giovedì 25 agosto 2011

Il cane che commuove il mondo

Corriere della sera

Il suo padrone muore in guerra in Afghanistan, gli resta accanto anche durante il funerale

Il paesino salvato dagli immigrati

Corriere della sera

Acquaformosa evita la scomparsa grazie agli stranieri


ACQUAFORMOSA (CS)
- Altro che risorsa. Da queste parti gli immigrati sono i salvatori della patria. O meglio, del Comune. Sì perché, se non ci fossero loro, il Municipio di Acquaformosa, sperduto paesino nel cuore del Pollino, sarebbe destinato a scomparire, scendendo sotto la fatidica soglia dei mille abitanti per essere inglobato, secondo le regole della nuova manovra fiscale, al Comune più vicino con oltre mille abitanti. Tra queste splendide e isolate montagne il tempo sembra immobile, Cosenza dista oltre un’ora di pullman e ogni piccola amministrazione comunale lotta contro l’agognato fenomeno dello spopolamento, un travolgente decremento demografico che annualmente erode ampie fasce di popolazione mettendo a rischio l’esistenza stessa dei piccoli paesini, dove i giovani emigrano appena possibile e i vecchi affollano strade sempre più svuotate di vitalità.

IL PAESE IN CONTROTENDENZA - Ad Acquaformosa, neppure 1.200 abitanti in tutto, sta succedendo l’esatto contrario e il paese comincia pian piano a rivitalizzarsi. Merito del sindaco Giovanni Manoccio (Lista Civica Acquaformosa) - già famoso alle cronache per aver denominato il suo paese «Comune deleghistizzato» - che da circa tre anni, in virtù dei progetti Sprar (il Servizio di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati del Ministero dell’Interno), ha offerto la residenza entro le proprie mura a varie famiglie di profughi. Poco meno di trenta persone (quattro nuclei familiari), ma che hanno contribuito a rimettere miracolosamente in moto un sistema socio-economico destinato al declino.

Ogni famiglia, in fuga da guerra o povertà, vive in spaziose case nel cuore del paese. Merito anche del profondo senso d’accoglienza che da sempre contraddistingue gli acquaformositani, le cui origini si perdono nella tradizione arbreshe, gli albanesi d’Italia, sbarcati qui nel 1.400 ma le cui tradizioni resistono intatte in tutto il paese, dove cartelli, piazze e vie portano scritte in doppia lingua. Il primo cittadino, seduto nel suo modesto ufficio con una scintillante maglietta rossa con l’effige di Che Guevara, sfoggia tutto il suo orgoglio: «Senza l’arrivo dei profughi, che qui hanno trovato un po’ di tranquillità, nel giro di pochi anni Acquaformosa sarebbe stato eliminato e inglobato a Lungro», il Comune più vicino, a 4 chilometri di distanza e con oltre 3mila abitanti».


PROGETTO SPRAR - «La presenza dei migranti attraverso i progetti Sprar – spiega meglio il primo cittadino, che ha avviato i progetti dopo aver studiato il virtuoso modello d’accoglienza del più popoloso Comune di Riace – ha creato occasioni lavorative per chi altrimenti non avrebbe avuto alcuna possibilità». Come i nove ragazzi dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo, che lavorano tutto l’anno nella gestione e nella tutela dei profughi, oltre agli interpreti, all’incremento di operatori nella macchina comunale e ai negozi alimentari che hanno aumentato le vendite. Come se non bastasse, la presenza di sedici alunni migranti (circa il 20 per cento degli studenti del paese) tiene alla lontana lo spauracchio della chiusura della scuola pubblica, che rischierebbe l’accorpamento, vista la scarsità di scolari, con quella del Comune più vicino.

I DATI DEMOGRAFICI - A parlare ancora più chiaro, aldilà della parole del sindaco, ci sono i dati demografici: circa venti decessi ogni anno, contro un numero di nascite che si contano sulle dita di una mano. Gli over 65 costituiscono ancora quasi il 40 per cento della popolazione e le vie del paese sono sature di anziani e bastoni. Un trend che però potrebbe invertirsi presto, visto che quest’anno sono già tre i nuovi nati. Di questi, due sono figli di profughi. Il più celebre è Giovanni, così chiamato in onore del sindaco, figlio di Larry e Blessing, coppia nigeriana fuggita dalla povertà dilagante di Benin City dopo una lunga traversata del deserto e la travagliata odissea del Mediterraneo. Poco importa se Giovanni ha la pelle nera e di cognome si chiama Onaiwu: è diventata la mascotte del paese, il simbolo della rinascita contro lo spopolamento; ha il sangue nigeriano, ma è calabrese di nascita.

In paese lo adorano, lungo le viuzze che si arrampicano tra i monti del Pollino, tutti gli abitanti fanno a gara per prenderlo in braccio. Suo fratello, David, tre anni, parla mezzo calabrese e mezzo nigeriano. Suo padre, Larry, è ingegnere elettrico e dovrebbe essere assunto nel giro di poche settimane in un’impresa locale. Da casa della famiglia Onaiwu la vista sulla piana di Sibari è incantevole: «Se trovo un lavoro, resto qui a vita» dice Larry. Tra i migranti accolti ci sono anche due famiglie armene, una delle quali di origine curda. Poche settimane fa, nell’ambito dell’emergenza nord Africa, è arrivata una famiglia dal Ciad (mentre un’altra dovrebbe arrivare nei prossimi giorni), sbarcata a Lampedusa dopo una terribile epopea con due figli piccoli al seguito. La madre, incinta, partorirà il terzo figlio tra poche settimane. E in paese sarà nuovamente festa, una festa di benvenuto ad un altro cittadino acquaformositano.



Jacopo Storni
25 agosto 2011 15:00



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La sinistra contro il condono: ma senza sarebbe già fallita.

Libero




Ci risiamo. Come accadde nel 2002 alla vigilia del celebre condono tombale varato da Giulio Tremonti, Pier Luigi Bersani e compagnia bella fanno finta di scandalizzarsi e avversare l’ipotesi. Usano anche slogan e parole forti, che all’epoca scapparono a quasi tutti i leader del partito. I toni sono un pizzico più moderati: non si definisce il condono “un favore a corrotti e mafiosi”, una norma “criminale”, ma si annuncia di volere stangare i “condonati” più che i tassati. Anzi, la contromanovra Pd poggia proprio su quello. E l’Unità la accompagna con titoli-slogan contro i “condonati”. Si tratta solo di una gag, di quella politica da teatro che anche in un’occasione assai seria e grave come quella che stanno vivendo i conti pubblici italiani, viene mandata in scena con gran pelo sullo stomaco. Perché in prima fila nel popolo dei condonati ci sono proprio quelli che oggi urlano: Bersani e il suo partito, l’Unità in tutte le sue versioni societarie, compresa quella attuale, e perfino la Cgil grazie alle sue società controllate.

Alla tavola del gran condono di Tremonti fra il 2002 e il 2004 si è seduta tutta la sinistra, e viste le cifre in gioco (gli allora democratici di sinistra si sono condonati un problemino da una quindicina di milioni di euro), si può ben dire che gran parte della opposizione attuale sia nata dal condono fiscale. Tremonti lo fece e si prese i fischi, loro a piene mani ne approfittarono. Lo fece l’ex società editrice dell’Unità, l’Arca spa che poi si trasformò in immobiliare. Nella nota integrativa del bilancio 2003 rivelò l’adesione al condono tombale “con un onere complessivo di euro 51.936”. L’anno successivo spiegò che c’erano state “sopravvenienze attive” per 1.664.266 euro “per minori debiti verso erario scaturiti dall’adesione al condono”.

Insomma con 52 mila euro si erano risparmiati 1,6 milioni e non è niente male. Aderì al condono anche la Nuova Iniziativa Editoriale spa, attuale società editrice dell’Unità, pagando 38.204 euro e mettendo nella “tomba fiscale” un ingente debito tributario “sia per imposte dirette che per Iva non versata”. Non si spiegò quanto fosse relativo all’una e all’altra imposta, ma è certo che quel condono Iva è stato annullato dalla Corte di Giustizia europea e che la società editrice dell’Unità grazie a una sentenza della Corte Costituzionale di fine luglio scorso potrebbe ora essere inseguita dall’Agenzia delle Entrate come evasore Iva dell’epoca. Il nuovo condono di cui si vociferava in queste ore in Parlamento era pensato proprio per salvare contribuenti sfortunati (maldestri o meno che fossero) come l’editore dell’Unità.

Sono decine le altre società controllate direttamente o indirettamente dagli allora Democratici di sinistra che hanno messo una pietra tombale sulle proprie disavventure fiscali grazie all’ultimo condono di Berlusconi e Tremonti. Ci sono le immobiliari che avevano gran parte delle sedi Ds, comprese le controllate territoriali (aderì al condono ad esempio La Reggiana immobiliare) o altre dirette controllate come la Libreria Rinascita di Roma o la Sevar, sempre con  sede nella capitale. Il condono è una parola magica in casa della sinistra italiana: non si dice, si insulta pure chi ha l’idea, ma poi di notte tutti lo fanno. Quello fiscale, come quelli di ogni tipo. Il Pd si è messo da parte un bel gruzzoletto (come fecero Ds, Pds, Pci o Ppi e Margherita che ne sono gli eredi storici) grazie ai supercondoni sui manifesti politici. Le società immobiliari non hanno mancato adesione a condono edilizio.

È l’iprocrisia che domina a sinistra, non l’avversione a sanatorie utilizzate come carezze in casa propria. E anche chi strepita di più contro quste nefandezze, come il presunto leader del popolo anti-casta, Beppe Grillo, in casa sua non ha mancato l’appuntamento con il doppio condono di Tremonti. La Gestimar, controllata da Grillo insieme al fratello Andrea, aderì al tombale 1997-2001 pagando 2.500 euro. L’anno successivo aderì al prolungamento del condono tombale versando altri 1.369 euro. Beppe, che strepitava contro i “favori agli evasori” fatti con quella legge, nel 2005 insultò la giornalista (Fosca Bincher) che aveva rivelato la storiella: “E’ un travestito, non le rispondo”. Poi anni dopo, durante il V-day di Bologna ammise la pecca “per regolarizzare 500 euro”. Più che un Grillo, sarebbe stato un grullo: nessuno pagherebbe quasi 4 mila euro per evitare di versarne 500. Solo che i veri grulli siamo tutti noi che ci siamo bevuti la versione di Grillo...


di Franco Bechis
25/08/2011




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Arrestato Benito, 82 anni, nonno e «maestro» del borseggio

Corriere della sera

Il noto borseggiatore è stato preso ad una fermata dell'autobus: aveva appena rubato un portafoglio



ROMA - Lo conoscono tutti. È noto come «il nonno dei borseggiatori». Ma anche il «maestro». Si chiama Benito, ha 82 anni. Ed è stato arrestato. Ancora una volta. Giovedì mattina è stato fermato dai carabinieri della stazione di Roma Piazza Farnese che lo hanno riconosciuto ad una fermata degli autobus in corso Vittorio Emanuele.

IL BORSEGGIO - Non aspettava l'autobus Benito. L'82enne il vizio non lo perde. Benito aveva appena «alleggerito» un turista del suo portafoglio, approfittando dell'attesa del bus alla fermata. I carabinieri lo avevano riconosciuto, lo tenevano d'occhio, se ne sono accorti e lo hanno ammanettato (e restituito il portafoglio).

IL «MAESTRO» - Ma Benito è anche un «maestro». Lo scorso marzo, i carabinieri che lo tengono sempre d'occhio, lo hanno sorpreso mentre insegnava le «tecniche del mestiere» a due giovani aspiranti borseggiatori.


Redazione online
25 agosto 2011 18:46



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Smarmittanti. L'Italia futura di Montezemolo. In vespa a Cortina in tre col bebè senza casco.

Libero






Per un futuro leader politico che chiede credibilità e rigore l'inizio non è male. Luca Cordero di Montezemolo, pizzicato da Urbano Pizzi a Cortina d'Ampezzo, conquista la home page di Dagospia con un poco invidiabile scatto: ecco l'ex numero uno di Fiat e Confindustria avviare il suo vespino con alle spalle la moglie e davanti, senza casco, il suo bebè di un anno. Se l'Italia futura è questa...


25/08/2011





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Penati, provate ma prescritte le tangenti

Corriere della sera

Dal gip no all'arresto dell'ex sindaco, cambia il reato. In manette l'assessore Di Leva e l'architetto Magni



L'ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati
Tangenti sì, ma già prescritte. Il giudice per le indagini preliminari di Monza Anna Magelli ha respinto la richiesta d'arresto che la Procura aveva formulato nei confronti del dimissionario vicepresidente pd del Consiglio regionale lombardo Filippo Penati e del suo ex collaboratore Giordano Vimercati con la motivazione che, pur essendoci «gravi indizi di reato» e anche «esigenze cautelari», le tangenti vanno riqualificate non in concussione (come proponevano i pm) ma in corruzione, i cui termini di prescrizione sono però più brevi. E siccome le mazzette pagate dagli imprenditori Giuseppe Pasini per l'area Falck e Piero Di Caterina per la sua azienda di trasporto urbano a Penati e a Vimercati risalivano per lo più al 2001-2002, questi fatti risultano per il giudice ormai prescritti e non possono quindi sorreggere una misura cautelare.

L'ARRESTO - Il gip ha invece disposto l'arresto, sempre per corruzione ma per episodi più recenti compresi tra il 2006 e il 2008, del dimissionario assessore all'edilizia del Comune di Sesto San Giovanni nella giunta di centrosinistra dell'attuale sindaco Giorgio Oldrini, Pasqualino Di Leva e dell'architetto Marco Magni. Il giudice, per quanto riguarda invece ancora Penati, ha ritenuto che un solo elemento d'accusa, quale a suo avviso è l'assegno di una caparra da 2 milioni di euro concessa nel 2008 dall'imprenditore Bruno Binasco a Di Caterina per un'opzione immobiliare lasciata scadere due anni dopo, non sia sufficiente a sostenere l'imputazione di illecito finanziamento al partito di Penati che i pm «avevano letto» in quella triangolazione.



LA POSIZIONE DI PENATI - Anche se la prescrizione apre una breccia nel procedimento, il gip Magelli affronta anche la posizione di Penati e Vimercati: «Gli atti contenuti nel fascicolo delle indagini preliminari - si legge negli atti - dimostrano l'esistenza di numerosi e gravissimi fatti di corruzione posti in essere da Filippo Penati e da Giordano Vimercati nell'epoca in cui rivestivano la qualifica di pubblici ufficiali prima presso il Comune di Sesto San Giovanni e poi presso la Provincia di Milano e successivamente da Pasqualino Di Leva, assessore della Giunta comunale, nonchè da Marco Magni». Il giudice spiega poi le ragioni per le quali ha respinto al richiesta di arresto: «Per quanto attiene ai fatti di corruzione posti in essere da Penati e da Vimercati si tratta di episodi che risalgono agli anni novanta e agli anni dal 2000 al 2004, rispetto ai quali, pur in presenza dei prescritti requisiti dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, l'applicazione di qualsivoglia misura cautelare è preclusa dall'intervenuta causa di estinzione del reato rappresentata dal decorso del termine massimo di prescrizione».

Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it

25 agosto 2011 16:41

Scoperto un pianeta fatto di diamante

Il Tempo


Il pianeta è affascinante non solo per la sua composizione, ma per la sua storia: si pensa che in passato sia stato una stella massiccia, che si è trasformata in un pianeta.

Stelle Nella Via Lattea, a circa 4.000 anni luce dalla Terra, c'è un diamante immenso: è un pianeta dalla massa più grande di Giove, fatto interamente di questa gemma. La scoperta, preziosa, è proprio il caso di dirlo, è annunciata su Science da un gruppo internazionale al quale partecipa l'Italia con Osservatorio di Cagliari dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), e università di Cagliari. Il pianeta è circa 20 volte più denso di Giove e orbita intorno a una stella morta, della quale resta solo il nucleo densissimo: è una pulsar millisecondo che ruota a una velocità incredibile, compiendo circa 173 giri su se stessa ogni secondo.

A differenza di Giove, il pianeta di diamante non è fatto di idrogeno ed elio ma di carbonio e ossigeno, allo stato cristallino. Il pianeta è affascinante non solo per la sua composizione, ma per la sua storia: si pensa che in passato sia stato una stella massiccia, che si è trasformata in un pianeta. La materia gassosa della stella, secondo i ricercatori, sarebbe stata travasata per oltre il 99,9% verso la pulsar durante un processo, ormai concluso, che ha riaccelerato la pulsar fino all'elevatissimo ritmo di rotazione attuale. «In quella fase la pulsar doveva essere una potente sorgente di raggi X, con caratteristiche simili alle cosiddette Binarie a raggi-X Ultra Compatte di Piccola Massa, di cui PSR J1719-1438 e il pianeta compagno dovrebbero dunque rappresentare dei discendenti», ha spiegato Andrea Possenti, direttore dell'Osservatorio di Cagliari e fra gli autori della ricerca con Marta Burgay, Nichi D'Amico e Sabrina Milia (D'Amico e Milia insegnano anche all'università di Cagliari).

Secondo lo studio, coordinato dall'università australiana Swinburne University of Technology, il pianeta impiega solo 2 ore e 10 minuti per ruotare intorno alla pulsa. Ha una massa di poco superiore a quella di Giove, ma un raggio inferiore alla metà rispetto. Ciò fa supporre che la densità del pianeta sia molto più elevata di Giove. Sono state queste evidenze che hanno fatto concludere ai ricercatori che il pianeta dovrebbe essere composto in gran parte di carbonio e di ossigeno allo stato cristallino e che dovrebbe avere dunque una struttura simile a un diamante.


25/08/2011

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Clochard aggredisce suora, la basilica di Santa Chiara chiude per 24 ore

Corriere del Mezzogiorno

Serrata e riapertura della chiesa nel centro storico di Napoli. Dopo la denuncia in questura, arriva la polizia



NAPOLI – Troppo degrado, troppi i raid dei barboni che stazionano all’ingresso della basilica di Santa Chiara a Napoli e che più volte aggrediscono verbalmente i religiosi. L'ultimo episodio nella giornata di ieri, quando una suora è stata presa a parolacce da un clochard, che bestemmiando ha riversato un secchio d'acqua che la donna reggeva, distruggendo pochi minuti dopo un portalumini in creta preso all'interno dell'edificio sacro.
Per questo motivo, ieri, la basilica gotica nel cuore del centro storico partenopeo aveva chiuso i battenti garantendo soltanto l'apertura alle 18 per la messa. Ma stamattina, dopo la denuncia alla questura da parte dei frati, sono arrivati polizia e vicequestore che hanno sgomberato tutto e, garantendo la sorveglianza, hanno permesso la riapertura della chiesa.

Santa Chiara riapre dopo il «caos clochard»

Per tutta la giornata di ierii religiosi avevano deciso di «barricarsi» all'interno del convento, quasi come ai tempi della peste. Cancellate ben tre messe diurne. «Riapriremo solo quando saremo tutelati, con un presidio fisso di forze dell’ordine - aveva detto il padre superiore Salvatore Vilardi -. Da anni denunciamo clochard che entrano e bestemmiano durante la messa, con i cani che aggrediscono i fedeli. Qui non abbiamo spazi per accogliere i senza fissa dimora».

Detto, fatto. Immediato l'intervento delle forze dell'ordine, che - a questo punto - si spera permanente. «Ci è stato assicurato - ha detto oggi padre Vilardi - un presidio fisso delle forze dell'ordine negli orari di apertura, e sono già qui due agenti motociclisti la cui presenza sta servendo da deterrente rispetto ai fenomeni che avevano creato forte preoccupazione. Se il presidio dovesse venir meno, non potremmo che tornare alla dolorosa decisione della chiusura visto il dovere di preservare l'incolumità delle persone e delle cose».

Il «bivacco» dei clochard e degli «scugnizzi» che giocano a pallone davanti alla chiesa (con le numerose scritte, anche di cattivo gusto, presenti sui muri in tufo della basilica) erano stati più volte denunciati negli ultimi anni dal Corriere del Mezzogiorno. Nella giornata di ieri tanti erano stati tantissimi i turisti delusi per non poter visitare il monumento, «spogliato» del suo interno barocco dopo i bombardamenti del 1943.

Un gioiello che risale al 1310 su un su un complesso termale romano del I secolo d.C., per volere di Roberto d'Angiò e della regina Sancha d'Aragona. Per la gioia dei visitatori e dei napoletani, il gioiello da oggi è tornato a risplendere.

Marco Perillo
25 agosto 2011

Togliti di torno, spaventi i clienti»: malato di psoriasi cacciato dal bar

Il Mattino

Il barista cinese rifiuta di servire il caffè a due giovani in Corso del Popolo: la polizia lo multa di 1033 euro






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Blitz dei nomadi in chiesa: interrompono la messa e chiedono l'elemosina ai fedeli

Il Messaggero

Erano in tre, due donne e un uomo che ha gridato dall'altare: datemi soldi, devo andare a Roma a trovare la mia bambina







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Torrefazione, Napoli capitale della «tazzulella»

Ti amo, ma ti abbandono"

La Stampa

La zampa.it


Palermo, la lettera di un bambino ritrovata insieme a un setter gettato nel cassonetto


LAURA ANELLO


Palermo

«Ti amo», gli ha scritto prima di vederlo chiudere dentro il sacco della spazzatura. «Ti amo», gli ha forse ripetuto prima di vederlo scivolare nel cassonetto. Un saluto, l'ultimo. Un epitaffio, scritto con la grafia incerta di un bambino, letto sul biglietto che accompagnava il cane agonizzante ritrovato tra i rifiuti del quartiere Bonagia di Palermo in una mattina arroventata dal sole. Ma Tao, come i volontari hanno chiamato quello scheletro coperto di pulci, non voleva morire. Pelle e ossa, il muso come un teschio, la lingua fuori dai denti, la coda ridotta a uno spago arido, il corpo irrigidito in una curva innaturale, il pelo tormentato da piaghe e mosche cavalline, ha avuto la forza di emettere un lamento.

Il ritrovamento L'ha sentito un passante, l'ha segnalato a una pattuglia di vigili urbani impegnati con l'autovelox pochi metri più in là. Un agente è entrato nella clinica veterinaria di fronte, la «Palermovet». Lì dentro ci ha trovato, segno della Provvidenza canina, un gruppo di giovani della Lida, la Lega italiana dei diritti dell'animale. Dentro il cassonetto c'era un setter di quattro anni. Rantolava, ormai in agonia. «Ci siamo precipitati - racconta Marco Meli, uno dei volontari - l'ho tirato fuori dal sacco, l'ho liberato dal collare di nylon, gli ho avvicinato una ciotola d'acqua. E mi sono ritrovato tra le mani quel messaggio scritto su un tovagliolo di carta, di quelli leggeri da bar. Una scritta incerta, tracciata con una biro blu. Mia moglie fa la maestra, non ha avuto dubbi: è quella di un bambino». Un «ti amo» carico di dolore, di senso di colpa, di disperata rassegnazione.

Meli convince gli agenti a caricare il cane sul camioncino, quelli lo portano al presidio veterinario del canile municipale, i medici gli mettono una flebo di glucosio nella zampa, lo disinfettano. E lì succede l'incredibile. Perché quella carcassa comincia a dare segni di vita. Reagisce, muove una zampa, non si rassegna a morire.

Il giorno dopo viene trasferito in uno studio privato, sotto le cure del veterinario Ivano Santoro. Che gli fa una trasfusione di sangue, le analisi, i test neurologici, gli prenota una Tac. In quattro giorni la diagnosi passa da morte sicura a salvezza probabile.

Il cane viene chiamato Tao, «in omaggio al nome di un locale che ci dà una mano nell'accogliere i cuccioli - spiega Meli - ma anche alla "tau", la lettera dell'alfabeto greco che è il segno della vita».

Si sparge la voce in città, l'agenzia Geapress diffonde la notizia, sulla pagina di Facebook della Lida arrivano messaggi dall'Australia e dalla Svezia. Qualcuno chiede online quale sia il problema con la salute dell'animale: pochi istanti e qualcuno risponde che «la malattia che ha quasi ucciso questo splendido cane si chiama "stupidità umana"». Arrivano anche offerte in denaro per sostenere le cure.

Tao diventa, suo malgrado, il testimonial contro l'abbandono degli animali d'estate, ma anche il protagonista di un mistero da risolvere. Chi ha scritto quel «ti amo» volato via nella concitazione dei soccorsi? «Ci piace credere - dice Alessandra Musso, responsabile della Lida che sia stato un bambino, forse ingannato da un adulto che aveva spacciato Tao per morto».

L'appello Tutti fanno appello a quel bambino. Nessuno si illude che possa rivelarsi e denunciare, perché oggi l'abbandono d'animale è un reato, ma sarebbe bello che riuscisse a sapere che il cane è vivo. «Che imparasse a sperare dice Meli - anche quando gli adulti disperano».

Il resto è deduzione. Probabilmente Tao è vissuto in una stalla della zona, magari una di quelle che ospitano i cavalli delle corse clandestine. Di sicuro è stato abbandonato, malnutrito al punto da non avere più muscolatura, forse anche picchiato. «Non vede bene e non annusa dal lato sinistro - spiegano i volontari - ma solo la Tac potrà chiarire se il problema deriva da un trauma, da un ictus, da una malattia neurologica». Poi si penserà all'adozione. «Ma dev'essere una famiglia speciale», dicono i volontari. Magari andrà a chiederlo un bambino che nel frattempo avrà imparato a scrivere e a ribellarsi.



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Gli svizzeri pagano in euro e beffano gli italiani

Il Giorno

Con questo escamotage buste paga più leggere del 30%. Suona un campanello d'allarme per i frontalieri del Belpaese.



I lavoratori frontalieri in Ticino sono 50mila

Como, 25 agosto 2011



Privatizzare gli utili e socializzare le perdite. Questa cattiva prassi nelle ultime settimane sembra vantare emuli anche oltreconfine, specie da quando al cambio il franco ha raggiunto la parità con l’euro. Naturalmente con dei correttivi visto che nella terra di Guglielmo Tell le perdite del cambio sfavorevole le aziende, anziché allo Stato, preferiscono addebitarle direttamente ai lavoratori, specie se si tratta di frontalieri.

È capitato così che ieri mattina, a Noirmont nel civilissimo Canton di Giura (a un paio d’ore d’auto da Strasburgo) ottanta lavoratori della Sycrilor, specializzata nell’orologeria di lusso, abbiano deciso di incrociare le braccia per protestare contro l’azienda che da fine luglio li paga in euro anziché in franchi, secondo quanto stabilito dal loro contratto.

E così mentre una decina di operai svizzeri sono rimasti in azienda per cercare di garantire la produzione, i loro colleghi venuti d’oltreconfine (qui in frontalieri arrivano dalla vicina Francia) sono scesi in corteo per protestare contro chi, utilizzando come alibi il superfranco, ha alleggerito le loro buste paga del trenta per cento. «È un atteggiamento contrario a tutti i principi del diritto e dell’economia – spiega Sergio Aureli, del sindacato Unia –. Non stiamo parlando di aziende in crisi ma di realtà che hanno visto ridursi i loro margini di utile. Il rischio d’impresa spetta all’imprenditore, non può essere ripartito a seconda della propria convenienza sui lavoratori».

Un campanello d'allarme che risuona anche in Canton Ticino, dove a essere frontalieri sono gli italiani. Dei 50mila lavoratori che ogni giorno varcano il confine circa ventimila sono comaschi, ottomila della provincia di Sondrio e 22mila arrivano da Varese. «Stiamo parlando di imprenditori ricchi ma incattiviti dalla crisi, per di più senza l’impiccio dell’art.18 quando trattano con i loro lavoratori – conclude Aureli –. Nel caso di realtà industriali, dove i rapporti sono sindacalizzati, questi tentativi sono stati prontamente denunciati e quindi possiamo dire che la situazione è sotto controllo, non è così per le microrealtà o gli studi professionali. Da tempo le segretarie di Lugano o le badanti di Chiasso sono pagate in franchi o in euro a seconda della convenienza del cambio. L’unico rimedio è denunciare queste disparità per tempo. I diritti dei lavoratori non possono dipendere dalla nazionalità».


di Roberto Canali




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Così la Casta di soppiatto ammorbidisce i tagli

di

I parlamentari disattivano ogni proposta di taglio che li riguardi. E' arrivato il momento di dire basta



Più alto si leva il clamore sui punti controversi della manovra finanziaria e con più lena, lontano dai riflettori, un partito sotterraneo e trasversale si adopera per disattivare e depotenziare i pur modesti tagli ai costi della politica.

La tattica è ben nota: l’annuncio dei tagli riempie i titoli di testa e poi un efficiente esercito di azzeccagarbugli comincia a eccepire distinguo, competenze violate, autonomie costituzionalmente tutelate, dopo di che si stabilisce di insediare un bel comitato (possibilmente retribuito) che debba dirimere la spinosa questione. Il gioco è fatto: il neopresidente del «comitato tagli» stabilisce un aggressivo calendario di riunioni, alla prima mancherà il numero legale, alla seconda si decide che occorre avvalersi di qualche prestigiosa consulenza (retribuita) e affidata a qualche amico, si aspettano mesi, nel frattempo non si è tagliato nulla e, anzi, si sono magicamente create più poltrone e più spese.
Chi vi scrive non è mai stato un pasdaran dell’anticasta: la crisi del debito europeo non si fermerà davanti all’abolizione del sindaco di Capraia o alle assi incrociate eventualmente apposte all’ingresso dell’Accademia della Crusca, il fatto è che questa crisi ci sta insegnando una cosa importante e drammatica: che probabilmente in futuro dovremo sempre più fare da soli e quindi questi tagli s’hanno da fare per noi, perché la competizione non ha pazienza e non ha riguardi, non tollera i pesi morti e il parassitismo pernicioso che permea la macchina statale.
Basta, è per questo che si deve tagliare: per i certificati c’e’ internet e nessun nulla osta ha mai fermato alcuno degli ecomostri che affliggono la penisola. Prendiamo ad esempio le solite Province: nel decreto se ne stabilisce la soppressione al di sotto della soglia di trecentomila abitanti, poi è intervenuto il primo codicillo che ne «salva» quelle di grande superficie territoriale. Si tratta di una manfrina già vista e stravista, anche nella passata finanziaria si prevedeva la stessa identica cosa, con la succulenta variante del salvataggio per le Province confinarie. Vi risulta che qualche provincia sia mai stata abolita? Certo che no, come non accadrà nemmeno stavolta.
Già le Regioni a statuto speciale hanno messo le mani avanti dicendo che la questione provinciale è di loro esclusiva competenza, poi si dovrà attendere il censimento, la scadenza dei mandati, insomma, il nulla più assoluto.

L’accorpamento dei Comuni poi sta già scadendo in burletta: si riesumano antiche faide tali da rendere assolutamente improponibile l’unione con gli odiati vicini, spuntano dal nulla nuovi abitanti in modo da superare le soglie di sparizione e non manca chi pensa di costituirsi in principato, granducato o altre idiozie simili.
Nemmeno vale la pena di aprire il libro degli enti, eliminati sotto i 70 dipendenti.
Apriti cielo, sembra che senza questo o quell’ente prima ignoto all’universo mondo il Paese non possa andare avanti e quindi già si affilano emendamenti e guarentigie.
Delle astuzie poi con cui i parlamentari disattivano ogni proposta di taglio sia del loro numero che delle loro retribuzioni si è già detto molte volte e basti l’esempio in cui l’ultima decurtazione di ben mille euro agli stipendi fu rimpiazzata alla velocità della luce con un gettone di presenza.

Adesso basta. I tagli devono essere confermati, approfonditi e vanno accompagnati dalle stesse clausole di salvaguardia che accompagnano le altre tasse della manovra: in caso di ritardi o trucchetti i risparmi mancati andranno compensati direttamente dalla sforbiciata degli stipendi degli amministratori per pari importo. Un suggerimento finale?
L’Italia è il Paese dei campanili: accorpare Province e Comuni è antistorico, manteniamoli tutti ma solo geograficamente. Lasciamo insegne, bandiera, nome e diciamo che l’unica cosa che sparirà sarà il palazzo contenente politici e burocrazia statale. Vedrete che saranno tutti d’accordo.




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Quei forestali miracolati e pure assenteisti

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Da sempre nel mirino per le assunzioni clientelari. L’ultima chicca: sei denunciati per il timbra e fuggi in Calabria. Un caposquadra li copriva, sono accusati di truffa aggravata e falso. Ogni anno la Regione spende 240 milioni per pagare i forestali



Ci risiamo: i forestali calabresi tornano agli onori delle cronache. Questa volta l’indice è puntato contro sei operai, fra cui un caposquadra, che sono stati denunciati per assenteismo dai carabinieri di Cerva, in provincia di Catanzaro: invece di controllare i boschi, pensavano ai fatti loro. Purtroppo i forestali - da non confondere con gli agenti della Forestale - sono uno dei simboli di un Mezzogiorno arretrato e seduto sulle spalle del Nord. Gli operai calabresi addetti al controllo del territorio sono tanti, troppi, e a intermittenza fanno parlare di sè per due ragioni: l’assenza dal posto di lavoro, considerato un riempitivo, o peggio ancora, l’aver appiccato incendi e bruciato il territorio che in teoria dovrebbero proteggere.
Basta andare indietro e sfogliare i giornali di qualche anno fa. Nel 1999 per esempio vengono denunciati 108 lavoratori assunti nel comprensorio di San Luca che s’impegnavano solo il 27 del mese: il giorno della paga. E avevano dunque organizzato una vera e propria truffa, falsificando i cartellini. Non solo: molti risultavano vicini a temibili famiglie della ’ndrangheta, famiglie dai cognomi pesanti che hanno fatto la storia dei sequestri di persona in Italia. Nel 2001 è la procura di Catanzaro ad aprire un’inchiesta: schiere di forestali sarebbero dei piromani.
Il reato ipotizzato è gravissimo: associazione a delinquere di stampo mafioso. La magistratura di Locri conferma: i piromani molte volte sono proprio i controllori. Qualche tempo dopo un operaio di 47 anni viene preso con le mani nel sacco, o meglio con un accendino fra le dita, mentre è intento al suo secondo lavoro: accendere un falò. Ora i riflettori illuminano alcuni impiegati già sospettati in precedenza. E’ il passato che ritorna.
Insomma, il problema dei forestali calabresi pare insolubile, anche se va detto che la cura dimagrante è stata fatta anche da queste parti e l’elefantiasi degli anni Ottanta è stata superata: all’epoca gli operai erano 40 mila, oggi sono meno di diecimila. Un numero sempre esagerato e un costo altissimo per lo Stato: 160 milioni di euro l’anno più altri 80 a carico della regione Calabria che spende il doppio di quel che sborsa il Canada per i suoi ranger. Il tutto con risultati deprimenti: ogni anno bruciano mediamente 20 mila ettari di boschi su un totale di 600 mila.
Più del 3 per cento del territorio verde. Un disastro che qualche anno fa provocò l’intervento a muso duro del leader leghista Roberto Calderoli pronto a dare il grande annuncio: «Andrò in Calabria come commissario. Verificherò come lavorano e cosa fanno. Il loro numero è un’anomalia. Voglio capire se si tratta dell’ennesimo esempio di assistenzialismo malato». E’ finita all’italiana. Non se n’è fatto nulla e la cronaca è punteggiata di episodi che intrecciano parassitismo, criminalità, emergenza piromani.
Il dossier forestali è arrivato anche in parlamento per un aspetto inquietante: secondo una relazione di polizia e carabinieri gli operai utilizzavano gli apparecchi radio forniti dalla Regione non per segnalare tempestivamente il fuoco ma per anticipare le forze dell’ordine e avvertire i latitanti nascosti fra le montagne. Ed è provato che alcuni latitanti incassassero serenamente lo stipendio alla mangiatoia pubblica.
Ora altri sei operai finiscono sotto inchiesta e la piaga torna d’attualità. Ci si può consolare però paragonando il disastro calabrese a quello siciliano. Nell’isola i forestali sono addirittura 27 mila. Un esercito. In Lombardia, invece, solo 690.




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Bersani e la Camusso invocano sacrifici purché li facciano gli altri...

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Da Bersani alla Camusso, dai sindacati agli enti locali. Si fingono paladini dei diritti però sono mossi da un unico obiettivo: salvare il proprio orticello



Happy hour, happy life. Tutti d’accordo sulla necessità di fare i sacrifici e di tagliare le spese per far fronte alla crisi ma tutti d’accordo che a farli, i sacrifici, sia il vicino di casa. È un dato di fatto e prendiamone atto, purtroppo: l’Italia degli egoisti e delle caste intoccabili, ha definitivamente spodestato l’Italia delle mamme, di un tempo nemmeno troppo lontano, che, per far quadrare i conti di famiglia, dividevano lo stipendio in tante buste: vitto, affitto, luce, gas e spese extra.
Per dipingere il quadro a tinte fosche del nuovo egoismo italiano si può procedere per categorie e, in questo caso, la partita è piuttosto accesa. La parola partita ci porta, per esempio, dritti ai calciatori, anzi, la «viziatissima casta dei calciatori» come l’ha definita il ministro Roberto Calderoli, dopo che «gli eroi della domenica» avevano respinto al mittente con reazioni di sdegno, il contributo di solidarietà previsto dal governo nella manovra economica. La figuraccia davanti alla nazione loro, con i loro stipendi, l’hanno fatta.

Ma se Calderoli rimbrotta i calciatori, hanno più che ragione tutti gli italiani che sono ancora qui ad aspettare un segnale di coerenza, un vero e concreto atto di sacrificio da parte dell’intera classe politica.
Lo ha invocato anche l’altro giorno, Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria: «Nel momento in cui il governo chiede sacrifici a tutti, è inconcepibile che la politica per prima non li faccia». Solo che lady Emma si è dimenticata di garantire che gli industriali sono disposti a fare i sacrifici. Insomma li faranno o li faranno fare solo, con buona pace di altri lamentosi «egoisti» come Bersani e la Camusso, agli operai e ai dipendenti, e nel frattempo si adopereranno per mettere al sicuro, magari oltre confine i loro denari?

E se è vero, come si sostiene da più parti, che aumentare l’Iva sembra l’unica strada possibile è anche vero che, oltre a certi «poveri» industriali si sono messe subito a strillare anche altre categorie. Tipo gli imprenditori del turismo e i commercianti. A guidare il coro dei no, «no ad ogni incremento dell’Iva, no ad una patrimoniale, no a nessuna ulteriore tassa» il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli che ha avvertito: «Intervenire sull’Iva può sospingere l’inflazione e poi si tratta di un’imposta con ampi margini di evasione».
E come lui anche l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, a margine del meeting di Cl a Rimini, ha voluto esternare il suo malcontento dichiarando che «qualsiasi aumento delle tasse avrà un impatto negativo sulle vendite delle auto e sui consumi in generale».

Quanto ai politici il loro esempio di egoismo è davvero illuminante, non solo perché possono andare in pensione dopo solo cinque anni di legislatura o perché le loro pensioni sono quelle che gravano di più sulle tasche degli italiani (dei 219 milioni di euro erogati ogni anno a ex parlamentari 204 arrivano dalle nostre tasche) ma perché procedono impunemente nel loro egoismo anche adesso che il momento è difficilissimo.
Significativa la vicenda dell’ordine del giorno in cui si chiedeva l’abolizione dei vitalizi per i parlamentari ed il trasferimento della pensione degli ex all’Inps, in base ai contributi effettivamente versati di parlamentari (che avrebbe portato ad un risparmio effettivo di 150 milioni di euro l’anno). Sapete come è finita? È stato bocciato dal presidente della Camera Gianfranco Fini che lo ha definito «inammissibile per una questione di metodo».

Ma il Paese degli egoismi è anche il solito Paese dei veti. Umberto Bossi ha chiuso la porta in faccia a Berlusconi riguardo alle pensioni e agli enti locali e così l’Upi, l’Unione Province italiane ha subito riunito il direttivo per dichiarare quanto segue: «Noi dell’Upi diciamo che se le famiglie devono compiere sacrifici, anche gli enti pubblici sono chiamati a questo, ma ricordiamoci che soldi in meno vuol dire mettere a rischio lavori a strade, scuole, per tutelare l’assetto idrogeologico del nostro territorio, oltre a minori risorse per il trasporto pubblico».
Come dire, in buona sostanza: «Attenti perché non faremo più nulla, con meno soldi».

E i sindacati? La Cgil della zarina Susanna Camuso e la Fiom di Maurizio Landini adottano e agitano solo vecchie contromisure, quelle degli scioperi generali, per nuove situazioni d’emergenza che interessano o dovrebbero interessare tutto il Paese. Ancora la Marcegaglia si è sentita in dovere di bacchettare la Fiom affinché «smetta di guardare ai problemi con ideologia, ma consideri che l’obiettivo è far andare bene le imprese affinché possano pagare di più di lavoratori».
E per tutta risposta, la Camusso, spalleggiata da un Bersani che, dopo aver fatto appello all’unità del Paese, non ha mosso un dito per tenerla a freno, è scesa con la sua Cgil in piazza (Navona) per proclamare lo sciopero generale del 6 Settembre contro una manovra «sbagliata, ingiusta, bugiarda, ideologica».
Meno male che Bersani ha offerto la sua ineffabile soluzione per risolvere i problemi dell’Italia e colpire sempre il solito vicino scomodo, cioè il Cav. «Mettiamo all’asta le frequenze tv», ha proposto. Che fulgido esempio di disinteressata generosità.




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Quei super dirigenti statali pagati con un doppio stipendio

Corriere della sera

Lo scandalo dei «fuori ruolo». Solo i magistrati sono trecento


Il governatore Formigoni dice che i cittadini chiedono un segnale: vendere le Poste, la Rai, il patrimonio immobiliare. L'esperienza ha purtroppo insegnato che finora vendere significa svendere, o meglio, profitti privati e perdite pubbliche. Il ministro è sempre lo stesso, quello della cartolarizzazione più grande del mondo, ovvero la vendita degli immobili degli enti previdenziali, attraverso società di diritto lussemburghese, Scip 1, 2 e 3. Un fallimento pagato da noi e che qualcuno ha definito «romanzo criminale». Forse il cittadino avrebbe maggiore fiducia se a vendere fosse una nuova generazione politica. Certo è che il primo segnale che il cittadino, quello che deve continuare a tirarsi il collo, oggi chiede, è di farla finita almeno con privilegi che gridano vendetta e che si continua ad escludere dalla cura dimagrante.

Era l'inizio di dicembre 2010, era appena stata varata una manovra di correzione dei conti pubblici con i soliti tagli lineari, quando invitammo, senza essere degnati di cortese risposta, la presidenza del Consiglio e il ministro Tremonti a provvedere all'eliminazione di una norma che non ci risulta applicata in nessun altro paese civile: l'incasso di uno stipendio per un mestiere che non fai
( www.report.rai.it ). Quando un dipendente pubblico viene chiamato a svolgere un incarico presso un ministero, una commissione parlamentare, un'authority o un organismo internazionale, va in «fuori ruolo». Trattandosi di incarico temporaneo, conserva ovviamente il posto, l'anomalia è che conserva anche lo stipendio, a cui si aggiunge l'indennità per il nuovo incarico. In sostanza due stipendi per un periodo di tempo spesso illimitato. Nel 1994 il Csm lanciava l'allarme, segnalando «il numero crescente dei magistrati collocati fuori ruolo, la durata inaccettabile di alcune situazioni, alcune superano il ventennio, quando non il trentennio... la reiterazione degli incarichi... con la creazione di vere e proprie carriere parallele».



Domanda: è ammissibile che un soggetto che non lavora per un'amministrazione, ma lavora per un'altra, venga pagato anche dall'amministrazione per la quale non lavora? Sono bravi dirigenti dello Stato, sicuramente i migliori, visto che sono sempre gli stessi a passare cronicamente da un fuori ruolo ad un altro, lasciando sguarnito il posto d'origine perché non possono essere sostituiti, e i loro colleghi che restano in servizio si devono far carico anche del loro lavoro. E poi c'è il danno, il magistrato fuori ruolo percepisce anche l'indennità di malattia, mentre quelli in servizio la perdono.
Per arrivare alla beffa, e cioè possono essere promossi, ovvero avanzare di carriera mentre sono fuori ruolo. Ad esempio Antonio Catricalà è fuori ruolo dal Consiglio di Stato da sempre, è stato capo gabinetto di vari ministri di schieramenti opposti, poi all'Agcom, fino al 2005 segretario della presidenza del Consiglio con Berlusconi, quindi nominato presidente dell'Antitrust. Non ricopre la carica in Consiglio di Stato, ma ciononostante nel 2006 da consigliere diventa presidente di sezione, e senza ricoprire quel ruolo incassa uno stipendio di 9.000 euro netti al mese che si aggiungono ai 528.492,67 annui dell'Antitrust.

A fare carriera senza ricoprire la carica è anche Salvatore Sechi, distaccato alla presidenza del Consiglio con un'indennità di 232.413,18, e Franco Frattini, nominato presidente di sezione del Consiglio di Stato il 7 ottobre del 2009 mentre è ministro della Repubblica (che però risulta in aspettativa per mandato parlamentare). Consigliere di Stato è anche Donato Marra: percepisce 189.926,38, più un'indennità di funzione di 352.513,23 perché è alla presidenza della Repubblica.

Il dottor Paolo Maria Napolitano oltre allo stipendio di consigliere di Stato in fuori ruolo, prende 440.410,49 come giudice della Corte costituzionale. Anche Lamberto Cardia, magistrato della Corte dei conti fuori ruolo, è stato 13 anni alla Consob, ma il 16 ottobre del 2002 è stato nominato presidente di sezione, «durante il periodo in cui è stato collocato fuori ruolo», specifica l'ufficio stampa della Corte dei conti, «ha percepito il trattamento economico di magistrato, avendo l'emolumento di 430.000 euro corrisposto dalla Consob, natura di indennità».

Tra Consiglio di Stato, Tar, Corte dei conti, Avvocatura dello Stato e magistratura ordinaria, sono fuori ruolo circa 300 magistrati che mantengono il loro trattamento economico percependo un'indennità di funzione che a volte supera lo stipendio. Il commissario dell'Agcom Nicola D'Angelo ha sentito la necessità di rinunciare all'assegno e mettersi in aspettativa. Dall'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni riceve un'indennità di 440.410,49 annui, dall'agosto del 2010, dopo la manovra che tagliava gli insegnanti di sostegno nelle scuole per i disabili e gli stipendi dei dirigenti pubblici del 10%, ha rinunciato ai 7.000 euro al mese che prendeva da consigliere del Tar fuori ruolo.

Una scelta personale, visto che non ci ha pensato Tremonti. D'Angelo dice di essere l'unico a porsi un problema etico, in effetti gli altri, ad esempio Alessandro Botto, consigliere di Stato fuori ruolo e componente dell'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, con doppio stipendio, ha dichiarato di non sapere che si potesse rinunciare al doppio assegno. La giustificazione è che lo stipendio da magistrato serve ad integrare quello per la carica da dirigente perché non abbastanza remunerata.

È proprio vero che all'ingordigia non c'è fine: il presidente della Consob spagnola prende 162.000 euro l'anno, quello delle telecomunicazioni 146.000, non un euro in più, e nessun magistrato prestato ad altre funzioni mantiene il posto e tantomeno lo stipendio. Le nostre associazioni dei magistrati hanno chiesto più volte di limitare l'uso dei magistrati fuori ruolo ai casi strettamente necessari, perché si può creare una pericolosa commistione tra ordine giudiziario e potere politico, oltre a quello di sottrarre centinaia di magistrati al lavoro di giudici per svolgere il quale sono stati selezionati e vengono pagati.

Ma sicuramente alla politica che sceglie, dai capi gabinetto ai membri delle Authority, fa sempre comodo «valorizzare» i magistrati, sia penali che amministrativi, perché in atti dove si deve forzare un po' la mano, possono dare utili consigli. Allora, visto che in questi giorni ai cittadini verranno imposte lacrime e sangue, cominciamo ad eliminare elargizioni e benefici il cui accumulo rende impossibile perfino la quantificazione. Non sono questi i numeri che porteranno al pareggio di bilancio, ma certamente hanno contribuito a far sballare i conti e alla formazione di una cultura arraffona e irresponsabile. Una classe politica che non sa essere «giusta» incattivisce i suoi cittadini, e alla fine verrà condannata dalla storia.


Milena Gabanelli e Bernardo Iovene
25 agosto 2011 08:47



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Nuove ombre sul passato filonazista di «mister Ikea». La denuncia in un libro

Corriere della sera

La giornalista racconta i legami di Kamprad con il partito di estrema destra anche in tempi recenti



MILANO - L'ombra sinistra di giovanili simpatie naziste - e forse nemmeno soltanto giovanili - torna ad addensarsi sul passato del «signor Ikea»: all'anagrafe Ingvar Kamprad, 86 anni compiuti, fondatore e ricchissimo proprietario della catena d'ipermercati di arredamento e oggettistica a basso costo che dalla Svezia ha conquistato in questi decenni il mondo. I legami giovanili con il nazismo del fondatore della catena svedese di arredamento sarebbero stati più profondi di quanto lo stesso Kamprad abbia ammesso. L'intelligence svedese ha anche aperto un'inchiesta su di lui.

IL PRECEDENTE - A riproporre la controversia, in termini assai più imbarazzanti di quanto non si fosse sospettato finora, è un libro fresco di stampa dalla giornalista svedese Elisabeth Asbrink, le cui rivelazioni sono rimbalzate con evidenza sui media d'Israele: Paese in cui Ikea è sbarcata relativamente tardi, conquistando a spron battuto solida e diffusa popolarità, ma in cui ora cominciano a serpeggiare ipotesi di boicottaggio da parte dei consumatori. Collocato da Forbes nella lista dei nababbi più facoltosi del pianeta - con una fortuna personale stimata nel 2011 in oltre 6 miliardi di dollari, stabilimenti esclusi - Kamprad era già finito nell'occhio del ciclone nel 1994, sulla base di documenti che ne testimoniavano la militanza a inizio anni '40 nel partito d'estrema destra Nysvenska Roerelsen (New Swedish Movement). Allora gli era riuscito di far liquidare la cosa come «una sbandata adolescenziale». Un fugace errore di gioventù, insomma.

Ingvar Kamprad 86 anni
Ingvar Kamprad 86 anni
IL LIBRO - Il volume di Elisabeth Asbrink racconta però adesso una storia alquanto diversa. Concepito come una biografia di Otto Ullman - ebreo viennese riparato in Svezia che trovò asilo da ragazzo presso la famiglia Kamprad - l'opera rivela intrecci profondi e inconfessabili fra il creatore dell'impero Ikea e l'ideologia che fu alla base della II guerra mondiale e dello sterminio di 6 milioni di ebrei. Asbrink non nega il legame d'amicizia coltivato da Ingvar fin dall'infanzia con Ullman, destinato poi a diventare suo braccio destro nell'avventura imprenditoriale. Ma nota come questo non cancelli le compromissioni politiche di Kamprad.

IL RAPPORTO DELLA POLIZIA - Il libro sostiene che l'adesione al New Swedish Movement di Per Engdahl - segnalata nel 1943 in un rapporto della polizia svedese in cui il miliardario in erba, allora diciassettenne, viene indicato in veste di simpatizzante del nazismo - non fu tanto effimera. E porta alla luce episodi che dimostrano il protrarsi della frequentazione con IL FASCISTA Engdahl (ospite al matrimonio di Kamprad nel 1950) fino e oltre il decennio successivo: ben dopo la nascita d'Ikea e in anni in cui la piena consapevolezza dell'orrore della Shoah non poteva più essere in alcun modo sfumata.

Non solo; Asbrink svela pure il contenuto d'una lettera degli anni '50 in cui Kamprad si dichiara «fiero» d'aver fatto comunella con il New Swedish Movement. Un partito che - osserva scandalizzata l'autrice - non fu «solo» fascista (come affermato a parziale discolpa di sè da «mister Ikea»), ma propriamente filo-nazista: tanto da inneggiare negli anni '40 ad Adolf Hitler come al «salvatore d'Europa» o additare gli ebrei quale «elemento alieno alla civiltà occidentale». Slogan tratti dai comizi di quel Engdhal nei confronti della cui memoria, ancora nel 2010, il vecchio Ingvar Kamprad si riferiva del resto così: «Dite ciò che volete, ma per me Per Enghdal fu un grand'uomo. E lo ripeterò finchè campo». Per Heggenes, suo portavoce, ha ribadito però che Kamprad vede il suo passato con i nazisti il «più grande errore» della sua vita, ma che non commenterà sui particolari. (Ansa)


25 agosto 2011 09:30



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Come sposare una donna ricca Gli spiantati di successo

Corriere della sera

Quando lei ha i soldi (e lui è giovane)


ROMA - «Se non vuoi essere la moglie di tua moglie, non sposare una donna ricca». L'avvertimento del grande epigrammista Marziale, che risale circa al 90 dopo Cristo, continua a cadere nel vuoto da secoli. Le donne ricche, famose, non importa quanto belle o giovani, attirano sempre fidanzati, pretendenti e mariti. Ma è amore, quello vero? Il quesito resta irrisolto. Modello inimitabile di questo genere umano è il Bel-A mi di Guy de Maupassant, mito letterario, elegante avventuriero che fonda la sua ascesa sociale ed economica su matrimoni e legami sentimentali, con una disinvoltura tanto amorale quanto baciata dalla sorte. Lo spregiudicato vince, e anche alla grande.

Funziona anche oggi? Prendiamo donna Maria del Rosario Cayetana Alfonsa Victoria Eugenia Francisca Fitz-James Stuart y de Silva, 18esima duchessa d'Alba, 85 anni di età, quasi cinquanta titoli nobiliari ricevuti o ereditati in famiglia dal 1472 in poi, un patrimonio sui tre miliardi di euro. Ad ottobre sposerà in terze nozze Alfonso Diez, appena 60 anni, borghesissimo funzionario della sicurezza sociale madrilena.

Per anni i sei maturi figli di lei hanno, diciamo così, manifestato pesanti dubbi sui sentimenti di lui. Tempo fa, dicono, persino re Juan Carlos avrebbe esercitato una regale, discreta pressione per evitare questo matrimonio della dama più nobile di Spagna e d'Europa (6 volte duchessa, 17 volte marchesa, 20 contessa, diverse volte Grande di Spagna...) Ma senza risultati. Alla fine la duchessa (che ha sicuramente sbagliato chirurgo plastico, almeno a giudicare dalle fotografie) ha distribuito tra i suoi sei figli 600 milioni di euro, ha deciso di cedere il titolo di duca d'Alba al figlio primogenito e così convolerà a nozze, con tutti e i sei figli presenti.

Storia che ricorda (riducendo i parametri) quella avvenuta l'anno scorso a Massarosa, provincia di Lucca. Ines Orsolini, vedova di 87 anni (sei milioni di euro di patrimonio) aveva annunciato il suo matrimonio con Daniele Bernardi, 49 anni, esperto di elettronica. La Procura di Lucca bloccò a giugno la cerimonia su richiesta di una nipote americana, Lian Orsolini, che da San Francisco si preoccupava della zia. Dopo alcune indagini, a dicembre Ines e Daniele si sono regolarmente sposati. Si sposarono nel 1995 anche Stéphanie di Monaco, principessa, e Daniel Ducruet, semplice gendarme monegasco e sua guardia del corpo (in senso molto ampio). Ma resistettero appena l'arco di due figli, quattro anni di legame e uno di matrimonio regolare.

Hollywood abbonda di queste storie. Cher, allora sui quarant'anni, ebbe una vicenda triennale (dal 1986 al 1989 date incerte) col panettiere-pizzaiolo Rob Camilletti, di soli 22 anni: Rob diventò attore e, dopo la fine dell'affaire con Cher, venne fotografato (beato lui) con altre e più giovani bellezze. Glenn Close nel 1995 si fidanzò con il carpentiere Steve Beers, 9 anni più giovane di lei, conosciuto sul set di «Viale del tramonto». In tutto quattro anni: niente matrimonio, ma il biondo Steve ebbe il suo bel quadriennio di notorietà.


Seguì Liz Taylor che nel 1991 sposò un altro muratore, Larry Fortensky, 21 anni più giovane. Divorziarono nel 1996, Larry conobbe poi numerose sfortune ma Liz, nel testamento aperto dopo la sua morte nel marzo scorso, si è ricordata di lui lasciandogli 800 mila dollari e salvandolo da una amara povertà.
L'anziana Zsa Zsa Gábor (classe 1917) si tiene ancora in casa il nono marito sposato nel 1986, Hans Robert Lichtenberg, 26 anni più giovane di lei, che ostenta il titolo di principe von Anhalt dopo una contestata (e pagata) adozione da parte di una vera principessa von Anhalt. La nobiltà teutonica, puntigliosissima, lo depenna da ogni elenco. Ma in America tutti lo chiamano principe, perfetto ornamento per il patrimonio di lei.
A Hollywood si deve anche un gioiello di film, «È ricca, la sposo e l'ammazzo» («A New Leaf»), del 1971 in cui un ex miliardario, un grande Walter Matthau, decide di sposare l'incolore ereditiera Elaine May progettando di ucciderla. Alla fine lui lascia perdere perché si innamora perdutamente. Attenti, è solo un film.


Paolo Conti
25 agosto 2011 08:38



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Con il radar alla ricerca dell'affresco perduto di Leonardo

La Stampa

Ultima fase di lavoro in Palazzo Vecchio per ritrovare la «Battaglia di Anghiari»



Leonardo Da Vinci, Genio
del Rinascimento



Firenze
Si avvia alla sua fase finale la ricerca, condotta da Comune di Firenze e National Geographic per ritrovare, in Palazzo Vecchio, la «Battaglia di Anghiari», l’affresco perduto di Leonardo da Vinci, che si troverebbe dietro una delle pareti del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio.

Affidata nel gennaio 2010 alla direzione scientifica del professor Maurizio Seracini, l’indagine è portata avanti in questi giorni attraverso l’utilizzo di speciali radar, i quali forniranno nelle prossime settimane risultati che saranno utilizzati per stabilire le modalità di prosecuzione dell’ultima fase di lavoro.

La Battaglia di Anghiari era una pittura murale di Leonardo da Vinci, databile al 1503 e già situata nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze. A causa dell’inadeguatezza della tecnica il dipinto venne lasciato incompiuto e mutilo; circa sessant’anni dopo, la decorazione del salone venne rifatta da Giorgio Vasari, non si sa se distruggendo i frammenti leonardiani o nascondendoli sotto un nuovo intonaco o una nuova parete: i saggi finora condotti non hanno sciolto il mistero.

Nell’aprile del 1503 Pier Soderini, gonfaloniere a vita della rinata Repubblica fiorentina, affidò a Leonardo, da qualche anno tornato in città dopo il lungo soggiorno milanese, l’incarico di decorare una delle grandi pareti del nuovo Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio. Si trattava di un’opera grandiosa per dimensioni e per ambizione, a cui avrebbe atteso nei mesi successivi, e che l’avrebbe visto faccia a faccia con il suo collega e rivale Michelangelo, a cui era stato commissionato un affresco gemello su una parete vicina, la Battaglia di Cascina.

La scena affidata a Leonardo invece era la battaglia di Anghiari, cioè un episodio degli scontri tra esercito fiorentino e milanese del 29 giugno 1440; nel complesso la decorazione doveva quindi celebrare il concetto di libertas repubblicana, attraverso le vittorie contro nemici e tiranni.

Dopo un viaggio a Pisa nel luglio, Leonardo iniziò infine a progettare il grande dipinto murale che, come per altre sue opere, non sarebbe stato un affresco, ma una tecnica che permettesse una gestazione più lenta e riflessiva, compatibilmente col suo modus operandi. Dalla Historia naturalis di Plinio il Vecchio recuperò l’encausto, che adattò alle sue esigenze.

Per ragioni diverse nessuna delle due pitture murali venne portata a termine, nè si sono conservati i cartoni originali, anche se ne restano alcuni studi autografi e copie antiche di altri autori. Leonardo in particolare, dopo molti studi e tentativi, mise in opera il suo dipinto, ma come nel caso dell’Ultima Cena anche questa scelta tecnica si rivelò inadatta quando era ormai troppo tardi. Predispose due enormi pentoloni carichi di legna che ardeva, generando una temperatura altissima che avrebbe dovuto essiccare la superficie dipinta.

La vastità dell’opera non permise però di raggiungere una temperatura sufficiente a far essiccare i colori, che colarono sull’intonaco, tendendo inoltre ad affievolirsi, se non a scomparire del tutto.

Nel dicembre 1503 l’artista interruppe così il trasferimento del dipinto dal cartone alla parete, frustrato dall’insuccesso. Tra le migliori copie tratte dal cartone di Leonardo c’è quella di Rubens, oggi al Louvre. Perduto anche il cartone, le ultime tracce dell’opera furono probabilmente coperte nel 1557 dagli affreschi del Vasari.




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Steve Jobs si dimette da a.d. di Apple

Corriere della sera


Ha chiesto di essere nominato presidente. Al suo posto andrà Tim Cook. E in Borsa il titolo perde il 7%



Steve Jobs
Steve Jobs
MILANO - Steve Jobs si dimette da amministratore delegato. Il papà di tutti i grandi successi di Apple lascia ogni impegno operativo a Tim Cook per assumere la carica di presidente. Jobs è sopravvissuto a un tumore al pancreas e a un trapianto di fegato. «GUARDO AL FUTURO» - In un'accorata lettera agli azionisti e ai dipendenti il manager più amato in tutto il pianeta dalle ultime generazioni ha motivato le dimissioni con il suo stato di salute. «Ho sempre detto che sarebbe venuto il giorno in cui non avrei più potuto rispettare i miei impegni come Ceo di Apple. Sfortunatamente quel giorno è arrivato» ha scritto il fondatore della società di Cupertino. «Credo che i più brillanti e innovativi giorni di Apple siano davanti a noi e io guardo avanti per contribuire al successo in un nuovo ruolo».

Steve Jobs e le sue creazioni



IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA - «Al consiglio di amministrazione di Apple e alla comunità Apple: Ho sempre detto che se mai fosse venuto un giorno in cui non avrei più potuto svolgere i miei doveri e compiti come amministratore delegato di Apple, sarei stato il primo a farvelo sapere. Purtroppo, quel giorno è arrivato. Con la presente mi dimetto da amministratore delegato di Apple. Vorrei servire, se il consiglio lo riterrà, come presidente e membro del consiglio, e dipendente Apple. Per quanto riguarda il mio successore, raccomando decisamente che eseguiamo il nostro piano di successione e nominiamo Tim Cook amministratore delegato di Apple. Ritengo che i giorni più brillanti e innovativi di Apple le siano davanti. E aspetto con ansia di vederli, e di contribuire al suo successo in un nuovo ruolo. Ho incontrato alcuni dei migliori amici della mia vita ad Apple, e vi ringrazio per i molti anni in cui ho potuto lavorare al vostro fianco.

«ICONA PLANETARIA», RETE INVASA DAI MESSAGGI DEI FAN - Una prevedibile ondata emotiva dei fan di Jobs in tutto il mondo ha accompagnato l'annuncio delle dimissioni dalle cariche operative. La Rete è stata invasa dai messaggi («il nostro cuore è spezzato») che consacrano il 56enne americano come un'«icona planetaria». La notizia è stata data dopo la chiusura di Wall Street, ieri, ma nelle contrattazioni post mercato i titoli della Apple, la seconda società del mondo per capitalizzazione, hanno già perso il 7%.

IL SUCCESSORE - Tim Cook, 50 anni, guida l'azienda di Cupertino da quando Steve Jobs si è ammalato nel 2004 e - tranne qualche rara apparizione per presentare i nuovi prodotti - ha delegato al suo braccio destro ogni ruolo operativo. Il nuovo capo di Apple, che fa parte anche del consiglio di amministrazione della Nike, è entrato in azienda nel marzo del 1998, conquistandosi subito la fiducia di Jobs. Appena arrivato a Cupertino, ha rivoluzionato tutto il settore della produzione e della distribuzione, affidando a terzi molte attività e chiudendo molte fabbriche del gruppo, contribuendo a un notevole aumento dei profitti. Appassionato di fitness e di escursioni in bicicletta, alcuni lo definiscono esigente e spietato sul lavoro. Tra gli aneddoti più ricorrenti, quello in cui si racconta una sua sfuriata nel corso di una riunione, quando prese di mira un dirigente dicendogli che sarebbe dovuto migrare in Cina. Sembrava una battuta, ma poco dopo gli si rivolse ancora così: «Perché sei ancora qui?». Il dirigente filò dritto all'aeroporto di San Francisco senza nemmeno passare da casa: oggi è il responsabile di Apple per la Cina.


Redazione online
25 agosto 2011 07:31



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La 500 speciale del Raìs è preda di guerra

Corriere della sera


La vettura, catturata dagli insorti, è un'elaborazione speciale realizzata dall'officina milanese Castagna


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Due uomini spingono l’auto sullo sterrato di Bab Al-Azizija, il bunker di Muammar Gheddafi, e devono fare una gran fatica. Perché quell’auto, che sembra una Fiat 500, pesa una tonnellata e mezzo. Facile che quegli uomini abbiano dovuto spingerla fuori di un garage, e poi sulle lunghe pendenze a 30° dei tunnel sotterranei che innervano la cittadella fortificata. I due spingono tra altri uomini che corrono in senso contrario, qualcosa sullo sfondo brucia in una nuvola nera e una fila di bandierine verdi (lo stesso colore dell’auto) segna un assurdo traguardo sopra la loro testa… Eccola la macchina preferita dal rais, la preferita tra le vetture elettriche (numerose) del Colonnello. Dove sia diretta nel momento in cui il fotografo dell’Ap ferma l’attimo non è dato saperlo, ma da dove venga si sa. Da Milano. Questa è la sua storia.


UN MISTERIOSO CLIENTE - Castagna è un nome tra i più prestigiosi della carrozzeria italiana. L’officina apre a Milano nel 1849 ed è tutt’oggi viva, dopo gli inevitabili passaggi di mano. Produce soltanto pezzi unici, elaborazioni che più ricercate non si può. Il catalogo è online. Nel giugno 2009, tramite un intermediario, arriva l’ordine dall’estero per una Capri. Cioè: un modello derivato dalla Fiat 500 Cabrio. Niente porte, legni e pelli a volontà, tutti i dispositivi che si desiderano, ruote in lega di 17 pollici. Il misterioso cliente la vuole elettrica e chiede che sia pronta per settembre. Interni color panna, con finiture verdi; capote in tela color sabbia; verde e oro la carrozzeria. Quando all’indirizzo della Castagna arriva una copia del Libro Verde di Gheddafi, nella mente di Gioacchino Acampora, architetto e titolare dell’azienda, comincia a farsi strada una certa idea...


UN REGALO AL RAIS - Ogni dubbio svanisce quando arrivano anche le ultime specifiche: sul montante di sinistra, un’immagine retroilluminata del Leone del deserto, rivolto al pilota; sul montante di destra, un tondo con la raffigurazione simbolica della società libica. Sul musetto, al posto del marchio Fiat, un logo con la sagoma nera dell’Africa, la Libia evidenziata in verde (il particolare viene realizzato in malachite) e tre libri in tinta sovrastanti il tutto. Si scopre così che l’auto è regalo che qualcuno della famiglia ha inteso destinare al «leader». Un motore elettrico da 34 kW (costruito dalla Ansaldo di Genova) va a rimpiazzare quello termico, davanti e dietro vengono stivati i pacchi di batterie al litio. Velocità massima: 160 orari. Autonomia: 260 km. La ricarica (il cliente la vuole ultrarapida) è assicurata da due mastodontiche centrali importate dalla Svezia e grandi il doppio dell’auto, ma il risultato è soddisfacente: ricarica completa in appena 10 minuti.


LA RAMPA SOTTERRANEA - Nulla lascia sospettare, a prima vista, che si tratti di una vettura elettrica: la presa per la ricarica è nascosta sotto il suggestivo marchio del frontale; sul cruscotto c’è l’indicatore del serbatoio. Perché il serbatoio del carburante, in effetti, è rimasto, ma la benzina serve per alimentare la pompa (potentissima) del climatizzatore. Al primo test l’intermediario fa notare che la soglia è troppo alta perché l’accesso con la tunica sia agevole: nessun problema, la si abbassa. Si modificano anche le sospensioni, per abbassare ulteriormente l’auto. Altro problema: per uscire dal parcheggio, a casa del proprietario, l’auto dovrà superare una rampa lunga e in fortissima pendenza. Ce la farà il motore elettrico? Quelli della Castagna scovano un vecchio garage milanese con uno scivolo altrettanto impegnativo e verificano: già, in effetti bisogna rimappare la centralina per ritoccare la coppia motrice. L’auto tende ora slittare quando parte in piano, tanto poderosa è la spinta a basso regime, ma in salita va che è un piacere.

REGOLARMENTE FATTURATA - Il 28 agosto il lavoro è terminato. Ma c’è un altro imprevisto, non è facile trovare un volo cargo per spedire tutte quelle batterie a destinazione. Alla fine ci riescono: la 500 rivoluzionaria viene imballata e parte per Tripoli, dalla Francia. Castagna emette regolare fattura: circa 100mila euro. La spesa raddoppia con la megacentrale di ricarica. Il cliente paga senza battere ciglio. Da allora sono trascorsi due anni. nel frattempo, il meccanico tedesco che cura il parco auto della famiglia Gheddafi (che hanno proprietà sparse in tutto il mondo: in un garage di Milano, uno dei figli ha lasciato anche una Bugatti Veyron, che è l’auto più costosa del mondo, oltre un milione di euro) ha fatto un paio di telefonate per qualche dritta sulla manutenzione. L’azienda milanese ha chiesto una foto del Colonnello al volante, giusto per l’archivio: niente. Però si è saputo che l’opera è stata molto apprezzata. Ora, di fronte alla fatica bestiale di quei due ribelli che spingono l’auto, Acampora dice che sarebbe giusto informarli su come farla funzionare. Una riverniciata, via anche certi dettagli imbarazzanti lasciati dalla precedente proprietà, e quella 500 elettrica (anche lei) può rinascere.


Roberto Iasoni
24 agosto 2011 23:54



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Il segreto del virus dell'Ebola: uccide usando un 'Cavallo di Troia'

Il Mattino


di Valentina Arcovio

MILANO - Svelata l'arma segreta dell'Ebola, virus letale che uccide il 90% delle persone infettate, e che invade le cellule utilizzando il trucco del "cavallo di Troia". Un team di scienziati americani, in uno studio pubblicato online su "Nature", fa luce per la prima volta sul meccanismo all'origine della febbre emorragica comparsa nel 1976 in Africa, in alcuni villaggi del Sudan e della Repubblica democratica del Congo, lungo il corso del fiume Ebola da cui la malattia ha preso il nome.

In sintesi, i ricercatori hanno dimostrato che il virus killer attacca le cellule dell'organismo ospite agganciandosi alla proteina NPC1 presente sulla membrana cellulare. Se manca NPC1, l'Ebola è impotente.


In sintesi, i ricercatori hanno dimostrato che il virus killer attacca le cellule dell'organismo ospite agganciandosi alla proteina NPC1 presente sulla membrana cellulare. Se manca NPC1, l'Ebola è impotente.

La scoperta è frutto del lavoro congiunto di più istituzioni statunitensi:
l'Albert Einstein College of Medicine della Yeshiva University di New York, il Whitehead Institute for Biomedical Research e l'Harvard Medical School di Cambridge, Massachusetts, e l'Istituto di ricerca sulle malattie infettive dell'Esercito americano. Sulla base dei risultati raggiunti, gli autori sperano di poter sviluppare in futuro farmaci efficaci contro il virus Ebola e il suo stretto parente virus Marburg.

Una volta entrato nella cellula ospite, in pratica, il virus Ebola riesce a colonizzarla indisturbato perchè forma attorno a sè una sorta di bolla-scudo. Una struttura che gli permette di arrivare al cuore della cellula, il nucleo che racchiude il Dna, e di insinuarsi al suo interno per potersi replicare. Ma se finora i componenti molecolari protagonisti di questo meccanismo restavano misteriosi, adesso l'èquipe americana ha svelato il ruolo chiave della proteina NPC1. Una struttura normalmente embedded all'interno delle membrane cellulari, dove ha il compito di trasportare il colesterolo, componente cruciale del guscio protettivo di tutte le cellule.

«Abbiamo osservato che se le cellule non producono questa proteina non possono essere infettate dal virus Ebola», spiega Kartik Chandran, co-autore dello studio. Accade per esempio ai pazienti colpiti da una rara patologia neurodegenerativa, la malattia di Niemann-Pick. Esponendo in vitro al virus Ebola cellule del tessuto connettivo (fibroblasti) di questi malati, gli scienziati hanno osservato che il microrganismo non poteva penetrarle. La stessa cosa è stata verificata su altre cellule umane, manipolate in provetta in modo da ridurre il contenuto di NPC1, come pure su cellule di topi geneticamente modificati così da non produrre la proteina. In tutti questi casi il virus Ebola e il Marburg - ma non altri virus - non potevano invadere le cellule bersaglio. Gli scienziati ipotizzano quindi che la proteina NPC1 sia fra quelle inglobate nelle "bolle" protettive che traghettano il virus fino al nucleo della cellula. E sperano che la scoperta possa essere utile per sviluppare terapie efficaci anti-Ebola, che agiscano bloccando la componente "cattiva" dell'azione di NPC1.

v. arc.
Mercoledì 24 Agosto 2011 - 20:21    Ultimo aggiornamento: 20:27




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