venerdì 2 settembre 2011

Wikileaks: truppe Usa in Iraq hanno ucciso anche bambini

La Stampa

Anna Masera


Pubblicati tutti i 251 mila cablo diplomatici Usa: Assange sceglie il crowdsourcing
Wikileaks ha pubblicato oggi tutti i 251 mila cablo diplomatici Usa invitando tutti a cercarsi le notizie. Sdegno dei giornali partner e condanna anche di Amnesty International, "per aver messo a repentaglio le fonti".  In realtà a mettere a repentaglio le fonti pare sia questo giornalista del Guardian, che ha pubblicato addirittura in un libro la password dei file di Wikileaks. E allora tanto vale, dice Julian Assange, che Wikileaks si affidi al crowdsourcing direttamente su Twitter.

Commenta Patricio Robles su EConsultancy: "E' questo il futuro del giornalismo? Non è chiaro, ma è chiaro che pubblicare storie sotto la direzione di una singola persona con una sua agenda non è giornalismo". I giornalisti hanno da sempre a che fare con le agende altrui, certo che Assange ha spostato la questione su un altro livello, cogliendo tutti impreparati di fronte al sistema del crowdsourcing.

Intanto c'è una notizia che sta passando inosservata dal flusso dei media tradizionali, ma sta facendo il giro su Internet:  tra i nuovi cabli rilasciati da Wikileaks, ce n'è uno che rispolvera una vecchia accusa (il fatto risale a 5 anni fa) subito messa a tacere dal Pentagono, secondo cui le truppe Usa in Iraq nel 2006 avrebbero ucciso brutalmente 10 civili, di cui la metà erano bambini. Qui il video con le immagini dell'HuffPost (Aol).

Il cablo è stato individuato da McClatchy. E questa è la sua foto agghiacciante (sarebbe stata scattata con un cellulare da un abitante del villaggio Ishaqi il 15 marzo 2006 e consegnata poi al giornalista) che gira su Internet.





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Conduttore tv omofobo "Miss trans e miss gay? Non diamo immagini"

Corriere della sera
In un tg locale della Lucchesia

Dire Paese di m... al telefono non è reato

Corriere della sera

L'intercettazione del premier con Lavitola e la privacy
di Pierluigi Battista

La telefonata del premier con Lavitola

Il primo caffè del mattino? Inutile

Corriere della sera

La caffeina bevuta appena svegli non cambierebbe prestazioni, concentrazione e livelli di guardia




MILANO – Suona la sveglia, e prima ancora di iniziare a pensare agli impegni della giornata, uno dei desideri è una buona tazza di caffè, che aiuti a svegliarsi e dia la carica per affrontare il mondo. Ma secondo una ricerca inglese, l'effetto-sveglia della prima tazzina del giorno è tutto psicologico e, anzi, chi si nutre di succhi, tisane e decaffeinati mostra lo stesso sprint di chi si prepara un caffè verace.

LA RICERCA Pubblicata sul giornale Appetite, e svolta dalla britannica University of East London, la ricerca inglese ha messo alla prova i risvegli di due gruppi di persone, in totale 88 cavie dai 18 ai 47 anni, consumatori abituali di caffè per colazione: un primo gruppo ha continuato a ricevere la sua tazza di caffeina fumante appena sveglio, mentre a un secondo, totalmente ignaro, è stato somministrato il decaffeinato. Dopo un breve periodo di prova, i partecipanti sono stati interrogati sulle loro performance mattutine: concentrazione, livelli di risposta, alla guida e al lavoro, reazioni agli imprevisti, vitalità. E le loro risposte e reazioni erano le stesse in entrambe i casi. Il gruppo privato dello sprint mattutino non segnalava alcun cambiamento nelle sue abilità quotidiane.

LE CONSEGUENZE – Lo studio è dunque riuscito a dimostrare che il cervello, prima ancora del fisico, richiede la sua dose di caffeina per riflesso incondizionato, nonostante le prestazioni fisiche si equivalgano con o senza la prima tazzina del giorno. Restano confermate le proprietà stimolanti della caffeina, che agisce sul cervello inibendo il senso di fatica, ma muscoli e riflessi in realtà sarebbero pronti anche a fare a meno anche della prima dose tanto cercata al risveglio. Alla bevanda stimolante, dunque, bisogna continuare a far attenzione, senza però privarsene: sconsigliata ai bambini soprattutto in aggiunta alle bevande gassate, vietata in larga misura alle donne incinta, ultimamente sono stati scoperti i suoi poteri per contrastare i tumori della pelle.



Eva Perasso
02 settembre 2011 14:00



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Parcheggiò male e causò un incidente: condannata per omicidio colposo

Corriere della sera

Morì un motociclista: «Tutelare la visibilità agli incroci». L'incidente due anni fa


MILANO - Il divieto di sosta, a ridosso di un incrocio, può essere mortale. Così, almeno, lo ha considerato il gup Luigi Varanelli che lo scorso 18 aprile ha condannato a 6 mesi, con rito abbreviato, una donna che aveva lasciato l'auto in sosta vietata tra le vie Giambologna e Castelbarco, a due passi dalla Bocconi. Incrocio nel quale il 16 luglio di due anni fa aveva perso la vita un 29 enne, investito da un automobilista che non gli aveva concesso la precedenza. L'investitore ha patteggiato 9 mesi, mentre un terzo automobilista è stato rinviato a giudizio.

«La finalità cautelare specifica dell'articolo sul divieto di sosta (158 Cds) risiede proprio nella specifica tutela della visibilità degli incroci, costituenti area ritenuta pericolosa - ha scritto il giudice nelle motivazioni della sentenza depositate ieri -. Tutela della visibilità specificatamente finalizzata alla prevenzione degli scontri tra veicoli. La violazione, pertanto, di quella norma cautelare specifica inverò quel particolare evento che la stessa mirava a prevenire e fondò la responsabilità dei due automobilisti che ne furono gli autori. In altri termini, l'evento verificatosi rappresentò la concretizzazione del rischio che l'articolo mirava a prevenire».

Una rivoluzione, insomma, visto la sentenza è la prima che condanna per concorso in omicidio colposo chi parcheggia in divieto. E nelle motivazioni il gup spiega di aver accolto l'esito della consulenza cinematica fatta svolgere dal pubblico ministero Gianluca Prisco, secondo la quale «l'ostruzione della visuale» da parte delle auto in divieto di sosta «non consentì» all'investitore «di valutare adeguatamente l'arrivo del centauro né la sua velocità». Anche se era oltre i limiti: 91 chilometri orari.


Redazione Cronaca di Milano
02 settembre 2011 11:43



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Il cane che vive sulla cima del Kilimanjaro

Corriere della sera

Avvistato e fotografato con un cellulare da alcuni scalatori. Nessuno sa come sia finito lassù




MILANO - Un cane vive sulla vetta del Kilimanjaro, la montagna più alta dell'Africa. A quasi 6000 metri sopra il livello del mare. E a temperature che scendono fino ai meno 15 gradi. Possibile? Un gruppo di scalatori ha avvistato l'animale, vivo e vegeto, e documentato l'insolito incontro con una foto scattata dal cellulare.

L'INCONTRO - In realtà nessuno sa come il cane sia finito lassù, sull'Uhuru, la cima più alta del Kilimanjaro, massiccio vulcanico dell'Africa, in Tanzania. E nessuno sa ancora spiegarsi come faccia a sopravvivere. Senza risposta anche la domanda: da quanto tempo si trova su quella vetta, la più elevata del continente? Per ora c’è solo uno scatto, uno po' sfuocato, del cane dal pelo coloro ruggine. E il racconto dei quattro alpinisti testimoni dell’incontro avvenuto la settimana scorsa. A quanto sembra - riferisce il quotidiano keniano Daily Nation - già dieci anni fa un cane era stato visto su un fianco dello stesso massiccio montuoso, più precisamente al Baranco Camp, a 3.960 metri. Forse potrebbe essere lo stesso.
EREMITA - «Stavo riprendendo la scalata quando ad un metro da me vedo il cane disteso su una roccia sotto il sole», ha spiegato uno degli alpinisti, il francese Antoine le Galloudec, in una mail inviata al giornale tanzaniano The Citizen. Perplessi i ricercatori messi a confronto col caso: a tali altezze, le condizioni meteo sono assai ostili e le temperature raramente salgono sopra lo zero. Inoltre, non sono da trascurare le gravi conseguenze che può comportare il mal di montagna. Assai rare sono pure le fonti di cibo adeguate in questa zona caratterizzata da pianure desertiche e terreno pietroso. Interpellato sull’episodio, il veterinario Wilfred Marealle ha spiegato che l’animale potrebbe avere la rabbia, forse una spiegazione per la sua inclinazione all'alpinismo. In ogni caso la fotografia dell'«eremita a quattro zampe» che vive sul vulcano dormiente ha già fatto il giro del mondo. La montagna attira ogni anno un gran numero di turisti. Occorre circa una settimana di trekking per arrivare fino alla vetta.



Elmar Burchia
02 settembre 2011 12:15



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Wikileaks, online tutti i cablo americani

Corriere della sera


Pubblicati oltre 250 mila documenti riservati della diplomazia Usa. Polemiche per i nomi di informatori e attivisti: non sarebbero stati «depurati»



Julian Assange
Julian Assange
MILANO - L'intero archivio di cablogrammi riservati della diplomazia Usa è stato messo online da Wikileaks. Il sito di Julian Assange ha pubblicato su Twitter il link dal quale è possibile scaricare oltre 250mila documenti diplomatici, senza alcuna password di protezione. Resta ancora da capire se anche questi nuovi documenti confidenziali siano stata pubblicati integralmente: nei giorni scorsi infatti, il sito aveva cominciato a diffondere 134mila cablogrammi senza omettere dati sensibili che potevano mettere in pericolo vite umane, riconducendo alle fonti delle informazioni.

IL SONDAGGIO - Questa scelta aveva fatto infuriare l'Australia, protagonista di parte dei documenti riservati finiti online, che aveva accusato il suo cittadino Assange di danneggiare la sicurezza nazionale e l'operatività degli agenti coinvolti nella lotta al terrorismo con rivelazioni inopportune e pericolose. A favore della pubblicazione dell'intero archivio si era schierato giovedì il «popolo di internet»: il sito di Assange, infatti, aveva lanciato un sondaggio su Twitter chiedendo agli utenti di pronunciarsi in merito alla possibile diffusione di tutto il materiale riservato della diplomazia Usa in suo possesso.

Wikileaks aveva spiegato su Twitter di aver scelto la pubblicazione integrale dopo che un file contenente l'intero database era stato reso accessibile da un giornalista del Guardian che aveva inserito la password in un libro pubblicato nel febbraio scorso. Accuse respinte dal quotidiano britannico secondo il quale in «WikiLeaks: dentro la guerra alla segretezza di Julian Assange», era «contenuta una password solo temporanea e comunque non c'erano dettagli sulla localizzazione dei file». A sua difesa, il quotidiano britannico aveva inoltre riferito che il 4 agosto scorso c'era stato un incontro «cordiale» tra Assange e Rusbridger, durante il quale il fondatore di Wikileaks non aveva «mai menzionato alcuna crepa nel sistema di sicurezza». Già giovedì, il Dipartimento di Stato Usa aveva criticato le azioni «irresponsabili, sconsiderate e pericolose» del sito, affermando di essere stato avvisato della divulgazione imminente di informazioni, sottolineando tuttavia che gli appelli di Washington erano stati ignorati. (fonte: Agi)


Redazione Online
02 settembre 2011 14:34



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Autista dell'Atac guida con i gomiti per scrivere un sms

Il Messaggero

ROMA - Al messaggino non si resiste e un altro autista dell’Atac è stato beccato (e filmato) da una passeggera mentre guida con i gomiti per scrivere un sms. Il fatto è avvenuto il 18 agosto alle 18 su un autobus della linea 558 che da Viale delle Gardenie arriva a Torre Maura (zona Casilina – Anagnina). L’autista in questione (come documenta la denuncia inviata a diverse fonti di informazione) guidava con i gomiti.


La passeggera ha anche scritto all’Assistenza Clienti dell’Atac ma aggiunge con un pizzico di amarezza: «Non credo che il reclamo di un singolo utente basti a reprimere certi comportamenti. Per questo nutro anche una certa diffidenza nei confronti dell’azienda, della sua affidabilità e serietà, visto il ripetersi di certi episodi e l’agire indisturbato di alcuni autisti che, devo dedurre, confidano nella comprensione dell’azienda da cui dipendono».

L'Atac ha replicato in una nota comunica di «aver attivato immediatamente tutte le procedure previste dal regolamento per arrivare all'identificazione del responsabile e quindi all'attivazione degli opportuni procedimenti disciplinari». «Atac spa - continua - ricorda che è severamente vietato per i conducenti fare uso di dispositivi mobili mentre si è in servizio e che l'azienda applicherà la massima severità per sanzionare tutti coloro che si rendono responsabili di comportamenti che contrastano con i regolamenti aziendali e che, peraltro, sono del tutto inconciliabili con le responsabilità e i doveri di chi svolge un ruolo di servizio pubblico».

Giovedì 01 Settembre 2011 - 22:26    Ultimo aggiornamento: Venerdì 02 Settembre - 12:09

Iraq, 12 mila morti per i kamikaze

Corriere della sera

Nel paese 1003 attacchi dal 2003 al 2010 in cui sono morti 200 soldati delle forze di coalizione


WASHINGTON – In Iraq non c’erano le armi di distruzione di massa. Sono arrivate dopo l’invasione Usa e le hanno costruite i terroristi. Armi non sofisticate ma letali: gli attentatori suicidi. Uno studio curato dal King’s College di Londra e pubblicato sulla rivista Lancet ha fornito un dato spaventoso: 12 mila civili e 200 soldati della coalizione sono morti in Iraq a causa degli attacchi kamikaze. Una cifra che si riferisce solo al periodo 2003-2010 e che deve essere rivista alla luce dei massacri compiutati dagli uomini bomba in questi mesi.

Nel rapporto si precisa che vi sono stati 1003 attacchi suicidi organizzati da diversi gruppi di insorti e in particolare dalla sezione irachena di Al Qaeda. I kamikaze che hanno utilizzato veicoli per compiere gli attentati hanno provocato il 40 per cento delle vittime contro il 43 di quelli che si sono avvicinati al bersaglio a piedi. Il resto ha usato altri sistemi o erano già all’interno delle aree colpite.

L’alto numero di vittime si spiega sia con la potenza delle bombe che con la difficoltà di prestare soccorsi immediati. Molti dei feriti sono arrivati troppo tardi in sala operatoria o non c’erano mezzi adeguati. I più esposti i bambini. E’ stato accertata la morte di uno o più minori in 156 attentati condotti dagli uomini bomba. Quanto ai soldati della coalizione la lista dei caduti si apre con gli americani: 175 vittime in 76 attacchi. Seguono poi gli italiani: 16 militari uccisi nell’attentato di Nassiriya, nel sud dell’Iraq. Infine tre britannici, quattro bulgari e due thailandesi.

Le cifre confermano come il teatro iracheno sia stato un “laboratorio” criminale per molti gruppi estremisti che hanno scelto l’azione suicida come principale metodo di lotta. Missioni affidate a elementi locali ma anche a volontari provenienti dal Medio Oriente e dall’Europa (Italia compresa). In certi momenti i qaedisti avevano così tanti aspiranti kamikaze che sono stati costretti a creare delle liste d’attesa. In molte operazioni, poi, hanno usato bambini e donne. Un modo per aggirare i controlli di sicurezza.


Guido Olimpio
02 settembre 2011 09:22



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Devo riparare la Ferrari, non posso mantenere i mie figli»

Corriere della sera


Le scuse peggiori dei padri separati che non vogliono pagare quanto dovuto. Ma una nuova legge li inchioderà


MILANO



C'è il calciatore professionista che guadagna 4mila sterline a settimana (che fanno circa 15mila euro al mese) e che dice di non poter pagare perché gli servono i soldi per riparare la Ferrari; quello che non scuce un penny perché ha dovuto portare lo struzzo dal veterinario o ancora quello che si rifiuta di dare quanto dovuto perché «il figlio non è mio visto che la madre è troppo brutta». Sembrano barzellette, ma purtroppo non lo sono affatto. Quelle che avete letto sono infatti solo alcune delle motivazioni più fantasiose addotte dai padri inglesi per evitare di dover mantenere i figli in seguito ad una separazione. Un elenco della vergogna reso pubblico dalla «Child Support Agency» per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sul problema dei mancati mantenimenti alla prole, in allarmante aumento in questi ultimi anni, al punto da aver raggiunto i 4 miliardi di sterline, secondo le stime del Ministero del Lavoro.

E la fuga dalle responsabilità genitoriali non conosce differenze di classe, come conferma il caso di quel ricco padre che ha evitato di pagare per ben 16 anni il mantenimento dei figli e che alla fine è stato costretto a staccare un assegno di 70mila sterline (80mila euro) per non vedersi sequestrata la casa dalle autorità. Per la verità, molte delle scuse usate da centinaia di genitori irresponsabili per giustificare i mancati pagamenti ricordano più le bugie che si raccontavano a scuola per evitare le interrogazioni, vedi l'uomo che dà la colpa al cane di avergli mangiato tutte le buste paga e le lettere di sollecito della CSA o quello che racconta di non esistere più perché è stato inserito «nel programma protezione testimoni».

Ma c'è anche chi ricorre ad argomentazioni che farebbero persino sorridere per la loro assurdità se non fosse per la gravità della questione, come l’uomo che si è sottoposto al cambio di sesso e che sostiene quindi di non dover pagare nulla perché «lei» non è più «lui» o il padre che ammette candidamente che non tirerà fuori un altro penny «perché questa settimana ho già comprato a mio figlio un pacchetto di caramelle miste» o ancora quello che non vuole dare nulla alla ex perché «ho pagato per la sua operazione al seno e ora ne sta beneficiando il nuovo fidanzato». Comportamenti a dir poco censurabili che il ministro del Lavoro, Maria Miller, ha fatto sapere che non verranno tollerati oltre, annunciando una massiccia revisione delle norme attualmente vigenti, che diventeranno molto più severe per i trasgressori. «Molti genitori si comportano nel modo giusto coi figli – ha detto il ministro alla stampa – ma come dimostrano queste scuse a dir poco ridicole, c’è ancora uno zoccolo duro che cerca di evitare con ogni mezzo di pagare quanto dovuto». In base alla riforma, i genitori inadempienti rischiano di vedersi portare via le loro case se non sono in regola coi pagamenti, mentre molti hanno già subito il prelievo forzoso dai conti bancari.



Simona Marchetti
02 settembre 2011 11:55



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ecco come ci governano: le 10 strategie della manipolazione attraverso i massmedia

I segreti della casta



1-La strategia della distrazione L’elemento primordiale del controllo sociale  è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. Mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza.
2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni. Questo metodo è anche chiamato “problema-reazione-soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
3- La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.
4- La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.
5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno” (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).
6- Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione. Sfruttate l'emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un'analisi razionale e, infine, il senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti.
7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori.
8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti ...
9- Rafforzare l’autocolpevolezza.
Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s'incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti  è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione!
10- Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscono. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.

Noam Chomsky (Massachusetts Institute of Technology)





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Ossa umane abbandonate nei sacchetti Ancora orrore al cimitero di Ariano Irpino

Il Mattino

AVELLINO - Macabra scoperta al cimitero di Ariano, resti umani abbandonati in alcuni loculi. Sul posto i vigili urbani sequestrano tre tombe e inviano un fascicolo dettagliato alla Procura della Repubblica del Tricolle che apre d'ufficio un’inchiesta per l'ipotesi di vilipendio di cadavere contro ignoti.

A segnalare ai caschi bianchi la presenza di ossa in bella mostra alcuni cittadini che hanno coinvolto il comitato di tutela del territorio, rappresentato da Anselmo La Manna, e il consigliere di minoranza Giovanni La Vita.


I caschi bianchi, ieri mattina, dopo aver appurato che i resti umani erano contenuti in sacchetti di fortuna e tra l'altro visibili a qualsiasi passante, hanno ascoltato gli operai del cimitero per portare alla luce tutti gli elementi necessari. In base alle indagini allora è scattata d'ufficio l'inchiesta della Procura. Sul posto anche esperti dell'Asl per constatare se quelle ossa, risalenti al 1903 e di cui non si conoscono gli eredi, hanno potuto creare un rischio sanitario.

Il caso, dopo quello delle barre bruciate, ha fatto sollevare anche una diatriba politica perché il consigliere dei socialisti La Vita ha lanciato strali all'assessore al ramo: «E' ormai da tempo che giungono segnalazioni sullo stato di abbandono del cimitero a causa dell'incuria di tutti coloro che operano in questo luogo sacro. Qualche mese fa il reparto del Nucleo ecologico dei vigili urbani aveva constatato altri gravi fatti su cui si sta indagando. Con questo nuovo episodio delle ossa ammucchiate alla meglio in vecchi loculi c'è poco da dire perché le responsabilità sono gravi e informerò del fatto anche il vescovo della Diocesi di Ariano-Lacedonia perché siamo al limite della profanazione di defunti».

E poi aggiunge: «Nel consiglio comunale di questa sera (ieri per chi legge) chiederò al sindaco che l'assessore al ramo venga rimosso da tale incarico a causa della sua gestione approssimativa».

Si difende l'assessore chiamato in causa, Crescenzo Pratola: «Il comune di Ariano Irpino è intervenuto sulla questione proprio nei giorni scorsi, attraverso un avviso pubblico emanato in data 23 agosto, in cui oltre ad una serie di prescrizioni varie, si invitava con urgenza al posizionamento di lapidi a chiusura dei vari loculi in concessione, assegnando il tempo massimo di quarantacinque giorni per ottemperare a tale richiesta.

Il provvedimento impugnato annunciava altresì di provvedere d’ufficio alla chiusura della tomba nel caso in cui non sarebbe stato fatto dal concessionario determinando delle spese e delle sanzioni a suo carico. Abbiamo - continua - sempre ricevuto apprezzamenti sull'operato al cimitero e siamo pronti a rendere sempre più dignitoso questo luogo ma senza dubbio questo fatto mi sembra montato per l'occasione per puri scopi politici. Forse qualcuno non ha interesse a mettere la lapide o forse non ritiene sufficiente un avviso pubblicato dal comune, sta di fatto che questo decreto nasce da un regolamento di polizia mortuaria ancora vigente».

Il cimitero di Ariano è già finito nel vortice della polemiche a seguito di una denuncia secondo cui le bare venivano bruciate all'interno del camposanto e poi smaltite. Il Comitato di tutela del territorio aveva avanzato per l'occasione anche il dubbio che le casse potessero contenere resti umani, ma il comune aveva categoricamente smentito un fatto del genere affermando che le procedure per lo smaltimento delle bare provenienti dalle riesumazioni sono a norma. Si spera che la bufera possa allontanarsi da questo luogo.


Marco La Carità
Venerdì 02 Settembre 2011 - 11:13




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Il prete prega Allah dentro la chiesa? Tradisce la sua fede

di

A Cantù (Como) un parroco ha distribuito salmi coranici ai fedeli per solidarietà con chi festeggiava la fine del digiuno. Ma chi legittima Maometto nega Gesù



Ormai in Italia si prega Allah in chiesa per iniziativa e volontà del sacerdote che dovrebbe aver votato la propria vita per testimoniare la verità unica ed esclusiva in Gesù Cristo. È successo a Cantù, in provincia di Como, martedì scorso 30 agosto, in occasione della Festa dell'Eid al-Fitr, seconda festa più importante della religione islamica che conclude il mese di digiuno del Ramadan. Nella Basilica di San Paolo il prevosto emerito di Cantù, don Lino Cerutti, ha fatto trovare su un tavolo all'inizio della navata centrale e ha fatto distribuire dei volantini contenenti preghiere islamiche per celebrare la fine del Ramadan scritte dal filosofo Sejjed Hossein Nasr, dal mistico Rabi'a e dal poeta Hafez, in cui si tessono le lodi di Allah e si esalta l'islam come la religione eccelsa.
È vero che nello stesso giorno il capo dello Stato Napolitano ha ritenuto di inviare gli auguri ai musulmani, arrivando a sostenere che il dialogo con l'islam sarebbe «indispensabile presupposto affinché la società italiana sappia interpretare le sfide del mondo contemporaneo e divenire sempre più libera, aperta e giusta». Che Il vice-sindaco di Milano Maria Grazia Guida si è recata a omaggiare gli islamici in preghiera con il velo in testa e che anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha visitato la Grande Moschea di Roma. 
Ma un conto è prostrarsi agli islamici in moschea, un altro conto è trasformare la chiesa in moschea. In linea di principio si è cristiani perché si crede nella verità di Gesù Cristo, del Dio che si è fatto uomo, nato, morto e risorto per redimere l'umanità, il suggello della profezia e il compimento della rivelazione.
Significa che se si crede in Gesù non si può in alcun modo credere né che Maometto è un profeta autentico né che l'islam è una religione veritiera. O si crede in Gesù o si crede in Maometto; o si è cristiani o si è musulmani. Ma non si può assolutamente sostenere di credere in Gesù e al tempo stesso legittimare Maometto come profeta; così come non ci si può professare cristiani e al tempo stesso legittimare l'islam come religione. Chi lo fa non è cristiano. Non si tratta di essere più o meno sincretisti. Semplicemente non si è più cristiani. E se a legittimare Maometto e l'islam è un sacerdote, ebbene commette un'eresia ed è passibile di apostasia. Perché non si può relativizzare la verità storica e sacra di Gesù: o ci credi o non ci credi.
L'errore capitale in cui è incorso don Lino è di aver aderito all'ideologia del relativismo religioso che è la conseguenza della trasposizione acritica della dimensione delle persone con la dimensione della religione. L'immaginare cioè che per amare il prossimo, laddove l'amore per il prossimo è il fondamento della fede cristiana, il comandamento nuovo portatoci da Gesù, si debba sposare la religione del prossimo. Quindi per amare i musulmani come persone si debba legittimare l'islam come religione, a prescindere dai suoi contenuti, da ciò che è scritto nel Corano e da ciò che ha detto e fatto Maometto.
Tutto ciò avviene in un contesto dove il relativismo religioso, a partire dal Concilio Vaticano II, sta dilagando all'interno della Chiesa; mentre dall'altra parte, intendo dalla parte dei musulmani e dell'ortodossia islamica, non solo non hanno nulla a che fare con il relativismo ma, all'opposto, condannano noi ebrei e cristiani come eretici perché avremmo deviato dalla retta via, fortunatamente ritrovata con la rivelazione divina affidata a Maometto elevando così l'islam ad autentico suggello della profezia.
Siamo pertanto doppiamente ingenui e illusi: immaginiamo che relativizzando il cristianesimo per legittimare l'islam loro si renderanno più disponibili nei nostri confronti, mentre all'opposto finiamo per essere percepiti come una landa deserta che merita di essere occupata dai musulmani.
Come? Con la proliferazione delle moschee. E anche qui la nostra ingenuità e vocazione al suicidio ci porta a offrirgliene noi prima ancora che le chiedano loro. Noi vorremmo veder sorgere delle grandi moschee con cupola e minareto a Milano, Bologna, Firenze, Napoli e ovunque in Italia. Loro, più furbescamente, ci dicono che preferiscono delle piccole moschee diffuse sul territorio, per potersi spartire il bottino considerando che tra loro non vanno affatto d'accordo tranne che sull'obiettivo di islamizzare l'Italia, l'Europa e il mondo libero, democratico e civile. Ci siamo trasformati in islamici più degli islamici stessi prima ancora di essere costretti a convertirci all'islam. Che cosa possono volere di più gli islamici da noi italiani ingenui, stolti, ideologicamente collusi e votati al suicidio?




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Gheddafi: Mettete la Libia a ferro e fuoco

Corriere della sera

Il Raìs «Non ci arrenderemo mai, non siamo donne». Clinton: «La Nato continua finché i civili a rischio»


MILANO - Muammar Gheddafi non si arrende. E in un messaggio audio diffuso dal canale Al Arabya incita le tribù libiche alla lotta. «Mettete la Libia a ferro e fuoco». E ancora: «Continuate a combattere anche se non sentite la mia voce. Non ci arrenderemo mai, non siamo donne». Il raìs torna a parlare proprio nel giorno in cui il Consiglio nazionale di transazione libico (Cnt) dice che il nuovo rifugio del Colonnello è a Bani Walid, a sudest di Tripoli. Altre voci, fino a mercoledì insistevano sulla presenza del Raìs a Sirte, la sua città natale. Entrambe le località sono state pesantemente bombardate, nelle ultime ore, dagli aerei della Nato. Sirte, in particolare, è stretta d'assedio e i lealisti hanno ricevuto un ultimatum di resa che sarebbe dovuto scadere sabato 3 settembre ma che è stato prorogato di una settimana. Inatnto da Parigi, dove si è tenuta una conferenza sulla Libia, il segretario di Stato americano Hilary Clinton spiega che le operazioni Nato continueranno finché i civili saranno minacciati.


VITTORIE - Intanto il comando degli insorti, che mercoledì ha ribadito che il rais deve essere messo nelle condizioni di non nuocere e se per fare questo dovrà essere assassinato, allora ci sarà qualcuno che gli toglierà la vita, replica seccamente a Saif al-Islam. Il secondogenito ed erede designato di Muammar Gheddafi mercoledì attraverso l'emittente siriana Arrai Oruba aveva assicurato che lui e suo padre sono «a Tripoli» e stanno «bene». Saif al-Islam ha detto che «la resistenza continua e la vittoria è vicina», anche perché «ventimila uomini in armi sono pronti» a combattere al loro fianco e «se gli insorti pensano che a Sirte sarà una passeggiata, vengano pure». Parole deliranti, le ha liquidate da Bengasi il vice presidente del Cnt, Abdel Hafiz Ghogha. «Saif al-Islam dice che la vittoria è vicina, ma quella che è vicina per davvero è la vittoria della Rivoluzione», ha tagliato corto il numero due del governo-ombra istituito dai ribelli libici. «Lui vive in un sogno».


RIFUGIO NEGATO - Le autorità algerine, le uniche dei Paesi confinanti con la Libia che non hanno ancora riconosciuto il Cnt, avrebbero respinto la richiesta avanzata da Muammar Gheddafi di rifugiarsi in Algeria. Lo hanno riferito fonti vicine alla presidenza di Algeri, citate dal quotidiano al-Watan. «Gheddafi ha provato a contattare per telefono il presidente Abdelaziz Bouteflika, ma egli ha rifiutato di parlargli», ha affermato la fonte, precisando che Bouteflika avrebbe spiegato di essere impegnato con questioni interne. Un'altra fonte ha rivelato che Gheddafi e la sua famiglia si trovavano nella città di Ghadames, nei pressi del confine tra Libia e Algeria, e che anche i precedenti tentativi del colonnello di convincere Algeri ad ospitarlo erano falliti. In Italia, il Consiglio dei ministri ha nominato Giuseppe Buccino Grimaldi nuovo ambasciatore italiano in Libia. Lo ha annunciato al termine del Cdm il ministro della Giustizia Nitto Palma spiegando che e «oggi stesso o domani riaprirà l'ambasciata». Ha poi aggiunto che si tratta di «una persona molto valida».

IL VERTICE- Silvio Berlusconi è a Parigi per la conferenza sulla Libia. Il premier ha partecipato a una sorta di pre-vertice ristretto all'Eliseo,con Francia, Usai, Gb, Canada, Qatar, Emirati Arabi, Giordania e Turchia. «Stiamo accogliendo profughi libici, abbiamo riaperto l'ambasciata a Tripoli, scongelato 500 milioni di beni» a disposizione del Cnt, «abbiamo chiesto all'Onu di scongelare 2,5 miliardi di euro e abbiamo chiesto di riaprire il Greenstream, il gasdotto che fornisce gas a tutta l'Europa. Stiamo consegnando gas e benzina alla popolazione libica e, se richiesto, metteremo a disposizioni istruttori e polizia», ha detto il presidente del Consiglio.

Redazione Online
01 settembre 2011(ultima modifica: 02 settembre 2011 09:16)

Prossima al matrimonio? Secondo la Cassazione licenziamento illegittimo

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Se una donna è prossima al matrimonio non può essere licenziata in nome della tutela della famiglia. Lo dice la Cassazione che ricorda come per le lavoratrici con contratto regolare ci sia un periodo di "garanzia" dalle pubblicazioni delle future nozze a un anno per la data della celebrazione del matrimonio



Roma - Se una donna è prossima al matrimonio non può essere licenziata in nome della tutela della famiglia. Lo si evince da una sentenza della Cassazione che ricorda come per le lavoratrici con contratto regolare ci sia una sorta di periodo di "garanzia" che va dalle pubblicazioni delle future nozze a un anno per la data della celebrazione del matrimonio durante il quale esiste un divieto a licenziare. La Cassazione ricorda questo diritto nell’affrontare il caso di una donna di Ariccia (Roma), Barbara R. che aveva chiesto, al tribunale di Roma, di dichiarare nullo il suo licenziamento, tra gli altri motivi, anche perché aveva affisso al comune le pubblicazione del suo matrimonio.
La Sezione Lavoro della Cassazione ha perciò ricordato come "la tutela accordata dalla legge 9 gennaio 1963 numero 7 alle lavoratrici che contraggono matrimonio è fondata sull’elemento obiettivo della celebrazione del matrimonio e non è subordinata all’adempimento di alcun obbligo di comunicazione da parte della lavoratrice al datore" anche se, sottolineano i supremi giudici, sarebbe meglio che la lavoratrice comunicasse comunque la decisione di sposarsi al proprio datore di lavoro se non altro per "il dovere di collaborazione e di esecuzione del contratto secondo buona fede".
In sostanza, quindi, è scritto nella sentenza 17845, il licenziamento è illegittimo "allorché sia stato intimato senza che ricorressero i presupposti di una delle ipotesi di legittimo recesso datoriale, contemplate nell’ultimo comma dell’art. 1, l.n. 7-1963, nel periodo intercorrente tra la richiesta delle pubblicazioni e un anno dalla celebrazionè. Attenzione, però, se il preavviso di licenziamento arriva prima della pubblicazione non vale a nulla correre al comune e accelerare le pratiche delle nozze, perché, sottolinea la Cassazione, "non può assumere rilevanza la richiesta di pubblicazioni successive al licenziamento se pure intervenuta nel periodo di preavviso".



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In fuga da 98 giorni: presa la mucca Yvonne L'ha trovata un contadino: per lui 10mila euro

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A ritrovare il bovino, scappato tre mesi fa al macello da un allevamento di Muehldorf am Inn, nel profondo sud della Germania, è stato un contadino che ora riceverà una ricompensa di 10mila euro



Eigelsberg - Novantotto giorni è durata la fuga per la libertà della mucca bavarese Yvonne. Il bovino scappato tre mesi fa al macello da un allevamento di Muehldorf am Inn, nel profondo sud della Germania, è stato ritrovato da un contadino mentre si confondeva tra i capi della sua mandria a Eigelsberg, vicino a Ampfing, Alta Baviera. L’allevatore, che ora riceverà un premio di 10mila euro offerto dal tabloid Bild, aveva notato la mucca martedì sera. Di solito controlla un prato dove lascia pascolare quattro giovani bovini e davanti al recinto si è trovato proprio lei: la primula rossa in cerca sì della salvezza, ma per la quale probabilmente l’istinto del gruppo è stato più forte.
L’uomo - scrive il tabloid di Springer - ha aperto la recinzione e l’ha fatta entrare, beccarla è stato un gioco da ragazzi. Segugi, tori e vitellini-esca, cacciatori professionisti, niente e nessuno era riuscito finora ad acciuffare la mucca errante, con le buone o con le cattive. Oggi l’amministrazione di Muehldorf, che giorni fa aveva revocato la licenza di sparare all’animale, ritenuto un pericolo per gli automobilisti, e il rifugio Gut Aiderbichl a Deggendorf hanno confermato che si tratta della fuggiasca. "Abbiamo controllato il numero sulla piastrina all’orecchio, è proprio lei", ha dichiarato Hans Wintersteller della fattoria animalista che ha già comprato Yvonne per mille euro e che ora la aspetta assieme all’intera famiglia bovina per darle il benvenuto.




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