sabato 3 settembre 2011

Imbarazzati Prodi al telefono con i terroristi e processi a orologeria: Le spiate di Assange

Libero




Prodi affondato da Hamas, Berlusconi dalla magistratura. Spulciando tra i 251.287 file pubblicati da Julian Assange e dal suo sito di cyberguerrilla Wikileaks emergono nuove, imbarazzanti considerazioni e valutazioni da parte dei diplomatici Usa di stanza in Italia. Questa volta, però, ad uscire peggio sono l'ex premier del centrosinistra e la magistratura italiana. Del primo, vari cablo inviati alla Casa Bianca, l'allora ambasciatore americano a Parigi, Craig Stapleton, che ricordava come Romano Prodi, prima di arrivare per la seconda volta a Palazzo Chigi nel maggio 2006, avesse "scioccato" il governo francese conversando al telefono tranquillamente con un leader palestinese di Hamas, considerato dall'Eliseo un gruppo terroristico e non politico. "Esponenti ufficiali del ministero degli Esteri francese - scrive Stapleton nel 2006 - ci hanno detto il 21 aprile di essere scioccati del fatto che Prodi avesse accettato di ricevere una telefonata da un esponente di Hamas". Non essendo il Professore ancora premier, Stapleton ha precisato che il fatto non avrebbe "spinto il governo francese a protestare bilateralmente o in ambito Ue".

Toghe a orologeria - E mentre sia il ministro degi Esteri Franco Frattini ("Un'altra azione veramente sconcertante") sia i quotidiani progressisti internazionali criticano la "pirateria" di Assange (Guardian, El Pais e Der Spiegel hanno attaccato l'hacker australiano, forse perché privati dello scoop), spunta qualche cablo un po' più interessante e stranamente snobbato da molti. Elisabeth Dibble, funzionaria americana a Roma, l'8 ottobre 2009, poche ore dopo che la Corte Costituzionale ha bocciato il lodo Alfano, nota come la magistratura italiana fosse "un tradizionale rifugio per i membri del Partito comunista durante la Guerra Fredda". E ancora: "La tempistica delle azioni giudiziarie - incluse alcune contro funzionari di centro-sinistra - spesso appare politica".

Tra le cause "politiche", c'è quella di De Benedetti contro Fininvest, finita con il maxirisarcimento a carico del Biscione. Non a caso, "Difendersi dai numerosi processi potrebbe diventare una distrazione significativa" dall'attività di governo per Berlusconi, i cui avvocati, conclude la Dibble, "fanno una vera e propria corsa contro il tempo perché i reati cadano in prescrizione". E il giudizio negativo sulle toghe non è solo della Dibble, ma pure di Massimo D'Alema, che in un colloquio con l'ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli avrebbe confidato, salvo smentita successiva: "La magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano".

03/09/2011




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Arrestato dopo aver travolto passanti evade e finisce ancora ai domiciliari

Il Giorno

L'uomo era accusato di omissione di soccorso e guida in stato di ebbrezza per un incidente avvenuto lo scorso agosto. E' stato trovato a parlare con due persone  vicino a casa



Tribunale di Milano

Milano, 3 settembre 2011



Ubriaco alla guida lo scorso 20 agosto, a Milano, aveva travolto due auto e una passante causando sei feriti di cui uno grave, ed era scappato prima di venire arrestato dai vigili. Posto dal giudice agli arresti domiciliari in attesa del processo, l’altro ieri e’ stato arrestato per evasione, e nuovamente posto agli arresti domiciliari dal magistrato di turno.

L’uomo, Pedro Jala Palomino, un peruviano di 47 anni, e’ accusato di omissione di soccorso e guida in stato di ebbrezza, e ieri la prefettura gli ha revocato la patente per due anni.

Secondo quanto spiegato dalla polizia, Palomino e’ stato trovato vicino a casa, mentre parlava con due connazionali. Il sudamericano e’ titolare di una piccola impresa di pulizie.

Il 20 agosto, con il suo furgoncino, aveva tamponato due auto ferme a un semaforo rosso e poi aveva travolto una donna sulle strisce, le cui figlie piccole erano rimaste illese. Poi era fuggito a piedi ma era stato bloccato da una pattuglia della Polizia locale.




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Diagnosi sbagliata: l'urgenza scagiona i medici

La Stampa

Un medico e un cardiologo del pronto soccorso vengono prosciolti dall’accusa di omicidio colposo, per la difficoltà della diagnosi accresciuta dall’urgenza. Infatti, la Cassazione, con la sentenza n. 16328/11, ha ribadito che «la colpa è uguale per tutti» ma bisogna distinguere i casi nei quali i sanitari sono «malaccorti» dai casi in cui «vi è una particolare difficoltà della diagnosi, sovente accresciuta dall’urgenza».

Il Caso

Un autista, colto da malore sul lavoro, arriva al pronto soccorso in coma da sospetta lesione ischemica cerebrale. Il medico e il cardiologo che lo visitano, dopo aver eseguito elettrocardiogramma e ecocolordoppler e quindi escluso patologie cardiache, decidono di trasferirlo in un altro ospedale attrezzato per le patologie neurologiche. Il mattino seguente il paziente muore per arresto cardiocircolatorio causato dalla rottura dell’aorta. I medici vengono accusati di aver causato l’evento per non aver eseguito una corretta valutazione clinica del paziente.

In sede di merito, però, viene sottolineato che, nell’ambito della causalità omissiva, l’imputazione dell’evento può aver luogo qualora l’azione doverosa avrebbe potuto impedire l’evento con un apprezzabile grado di probabilità. Nel caso, la dissezione dell'aorta aveva una prognosi fortemente infausta e gli imputati avevano correttamente eseguito gli esami del caso in un quadro clinico di riconosciuta complessità. Per tali ragioni, il Tribunale di Rossano emetteva sentenza di non luogo a procedere (ex art. 425 c.p.p.) ravvisando l’immunità da colpa degli imputati.

La Cassazione ricorda un lontano orientamento che affermava la configurazione della responsabilità penale solo nei casi di colpa grave che, nell’ambito della professione medica, si riscontra nell’errore inescusabile derivante dalla mancata applicazione delle cognizioni generali e fondamentali attinenti alla professione o dalla mancanza di prudenza o di diligenza. «La colpa è uguale per tutti» e la sua gravità ha rilievo solo ai fini della graduazione della pena. Infatti, in alcune pronunce precedenti, la Cassazione aveva rimarcato che la prudenza, la diligenza e la perizia devono essere particolarmente accentuate nell’operatore sanitario vista l’importanza dei beni affidati alla sua cura (la vita e la salute).

La situazione di urgenza è rilevante ai fini della decisione finale. La Suprema Corte, considerate le difficoltà del caso e i tempi stretti per arrivare alla diagnosi ha confermato l’archiviazione. I giudici di legittimità hanno rilevato, sotto il profilo eziologico, che la grave patologia del paziente  avendo prognosi infausta non avrebbe potuto essere trattata con successo nelle strutture locali; perciò il ricorso, presentato da un parente della vittima, viene rigettato con la conseguente condanna al pagamento delle spese.



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San Pietro e Paolo sì, San Gennaro no «Il Senato lo declassa a patrono di serie b»

Corriere del Mezzogiorno

Ronghi: «nessun parlamentare napoletano ha difeso la festività. Il cardinale vieti l'ingresso in duomo ai politici»



La scultura di San Gennaro di Lello Esposito
La scultura di San Gennaro di Lello Esposito

NAPOLI - «Il Senato ha sancito che San Gennaro è declassato a Santo di serie b confermando la sola festività di San Pietro e Paolo a Roma: è proprio il caso di dire che questa classe politica non lascia in pace nemmeno i Santi» afferma Salvatore Ronghi, ex vicepresidente del Consiglio Regionale della Campania. «E la cosa più grave - prosegue - è che non c'è stato uno straccio di senatore che abbia tentato una minima difesa di San Gennaro e, in generale, dei Santi Patroni».

SE LA PRENDONO COI SANTI - «Invece di tagliare concretamente i costi della politica -prosegue Ronghi - se la prendono con i Santi e con le tradizioni mettendo in campo un attacco tendente a smantellare l'identità dei territori e ciò che li rappresenta. Spero che i napoletani non dimentichino», aggiunge Ronghi che propone all'arcivescovo Sepe «di precludere l'accesso al nostro Duomo, particolarmente nella circostanza del Miracolo di San Gennaro, a quei politici che non perdono occasione di utilizzare mediaticamente il Santo Protettore della nostra città salvo, poi, fregarsene quando si tratta di difenderne la festività e la fede dei napoletani».



03 settembre 2011




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La banda del bucoci pensa. Tagliamo i senatori a vita

Libero




Va bene, lo abbiamo capito, la presente manovra non ha padri né madri, nessuno (giustamente) vuole metterci la faccia. Ma il debito che la manovra dovrebbe tamponare non è  un  figlio di nessuno, le facce dei padri ci sono eccome e sotto le facce non mancano i nomi e i cognomi. Eccoli: Giulio Andreotti, Aldo Moro, Giovanni Spadolini, Amintore Fanfani, Bettino Craxi, Giovanni Goria, Ciriaco De Mita, Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi. Sono i presidenti del Consiglio che negli anni Settanta, Ottanta e Novanta hanno firmato le cambiali che   dobbiamo pagare noi e che forse toccheranno pure ai nostri figli, che di quegli  sperperi non hanno beneficiato nemmeno di striscio. Sono le menti raffinatissime, gli strateghi della politica, gli assi della finanza che al dunque si sono comportati come i più folli scialacquatori spingendo il rapporto debito/pil prima sopra il 50 e poi, per confermare il detto che al peggio non c’è mai fine, sopra il 100 per 100.

Ma perché lo hanno fatto? Per ingrassar clientele? Per mantenere le posizioni di potere del proprio partito, della propria corrente, del proprio spiffero? O solo per debolezza, per incapacità a dire dei no? Magari c’è perfino di peggio. Goethe nel “Faust” racconta di un imperatore che segue il consiglio di Mefistofele: emettere obbligazioni e banconote con la copertura di riserve auree che nessuno ha mai visto e che molto probabilmente non esistono. Uno dei consiglieri osserva che è proprio un’idea diabolica ma il sovrano non sente ragioni e firma il patto faustiano pur di garantirsi qualche anno di prosperità illusoria. Qualcosa del genere hanno combinato i nostri antichi campioni: hanno tirato a campare facendo tirare la cinghia (se non addirittura le cuoia) alle generazioni successive.

Molti sono morti e sia pace all’anima loro, anche se qualche riflessione storica sul Craxi dilapidatore prima o poi bisognerà farla: con soli due governi e in meno di quattro anni è riuscito a raddoppiare la massa di titoli di Stato che incombe sulle nostre teste come una spada di Damocle. Complimenti vivissimi, Bettino. Amato e De Mita sono ancora in circolazione però in luoghi piuttosto fuori mano (Nusco, Capalbio, Bruxelles...) e quindi facciamo finta di non averli visti. Ciampi e Andreotti invece è impossibile dimenticarli: sono a Palazzo Madama a vita, assieme a Oscar Luigi Scalfaro, più volte ministro e capo di Stato con i governi di Ciampi e Amato.

Il Divo Giulio ha guadagnato il perpetuo scranno «per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale e letterario»  (cito la pomposa motivazione ufficiale). Tralasciando per non morir dal ridere i meriti letterari, bisogna prendere atto della completa evaporazione dei meriti sociali. È  ormai chiaro a tutti che le baby-pensioni istituite dal governo Andreotti II sono quanto di più socialmente devastante si potesse escogitare: stanno facendo scoppiare un conflitto tra generazioni e costringono milioni di italiani che a riposo ci andranno (forse) verso i settant’anni a pagare gli assegni di chi è riuscito a pensionarsi poco più che trentenne.

E Ciampi, il gran banchiere, l’insigne economista, come mai nel ’93-’94 (quando si trovava in cabina di pilotaggio proprio in virtù della sua presunta competenza tecnica) non diede l’ordine “Indietro tutta!” che ci avrebbe potuto salvare? Mi appello a un precedente recente: la revoca del cavalierato a Calisto Tanzi. Dopo il famoso crac, la decorazione di Cavaliere al merito del Lavoro è stata strappata dal petto dell’imprenditore parmigiano «per indegnità». Quindi, quando si vuole, la giustizia esiste. La stessa giustizia che andrebbe onorata togliendo il laticlavio ai due senatori a vita sulla vita altrui.


di Camillo Langone
 

03/09/2011




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Ecco assegni e ricevute delle tangenti per Penati»

Corriere della sera

Le carte degli accusatori: soldi anche all'assessore


MILANO - Tangenti al sindaco pdl di Segrate, all'assessore pd all'edilizia di Sesto San Giovanni, ancora al pd Penati, e mazzette per un mega centro commerciale all'Idroscalo: le dichiarazioni dei due grandi accusatori del vicepresidente dimissionario del consiglio regionale lombardo si estendono a macchia d'olio sull'hinterland di Milano con nuovi particolari sui quali lavora la magistratura.
A luglio del 2010 Giuseppe Pasini, interrogato a Milano nell'inchiesta Santa Giulia, rivela di aver dato nel 2001 quattro miliardi di lire (metà pagati in contanti in Lussemburgo con le ricevute in foto, ndr. ) a Penati tramite Piero Di Caterina per essere favorito nelle speculazioni edilizie Falck e Marelli.

Quando gli chiedono se avesse oliato altri politici, risponde: «Sì, ho pagato Amato e Di Leva». Di Leva è l'ex assessore all'edilizia di Sesto in carcere per l'inchiesta su 15 anni di tangenti nell'ex Stalingrado d'Italia che ha travolto Penati; il suo successore Amato non risulta tra gli indagati: «L'ho pagato affinché fossi agevolato o comunque si arrivasse all'approvazione del piano Marelli». Pasini dice di non aver avuto «particolari contatti» con Amato e «di avergli consegnato in una o al massimo due soluzioni 20/30 mila euro». Smise perché i suoi «progetti venivano sistematicamente bloccati». Interpellato, Amato risponde: «È tutto falso, Pasini lo conosco come a Sesto lo conoscono tutti. Da lui non ho mai ricevuto nulla».


Adriano Alessandri è il sindaco pdl di Segrate, cittadina della Milano due di Berlusconi. Quando parla della battaglia per contenere «l'aggressione dell'Atm» che voleva strappare alla sua società di trasporti i bus di Segrate, Di Caterina dice che era convinto che Sindaco e direttore generale Laura Aldini tramassero contro di lui. Dal primo ottenne «assicurazioni» di un «comportamento corretto» quando arrivò il momento della gara d'appalto. Gli furono rinnovate a Natale quando fece «regali molto importanti che ho consegnato dal 2005 al 2008 direttamente ad Alessandri nel garage di casa sua». Cosa gli regalò?

«Oltre al cesto natalizio, per 4 anni ho consegnato una busta contenente denaro contante per 10mila euro a volta da lui richiesta per far fronte a sue necessità di promuovere eventi per i cittadini. Non era lui a indicarmi la cifra ma era lui a chiedermi denaro. Una volta mi ha sollecitato anche lo stesso regalo a favore del direttore Laura Aldini», inconsapevole, che consegnò allo stesso Alessandri. Sdegnata la replica del Sindaco, che non appare tra gli indagati: «Soldi? A me? Per 20 anni Di Caterina ha gestito il trasporto pubblico. Quando siamo arrivati noi abbiamo fatto una regolare gara che ha vinto Atm. Si vuole vendicare, ce l'ha a morte con me e con la Aldini che è l'avvocato del Comune e che l'ha pure querelato. È uno squilibrato. Se è questa la sua attendibilità, allora devo riabilitare Penati». I magistrati monzesi sono molto cauti su queste e sulle altre rivelazioni. Sono da verificare molto accuratamente, potrebbero essere «dettate da malanimo».


I pm Walter Mapelli e Franca Macchia indagano anche sul progetto di un mega centro commerciale ai confini di Milano nell'area della Dogana di Segrate. «Idroscalo center» sarà realizzato dal gruppo del presidente dell'Atalanta Antonio Percassi su progettazione della società Add di cui è ad l'ingegnere Michele Molina, indagato per perché secondo Di Caterina avrebbe avuto un presunto ruolo in fondi andati a Penati tramite l'architetto Renato Sarno (Molina: «Nessun rapporto con lui»), indagato per la vicenda che portò alla consegna da Gavio a Di Caterina di un assegno da due milioni come restituzione da parte di Penati di soldi ricevuti da Di Caterina.

Questi ha riferito che Sarno gli disse di essere «in contatto con il gruppo Percassi» sul progetto all'Idroscalo «per il quale era stato fatto un grande lavoro sulla viabilità dalla provincia». L'imprenditore capì che erano girati «pagamenti riservati», «attraverso incarichi dati dagli imprenditori a Sarno» e che la società di Gavio aveva «realizzato uno svincolo che collega la Tangenziale est direttamente alle aree di proprietà di Percassi con un aumento enorme del loro valore». Che fossero girati soldi per «Penati e Vimercarti», Di Caterina l'avrebbe saputo da Antonio Princiotta, l'indagato segretario della Provincia, e desunto dal fatto che l'opposizione pd di Segrate non fece «questioni». E mentre i pm ricevevano la consulenza sull'acquisto nel 2005 del 15% della Serravalle da parte della Provincia di Milano, ieri il segretario generale del Comune di Sesto Marco Bertoli (indagato) ha presentato le sue dimissioni al sindaco Giorgio Oldrini (indagato) che ha detto di avere intenzione di respingerle.



Giuseppe Guastella
(ha collaborato Federico Berni)

03 settembre 2011 13:06



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Online i numeri di telefono del papa e del segretario di Stato»

Corriere della sera


Ma si tratta di vecchi contatti telefonici del Vaticano in possesso dell'ambasciata Usa in Italia


MILANO - Chi spera di trovare il cellulare di Benedetto XVI rimarrà deluso. Ma se volete parlare con il decano del collegio cardinalizio, vale a dire sua eminenza cardinale Angelo Sodano, il numero è quello giusto. Ma sarà dura farvelo passare. Tra i cablogrammi messi online da Wikileaks in questi giorni ce n'è uno (unclassified, ossia non segreto) nel quale si possono trovare i nomi, i titoli e soprattutto i contatti telefonici di alcune importanti «figure di governo» del Vaticano in mano all'ambasciata Usa in Italia. Per la verità si tratta di numeri di telefono fisso, nessun cellulare.

Per di più utenze datate (27 dicembre 2004) che si possono già trovare negli elenchi interni della Santa Sede.. E tutti i numeri sono filtrati da centralinisti o assistenti. Vista da questa documentazione le entrature dell'ambasciata Usa con il Vaticano non dovevano essere delle migliori. Ma la Rete, a cui nulla sembra sfuggire, grida lo stesso allo scandalo: «Wikileaks ha messo online i numeri di telefono del papa e del segretario di Stato» scrive il blog «Vergognarsi. Informazione e Satira 2.0».


I NUMERI - In realtà si tratta di numeri, estratti da un «original cable», che si possono facilmente reperire sull'annuario del Vaticano. Un esempio. Alla voce «Head of State: John Paul II, title: Pope» si trova il numero del centralino. «Vaticano buongiorno!», risponde una voce gentile. Capirai che contatto. E come residenza del capo della Chiesa Cattolica, ecco il numero che oggi appartiene alla Prefettura della casa pontificia. Ottimo per conoscere gli orari delle messe a San Pietro. Ma nel 2004 le cose erano diverse se nei commenti il funzionario scriveva la seguente raccomandazione: «Chiedere di "Vostra Santità" quando si chiama e rivolgersi al vescovo Stanislaw Dziwisz, segretario personale del Papa, poi spiegare il motivo della chiamata».

Al numero del cardinal Sodano i diplomatici americani sapevano che avrebbero avuto a che fare solo con un «secretary or personal assistant». Tra le «figure di governo» anche il cardinale Giovanni Lajolo, attuale presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano ma ai tempi del cablogramma segretario per i rapporti con gli Stati. Infine, il telefono del cardinale argentino Leonardo Sandri, allora Sostituto per gli Affari Generali. Al suo numero risponde con un forte accento straniero don Marco: «Chiedo scusa, ma sono stato autorizzato a dire che questo è un numero generico del Vaticano. Mi spiace ma non posso dire di più». Allarme privacy dunque? Questa volta la Rete sembra aver un po' esagerato. Comunque per un contatto diretto con il «regno dei Cieli» la cornetta non serve, bastano ancora le mani giunte.


Nino Luca
03 settembre 2011 12:55



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Usa, senza assicurazione sanitaria un 24enne è morto per il mal di denti

Quotidiano.net

Il ragazzo, già padre di famiglia, ha perso la vita a causa di una banale infezione ai denti perché non poteva permettersi i farmaci per curarla



La poltrona del dentista (dal film "Il maratoneta")

New York, 3 settembre 2011



La denuncia è partita da un’emittente locale del network Nbc, la Wlwt: questa settimana a Cincinnati, nello stato americano dell’Ohio, un padre di famiglia di 24 anni è morto a causa di una banale infezione ai denti perché non poteva permettersi i farmaci per curarla. La storia è stata rilanciata da Abc News, nell’eterno dibattito sulle gravi lacune del sistema sanitario statunitense malgrado la riforma strappata l’anno scorso dal presidente Barack Obama.

Stando alle cronache, Kyle Willis aveva cominciato a sentire dolore a un dente del giudizio un paio di settimane fa. Quando i dentisti gli hanno detto che bisognava estrarlo, lui ha rinunciato all’intervento perché era disoccupato e non aveva alcuna copertura sanitaria. Quando il viso gli si è gonfiato visibilmente, e la testa ha iniziato a fare molto male il giovane è andato al pronto soccorso dove gli hanno prescritto antibiotici e antidolorifici. Non potendosi permettere entrambi, Willis ha deciso di comprare solo i secondi.

Così l’infezione ai denti si sarebbe diffusa provocando danni al cervello, infine il decesso, martedì scorso. Negli Stati Uniti l’accesso alle cure dentali è sempre più difficile per adulti e bambini con un reddito basso e la situazione è peggiorata con la crisi economica. Lo scorso aprile la Kaiser Family Foundation ha pubblicato uno studio secondo cui il 33 percento degli intervistati evita cure dentistiche o visite di controllo perché non se li può permettere. Un rapporto dell’U.S. Surgeon General nel 2003 scoprì addirittura che 108 milioni di americani non avevano assicurazioni dentistiche, pari a circa 2,5 volte il numero di persone che all’epoca non era coperto da assicurazioni sanitarie.




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Franceschi, responsabilità dei medici»

Corriere della sera

Lo dice l'ultima perizia medica sulla morte del giovane viareggino morto in carcere in Francia il 25 agosto 2010


Dall'ultima perizia medica sulla morte di Daniele Franceschi, avvenuta nel carcere di Grasse, in Francia, il 25 agosto dello scorso anno, emergerebbero «gravi responsabilità del personale medico e paramedico» del carcere che non sarebbero intervenuti con efficacia quando il trentaseienne viareggino diceva di stare male. Lo ha detto all'Ansa l'avvocato Maria Grazia Menozzi, uno dei legali italiani che assistono la mamma di Franceschi, Cira Antignano, nella sua battaglia per avere giustizia. L'avvocato ha detto di aver avuto comunicazioni in proposito dal corrispondente francese dei legali italiani, l'avvocato Luc Febbraro, al quale il giudice istruttore Sandrine Andrè ha notificato la perizia.


L'ultima perizia medica, fatta dal medico legale e da un cardiologo, risale al 10 agosto scorso ed è stata notificata al legale francese che si occupa del caso. «Dalla perizia - ha spiegato l'avvocato Maria Grazia Menozzi - emergerebbero gravi responsabilità dei sanitari, medici e paramedici, in servizio nel carcere». «Si tratta di una perizia - ha aggiunto - che potrebbe indicare un nesso causale tra quanto accaduto nel carcere e la morte di Daniele che, invece, poteva probabilmente essere salvato ma non è stato curato».

Il legale ha in particolare ricordato che anche dagli atti sulla vicenda risulta che quando Franceschi è stato male sarebbero state disattese le richieste di aiuto anche da parte del detenuto che era in cella con il giovane viareggino e di uno stesso agente di custodia. «La lettura degli atti alla luce di questa perizia - ha spiegato - lascia intravedere pure serie responsabilità dell'amministrazione penitenziaria». La perizia, destinata ovviamente anche al pm francese che sta conducendo gli accertamenti, non contiene nomi: «Non ci sono indagati, ma incrociando gli atti ed il contenuto della perizia anche i responsabili potranno avere un nome», ha spiegato l'avvocato Menozzi definendo «importantissima» la perizia appena notificata.


02 settembre 2011

Preti pedofili, il Vaticano: «Gravi errori, ma mai ostacolato indagini»

Corriere della sera

La Santa Sede risponde al governo irlandese: «orrore e vergogna» per i crimini commessi dai sacerdoti



MILANO - «Gravi ed inquietanti errori» sono stati commessi dai sacerdoti della diocesi irlandese di Cloyne nel trattare i casi delle denunce di pedofilia a carico del clero. La Santa Sede ammette le gravi responsabilità di alcuni preti, ma nega al tempo stesso di aver mai ostacolato le indagini sugli abusi sessuali subito da bambini e ragazzi. E' stata pubblicata sabato l'attesa risposta ufficiale del Vaticano all'ormai celebre «Cloyne Report» del 13 luglio scorso, il rapporto della commissione d'inchiesta del governo di Dublino sugli abusi ai danni di minori commessi da sacerdoti della diocesi di Cloyne, a sud del Paese. Il rapporto denunciava fra l'altro le «coperture» da parte dell'ex vescovo John Magee, già segretario personale di tre Papi. Il premier irlandese Enda Kenny aveva pronunciato un durissimo atto d'accusa in Parlamento, affermando che «il rapporto della commissione ha evidenziato il tentativo della Santa Sede di bloccare un'inchiesta in uno Stato sovrano, democratico e Repubblica non più di tre anni fa, non trent'anni fa».

«NESSUNA INTERFERENZA» - Nella risposta al governo irlandese, la Santa Sede riafferma «il proprio orrore verso i crimini di abuso sessuale che sono avvenuti in quella diocesi; è profondamente addolorata e si vergogna per le terribili sofferenze che le vittime e le loro famiglie hanno dovuto sopportare nella Chiesa di Gesù Cristo, un luogo dove ciò non deve mai accadere». Si sottolinea però che la Santa Sede «che in nessun modo essa ha ostacolato o tentato d'interferire in alcuna delle indagini sui casi di abuso sessuale sui minori nella diocesi di Cloyne». Inoltre, «in nessun momento, la Santa Sede ha cercato d'interferire nel diritto irlandese o di intralciare le Autorità civili nell'esercizio delle loro funzioni». Viene respinta anche l'accusa che il Vaticano abbia ostacolato «gli sforzi della Chiesa irlandese nel trattare gli abusi sessuali sui minori commessi dal clero».

«SPAVENTOSO CRIMINE» - Quanto allo stesso «Cloyne Report», la risposta del Vaticano lo valuta positivamente: «un ulteriore passaggio nel lungo e difficile cammino di accertamento della verità, di penitenza e purificazione, di guarigione e rinnovamento della Chiesa in Irlanda». La Santa Sede «non si considera estranea a questo processo, ma lo condivide in spirito di solidarietà ed impegno». Essa, «mentre rigetta le accuse infondate, accoglie in spirito d'umiltà tutte le osservazioni e i suggerimenti obiettivi e utili per combattere con determinazione lo spaventoso crimine dell'abuso sessuale sui minori». La Santa ribadisce inoltre di condividere «la profonda preoccupazione e l'inquietudine espresse dalle Autorità irlandesi, dai cittadini irlandesi in generale e dai Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici d'Irlanda a riguardo dei criminali e peccaminosi atti di abuso sessuale perpetrati da membri del clero e da religiosi».
RABBIA E SENSO DI TRADIMENTO - La Sede Apostolica si dice anche «consapevole della comprensibile rabbia, della delusione e del senso di tradimento sperimentati da coloro, particolarmente le vittime e le loro famiglie, che sono stati segnati da questi vili e deplorevoli atti e dal modo in cui essi talvolta sono stati affrontati dalle autorità ecclesiastiche». Per questo riafferma «il proprio dolore per ciò che è accaduto». «Essa si augura - è tra le conclusioni della risposta - che le misure che la Chiesa ha introdotto negli ultimi anni a livello universale, come anche in Irlanda, si dimostrino più efficaci nell'impedire il ripetersi di tali atti e contribuiscano alla guarigione di coloro che hanno sofferto per gli abusi, come pure a ristabilire la fiducia reciproca e la collaborazione tra le Autorità ecclesiastiche e quelle statali, che sono essenziali per combattere efficacemente il flagello dell'abuso». «Naturalmente - aggiunge -, la Santa Sede sa bene che la dolorosa situazione provocata dagli episodi di abuso non può essere risolta rapidamente o facilmente e che, benché siano stati compiuti molti progressi, molto rimane ancora da fare».



Redazione online
03 settembre 2011 12:29



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L'attore 'evasore' dello spot: "Per la gente sono il parassita, ma io le tasse le pago"

Quotidiano.net

L'attore dello spot della Agenzia delle Entrate: "Per strada mi chiedono: Scusi, lei è quello che frega il fisco in tv?"




Giancarlo Colabianchi, l'attore dello spot della Agenzia delle Entrate

Milano, 3 settembre 2011



IL PARASSITA della società è lui, Giancarlo Colabianchi (il cognome lo dice solo dopo molte insistenze), 35 anni, sposato da 5 e padre di una bambina di 4 anni, di Roma. E’ lui che ha prestato volto ed espressione all’anonimo evasore fiscale messo alla berlina dallo spot della Agenzia delle Entrate.

Come la guarda la gente per strada, adesso?

"Due vicine di casa, due vecchiette, mi hanno detto: ora devi scappare, attento che ti vengono a prendere. Con qualche fatica, ma sono riuscito a tranquillizzarle".

La sua è una strana popolarità.
"Un vicino di ombrellone è venuto da me e mi ha chiesto: ‘Ma lei è quello che evade le tasse in tv?’".

Com’è cambiata la sua vita?
"Quando vado a prendere un gelato la prima cosa che dico è: mi raccomando mi faccia lo scontrino!".

Mai pagato un elettricista in nero?

"Mai, lo giuro. Ho sempre avuto a che fare con professionisti seri. Anche a costo di aspettarli due giorni".

Qualche parente nella Guardia di Finanza, Carabinieri, Polizia?

"Nessuno. Però un mio amico, che ha due figli giovani che vogliono entrare all’Accademia della Finanza, mi ha chiesto una raccomandazione...".

Certo non è bello venire scelti perché si ha la faccia da delinquente...
"Diciamo che l’evasore che interpreto è un evasore di basso rango, numericamente importante e che quindi produce un grande danno alla società, ma non è certo l’evasore con la barca e la Ferrari. Altrimenti avrebbero scelto uno più bello e più abbronzato di me. Quando mi sono presentato al provino sapevo solo che si trattava di una campagna sociale. Poi mi hanno spiegato l’argomento e sono stato felice di dare una mano su un tema così importante".




Per il suo cachet la fattura l’ha emessa?
"Naturalmente".

Lei è un attore professionista?
"No, sono impiegato di un’azienda privata. Ogni tanto faccio qualche spot. Ora mi piacerebbe qualcosa di commerciale. Con il curriculum che ho, sarei perfetto per lo spot di un antifurto, no?".

Il suo datore di lavoro che le ha detto?
"Tranquillo: in caso di straordinari tutto va rigorosamente in busta paga".

Se dovesse interpretare un film, preferirebbe Il Padrino o Scarface?
"Adesso fatemi fare la parte del buono, per favore. Magari ’Batman’".

Parlando seriamente: che ne pensa delle nuove norme anti-evasione allo studio, soprattutto della pubblicazione dei redditi per favorire le delazioni?
"Ovviamente penso che quello dell’evasione è un tema importante. La mia opinione personale però è che un Paese in cui tutti spiano tutti non mi piace. Preferirei che lo Stato riuscisse a stanare gli evasori da solo senza bisogno delle spiate".


di Piero Degli Antoni




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Il tuo vecchio cellulare? Aiuta i cani salvataggio

di

Alla stazione Cordusio della MM1 un edicolante raccoglie cellulari in disuso per una società che devolve il loro valore ad un'associazione che si occupa dell'addestramento di amici a quattro zampe da utilizzare in casi di pericolo per il soccorso in mare o in montagna



Milano - Quando il vostro cellulare si rompe, oppure avete voglia di cambiarlo e di non usare più quello vecchio, potete fare beneficenza. All'interno della stazione MM1 Cordusio da qualche giorno è esposto un contenitore con questo messaggio: ”Dona il tuo vecchio cellullare per beneficenza anche rotto!”.


La curiosa iniziativa parte dal portale Comprocellulari.it, che si occupa del ritiro di cellulari usati sul territorio Italiano utilizzando diversi canali di raccolta nel rispetto dell'ambiente. Con l'iniziativa cellulariperbeneficenza.it un valore simbolico per ogni telefonino donato viene girato a diverse associazioni onlus che operano nel sociale. Grazie a questo meccanismo sino a oggi circa 66.000 euro sono stati devoluti per aiutare realtà che si occupano di chi ha più bisogno.
In Piazza Cordusio Gino Candeloro, titolare dell'edicola della stazione della metropolitana è da anni membro di un'associazione che si occupa dell'addestramento di cani per il salvataggio o il soccorso in casi di pericolo, ha esposto il contenitore per la raccolta dei telefonini. “Da settembre 2010 ho raccolto circa 1000 cellulari - spiega - e il loro valore è stato devoluto alla onlus Canisalvataggio. E' un modo per sostenere questa attività, creare beneficenza e soprattutto rispettare l'ambiente visto che spesso i cellulari vengono buttati via senza pensare a quali effetti potrebbero avere sul sistema-ambiente”.
E Gino mostrando il suo cane, fedele amico che tiene vicino alla sua edicola, spera “che il contenitore continui a riempirsi perché sostenere un'associazione come questa serve a tutti perché un cane spesso al mare o in montagna può essere più efficace di un uomo nel salvare una vita”.





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La morte del generale Dalla Chiesa 29 anni fa Napolitano: "Il suo sacrificio impone vigilanza"

Quotidiano.net


Un commando, alle 21.15 del 3 settembre 1982, affianco’ l’A112 condotta da Emanuela Setti Carraro, 32 anni, moglie del generale e l’auto di scorta condotta dall’agente Domenico Russo. Tutti trucidati




Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro (Newpress)

Palermo, 3 settembre 2011



Quel venerdi’ sera di ventinove anni fa sembrava davvero, come scrisse una mano ignota, che fosse “morta la speranza dei palermitani onesti”. Il cuore di Palermo continuava a grondare sangue. Un commando, alle 21.15 del 3 settembre 1982, affianco’ l’A112 condotta da Emanuela Setti Carraro, 32 anni, seconda moglie del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, obiettivo della missione omicida. Seguiva l’auto di scorta, un’Alfetta non blindata, condotta dall’agente Domenico Russo.

Tutti trucidati sotto una tempesta di colpi di un kalashnikov imbracciato da Antonino Madonia a bordo della Bmw 518 con Calogero Ganci. Sembrava avesse definitivamente vinto l’anti-Stato, una sensazione opprimente cui diedero voce quelle parole trovate la mattina dopo in via Isidoro Carini.

Durante i funerali, il cardinale Salvatore Pappalardo tuona dall’altare usando le parole di Tito Livio: “Dum Romae consulitur... Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la citta’ di Sagunto viene espugnata e questa volta non e’ Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra”.

L’agguato oggi, quando i colpi assestati alla mafia sembrano sovvertire quella sentenza disperata, viene ricordato con la deposizione di corone d’alloro nel luogo dell’eccidio e una messa nella chiesa di San Giacomo dei Militari, all’interno della Caserma “Carlo Alberto dalla Chiesa”, sede del Comando Legione carabinieri Sicilia. Ma restano le ombre.

I mandanti e alcuni esecutori sono stati condannati all’ergastolo. Ma, come disse una volta l’attuale procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, “per gli omicidi eccellenti bisogna pensare a mandanti eccellenti”. La loro ricerca non ha fatto alcun passo avanti e l’unica verita’ giudiziaria e’ compendiata nelle sentenze di condanna per due sicari e per i vertici della cupola tra cui Toto’ Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e Pippo Calo’.

Ma restano molte zone oscure che i giudici di Palermo sottolineano: “Si puo’ senz’altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalita’ con le quali il generale e’ stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacita’ del generale”. Parole della sentenza con la quale nel 2002 la corte d’Assise condanno’ all’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, e a 14 anni i ‘pentiti’ Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.

Nell’ultima intervista a Giorgio Bocca, il prefetto disse: “Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo”. E il pubblico ministero Nico Gozzo nella sua requisitoria parlo’ di “un delitto maturato in un clima di solitudine: Carlo Alberto Dalla Chiesa fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l’espressione di una effettiva e corale volonta’ dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso”.

Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo ‘abbandono’: “Cosa nostra ritenne di poterlo colpire impunemente perche’ impersonava soltanto se’ stesso e non gia’, come avrebbe dovuto essere, l’autorita’ dello Stato”. Gli uomini della cupola erano gia’ stati condannati nel maxiprocesso nato proprio da un rapporto di Dalla Chiesa contro 162 esponenti di Cosa nostra e consolidato, nel suo impianto accusatorio, dal contributo di alcuni grandi pentiti come Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Francesco Marino Mannoia.

Il ‘superprefetto’, nato a Saluzzo (Cuneo) il 27 settembre del 1920, ritorno’ a Palermo con procedura d’urgenza dopo avere affrontato la malavita del nord, la mafia siciliana e le brigate rosse. Era la sera del 30 aprile del 1982, poco dopo l’uccisione del segretario siciliano del Pci, Pio La Torre, terzo uomo politico assassinato nel giro di qualche mese dopo Piersanti Mattarella, democristiano, presidente della Regione siciliana, e Michele Reina, segretario della Dc palermitana.

Giunse in prefettura a bordo di un taxi. Durante i cento giorni che precedettero la strage di via Carini, il prefetto cerco’ di promuovere la risposta dello Stato allo strapotere delle cosche e di spezzare il legame tra mafia e politica. Ma, come osservano i giudici palermitani, le sue iniziative suonavano come un “chiaro campanello d’allarme per chi all’epoca traeva impunemente quanto illecitamente vantaggio dai rapporti tra la mafia e la politica, soprattutto nello specifico mondo degli appalti”. Le iniziative di Dalla Chiesa furono frenate da ostilita’ politiche ambientali e da una ridotta capacita’ di intervento. Il prefetto reclamo’ continuamente la concessione di poteri di coordinamento che solo dopo la sua morte vennero formalizzati e concessi.

NAPOLITANO: IL SUO SACRIFICIO IMPONE VIGILANZA - Il giorno dell’agguato mafioso a Palermo, nel quale persero la vita il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, “la mafia volle la morte di un servitore dello Stato che con coraggio e rigore aveva combattuto ogni forma di violenza e illegalita’ costituendo essenziale punto di riferimento per la intera comunita’ nazionale e per coloro che avevano potuto apprezzarne quotidianamente la ferrea determinazione e la capacita’ nell’individuare metodi di indagine nuovi ed efficaci”.

Cosi’ il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio inviato al Prefetto di Palermo Umberto Postiglione ricorda “con immutata emozione” la strage di via Carini nel giorno del suo ventinovesimo anniversario. “Con il suo assassinio - sottolinea il capo dello Stato - la delinquenza organizzata cerco’ di minare la credibilita’ delle istituzioni e di innescare la folle fase della sua strategia criminale tesa a sovvertire il nostro ordinamento. All’assassinio seguirono invece una intensa azione di contrasto del fenomeno mafioso e quella mobilitazione della coscienza civile che egli aveva auspicato fin dal suo arrivo a Palermo, ritenendola indispensabile per sostenere l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura”.

Per il presidente della Repubblica “il ricordo del sacrificio del generale Dalla Chiesa permane vivo nella memoria di tutti e a tutti impone una continua vigilanza contro le persistenti forme di infiltrazione della criminalita’ e il rafforzamento della cultura del rispetto delle regole contro ogni forma di violenza e sopraffazione. In questo spirito e interpretando il pensiero di tutti gli italiani - conclude il messaggio - rinnovo ai famigliari del generale Dalla Chiesa, della sua gentile consorte e dell’agente Russo, il mio commosso omaggio e la mia solidale vicinanza”.

SCHIFANI: ANCORA OGGI UNA FERITA PROFONDA - La strage di Via Carini “rappresenta ancora oggi una ferita profonda per la Sicilia e per l’intero Paese ma la reazione dello Stato fu ferma e senza riserve.

Anche nel nome del Generale Dalla Chiesa e dei tanti, troppi martiri della giustizia che hanno fatto del senso dello Stato e della lotta alla mafia la loro missione di vita fino al sacrificio estremo, continuiamo questo lungo e difficile cammino verso la definitiva sconfitta del fenomeno mafioso”. E’ quanto si legge nel messaggio che il presidente del Senato, Renato Schifani, ha inviato al Prefetto di Palermo, Umberto Postiglione, nel 29esimo anniversario dell’attentato mafioso in cui persero la vita il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. “La prego - conclude il presidente del Senato - di trasmettere tutta la mia vicinanza all’intera citta’ di Palermo che rivive oggi quel dolore che la colpi’ con terribile violenza e in particolare ai familiari delle vittime”.

MANTOVANO: ANCORA OMBRE, MA FORTE RISPOSTA ALLA MAFIA - “Non parlerei di impotenza della magistratura e delle forze dell’ordine: tutto quello che si poteva accertare lo si e’ accertato, ma rispetto all’aggressione mafiosa che ha visto troppo spesso Palermo come teatro di simili violenze, la risposta della giustizia c’e’ stata ed e’ stata efficace. Non ha dato seguito a tutti gli interrogativi, perche’ ci sono limiti obiettivi e umani, ma e’ una risposta che non si puo’ definire ne’ lacunosa ne’ insoddisfacente”.

Lo ha detto il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, a Palermo nel 29esimo anniversario della strage Dalla Chiesa, rispondendo ai giornalisti sui lati ancora oscuri dell’agguato di 29 anni fa. Tra i presenti alla commemorazione, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il prefetto Umberto Postiglione, il procuratore aggiunto Leonardo Agueci, l’arcivescovo di Palermo Paolo Romeo, il questore Nicola Zito e l’assessore regionale alle Autonomie locali Caterina Chinnici.

CHITI: FU DECISIVO PER LOTTA ALLA MAFIA - “Ricordare e’ un dovere. Ventinove anni fa venivano barbaramente uccisi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti e l’agente di scorta Domenico Russo”. Lo afferma il vice presidente del Senato Vannino Chiti, che prosegue: “Il 3 settembre del 1982 il fuoco delle armi colpi’ un uomo che aveva dedicato la sua vita alla lotta dello Stato contro ogni forma di terrorismo e di criminalita’ organizzata, con rigore e rettitudine. Quell’attentato fu un attacco alla nostra Repubblica, alle istituzioni democratiche.
Il lavoro insostituibile di donne e uomini di valore come Carlo Alberto Dalla Chiesa fu decisivo per il superamento di una stagione drammatica per il nostro Paese”.




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Il seno finto esplode durante una partita di paintball

Garibaldi? Fu ferito per errore dai suoi»

Corriere del Mezzogiorno

Un pool di medici ha analizzato 129 referti medici sui colpi subiti dall'eroe dei due mondi in Aspromonte


NAPOLI — «Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba, Garibaldi che comanda, che comanda i suoi soldà». Chi glielo spiega ora a legioni di bambini delle scuole elementari che la canzone potrebbe essere sbagliata e che forse a sparare non furono «i bersaglieri con la piuma sul cappello» ma gli stessi garibaldini?

L'ipotesi ha una fonte autorevole, il medico napoletano Gennaro Rispoli, direttore del reparto di Chirurgia generale dell'Ospedale Ascalesi e primario di Chirurgia al San Giovanni Bosco. Lo studioso — che è anche fondatore del Museo delle arti sanitarie nello splendido complesso degli Incurabili — ha analizzato i 129 referti medici sulla ferita di Garibaldi in Aspromonte riscontrando molte incongruenze e si è dunque deciso a chiedere la riapertura del «caso». «Com'è noto — spiega Rispoli

Garibaldi il 29 agosto del 1862, fu colpito all'anca e al piede. La prima ferita, più superficiale, guarì in poco. Quella più grave, che costò al generale ben 90 giorni di malattia, interessò la regione malleolare destra. Analizzando la traiettoria della pallottola che, secondo la cronaca e poi la storia, sarebbe stata sparata da una carabina dei bersaglieri, ho rilevato alcune contraddizioni della versione ufficiale. Il colpo, infatti, è stato sparato dall'alto verso il basso.

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La scena del ferimento, però, come raccontano anche molte stampe, è questa: Garibaldi e suoi sono su una piccola altura e in basso, a centinaia di metri di distanza, l'esercito italiano. Confusione e la celeberrima frase detta ai garibaldini; ‘non sparate, sono fratelli' (e infatti lo erano solo che il colonnello Pallavicini di Priola aveva avuto l'ordine dal governo italiano di fermare il generale che puntava dritto a Roma ndr). Ora: come può una pallottola sparata da almeno trecento metri dal basso procurare un'apertura dall'alto verso il basso?».

Appunto, come può? «Non può. Allora le ipotesi sono due. O il proiettile, come è stato qualche volta avanzato, è rimbalzato su una pietra e ad aver ferito l'eroe sarebbero state le schegge di piombo. Oppure, e io protendo per questa versione, il colpo proveniva da una pistola che ha sparato a pochissima distanza.

Quindi era nelle mani di un garibaldino». Fuoco amico dunque. «Fuoco amico ma per un incidente. Abbiamo analizzato tutte le armi presenti in quella battaglia e non ce n'è nessuna che possa da lontano generare una tale ferita. Non è immaginabile neppure che ci fosse volontà da parte di chi ha sparato di colpire Garibaldi. L'esercito delle camicie rosse era formato da giovanissimi, inesperti e fedelissimi al loro generale. Potrebbe essere stato un colpo destinato ai bersaglieri».

Garibaldi: fotogallery

L'indagine sulla ferita di Garibaldi s'annuncia, dunque, anche come un'indagine su una ferita della storia che, a 150 anni dall'Unità non è ancora cauterizzata. Anzi. L'ipotesi medica di Rispoli sarà analizzata nella tavola rotonda «L'isola d'Ischia e l'Unità d'Italia» che si terrà l'8 settembre sull'isola verde perché, ma questo per fortuna è acquisito, Garibaldi passò il periodo di convalescenza alle terme di Casamicciola.

In una sala del «suo» museo, presentando i lavori ischitani, Rispoli ha mostrato slide, foto, documenti, e ha letto rarissime lettere. Come quella dal contenuto inequivocabile firmata dal chirurgo Ghedini. A Milano, il 19 novembre 1862, il medico scrive: «Oggi venni assicurato che la ferita del generale è stata fatta con un revolver. Aveva ben ragione di dire il professor Porta che una palla da bersagliere non poteva essere passata per la piccola ferita che egli esplorava.

Che la cosa stia tra me, voi, il Generale e Ripari. Segretezza! Può il Generale rammentarsi a quale distanza si trovava all'atto del ferimento? Il fatto sta che una pallottola rigata può ferire con effetto a una grande distanza».


E segretezza è stata anche per volontà dello stesso nizzardo come racconta Jessie White Mario. La scrittrice, infatti, aveva fatto da mediatrice tra il generale e l'editore inglese George Smith per la pubblicazioni di memorie sugli avvenimenti tra il 1860 e il 1862, mediazione fallita perché alla fine l'eroe decise che «sebbene le parole potevano essere d'argento, il silenzio era oro e le memorie potevano restare non scritte».

Poi la scrittrice rivela che il figlio del generale «Menotti volle tenere per sé la pallottola, rifiutandosi di darla a chiunque, sebbene un inglese avesse offerto una cifra da capogiro per impossessarsene». Eppure ora è conservata al museo del Risorgimento a Roma. «Ma sarà quella vera?» chiede il chirurgo napoletano che, con l'avallo del generale Maurizio Scoppa, nuovo commissario dell'Asl Napoli 1, e la collaborazione di colleghi come Franco Salvatore del Ceinge, è deciso a rianalizzare la «cartella clinica» di questo paziente molto speciale per scrivere un nuovo referto.

«Per questo chiederemo di analizzare i cimeli della collezione romana: le bende insanguinate (per le quali si è offerto lo stesso Salvatore ndr), il proiettile, lo stivale che riporta le bruciacchiature della polvere da sparo e le armi. Decisiva, infine, sarebbe la riesumazione. L'osso del piede, infatti, potrebbe contenere ancora frammenti di piombo. L'autorizzazione dovrebbe darla il governatore della Sardegna perché la salma è sepolta a Caprera». Malgré Garibaldi che voleva essere cremato. Forse per portare con sé anche questo «mistero».

Natascia Festa
03 settembre 2011

Russia, il milionario provoca la morte del centauro. La polizia lo lascia libero

Corriere della sera

Un video in Rete inchioda il responsabile. Gli utenti di Internet:«Ha pagato per farla franca»


MILANO - Un filmato choc documenta un sorpasso dalle tragiche conseguenze su un’autostrada in Russia e fa subito il giro della Rete. Tuttavia, nonostante la prova video sia eloquente, la polizia moscovita ha rinunciato a perseguire l’autore dell’incidente mortale, un milionario russo. Ora monta la protesta. E vengono sollevate accuse: il magnate avrebbe corrotto le forze dell’ordine per farla franca.

LO SCONTRO - Il terribile incidente è avvenuto sabato scorso su un’autostrada poco distante dalla capitale russa: una grossa Mercedes azzarda un sorpasso svoltando improvvisamente a sinistra, senza mettere nessuna freccia. Nella manovra la berlina colpisce una moto che sopraggiunge sulla carreggiata di sorpasso. L’impatto è violento: il pilota perde il controllo della sua Suzuki, sbanda e piomba contro il guard rail. La Mercedes non si ferma, mentre il centauro resta sull’asfalto gravemente ferito. Il 24enne muore poco dopo, prima dell’arrivo dei soccorsi.


PIRATA DELLA STRADA - L’episodio è venuto alla luce attraverso un video pubblicato su Internet. Il caso è però esploso quando è stata smascherata l’identità del protagonista dietro al volante della vettura. La polizia di Mosca ha confermato che si tratta del ricco uomo d’affari russo Alexander Zaribko. Ciò nonostante, il presunto pirata della strada non si trova nel mirino della giustizia. Oksana Shlyakhtina, una portavoce della polizia regionale moscovita ha spiegato all’agenzia di stampa russa Ria Novosti di «non vedere alcun motivo per procedere con un’indagine». Zaribko si è difeso raccontando al portale d’informazione russo, LifeNews «di non aver mai cambiato corsia».

SCONCERTO SUL WEB - Le reazioni in Rete non si sono fatte attendere, e sono violente: mentre alcuni internauti si schierano in linea di principio dalla parte degli automobilisti, altri difendono a spada tratta i motociclisti. Un blogger, tuttavia, indica un aspetto più inquietante: è convinto che il conducente della Mercedes abbia pagato per farla franca. «Siamo in Russia, chi paga ha sempre avuto ragione». Alexander Zaribko è coproprietario della grande catena di supermercati Viktoria. Secondo la rivista Forbes la fortuna del 49enne è stimata in oltre 170 milioni di euro.


Elmar Burchia
02 settembre 2011 20:04

Troppi stranieri, il ministero blocca la «classe ghetto» di via Paravia

Corriere della sera

Solo due italiani tra i 17 iscritti. I genitori e i legali: alcuni piccoli sono nati qui e parlano solo l'italiano



MILANO - S'erano iscritti in 17, 15 sono stranieri (la burocrazia è ferrea e disinteressata alle storie umane, quindi nulla conta che 13 di quei bambini siano nati in Italia, e che molti di loro in Italia abbiano frequentato l'asilo), comunque quella classe di prima elementare non si farà: «Troppo pochi gli iscritti e troppi stranieri tra loro», hanno deciso qualche mese fa i dirigenti della scuola milanese. Ora i genitori di quei bambini sono andati in Tribunale e hanno denunciato il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, per un'ipotesi di discriminazione. Se i bambini fossero stati tutti italiani, sostengono, quella classe non sarebbe mai stata soppressa.

Quel che rende questa storia in qualche modo simbolica, rispetto ad altre, è che si parla della scuola di via Paravia, a Milano, nel quartiere San Siro, che a molti evocherà soltanto Inter e Milan, ma che è anche una zona di case popolari con densità di immigrati altissima. E che, forse per la prima volta in Italia, un paio d'anni fa, in quell'istituto c'è stata una classe di soli stranieri. Ecco, visto che la prima di quest'anno (quella soppressa) era l'unica, il fatto che non sia stata formata potrebbe significare la fine, la chiusura della scuola. Una scuola che entrerà comunque nella storia sociale di Milano, perché è stata la vera trincea-laboratorio del tema immigrazione tra i bambini.

«NO CLASSI GHETTO»
- Ieri il ministero, in una nota, ha confermato «la volontà di proseguire sulla strada dell'integrazione». Ha aggiunto che «non si favorisce l'inserimento degli immigrati se si creano classi-ghetto frequentate solo da alunni stranieri». Questa è la soluzione per via Paravia, già decisa in primavera e raccontata sulle pagine del Corriere tra marzo e aprile: «I bambini sono stati trasferiti nelle scuole vicine, per essere inseriti in classi in cui possano interagire con i coetanei italiani».

C'è un tetto, fissato dal ministero, che prevede massimo un 30 per cento di bambini stranieri. A San Siro, come in tutte le altre città italiane, quel tetto che vale per le classi non ha ovviamente significato nel quartiere. E quindi una scuola rischia di trasformarsi in ghetto perché quella stessa cosa è già successa in moltissimi palazzi popolari della zona. In una situazione del genere, quella scuola, la «Lombardo Radice», ha sempre rivendicato con un certo orgoglio (che i polemici considerano «ideologico» e i sostenitori «civile») di «non rifiutare nessuno».

I LEGALI - «La non formazione di una classe basata sulla eccessiva presenza di stranieri costituisce uno svantaggio determinato dalla nazionalità», affermano i legali di «Avvocati per niente», associazione che sostiene la classe mai nata. E raccontano che 13 di quei bambini, nati in Italia, la scuola materna l'hanno frequentata a Milano, conoscono l'italiano e non hanno problemi di «competenza linguistica». Due genitori, Yajaira Guerrero, dominicana, e Claudio Pallotta, milanese, hanno iscritto il loro bambino in via Paravia e hanno raccontato al Redattore sociale che il figlio, nato in Repubblica Dominicana e arrivato in Italia a soli due mesi, «ha frequentato la scuola materna a Milano. Non parla altra lingua al di fuori dell'italiano».

LA RIORGANIZZAZIONE - Il direttore dell'Ufficio scolastico provinciale, Giuseppe Petralia, aggiunge però che «è in atto una riorganizzazione delle scuole, se ci sono pochi alunni le classi vengono spostate in altro complesso e così è stato in via Paravia». Quindi nessuna discriminazione, «nessun razzismo - conclude il responsabile dell'Ufficio scolastico della Lombardia, Giuseppe Colosio - anzi, al contrario: proprio perché crediamo nella scuola dell'integrazione non riteniamo opportuno formare classi di soli stranieri».

Federica Cavadini, Gianni Santucci
03 settembre 2011 10:41




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Ecco assegni e ricevute delle tangenti per Penati»

Corriere della sera


Le carte degli accusatori: soldi anche all'assessore


MILANO - Tangenti al sindaco pdl di Segrate, all'assessore pd all'edilizia di Sesto San Giovanni, ancora al pd Penati, e mazzette per un mega centro commerciale all'Idroscalo: le dichiarazioni dei due grandi accusatori del vicepresidente dimissionario del consiglio regionale lombardo si estendono a macchia d'olio sull'hinterland di Milano con nuovi particolari sui quali lavora la magistratura.
A luglio del 2010 Giuseppe Pasini, interrogato a Milano nell'inchiesta Santa Giulia, rivela di aver dato nel 2001 quattro miliardi di lire (metà pagati in contanti in Lussemburgo con le ricevute in foto, ndr. ) a Penati tramite Piero Di Caterina per essere favorito nelle speculazioni edilizie Falck e Marelli.

Quando gli chiedono se avesse oliato altri politici, risponde: «Sì, ho pagato Amato e Di Leva». Di Leva è l'ex assessore all'edilizia di Sesto in carcere per l'inchiesta su 15 anni di tangenti nell'ex Stalingrado d'Italia che ha travolto Penati; il suo successore Amato non risulta tra gli indagati: «L'ho pagato affinché fossi agevolato o comunque si arrivasse all'approvazione del piano Marelli». Pasini dice di non aver avuto «particolari contatti» con Amato e «di avergli consegnato in una o al massimo due soluzioni 20/30 mila euro». Smise perché i suoi «progetti venivano sistematicamente bloccati». Interpellato, Amato risponde: «È tutto falso, Pasini lo conosco come a Sesto lo conoscono tutti. Da lui non ho mai ricevuto nulla».

Adriano Alessandri è il sindaco pdl di Segrate, cittadina della Milano due di Berlusconi. Quando parla della battaglia per contenere «l'aggressione dell'Atm» che voleva strappare alla sua società di trasporti i bus di Segrate, Di Caterina dice che era convinto che Sindaco e direttore generale Laura Aldini tramassero contro di lui. Dal primo ottenne «assicurazioni» di un «comportamento corretto» quando arrivò il momento della gara d'appalto. Gli furono rinnovate a Natale quando fece «regali molto importanti che ho consegnato dal 2005 al 2008 direttamente ad Alessandri nel garage di casa sua». Cosa gli regalò? «Oltre al cesto natalizio, per 4 anni ho consegnato una busta contenente denaro contante per 10mila euro a volta da lui richiesta per far fronte a sue necessità di promuovere eventi per i cittadini. Non era lui a indicarmi la cifra ma era lui a chiedermi denaro.

Una volta mi ha sollecitato anche lo stesso regalo a favore del direttore Laura Aldini», inconsapevole, che consegnò allo stesso Alessandri. Sdegnata la replica del Sindaco, che non appare tra gli indagati: «Soldi? A me? Per 20 anni Di Caterina ha gestito il trasporto pubblico. Quando siamo arrivati noi abbiamo fatto una regolare gara che ha vinto Atm. Si vuole vendicare, ce l'ha a morte con me e con la Aldini che è l'avvocato del Comune e che l'ha pure querelato. È uno squilibrato. Se è questa la sua attendibilità, allora devo riabilitare Penati». I magistrati monzesi sono molto cauti su queste e sulle altre rivelazioni. Sono da verificare molto accuratamente, potrebbero essere «dettate da malanimo».

I pm Walter Mapelli e Franca Macchia indagano anche sul progetto di un mega centro commerciale ai confini di Milano nell'area della Dogana di Segrate. «Idroscalo center» sarà realizzato dal gruppo del presidente dell'Atalanta Antonio Percassi su progettazione della società Add di cui è ad l'ingegnere Michele Molina, indagato per perché secondo Di Caterina avrebbe avuto un presunto ruolo in fondi andati a Penati tramite l'architetto Renato Sarno (Molina: «Nessun rapporto con lui»), indagato per la vicenda che portò alla consegna da Gavio a Di Caterina di un assegno da due milioni come restituzione da parte di Penati di soldi ricevuti da Di Caterina. Questi ha riferito che Sarno gli disse di essere «in contatto con il gruppo Percassi» sul progetto all'Idroscalo «per il quale era stato fatto un grande lavoro sulla viabilità dalla provincia».

L'imprenditore capì che erano girati «pagamenti riservati», «attraverso incarichi dati dagli imprenditori a Sarno» e che la società di Gavio aveva «realizzato uno svincolo che collega la Tangenziale est direttamente alle aree di proprietà di Percassi con un aumento enorme del loro valore». Che fossero girati soldi per «Penati e Vimercarti», Di Caterina l'avrebbe saputo da Antonio Princiotta, l'indagato segretario della Provincia, e desunto dal fatto che l'opposizione pd di Segrate non fece «questioni». E mentre i pm ricevevano la consulenza sull'acquisto nel 2005 del 15% della Serravalle da parte della Provincia di Milano, ieri il segretario generale del Comune di Sesto Marco Bertoli (indagato) ha presentato le sue dimissioni al sindaco Giorgio Oldrini (indagato) che ha detto di avere intenzione di respingerle.


Giuseppe Guastella
(ha collaborato Federico Berni)
03 settembre 2011 09:47




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Code alla stazione? Il disoccupato organizzato ruba il lavoro a Trenitalia e ti risolve i problemi

di

Conosce prezzi e orari come l’ufficio informazioni: in pochi secondi il biglietto è fatto. Così mette insieme un salario e aiuta i viaggiatori spesso obbligati a fare lunghe code


Il lavoro può essere un treno che parte. Senza doverci necessariamente salire su. La destinazione non conta, la stazione si chiama «fantasia», «intraprendenza», «necessità», il tutto potrebbe volgarmente definirsi «arte di arrangiarsi». Michele ha 33 anni, professione disoccupato, senza lavoro come tanti, come pochi ha trovato il modo di sopravvivere.
Non fa la pubblicità al Glen Grant, ma rappresenta lo spot di ciò che funziona e di quello che no. Sorriso educato, modi affabili, poche pretese incarna la versione minimalista della «privatizzazione all’italiana». Michele è un abusivo, per la legge addirittura il suo mestiere è reato, la polizia un poco lo tollera, la gente in realtà ne ha bisogno. Lui si è procurato un mercato di nicchia, sopperisce alla carenze delle Fs.
Milano centrale, ore 8.30. Diciotto moderni sportelli ma soltanto otto addetti seduti in biglietteria. In tempo di esodi e controesodi la fila man mano si allunga, il malumore sale. Il treno sta per partire, troppo tempo per fare il biglietto. Ed ecco spuntare lui, jeans e maglietta. «Signori, vi ricordo che potete utilizzare la biglietteria automatica».
Mannaggia, la solita infernale macchinetta. Si impiega più tempo a capire come funziona che a restare in coda.
Ma il ragazzo è rassicurante. Un professionista. «Non si preoccupi, se vuole l’aiuto io». L’angelo salvatore, tra valige, figli da tenere d’occhio, la paura del borseggio. Michele somiglia davvero a un dipendente di Trenitalia, gli manca solo la divisa. Ti affidi a lui con fiducia.
Sa tutto, è un ufficio informazioni che non parla la lingua metallica del computer. Disponibile, perfetto steward di terra. «Quanti siete, dove andate, a che ora volete partire? Oggi è l’ultimo giorno di offerte per i bambini, sul Freccia Rossa e sul Freccia Bianca viaggiano gratis... Se vuole risparmiare le consiglio questo interregionale». Eccetera. Fa tutto lui: meglio che in biglietteria. Ti guida e si gira dall’altra parte quando digiti il codice bancomat. Solo alla fine si permette, mentre lo ringrazi, pudico, quasi con vergogna: «Se vuole lasciarmi qualcosa». «Ma lei non è delle Fs?».
«No, sono un disoccupato, sto qua per raggranellare qualche soldo».
Quanti? «Trenta-quaranta euro al giorno. Mi bastano per sopravvivere e dividere l’affitto di casa». Michele abita alle porte di Milano, da sei mesi non ha più un lavoro ufficiale. E si è adattato. Parla bene l’inglese, quando gli capita un francese riesce a capirlo. E soprattutto ad aiutarlo.
Costa poco, meno che andare in agenzia o prenotare telefonicamente il biglietto, Michele. Lui non fa prezzi.
«C’è chi mi lascia un euro, chi due, chi niente. Non mi arrabbio, fa parte del gioco», racconta. Cinque ore di lavoro al giorno che quando poliziotti o carabinieri sono arrabbiati finiscono ancora con le tasche al verede. «Un po’ di tempo fa mi hanno sequestrato gli 8 euro e 16 centesimi che avevo guadagnato. E poi mi hanno multato: cinquecento euro». Capo d’accusa, raccolta fondi non autorizzata. Passano accanto due agenti Polfer, lo ignorano. Una guardia giurata lo guarda invece di traverso. Michele abbassa gli occhi. Vuole evitare guai, accetta l’umiliazione e ormai è quasi mezzogiorno.
La giornata da precario abusivo è finita. Al suo posto arriverà qualcun altro.
Fuori dalla Stazione bivaccano protettori dalla pelle color pece e dagli abiti pacchiani. Sorvegliano i movimenti delle loro ragazze. Dall’altro lato dello scalo si prepara la fiera dell’est, dove si comprano sigarette amare arrivate dall’ex muro e si trovano ragazze, donne e anziane pronte ad ogni commercio. Dalla badante alla prostituta. Mentre per due soldi Michele lavora. Nell’Italia dei sogni il posto se l’è guadagnato: uno così non meriterebbe un lavoro vero in biglietteria?




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Caso Milano Il partito nella bufera

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Roma

La «diversità etica» degli ex comunisti, mito fondativo del berlinguerismo nostalgico, non c’è più.

Che lo dica Matteo Renzi, il giovane sindaco di Firenze che non viene certo dalla tradizione del Pci e che anzi ne è un collaudato iconoclasta, non stupisce. Ma che con lui sia d’accordo Pier Luigi Bersani fa notizia. E ieri il segretario del Pd ha dato ragione a Renzi: «Nessuno - ha affermato - deve rivendicare differenze genetiche» sulla questione morale. Più laicamente, è tutto un problema di «regole stringenti» che i partiti, compreso il Pd, si devono dare. E noi, assicura, «useremo questa occasione dolorosa per fare un’ulteriore riflessione».

Parla alla festa dell’Api in corso nel reatino, il leader Pd. E nonostante il piatto ricco offerto dall’attualità sui guai della maggioranza (dal caos-manovra alle nuove scottanti intercettazioni su Berlusconi) sa che gli toccherà fronteggiare un terzo grado sulla vicenda giudiziaria del suo ex capo di segreteria. Da cui Bersani prende le distanze, e dopo aver ribadito la richiesta di rinunciare ai suoi diritti di imputato (come la prescrizione) arriva a rimproverare a Penati di aver accettato l’incarico che lui gli assegnò: «Col senno di poi, credo che lui stesso avrebbe dovuto avere una diversa valutazione».

Ma guai a chi prova a coinvolgere lui e il partito: «Quando si tira dentro il Pd in cose in cui non c’entra noi mandiamo avanti gli avvocati. Vedo venir fuori teoremi che non hanno né capo né coda», come il «non poteva non sapere» di De Magistris. E guai a usare questa storia di presunte tangenti «rosse» per sbarrare la strada del governo agli ex Ds: «C’è un’inchiesta e non vogliamo delle zone d’ombra, ma sia chiaro che l’idea di additare il Pd come inutilizzabile per il futuro del Paese, approfittando di fatti dolorosi come questo, è irrealizzabile oltre che sbagliata».

È un timore ricorrente, questo, una nemesi che colpisce di volta in volta i leader post-Ds che si avvicinano alla stanza dei bottoni (vedi vicenda Unipol), e Bersani avverte: non è «accettabile» tirare il filo Penati per «infangare» l’intero Pd e «tirarne fuori le radici». Ed è «irrealistico» pensare di fare a meno del principale partito della sinistra per costruire gli assetti del dopo-Berlusconi, anche perché «il Paese ha poche risorse», e non possono certo essere Montezemolo, Casini o Profumo da soli i pilastri di un futuribile altro governo.

«Nessuno riuscirà a fare del Pd una salma dell’alternativa», tuona il segretario.
Ma Bersani è il primo a sapere che anche dentro il suo stesso partito, se l’inchiesta dovesse farsi più pressante, c’è chi quel «filo» finirebbe per tirarlo. Da un’altra festa di partito, quella del Pd a Pesaro, Walter Veltroni fa il controcanto: ribadisce che non vede alcun «fumus persecutionis» dalle parti di Monza, e avverte: il Pd «ha il dovere di non sottovalurare quel che sta accadendo, e di considerarlo un colpo molto serio alla sua identità».



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Da liberale anti-evasori dico no alla gogna on-line

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Macché redditi pubblicati sul web. Ok dare la caccia ai furbetti, ma non si può rinunciare alla privacy e accettare i metodi Stasi


Eppure io mi ricordo che per noi la privacy era importante. Mi ricordo di aver scritto fiumi d’inchiostro sul nostro Giornale contro Visco che nel 1996 s’inventò il 117, il telefono della delazione fiscale. Mi ricordo di aver attaccato il ministro vampiro, di aver ironizzato sul Dracula che incitava al linciaggio, mi ricordo di aver girato il Nord Est a caccia di imprenditori che si ribellavano nel nome della libertà.

Eppure mi ricordo che noi dicevamo che quella era una decisione da Stasi, da Ddr, da Germania dell’Est. E poi mi ricordo il 2008, quando Visco, fece pubblicare online i redditi degli italiani e noi c’indignammo di nuovo, perché non si fa, non è bello, soprattutto non è liberale. Mi ricordo che usammo parole di fuoco contro il rischio dello Stato di polizia, dicendo che quello era un retaggio degli ex comunisti. E non ci poteva in nessun modo appartenere.

E allora, caro direttore, siccome io ricordo bene tutto quello che abbiamo scritto e abbiamo detto negli ultimi quindici anni, ieri mattina ho avuto un sussulto nel vedere il nostro Giornale che difendeva la decisione di pubblicare i redditi dei contribuenti sul web. Una delle decisioni più illiberali che il nostro Paese ricordi, prese da un governo che ci aveva promesso la rivoluzione liberale.

Capisco anch’io, è ovvio, la necessità di lottare contro gli evasori: avendo da sempre stipendio fisso con trattenuta alla fonte non sai quanto mi fanno infuriare i nullatenenti che girano in Porsche, quelli che per l’erario non possiedono nulla e poi se la spassano in ville con piscina e Jaguar in garage. E capisco la necessità concreta di recuperare denaro per affrontare le crisi senza mettere più di tanto la mani nelle tasche degli italiani.


Ma tutto ciò non può giustificare la rinuncia ai nostri valori di fondo.
I valori della libertà e del rispetto della persona. Quelli per cui, fra l’altro, il berlusconismo è nato.
Mi permetti una divagazione, caro direttore? Dieci anni fa l’Islam attaccò al cuore l’Occidente. Dieci anni dopo l’Occidente può dire di aver vinto quella battaglia. E l’ha vinta perché, nonostante tanti errori, cadute, Abu Grahib e Guantanamo, non ha mai rinunciato ai suoi principi. Sarebbe stato più facile, no?

Quando si è sotto attacco la democrazia, a volte, può sembrare un lusso, a volte persino un pericolo. Invece no: dieci anni dopo possiamo dire che, con tutti i nostri difetti, abbiamo vinto non contro ma grazie ai nostri valori. E sono convinto che di questo noi dobbiamo andare orgogliosi. Perché allora non deve valere lo stesso per la battaglia, altrettanto dura, contro la crisi? Io penso che anche stavolta dobbiamo cercare di vincere difendendo i nostri valori.

Altrimenti è un altro modo di declinare la sconfitta. Non posso fare a meno di chiedermi, dunque, a quali valori liberali corrisponda una barbarie come quella che è stata appena varata. A quali principi della nostra civiltà s’ispiri la norma che trasforma ogni cittadino in un agente della Stasi, cercando di fomentare l’invidia sociale e la vendetta trasversale di condominio. La trasparenza fiscale è cosa buona e giusta, come scrive Vittorio Feltri, siamo d’accordo. Ma un conto è la trasparenza fiscale, un conto la delazione fiscale. I Comuni hanno tutti gli strumenti per sapere quanto guadagnano i cittadini: davvero pensiamo che per non possano muoversi per aiutare lo Stato senza pubblicare i redditi del web?

Davvero il sindaco di un paese, per sapere che l’idraulico con la Ferrari non può essere nullatenente, ha bisogno di mettere il suo modello Unico su Internet? Siamo seri: la norma della pubblicazione dei redditi non è uno strumento moderno di lotta all’evasione. È banalmente la riedizione della pubblica gogna. Un modo per tornare al Medioevo in piena era tecnologica.

Da un governo liberale ci si aspettava qualcos’altro. Ci si aspettava, per dire, che accanto ai sacrifici fossero varate riforme e liberalizzazioni ampie e radicali, magari interventi dolorosi, ma necessari, seri e definitivi come l’innalzamento dell’età pensionabile. Invece, alla fine di un agosto convulso e complicato, scopro che ci siamo ridotti a commentare con entusiasmo una norma di cui una volta, al massimo, sarebbe stato entusiasta Vincenzo Visco.

Una norma che in passato, su queste colonne, abbiamo combattuto e contrastato con tutte le nostre forze. Feltri dice che la pubblicazione dei redditi on line è da applaudire. Sarà. Eppure io ricordo, ricordo bene: dev’essere è lo stesso Feltri che, appena assunto al Giornale, m’insegnò a indignarmi contro il 117 e la delazione fiscale, contro lo Stato di polizia e le Finanze modello Ddr del Dracula ex comunista. Per carità, lo so bene che solo i cretini non cambiano mai idea. Però ecco, mettiamola così: io nella circostanza preferisco fare la figura del cretino.




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