venerdì 26 agosto 2011

L'evasore Sergio "Minchionne" paghi le tasse prima di parlare.

I segreti della casta


L'ad della Fiat Sergio Marchionne ci comunica urbi et orbi il suo sostegno alla discesa in campo di Montezemolo.
E' solo l'ultima esternazione di un signore che guadagna da solo quanto un ramo del parlamento e che non si accontenta di fare il top manager che più top non si può. Pensare solo ai soldi, alla Borsa, a come spremere meglio i lavoratori, può diventare attività alienante. Così Marchionne da tempo ormai dispensa agli italiani con grande spocchia lezioni un pò su tutto. Ormai ci siamo abituati a leggere e ascoltare le dichiarazioni e gli ultimatum che rilascia con il tono e il ruolo da papà severo.

Marchionne rifila a 360 gradi paternali da tecnocrate internazionale:  il moralista che sferza il lassismo popolare, che ci richiama al senso del dovere, all'etica del lavoro e della responsabilità, che ci prende a calci in culo ma a fin di bene, per renderci competitivi ecc. ecc.
Quello che però è incredibile è che nessun editorialista italiano sottolinei una cosa banale, un segreto che tale non è come quasi tutto ciò che ha a che fare con il potere e la sua arroganza: ma da quale pulpito parla Marchionne?

Sulla base di quale autorità morale ci rompe i coglioni? In base a quale comportamento di cittadino modello pretende di indicarci il nome del prossimo leader del paese? Ma chi è Marchionne?
La risposta è semplice: uno che, al contrario di milioni di onesti lavoratori italiani e extracomunitari, non paga un euro di tasse in Italia.

Un furbetto che invece di risiedere a Torino e dintorni ha preso la residenza in Svizzera per evadere il fisco e poi viene a dettar legge ai lavoratori e alla politica tutta
.
Dà l'idea del servilismo della stampa italiana che nessun editorialista blasonato si rivolga all'ad della Fiat con un invito alla decenza: caro Marchionne se vuole fare il fustigatore dei vizi italici cominci almeno a pagare le tasse in Italia!

L' "imboscato fiscale" Marchionne ricorderà sicuramente lo slogan della rivoluzione a stelle e strisce: no taxation without rappresentation. A lui si adatta perfettamente: prima di fare discorsi alla nazione paghi le tasse come fanno i suoi operai e impiegati.
La sacrosanta incazzatura che suscita la casta non dovrebbe mai farci dimenticare che vi è un'altra categoria ancor più perniciosa che quando scende in campo moltiplica per 100 i vizi della politica nostrana.

Visti i risultati di venti anni del miliardario Berlusconi in politica, adottiamo un altro riccone magari come leader dello schieramento antiberlusconiano. Il masochismo italico è talmente forte che non dubito che lo scenario possa concretizzarsi. Morto un miliardario se ne fa un altro...




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Spettacolare volo di un oggetto celeste nel cielo di Cuzco in Perù

Il Mattino

CUZCO - Spettacolare volo di un meteorite (o altro?) nel cielo dell'antica città sacra di Cuzco in Perù. Un volo interminabile e soprattutto di giorno, con una lunga coda fiammante. Ora si cerca di individuare il punto in cui l'oggetto celeste è precipitato.



Venerdì 26 Agosto 2011 - 10:59    Ultimo aggiornamento: 14:49



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Nel Padovano un ristorante rifà il menu del Senato Riso all'inglese e tagliolini casalinghi a 1 euro e 60

Quotidiano.net

Per chi si affida alla cucina de ‘Il pioppeto’ e ‘Dalla Mena’ a Romano d’Ezzelino può gustare del riso all’inglese o tagliolini casalinghi ad un euro e 60 centesimi, ma può strafare spendendo due euro e mezzo per degli spaghetti pomodoro e basilico




Il menù del Senato (Ap/Lapresse)

Roma, 26 agosto 2011



I privilegi dei senatori, almeno a tavola, possono essere alla portata di tutti in un paio di ristoranti del vicentino che hanno introdotto alcuni piatti a prezzo calmierato stile Palazzo Madama.

Così - come riferisce Il Gazzettino - per chi si affida alla cucina de ‘Il pioppeto’ e ‘Dalla Mena’ a Romano d’Ezzelino può gustare del riso all’inglese o tagliolini casalinghi ad un euro e 60 centesimi ma può strafare spendendo ben due euro e mezzo per degli spaghetti pomodoro e basilico.

Il ‘’Menu del Senato’’, come e ‘ stato battezzato dal titolare dei ristoranti Sergio Dussin, è' una provocazione lanciata fina dal primo di agosto ‘’un segnale - avverte - per far capire le disparita’ e i privilegi che affossano l’Italia, mentre le imprese come le nostre creano occupazione e devono garantire gli stipendi ai loro collaboratori e noi ne abbiamo 40’’. ‘’Certo non posso offrire la spigola ai prezzi di Palazzo Madama - rileva (5,23 euro) - altrimenti dovrei vendermi l’auto’’. A parte il 5% dei primi a prezzo senatoriale il resto del menu dei due ristoranti e’ a prezzo normale quelli ‘’di un ristoratore - dice Dussin - che paga le tasse’’.





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Frontale con un cervo Centauro preso a cornate

Quotidiano.net

L’ungulato di 200 chili ha attraversato la strada mentre transitava in sella allo scooter




Alberto Bevilacqua, il comasco ferito da un grosso cervo (Cusa)

Schignano, 26 agosto 2011


«Mi è andata bene. Più passano le ore, più mi sto rendendo conto del rischio che ho corso» Alberto “Ermy” Bevilacqua, 45 anni, dipendente dell’Econord, mercoledì come tutte le mattine, alle 5.40, si stava recando al lavoro a Porlezza sul suo scooter Gilera Runner 180. Mai si sarebbe aspettato quel che poi è realmente accaduto in pochi secondi. «Sono stato urtato da un cervo che pesava sui 200 chili, secondo una mia prima impressione. Era enorme, è sbucato all’improvviso dal bosco e non mi ha dato nemmeno il tempo di abbozzare una frenata.

È accaduto in località Cassinèta, tra Schignano e Cerano. Sono finito a terra. Meno male che avevo il casco: il cervo ha proseguito la sua corsa come se nulla fosse». L’impatto è stato violento. Alberto Bevilacqua, che è anche il commissario della locale Croce Rossa, si è subito recato al Cof di Lanzo d’Intelvi per accertamenti. «Ho male dappertutto - spiega - ho picchiato il naso, la testa, le braccia e le gambe. Ho gli occhi pesti. È stato un urto davvero tremendo, è come se avessi fatto un frontale».

La prima prognosi dei sanitari di Lanzo è di 10 giorni. Nell’impatto si sono rotti il casco (in cui sono peraltro evidenti i segni lasciati da una delle corna del cervo) e gli occhiali da sole. Ingenti anche i danni riportati dallo scooter. Alberto Bevilacqua, nonostante le contusioni trova il modo di sdrammatizzare: «Almeno io ho provato a fermarmi, il cervo no. Ha tirato dritto ed è sparito nel bosco. È andata bene, anche se ora i postumi si fanno sentire».

La testimonianza del quarantacinquenne schignanese è stata raccolta nel tardo pomeriggio di mercoledì dagli agenti della Polizia locale della Provincia sezione venatoria. «Soprattutto nelle ore notturne e al tramonto in particolare, i cervi scendono verso i pascoli in cerca di cibo e in quel momento bisogna davvero prestare molta attenzione - fanno sapere dalla Polizia locale di Villa Saporiti - non c’è dubbio che in questo caso si sia trattato di un esemplare maschile vicino ai 200 chili. È possibile che il cervo sia stato spinto sulla provinciale da un branco di cani randagi. Ve ne sono purtroppo tanti».


di M. P.






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Il figlio Daniele Franceschi morì in carcere Lei si incatena all'Eliseo

Quotidiano.net

La battaglia di Cira Antignano: "La Francia dica la verità". E Carlà promette un incontro




Daniele Franceschi morto in carcere in Francia (Foto Umicini)

Viareggio, 26 agosto 2011



Ieri, un anno fa, in una cella del carcere di Grasse, in Costa Azzurra, moriva il carpentiere viareggino Daniele Franceschi, 36 anni, padre di un bambino di 9: era dentro da alcuni mesi con l’accusa di uso improprio di carte di credito in un casinò. Una morte sulla quale, a distanza di un anno, pesano ancora dubbi. Ombre. Troppe. Un infarto? Se sì, perché nessuna cura nei giorni precedenti il decesso, quando il giovane denunciava al personale medico dolori al petto? E i soccorsi al momento del malore? E ancora: quando verranno restituiti alla famiglia gli organi del ragazzo, trattenuti nei laboratori francesi dove sono stati effettuati gli esami tossicologici?

Tutte domande per rispondere alle quali ieri c’è stata l’ennesima azione clamorosa della madre di Daniele, Cira Antignano, che si è presentata di prima mattina a Parigi davanti all’Eliseo e, indossando la maglia con la foto del figlio e la scritta "Verità e Giustizia", si è incatenata, richiamando l’attenzione della Gendarmerie. Un blitz (seppure annunciato) simile a quello compiuto nell’ottobre 2010 davanti al carcere di Grasse, quando la donna addirittura finì nel mirino della Procura francese per avere offeso le autorità d’oltralpe (gridava davanti al carcere, chiedendo giustizia per il figlio), salvo poi essere prosciolta per motivi umanitari. Poco dopo quell’azione, Cira aveva scritto alla moglie del presidente Nicolas Sarkozy, Carla Bruni, che le aveva risposto: "La giustizia francese non la deluderà". Dopo, più niente. Quindi, la decisione di andare all’Eliseo, a casa della coppia presidenziale.

"Quando ci hanno visto lì — ci ha raccontato l’avvocato Aldo Lasagna, con Cira a Parigi — si sono subito scaldati: i gendarmi ci hanno ‘invitato’ ad allontanarci". Poi, però, grazie all’intervento di un alto funzionario dell’Eliseo, che ha spiegato a Cira e al legale che i coniugi Sarkozy-Bruni erano fuori sede, la tensione è rientrata e i due sono stati fatti entrare nel Palazzo. "Ho consegnato al funzionario un’altra lettera per la signora Bruni — ci ha spiegato Cira per telefono, subito dopo l’incontro — e lui mi ha garantito che, presto, sarà fissato un incontro con la première dame e il presidente". Poco dopo, la donna e l’avvocato hanno parlato con il console generale d’Italia, Luca Maestripieri (che peraltro, combinazione, è un viareggino), che ha promesso l’interessamento del Consolato sul caso-Franceschi. Ora, mentre si attende l’ultima perizia francese sulla vicenda (cioè quella del "nesso causale", che dovrebbe indicare eventuali responsabilità sulla morte di Daniele), mamma Cira rientrerà in Italia. Pronta, però, "a tornare all’Eliseo — ci ha detto — se la coppia presidenziale non onorerà l’impegno preso...".


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di Marzio Pelù




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Mr. Ikea, un vero nazista anche dopo la guerra"

La Stampa

velazioni in Svezia sul fondatore del gigante dei mobili economici

FRANCESCO S.ALONZO



STOCCOLMA

Di lui si era già parlato in passato come di un giovane e ingenuo seguace del nazismo svedese, ma in un libro appena uscito, dal titolo «E nel Wienerwald sono rimasti gli alberi», la giornalista televisiva Elisabeth Aasbrink rivela particolari che addossano al fondatore di Ikea (l’azienda dei mobili a basso prezzo), l’ottantacinquenne Ingvar Kamprad, responsabilità ben più pesanti che, sia pure appartenendo a un’epoca passata, gettano su di lui ombre oscure che difficilmente possono essere diradate.

Nel libro della Aasbrink si rivela che Ingvar Kamprad non solo era iscritto al partito nazionalsocialista svedese con la tessera numero 4.014, ma faceva parte del gruppo d’azione Sss che aveva il compito di arruolare nuovi camerati, fra il 1941 e il 1945. La sua ammirazione per il leader del nazismo svedese, Per Engdahl, era sconfinata ed egli continuò ad aderire al partito neonazista che Engdahl fondò dopo la fine del secondo conflitto mondiale con la denominazione di «Nysvenska rörelse» (Movimento nuovo svedese) che divenne la fucina di movimenti di estrema destra. Kamprad ammirava a tal punto Engdahl che in una recente intervista concessa appunto alla Aasbrink lo aveva definito «un grande uomo», pur asserendo di non condividerne le teorie naziste. Elisabeth Aasbrink presenta, nel suo libro, dossier sino ad ora segreti dei servizi di sicurezza svedesi nei quali Ingvar Kamprad, già nel 1943, ossia quando aveva appena diciassette anni, era definito «nazista».

Durante gli Anni Cinquanta, il Movimento nuovo svedese non seguiva le classiche linee naziste e anziché sulle differenze razziali si basava sulla cultura, attenuando l’atteggiamento antisemita. Heléne Lööw, docente di storia all’università di Uppsala, spiega: «Intorno agli Anni Trenta-Quaranta, erano molti i giovani che cercavano un’identità politica ed erano facili prede della propaganda. Anche nei primi Anni cinquanta, si verificò un sbandamento sulla scia del contrasto fra Est ed Ovest. Ma il fatto che Kamprad abbia aderito, fino al 1955, al movimento neonazista approfondisce la conoscenza del suo carattere ed è strano che egli non ne abbia parlato prima, quando furono rivelate le sue simpatie giovanili per il nazismo. L’Ikea è quasi un'istituzione nazionale svedese ed è interessante discutere di questa materia».

Nel libro si parla di un ragazzo ebreo che, sfuggito allo sterminio, fu assunto come garzone dalla famiglia Kamprad e di come Ingvar fosse rimasto legato a lungo a lui da una profonda amicizia. «E io volevo sapere spiega la Aasbrink - come fosse possibile essere amico fraterno di un ragazzo ebreo e allo stesso tempo ammirare un tipo come Engdahl che era il massimo esponente svedese dell’antisemitismo e un acerrimo nemico della democrazia. Ma Kamprad mi disse: lo considero un grande uomo e continuerò a farlo per tutta la vita». Sarebbe stata la nonna di Ingvar, Fanny Kamprad, originaria dei Sudeti, a destare nel futuro fondatore del colosso mondiale Ikea l’ammirazione per Adolf Hitler, che aveva restituito alla Germania la sua terra natale, ridando ordine al Paese. Kamprad ricorda che in casa della nonna giungevano riviste eleganti a colori che, sotto la regia di Joseph Goebbels, illustravano i miracoli del nazismo. L’impegno politico fra i 15 e i 26 anni viene definito dallo stesso Kamprad «un peccato di gioventù» e qui in Svezia sono in tanti a dire che la ragione della «persecuzione» di Kamprad affonderebbe le radici nel desiderio di mettersi in mostra da parte di giornalisti e scrittori e nell’invidia.

Contrariamente a quanto si è verificato in passato, quando si gettavano addosso ad Ingvar Kamprad accuse di ogni genere, l’Ikea si è trincerata dietro un «no comment» che suona stonato. Bertil Torekull, che scrisse a suo tempo la biografia di Kamprad, dice: «Ingvar è per i massmedia svedesi un lecca-lecca che difficilmente si vuole lasciare. Ma non credo che queste nuove rivelazioni danneggeranno l’Ikea. Quando il giornale Expressen svelò, verso la metà degli Anni Novanta, l’appartenenza di Kamprad al partito nazista, Ingvar inviò i suoi più alti funzionari a contattare la più importante lobby ebrea negli Stati Uniti, temendo un boicottaggio. Le sue scuse e la spiegazione che si trattava di un peccato di gioventù furono accettate e i suoi negozi non furono boicottati, non solo ma Ikea ha addirittura aperto un grande magazzino del mobile in Israele. Ma ho paura che certi personaggi che vogliono mettersi in mostra non lasceranno in pace Ingvar Kamprad finché egli sarà in vita».



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Viziati e strapagati I giocatori meritano solo una pedata

Il Tempo

Dovrebbero essere i tifosi a incrociare le braccia per protesta.


Calcio Il simbolo dell’ipocrisia? I calciatori. Eto’o, sbarcato in Russia per giocare con una squadra ignota ma ricchissima, ha detto: non vengo per denaro, mi interessa il progetto. Cosa c’è di più interessante di 20 milioni di euro l’anno? Così i calciatori sciopereranno nella prima di campionato non per dei princìpi ma per avidità.  La contesa è su un ipotetico contratto collettivo. Eppure non c'è atleta che non abbia un procuratore, un ufficio legale e un contratto preciso in ogni dettaglio.

Stipendio, premi, bonus per lo sfruttamento dell'immagine, diritti. Tutto è precisato e pagato. Ben pagato. Come non dar ragione al presidente Beretta quando dice degli scioperanti in mutande: hanno retribuzioni da amministratore delegato e vorrebbero diritti superiori a quelli degli operai della catena di montaggio. Eppure dicono che non sono i soldi il problema. Ma allora perché non vogliono assicurare che pagheranno il contributo di solidarietà? Il problema in fondo è questo. Inutile che dicano il contrario. Loro quel contributo in realtà non vogliono pagarlo o comunque vogliono trattarlo con le società. Ma quale categoria ridiscute il contratto per il fondo di solidarietà?

Nessuna. A chi verrebbe in mente di andare dal proprio datore di lavoro e dire: questo lo paghi tu? Sai che pernacchie riceverebbe. I calciatori no. Questa classe eletta, persone che guadagnano in un anno quello che molti professionisti prendono in una vita, non si vergognano nemmeno un poco. Chiedono e minacciano. Così il presidente della Federazione gioco Calcio, Abete, arriva perfino a proporre un fondo di 20 milioni messo a disposizione per eliminare il contenzioso. L'intenzione di Abete nasce dalla preoccupazione di disinnescare la bomba dello sciopero.

Mettendo sul piatto quei soldi sperava di convincere le società di calcio a firmare l'intesa con la garanzia che non correrebbero il rischio di dover mettere mano al bilancio. Bene ha fatto la Lega calcio a dire no. È una questione di giustizia, di decoro. Se il mercato porta dei giocatori di calcio a guadagnare tanto non siamo qui a scandalizzarci, ma le tasse, giuste o ingiuste che siano le paghino come gli altri. Si immergano nella realtà. Così il tentativo di Abete e gli appelli di Petrucci sono caduti nel vuoto. Lo scopo era lodevole, quello di garantire la partenza del campionato. Il gioco del calcio non è solo divertimento, non è soltanto l'argomento preferito di discussione per milioni di italiani.

È una vera industria che muove grandi risorse, un meccanismo che coinvolge le tv e la pubblicità. Ma dare garanzie che nessuno altro ha sarebbe stato un pessimo segnale per il Paese. Un precedente pericoloso. Così resta il braccio di ferro. Per disennescarlo basterebbe che i calciatori, senza ambiguità, si facessero carico di pagare di tasca propria il contributo. Se lo facessero darebbero un segnale forte di responsabilità. C'è un altro punto, più tecnico che alimenta la discussione: la possibilità o meno dei dirigenti di allontare dal gruppo qualche atleta. Ma parliamoci chiaro, questo non significa toccare le retribuzioni. Per il sindacato calciatori non si può isolare una persona dai compagni e farlo allenare separatamente.

Ma quanto sono sensibili questi signorini. Si fanno fare dei contratti ricchi, se poi non rendono per quello che sono pagati, non fanno sconti. I soldi li vogliono tutti anche se la domenica vanno alla stadio, ma in tribuna. E se invece rendono di più ecco arrivare i procuratori per reclamare una revisione del contratto, e spesso le società devono cedere. Non hanno difese, nemmeno quello di mettere «fuori rosa». Diritti a senso unico. Solo per loro. Per i più ricchi dipendenti del mondo. Altro che attaccati alla maglia come ripetono con retorica. Sono attaccati solo allo stipendio, e che stipendio. Che scioperino pure. Se lo facessero i tifosi di calcio, quelli che pagano questo baraccone, altro che veline e Ferrari. I ragazzi viziati dovrebbero lavorare. Gli farebbe bene.


Giuseppe Sanzotta
26/08/2011




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Penati e le tangenti, i pm: «Si è comportato da delinquente»

Corriere della sera

«Passeggiata antimicrospie con Pasini» «I soldi di Binasco al Pd? Non è certo»



Filippo Penati
Filippo Penati
MILANO - Una passeggiata di Filippo Penati. Recente, a metà maggio. Sotto la sede della Regione Lombardia. Con il costruttore Giuseppe Pasini, proprio uno dei due imprenditori che a quell'epoca lo stavano già accusando davanti ai magistrati: ecco cosa, in termini di «inquinamento probatorio», ha rischiato di costare al dirigente pd l'arresto, evitato invece solo per la differente qualificazione giuridica delle tangenti (non concussioni, ma corruzioni già prescrittesi) scelta dal giudice. Una passeggiata che per i pm monzesi sarebbe servita a dare un messaggio a Pasini perché edulcorasse il suo interrogatorio, al punto da spingerli a una osservazione di infrequente asprezza: «È desolante constatare come un uomo politico con importanti incarichi istituzionali passati e presenti (sindaco di Sesto San Giovanni, presidente della Provincia di Milano, portavoce del segretario del Partito democratico e vicepresidente del Consiglio tegionale) adotti le stesse cautele di un delinquente matricolato».


Il 16 maggio Pasini racconta alla GdF di aver incontrato, a una cena sociale della Bcc di Sesto San Giovanni, «la ex moglie di Penati che mi ha detto che suo marito voleva parlarmi». D'accordo con gli inquirenti, Pasini fissa per il giorno dopo un appuntamento. Penati non si siede con lui al bar, ma gli parla camminando (il che impedirà ai militari di registrare la conversazione): «Caro Giuseppe - sostiene Pasini d'essersi sentito dire - so che ti hanno chiamato a Monza (i magistrati, ndr ) per conoscere qualche cosa della situazione e vorrei sapere che cosa hai detto e in particolare se ti hanno chiesto di me». Poi Penati avrebbe aggiunto: «Lei, Giuseppe, sa che io non ho preso una lira, sa che io di quattrini non ne ho. Di Caterina sparla di me, ma lei sa che non è vero niente, lui ha preso i soldi per sé». A questo punto, riferisce Pasini, «io ho ammiccato ed ho percepito che queste erano le indicazioni da tenere presente in caso di convocazione da parte dell'Autorità giudiziaria. L'incontro è durato poco, a lui interessava solo darmi il segnale su come comportarmi».

Ancor più fresche, addirittura di giugno, sono poi le intercettazioni che per il gip Magelli hanno fatto «emergere la perdurante disponibilità di Penati, anche in epoca recente, ad intervenire nell'interesse di Piero Di Caterina (l'altro imprenditore che dice di aver dato per anni soldi a Penati, ndr) per soddisfarne le richieste di un suo diretto intervento sui sindaci dei Comuni» (come Cinisello Balsamo) con i quali l'azienda di trasporti di Di Caterina aveva «difficoltà nelle concessioni del trasporto pubblico». Queste intercettazioni per la gip hanno «rafforzato il già grave quadro indiziario emerso a carico di Penati, che evidentemente si sente costantemente in debito con Di Caterina e ne teme le rivelazioni».

La gip Magelli, al pari di quelle di Pasini, non le prende per oro colato ma, pur tarandole del «possibile malanimo», le valorizza solo quando i riscontri d'indagine «dimostrano l'esistenza di numerosi e gravissimi fatti di corruzione posti in essere da Penati e Giordano Vimercati», suo ex capo di gabinetto. Su questi parametri il gip ritiene ad esempio «provato che per approvare il piano di riqualificazione dell'area ex Falck ne abbiano subordinato la concreta fattibilità al pagamento di un contributo alla politica e all'ingresso delle cooperative emiliane nell'affare», e «abbiano chiesto a Pasini il pagamento di una tangente di 20 miliardi di lire in tranche da 4», di cui la prima pagata.

Solidi appaiono al gip anche gli indizi sulle somme (stimate da Di Caterina nell'equivalente di «1,5 milioni di euro dal 1994 al 1998, e poi 2,5 milioni sino al 2002/2003») che l'imprenditore «nel tempo ha prestato a Penati e a Vimercati» per cercarne la protezione nei suoi contenziosi milionari con l'Atm, e «delle quali ha chiesto la restituzione». Di Caterina, infatti, negli anni ha «sostanzialmente anticipato a Penati e a Vimercati le tangenti che successivamente Pasini avrebbe pagato loro», come i 2 milioni consegnati in Lussemburgo dieci anni fa da Pasini a Di Caterina; o che in seguito Penati avrebbe fatto ripagare a Di Caterina da altri imprenditori.

È il caso dell'apparente caparra di 2 milioni di euro che nel 2008 l'imprenditore Bruno Binasco (top manager del gruppo Gavio) lascia incamerare a Di Caterina (non esercitando poi entro il 2010 l'opzione di acquisto di un suo immobile) sotto forma di assegno recapitato da un architetto (Renato Sarno) molto vicino a Penati. La gip Magelli concorda con i pm sulla «macroscopica anomalia» di questa vicenda, ma dissente rispetto alla qualificazione giuridica di finanziamento illecito di Binasco al Partito democratico di Penati. Essa, infatti, le appare «incentrata su un solo elemento obiettivo, il pagamento dei 2 milioni, che tuttavia non è certo sufficiente a far ritenere che questo denaro, pagato a Di Caterina in restituzione di precedenti finanziamenti erogati a Penati, riguardasse somme effettivamente confluite nella casse del Partito democratico», come per il gip «al più» Di Caterina ha solo saputo «supporre e ipotizzare».

Costui, nei suoi nuovi verbali depositati, pieni anche di rettifiche e di accenni poco chiari (come a «soggiorni, ristoranti e locali notturni pagati in viaggi» nell'Est europeo e «in nottate in Svizzera») rievoca anche l'inizio del suo rapporto con Penati, che all'epoca della sua prima elezione a sindaco di Sesto San Giovanni gli avrebbe detto: «Dammi una mano che poi dopo li recuperi, dopo te li farò riguadagnare, te li darò indietro. (...) Io gli diedi dei soldi, poca roba. Il rapporto con Penati si è intensificato. (...) Mi ha fatto più volte richieste dell'ordine di 10/20 milioni di lire dicendomi che ne aveva bisogno per la sua carriera politica». Ho consegnato del denaro, sempre in contanti e in buste, anche a Vimercati». Così, «in 15 anni ho elargito in contanti a favore di Penati circa 1 milione di euro. Le modalità variavano, nel periodo elettorale queste richieste aumentavano sia per frequenza che per entità».

«Alle volte Penati stesso si recava presso il mio ufficio dove gli consegnavo il denaro contante in busta», che la segretaria di Di Caterina ha confermato di preparare. «Le richieste di Penati erano frequentissime, ma nell'ordine di qualche decina di migliaia di euro a volta». Fino a non molto tempo fa, aggiunge Di Caterina. Con una parola che però i magistrati, da sola, evidentemente non hanno ritenuto di valorizzare: «Le ultime dazioni di denaro, per circa 50.000 mila euro, risalgono alla campagna elettorale per la candidatura alla Presidenza della Regione», persa nel 2009 da Penati contro Formigoni.


Federico Berni, Luigi Ferrarella
26 agosto 2011 08:15



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Rai, Max Laudadio si scusa per le offese ai politici: un bailamme per niente

Il Messaggero

«Faccio un programma qualunquista, non un telegiornale»







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Bertinotti contro tutti: "La sinistra non esiste, va distrutta e costruita"

di

L'ex presidente della Camera, ospite a Cortina InConTra spara contro i suoi ex compagni: ""La sinistra in Italia non esiste più. Ci vuole una "pars destruens", bisogna bombardare il quartier generale"



Cortina d'Ampezzo - Fausto Bertinotti dal salotto delle Dolomiti sgancia le bombe contro la sinistra. Nel corso dell’appuntamento a "Cortina InConTra" dal titolo "Sinistra che fare", cui ha partecipato anche Sergio Chiamparino, l’ex presidente della Camera ha dato la sua definizione di sinistra: "La sinistra in Italia non esiste più. È come l’Araba Fenice, c’è chi dice che ci sia ma dove sia nessuno lo sa. E poi, forse, proprio come l’Araba Fenice potrebbe risorgere dalle proprie cenere, ma è necessaria una destrutturazione dei corpi inerti e la resurrezione di una nuova sinistra europea in cui possano starci tutti coloro che non apprezzano questa società. Ma per fare questo - ha concluso Bertinotti - ci vuole una "pars destruens", bisogna bombardare il quartier generale".



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