistero.



Alfio Sciacca
06 settembre 2011 21:43



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Dall'auto al caffè: ecco cosa costerà di più

Quotidiano.net

Commercianti e consumatori in rivolta, Confindustria: bene così

L'aumento dell'Iva porterebbe nelle casse dello stato quasi quattro miliardi di euro. Se venisse ritoccata di un punto anche l'aliquota intermedia, il gettito stimato salirebbe a 6 miliardi



Una tazzina di caffe



Roma, 7 settembre 2011



DAI GIOCATTOLI, ai televisori, auto e moto, abbigliamento e calzature, taglio e piega dal parrucchiere, caffè, vino e cioccolato. E’ su una lunga lista di prodotti e servizi che va a pesare l’aumento di un punto dell’aliquota ordinaria Iva del 20% deciso ieri dal vertice di maggioranza a Palazzo Grazioli nell’ambito delle misure contenute nella manovra economica.

MOLTE voci riguardano le spese per la casa, detersivi per pulire compresi, anche il turismo viene toccato con la previsione di un aumento per stabilimenti balneari e pacchetti vacanza. Facile immaginare — sottolineano le associazioni dei commercianti — le conseguenze negative sui consumi per le famiglie italiane già alle prese con la difficile congiuntura economica.

Per Confcommercio il rischio è che «l’Italia paghi, tutta insieme, un conto davvero troppo pesante». «Ogni aumento dell’Iva — sottolinea da parte sua Confesercenti — si va tra l’altro a sommare ai recenti rialzi delle materie prime che a sua volta stanno surriscaldando l’inflazione». Per il Codacons la decisione di aumentare l’Iva è «da irresponsabili» e va a a colpire anche le famiglie più povere. L’aumento dell’Iva — sottolinea Federalimentare — riguarda un terzo dei prodotti alimentari abitualmente acquistati e, considerato che si viene già da cinque anni di flessione nei consumi alimentari domestici, frena ogni possibilità di rimbalzo della spesa e incentiva l’inflazione.

Sul piede di guerra anche Cisl e Uil che si dicono contrari «sia all’aumento dell’età pensionabile per le donne, sia all’aumento dell’Iva». Confindustria, che nella sua ricetta anticrisi aveva inserito anche l’aumento dell’Iva, bolla come «positive» le nuove misure che il governo vuole introdurre nella manovra, ma avverte: «Fate subito, poi via alle riforme strutturali».

L’eventuale incremento dell’aliquota ordinaria Iva fa salire tra l’altro l’Italia in testa alla classifica dei vari regimi di aliquote ordinarie praticati dai maggiori Paesi europei. In Germania è infatti al 19,6%, in Francia al 19,6%, in Spagna al 18%, e in Gran Bretagna si attesta al 20%. C’è anche da sottolineare anche che negli ultimi tre anni l’aumento dell’Iva è stata utilizzata da diversi Paesi europei come misura strutturale di sostegno: la Germania è passata in modo repentino dal 16% al 19%, il Regno Unito dal 17,5% al 20%, la Spagna dal 16% al 18%.

SE POI, come sembra, l’ipotesi di alzare di un punto percentuale anche l’aliquota Iva del 10% diventerà realtà, i cittadini dovranno fare i conti anche con un aumento della spesa annuale destinata all’acquisto dei medicinali di circa 47 milioni di euro. Per le casse dello stato, l’aumento di un punto delle due aliquote più altre, porterebbe maggiori entrate per 6 miliardi, che scendono a 3,7 miliardi se ad aumentare è solo l’aliquota del 20%.



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