giovedì 1 settembre 2011

Lavoro, Acli: un dirigente guadagna 356 euro al giorno più di un operaio

Quotidiano.net

E’ quanto ha affermato il presidente delle Associazioni cristiane dei lavorati italiani presentando la giornata di apertura del 44° Incontro nazionale di studi, a Castel Gandolfo

Roma, 1 settembre 2011



Un dirigente guadagna 356 euro al giorno piu’ di un operaio, rispetto alla retribuzione di un “quadro”, un operaio prende in meno ogni giorno 127 euro mentre, rispetto a un impiegato, la differenza e’ di 22 euro: a fronte della divaricazione eccessiva delle retribuzioni, occorre restituire risorse ai lavoratori e alle famiglie del ceto medio e per questo e’ “assolutamente ripristinare nella manovra economica il contributo di solidarieta’ e la misura patrimoniale”.

E’ quanto ha affermato il presidente delle Acli, Andrea Olivero, commentando i dati diffusi del rapporto dell’Iref - l’istituto di ricerca delle Associazioni cristiane dei lavorati italiani- presentato nella giornata di apertura del 44° Incontro nazionale di studi, a Castel Gandolfo, dedicato al tema del “Lavoro scomposto”. “Al di la’ delle ovvie componenti organizzative che fanno riferimento a diverse mansioni, ruoli e responsabilita’, sono dati - ha sottolineato il presidente delle Acli - che mettono in evidenza una divaricazione eccessiva delle retribuzioni, che non puo’ non essere presa in considerazione in queste ore in cui si discute di sacrifici per il Paese.

Ancora una volta la questione della redistribuzione si rivela cruciale. Non solo per esigenze di giustizia e di coesione sociale, ma per oggettive ragioni economiche.

Restituire risorse ai lavoratori e alle famiglie del ceto medio e’ l’unico modo per garantire la tenuta dei consumi e il rilancio del Paese. Occorre assolutamente ripristinare nella manovra economica il contributo di solidarieta’ e la misura patrimoniale”.

Secondo il rapporto dell’Iref, che mette a confronto le retribuzioni, sono queste le medie giornaliere dei lavoratori dipendenti nelle diverse professioni del settore privato: “Rispetto alla retribuzione media giornaliera (82 euro), un dirigente guadagna 340 euro in piu’ al giorno, un quadro 111 euro, un impiegato 6 euro in piu’. Un operaio si mette invece in tasca un salario giornaliero di 16 euro inferiore alla media. Peggio di lui solo il lavoratore apprendista, che guadagna in meno 31 euro al giorno. Le donne, rispetto agli uomini, ricevono in media al giorno 27 euro in meno”.

Quello sui salari e’ solo uno dei dati presi in considerazione dalle Acli per mostrare le difficolta’ e le contraddizioni di un mondo del lavoro “scomposto”, che necessita di una “profonda riorganizzazione”. “Considerare la situazione attuale frutto esclusivo della congiuntura economica puo’ essere fuorviante”, scrivono le Acli, che invitano a “non dimenticare i ritardi storici del sistema produttivo italiano”.

Il lavoro sommerso: 12 posti di lavoro su 100 sono oggi irregolari, 18% al Sud e il 27% il Calabria. La struttura della produzione: solo lo 0,1% di grandi imprese contro lo 0,5 della Germania e lo 0,4 della Gran Bretagna. Il prospetto demografico sempre piu’ negativo: l’indice di ricambio della popolazione attiva (rapporto tra popolazione 15-24 anni e popolazione 55-64 anni, moltiplicato per cento) pone oggi l’Italia in una posizione intermedia rispetto all’Europa ma e’ destinato a peggiorare nettamente da qui a 20 anni. In tema di occupazione, secondo lo studio, diminuiscono gli occupati di fascia alta, cresce l’occupazione non specializzata. “Gli indicatori di occupazione e disoccupazione - scrivono i ricercatori dell’Iref - pur evidenziando dinamiche fondamentali come l’ingresso e l’uscita dal mercato del lavoro, non sono sufficienti per analizzare lo stato di salute di un sistema occupazionale”.

Ragionando sugli effetti della crisi sulla qualita’ dell’occupazione, le Acli segnalano la progressiva diminuzione degli addetti alla manifattura tradizionale (-1,1% dal 2004 al 2007; -4,4% dal 2007 al 2009) e l’inversione di tendenza nei settori dell’high-tech, che tornano a scendere del 2,8% nell’ultimo triennio rilevato dall’Istat. Nel 2010 sono andate perse circa 70mila posizioni dirigenziali, hanno perso il lavoro 78mila professionisti della conoscenza e oltre 100mila tecnici. Questo nella fascia alta della forza lavoro. 110mila sono stati invece gli operai specializzati e gli artigiani costretti a lasciare i lavoro. Hanno fatto ingresso nel mercato del lavoro soprattutto donne in posizioni professionali non specializzate (+108mila) o impiegatizie (+58mila). In sintesi, “a fronte di una perdita di occupati di fascia alta, si ha un ulteriore allargamento della base occupazionale poco o per nulla specializzata”.

Secondo le Acli la composizione interna degli occupati presenta dualismi e divari “non piu’ sostenibili”, tra lavoratori piu’ o meno garantiti. Quasi un lavoratore su quattro (23%) ha una occupazione “non standard”, ovvero non a orario pieno e non a tempo indeterminato: il 12%, pari a 2milioni e 700mila individui, e’ un lavoratore a tempo parziale, mentre l’11% e’ un atipico (tempi determinati e collaboratori). Il lavoro a tempo parziale interessa maggiormente le donne: le part-timers sono un 1milione e 800mila. Per gli atipici il rapporto di genere e’ pressoche’ pari mentre l’eta’ evidenzia una buona quota di giovani (39%), ma soprattutto un’elevata percentuale di individui adulti (il 48% degli atipici ha tra i 30 e i 49 anni).

“Dopo quindici anni di flessibilizzazione del mercato del lavoro - commentano le Acli - sembrano essersi consolidate due generazioni di lavoratori flessibili: giovani in ingresso nel mercato del lavoro, adulti per i quali la fase dell’inserimento lavorativo e’ terminata ma che si ritrovano nelle stesse condizioni contrattuali di partenza. Riguardo ai disoccupati, il rapporto evidenzia un milione e mezzo di ‘scoraggiati’: piu’ del doppio della media europea.

Uno dei fattori piu’ importanti nelle crisi economiche - rileva lo studio - e’ la capacita’ di riassorbimento del mercato del lavoro. A livello europeo l’Italia fa parte del gruppo di Paesi nei quali i disoccupati di lunga durata (almeno 24 mesi) superano il 45% del totale dei disoccupati. Mezzogiorno a parte, il dato piu’ preoccupante e’ quello del Nord-Est, dove dal 2002 al 2007 la disoccupazione di luna durata e’ passata da un esiguo 17% a un ben piu’ consistente 31,4%, tornando poi a scendere nel 2008 (29%): “Una delle aree piu’ dinamiche del paese non riesce piu’ ad occupare coloro che sono fuori dal mercato del lavoro da troppo tempo”.

E sempre a proposito dei disoccupati di lungo corso che sono quella quota di inattivi che si e’ soliti definire “scoraggiati”, ovvero individui disponibili a lavorare ma che dichiarano di non cercare lavoro perche’ sfiduciati rispetto alla possibilita’ di ottenere un impiego, le Acli rilevano che in Europa questo dato continua ad oscillare attorno al 4% (sul totale degli inattivi) e sembra essere in moderata crescita per l’anno 2010 (4,6%). In Italia invece il dato e’ piu’ del doppio e tra il 2009 e i 2010 e’ cresciuto di quasi un punto percentuale, arrivando al 10%. Nel complesso gli scoraggiati rappresentano 1 milione e mezzo di persone, in gran parte concentrate nelle regioni meridionali.

Altro capitolo dolente e’ quello dei ‘sottoccupati e sovra istruiti’ a fronte del paradosso degli immigrati. Sottoccupazione e sovra istruzione, secondo lo studio delle Acli , denotano l’incapacita’ di un mercato del lavoro di valorizzare risorse e competenze. Tra gli immigrati, la percentuale di sottoccupati (individui che dichiarano di aver lavorato, per motivi indipendenti dalla propria volonta’, meno ore di quelle che avrebbero potuto o voluto fare) e sovra istruiti (persone che svolgono un lavoro che richiede un titolo di studio inferiore a quello in loro possesso) e’ maggiore rispetto agli italiani.

La sottoccupazione interessa infatti il 4% dei lavoratori italiani, mentre tra gli stranieri si supera il 10%. La percentuale di sovra-istruzione tra gli italiani e’ del 19% . Tra gli stranieri supera il 42%. “Si e’ ormai consolidato in Italia un modello di specializzazione dell’occupazione straniera nel segmento basso del mercato del lavoro: gli immigrati svolgono i lavori piu’ disagiati e meno remunerativi anche se hanno credenziali formative utili a ottenere impieghi migliori”.



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Dopo 37 anni di precariato, insegnante riceve la cattedra: tra 2 va in pensione

Corriere della sera


Vincenza D'Amico ha 63 anni ed è docente di educazione artistica. Quando le hanno conferito l'incarico ha pianto



CALTANISSETTA - Se non è un piccolo record poco ci manca: dopo 37 anni di precariato, Vincenza D'Amico, insegnante di educazione artistica, ha ottenuto la cattedra di docente di ruolo. Oggi la donna ha 63 anni, tra due andrà in pensione. Ma anche quel sogno d'una vita l'ha coronato in ritardo non riesce a trattenere la commozione.

«Meglio tardi che mai - commenta - Ma sono contenta così. La vita va presa con filosofia e in questo modo ho potuto lavorare godendomi la famiglia». Assieme ad altre colleghe precarie, la donna, originaria di Mussomeli (Caltanissetta), ieri s'è presentata negli uffici dell'ex provveditorato accompagnata dal marito Fortunato Tuzzeo. Quando le hanno comunicato il traguardo raggiunto, è scoppiata in lacrime per l'emozione.

L'anno scorso aveva insegnato alla scuola media «Pietro Leone», prima ancora negli istituti di Marianopoli, Santa Caterina, Mussomeli, Villalba, Acquaviva e Sutera. «Sono arrivata a questa età conservando la qualifica di precaria a causa delle strane norme della burocrazia scolastica - racconta la donna - Ho fatto per tanti anni l'insegnante migrante, senza mai poter mettere radice da qualche parte o in qualche scuola. Sono rimasta precaria per 37 anni. Adesso sarò di ruolo, anche se presto andrò in pensione. Vengo immessa in ruolo in un periodo di grave crisi: considero ciò una fortuna e mi viene da pensare a quelli che questo traguardo, con i tempi che corrono, rischiano di non raggiungerlo mai».


Redazione online
01 settembre 2011




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Gli shef superstar via dalla tv. Non sanno neanche cucinare

Libero




Pubblichiamo un articolo integraledi Paul De Sury, che sarà sul numero di settembre di «Monsieur», tra qualche giorno in edicola.  Protagonisti gli chef  che affollano le  televisioni con consigli   e critiche senza  mostrare quello che sanno fare.

Adoro cucinare. La mia idea di un giorno di vacanza è uscire all’alba per fare la spesa e passare il resto del giorno fra i fornelli. Ho diverse centinaia di libri di cucina. Li consulto ogni giorno. Tutte le donne che ho avuto (di qualsiasi Paese, etnia, età) mi hanno sempre rimproverato per il casino, che ha regolarmente sistemato la cameriera, e la quantità. «Non esagerare come al solito», mi sento dire da trent’anni. Ce ne fosse stata una che invece di blaterare si fosse messa a pulire i carciofi o a pelare le fave.

Non importa. Lo faccio per me. Poi, di solito, non mangio neanche. Anche perché bisogna assaggiare e, quindi, bere. Indossare il grembiule diventa l’alibi, sempre che ce ne fosse bisogno, per aprire una bottiglia di bianco a ore impossibili. Dopo 12 ore in cucina voglio solo andare a letto. Sono moderatamente bravo. «Dovresti aprire un ristorante», mi dicono. Manco morto. Ho la sindrome del boscaiolo dilettante. Che cosa vuole dire? Mi spiego. Immaginate: è domenica. Siete a colazione in campagna in casa di un amico. «Ho un albero malato da abbattere, mi date una mano?». Mettete uno strumento pericoloso come un’ascia o una sega elettrica in mano a un maschio, chiedetegli di distruggere qualcosa, e vi amerà per tutta la vita.

L’invito sarà accolto con entusiasmo da tutti i presenti di cromosoma XY. Le signore si limiteranno a roteare i bulbi oculari e rivolgerli verso il cielo. Compiuta la missione, i maschietti, gonfi di soddisfazione, si abbandoneranno a manifestazioni di cameratismo. Provate a chiedere a uno di loro se sarebbe disposto a svegliarsi ogni mattina all’alba per fare la stessa cosa per 300 giorni all’anno e sentirete che cosa vi risponderà. Non aspettatevi un’adesione incondizionata.

Comunque, sto divagando. Volevo solo proclamare la mia adorazione per il feticcio prima di abbatterlo. Non ne posso più dei cuochi in televisione. Le trasmissioni di cucina mi procurano ormai lo stesso piacere delle telenovela colombiane che qualcuno, non faccio nomi, cerca subdolamente di propinarmi tramite accorte sottrazioni del telecomando. Basta! Il cuoco è stato per anni l’umile operaio dell’antro di Vulcano a cui veniva riconosciuta un’unica via di fuga dall’anonimato: un piatto intitolato sul menù. Le penne alla Mario o gli spaghetti alla Gino.

Insomma, il solito primo con l’aggiunta (inutile) di due cucchiai di panna o uno di curry. In ogni caso, un onesto artigiano che conduceva con umiltà, e a tratti con perizia, il suo lavoro. Difficilmente il suo volto era noto agli avventori più assidui, figurarsi alla nazione intera. Appannato l’interesse per gare sportive e canore dopate o corrotte, i programmatori televisivi fanno oggi cantare alle loro sirene inni al branzino pescato all’amo o al pecorino di fossa. Siamo partiti dalle matrone rassicuranti del duo Clerici-Parodi. Innocue.

«Per gli spaghetti al pomodoro, bisogna tagliuzzare una cipolla, poi soffriggerla, aggiungere il contenuto di una scatola di pelati». Poi sono arrivate le gastrostar (*). Truci, alla Gordon Ramsay, o piacioni, alla Jamie Oliver. I guru. L’aspetto ridicolo è che sono tutti mischiati. Geni dal curriculum impeccabile con il tostatore di panini dell’Autogrill.

Ho visto di recente una trasmissione, come al solito presentata come gara, in cui tre dei più grandi chef italiani presentavano degli allievi che eseguivano i loro piatti. Tra i giudici un cuoco a me sconosciuto esprimeva, non senza una punta di saccenteria, rilievi e critiche. «Chissà chi è?», ho pensato. Mi tengo un po’ aggiornato, grazie ad amici che scrivono di gastronomia, ma non l’avevo mai sentito nominare. Due giorni dopo l’ho visto, per caso, preparare una zuppa in televisione.

Era un cacciucco. A un certo punto ha dichiarato trionfante: «Così è diventato una bilabà!». «Che cosa diavolo sarà?», mi sono chiesto. Grazie alle moderne tecnologie l’ho riascoltato tre volte e sono giunto alla conclusione che volesse dire bouillabaisse. Pazienza storpiare un nome così musicale che ti fa venire voglia di mangiare il piatto solo a sentire il cameriere pronunciarlo, ma dovevi proprio andare a stuzzicare gli orgogli locali di due città i cui abitanti sono noti per la tolleranza e la paciosità d’animo? Prova ad andare in una bettola negli angiporti di Livorno o Marsiglia e dire portatemi un cacciucco o una bouillabaisse che tanto è la stessa roba. E poi, santa pazienza! Fai il cuoco, mica il ceramista o l’astrofisico, e non conosci neanche il nome di una delle glorie della cucina regionale francese.

La conclusione: cari cuochi, lasciate il set e tornate in cucina. I programmi televisivi non vi aggiungono niente. Non ci sarà mai un abbrutito che si ingozza di surgelati scaldati al microonde (**) che dirà alla moglie, vedendovi preparare in televisione la queue de bœuf à la façon de Cambrésis: «Ecco avrei voglia di mangiare proprio quello. Prenota che domani sera ci andiamo». E, soprattutto, state lontano dalle competizioni. Volete essere giudicati da qualcuno che presenta i segreti delle polpette o delle tagliatelle della nonna, magari saltellando con la leggerezza di un bufalo d’acqua?

(*) Vi siete inventati le archistar, avrò diritto anch’io a un neologismo terrificante?  (**) Il più abbrutito di tutti, il sottoscritto, si inietta direttamente in vena, fra il primo e il secondo tempo, delle robuste dosi di minestrone preparato all’uopo una volta alla settimana e poi congelato. Per cui chi è senza peccato...


di Paul De Sury
01/09/2011




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Uffici di Bruxelles e costi della politica Tra polemiche e colpi di forbice

Corriere del Mezzogiorno

Un sindacato autonomo punta il dito contro la sede estera. Difesa di Lombardo che annuncia altri risparmi


PALERMO - Scoppia la polemica sui costi della politica siciliana. Da una parte alcuni sindacati che puntano il dito contro le spese della Regione, dall'altra la difesa del governatore Lombardo e della sua squadra che non solo ritengono congrue le spese in corso, ma annunciano sforbiciate ad alcuni settori.

L'UFFICIO DI BRUXELLES - Non funziona come dovrebbe e di soli stipendi e indennità per personale interno e consulenti costa alla Regione siciliana oltre un milione di euro l'anno, più le spese di gestione (luce, telefono).

L'accusa arriva dal sindacato autonomo Cobas/Codir che denuncia anche favoritismi per le assunzioni dei consulenti. In base ai calcoli, dipendenti e consulenti costano alla Regione circa 3 mila euro al giorno, cifra alla quale vanno aggiunte le voci variabili relative ai rimborsi per le missioni e alle spese di gestione (luce, acqua, telefono) dell'appartamento di 600 metri quadri acquistato due anni fa per 2,5 milioni di euro, più un altro mezzo milione di euro sborsato per l'arredamento dell'open-office, al quarto piano di un palazzo di sette, dove ci sono anche gli uffici degli alcolisti anonimi e la sede dell'Ilga, the international lesbian and gay association.

Solo il giornalista distaccato in quell'ufficio, che si occupa di redigere una newsletter di cui sono stati realizzati tre numeri zero, secondo i calcoli del sindacato costa oltre 14 mila euro al mese più le spese forfettarie, quasi quanto lo stipendio del presidente della Regione siciliana (16.650 euro netti). Il sindacato segnala anche presunti favoritismi nell'assunzione dei consulenti, il cui stipendio è intorno ai 2mila euro al mese. L'ultimo caso è quello di Giordana Campo, figlia di Gesualdo, direttore generale del dipartimento Beni culturali della Regione: la donna, 27 anni, è stata assunta per chiamata diretta, come consentito dalla legge regionale 2 del 2002, e ha firmato il contratto all'inizio dell'anno.

A dirigere l'ufficio è Maria Cristina Stimolo, ex moglie del presidente dell'Antimafia regionale Lillo Speziale (Pd), mentre tra i consulenti figurano, oltre a Campo, Pier Francesco Virlinzi dell'omonima famiglia imprenditoriale di Catania, Loredana Basile figli dell'ex deputato regionale (Udc), Francesca Parlagreco, figlia dell'ex componente dell'ufficio stampa della Presidenza della Regione, Salvatore Lupo ex consigliere comunale nel nisseno, vicino all'eurodeputato Rosario Crocetta.

LA REPLICA DI LOMBARDO - «Nessuno spreco. Non ci sono stati aumenti nelle spese per la sede della Regione siciliana a Bruxelles. Chi afferma il contrario lo fa in malafede o è colpevolmente disinformato. Con quello che avremmo speso per cinque anni di locazione, abbiamo comprato la sede, ora di proprietà della Regione». Lo dice il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo, che replica così alle informazioni diffuse dal sindacato Cobas Codir.

«Non ci sono state assunzioni senza concorso, - aggiunge - anzi il numero di chi lavora in quella sede, personale sia interno che esterno, è diminuito». «Giudico vergognoso l'attacco alla dottoressa Giordana Campo. - spiega - È falso che sia stata assunta senza concorso. È semplicemente uno dei pochissimi apporti esterni di cui ci avvaliamo con contratto a tempo determinato e procedura di selezione, così come previsto dalla legge, per la sede di Bruxelles».

«La dottoressa Campo, oltre alla laurea di primo livello in Politica e relazioni internazionali , - continua - ha conseguito la laurea specialistica, proprio in Belgio, in Diplomazia e risoluzione dei conflitti. Ha lavorato come volontaria nel campo profughi di Nablus, in Palestina. Grazie anche alla sua altissima specializzazione, lo scorso mese di maggio, in occasione dell'Osservatorio del Mediterraneo, il governo della Regione siciliana è riuscito a far sedere allo stesso tavolo le delegazioni di Israele e Palestina».

«A novembre, in Sicilia, si terrà l'incontro con le delegazioni delle religioni monoteiste: - prosegue - anche questo obiettivo, nel segno della pace e dello sviluppo, va ascritto a questa preziosa collaborazione. Se qualcuno immagina che per tale impegno la Regione spenda cifre folli è costretto a ricredersi». «La dottoressa Campo - dice Lombardo - mette a disposizione la sua competenza in materia di relazioni internazionali a fronte di uno stipendio di circa 1300 euro, a cui vanno aggiunti altri 300 euro di indennità.

Ed essendo un apporto esterno all'amministrazione non percepisce alcun ulteriore gettone. Forse è il caso di non scagliarsi in maniera così feroce contro professionisti che oltre all'ingegno distillano passione in quel che fanno». «Ritengo abbastanza grave che questa polemica - conclude Lombardo - sia stata innescata da un sindacato che aveva uno dei suoi massimi rappresentanti inquadrato proprio nell'ufficio di Bruxelles. La giunta regionale ha recentemente stabilito che l'indennità per l'estero sia pagata solo per i giorni di effettiva presenza a Bruxelles, escludendo perciò i privilegi di chi restava in Sicilia per distacco sindacale».

LE MISSIONI - Il governatore annuncia una stretta sulle missioni che poi vengono rimborsate dalla Regione e che riguarderà assessori, dirigenti, giornalisti, consulenti e personale dipendente. «Non vedo perchè bisogna andare a dormire in hotel da 500 euro a notte, quando è possibile alloggiare in strutture alberghiere da 80 euro».

GLI UFFICI DI GABINETTO - Intanto scatta la cura dimagrante per gli uffici di gabinetto. Entro giovedì, come stabilito con delibera di giunta, l'organico dei singoli uffici alle «dipendenze» degli assessorati e della Presidenza non potrà superare il numero massimo di 18 componenti, con un risparmio di decine di migliaia di euro. «Il mio gabinetto è già in linea con le nuove disposizioni - dice l'assessore regionale all'Economia, Gaetano Armao - Non so gli altri, ma ritengo che si adegueranno nei tempi stabiliti». In totale saranno «tagliate» tra 50 e 60 persone.



Redazione online
31 agosto 2011




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Caso D'Addario, lo sfogo di Silvio: "Me ne vado da questo paese di m..."

Quotidiano.net

Manette a Tarantini e alla moglie: presunta estorsione di 500mila euro. L'imprenditore pugliese avrebbe ricevuto soldi per mentire circa la consapevolezza del premier sulle escort a Palazzo Graziosi. E spunta la telefonata di Berlusconi a Lavitola




Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti


Napoli, 1 settembre 2011



La Digos della questura di Napoli e quella di Roma hanno arrestato l’imprenditore pugliese Giampaolo Tarantini 36 anni, e la moglie Angela Vevenuto 34 anni, nell’ambito dell’indagine sull’estorsione da 500mila euro al premier Silvio Berlusconi. Il gip Amelia Primavera ha accolto quindi la richiesta di custodia cautelare avanzata dai pm Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli nell’ambito della inchiesta che vede indagato anche l’editore e direttore dell’’Avanti’, Valter Lavitola.

Secondo le tesi degli inquirenti, come anticipato il 25 agosto scorso dal settimanale ‘Panorama’, Tarantini avrebbe ricevuto un compenso per mentire circa la consapevolezza del premier che l’imprenditore avesse portato a palazzo Grazioli escort; Tarantini, a sua volta, sarebbe vittima di un raggiro di Lavitola, che dei 500 mila euro avrebbe trattenuto 400 mila euro per impiegarli in operazioni finanziarie in tutta Italia. Tarantini e la moglie sono stati arrestati a Roma.

D'ADDARIO - ''Non posso rilasciare nessuna dichiarazione. Ci sarà il momento in cui parlerò anche io''. Sono le uniche parole dette da Patrizia D'Addario, la escort barese portata da Tarantini a palazzo Grazioli, che ha dato avvio all'inchiesta sulle feste piccanti nelle residenze del premier Silvio Berlusconi

ANTICIPAZIONE SU PANORAMA - L’inchiesta che ha portato all’arresto di Tarantini era stata al centro di una anticipazione, il 24 agosto scorso, del settimanale Panorama. Secondo quanto riportato dal settimanale, la procura avrebbe iscritto nel registro degli indagati piu’ persone: tra loro Valter Lavitola, direttore ed editore del quotidiano online Avanti!. Il presidente del Consiglio ha negato di essere vittima di un’estorsione e a Panorama ha dichiarato: ‘’Ho aiutato una persona (cioe’ Tarantini, ndr) e una famiglia con bambini che si e’ trovata e si trova in gravissime difficolta’ economiche. Non ho fatto nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio’’.

SOLDI PER TACERE - L’ipotesi della procura di Napoli, secondo la ricostruzione di Panorama, e’ che Tarantini abbia ricevuto il compenso per continuare a dichiarare, nel processo barese in cui e’ indagato, che Berlusconi non sapeva di ospitare alle sue feste escort prezzolate dallo stesso imprenditore pugliese.

Secondo l’accusa, il mezzo milione sarebbe dovuto servire, soprattutto, a convincere Tarantini a scegliere la strada del patteggiamento in un procedimento in cui sarebbe l’unico imputato, evitando cosi’ un processo pubblico con la conseguente diffusione di intercettazioni telefoniche ritenute imbarazzanti per il premier. Gli inquirenti sospettano inoltre l’esistenza di un raggiro di Lavitola ai danni di Tarantini, con il primo che avrebbe trattenuto 400 dei 500 mila euro destinati al secondo.

Le indagini della Digos di Napoli diretta da Filippo Bonfiglio sono partite da intercettazioni telefoniche disposte nell’ambito dell’inchiesta su alcune societa’ del gruppo Finmeccanica nelle quali Valter Lavitola, direttore ed editore dell’”Avanti”, sembra avere un ruolo di consulente. I coniugi Tarantini sono stati arrestati a Roma e saranno trasferiti in mattinata a Napoli. L’imprenditore sara’ rinchiuso nel carcere di Poggioreale e la moglie in quello femminile di Pozzuoli.

Sempre la Digos di Napoli sta svolgendo perquisizioni domiciliari, almeno sei, in abitazioni e uffici degli indagati per estorsione nei confronti del premier. In particolare, perquisizioni nell’abitazione in una traversa di via Veneto a Roma in cui stamani all’alba sono stati arrestati Giampaolo Tarantini e la moglie Angela Devenuto e nell’ufficio e nell’abitazione di Lavitola. 

LAVITOLA - Il gip Amelia Primavera ha emesso una ordinanza di custodia cautelare in carcere anche nei confronti del direttore ed editore dell’Avanti! online, Valter Lavitola. Per gli inquirenti, esistono “gravi e consistenti indizi”, scrive il procuratore aggiunto Francesco Greco, su dazioni di denaro contante o benefici economici (quali ad esempio il pagamento di spese legali o dell’affitto di casa, nonche’ incarichi di lavoro) ripetuti, dissimulate o non trasparenti e con l’intervento di Lavitola, dal premier Silvio Berlusconi a Giampaolo Tarantini o alla moglie Angela Devenuto, che ora devono rispondere di estorsione ai danni del presidente del Consiglio dei Ministri.

E per pm e investigatori ci sono le prove che Lavitola ha trattenuto per se’ una parte delle some impiegandole in sue attivita’, concertando inoltre con Tarantini iniziative processuali che portassero Berlusconi a versare altro denaro all’imprenditore pugliese indagato in piu’ procedimenti dalla magistratura di Bari.

"NON SONO LATITANTE, SONO ALL'ESTERO PER LAVORO" - Valter Lavitola nega di essere latitante, e si dice disposto a “collaborare pienamente” con la Procura di Napoli, specificando anche di non aver mai raggirato il premier Silvio Berlusconi nè di essersi impossessato di “presunte” somme destinate alla famiglia di Tarantini: “E’ passata sui media la notizia che sono latitante. Non è vero. Sono all’estero per lavoro da prima che ‘Panorama’ consentisse di esercitare i diritti di informazione dell’indagato mediante la pubblicazione del suo scoop. Come è noto alla Procura, buona parte della mia attività lavorativa si svolge all’estero ormai da qualche anno”.

Lavitola precisa: “Attendo di definire con il mio avvocato le decisioni da prendere. E’ mia intenzione collaborare pienamente con la giustizia per chiarire la questione. Infine, ribadisco con forza che non mi è mai neppure passato per la testa di raggirare il presidente Berlusconi, né di impossessarmi di presunte somme destinate ad una famiglia in difficoltà”.

LO SFOGO DI BERLUSCONI: "VIA DA QUESTO PAESE DI M." -  'Tra qualche mese me ne vado ...vado via da questo paese di merda...di cui...sono nauseato...punto e basta...''. E' lo sfogo del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in una conversazione intercettata la sera del 13 luglio scorso sull'utenza panamense di Valter Lavitola, nell'ambito dell'inchiesta della procura di Napoli sulla presunta estorsione al premier.  Secondo il gip di Napoli - che ha disposto l'arresto dello stesso Lavitola, di Giampaolo Tarantini e della moglie per estorsione a Berlusconi - la conversazione in questione e' ''rilevante'' in quanto attesta la ''speciale vicinanza'' tra il premier e Lavitola e la ''natura dei rapporti'' tra i due, ''rivelandosi Lavitola impegnato sostanzialmente quale attivo e riservato 'informatore' su vicende giudiziarie che, benche' riguardanti terzi, appaiono di specifico e rilevante interesse dello stesso Berlusconi''.

Viene quindi riportato il contenuto della conversazione nella quale, scrive il gip, ''al di la' del merito delle considerazioni che provengono dal Lavitola, e' soprattutto di procedimenti giudiziari che egli discorre, riferendosi in particolare a quello condotto qui a Napoli sulla cosiddetta 'P4' nonche' ad altri potenziali procedimenti riguardanti fatti accaduti a Bari e di cui il Lavitola sembra avere notizie''.

E' Berlusconi a contattare Lavitola sull'utenza panamense di quest'ultimo alle ore 23 e 14 del 13 luglio facendosi introdurre da un tale 'Alfredo'. La telefonata dura piu' di 13 minuti, durante i quali si parla di vari argomenti, in particolare di vicende giudiziarie. E' in questo contesto che si coglie l'amarezza del premier.

''...anche di questo - dice Berlusconi, a proposito di alcuni aspetti della vicenda P4 - non me ne puo' importare di meno... perche' io ...sono cosi' trasparente..cosi' pulito nelle mie cose..che non c'e' nulla che mi possa dare fastidio..capito?..io sono uno..che non fa niente che possa essere assunto come notizia di reato...quindi..io sono assolutamente tranquillo...a me possono dire che scopo..e' l'unica cosa che possono dire di me...e' chiaro?..quindi io..mi mettono le spie dove vogliono..mi controllano le telefonate..non me ne fotte niente...io..tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei...da un'altra parte e quindi...vado via da questo paese di merda...di cui...sono nauseato...punto e basta..




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L'appello: le crepe minacciano il ponte abbandonato sul fiume San Leonardo

Corriere del Mezzogiorno

L'associazione «SiciliAntica» lancia un «sos» al Comune di Termini Imerese e alla Soprintendenza di Palermo


Il ponte sul fiume
Il ponte sul fiume


PALERMO - Nel degrado il settecentesco ponte sul fiume San Leonardo, tra Termini Imerese e Trabia, nel palermitano. A denunciare lo stato di totale abbandono in cui si trova la maestosa architettura è l’Associazione SiciliAntica con una lettera scritta al sindaco del Comune di Termini Imerese e alla Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo.

LA LETTERA - «Nonostante il monumentale ponte, alcuni anni fa sia stata sottoposto, da parte della Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo, ad un pregevole intervento di restauro conservativo – scrive nella lettera Alfonso Lo Cascio, della presidenza regionale di SiciliAntica - una assoluta mancanza di manutenzione e l’assenza di costanti lavori di pulitura ha trascinato nel degrado la superba opera architettonica. Larghe crepe si sono aperte nella zona dove la struttura stessa si collega al piano di campagna e che rischia, in un eventuale cedimento, di trascinare parte della lunga rampa laterale. Ulteriore preoccupazione destano inoltre alcuni elementi dell’arcata centrale che mostrano iniziali segni di distacco e che andrebbero attenzionati con grande cura».

I segni dell'abbandono
I segni dell'abbandono
LA STORIA - L’Associazione chiede un immediato intervento al fine di bloccare lo stato di degrado ed evitare il crollo di parte del monumento che giorno dopo giorno appare sempre più probabile. Il Ponte sul fiume S. Leonardo fu edificato nel 1721 sotto il regno di Carlo VI d’Asburgo dall’architetto regio Agatino Daidone. L’ardita architettura, con un’ampia arcata centrale a tutto sesto e una piccola arcata laterale, a schiena d’asino e con due rampe laterali perpendicolari al suo asse, fu innalzato dopo che sullo stesso corso d’acqua ne erano stati costruiti precedentemente altri, andati, per vari motivi, distrutti.

L’audace ponte in pietra arenaria ebbe principalmente lo scopo di rendere la struttura sicura nei confronti delle esondazioni del fiume, obiettivo raggiunto grazie alla realizzazione di alti piloni che contemporaneamente contribuivano a dare slancio e monumentalità all’opera. Possente e solida, fu ornata al culmine da un altorilievo scolpito nella calcarenite che ritraeva una figura umana dormiente, collocata sulla sommità dell’arcata principale con una breve iscrizione, quasi a giustificare il motivo stesso della sua edificazione: «Secura quiete». Per due secoli l’ingegneristica costruzione settecentesca ha assicurato il collegamento carrabile con Palermo. Nella prima metà del Novecento fu inserito da una rivista tra i dodici ponti più belli del mondo.



Fonte Italpress
24 agosto 2011
(ultima modifica: 25 agosto 2011)



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Ponte della morte», quest'anno 5 suicidi I residenti chiedono le reti di protezione

Corriere del Mezzogiorno


L'ultimo caso stamattina: una donna di 49 anni si è lanciata dalla struttura alle 11,40, inutili i soccorsi

Il Ponte Corleone
Il Ponte Corleone


PALERMO - Fotografie, fiori, pensieri scritti per essere resi indelebili come fossero impressi su una lapide. È l’atmosfera di un camposanto quella che si respira lungo i marciapiedi del ponte Corleone, in viale Regione Siciliana. Una sfilza di suicidi, apici della disperazione di chi ha deciso di farla finita lanciandosi nel vuoto, caratterizza in modo macabro quella struttura immersa nel degrado lungo la circonvallazione. Basti pensare che dall’inizio dell’anno ad oggi, sono state cinque le persone a togliersi la vita scavalcando la barriera di ferro per poi finire in quel burrone.

E questa mattina la tragedia si è ripetuta. L’allarme ai vigili del fuoco è arrivato alle 11.40. Poco prima era stato avvisato il 118: qualcuno, di nuovo, era stato visto a ridosso della ringhiera, un chiaro segnale di disperazione. Frazioni di secondo che non hanno permesso alle forze dell’ordine di impedire alla donna, una 49enne palermitana, il folle gesto. Il suo corpo senza vita è stato recuperato nella tarda mattinata: un triste iter per i vigili del fuoco, che negli ultimi mesi sono intervenuti più volte sul «ponte della morte».

L’episodio più eclatante risale a marzo, quando Giuseppe Parisi, un barista di 21 anni, ha investito a Mezzomonreale un bambino di 8 anni, credendo immediatamente di averlo ucciso. Il giovane ha così percorso qualche chilometro, proprio fino al ponte di viale Regione Siciliana, da cui si è gettato perché già tormentato dal senso di colpa. Ma ancora prima, a gennaio, un uomo di 70 anni si era lanciato nel vuoto in un momento di sconforto. A maggio è invece stata una giovane donna a togliersi la vita: poco prima aveva avvisato il marito tramite un sms. Soltanto un mese fa, infine, a compiere lo stesso disperato gesto è stato uno studente di 19 anni.

Ecco perché i cittadini adesso chiedono un provvedimento. Vogliono una recinzione, delle reti sottostanti. Proprio come dice la mamma del bambino investito a marzo, Laura Mirto: «Aiutatemi a fare installare delle protezioni lungo il ponte. Io ho sofferto per quello che è successo a mio figlio, ricoverato per diversi giorni in ospedale, ma il suicidio del ragazzo che l’ha investito è stato ancora più doloroso». Della stessa opinione, i titolari di un’attività che si trova proprio in quel tratto della circonvallazione: «Non condividiamo questo senso d’impotenza, né la trascuratezza di una struttura diventata meta di morte. Si può fare tanto per impedire queste tragedie, basterebbe collocare delle alte recinzioni, ma sappiamo già che le nostre richieste cadranno nel vuoto». Quello stesso vuoto dove hanno trovato la morte quei sorrisi, rimasti vivi soltanto in fotografia.


Monica Panzica
30 agosto 2011




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IPhone , il mistero dei prototipi smarriti

Corriere della sera

Modello della versione 5 dimenticato in un bar. Successe anche nel 2010 con il numero 4 della serie 



Un modello di iPhone4
Un modello di iPhone4
MILANO – Per la seconda volta, in concomitanza con il lancio dell'ultimo gioiello di casa Apple, un misterioso furto con tanto di caccia al ladro, passi falsi e personaggi con alibi di ferro inizia a fare il giro della Rete: l'iPhone 5, che non arriverà al pubblico prima del mese prossimo, sarebbe finito nelle mani sbagliate, dopo esser stato scordato sul tavolino di un bar. Troppe le analogie con il caso di un anno fa, così tante da non far venire neppure il dubbio, questa volta, che si tratti di una trovata di marketing un po' aggressiva per ricordare al mondo – impegnato a parlare delle dimissioni di Steve Jobs – che tra un mese bisogna correre nei negozi. Un anno fa la notizia ebbe una viralità dirompente, oggi invece, visto il periodo duro a cui l'azienda si affaccia, forse non avverrà lo stesso.

LA STORIA – Tutto sarebbe iniziato nel mese di luglio, come racconta CNet, in un bar di San Francisco, il Cava22. Qui sarebbe avvenuto l'abbandono del prototipo: forse un iPhone 5, forse una novità diversa, scordato da un ingegnere Apple all'interno di questo «tequila lounge». A due giorni dall'accaduto, Apple avrebbe contattato la polizia di San Francisco per denunciare la scomparsa di un oggetto molto prezioso. E la stessa Apple avrebbe poi rintracciato l'apparecchio: secondo l'azienda lo smartphone si trovava sulla collina di Bernal Heights, quartiere residenziale di San Francisco, al secondo piano di una casa indipendente. Qui vive un ventenne che avrebbe confermato di essersi recato al Cava22 la sera della sparizione, ma avrebbe negato di possedere il dispositivo. E in effetti, nella sua abitazione non ne compariva alcuna traccia. Il ragazzo non avrebbe ceduto neppure alle offerte degli impiegati Apple presenti alla perquisizione, che proponevano una lauta ricompensa per la restituzione dell'oggetto. Probabilmente però, sostiene Cnet, il ragazzo davvero non aveva più con sé il prototipo, poiché lo avrebbe venduto su Craigslist per circa 200 dollari, molto meno rispetto a quanto fu pagato lo scorso anno l'iPhone 4 perduto.

IL PRECEDENTE - Nell'aprile 2010 infatti era stata la volta del prototipo di iPhone 4, ancora segretissimo, incredibilmente scordato da un ingegnere in una birreria nei pressi di San Josè, in California. Il prototipo, ritrovato da due giovani e venduto poi per una cifra tra i 5mila e i 10mila dollari alla webzine Gizmodo, fu oggetto di uno scoop senza precedenti che fece la fortuna del magazine, le cui foto e i cui articoli rimbalzarono in tutto il mondo. Per gli esperti, fu semplicemente un modo spettacolare e tortuoso per dare l'esclusiva a un giornale molto seguito. Ma il giornalista di Gizmodo Jason Chen oltre alla gloria fu oggetto di una perquisizione casalinga, sequestro del Pc e un'accusa per furto di segreti industriali e danneggiamento dell'apparecchio (aperto e sezionato per capirne le novità), capi di imputazione oggi cancellati.



Eva Perasso
01 settembre 2011 12:09



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Gatto bulletto chiude l'«amico» nella scatola e non lo fa uscire-Video

Corriere della sera
Chiude in una scatola un altro micio e non lo fa uscire – YouTube

Sistema Pd: fattura che prova le maxi-tangenti alle Coop

Libero



Un tragico destino, talora, alberga nel cognome. “Penati” deriva dal latino penus, indica la mangiatoia, “tutto ciò di cui gli uomini si nutrono”. E come gli antichi “dèi Penati” venivan deputati alla preservazione della famiglia, Filippo Penati ex responsabile della segreteria di Bersani era il nume tutelare, il deus ex machina, il rastrellatore di fondi elettorali per la grande grassa famiglia dei Ds-Pd.

Questo secondo i piemme di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia, per i quali Penati avrebbe in anni, «creato un direttorio finanziario democratico (nel senso dei Democratici, ndr) che per un quinquennio ha sfruttato la funzione pubblica  a fini di arricchimento privato e di illecito finanziamento della politica...». Circa 12 milioni di tangenti  incassate tra il 1994 e il 2010. I sacrifici agli dèi Penati, in pratica, si facevano direttamente per il Partito. Notizia non inedita: l’aveva già anticipata Andrea Scaglia su Libero il 27 luglio scorso.

Ma oggi il settimanale Panorama fornisce le carte:  una scrittura privata firmata il 13 febbraio dalla società immobiliare milanese Cascina Rubina (di cui è azionista il principale accusatore di Penati, Giuseppe Pasini) e dalla Aesse di Modena il cui presidente l’avvocato d’affari palermitano Francesco Agnello è legato a filo triplo alle Coop rosse, come il suo socio modenese Giampaolo Salami. Tra i documenti affiorano fatture incassate da Aesse, tra cui quella di 1.549.370 euro per una semplicissima “presentazione di potenziali acquirenti”, una normale mediazione nell’affare dell’area Falck di Sesto che  “viene imposta da Penati a Pasini”, il quale accetterebbe le Coop come “snodo fondamentale per il buon esito dell’affare” e “per il loro rapporto organico coi vertici del Pd”.

 Le carte sono dunque l’anello mancante che condurrebbe alle cooperative emiliane. E le Coop sarebbero il veicolo della corruzione.  «È chiaro fin dall’inizio che (le Coop) debbano essere della partita per la costruzione del complesso immobiliare e che pretendono e ottengano provvigioni a fronte di contratti per prestazioni inesistenti, fatturate da Aesse e Fingest (l’altra società di consulenza coinvolta, pagata con 2,4 milioni, ndr) destinate a regolare i conti con la politica a livello centrale», scrivono i magistrati. Livello centrale.

Se esiste un livello centrale, si suppone ve ne sia anche uno periferico. Quindi esisterebbe una ragnatela d’illeciti: tutto uno sfarfallare di pagamenti dalla “valenza simulatoria”, di coperture per restituzione di fondi; ed è questo il motivo per cui la Procura indaga per concussione anche Omar egli Esposti vicepresidente del Consorzio cooperative costruttori. E senza «alcun fumus persecutionis» come ha onestamente ammesso a La7 Walter Vetroni.

I piemme appaiono determinatissimi. Al punto di sospettare un’altra “sponda corruttiva” nel costruttore Marcellino Gavio coinvolto nel filone  Milano -Serravalle. L’impianto accusatorio sarebbe talmente convincente da spingere i magistrati al ricorso contro la decisione del gip  Anna Magelli che ha trasformato l’ipotesi di reato da concussione  a corruzione, ammorbidendo la situazione di Penati. Penati pare che in questa azione di idrovora pecuniaria avesse perfino un nome in codice, “Primo”. Come, “primo tra i pari” essendo l’uomo tra i migliori organizzatori di campagne elettorali a detta dello stesso Bersani; o come - nota Panorama- Primo Greganti, il mitico “compagno G” che vide la Tangentopoli del ’92 dalle sbarre di San Vittore, avvolto dal dubbio se avesse rubato per sè o per il Partito.

Ah, il Partito. A parte le inquiete figure di Agnello e Salami, teste di ponte delle imprese delle cooperative rosse specie in Sicilia, il destino s’accanisce su parte della dirigenza dell’attuale Pd. Proprio mentre Massimo D’Alema chiosa su Penati: «il rischio di corruzione può essere dovunque», si profila all’orizzonte il  “clan dei pugliesi”: tre imprenditori che hanno fatto affari al nord. Renato Sarno, Enrico Intini e Roberto De Santis, il primo al centro di un’ inchiesta della Procura di Monza e gli altri due di quella di Bari non hanno fatto affari qualunque.

Ma un investimento di 100 milioni di euro in un progetto immobiliare a Sesto San Giovanni, a migliaia di chilometri di distanza. E i  tre, inoltre, sono finanziatori di Fare Metropoli, la fondazione che -guarda caso- fa capo a Penati. E fanno parte della Milano Pace spa, società immobiliare di Sesto i cui soci sono tutti rigorosamente di sinistra. De Santis, presidente-ad, è da sempre considerato vicino a D’Alema; di Intini e Sarno è stranoto lo stretto rapporto con Penati che nominò Sarno superconsulente alla società Milano-Serravalle. Le inchieste procedono.


di Francesco Specchia
01/09/2011




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Il truffatore nascosto nel mobile: sventato colpo da 850 mila euro

Corriere della sera

La stessa mazzetta di banconote, autentiche, veniva spostata da un cassetto all'altro per 17 volte


MILANO - Torna, in grande stile, un «classico» delle truffe: lo scambio di banconote nel cassetto, operato da una persona nascosta all'interno del mobile. Un po' come nel caso del «nano» nella scrivania. Stavolta una banda di quattro imbroglioni aveva tentato un grosso colpo: 850 mila euro, ai danni di un avvocato milanese. Ma gli è andata male: il professionista si è insospettito e ha avvisato la Guardia di Finanza, che ha scoperto il raggiro e li ha arrestati. L'avvocato, in cerca di un finanziamento per un'operazione commerciale, era entrato in contatto, tramite un sedicente intermediario, con un presunto finanziatore svizzero. Quest'ultimo proponeva di consegnare 850 mila in contanti, in banconote da 500 euro, e riceverne, contestualmente, 127.500 euro, in banconote da 50 euro, da parte del legale, a titolo di garanzia e interessi anticipati.


IL CONTEGGIO - All'appuntamento, fissato nella saletta riservata di un prestigioso hotel in zona centrale di Milano, si sono presentati due collaboratori del sedicente finanziatore e hanno incontrato l'avvocato e un suo presunto collaboratore: in realtà si trattava di un finanziere in borghese. Una volta effettuate le procedure delle formalità contrattuali, è cominciato il conteggio del denaro. A questo punto i truffatori hanno prelevato una mazzetta di banconote da 500 euro (autentiche) da un cassetto di un mobile presente nella saletta, l'hanno passata nella macchinetta conta soldi, hanno preso nota del numero di banconote e hanno riposto la mazzetta in un altro cassetto del medesimo mobile. Poi l'operazione è stata ripetuta fino ad arrivare al numero di banconote richiesto.

SEMPRE LA STESSA MAZZETTA - Sono stati i finanzieri a scoprire però che all'interno del mobile c'era una persona che, seduta su uno sgabello, spostava da un cassetto all'altro la medesima mazzetta di banconote: insomma, era una sola, che passava e ripassava per 17 volte. Alla fine del conteggio, nel cassetto c'erano soltanto mazzette di banconote palesemente false, per un totale di 850.000 euro. I quattro sono stati denunciati a piede libero per concorso in tentata truffa: sono un italiano residente a Genova, due italiani di origine croata residenti nella provincia di Milano ed un cittadino croato. Tre di loro avevano numerosi precedenti specifici. Nell'operazione i finanzieri hanno sequestrato inoltre 58.000 euro in banconote (autentiche) da 500 euro e di 1.912 banconote (palesemente false) da 500 euro, corrispondenti a un valore nominale di 956.000 euro.

Redazione online
01 settembre 2011 13:26

Cocktail alla fiamma al bar Due ragazze ustionate

Quotidiano.net

Le due ragazze, 20 e 24 anni, sono ricoverate a Verona e Treviglio. I due bicchierini erano troppo vicini e la quantità d'alcol ha dato luogo a una vampata unica





Ragazze in un locale (Newpress)

Bergamo, 1 settembre 2011



Ustionate da un cocktail: un singolare incidente mentre si trovavano in un locale ha fatto finire in ospedale due ragazze, una delle quali con gravi ustioni. E’ successo a Castel Rozzone, nella bassa bergamasca.

Le due giovani, una ventenne del paese a una 24enne di Treviglio, hanno ordinato un cocktail B52, che viene versato nei bicchierini da whisky e poi acceso in una fiammata. Il barista che li stava preparando li ha messi davanti alle due ragazze, una delle quali ha deciso appunto di dare fuoco con un accendino.

Ma i due bicchierini erano troppo vicini, e la quantita’ di alcol concentrato ha dato luogo a una vampata unica che ha investito le due giovani. La ventenne aveva indosso abiti sintetici, che hanno subito preso fuoco. Per fortuna ha avuto la prontezza di toglierseli subito, risparmiandosi danni piu’ gravi.

Ha comunque riportato serie ustioni a mani, collo e viso ed e’ ricoverata al Centro ustioni dell’ospedale civile maggiore di Verona. Ferite meno gravi per la sua amica: i suoi abiti in fibra naturale non si sono incendiati, ma ha riportato comunque delle bruciature per le quali e’ ricoverata all’ospedale di Treviglio.
fonte Agi




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A Pieve di Cadore l'annuncio sulla "prematura scomparsa della piccola impresa di montagna"

Quotidiano.net

Commercianti, albergatori e piccoli imprenditori ironicamente ringraziano, insieme alle loro famiglie, quanti vorranno partecipare ‘’alla cerimonia commemorativa’’




L'annuncio del funerale di Pieve di Cadore

Belluno, 1 settembre 2011



Dalle pagine del Gazzettino di Belluno, con un annuncio di mezza pagina listato a lutto per annunciare ‘’la prematura scomparsa della piccola impresa di montagna’’, commercianti, albergatori e piccoli imprenditori ironicamente ringraziano, insieme alle loro famiglie, quanti vorranno partecipare ‘’alla cerimonia commemorativa’’ che si terra’ questa sera alle 18 a Pieve di Cadore.

E’ previsto un corteo, al grido ‘’non chiacchiere ma fatti concreti’’, nella via centrale di Piazza Tiziano.



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Crisi, non diamo la colpa ai cinesi

Il Mattino

Il denominatore comune della crisi mondiale è uno solo: la Cina. Finchè non si chiudono le porte ai mercati cinesi la crisi non scomparirà. Non si può competere con chi lavora senza regole e senza il rispetto dell'ambiente. Nel mondo si lavora 8 ore al giorno con tutte le spettanze e le nostre aziende devono osservare tutte le norme di sicurezza ed ambientali.

Questo genera costi. È inutile dare incentivi se non c'e' il lavoro usurpato da costoro. Per il rilancio dell'economia mondiale bisogna tornare ad usare solo i nostri prodotti fabbricati in Italia ed in Europa bandendo quelli concorrenziali slealmente anche se molto scadenti di quelli cinesi. Inoltre per arginare il debito pubblico occorre rendere tutto scaricabile. L'evasione si ridurrà a zero. Via questi aumenti ridicoli dell'Iva anzi cosi facendo affluendo molto danaro allo Stato essa potrà essere ridotta insieme alla pressione fiscale. Bisogna stanare gli evasori totali. Non sarà poi tanto difficile toglierci questi parassiti da dosso.



Salvatore Leopoldo - NAPOLI



Caro Salvatore

ho più di un dubbio sul fatto che i cinesi e i loro dominio dei mercati siano la causa principale dei nostri mali in economia. Ricordo piuttosto che la crociata del ministro Tremonti per i dazi europei contro Pechino non ha fatto molti proseliti in Europa anche perché è difficile raccogliere l’acqua del mare con il cucchiaino da the. Intendo dire che la crescita esponenziale della Cina sui mercati è frutto di un processo irreversibile nel quale le principali industrie multinazionali hanno un ruolo determinante, dal momento che trovano più comodo e conveniente andare a produrre in terra cinese i loro pregiati e costosissimi prodotti.

Contro un prezzo così basso e concorrenziale del costo del lavoro è difficile per la vecchia Europa e per gli Stati Uniti stare al passo. Ed è quindi inutile cercare nel protezionismo la risposta. Anche perché il progressivo indebitamento delle ex superpotenze mondiali ha prodotto per esempio per gli Stati Uniti la non piacevole conseguenza che la Cina oggi è creditrice di larga parte del debito americano.

Come uscirne? Non sono un economista, né faccio l’indovino. Ma l’unica strada praticabile mi pare quella della pressione internazionale per il rispetto dei diritti e delle libertà nel Paese che fu di Mao. Potrebbe risultare quel granellino in grado di bloccare le ruote di un ingranaggio che oggi consente alte rendite e una crescita del prodotto interno lordo a costo dello sfruttamento della manodopera e del mancato riconoscimento dei diritti ai lavoratori. Quando questo avverrà il gigante Cina si fermerà da solo. Non credo che dovremo attendere troppo tempo.


Giovedì 01 Settembre 2011 - 10:30    Ultimo aggiornamento: 10:32



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Salsicce e hamburger in provetta Le staminali contro la fame nel mondo

Corriere della sera

Entro sei mesi il primo wurstel in provetta. All'inizio sarà pallido e molliccio. «Ma miglioreremo colore e sapore»


dal nostro inviato  
MONICA R. SARGENTI

LONDRA – La prima salsiccia in provetta sarà pronta entro sei mesi. Per ora l’aspetto non è dei più invitanti, pallida e molliccia, ma gli scienziati sono convinti che riusciranno presto a farla assomigliare a quella vera. E’ la rivoluzione che il mondo aspettava. Con l’arrivo della carne artificiale si potrebbe risolvere il problema della fame, ridurre in modo consistente l’inquinamento atmosferico e evitare inutili sofferenze agli animali.
ASPETTANDO L'HAMBURGER - Il prodotto è stato creato attraverso la coltivazione di migliaia di cellule staminali animali che sono stimolate a produrre tessuti muscolari. Il primo esperimento è stato fatto con i maiali ed entro un anno dovrebbe arrivare anche l'hamburger. Mentre la produzione di bistecche e filetti appare più complicata. Nei supermercati, comunque, la carne artificiale la troveremo solo in un futuro lontano: tra dieci o quindici anni. Il professor Mark Post della Maastricht University, che guida la ricerca, ha spiegato che per ora i costi sono esorbitanti: più di 220 mila euro per un hamburger. Ma una volta prodotta su scala industriale il prezzo potrebbe non essere diverso da quello che paghiamo oggi dal macellaio.
SENZA SANGUE, SAPORE INCERTO - Al momento il tessuto che è stato creato ha un aspetto grigio e molliccio: «Il colore – ha spiegato Post – è dovuto al fatto che non c’è presenza di sangue e molta poco mioglobina, la proteina che contiene il ferro. Ma stiamo cercando un modo per dare un aspetto rosso al prodotto». I grossi dubbi, però, sono sul sapore. Per ora nessuno ha assaggiato la salsiccia in vitro perché la legge vieta di consumare materiale creato in laboratorio da tessuti animali. Alcuni scienziati hanno assicurato che risolveranno il problema creando un nutrimento sintetico per le cellule staminali che darà il gusto della vera carne.
LOTTA ALLA FAME - L’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha previsto che il consumo di carne raddoppierà entro il 2050. Un dato che, secondo il professor Post, «rende il nostro prodotto l’unica strada possibile per ridurre la mancanza di cibo visto il costante aumento della popolazione». Secondo alcuni ricercatori con 10 cellule di muscolo di maiale si potrebbero avere 50mila tonnellate di carne in due mesi. Se diremo addio alla fiorentina, dunque, sarà per una buona causa: sconfiggere la fame nel mondo.

01 settembre 2011 12:29I



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Frosinone, maxi-truffa all'azienda sanitaria Cure mediche a 1500 pazienti già deceduti

di

I pazienti sono già deceduti da tempo, ma i medici continuano a prescrivere farmaci e a ricevere i contributi regionali per le prestazioni professionali. La maxi-truffa, scoperta dalla Guardia di Finanza, coinvolge più di 100 soggetti



Frosinone - Maxi-truffa sanitaria a Frosinone. I medici di base prescrivevano farmaci e preparavano ricette per pazienti morti da tempo, continuando a percepire i contributi regionali per le prestazioni professionali.
Il sistema, scoperto da un'indagine della Guardia di Finanza di Frosinone, coinvolgeva novanta medici di base, colpevoli di avere percepito i risarcimenti regionali, e 21 dirigenti dell'Azienda Sanitaria frusinate. Gli indagati, che non avevano denunciato la morte dei pazienti, com'è obbligo in caso di decesso, continuavano a ricevere fondi pubblici per le cure somministrate. Fino a 700 le prescrizioni a nome di un solo paziente non più in vita. Emblematico il caso di una paziente, che continuava a ricevere cure mediche, nonostante fosse deceduta 16 anni prima. Grazie alle indagini è stato possibile mettere mano agli elenchi degli assistiti della provincia di Frosinone. Dall'analisi è risultato che 5.500 dei 500.000 nomi presenti, sarebbero in realtà "pazienti fantasma", di cui non è nota l'identità - posto che siano ancora in vita - e per cui i rispettivi dottori ricevono tuttora un contributo.





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La satira è vietata se tocca Beppe Grillo: via un video dal web

di

Roma Premessa numero uno: ufficialmente la censura è opera di «staffGrillo», non di Beppe Grillo in persona. Premessa numero due: ci siamo già autoinsultati preventivamente, destino inevitabile per chi si permette di toccare l’universo dei grillini. Il fatto in sé è semplice. 
Se su You Tube si clicca «Beppe Grillo come fa?», video parodia sul comico genovese fatta dal duo Merighi-Troja (blogger del Fatto), non si apre un bel niente. Al posto della clip, compare invece un avvertimento: «Questo video non è più disponibile a causa di un reclamo di violazione del copyright da parte di StaffGrillo. Siamo spiacenti»
Il video che non si vede sfotte l’ideologia di Grillo e dei suoi apostoli («Ma Beppe Grillo sai che fa/ si fa una gran pubblicità/E il populismo instilla/ai giovani balilla/che gli van dietro di città in città» etc). Niente di che, la coppia di autori aveva fatto lo stesso o peggio con Alfano, con la Santanchè, con Berlusconi («Silvio non c’è»), con Bossi (sulle note di Goldrake, «Lanci allarmi ed abbai/ma non morderai mai/vaaa va vafantoculu, va!»), senza mai essere censurata dal web. La cosa invece è successa col video su Grillo, per un motivo formale piuttosto ridicolo: la violazione del copyright. 


All’inizio si riporta un pezzo di comizio di Grillo, pochi secondi, ma marchiati col logo dell’azienda di casa «beppegrillo.it». Quello è l’unico cavillo che può giustificare la rimozione di un contenuto non diffamatorio da You Tube, e quello ha usato lo staff di Grillo (forse i famosi e misteriosi Casaleggio, quelli che gestiscono tutta la comunicazione e il merchandising del comico-politico?). 
Ma se così fosse sarebbe ugualmente debole. Perchè Grillo è - come ha notato un altro blogger, Pasquale Videtta - un feroce nemico del copyright. Quando un video di Marco Travaglio fu rimosso dal web, in seguito ad un reclamo di Mediaset per violazione del copyright, Grillo fece fuoco e fiamme sul suo blog, con un post («Travaglio oscurato per copyright») in cui denunciava «la rimozione di centinaia di filmati di blogger, magari perfettamente legittimi, con la scusa del copyright». 
Questo perché, scriveva, «il copyright sulle parole e sui cittadini non è ancora stato introdotto per legge. In futuro, forse, per comparire su Internet bisognerà chiedere il permesso a Ghedini». Concetti già espressi in uno spettacolo a Bologna, nel 2006: «La conoscenza deve andare libera. I copyright, i diritti d’autore bloccano la ricerca, bloccano il progresso dell’umanità. Viva la pirateria! Viva la pirateria! Vaffanculo! Viva la pirateria!». 
Posto che il copyright sia il vero motivo della rimozione chiesta dallo staff di Grillo, è un caso che riguardi proprio un video che sfotte Grillo? Con la stessa motivazione che usa Mediaset con Travaglio? Non sarebbe la prima incongruenza nella parabola del comico. Ex distruttore di pc, poi guru della rete. Ex testimonial pubblicitario, poi distruttore dei mass media. 
Ex antipolitico, ora leader di un movimento che elegge consiglieri regionali, provinciali e comunali. Ex libertario anticensura che censura chi lo sfotte? Questo non si può dire. È probabile che i grillini siano più grillini di Grillo e abbiano agito (maldestramente) senza interpellarlo. 
Il leader però non si è dissociato, almeno sinora. I commenti dei grillini al video (rimosso) erano tutt’altro che lievi: «Co...ne!», «Balilla lo dici a tua sorella!», e via così. Altro paradosso: al movimento del comico sembra mancare il senso dell’umorismo. 

Senato, parametrati alla realtà i prezzi del ristorante Sull'invitante menu rincari per tagliolini e risotti

Quotidiano.net

Il senatore Benedetto Adragna, questore del Senato, comunica che è stato determinato un nuovo livello dei prezzi per i Senatori presso il ristorante




Il menù del Senato (Ap/Lapresse)

Roma, 31 agosto 2011



Il senatore Benedetto Adragna, questore del Senato, comunica che in relazione alla riunione del Collegio di questa mattina, adempiendo all’impegno preso con l’approvazione dell’ordine del giorno presentato da tutti i capigruppo in sede di esame del bilancio interno, hanno determinato un nuovo livello dei prezzi per i Senatori presso il ristorante.

Questi sono stati rapportati ai livelli di mercato, con incrementi in misura differenziata rispetto alla fascia di qualita’ dei piatti consumati, in tal senso in base a proiezioni effettuate, prendendo a riferimento i dati del trimestre maggio-luglio 2011, la spesa complessiva a carico dell’Amministrazione sarà ridotta di circa il 70%.

Nulla è stato deciso riguardo ai prezzi della mensa del personale, in quanto tale argomento sarà più correttamente affrontato con i sindacati in una riunione della Rappresentanza del Consiglio di presidenza per i problemi del personale, trattandosi di questione che riguarda appunto tutti coloro che lavorano in Senato, dai dipendenti dell’Amministrazione a quelli dei Gruppi, al personale a contratto e alle Forze di polizia.

Il Collegio ha poi impostato alcune linee guida per interventi volti ad attuare l’impegno prioritario assunto in sede di esame del bilancio interno, consistente in una rilevante riduzione delle spese del Senato nel triennio. A tale fine, tra l’altro, si e’ deciso di sottoporre alla valutazione del Consiglio di presidenza un pacchetto di proposte rigorose in tema di servizi assicurativi per i senatori.




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Su Google Earth la caccia al tesoro più grande del mondo

La Stampa

Il viaggio virtuale intorno al pianeta consente di vincere 50.000 euro
ROBERTA MARESCI
ROMA

Su Google Earth, parte la caccia al tesoro più grande del mondo. In premio, un mare di soldi: 50mila euro, a chi trova l’El Dorado. Un punto ben preciso del globo, da scovare nella mappa interattiva. Altro che una vita di lacrime e sangue dietro una scrivania, a timbrare cartellini e distillare “sissignore” al proprio capo. Se volete cambiar vita e calarvi per un bel po’ di giorni nei panni di Paperon de’ Paperoni, basta comprare un libro, registrarvi su un sito e risolvere enigmi.

Chi ha pensato a vestire i panni di un predatore alla Francis Drake, il corsaro della regina Elisabetta, che aveva man salva nel ripulire i convogli nemici carichi di ogni ben di Dio, metta da parte lo spirito un po’ spregiudicato e si armi di carta, penna e un computer.
A queste condizioni, se baciati dalla fortuna, chiunque può metter le mani sul bottino. Il concorso inizia alle 23,59 (ora di Greenwich) del 31 agosto e termina la mezzanotte del 31 marzo 2012. Per partecipare dovete prima registrarvi al sito www.jointhetreasurehunt.com, già attivo. Poi procurarvi gli enigmi, distillati nelle pagine del libro "La caccia al tesoro più grande del mondo" (Sonda Editore, pag. 32, 24,90 euro) disponibile dalla fine del mese in libreria, oppure nella versione ebook (9,90 euro) già scaricabile  dal sito www.sonda.it/caccia-al-tesoro.

Il resto è affidato a quattordici fotografie degne di un Salvator Dalì onirico. A guardarle bene sembrano campate in aria, ma le ha studiate in ogni dettaglio Tim Dedopulos, ideatore di fama internazionale di puzzle rompicapo su Twitter, patito di Cabala. Cosa vorranno mai dire un animale che somiglia a un cerbiatto, ma ha le ali, accanto a un calice di vino, un quadro appeso nel vuoto nella parte opposta e dei dadi? Sono indizi. Riconducono a un oggetto, un luogo della Terra, una citazione forse. Qualche “aiutino” si sa già sarà dato sul sito www.jointhetreasurehunt.com, ma solo ai cercatori d’oro iscritti al concorso. E mentre c’è chi si diverte a mettere in guardia su qualche indizio distillato anche con l’intento di depistare, altri in Inghilterra interrogano il cielo pur di trovare la risposta giusta. Per scommettere. Pur di vincere. Uso comune anche dalle nostre parti, dove qualcuno pensa a lanciare un Rischiatutto “su misura”. Intanto è blindato il mistero sulle soluzioni che, combinate fra loro, condurranno in quell’unico posto localizzato su Google Earth.

Neppure l’Indiana Jones più agguerrito può indovinare, tra le migliaia, il granello di sabbia dove conficcare il piccone. Forse sarà un punto nell’Oceano, un fiocco di neve nel Polo o un filo d’erba nel deserto. Di certo si sa solo che il vincitore sarà annunciato durante una conferenza stampa nell’aprile 2012.




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Il "sistema Sesto" tocca Roma E spunta pure il clan D’Alema

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Un’insolita triangolazione che dalla Puglia passa per Sesto San Giovanni e arriva a Roma. E un piccolo clan di affaristi vicini a Massimo D’Alema che ha investito nel grande affare della riqualificazione della Stalingrado d’Italia, e finanziato la "cassaforte" di Filippo Penati. La storia - ricostruita dal settimanale Panorama - riguarda tre soci della Milano Pace spa, nata nel dicembre del 2003



Milano - Una strana geografia di interessi. Un’insolita triangolazione che dalla Puglia passa per Sesto San Giovanni e arriva a Roma. E un piccolo clan di affaristi vicini a Massimo D’Alema che ha investito nel grande affare della riqualificazione della Stalingrado d’Italia, e finanziato la «cassaforte» di Filippo Penati.
La storia - ricostruita dal settimanale Panorama - riguarda tre soci della Milano Pace spa, nata nel dicembre del 2003. Sono Renato Sarno - l’architetto indicato da Piero Di Caterina come «il collettore e gestore degli affari di Penati e Vimercati», nonché potente funzionario in Serravalle tra il 2005 e il 2010 -, Enrico Intini (indagato a Bari per turbativa d’asta nel settore della sanità e azionista di maggioranza della Milano Pace), e Roberto De Santis, anche lui nel mirino dei pm per gli appalti nel sistema ospedaliero pugliese. I tre investono circa 100 milioni di euro in un progetto immobiliare a Sesto San Giovanni, per realizzare 20mila metri quadri di negozi e appartamenti. E si cautelano. Sarno, De Santis e Intini, infatti, sono fra i finanziatori di «Fare Metropoli», la fondazione di Filippo Penati.
De Santis, presidente e ad della società, è un dalemiano doc. Classe ’58 nella Figc conosce D’Alema, allora segretario dei giovani comunisti. A lui, nel 1994, Da Santis vende Ikarus, la barca che più di un grattacapo causerà all’ex segretario dei Ds, per poi presentargli Gianpaolo Tarantini, indagato nello scandalo della sanità pugliese. Dopo l’esperienza con il Bingo - a cui proprio D’Alema diede il nulla osta per l’Italia - De Santis si avvicina a Enrico Intini, titolare del grupo «Intini di Noci», e diventano soci nella In Tour srl. Ma nel cda della Milano Pace siede anche Salvatore Castellaneta, avvocato barese dalla cui masserizia D’Alema annunciò ai giornalisti la «scossa» per il governo Berlusconi. Ovvero, la vicenda della escort Patrizia D’Addario. Ed è nel suo ufficio - scrive ancora Panorama - che Tarantini incontra Intini, il quale gli chiede di presentargli il capo della protezione civile Guido Bertolaso. Intini cerca agganci per la sua «Sma», azienda che si occupa di antincendio. E che finanzia la fondazione di Penati.
Sul fronte delle indagini, intanto, emergono altri nomi dal sottobosco della sinistra che sarebbe stato coinvolto nel «sistema Sesto». I verbali sono contenuti nel ricorso al tribunale del Riesame presentato dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia. Il 14 marzo scorso Di Caterina ricorda: «Durante la campagna elettorale, credo del 1993, sia Penati che Vimercati mi chiesero di sostenerli facendo campagne elettorale a loro favore». «Dopo qualche tempo - prosegue l’imprenditore - certamente dopo il 1994 perché era nata Forza Italia, Penati e Vimercati mi chiesero sostegno finanziario per le esigenze del partito». Così, Di Caterina si impegna a «elargire 20, 30 milioni di lire al mese all’inizio. Non ho mai avuto dubbi che i soldi servissero per il partito a Sesto e per la federazione milanese».
E qui arrivano i nomi nuovi dell’inchiesta. Il primo è quello di Giuseppe Carrà, «che all’epoca era il capo effettivo dei Pds a Sesto San Giovanni, su indicazione di Vimercati». A lui, spiega la «gola profonda», «ho consegnato due volte 100 milioni di lire». Altro denaro viene consegnato «personalmente a Vimercati, a volte alla presenza di Penati». Che fine fanno quei soldi? Altro nome nuovo. «Le somme date a Vimercati sono in parte finite a Giancarlo Castelli, che all’epoca era segretario del Pds a Sesto». Il 9 maggio scorso, davanti ai pm, rincara la dose.
«I prestiti che ho fatto a Penati erano prestiti alla politica». E un altro personaggio entra in scena. «Anche Bertoli - aggiunge l’imprenditore - può essere inserito in questo gruppo, in quanto ex parlamentare dei Ds e in quanto, in un paio di occasioni, mi chiese di andare da Schwarz (Daniele Schwarz, ad del gruppo Multimedica, ndr), per ritirare contributi alla fine degli anni ’90». Ora Marco Bertoli, attuale direttore generale del Comune di Sesto e deputato del Pci nel 1976, è indagato con l’accusa di finanziamento illecito ai partiti. In un’intercettazione del maggio scorso, Bertoli spiega che bisogna rassicurare «i bolognesi (le coop, ndr)» che «se hanno bisogno del Comune, il Comune è qui, per andare avanti nell’istruttoria tecnica siamo sempre qui». Indagato per corruzione, poi, anche l’ingegnere Michele Molina, esperto nello sviluppo di centri commerciali, che avrebbe avuto un ruolo nel business urbanistico di Sesto.
Le indicazioni fornite da Di Caterina - scrivono i pm - «sono ampiamente sufficienti a integrare il reato di finanziamento illecito dei partiti», e quelle dell’imprenditore devono essere considerate «informazioni dotate di ampia credibilità». E ora è a caccia della «pistola fumante». Quella che potrebbe trovare nell’affare Serravalle. I pm, infatti, hanno disposto una nuova consulenza per accertare se il passaggio di azioni dal Gruppo Gavio alla Provincia di Milano sia stato congruo (come scritto in una perizia del 2005 disposta dalla Procura di Milano), oppure - come ipotizzano gli inquirenti - abbia nascosto una stecca milionaria.




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E' sparito il braccio destro di Bersani

Il Giorno


Pubblicato da Giovanni Morandi Gio, 01/09/2011 - 07:04


NOTAVO leggendo le cronache sull’inchiesta Penati sulle presunte tangenti intascate dall’esponente del Pd un crescendo di vaghezza, che sempre di più circonda questo uomo politico, che fino a poco tempo fa era sugli altari e che ora è caduto nella polvere tanto che dalla lettura dei quotidiani non si capisce più di chi figlio sia.

Tansini Talarico, Pavia


I TITOLI di merito sono inversamente proporzionali alla gravità delle inchieste. Così è successo a Penati, che all’inizio dell’indagine poteva contare su definizioni di questo tipo: indagato il braccio destro di Bersani, perché era considerato se non il delfino un uomo a lui molto vicino, poi s’è dovuto accontentare di essere indicato come ex braccio destro di Bersani, passano i giorni, le settimane, i mesi e il povero Penati è diventato l’ex presidente della Provincia di Milano, poi declassato a dirigente del Pd, poi a ex dirigente del Pd e infine al solo Filippo Penati senza nemmeno il legittimo titolo di professore di educazione tecnica. Così Penati in disgrazia è diventato un Signor Nessuno. Filippo chi? Non lo chiamano più nemmeno ex sindaco dell’ex Stalingrado d’Italia, che pure era una cosa che lo mandava in bestia.




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