lunedì 5 settembre 2011

Quiz da ridere per i Fantozzi del Quirinale Il bestiario per diventare ragioniere del Colle

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La prova selettiva per diventare ragioniere del Colle contiene domande comiche. Si arriva a domandare se il cuore appartenga all'apparato urinario. Ai contabili si chiedono nozioni su Lady D e Jim Morrison. E qualche volta l'interrogativo ispira già la risposta corretta



Roma

AAA Fantozzi cercasi. Firmato: Napolitano. I prossimi 1 e 2 dicembre, ci sarà la fila al comando generale dei carabinieri di viale Tor di Quinto, a Roma. La carica dei centouno aspiranti «ragioniere del Colle». Posti disponibili: sei. La prova preselettiva è già avvenuta in luglio e adesso viene il bello. Come prepararsi al meglio? Il Quirinale un aiutino lo dà. Da giugno è infatti visibile l’archivio delle domande da cui verranno estratte a sorte quelle dell’esame vero e proprio. Cento quesiti a cui rispondere in 60 minuti, con il sistema del multiple choice. Il questionario è un mare di più di tremila domande ma vai a sapere quali saranno oggetto del quizzone.

A scorrere il mega test a tratti si resta basiti. Accanto a domande oggettivamente complesse e difficili, ve ne sono alcune che rasentano il comico. «La scapola è un osso...
A) Piatto della spalla.
B) Lungo, che fa parte del braccio e si estende dalla spalla al gomito.
C) Che si congiunge al coccige.
D) Situato nella parte anteriore del basso torace». 

Un ragioniere del Quirinale, giustamente, dovrebbe avere qualche nozione del corpo umano. Così come dovrebbe destreggiarsi con i computer. Quindi: «In Microsoft Outlook, a cosa serve il pulsante “rispondi”?
A) A inoltrare il messaggio a tutti gli indirizzi contenuti nei contatti.
B) A rispondere a tutti i destinatari del messaggio ma non al mittente.
C) A rispondere al mittente del messaggio.
D) A rispondere nel caso di ricevimento di messaggi audio». Domanda, questa, forse inserita per valutare se tra i candidati s’è intrufolato qualche sbronzo perso.

Vero che i ragionieri devono saper più che altro far di conto ma anche la cultura generale ha il suo peso. Per cui: «La più grande invenzione di Alessandro Volta fu...
A) La pila. B) Il telescopio. C) La radio. D) Il telefono».
In un’altra domanda c’è addirittura l’aiutino: «Chi inventò l’alfabeto Morse per le trasmissioni telegrafiche?
A) Newton. B) S. Morse. C) C.R. Darwin. D) G.S. Ohm». 

Neppure Filini avrebbe avuto un dubbio. Roba da farsela addosso dalle risate. E a proposito di incontinenza, i candidati potrebbero ritrovarsi questa bella domandina: «Il cuore è l’organo centrale dell’apparato...
A) Digerente. B) Urinario. C) Circolatorio. D) Locomotore». Ma come urinario?!?

Forse per evitare di assumere uno che poi utilizza i modi di dire a vanvera, un po’ come Di Pietro, ecco il quesito che lo smaschererebbe: «Chi riversa il proprio affetto e fiducia su una persona dalla quale verrà poi ripagato con l’ingratitudine e il tradimento, si dice che...
A) Fa le pentole ma non i coperchi.
B) Sceglie il certo per l’incerto.
C) Salva capra e cavoli.
D) Alleva una serpe in seno». 

Obbligatorio ripassarsi il manuale di letteratura delle medie: «Come termina il romanzo I Promessi sposi?
A) Con la morte del protagonista maschile.
B) Con il ricongiungimento dei protagonisti e il loro matrimonio.
C) Con la fine dell’amore dei protagonisti, invaghitisi di personaggi minori incontrati nel corso del romanzo.
D) Tragicamente: con la morte dei due protagonisti».

Oppure di storia: «Alla fine del 1943 i rappresentanti degli Stati che avrebbero vinto la guerra decisero di realizzare uno sbarco in forze sulle coste francesi. Detto sbarco avvenne nella primavera del 1944...
A) A Marsiglia.
B) In Normandia.
C) In Provenza.
D) A Bordeaux».

Occhio all’arte, poi: «In quale città italiana è possibile ammirare la basilica di Sant’Ambrogio, la chiesa di Santa Maria delle Grazie, con il celebre Cenacolo di Leonardo da Vinci?
A) Torino.
B) Napoli.
C) Roma.
D) Milano».

Sorridete? A questo proposito: «La dentatura di una persona adulta è formata...
A) Da 32 denti.
B) Da 17 denti per arcata.
C) Da 19 denti per arcata.
D) Da 36 denti».

E se ci fosse un secchione tutto nozioni ma poco avvezzo alla lettura dei giornali? Verrebbe smascherato in men che non si dica così: «Quale carismatico personaggio nell’agosto 1997 perde la vita, vittima di un tragico incidente automobilistico, sotto il tunnel de l’Alma a Parigi?
A) La rockstar Freddie Mercury.
B) Elvis Presley.
C) La principessa Diana d’Inghilterra.
D) Jim Morrison».

Necessario anche saper di geografia. «Il lago di Garda è compreso per intero in territorio lombardo?
A) No, in parte è veneto e per un breve tratto appartiene al territorio del Trentino Alto Adige.
B) Sì.
C) No, in parte è veneto e per una parte appartiene al territorio emiliano.
D) No, in parte è anche piemontese».

Poi forse la più assurda, visto il datore di lavoro: «Dove ha sede il presidente della Repubblica?
A) Al Quirinale.
B) A Palazzo Madama.
C) Alla Farnesina.
D) A Palazzo Montecitorio».




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Piscine, palestre, campi da tennis: il "circolo Montecitorio" al Foro Italico, riservato ai deputati

I segreti della casta

Piscine, campi da tennis, palestre, ristorante.
Benvenuti al circolo Montecitorio.
Però il benvenuti non è rivolto a tutti.

L'iscrizione al circolo è esclusivamente riservata a parlamentari, ex parlamentari, funzionari e dipendenti della camera, portaborse regolarmente assunti e giornalisti accreditati presso la Camera dei Deputati.

Insomma devi avere l'accesso a Palazzo Montecitorio per poter accedere al Circolo Montecitorio.
L'indirizzo della struttura è via dei Campi Sportivi n.5, in zona Acqua Acetosa, ma sappiate che un rigido controllo impiedirà a qualsiasi intruso di accedere alla struttura.
La struttura è un luogo di incontro riservato, a disposizione dei deputati anche nelle ore serali per feste e festini  "esclusivi". La quota mensile di iscrizione al circolo per i deputati e gli ex deputati è 22 euro (a fronte dei 14.000 che guadagnano al mese) mentre gli esterni per accedere devono essere presentati da qualche deputato e versare quote molto più consistenti.  Va però apprezzato lo sforzo di trasparenza: esiste infatti finanche un sito internet del circolo dove è possibile avere informazioni dettagliate sulla struttura,  sul regolamento interno e finanche l'accesso libero alla bacheca dove deputati e funzionari affittano ville, vendono motoscafi e auto di lusso.

Il sito in verità sembra realizzato in modo particolarmente antiquato, nel linguaggio base dell'html. Possiamo però fare una scommessa:  secondo voi, dopo questo post,  il sito http://www.circolomontecitorio.it/  per quanto tempo ancora sarà ancora raggiungibile?

Piuttosto che il sito, bisognerebbe chiudere la struttura: costata negli anni svariati milioni di euro di denaro pubblico, da un pò di tempo si nota un progressivo degrado, parallelo probabilmente al degrado della nostra casta politica.

Del resto un tempo al Circolo Montecitorio si  incontravano Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Sandro Pertini, oggi ci sono le giovani deputate elette per le loro prodezze nel bunga-bunga, gli Scilipoti vari che si aggirano alla Camera con il cartello al collo "vendesi".

Contro questo parlamento di nani e ballerine, contro questo governo di truffatori e faccendieri, contro una casta di corrotti e corruttori, si avvicina il  tempo della vendetta, il giorno dell'indignazione.





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Pubblicità occulta per la cricca nelle Fiction Rai

I segreti della casta


In un caldo sabato di fine estate può capitare di passare la mattinata sbracati nel letto pigramente e di imbattersi in una fiction RAI.  E’ quanto mi è successo ieri  3 settembre.

Non so perché ho cominciato a guardare su Rai Uno la replica di una puntata di “Provaci ancora prof 3” con Veronica Pivetti. L’attrice interpreta il ruolo di una professoressa-moglie-mamma che aiuta un amico poliziotto nell’indagine su un delitto.

A un certo punto c’è una scena in cui la figlioletta chiede alla Pivetti di andare in piscina.
Nonostante il torpore sono sicuro di aver sentito la bambina citare uno “Sport Village” sulla Salaria dove avrebbe voluto iscriversi. Salaria + Sport Village uguale Diego Anemone, la cricca.

Proprio quel Salaria Sport Village di Diego Anemone, diventato famoso per “le favolose massaggiatrici”, come le decantava nelle intercettazioni telefoniche, a disposizione giorno e notte di Bertolaso. Il Diego Anemone che regala le case al ministro Scajola, quel Claudio Scajola che poi affermerà davanti ai magistrati di non essere a conoscenza del fatto che l'appartamento dove abita a Roma gli era stato regalato.

La fiction continua.

Fortunatamente la ragazzina non verrà iscritta al troppo esclusivo e costoso centro sportivo perché la famiglia non può permetterselo, però comunque nel corso del seguito della puntata la Pivetti visiterà lo Sport Village che sarà citato più volte.

Non avendo mai ricevuto inviti dalla cricca non sono in grado di dire se le scene della fiction fossero davvero girate presso il centro benessere di Diego Anemone ma sono certo che si sia trattato di un evidente caso di pubblicità occulta, una mega-spot di incalcolabile valore in una fiction che raggiunge milioni di persone e ovviamente tanti romani. La serie è stata trasmessa dalla Rai nel 2008 e quindi probabilmente realizzata nel 2007.

Oggi il Salaria Sport Village non ha certo bisogno di pubblicità dopo le ormai leggendarie performances di Bertolaso. Però allora i compari della critica non potevano saperlo e si erano attrezzati. La cosa d’altronde non dovrebbe stupirci perché la cricca di Anemone e Angelo Balducci tra un appalto e l’altro si occupava anche di tv e cinema. Per esempio brigava per far lavorare Lorenzo, il figlio attore di Balducci o per indirizzare ad amici e amichetti i finanziamenti pubblici per il cinema.

Negli scambi di favori l’allora direttore generale della RAI Masi in una intercettazione pubblicata a suo tempo da Repubblica chiedeva ad Angelo Balducci di «sistemare» Anthony Smith, il fratello della sua giovane e bella patner Susanna.

Neanche un mese dopo Diego Anemone assunse Anthony al Salaria Sport Village.
Questa cricca di amici di Letta e del Vaticano ultimamente l’avevamo persa di vista.

Sapevamo che secondo i magistrati “un´associazione per delinquere ha commesso una serie indeterminata di corruzioni, abusi di ufficio, rivelazioni di segreto d´ufficio, favoreggiamenti, mettendo la funzione dei funzionari pubblici a disposizione di privati imprenditori, tra cui principalmente Diego Anemone e il gruppo di imprese a lui riconducibile” e che “di fatto, i funzionari pubblici hanno operato a servizio del privato e consentito che la gestione degli appalti avvenisse in maniera del tutto antieconomica per le casse pubbliche a favore degli imprenditori”. Ringraziamo la Pivetti che involontariamente per averceli ricordati. Magari qualche magistrato apre un ennesimo fascicolo.






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Olanda: rubati anche certificati di sicurezza della Cia e del Mossad

La Stampa


La vicenda dell'attacco hacker alla società DigiNotar assume colorature fantapolitiche. Sospetti sull'Iran
FEDERICO GUERRINI

Immaginate che uno Stato, relativamente piccolo ma non certo insignificante, come l'Olanda, inviti i suoi cittadini a non accedere ai siti governativi o a farlo seguendo mille precauzioni, perché non può garantire la loro sicurezza, e questo fino a nuovo ordine. Immaginate poi che ad alcuni dei maggiori servizi segreti mondiali siano stati rubati dei lasciapassare informatici, ovvero i certificati di protezione che si utilizzano per essere sicuri di star visitando il sito originale e non una copia creata ad hoc per rubare login e password e infettare con qualche virus.

Aggiungeteci poi una misteriosa – ma nemmeno poi tanto – potenza straniera all'origine del furto delle credenziali, e sarete di fronte alla trama perfetta di un thriller fantapolitico. Solo che Dan Brown non c'entra; anzi, è tutto vero e sta emergendo in queste ore, dopo che il pericolo causato dal furto di centinaia (all'inizio dovevano essere 200, ora pare 531) di certificati di sicurezza custoditi dalla società olandese DigiNotar sta prendendo forma in tutta la sua gravità.

La vicenda era stata un po' sottovalutata all'inizio
, anche per il comportamento parzialmente omertoso di DigiNotar e il furto, verificatosi a luglio, era emerso solo a fine agosto, svelato da Google. I tecnici di Mountain View avevano denunciato una serie di attacchi subiti da utenti di Gmail situati per lo più in Iran, attacchi mossi usando appunto dei certificati Ssl (gli stessi adoperati anche dalle banche) validi per ogni dominio di Google.com. DigiNotar, costretta a venire allo scoperto, aveva cercato in un primo tempo di minimizzar la cosa, sostenendo fra l'altro che i siti del governo olandese non erano stati compromessi. Ma la realtà è parecchio diversa.

Oltre a certificati validi per i domini di Google, Facebook, Skype e Microsoft
, come ammesso in un primo tempo, a quanto si apprende ora, sono stati sottratti anche "lasciapassare" validi anche per i siti della Cia, del servizio segreto israeliano Mossad e dell'inglese MI6. Una catastrofe, insomma.

Da quanto si è potuto capire, la società di sicurezza olandese, non era stata in grado di valutare appieno l'entità del disastro perché gli hacker avevano cancellato a posteriori i log (i registri) del loro passaggio. Secondo quanto ha segnalato l'azienda di antivirus F-Secure, è possibile  che il network di DigiNotar sia stato compromesso fin dal 2009.

Google, Mozilla e Microsoft hanno rilasciato degli aggiornamenti dei loro browser Chrome, Firefox, e Ie, per bloccare l'utilizzo di qualsiasi certificato emesso da DigiNotar. Il che, per quest'ultima, come ha sintetizzato Jeremiah Grossmann di White Hat Security, equivale a una sentenza di morte.

Ma il bubbone sembra debba ancora esplodere del tutto e potrebbe avere pesanti ripercussioni anche sul piano politico: il ministro dell'Interno olandese Vincent Van Steen ha confermato le indiscrezioni dell'agenzia stampa Anp secondo cui sarebbe in corso un'indagine per stabilire eventuali responsabilità del governo dell'Iran nell'attacco.

Vari indizi, in primis in fatto che i certificati siano stati usati per colpire residenti in quel Paese, fanno pensare a una qualche coinvolgimento, di pirati informatici privati o statali; magari gli stessi che, ancora nel 2010 avevano lasciato una vera e propria “firma”, dopo aver passeggiato tranquilli all'interno del sito dell'ormai screditata DigiNotar.




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Prigione e condanne per i terroristi di Twitter

La Stampa


Il primo caso in Messico: fino a 30 anni di carcere per aver allertato per scherzo le autorità
ANTONINO CAFFO

Il panico generato dai messaggi su Twitter è stato paragonato da Gerardo Buganza a quello prodotto da Orson Welles nel 1938 con la trasmissione “La guerra dei mondi”. Buganza, segretario dei servizi interni dello stato di Veracruz in Messico, ha accostato due menzogneri del web al programma che negli anni ’30 ingannò i radioascoltatori americani, che pensarono ad una vera invasione di marziani. Più di 70 anni dopo su Twitter è successo qualcosa di simile. Due messicani sono stati accusati di aver diffuso, sul social network, false notizie riguardo a uomini armati in procinto di attaccare alcune scuole e rapire bambini.

I messaggi dei “terroristi di Twitter”, così come sono stati definiti dalle autorità messicane, hanno scatenato il panico a Veracruz, provocando una catena di incidenti e blocchi stradali causati dai genitori che da ogni parte della città cercavano di raggiungere le scuole. Le stesse linee telefoniche sono rimaste intasate per alcune ore viste le numerose chiamate dei cittadini agli organi di polizia. La pena che prevede 30 anni di reclusione, seppur possa sembrare eccessiva, pone l’accento sull’elevato grado di affidamento che gira attorno ai social network. Molto spesso le notizie arrivano prima sulle piattaforme sociali, consolidate o meno, e solo dopo vengono confermate dalle istituzioni. Già un video virale sul web spiegava come alcuni tweet inviati una decina di giorni fa da utenti colpiti da un terremoto di magnitudo 5,9 in Virginia, avessero avvertito gli iscritti di New York almeno 30 secondi prima che la scossa raggiungesse la Grande Mela.

L’eccessivo grado di affidamento di cui godono Facebook e Twitter può causare paranoie e momenti di panico ingiustificati. Ed è così che Gilberto Martinez Vera, insegnante di scuola privata, e Maria de Jesus Bravo Pagola, presentatore radiofonico, hanno cominciato a twittare messaggi che informavano di un rapimento in corso e di bande armate all’interno di scuole dello stato. Dopo aver verificato l’infondatezza della notizia, i due sono stati arrestati ed oltre a rischiare 30 anni di prigione sono stati anche etichettati come veri e propri terroristi sulla base delle leggi messicane. La polizia afferma che i due abbiamo indotto il panico avendo twittato post del genere: “Mia sorella mi ha chiamato sconvolta, hanno appena rapito cinque bambini alla scuola.". I due, dal canto loro, affermano di aver solo copiato le frasi e riprodotte sul social network.

Al di là delle probabili affermazioni sulla pericolosità derivante dall’uso dei social media, è il contesto in cui la farsa si è calata che ha permesso una rapida diffusione del panico. La situazione della sicurezza in Messico è già abbastanza tesa per i numerosi atti di violenza commessi dalle bande del paese, che coinvolgono spesso cittadini innocenti. La notizia è andata a inserirsi in un contesto sociale in cui basta una scintilla per scatenare il panico collettivo. Questo i due novelli Welles lo sapevano bene.




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Cartello choc: "Vietato l'ingresso ai marocchini" Il gestore del bar dopo l'aggressione della figlia

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Sabato notte il 30enne Ghalfi El Mohammed ha inseguito, palpeggiato e ferito con i cocci di una bottiglia la figlia 21enne del gestore di un bar di Alassio. Il marocchino è stato subito arrestato, ma il padre della ragazza ha affisso nel bar il cartello: "Vietato l'ingresso ai marocchini" 


Alassio

"Vietato l'ingresso ai marocchini". La scritta campeggia all'ingresso del "No problem", locale in via Leonardo Da Vinci ad Alassio. A spingere il gestore a un gesto così estremo è stata l'aggressione subita dalla figlia 21enne sabato notte. Un ambulante marocchino, il 30enne Ghalfi El Mohammed, è stato infatti arrestato dai carabinieri con l’accusa di violenza sessuale dopo aver inseguito la ragazza mentre stava rientrando a casa apiedi e averla ferita alla schiena con un coccio della bottiglia.
Secondo quanto riportato dal Secolo XIX, la scelta dei genitori arriva solo dopo la brutale aggressione avvenuta nel fine settimana. "Lo conosciamo - dicono alcuni abitanti della zona - è un po' una testa calda e ha già fatto delle piazzate soprattutto con i vigili". Eppure, sabato notte, Ghalfi El Mohammed era completamente ubriaco: dopo aver tentato di avvicinare la ragazza mentre rientrava a casa e dopo averle fatto apprezzamenti, l’aveva afferrata alle spalle tentando di palpeggiarla. La giovane aveva, tuttavia, cercato di reagire: nel tentativo di divincolarsi veniva colpita dall’uomo con un fondo di bottiglia causandole ferite a un braccio e al collo. Non appena la ragazza aveva iniziato a urlare, il marocchino si era subito dato alla fuga. Pochi minuti dopo veniva, però, bloccato dai carabinieri.
Ghalfi El Mohammed non è uno sconosciuto per la giustizia italiana. Mentre i carabinieri lo avevano denunciato più volte per ricettazione, vendita di prodotti con marchio contraffatto, porto abusivo d'armi, spaccio di stupefacenti, stalking e altri reati contro il soggiorno sul territorio, la polizia comunale di Alassio lo aveva arrestato il mese scorso per resistenza durante un controllo contro l'abusivismo commerciale. "Com’è possibile che un individuo, socialmente pericoloso come questo, già cacciato da diversi stati europei, più volte segnalato, anche da questa autorità per stalking, dedito allo spaccio e al commercio di merce contraffatta, più volte fermato, già condannato possa ancora continuare a far danno nel nostro territorio cittadino?", ha chiesto il sindaco di Alassio, Roberto Avogadro. Non più tardi di due settimane fa il marocchino aveva infatti spintonato e morso due vigili che gli avevano sequestrato, per la quarta volta in una settimana, decine di paia di occhiali contraffatti. Dopo aver patteggiato 66 mesi di reclusione, aveva tuttavia ottenuto la sospensione della pena. Ed ecco che nel fine settimana era tornato ad Alassio per vendere merce contraffatta e ubriacarsi.
"Ho preso una spranga, se lo prendevo… Gli è andata bene che l’hanno trovato prima i carabinieri". La madre della ragazza non usa mezzi termini per condannare l'accaduto. Così, all'indomani dell'aggressione, insieme al marito ha affisso all'ingresso del bar il cartello che vieta l'ingresso a tutti i marocchini.




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L'eutanasia resta un crimine Ma non è sempre perseguito

Corriere della sera

In 18 mesi 30 casi sono stati archiviati: Hanno agito per compassione, aiutando un parente o un amico «con un chiaro, informato e deciso desiderio di morire»


Dal nostro inviato  Monica Ricci Sargentini


LONDRA – Chi aiuta una persona malata a morire non rischia più di finire in prigione in Gran Bretagna. Negli ultimi 18 mesi sono stati almeno 30 i casi finiti sul tavolo dei procuratori che però hanno sempre deciso per l’archiviazione. I dati sono la prova di una nuova tendenza nella giustizia penale inglese. Nonostante il suicidio assistito rimanga illegale sulla carta, le linee guida, varate dalla procura generale nel febbraio del 2010, indicano chiaramente che se qualcuno agisce per compassione e aiuta un parente o un amico “che ha un chiaro, informato e deciso desiderio di morire” difficilmente sarà perseguito.

ELIO - È il caso, per esempio, di Michael Bateman che il 29 ottobre del 2009 ha sostenuto la moglie Margaret mentre inalava elio nella sua casa a Birstall nel West Yorkshire. Nonostante ci fossero prove sufficienti al rinvio a giudizio si è deciso di soprassedere: «La signora Bateman – ha spiegato al Times Bryan Boulter, della Special Crime Division della Procura – soffriva da decenni di dolori cronici e voleva suicidarsi senza ombra di dubbio. È chiaro che il marito ha agito solo per compassione. Lui la amava grandemente e per anni si era preso cura della sua salute». Lord Falconer, uno dei pezzi da novanta della Camera Alta che presiede la commissione sul suicidio assistito, ha apprezzato la notizia: «Le nuove regole – ha detto al Times – codificano un cambiamento che era già in atto».

LEGGE - La procura generale, guidata da Keir Stamer, aveva deciso di varare le raccomandazioni dopo un pronunciamento della Corte d’Appello sul caso di Debbie Ourdy, una donna malata di sclerosi multipla che voleva sapere se il marito sarebbe stato perseguito nel caso in cui l’avesse aiutata a morire. Un portavoce del Crown Prosecution Service, la procura generale britannica, ha però voluto sottolineare che la legge non è cambiata: «Il suicidio assistito – ha detto - rimane un crimine. Non stiamo aprendo la strada all’eutanasia scavalcando il Parlamento. Vogliamo soltanto che ci sia una chiara politica su quali casi perseguire e quali no».
PARALISI - Nessuna apertura, invece, sul fine vita di chi è impossibilitato a suicidarsi da solo perché totalmente paralizzato. A meno di un prossimo colpo di scena. Lo scorso mese un uomo di 46 anni, colpito da un ictus e impossibilitato a muoversi, ha presentato ai giudici un’istanza in cui chiede di poter pagare un professionista che ponga fine alla sua vita. Se la richiesta verrà accolta si potrebbe aprire definitivamente la strada all’eutanasia.

05 settembre 2011 12:31



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Fermato il vandalo di Piazza Navona: «Volevo attirare l'attenzione»

Corriere della sera

Catturato dai carabinieri: è un romano di 52 anni, ha confessato. Aveva colpito anche a Fontana di Trevi. Preso grazie ai video. Alemanno: per lui ho chiesto tso


ROMA - È stato fermato nella notte di domenica 4 settembre l'uomo che sabato 3 ha danneggiato la Fontana del Moro di piazza Navona, a Roma. Il vandalo, individuato e bloccato dai carabinieri, avrebbe ammesso di aver colpito anche la Fontana di Trevi. Si tratta di un romano di 52 anni. La notizia arriva proprio mentre, nella grande piazza dove sorgeva lo stadio di Diocleziano, stanno iniziando i lavori di restauro del mascherone della Fontana del Moro.
L'uomo aveva colpito il gruppo statuario 10 volte. Il suo fermo è stato reso possibile dall'identikit tracciato grazie alle immagini di due telecamere di sorveglianza che avevano filmato l'atto dio vandalismo. La Polizia Municipale della Capitale aveva diffuso i video già sabato: vi si vedeva un uomo robusto, vestito di scuro, con una calvizie incipiente, mentre entrava nell'acqua e attaccava il gruppo di statue della fontana del Bernini, davanti all'Ambasciata del Brasile.


«AVEVO PROBLEMI PERSONALI» - L'uomo ha spiegato il suo assurdo gesto dicendo: «Volevo attirare l'attenzione a causa di problemi personali che ho avuto per vicende con la magistratura. Ma sono rimasto sorpreso quando nessuno dei passanti mi ha fermato». In effetti nei due video di sorveglianza si notano almeno una decina di passanti che, pur vedendo quel che il vandalo sta facendo, si sono allontanati con indifferenza.


Fermato in via dell'Anima, a pochi passi dalla fontana che aveva colpito, l'uomo è stato riconosciuto dai militari dalla corporatura e dalle scarpe che indossava, le stesse visibili nei filmati delle telecamere di sicurezza che l'avevano ripreso durante i due raid vandalici di sabato. Sprovvisto di documenti, ha detto di essere romano e di avere 52 anni. Dopo l'arresto alternava momenti di lucidità a stati confusionali.

ALEMANNO: PUNIZIONE ESEMPLARE - Nel ringraziare i carabinieri «che hanno individuato e fermato lo scellerato», il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha auspicato che l'uomo subisca una severa condanna in tribunale: «Mi auguro che a questo criminale venga data una punizione esemplare, senza scarcerazioni facili - ha detto - perché per difendere il nostro patrimonio artistico è necessario, come ha detto Galan, che sia evidente a tutti la gravità del reato.

Chi colpisce un monumento artistico può essere capace di qualsiasi violenza e qualsiasi follia, quindi nessuna clemenza». E il sindaco poi fa sapere di aver «chiesto personalmente all'assessore delle Politiche sociali Sveva Belviso di chiedere un trattamento sanitario obbligatorio per la persona che ha danneggiato la Fontana del Moro a piazza Navona in modo da poterla trattenere in ospedale anche perché dà evidenti segnali di squilibrio».


FRAMMENTI A TERRA - «Abbiamo trovato i frammenti in terra - avevano raccontato i vigili -, il vandalo ha colpito intorno alle 8 del mattino». I frammenti, che appartengono alle figure che si trovano intorno alla scultura centrale, il Moro appunto, sono stati tutti recuperati. Tutto è stato ripreso dalle telecamere della piazza «che viene monitorata 24 ore su 24».

Subito avvisati, gli esperti delle Belle Arti sono arrivati già sabato mattina in piazza Navona per valutare l'entità del danno. Va detto, comunque, che non si tratta di parti originali. «Quella fontana era stata già danneggiata in passato - spiegano ancora i vigili -, e quella parte era stata poi restaurata, quindi non è originale». Ma «purtroppo i cretini non vanno mai a dormire».

FONTANA DI TREVI - Da quanto emerso dai filmati delle telecamere in piazza Navona - e come si vede nella fotogallery pubblicata da Corriere.it - l'uomo di media corporatura ha danneggiato con rabbia una delle statue. Lo stesso vandalo, poi, si è spostato in zona Quirinale: alcuni cittadini avevano segnalato sabato mattina il lancio di un sampietrino contro la Fontana di Trevi da parte di una persona che poi era scappata.


MAGLIA DIVERSA - Vestiva una maglia di colore diverso, ma dall'analisi dei filmati in zona Trevi, i vigili si erano convinti che potesse essere la stessa persona che aveva colpito in piazza Navona: un «vandalo seriale», dunque. Il sasso, caduto in acqua - più tardi è stato recuperato da vigili del fuoco e polizia municipale - aveva provocato soltanto lievi danni (il distacco di un frammento di pietra) alla famosa fontana.


Redazione online
05 settembre 2011 12:24

Ogni mese cancelliamo quattro chilometri quadrati di graffiti dai vagoni»

Corriere della sera

Sul Malpensa Express le carrozze vengono ricoperte di una pellicola di alluminio, che può essere lavata


MILANO - Giocano sporco. Raccontano che c'era una volta da un'altra parte un vagone, in un'altra officina. Senza che di qua e di là lo sapessero, senza gli uni accorgersi degli altri, si stavano sfidando: gli operai (protetti da mascherina e occhiali speciali) toglievano graffiti da una fiancata e sull'altra dei ragazzi (nascosti da bandana sulla bocca, una visiera del berretto portava ombra sugli occhi) mettevano nuovi graffiti.


È capitato anche questo. Il rischio c'è. Ogni notte per ore e ore, come adesso, nel deposito delle TreNord di Novate Milanese gli operai lavorano di spruzzi e detersivi, di spazzole, lavorano di fino e di brutto. In un mese vengono tolti quattro chilometri quadrati di disegni, messaggi, e di rimasugli bestiali di una recente arma, devastante.

La «bomba». Misto di grasso, olio, lucido da scarpe.
Dicono che loro - la definizione varia a seconda, possono essere creativi oppure vandali - si danno appuntamento da mezza Europa per calar su Milano. Per fortuna stanotte sbucano solo gatti randagi, le incursioni son delle zanzare, e i bisonti possono riposare: i bisonti sono i treni dei pendolari. Hanno anche forma di cammello, così li chiamano quando alternano carrozze di uno e di due piani. Ci sono vecchi treni ai quali i macchinisti sono più affezionati. Il fascino della meccanica, anziché l'elettronica.

Più umana e dunque riparabile la meccanica, più computerizzata e presuntuosa l'elettronica. Succede pure con le automobili, spiegano i macchinisti. In tuta molti i giovani, italiani, sui trent'anni. Che ci fate, chi siete?, vien da chiedere. Un'occupazione manuale, di fatica, possibile? In fondo serve preparazione, pazienza. C'è bisogno del tempo. Vanno ascoltati i colleghi anziani; è un sapere che non si legge, ma si tramanda.

E perdersi, in fondo, è facile. Strane lettere abbinate a numeri sulle fiancate, sono i nomi dei convogli. Ancora, sulle fiancate, ci sono scritte. «Cilindro treno», «carica batterie», «cilindro sabbia» (la sabbia è spruzzata sulle ruote per aumentare l'attrito). La cabina di pilotaggio, poi, pare una navicella. Pulsanti, leve, monitor, lancette. I treni sono guidati in piedi poggiati a un seggiolino; un piede va tenuto sempre sopra un pedale, mai alzarlo, il pedale non premuto significa che il convoglio è privo di controllo, è in corso un deragliamento.

Negli spogliatoi dei ferrovieri, fogli di stampante in formato A4 con sopra i disegnini dei figli appesi sugli armadietti. Fuori dai capannoni, parcheggiati treni di decenni fa, con i posti a sedere in legno e le tendine. Un locomotore è stato restaurato, nei motori e nell'estetica, oggi lo mandano in giro per gli anniversari, le cerimonie, non va forte ma è tutto relativo.

Tanto i chilometri orari d'un treno variano per mille fattori: la tipologia di linea, le distanze da percorrere, il servizio. Schizza a esempio il Malpensa Express, se ne notano alcuni, lindi, probabile prelibatezza dei graffitari che vorrebbero tanto insozzarli. Per proteggere meglio i treni le carrozze vengono ricoperte di una pellicola di alluminio, che può essere via via lavata. Uno degli ultimi vizi dei graffitari è servirsi dei finestrini come tela, e graffiarli a fondo, il danno non può essere rimosso e l'opera diventa eterna.


A. Ga.
05 settembre 2011 12:31



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Contratti e televendite: per recedere basta un fax

La Stampa

Alessandro Jazzetti


L’omessa spedizione da parte del consumatore della raccomandata a r/r, successivamente alla comunicazione via fax al professionista del recesso, non determina la nullità del recesso stesso.

La vicenda


Dopo aver acquistato della merce attraverso una televendita, l’acquirente, nel termine previsto dal contratto, aveva comunicato a mezzo fax alla società venditrice il proprio recesso, provvedendo successivamente alla restituzione della merce.

Pur non contestando la comunicazione del recesso via fax, la società venditrice, convenuta in giudizio per la restituzione delle somme ricevute a titolo di pagamento, aveva eccepito la nullità/inefficacia del recesso sotto un duplice motivo: l’omesso invio della raccomanda a r/r a conferma del recesso (previsto dall’art. 64 del codice del consumo) e la tardiva spedizione della merce ad essa venditrice da parte dell’acquirente (avvenuta oltre il termine di dieci giorni lavorativi secondo quanto previsto dalla clausola n. 1C del contratto di acquisto per cui era causa).

La decisione del Tribunale
Il Tribunale aquilano ha ritenuto infondate entrambe le eccezioni sollevate dalla società venditrice.

Quanto alla prima, il Tribunale ha rilevato che, pur essendo prevista l’invio della raccomandata a r/r, successivamente alla comunicazione via fax del recesso, sia dal codice del consumo che dal contratto di vendita, tale invio non era previsto a pena di nullità ma esclusivamente a fini probatori, ossia a conferma della volontà di recedere del consumatore: talché, non essendo contestata dal professionista l’avvenuta comunicazione del recesso, il mancato invio della raccomandata non determinava nessun effetto.

Quanto alla seconda eccezione, il Tribunale ha ritenuto che la clausola inserita nel contratto , secondo cui la merce doveva essere restituita entro il termine di dieci giorni lavorativi decorrenti dalla consegna, pena la decadenza dal diritto di recesso, doveva ritenersi vessatoria ex art. 33, lett t) del Codice del Consumo (che contempla come condotta vessatoria "il sancire a carico del consumatore decadenze... ): in ogni caso, la tardiva restituzione della merce non inficiava di validità il recesso tempestivamente comunicato.

La normativa di riferimento
Il diritto di recesso di cui al D.Lgs. n. 206/2005 attiene ai contratti conclusi fuori dei locali commerciali ed ai contratti conclusi a distanza.

I primi, secondo la definizione del D.Lgs. n. 209/2005, sono i contratti conclusi durante la visita del professionista al domicilio o sul posto di lavoro del consumatore ovvero dove questi si trovi anche occasionalmente per motivi di lavoro, di studio o di cura; i secondi sono quei contratti stipulati tra un professionista e un consumatore nell'ambito di un sistema di vendita o di prestazione di servizi a distanza organizzato dal professionista che, per tale contratto, impiega esclusivamente una o più tecniche di comunicazione a distanza fino alla conclusione del contratto, compresa la conclusione del contratto stesso e che abbiano, per oggetto, la vendita di beni o servizi.
Il codice del consumo, dopo avere agli artt. 47, 52 e 53 D.Lgs. n. 209/2005 fissato i doveri d'informazione del professionista quanto al diritto di recesso del consumatore, ai successivi artt. 64 e 65 fissa le formalità del recesso e la decorrenza dei termini per l’esercizio del recesso.
Per ciò che attiene alla forma, in particolare, l’art. 64 stabilisce che il diritto di recesso può essere comunicato anche mediante telegramma, telex, posta elettronica e fax, a condizione che sia confermato, mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento entro le quarantotto ore successive: nulla dice però quanto alle conseguenze del mancato invio della raccomandata.
Considerazioni conclusive. Dalla lettura delle norma dell’art. 64 del codice del consumo è dato ricavare che il requisito minimo della comunicazione in questione è la forma scritta.
La mancanza di un’espressa comminatoria di nullità per l’omesso invio della raccomandata da parte del consumatore, successivamente alla comunicazione scritta in altro modo inviata, induce a ritenere che tale formalità del recesso sia richiesta dal legislatore non ad substantiam ma ad probationem: in altri termini, un problema di efficacia della comunicazione con mezzo diverso, non confermato dalla successiva raccomandata, si potrebbe porre solo nell’ipotesi in cui il destinatario contestasse di avere mai ricevuto comunicazione del recesso: in tale caso la prova certa dell’avvenuta ricezione della comunicazione può essere data solo dalla raccomandata a r/r. (cfr. anche Cass. 409/2006 in tema di omissione della raccomandata per la disdetta dal contratto di locazione, laddove, in mancanza di una espressa comminatoria di nullità, la Corte ha escluso che vi sia nullità della disdetta)
Laddove, invece, il destinatario non contesti (come nel caso sottoposto all’attenzione del tribunale) di aver ricevuto la comunicazione di recesso né la data di tale comunicazione, deve ritenersi che l’atto abbia comunque raggiunto il suo scopo, e l’omissione della successiva formalità non inficia, come ritenuto dai giudici aquilani, la comunicazione stessa. A tali osservazioni, va aggiunta una considerazione - a nostro avviso – assorbente: il diritto di recesso è uno strumento “forte” di tutela del consumatore, una forma di auto-tutela, in quanto azionabile unilateralmente dall’utente, introdotta dal legislatore, che consente al consumatore di svincolarsi da un contratto già perfezionato, in deroga al principio generale secondo cui il contratto si scioglie solo per mutuo dissenso.
Tant’è che l’attenzione del legislatore del codice del consumo, teso a tutelare il consumatore/contraente debole, si è polarizzata maggiormente sul dovere di informazione circa il recesso che grava sul professionista.
In tale contesto, parrebbe quantomeno stridente con lo spirito della normativa trarre dall’omissione della raccomandata la conseguenza che il recesso, comunque comunicato in forma scritta, diventi inefficace: ciò che si vuole garantire è solo la certezza della conoscenza della comunicazione e questa ben può derivare dall’impiego di altre forme, qualora il destinatario non ne abbia comunque contestato il buon esito. 


da Diritto e Giustizi@




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Al sole dopo 30 anni da cavie: gli scimpanzè e la libertà ritrovata

Corriere della sera

Dalla gabbia al parco: «Si sono abbracciati, hanno riso»


MILANO - I raggi del sole accarezzano la pelliccia, le gocce di pioggia cadono sul naso e per la prima volta sentono l’erba sotto i loro piedi. Dopo oltre 30 anni Alfred, David, Xsara, Susi e altri 34 scimpanzè escono dalle gelide e buie stanze del laboratorio e scoprono la libertà. In un rifugio per animali in Austria gli animali, usati come cavie per ogni sorta di test, ricominciano una nuova vita.


DALLA GABBIA AL PARCO - Salvati da un triste destino: molti di loro non hanno mai visto la luce del sole, in quanto nati e cresciuti in laboratorio. Strappati alle loro madri uccise da cacciatori in Africa sono arrivati ancora cuccioli nella Bassa Austria in piccoli contenitori. Un laboratorio di ricerca di una grossa casa farmaceutica li ha poi utilizzati per vari esperimenti: sono stati infettati con il virus dell'epatite e con quello dell'AIDS. Per anni sono rimasti in gabbie piccolissime, senza nessun contatto con gli altri animali della loro specie. Hanno visto solo persone con strane mascherine e camici protettivi simili a tute spaziali. Michael Aufhauser, fondatore del parco austriaco dove dal 2002 sono stati accolti gli animali, ha raccontato alla tv tedesca Rtl la prima uscita degli scimpanzè: «Si sono abbracciati, hanno riso. Immaginate, rimanere imprigionati per tutto questo tempo e poi d'improvviso si apre la porta». Il nuovo impianto, con un recinto all'aperto che si estende su circa 2500 metri quadrati e che è costato 3 milioni di euro, si trova a Gänserndorf, a qualche chilometro da Salisburgo. Da quasi dieci anni il rifugio per animali di Gut Aiderbichl accoglie gli animali in difficoltà.

Elmar Burchia
05 settembre 2011 11:22

Multe nulle se l'indirizzo è vecchio e il comune non fa nulla

La Stampa

Possono essere annullate le multe notificate al vecchio indirizzo di residenza che figura ancora nella carta di circolazione se l’automobilista ha nel frattempo cambiato casa. Verificato che il multato non abita più a quell’indirizzo, l’amministrazione dovrebbe avviare le procedure formali per dichiararne l’irreperibilità, ma se non lo fa la multa è a rischio di annullamento. Lo afferma una sentenza della Cassazione (18049/11) dando ragione ad una automobilista alla quale erano arrivate dodici multe al vecchio indirizzo di casa.

Il Caso

Il Tribunale di Napoli ne aveva convalide sette, notificate a mezzo posta, perchè secondo i giudici «era valida la notifica all’indirizzo ufficiale risultante dal Pra». Ma ciò non è sufficiente, spiega la Cassazione: «la validità della notificazione non è fondata sul semplice tentativo della stessa presso uno dei luoghi risultanti dai documenti ivi menzionati, bensì sul necessario espletamento delle formalità previste per le ipotesi d’irreperibilità del destinatario, sia per quanto riguarda la notificazione ordinaria, sia per quella postale.

Ne consegue che nell’ipotesi di trasferimento del trasgressore in un luogo non annotato nella carta di circolazione, la notificazione sia ordinaria che postale, per essere valida richiede necessariamente l’espletamento delle formalità previste dall’art 140 del codice di procedura civile per il caso di irreperibilità del destinatario». Invece, «l’amministrazione comunale si era limitata a depositare l’avviso di ricevimento della notifica effettuata per posta e restituita con la dicitura "sloggiato" senza fornire alcuna prova sulla stessa incombente in ordine all’espletamento delle successive formalità previste per il caso di irreperibilità del destinatario indispensabili per la validità della notifica», quindi le multe sono state annullate.



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Borsa Milano, irruzione degli antagonisti

Corriere della sera

Una decina di militanti del centro sociale Cantiere fanno irruzione nel palazzo ed espongono bandiere



Uno striscione all'ingresso di Palazzo Mezzanotte (Internet)

MILANO - Una decina tra militanti del centro sociale milanese Cantiere e appartenenti alla sigla sindacale Usb hanno fatto irruzione lunedì mattina alla Borsa di Milano, per protestare contro i provvedimenti presi dalla manovra del governo, riuscendo a salire al secondo piano del Palazzo Mezzanotte, da dove hanno esposto alcune bandiere del sindacato. Nel frattempo, ci sono stati alcuni momenti di tensione quando un altro gruppo ha tentato di entrare ed è stato bloccato dal personale di sicurezza alla porta che è stata poi chiusa. Intanto, fuori dall'edificio sono stati esposti alcuni striscioni tra cui uno che - in vista dello sciopero generale di domani - recitava: «Predicano austerity ma razzolano male, rubano ai poveri per dare ai soliti». La facciata del palazzo è stata riempita di volantini e striscioni e sulla strada davanti all'ingresso sono state posizionate alcune tende da campeggio, che vogliono simboleggiare la precarietà in cui si trovano a vivere le giovani generazioni in questi anni. Redazione online





05 settembre 2011 12:35




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Onorevoli a tavola, quando non basta la buvette Ecco i ristoranti chic di ministri e parlamentari

di


Attorno ai palazzi del potere si concentrano i locali frequentati dai politici. Non chiedono sconti, semmai un tavolo libero quando c'è il pienone



Roma

Non si vive di sole lamelle di spigola con radicchio e mandorla (prezzo: 3,34 euro), né di lombatina di vitello ai ferri (prezzo: euro 3,55), due delle specialità del ristorante del Senato che hanno tanto scandalizzato i ben pensanti. I politici italiani decidono spesso e volentieri di arrischiare stomaco e portafogli nei locali del centro storico romano, proprio come i comuni mortali. Una vera botta di vita per chi paga 1,60 euro un primo e 2,68 una bistecca attovagliati e con bicchieri di cristallo potrebbe trovare caro anche un tramezzino+coca+caffè alla tavola calda.

Ma i viziati politici italiani, quando si staccano dalla mammella del privilegio di Stato e diventano avventori, sanno essere buongustai e dare il giusto valore a quello che mangiano e che bevono. «Sono molto attenti alla qualità ma anche al portafogli. Prediligono i menù semplici e leggeri, che consentono di lavorare mangiando. E preferiscono i locali che non hanno accesso diretto sulla strada, ciò che garantisce loro maggiore privacy», ci spiega Alessandro Scorsone, grande esperto di vini e di cibi e maestro di cerimonia della presidenza del Consiglio dei ministri.

Tra i criteri che influiscono sulla scelta di un ristorante da parte di un politico emergono: comodità, vicinanza, discrezione, possibilità di lavorare mangiando. La buona tavola, fin qui, c’entra poco. Poi ci sono quelli che, se deve essere, meglio buono. Ed ecco emergere una topografia dei locali cari ai politici romani, che gravitano quasi tutti a portata di passeggiata (o al massimo auto blu) dai palazzi del potere.

Quanto alla tipologia, c’è davvero di tutto. Si va da Il Sanlorenzo, magnifico ristorante di Campo de’ Fiori (via de’ Chiavari 4), dove lo chef e patron Enrico Pierri propone una cucina tutto-pesce nella quale la freschezza della materia prima la fa da padrone (in media 70 euro a persona, vini esclusi), all’Enoteca al Parlamento di Achilli (via dei Prefetti, 15), che già nel nome denuncia la sua vocazione politica, e che ha tra i suoi atout, oltre a una cucina raffinata, il fatto che la sala ristorante non è su strada e vi si accede soltanto suonando un campanello (60 euro).

Scelta più consueta quella del Bolognese (piazza del Popolo 1/2), molto amato dai deputati nordisti, che ritrovano la cucina di casa e una vocazione alla gestione del «vippame», un po’ meno da chi ama anche la cucina come scoperta (50 euro). Per questi meglio Le Tamerici (vicolo Scovolino, 79) dalle parti della fontana di Trevi, cucina di buon livello senza eccessi sperimentali (60 euro). Già, la sperimentazione: non sempre gli eletti dal popolo amano le sorprese.

E se Antonello Colonna, nel suo Open Colonna (al Palazzo delle Esposizioni, via Milano), osa molto per un pubblico da set modaiolo in una location davvero estrema e, a richiesta, si produce nella sua mitica «cacio e pepe» (90 euro), molti trovano rifugio alla Bottiglieria del cavalier Gino (vicolo Rosini, 4), cucina che più romana e rassicurante non si può: ravioli di ricotta, tonnarelli e abbacchio i cavalli di battaglia (30 euro).

Ci sono poi le scelte regionali. I deputati siciliani amano ritrovarsi da Filippo La Mantia nell’omonimo locale all’hotel Majestic (via Liguria, 1), anche se lui giura di essere prediletto da quelli del Nord impazziti per la caponata e la cassata (80 euro). Quelli campani prediligono invece la fusion parte-nopea e parte orientale dello stellato Francesco Apreda all’Imàgo dell’hotel Hassler (piazza Trinità dei Monti, 6) tra i cui habitué c’è anche il piemontesissimo Piero Fassino.

Insomma, dovunque vadano a mettere le gambe sotto il tavolo, i politici si mostrano attenti alle novità ma non troppo; competenti ma anche distratti; fondamentalmente abitudinari. Bontà loro, nessuno chiede sconti, al massimo spende il proprio potere per avere un tavolo anche quando c’è il pienone. E per gli incontentabili, ci sono sempre gli spaghetti alle alici a 1,60 euro al premiato ristorante di Palazzo Madama: e se sono scotti, puoi sempre protestare con Renato Schifani.




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Le bugie di Battisti "Non ho mai ucciso"

Il Tempo


Nuove dichiarazioni farneticanti del terrorista rosso. E'arrivato il momento di far calare l'oblio su di lui.

Cesare Battisti Un bugiardo senza freni. Cesare Battisti continua a sfornare dichiarazioni in una precisa campagna di marketing in attesa dell’uscita del suo nuovo libro. Il terrorista assassino rilascia un’intervista a settimana alla stampa brasiliana raccontando la sua verità di quegli anni. Una verità che vive solo nella sua mente contorta che mistifica la realtà e cerca di costruirsi un passato onorevole. L'ultima sua dichiarazione ha del surreale. «Non ho mai ucciso», ha dichiarato al giornalista brasiliano. «In Italia c'era quasi una guerra civile. Se me l'avessero ordinato, avrei ucciso. Per fortuna ciò non è mai successo, e non ho mai pensato fosse una via d'uscita», ha affermato Cesare Battisti contraddicendo testimonianze, processi e documenti che dimostrano il contrario. Ma per il terrorista originario dell'Agro Pontino quei processi sono frutto di mistificazioni e verbali estorti con la tortura. Le falsità di Battisti non si fermano agli omicidi e per continuare a recitare con i suoi amici snob dell'internazionale marxista afferma: «La rivoluzione oggi è uno scherzo. Avevo 16 anni quando sono entrato nella militanza, non sono più la stessa persona. Se oggi continuassi ad essere un rivoluzionario sarei un idiota».

Peccato che a 16 anni rubava auto e faceva rapine. Stuprava ragazzine disabili. Nulla di rivoluzionario ma solo teppismo e delinquenza comune. Battisti fu per la prima volta arrestato nel 1972, per una rapina compiuta a Frascati. Nel 1974 venne nuovamente tratto in arresto per una rapina con sequestro di persona compiuta a Sabaudia ma non scontò la pena. Nel 1977 fu arrestato, sempre per rapina, e rinchiuso nel carcere di Udine dove entrò in contatto con Arrigo Cavallina, ideologo dei Proletari Armati per il Comunismo, che lo accolse nell'organizzazione. Così Cesare Battisti, il criminale comune, diviene «rivoluzionario» e spara per punire i «nemici del proletario». Oggi che il Brasile gli ha concesso la libertà cerca di mondarsi le mani sporche di sangue. E parla del suo libro in uscita ispirato al «Processo» di Kafka e a «Delitto e castigo» di Dostoievski. Il nuovo libro parla della sua latitanza e della sua fuga. Un romanzo autobiografico come «L'ultimo sparo» dove Battisti racconta l'omicidio di un poliziotto e lo «scrittore» ammise che «era storia vera».

Ma oggi dice «non ho mai ucciso». Fantsia e realtà ormai si confondono nella sua mente a seconda della situazione di comodo e di cosa vuol fra credere. Al punto che dice di «sentirsi spiato» teme per la sua vita, ma l'Italia non è l'America e con i terroristi è fin troppo garantista: nessuno andrà a prenderlo con un'operazione di «rendition». Può stare tranquillo «lo scrittore» Battisti. «Cesare Battisti è un bugiardo e un assassino che dovrebbe marcire nelle patrie galere, invece si comporta come un vip, concedendo interviste i cui contenuti ci fanno ribollire il sangue di rabbia per la sua mancata estradizione da parte del Brasile», ha affermato il deputato della Lega Nord Gianni Fava. Forse è arrivato il momento di far calare l'oblio su questo oscuro e squallido personaggio che sfrutta il dramma degli Anni di Piombo per fare pubblicità ai suoi libri. Cancellandolo dalla storia d'Italia. Di Cesare Battisti ce ne già un altro di ben altro spessore.


Maurizio Piccirilli
05/09/2011




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Quando Buffalo Bill venne a Napoli e i napoletani fecero i biglietti falsi

Il Mattino

di Vittorio Paliotti

Con il suo «Wild West Show», sorta di gigantesco circo equestre composto da circa quattrocento fra pellirosse e cow-boy che fingevano di combattersi, girò l’Italia intera nel 1890 e poi ancora nel 1906.
Sostò a Roma, dove papa Leone XIII gli impartì una solenne benedizione, e si fermò a Torino, a Firenze e Venezia, tanto per fare qualche esempio, e dovunque raccolse consensi.


Ma solo a Napoli, dove si trattenne dal 26 gennaio al 17 marzo 1890, solo a Napoli Buffalo Bill ci rimise le penne; e non le penne dei copricapo dei pellirosse, bensì quelle metaforiche e dunque rappresentate da denaro contante.


A Napoli infatti qualcuno ebbe la bella idea di mettere in circolazione ben duemila biglietti falsi, sicché l'uomo che certa narrativa d'appendice aveva esaltato come uno sterminatore di «indiani d'America» e che invece era solo un provetto cacciatore di bisonti, giurò di non far mai più ritorno nella città del Vesuvio.

"Buffalo Bill in Italia" (Mattioli editore, pagg. 128, euro 15) s'intitola un ben documentato libro di Mario Bussoni, uscito da poco. E l'occasione è quanto mai propizia per parlare, aggiungendovi anche altre informazioni, della presenza a Napoli dell'ex colonnello onorario William Cody trasformatosi, in età matura, da cacciatore in impresario di spettacoli evocanti la vita nel romantico Far West.

Premessa indispensabile: le presunte avventure di Buffalo Bill, nato nel 1846 morto nel 1917, erano tutte parto di fantasia del popolare scrittore Ned Bluntine, autore poi anche della trama dello spettacolo all'aperto che trionfò nell'Europa intera.

Proveniente da Parigi, dove si era trattenuto qualche mese, il «grande spettacolo del West» passò dunque in Italia scegliendo Napoli come sua quarta tappa. L'enorme circo, che aveva una protagonista femminile in Annie Oakley, si accampò in una vasta area, allora libera, al corso Meridionale. Lunedì 27 gennaio 1890 circa seimila napoletani andarono ad affollare le tribune, nottetempo innalzate, e poterono incantarsi alle prodezze degli indiani Cheyenne, del capo pollerossa Black Hert, del giovane Bennie Jeving, presentato come «il più piccolo cow-boy del mondo» e dei messicani che, con i «lazos» accalappiavano bisonti falsamente inferociti.

Fu molto applaudita una scena raffigurante l'attacco a un treno di emigranti effettuato da un gruppo di indiani, nonché la ricostruzione di una battaglia fra bianchi e pellirosse.

Più ancora che Buffalo Bill, il quale tutto sommato si limitava a impartire ordini alla compagnia, riscosse successo Annie Oakley: la ragazza, addirittura, con le spalle voltate al bersaglio guardando in un piccolo specchio, tirava e colpiva nel segno. Ne rimase incantata Matilde Serao che, firmandosi «Gibus», fece su «Il Corriere di Napoli» una cronaca della serata.

Scrisse fra l'altro Matilde Serao: «La tribuna da cinque lire è stata subito piena e coloro che sono giunti in ritardo, hanno dovuto occupare le tribune da tre e da due lire; e non vi era un sol posto libero in quel grandissimo anfiteatro».

L'episodio relativo alla falsificazione dei biglietti, ben documentato da Herry Blakman Sell e Victor Weybright, e che gettò un intero rione, per ore, nel caos, non fu invece narrato da donna Matilde.

Peraltro, il successo dello spettacolo andò via via diminuendo e Buffalo Bill per contenere le spese, dovette spostarsi a San Giovanni a Teduccio. Acquistò allora una pagina pubblicitaria su «Il Corriere di Napoli» e la ripresa fu immediata.

Domenica 04 Settembre 2011 - 21:06    Ultimo aggiornamento: 21:07




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Degrado sui treni, risarciti i pendolari

Corriere della sera


Il ricorso di una passeggera. La sentenza dei giudici: abbonamento da risarcire e danni morali


MILANO - Ha viaggiato male, alla fine l'ha fatto gratis, non è una consolazione ma intanto è una sentenza. Con la probabilità che altri viaggiatori organizzino una class action, un sistema di azioni per una tutela collettiva di rimborso. L'esempio (il modello) c'è. Una pendolare ha fatto causa per soppressioni, sporcizia e sovraffollamento dei convogli. Il giudice di pace le ha dato ragione. Trenitalia dovrà restituire i soldi degli abbonamenti per il periodo incriminato (un anno, 500 euro) e risarcirla dei danni morali: le condizioni di viaggio erano «gravemente umilianti».

La tratta sotto esame va da San Zenone al Lambro alla stazione di Milano-Rogoredo. Assistita dall'avvocato Angelo Musicco, nell'accusa della pendolare leggiamo i seguenti, a volte quotidiani scenari, peraltro ripresi dal giudice nelle motivazioni della sentenza: «Treni in ritardo di almeno 10-15 minuti come norma, salvo ritardi maggiori; sedili sporchi al punto di non potersi più sedere; malfunzionamento di apparecchiature interne e, in alcuni casi, soppressione di alcuni treni che non veniva neppure annunciata...». Il tutto, naturalmente, con la viaggiatrice che «ha comunque goduto del trasporto ferroviario, seppure inadeguato rispetto agli standard di qualità».

Non sarà l'ultima, non è la prima. I comitati dei pendolari stanno moltiplicando le cause. Entrando nello specifico sempre più: studiano la materia, si fan aiutare da avvocati specializzati, insistono, non si danno per vinti. Pretendono, a giusta ragione, di evitare sul tragitto casa-lavoro-casa di dover prendere un agonizzante carro merci.

L'avvocato Musicco ha chiamato in causa, a supporto delle tesi dell'assistita, il Codice al consumo. Nello specifico l'articolo 36, che sancisce la «nullità delle clausole contrattuali di cui venga accertata la vessatorietà in tema di contratti conclusi tra il professionista e il singolo utente persona fisica e ciò a tutela del consumatore». Quanto a Trenitalia, il giudice di pace Roberta Rosabianca Succi ha scritto che «deve escludersi che il suo obbligo si esaurisca nel trasporto dell'utente a destinazione, a prescindere dalle modalità esecutive di tale trasporto». Anche, tra l'altro, si aggiunga, in considerazione dei costi. La Regione, è vero, d'accordissimo, ha appena promesso d'essere in prima fila contro i tagli. Facendo sapere che l'obiettivo è evitare stangate ulteriori. E certo. Dopo il doppio pesantissimo aumento dell'anno in corso. Tra febbraio e agosto, i pendolari lombardi hanno subìto un rincaro complessivo del prezzo dei biglietti del venti per cento.

Andrea Galli
05 settembre 2011 10:22



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Il meraviglioso mondo di Bersani

Il Tempo


Siamo il Paese in cui Pci e post-comunisti sono stati più garantiti. E ancora oggi il Pd si ostina a vantare una diversità morale.

Pierluigi Bersani Visti i vantaggi che la sua parte politica, di varie denominazioni e insegne, ha potuto ricavarne per tantissimo tempo, Bersani ha tutto il diritto, direi anzi il dovere, di considerare «meravigliosa», come ha detto nei giorni scorsi, questa Italia definita invece «di merda» da Silvio Berlusconi in una telefonata intercettata dai magistrati di Napoli. E prontamente divulgata dalla stessa magistratura, in un Paese coprofago come è diventato purtroppo il nostro, nel contesto di una indagine in cui il Cavaliere risulta solo parte lesa.

Figuriamoci che cosa sarebbe venuto fuori, di quella telefonata e delle tante altre ascoltate dagli inquirenti, se il presidente del Consiglio si fosse trovato nel ruolo di imputato, solitamente riservatogli dalle toghe che si occupano di lui. L'Italia repubblicana, diciamoci la verità, è stata la Bengodi dei comunisti e dei loro epigoni, anche negli anni in cui l'anticomunismo sembrava andasse forte per il piglio con il quale il Ministero dell'Interno, per esempio, era guidato da Mario Scelba.

E il segretario del Pci Palmiro Togliatti farciva i suoi comizi elettorali con la promessa di cacciare a «calci in culo» il presidente democristiano del Consiglio Alcide De Gasperi. Con il quale egli aveva peraltro collaborato come ministro della Giustizia per un po' di tempo, sufficiente a fargli avviare, come avrebbe poi raccontato il suo ormai ex segretario Massimo Caprara, una politica di furbesco investimento sulle nuove leve della magistratura.

Neanche l'adesione italiana al Patto Atlantico, che con un libero voto del Parlamento ci schierò con gli americani in quella che gli storici chiamano «guerra fredda» contro l'Unione Sovietica e i paesi satelliti, impedì al Pci di essere finanziato da Mosca. E di diventare orgogliosamente, grazie anche a quegli aiuti, il più forte partito comunista d'occidente. Caduto il comunismo con il muro di Berlino nell'autunno del 1989, il Pci tentò di sottrarsi alle sue macerie cambiando più volte nomi e simboli.

Che altrove non sono giustamente bastati ad evitare la fine. In Italia invece sono bastati, e avanzati. Per quanto ridotti al lumicino anche nei voti, più che dimezzati rispetto agli anni d'oro del partito guidato da Enrico Berlinguer, gli ex o post-comunisti del Pds, poi Ds, infine Pd, sono riusciti in questo «meraviglioso» Paese a conservare forza e ruolo. E a liberarsi, nel biennio 1992-93, dei loro vecchi avversari targati Dc, Psi, Psdi, Pli e sigle varie della cosiddetta Prima Repubblica affidandone la liquidazione, con processi per concussione, corruzione, concorso in associazione mafiosa e quant'altro ad un sistema giudiziario di cui Togliatti da Guardasigilli, come ho già ricordato, aveva saputo prevedere ed impostare lo sviluppo.

Che anche i comunisti nelle loro varie denominazioni partecipassero più di vent'anni fa alla pratica del finanziamento illegale della politica si era capito subito, ma ebbero la fortuna, diciamo così, di uscire quasi indenni dalle indagini giudiziarie ricavandone un senso di impunità che spiega forse le cronache giudiziarie di questi giorni, di Monza e dintorni. Dalle quali si è scoperto l'uso delle tangenti rosse in anni come il 1994, quando cioè democristiani, socialisti e altri per le stesse cose finivano ancora in galera o comunque sputtanati sui giornali. Costretti proprio quell'anno a fare e a perdere i conti elettorali con la imprevista irruzione di Berlusconi nella politica, gli epigoni del Pci sembrarono persi.

Ma, appunto, sembrarono. L'Italia è infatti rimasta per loro una terra politicamente meravigliosa. La buonanima di Mino Martinazzoli, l'ultimo segretario della Dc morto ieri, li recuperò ad un progetto di alleanza di cosiddetto centrosinistra. Che sperimentò con la sua elezione a sindaco di Brescia, e da cui sarebbero poi nate con Romano Prodi le esperienze dell'Ulivo e dell'Unione. Ma - cosa ancora più importante per la sopravvivenza degli ex o postcomunisti - scattarono contro Berlusconi micidiali trappole giudiziarie e istituzionali. Oltre all'Italia «meravigliosa», Bersani plaude spesso alla Costituzione «più bella del mondo», anche qui a ragione, sempre dal suo punto di vista.

Disseminata di veti, più che di diritti e di garanzie reali, essa ha consegnato il Paese alle esondazioni giudiziarie e rende l'opposizione di fatto più forte del governo. Accade così che, dopo avere avuto il Pci più forte dell'occidente, abbiamo i postcomunisti più protetti e garantiti del mondo: tanto da mettere in imbarazzo anche il migliore dei loro. Che è sicuramente Giorgio Napolitano, al quale ieri non a caso Eugenio Scalfari, al termine dell'abituale omelia sulla sua Repubblica, ha tirato un po' le orecchie, pur «con devoto rispetto», per gli ostacoli che osa ancora frapporre ai tentativi di aggravare la difficile situazione dell'economia e della finanza con una crisi ministeriale. Della quale giustamente il capo dello Stato rifiuta anche l'idea fin quando il governo in carica continuerà a disporre di una maggioranza parlamentare.


Francesco Damato
05/09/2011




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Effetto sgradevole dello sciopero generale

Corriere della sera

(f. de b.) - Lo sciopero nazionale della Cgil impedirà domani l'uscita del Corriere . La maggior parte degli altri quotidiani sarà in edicola. In precedenti occasioni, i lavoratori poligrafici, con grande senso di responsabilità, avevano garantito tutte le pubblicazioni. Questa volta no.


La decisione è stata presa direttamente da Susanna Camusso. Ed è stato minacciato un ulteriore sciopero nel caso si tenti di far uscire ugualmente il giornale con le maestranze presenti. Un atto grave e discriminatorio. Ho chiesto al segretario della Cgil di esaminare la possibilità di una deroga. Com'è sempre accaduto.
Le ho fatto notare che altri giornali, pur con molti dipendenti aderenti alla Cgil in sciopero - seppure in percentuale inferiore ai nostri -, appariranno regolarmente in edicola. Il Corriere no. Non ho ricevuto risposta. Educazione a parte, mi è sembrato di cogliere nelle parole della Camusso un fastidio nei confronti delle critiche e delle posizioni del Corriere che mi ha sorpreso e amareggiato. Ci siamo sempre comportati in maniera corretta con la Cgil, pur non condividendone alcune scelte. Nell'impedire l'uscita del giornale, Susanna Camusso scrive una pessima pagina della sua gestione. Nega i diritti di altri lavoratori e, soprattutto, dei lettori. Già, i diritti. Ne parlerà dal palco di Roma, domani, segretario?

05 settembre 2011 07:08



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Violenza e terrorismo nascono nelle moschee

di


Il 99 per cento delle notizie che riguarda attentati terroristici e azioni violente si verificano nelle moschee in tutti i paesi del mondo


Appello fraterno da italiano che ama l'Italia ai connazionali succubi del­l’id­eologia del multi­culturalismo e folgo­rati dalla moschea­mania. Fate una semplice ricerca all’interno del sito dell’Ansa, la principale agen­zia nazionale d’informazione, inse­rendo il nome «moschea». Scoprirete che il 99 per cento delle notizie riguarda attentati terroristici e azioni violente che si verificano nelle moschee in tutti i Paesi del mondo, sia quelli dove i musulmani sono maggioranza sia quelli dove sono minoranza, sia quelli dichiaratamente integralisti islamici che consideriamo radicali sia quelli formalmente laici che definiamo moderati; mentre il restante 1 per cento riguarda l'annuncio delle nuove moschee che si vorrebbero costruire in Italia.

Ebbene, il peso della connotazione totalmente negativa delle moschee nel mondo è tale da far apparire noi italiani come chi ostinatamente e ciecamente è votato al suicidio. Mi limiterò a indicare i fatti concernenti le moschee nel mondo degli ultimi mesi. Il 3 settembre a Londra l'imam della moschea di Finsbury Park, il libanese cieco Maymoun Ghandi Zarzour, è stato assassinato all'interno della moschea. Quando nel 1998 conobbi il fondatore della moschea di Finsbury Park, l'imam egiziano Abu Hamza Al Masri, mi confessò candidamente che la moschea organizzava pubblicamente corsi ideologici e militari per la Guerra santa islamica a Crowborough, alla periferia di Londra.

Il 30 agosto a Copenaghen, all'uscita dei fedeli dalla moschea dopo la celebrazione dell'Eid al-Fitr, la festa islamica che conclude il mese di digiuno del Ramadan, uno di loro è stato ucciso in una sparatoria. Il 28 agosto a Bagdad un terrorista suicida si è fatto esplodere nella moschea sunnita di Oum al-Qura, uccidendo 29 persone e ferendone gravemente altre 35. La moschea colpita è diretta dall'imam Ahmed Abdel Ghafour che ha ripetutamente condannato i terroristi islamici. Il 27 agosto a Damasco le forze di sicurezza siriane hanno dato l’assalto a una moschea affollata di fedeli, provocando un morto e 20 feriti.

Il 26 agosto in Afghanistan una bomba viene fatta esplodere nel cortile di una moschea della provincia nord-occidentale di Faryab, uccidendo 4 persone e ferendone altre 14. Il 19 agosto in Pakistan un terrorista suicida di appena 16 anni si è fatto esplodere all'interno di una moschea nel distretto tribale di Khyber, provocando il massacro di 53 persone e oltre 120 feriti. Il 17 agosto in Siria nove persone vengono uccise dalle forze di sicurezza dopo aver inscenato una manifestazione di fronte alla moschea di Fatima a Homs. L’11 agosto l'artiglieria dell'esercito siriano colpisce la moschea Uthman ben Affan a Dayr az Zor, 450 km a nord-est di Damasco e capoluogo della regione confinante con l’Irak, abbattendone il minareto.


Per il regime siriano l’epicentro della rivolta popolare sono proprio le moschee. Il 15 luglio nella Tunisia che sarebbe finalmente liberata dalla dittatura di Ben Ali e consegnata alla democrazia, le forze dell'ordine fanno irruzione in una moschea di Tunisi alla ricerca degli autori di attentati terroristici contro le caserme della polizia che si ripetono nel Paese. Il 14 luglio in Afghanistan ci sono state due esplosioni nella moschea di Kandahar, mentre aveva luogo una funzione religiosa per il fratello del presidente Hamid Karzai ucciso due giorni prima, con un bilancio di 4 morti. Il 10 giugno


in Afghanistan un terrorista suicida islamico si è fatto esplodere davanti ad una moschea a Kunduz City, dove si svolgeva un rito in memoria del generale della polizia Dadu Daud, colpito a fine maggio dai talebani nella provincia di Takhar, uccidendo 4 agenti di polizia. Il 3 giugno nello Yemen il presidente Ali Abdallah Saleh resta gravemente ferito in un attentato all'interno della moschea del Palazzo presidenziale dove stava pregando, costato la vita ad altre 7 persone. Il 3 giugno in Irak 17 persone sono rimaste uccise e almeno 50 ferite in un attentato a una moschea di Tikrit.

La bomba che ha provocato la strage era contenuta in un barile di benzina lasciato vicino all'ingresso della moschea durante la preghiera del venerdì. Voglio evidenziare che gli autori degli efferati crimini sono musulmani, così come sono musulmane le vittime del terrorismo islamico. Voglio ricordare che queste atrocità perpetrate all’interno delle moschee sono sempre accadute da quando esiste l’islam, che si conferma come una religione intrinsecamente violenta e storicamente conflittuale. Pensate che ben tre dei primi quattro successori di Maometto, i cosiddetti «califfi ben guidati», furono assassinati (Umar ibn al-Khattab, Uthman ibn Affan e Ali ibn Abi Talib) e due di loro (Umar e Ali) furono assassinati mentre pregavano in moschea.

Mi era già capitato in passato di fare ciò che ho appena fatto, ossia registrare gli attentati che si perpetrano nelle moschee, ed è sempre emerso lo stesso risultato: le moschee nel mondo generano violenza. Se le vogliamo significa che siamo propri votati al suicidio.



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