lunedì 22 agosto 2011

Ora sono quasi un Brasiliano" L'ultimo schiaffo di Mattisti.

Libero



La ferita fatica a richiudersi. Giustizia, probabilmente, non sarà mai fatta: una pietra tombale sulle speranze era arrivata lo scorso dicembre con la mancata estradizione. E inoltre, con una frequenza sorprendente, dal Brasile arrivano parole, dichiarazioni e interviste che quella ferita la riaprono sempre di più. L'ultimo colpo basso sferrato da Cesare Battisti era arrivato una manciata di giorni fa, quando facendosi beffa dell'Italia l'ex terrorista rosso accusato di diversi omicidi ha spiegato di spassarsela tra belle donne e la spiaggia di Rio De Janeiro, dove in teoria nemmeno potrebbe andare.

E lunedì 22 agosto è arrivata una nuova notizia destinata a far soffrire i parenti delle vittime dell'ex membro dei Proletari armati per il comunismo. Cesare Battisti ha ricevuto qualche giorno fa il documento che il Brasile rilascia ai cittadini stranieri residenti nel Paese. Dunque, ha spiegato nell'ennesima intervista rilasciata a un'emittente verdeoro, si considera "quasi un cittadino brasiliano". "Ho un nuovo documento, sono quasi brasiliano, manca poco - ha aggiunto -. Questo primo passo è per me molto importante. Ora - non nasconde la sua gioia - posso circolare per le strade con il documento, senza il quale prima non esistevo. E' una sensazione strana", ha concluso.

22/08/2011




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Treviso, un senegalese regolarizza due mogli La bigamia è diventata legale anche in Italia?

di

L'uomo è arrivato in Italia dieci anni fa con la seconda moglie. Ora ha fatto arrivare nel Paese anche la prima moglie, scatenando le ire dell'altra donna. E' stata proprio lei a denunciare la situazione, legale perché le domande di ricongiungimento familiare sono lecite




Treviso - La poligamia non è legale in Italia, ma un senegalese è riuscito ugualmente a portare nel Paese entrambe le sue mogli.
In un primo momento l'uomo, giunto in Italia a lavorare nel trevigiano, ne ha portata solo una (la seconda) che si è ritenuta la favorita. Ma grazie ai ricongiungimenti familiari, il 45enne - in Veneto da una decina di anni, residente a Treviso e perfettamente inserito - ha portato in casa anche l’altra moglie e la prima, sentendosi "tradita", carte alla mano ha fatto emergere la storia di bigamia.
Nessuna denuncia Dalla seconda moglie l'uomo ha avuto anche due gemelline che hanno otto anni e sono regolarmente riconosciute e inserite con la loro mamma nel nucleo familiare. Dalla prima moglie - quella arrivata solo da poco in Italia - ha avuto due figli maschi di 15 e 16 anni. La moglie più giovane però, non ha ha retto all’affronto di vedersi in casa una "concorrente" e si è rivolta alla Questura. Ora sarà l'ufficio stranieri a dover dirimere la vicenda dal punto di vista legale.L’uomo intanto, non rischia denunce perchè le due procedure di ricongiungimento risultano lecite.



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Ostia, muore d'infarto mentre nuota Cadavere davanti ai bagnanti indifferenti

Il Messaggero

di Mara Azzarelli

ROMA - «Mio marito era un esperto nuotatore. Amava tantissimo il mare e spesso andava in barca a vela. Non posso credere che sia successo. No, è una cosa assurda». Grida e non si dà pace la moglie di Nicola Brangi, l’uomo di 67 anni morto ieri pomeriggio mentre faceva il bagno a Ostia. Erano circa le 16 quando Brangi stava nuotando a cento metri dalla riva. Uno specchio di mare che si trova nella zona di ponente in linea d’aria davanti al chiosco Blanco. Era partito qualche metro prima, da una spiaggia confinante dove la moglie stava prendendo il sole. A un certo punto deve essere successo qualcosa, con molta probabilità un malore. «L’avevo seguito con lo sguardo - dice la donna - fino a pochi metri prima. Poi l’ho perso di vista. Ho notato che i bagnini soccorrevano qualcuno. Sono corsa e ho capito che era lui».


Nel tratto di mare dove l’uomo è morto l’acqua non è molto alta. Chiusa fra due pennelli di scogli, realizzati con le recenti opere di protezione della costa, quel punto sembra più una grande piscina. Si tocca quasi ovunque. «Le persone che stavano facendo il bagno - racconta Gabriele Pasquarelli, titolare del Blanco - hanno iniziato a gridare. Dalla mia spiaggia sono partiti subito due bagnini. L’hanno raggiunto e portato a riva. Hanno tentato di rianimarlo mentre aspettavamo l’autoambulanza ma l’uomo non dava segni di vita».

Sul posto è intervenuta anche la polizia del commissariato di Ostia.
La spiaggia a quell’ora era affollatissima. Qualcuno dei bagnanti ha anche raccontato di aver visto quell’uomo pochi secondi prima. «Ho fatto il bagno vicino a lui, nuotava normalmente. Stava bene», dice un ragazzo. «Alcune persone - riprende il titolare del chiosco - a un certo punto lo hanno visto immobile in acqua. Hanno pensato che facesse il morto a galla, che si stesse rilassando. Poi però a qualcuno è venuto il dubbio. Si sono avvicinati e si sono resi conto che era privo di sensi ma non potevano immaginare che fosse morto».

Nicola Brangi abitava a Roma. La moglie, raggiunta in spiaggia dai familiari, non faceva altro che piangere. Seduta su una sedia a pochi metri dal corpo del marito coperto da un telo ha spiegato agli agenti di polizia che tentavano di consolarla che l’uomo sapeva nuotare bene e amava il mare.

Per stabilire con certezza le cause del decesso sarà determinante l’esame autoptico.
Anche se stando alla ricostruzione dei fatti tutto farebbe pensare a un malore. Un malore talmente fulmineo, un infarto o qualcosa legato al grande caldo che non avrebbe dato a quell’uomo nemmeno il tempo di chiedere aiuto. Come spesso succede in questi casi, c’è voluto un po’ prima di rimuovere il cadavere dalla spiaggia. Nel frattempo su quel tratto di litorale molte persone hanno continuato a prendere il sole, i bambini a giocare e a fare il bagno.

Lunedì 22 Agosto 2011 - 14:24    Ultimo aggiornamento: 14:53




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Torno dalle ferie e divorzio Consigli per il mese dell’addio

La Stampa

Le vacanze fanno esplodere i rapporti, e a settembre c’è il picco delle separazioni
Ecco come affrontare la situazione con ragionevolezza, se proprio è necessario


CARLO RIMINI


Settembre è il mese in cui viene depositato in Tribunale il maggior numero di ricorsi per separazione. Durante le vacanze la convivenza può risultare insopportabile; la vita non è costretta entro gli schemi della giornata lavorativa e se la coppia non funziona, le occasioni per trasformare le ferie in uno stillicidio di liti quotidiane si moltiplicano. In vacanza, poi, si è meno disposti a essere infelici. È questo il momento per riflettere sulle cose da sapere prima di andare in tribunale. Possiamo riunirle in un decalogo: dagli errori da evitare alle regole da seguire.

1. «Non mi concederà mai la separazione». Ecco il primo e più diffuso errore: per la legge italiana è irrilevante che l’altro coniuge sia d’accordo a chiedere la separazione. Neppure è necessario, per ottenere la separazione, dimostrare particolari mancanze o colpe dell’altro: è sufficiente che la convivenza sia divenuta intollerabile, e i nostri tribunali ritengono che per questo basta che uno dei coniugi la ritenga tale. Insomma, non ci si può opporre alla separazione chiesta dall’altro.

2. «Dimostrerò che persona è e il giudice non potrà che darmi ragione». È questo il secondo errore, che ha spesso conseguenze drammatiche. I torti e le ragioni reciproche incidono raramente sull’esito del giudizio di separazione. Spesso i coniugi se ne rendono conto quando è troppo tardi e quando hanno investito le loro energie e le loro fortune nel tentativo vano di dimostrare che l'altro è il peggior marito o la peggior moglie del mondo.

3. «Ho diritto a conservare il tenore di vita matrimoniale». Non è un luogo comune: è la legge che dice che i coniugi avrebbero diritto a continuare a godere, dopo la separazione, del tenore di vita matrimoniale. Ma il condizionale è d’obbligo, quanto meno perché mantenere due case costa di più che mantenerne una sola. Dunque, la separazione coincide spesso con una riduzione del tenore di vita dei coniugi e dei figli.

4. «Il bene dei figli, innanzitutto». I figli sono le prime vittime della lite fra i genitori. Qualche volta la separazione è il minore dei mali, perché pone fine all’ansia di assistere a guerre quotidiane. Talora però la guerra si trasferisce proprio sui figli che rischiano di diventare un terreno da conquistare o da difendere in tribunale.

5. «Voglio l’affidamento condiviso». La legge prevede che i figli siano normalmente affidati a entrambi i genitori. Questo non significa che il tempo dei bambini viene diviso a metà fra ciascun genitore. Generalmente viene comunque scelto il genitore con cui il figlio vivrà stabilmente e vengono determinate le regole di frequentazione con l’altro, ma entrambi hanno (o dovrebbero avere) pari diritti nel prendere le decisioni relative alla crescita.

6. «Andiamo da un mediatore familiare». La mediazione familiare può essere molto utile, proprio nell’interesse dei figli, quando i genitori devono imparare a essere ancora genitori uniti, pur essendo coniugi separati. Un buon mediatore familiare è come un rammendatore: permette di ricreare il dialogo e il rispetto reciproco.

7. «Con la separazione il marito diventa povero». Qualche volta è vero: quando ci sono figli è frequente che si preveda che questi continuino a vivere con la mamma e ciò implica che la casa coniugale sia assegnata alla moglie. Il marito deve lasciarla anche se nella casa ha investito i risparmi di tutta la vita e trovarsi un altro luogo dove vivere. Può essere un sacrificio enorme.

8. «Con la separazione la moglie perde il diritto a godere dei frutti di una vita di sacrifici». Anche questo qualche volta è vero. Accade infatti ancora che la moglie rinunci alla propria carriera e al proprio lavoro per dedicarsi ai figli e alla famiglia, mentre il marito può incrementare i propri redditi: al momento della separazione, soprattutto se i coniugi avevano scelto la separazione dei beni, l’assegno di mantenimento non compensa neppure in minima parte le rinunce fatte dal coniuge più debole durante il matrimonio.

9. «La separazione consensuale è meglio della giudiziale». È un luogo comune, ma contiene molta saggezza. Certo però è necessario trovare un accordo. Per questo aiutano i mediatori, gli avvocati e gli stessi giudici.

10. «Il buon senso prima di tutto, il rancore mai!» Bisogna dimenticare i torti subiti e ragionare con buon senso sulle possibili soluzioni dei molti e notevoli problemi pratici che la separazione pone. Si deve trovare una soluzione che garantisca a tutti, nei limiti del possibile, un’esistenza serena. È difficile e non bisogna perdere la lucidità accecati dal rancore.



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Tragico salto dall'aereo all'elicottero

Corriere della sera
Lo stunt Todd Green tenta l'impresa ma precipita
Kansas City: aereo si schianta al suolo durante airshow

Mac Os X Lion: il Leone ruggisce o miagola?

Corriere della sera

Mac Os X Lion, anzi Os X Lion senza Mac davanti. Così ha deciso il marketing di Cupertino: la sostanza non cambia ma la scelta ci dice molto della futura – probabile – convergenza tra Mac Os e iOs. Lion è probabilmente l’evoluzione più evidente dei sistemi operativi Apple per computer degli ultimi anni.

Forse la più incisiva dai tempi dell’introduzione di Os X, che ha aperto ovviamente una nuova era per il mondo Mac. Come i suoi predecessori Snow Leopard, Leopard, Tiger e così via, questa release 10.7 introduce molte decine di ottimizzazioni, nuovi funzioni e ritocchi estetici. Ma va anche oltre portando nel mondo Mac nuovi paradigmi di usabilità e di interfaccia mutuati dal mondo che Steve Jobs chiama “post-pc” e in particolare (ovviamente) da iOs, il sistema di Apple per smartphone e tablet.

Abbiamo quindi nuove “gestures” (le vedete nel videocommento qui sotto) ovvero nuovi tocchi della dita su un’interfaccia multitouch, in questo caso il trackpad del MacBook (o il Magic Trackpad per un iMac/Mac Mini). Tocchi che abilitano scorciatoie con cui raggiungere più rapidamente certe funzioni. Oppure che servono ad arrivare ad aree di  Os X Lion  nuove di zecca come Launchpad o “rigenerate” come Misson Control. Molte di queste novità danno il meglio di sé su un piccolo display come quello del MacBook Air 11.6 pollici che abbiamo testato insieme a Lion e di cui diremo qualcosa a parte.


In un mese di utilizzo, Lion ha confermato le aspettative che avevamo, migliorando diversi aspetti di quello che resta il sistema operativo più facile e stabile del panorama domestico (no flame, vi prego… sottolineo il concetto unitario “più facile e stabile”, ok?). In rete leggiamo di parecchie critiche ad alcune novità  e di diversi bug. Noi non abbiamo rilevato nulla di particolare, tranne un difetto nell’uscita dalla sospensione che in alcuni casi non ha funzionato (lo schermo è rimasto nero e non c’è stato verso di venirne a capo…) e ci ha obbligati a un riavvio forzato.
Ma probabilmente il difetto è attribuibile all’Air e non a Lion
No, è un problema di Lion (e comunque parliamo di 2 casi su centinaia di uscite dalla sospensione, che l’Air esegue in maniera pressoché istantanea).

C’è da dire però che parliamo di un’installazione “pulita” su una macchina nuova e piuttosto prestante (cpu i7 e 4 GB di Ram). Chi lamenta problemi, su forum o sul Mac App Store – da cui questo Lion va installato (addio dvd di installazione, tutto passa dalla rete) -, di solito parla di aggiornamenti da Snow Leopard.

Le novità più significative sono anche quelle meno appariscenti. L’autosave dei documenti è davvero pratico ed evita agli sbadati come me di imprecare per lavori andati perduti. Anche se meglio sarebbe poter disabilitare l’opzione a piacimento.

La possibilità di vedere tutte le versioni del documento modificato è un’utilità in più, così come il Resume delle applicazioni che si riaprono esattamente nella situazione in cui le avevamo chiuse. Bene Spotlight migliorato e integrato con la Visualizzazione rapida e con il drag&drop dei file.

Le gestures all’inizio sono davvero un po’ complicate da memorizzare tutte, ma in breve ci si impratichisce. E sono una gran comodità, soprattutto associate ad altre novità come le applicazioni a tutto schermo, assai utili su un minipc come l’Air (un po’ meno sul Thunderbolt Display da 27 pollici…). L’inversione dello scrolling (il nuovo “natural scrolling”, anche qui derivato da iPhone/iPad) crea orrore in più di un utente, ma si può disabilitare. Per chi, come il sottoscritto, trascorre qualche mezzora al giorno con un iPad in mano risulta in effetti “naturale” quasi subito.

Bello e pratico anche Mission Control, così come alcuni software ridisegnati come Mail (iCal e Rubrica un po’ meno). Ottimo Airdrop, per trasferire file ad altri Mac collegati alla stessa wireless Lan. Quanto a Launchpad, è l’evidente ponte col mondo iOs. Come tale può fa storcere un po’ la bocca ai mac-cisti duri e puri. Ma darà un senso di familiarità a chi arriva “vergine” a Mac direttamente dall’esperienza iPhone/iPad (e non sono pochi negli ultimi tempi). E in fin dei conti si può ignorare.

Quanto alle applicazioni di terze parte, detto che si perde la compatibilità con quelle Power Pc, c’è da scontare un ovvio periodo di transizione con i relativi crash e disagi. Ma i problemi andranno a posto a breve. Insomma, aggiornare o no? Sì per i tanti miglioramenti che Lion porta con sé, soprattutto se avete un MacBook. Anche se il re della savana porta con sé anche una maggior richiesta di Ram e consumi di batteria un po’ più alti (update: a proposito di bug, il lettore Stefano ci segnala problemi con i dischi esterni, marchio Lacie nello specifico). A 23,99 euro il prezzo è giusto.

Pomodoro, è giallo: firma vera e scultura falsa

Quotidiano.net

Si tratta di un bassorilievo rettangolare in bronzo dorato, 22 centimetri per 12, realizzato nel 1980. L’artista se la vide recapitare in studio, qualche anno fa




Arnaldo Pomodoro



Milano, 22 agosto 2011



Che fine ha fatto il bronzetto di Arnaldo Pomodoro? Un’opera dello scultore romagnolo, oggi 85enne e milanese di adozione, è al centro dell’ennesimo caso giudiziario che riguarda un falso artistico. La scultura è un bassorilievo rettangolare in bronzo dorato, 22 centimetri per 12, realizzato nel 1980. L’artista se la vide recapitare in studio, qualche anno fa, con tanto di firma autografa apposta sulla base pure in bronzo, e numero di tiratura 1/9. Pomodoro verificò nel suo archivio che l’esemplare era stato venduto a suo tempo al gallerista milanese Giò Marconi. E la firma era autentica, quella sì, ma non la scultura. Da lì la denuncia sporta ai carabinieri di Monza e il seguito della storia.

A mostrargli l’opera era stato un gallerista milanese, Vittorio Poleschi, che voleva verificarne l’autenticità. Scoperto che era un falso, subito rivelò da chi l’aveva comprata. Ne nacque così un singolare caso giudiziario, con due persone imputate di messa in commercio di un falso e ricettazione. Uno di loro, Francesco D., per breve tempo aveva lavorato come magazziniere del gallerista Marconi. L’altro, Antonio C., si era offerto di aiutare l’amico a vendere l’opera e lo aveva messo in contatto alla fiera MiArt di Milano con Poleschi, cui l’aveva ceduta per novemila euro.
Dai racconti dei protagonisti, versioni inconciliabili. D. sostenne di aver ricevuto il bronzetto di Pomodoro dal gallerista Marconi anni prima, a parziale pagamento del suo lavoro per la galleria. Marconi confermò di aver avuto D. alle sue dipendenze ma negò di non averlo mai retribuito “in natura artistica”. E aggiunse di essersi accorto solo in seguito che quella scultura di Pomodoro era sparita dalla sua galleria. Antonio C. da parte sua, si difese sostenendo di aver sempre conosciuto l’amico D. come appassionato d’arte e di non aver dunque potuto immaginare che lo stava aiutando a vendere un falso.

In definitiva, D. ha pensato bene di uscire dal processo patteggiando una pena sotto i due anni, mentre C., difeso dagli avvocati Armando Cillario e Anna Molinari, ha affrontato il giudizio e alla fine ha avuto ragione. Il giudice Chiara Nobili ha riconosciuto che non c’era la prova che sapesse che l’opera era falsa. Perché questo è sicuro, ha stabilito il magistrato: il bronzetto era un falso. Ma allora chi ce l’ha il vero Pomodoro?


di Mario Consani




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La senatrice Pdl Allegrini si lamenta per lo stipendio: rabbia sul web

Il Mattino

di Arnaldo Sassi

ROMA - La parola più usata è vergogna. Sì, perché l’intervista di Klaus Davi alla senatrice viterbese Laura Allegrini, messa in rete su Youtube, ha provocato un’indignazione e una rabbia a 360 gradi. La storia dei 3 mila euro al mese (detratte tutte le spese), che la senatrice ha dichiarato di guadagnare, e il fatto di soffrire di solitudine nell’espletare il suo ruolo di parlamentare non sono proprio andati giù al popolo del web, che ha usato espressioni forti a prescindere dal partito di appartenenza.



«Ho 22 anni - scrive su Tusciaweb Chiara Fontini, giovane esponente del Pdl - e contribuisco ogni giorno alla costruzione di un movimento giovanile che formi persone, non macchine da guadagno. Figuriamoci se voglio fare demagogia, o peggio ancora cavalcare l’antipolitica. Al contrario, è proprio alla politica che chiedo risposte. Le vicende di questi giorni hanno dimostrato come il pensionato, l’immigrato e il giovane disoccupato non faranno di certo lobby, ma prima o poi fanno la rivoluzione. Per questo, da militante della Giovane Italia, mi dissocio: non solo da un singolo esponente del Pdl, ma da un intero modo di fare politica».

Tra i commenti che il sito online viterbese riporta, tantissimi confrontano le dichiarazione della Allegrini con le proprie condizioni personali. Come Stefania: «Io dai miei mille euro mensili devo togliere le spese per il vitto, l’affitto, le bollette, i trasporti e non mi rimangono nemmeno tremila lire». O come Maria: «Se guadagnassi tremila euro al mese e con un posto fisso mi considererei ricca. Potrei permettermi di comprare più cibo e vestiti per i miei figli, poterli portare al mare ogni tanto. Ma purtroppo tutto ciò non lo posso fare perché con ciò che guadagno si e no arrivo a metà mese. Vogliamo fare a cambio?».



O come Lucia: «Stanotte non dormirò pensando alla povera Laura in aereo nell’ultima fila. Al netto di tutto che significa? A me, al netto di tutto (cioè di tutte le spese) non mi resta nemmeno un euro (e meno male che posso affrontarle). Laura, era meglio che stavi zitta. Che figura di m...». O come Paolo: «Poverina, potresti fare cambio con un povero pensionato, così non ti sentirai sola. Mi fai pena . Vai a lavorare, così proverai cosa vuol dire lottare per sopravvivere».

C’è pure chi affronta la questione politica. Come Gigge: . O come Alessio: «Si vede proprio che i nostri parlamentari vivono in un altro pianeta,lontano anni luce dai problemi degli italiani». Ma forse il commento più azzeccato è quello di Maria: «C’e’ un modo per mandarle 50 euro?».


Lunedì 22 Agosto 2011 - 13:17    Ultimo aggiornamento: 13:50



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A Venezia ci sono troppi vu' cumprà tra le calli La procura apre un'indagine sui vigili "distratti"

di


Iniziativa choc tra le calli. Per la prima volta in una grande città la Procura apre un’inchiesta per arginare l’abusivismo selvaggio


I vu cumprà, cioè i venditori ambulanti,sono una costante del­­l’estate. In spiaggia e nelle città d’arte sono ovunque, anche se abusivi. Spesso tollerati dai vacan­zieri, molti dei quali anzi acquista­no volentieri la merce taroccata, odiati dai commercianti in regola, perseguiti dalle forze dell'ordine. Da anni ormai si cerca di trovare un rimedio, ma sembra quasi che bancarelle e teli stesi sul bagna­s­ciuga siano impossibili da far spa­rire. La tolleranza zero, promessa dai Comuni, è un miraggio. Ma a Venezia, dove soprattutto in piazza San Marco il fenomeno dei vu cumprà è particolarmente diffuso e suscita polemiche, è arri­vata la svolta. In passato, nel fuggi fuggi all’arrivo dei controlli, era successo che i venditori ambulan­ti urtassero violentemente i turi­sti, rischiando di far male a qualcu­no.
E ora la procura ha deciso dare un deciso giro di vite, con un’ini­ziativa senza precedenti in una grande città che potrebbe fare scuola. I magistrati della Laguna hanno infatti aperto un fascicolo d’indagine per omissione di atti d’ufficio a carico dei vertici della polizia municipale. L’ipotesi del­la procura è che i controlli dei vigi­li per arginare i vu cumprà siano scarsi o comunque non sufficien­ti. Se i commerci abusivi prolifera­no a Venezia sarebbe quindi col­pa della polizia locale, un po’ trop­po morbida in materia. L’indagi­ne è stata avviata dal procuratore aggiunto Carlo Mastelloni che ha iscritto nel registro degli indagati il comandante dei vigili urbani e i suoi due vice. I tre avrebbero re­spinto ogni responsabilità. Proprio qualche mese fa il sin­daco di Venezia, Giorgio Orsoni, aveva invitato l’opinione pubbli­ca a «non drammatizzare»sui ven­ditori fuorilegge, che in Laguna so­no soprattutto senegalesi.
«Come giunta abbiamo approvato l’av­vio della modifica del regolamen­to comunale in cui inseriremo gli strumenti idonei a prevenire tutto quello che disturba la vita cittadi­na », aveva sottolineato Orsoni. Per il quale però andava «tenuto presente che Venezia è tutta pedo­nale, tutto diventa della massima evidenza: non siamo agli Champs Elysées». La situazione in città era comunque rimasta incandescen­te.
La presenza degli extracomuni­tari irrita da sempre i turisti che avevano smesso di fermarsi da­vanti ai negozi e alle bancarelle in regola. Portavoce della protesta che aveva portato persino allo sbarramento dei banchetti davan­ti all’h­otel Danieli erano stati Fran­co Dei Rossi, uno dei più vecchi pit­tori di piazza di Venezia, e Clau­dio Staderini, direttore del presti­gioso albergo, che aveva lanciato l’allarme: «L’area marciana è di­ventata un suk ». La Procura li ha fi­nalmente ascoltati




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«Io, ragazza americana che fece girare la testa a Firenze»

Corriere della sera

Adesso ha 83 anni, si chiama Ninalee Craig e 60 anni fa, davanti al caffè Gilli, ha fatto girare la testa, nel senso letterale, a diversi uomini che la vedevano passare


“An American Girl in Italy”
“An American Girl in Italy”


FIRENZE - Adesso ha 83 anni, si chiama Ninalee Craig e 60 anni fa, davanti al caffè Gilli di Firenze, ha fatto girare la testa, nel senso letterale della parola, a diversi uomini che la vedevano passare. Avete in mente la foto della ragazza che sfila a occhi bassi in mezzo a quindici uomini davanti al Caffè Gilli a Firenze, nel celebre scatto di Ruth Orkin, “An American Girl in Italy”? Ecco, quella donna, 60 anni dopo, si racconta.

Il nome al volto gliel'ha dato La Nazione, nei giorni scorsi. Ninalee Craig aveva 23 il 22 agosto del 1951 quando la sua amica Ruth la immortalò in quella foto, sperando di venderla all’Herald Tribune. «Aveva 28 anni e lavorava come freelance - racconta al quotidiano - Se fosse riuscita a venderla ci avrebbe guadagnato 50 dollari, due settimane di albergo. Ma l’Herald Tribune non la prese e io di quella foto non ne ho saputo niente per anni. Certo non ci ho mai ricavato un centesimo».

Ninalee Craig ora
Ninalee Craig ora
Ninalee un italiano se l’è sposato. «Era veneziano, ma abbiamo vissuto a Milano. Ci siamo conosciuti a New York quando avevo 29 anni e non pensavo più che mi sarei sposata. Lui era vedovo e aveva un figlio. Quando l’ho visto ho sentito il cuore che si scioglieva. Non mi ha mai fatto una vera e propria proposta di matrimonio, ma insistette perché conoscessi i genitori (in italiano ndr.). Quando vado in Italia torno sempre a trovare la famiglia a Treviso. Abitare là è stato meraviglioso. L’Italia ha tutto e la gente è adorabile».



22 agosto 2011






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Stanchi delle multe seguono e documentano su Facebook le infrazioni del sindaco

Quotidiano.net

Un comitato di abitanti di Conselve (Padova) ha dichiarato guerra al primo cittadino. Sul social network le foto del sindaco Antonio Ruzzon, mentre parcheggia in divieto vicino al municipio o parla al cellulare mentre guida



Utente su Facebook (Ansa)

Padova, 22 agosto 2011



Un gruppo di cittadini di Conselve (Padova), stanchi delle continue multe, si sono riuniti in un comitato dal nome significativo ‘’Lasciateci respirare’’, ed ha dichiarato guerra al sindaco, pedinandolo e documentando le infrazioni al volante. Il tutto è poi stato pubblicato su Facebook.
A finire nelle pagine di internet, ma anche nei cellulari di alcuni concittadini, come riporta oggi il Mattino di Padova, sono cosi finite le immagini dell’auto del primo cittadino, Antonio Ruzzon, parcheggiata in divieto di sosta di fianco al municipio, o dell’uomo intento a parlare al telefono mentre guida.
Da parte sua il sindaco non cerca giustificazioni alle sue infrazioni ma invita a dare il giusto peso alla vicenda. ‘’E’ vero - ammette - ho parcheggiato dove non si potrebbe, e’ una leggerezza dovuta alla fretta e all’impossibilita’ di cercare in quel momento un altro parcheggio. Non l’ho fatto per arroganza - si giustifica, pur parlando di un ‘agguato’ teso da un avversario politico - ma per necessita’’’.




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Fantasmi al Museo Archeologico, arrivano i «ghostbuster»/La sagoma della bimba

Il Mattino

Gli operai lanciano l'allarme. L'uomo del ministero, inizialmente scettico, fotografa sagoma dibimba. Convocati gli esperti



NAPOLI - Al Museo Archeologico di Napoli arrivano gli acchiappafantasmi: li manda il Ministero dei beni culturali. Tutto dopo che gli operai di una ditta si sono rifiutati di lavorare causa presenze strane. Che un tecnico inviato da Roma ha fotografato, come si vede qui accanto.


Lunedì 22 Agosto 2011 - 09:34    Ultimo aggiornamento: 09:41



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Vaticano nel mirino sul web. I Radicali: i vescovi spieghino in tv

Corriere della sera

Su «FB» in 95 mila aderiscono a un gruppo anti Chiesa sulla manovra. Il partito di Pannella chiede sostegno ma Pd e Idv tacciono


ROMA È ancora polemica sulle agevolazioni fiscali concesse alla Chiesa. Con il segretario dei Radicali italiani, Mario Staderini, che dopo aver proposto un emendamento per reintrodurre l’Ici sugli immobili di proprietà del Vaticano, rilancia chiedendo un dibattito televisivo «perché gli italiani possano farsi un’idea».


E invita come controparte Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, quotidiano della Cei, che ieri dedicava ampio spazio alla questione: «Parlare male della Chiesa è una tentazione antica e ritornante, a molti dà fastidio perché sa ascoltare la gente, ne amplifica la voce e le attese, ne è sostenuta e la sostiene». In un editoriale di Patrizia Clementi si spiegava che «l’esenzione Ici non è costruita ad hoc per le istituzioni cattoliche ma riguarda tutte le attività non commerciali di rilevante valore sociale, anche laiche» e che «lo sconto del 50% sull’Ires si applica a soggetti no profit impegnati in opere di beneficenza e assistenza, non solo quelli di ispirazione cattolica», concludendo che «la rinuncia al gettito da parte dello Stato, o dei Comuni nel caso dell’Ici, non costituisce una privazione per la collettività ma il sostegno ad una meritoria opera i cui benefici ricadono sulla stessa comunità» e che altrimenti tornerebbero a carico dell’ente pubblico. Non la pensa così il popolo della Rete che affolla il web di proteste. Su Facebook sono già oltre 95 mila i «Mi piace» accanto al gruppo intitolato: «Vaticano pagaci tu la manovra fiscale». Si calcola che i mancati incassi relativi a Ici e Ires più gli introiti dell’8 per 1000 valgano intorno ai 3 miliardi di euro.
Replica Staderini che «nessuno vuole fare pagare l’Ici agli edifici di culto, quanto abolire l’esenzione per le attività commerciali svolte da enti ecclesiastici, come quelle ricettivo- turistiche, assistenziali, didattiche, ricreative, sportive e sanitarie, equiparandoli a chi fa le stesse cose senza insegna religiosa». Il segretario radicale sostiene inoltre che la riduzione Ires «opera a priori, indipendentemente dal fatto che gli enti facciano davvero beneficenza». Inoltre invita «il Pd ma anche Di Pietro e Vendola ad uscire allo scoperto ed esplicitare la propria posizione ». Ma almeno dal Pd per ora non arrivano adesioni. Dopo i no del presidente Rosy Bindi, condiviso dal leader Udc Pier Ferdinando Casini, ieri per i democratici ha espresso contrarietà Giorgio Merlo prendendo le distanze dall’«attacco strumentale alla Chiesa italiana sul tema dei cosiddetti privilegi fiscali» definendolo falso e tendenzioso. «Spiace rilevare che all’interno del Pd, notoriamente partito né anticlericale né laicista, spuntino dirigenti e singolari personaggi che appoggiano questa fantomatica battaglia contro l’azione caritativa e missionaria della Chiesa. Reminiscenza del passato o colpo di sole?».


Giovanna Cavalli
22 agosto 2011 08:28



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La strage di Bologna fa ancora discutere Una falsa diagnosi liberò il supertestimone

di

A 21 anni dalla vicenda schricchiolano le certezze e traballa la tesi ufficiale: l’accusatore di Mambro e Fioravanti, fu scarcerato per un tumore. Che aveva un altro: doveva avere pochi mesi di vira, ma visse 20 anni. E le sue accuse erano solo bugie



Bologna

Scricchiolano le certezze sulla strage di Bologna e l’impressione è quella di una verità per troppi anni congelata. Se è stato dimostrato che la pista palestinese era qualcosa di più di un’ipotesi, ora riemergono anche le bugie del superteste Massimo Sparti, uomo legato alla criminalità romana e ai neofascisti dei Nar, che fu determinante per la condanna di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Un anno dopo la strage, per uscire dal carcere, si impossessò del referto di un malato terminale di tumore al pancreas.
Visse invece per vent’anni ma in carcere non tornò più. E chi gli procurò quel documento medico resta uno dei tanti misteri dell’inchiesta. Sparti sostenne che Fioravanti era andato da lui a Roma il 4 agosto del 1980, cioè due giorni dopo la strage alla stazione di Bologna, chiedendo dei documenti falsi per Francesca Mambro, temendo che potesse essere stata riconosciuta alla stazione di Bologna. In quella occasione Fioravanti gli avrebbe anche detto: «Hai visto che botto?...». Un passaggio chiave per la condanna. Sparti invece era in vacanza a Cura di Vetralla, come confermato da ex moglie, figlio e colf, e da lì non si è mai mosso.
Arrestato con Fioravanti, Sparti uscì di cella grazie al certificato che si basava su referti della clinica radiologica. L’esame venne effettuato all'esterno, a Pisa, dal professor Luigi Michelassi, e l'esito non lasciava scampo: tumore al pancreas con metastasi ai linfonodi. Nel 1982 venne così liberato per motivi di salute, peccato che il professore più tardi fosse venuto a sapere che il foglio apparteneva a un altro paziente: «Si verificò uno scambio ad arte». Non un errore accidentale quindi ma costruito su misura per liberare il «supertestimone», e che oggi va riletto anche alla luce della iscrizione nel registro degli indagati della procura di Bologna dei due terroristi tedeschi di estrema sinistra legati a Carlos lo sciacallo, detenuto in Francia. .
«Se davvero fosse stato un tumore al pancreas – sostiene il professor Francesco Ceraudo, a lungo guida del centro clinico del carcere di Pisa -, sarebbe morto in pochi mesi». Nel 2007, cinque anni dopo la morte del padre, il figlio di Sparti Stefano confermò che la malattia in base alla quale il papà fu scarcerato era falsa: «Aveva mentito» disse senza esitazioni. Ma su chi agevolò quella fuga legalizzato neanche una parola. Qualche tempo dopo l'arresto, Sparti era ricoverato al centro clinico del Don Bosco di Pisa. Finse di stare male, per uscire.
Quel referto scambiato apposta confermava che le sue condizioni di salute non erano compatibili con il regime carcerario: morì di tumore ma nel 2002, vent’anni dopo la scarcerazione. Il professor Ceraudo insiste: «Tutti gli accertamenti diagnostici esperiti da me in precedenza non avevano evidenziato nulla. Improvvisamente emerse questa diagnosi catastrofica, non riuscivo a darmene una ragione plausibile». Per il medico lo scambio fu voluto: «Fatti, non illazioni o interpretazioni riferiti al processo per la strage di Bologna contro Ciavardini, dove sono stato sentito come teste - spiega amareggiato - Nella sentenza sono stato etichettato come inattendibile, perché allora non mi hanno perseguito per falsa testimonianza?».
Perchè forse c’era qualcosa che non si poteva dire. «Quando si parla del centro clinico del carcere di Pisa molti lo associano al mio nome - dice ancora Ceraudo che lo ha diretto per molti anni - ma non fui certo io allora a certificare la finta malattia di Sparti». E, aggiunge: «Non venni creduto nè quando era detenuto e dissi che non aveva un tumore, nè anni dopo, quando ho testimoniato al processo».
Ma c’è dell’altro. Francesco Di Carlo, ex boss mafioso di Altofonte, Palermo, oggi collaboratore di giustizia, sostiene che la strage fu una vendetta libica contro l'Italia: «In Inghilterra, il mio compagno di cella era Nizzar Indaoui, agente segreto arabo e braccio destro di un colonnello siriano: mi raccontò che i servizi libici organizzarono la strega per ripicca contro i servizi italiani che avevano aiutato gli americani». Lo riferì nell’ottobre 1999 a Rosario Priore, il giudice che indagava sulla strage di Ustica, l'aereo Dc9 Itavia precipitato 31 anni fa. Un altro mistero. Ma adesso troppe verità di comodo cominciano a vacillare.




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Il destino della Germania

Il Tempo

I tedeschi sono da secoli croce e delizia del Vecchio Continente. Campo fertile della filosofia e delle arti, terreno rovente del mestiere delle armi. La verità è che la Germania continua ad avere lo stesso problema di sempre: cerca di espandersi, ha fame di spazi.


Da secoli i Paesi del Mediterraneo e l’Europa tutta hanno a che fare con una straordinaria forza e un terribile problema: la Germania. L’Impero romano non ebbe vita facile con i popoli che venivano dalle brume del Nord: li dominarono solo in parte, ne furono perfino sopraffatti. I tedeschi sono stati croce e delizia del Vecchio Continente. Campo fertile della filosofia e delle arti, terreno rovente del mestiere delle armi. Due guerre mondiali, sterminio, volontà di sopraffazione hanno preceduto i nostri sessant’anni di pace insieme alla Germania.

I tedeschi nel dopoguerra sono stati aiutati da tutti a superare il trauma, a ricostruire una potenza, a resistere alla divisione in due durante la Guerra Fredda, a riunificarsi dopo il crollo del Muro, a diventare grazie all’Euro la locomotiva d’Europa. La moneta unica oggi è la bandiera di Berlino. I costi di questa mega-operazione di salvataggio dei nostri amici tedeschi li racconteremo domani con un formidabile articolo di Marlowe. Posso solo anticiparvi che parliamo di cifre stratosferiche. Di sacrifici umani.

Altro che salvataggio della piccola Grecia, altro che comprare qualche miliardo di titoli dell’Italia o della Spagna, altro che emettere qualche centinaio di miliardi di Eurobond che fanno bene a tutti, ai tedeschi per primi. La verità è che la Germania continua ad avere lo stesso problema di sempre: cerca di espandersi, ha fame di spazi. Ieri erano puramente geografici e territoriali, e perciò si tramutarono in invasioni e conflitti; oggi per la Germania l’economia è, parafrasando Clausewitz, la continuazione della guerra con altri mezzi. Basterebbe leggere il geniale Carl Schmitt, il teorico della teoria degli spazi, per comprendere a fondo lo spirito della Germania. La sua volontà di potenza riemerge continuamente. L’Euro serviva a temprare Berlino e costruire il vecchio continente. È successo esattamente il contrario: ha ipernutrito i tedeschi, indebolito il Mediterraneo e svuotato l’Europa.


Mario Sechi
21/08/2011





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I ribelli conquistano Tripoli Catturati tre figli di Gheddafi

Corriere della sera

Poche ore prima il Rais alla radio: «Rimarrò fino alla fine». Ma i suoi pretoriani si arrendono


MILANO- Un'avanzata inarrestabile iniziata domenica pomeriggio in alcune ore ha fatto crollare il regime di Gheddafi, a pochi giorni (1° settembre) dal 42mo anniversario della rivoluzione. I ribelli libici hanno conquistato Tripoli e catturato tre dei suoi figli (Saif al-Islam, il secondogenito e suo erede designato, l'ex calciatore Saadi e il figlio maggiore Mohammad).

E gli Stati Uniti hanno esortato gli insorti a pensare alla Libia senza il Colonnello, riferisce il dipartimento di Stato. La Nato ha chiesto che la transizione dei poteri avvenga subito e in modo pacifico. La folla è scesa nelle strade di Tripoli per festeggiare la «liberazione» e l'entrata in città dei ribelli anti-Gheddafi, che poco dopo le 22 hanno reso noto di essere arrivati nel centro della capitale, sulla Piazza Verde. Pochi minuti prima dell'una di notte la notizia che tutti i libici aspettavano: Gheddafi è stato catturato.

La notizia stranamente però arriva dalla Corte penale internazionale dell'Aia, che subito dopo precisa: ci siamo sbagliati. A Tripoli i ribelli controllano tutta la città eccetto il bunker di Gheddafi a Bab al-Azizia, però gli scontri per il controllo della piazza centrale sono proseguiti per alcune ore nei dintorni, forse a causa di alcune sacche di resistenza di irriducibili.

L'operazione «Sirena», la manovra dei ribelli coordinata con le forze Nato e il Consiglio nazionale transitorio (Cnt), è arrivata quindi nel cuore stesso di Tripoli. E il corrispondente Ansa assicura che decine di mezzi carichi di ribelli si stanno dirigendo verso Tripoli dall'altopiano del Jebel Nafusa dopo aver appreso della resa della Guardia presidenziale e della cattura di Saif al-Islam.


CHE FINE HA FATTO GHEDDAFI? - Il portavoce del regime, Ibrahim Moussa, dopo la caduta di Tripoli in mano agli insorti, ha detto che Gheddafi è pronto a trattare offrendo un «immediato cessate il fuoco se anche gli insorti si fermeranno», chiedendo inoltre alla Nato «di fare pressione sul Cnt». In risposta il capo del Cnt, Mustafa Abdel Jalil, si è detto pronto a ordinare la fine dei combattimenti a Tripoli e nel resto della Libia se Gheddafi accetterà di lasciare il potere e il Paese.

Ma subito dopo la radio ha mandato in onda un nuovo messaggio del Rais, in cui incita i cittadini a «salvare Tripoli: è una questione di vita o di morte», chiede agli imam di guidare il popolo e alle donne di scendere in strada e combattere. Al Jazeera ha rivelato che all'aeroporto di Tripoli stazionano due aerei sudafricani che potrebbero essere usati da Gheddafi per lasciare il Paese. Il presidente sudafricano Jacob Zuma è stato infatti uno dei principali mediatori tra il Cnt e il Colonnello.

I FIGLI - Ci sono «notizie certe» della cattura di Saif al-Islam, ha detto Jalil ad Al Jazeera, assicurando di aver dato istruzioni perché «sia trattato bene, in modo che possa affrontare un processo». Circa un'ora dopo il portavoce del Cnt, Abubakr Traboulsi, annuncia la cattura anche del terzogenito Saadi, noto perché alcuni anni fa tentò la carriera di calciatore in serie A in Italia ma senza molto successo. Anche il primogenito Mohammad si è in seguito arreso ai ribelli.

MESSAGGIO AUDIO - Nel pomeriggio alcune voci volevano Gheddafi in fuga, ma lo stesso Colonnello in un discorso audio ha detto che sarebbe rimasto «a Tripoli fino alla fine». E ha chiamato a raccolta i suoi fedeli: «Venite da tutte le regioni per liberare la capitale dai ribelli. Sono qui a Tripoli, non possiamo andare via. Non ci possiamo arrendere, resisteremo fino all'ultima goccia di sangue, sono qui come vi ho promesso».

Infine quella che a molti è sembrata una minaccia: «Ho paura che Tripoli brucerà.». Secondo il governo durante gli scontri di Tripoli sarebbero morte 376 persone tra forze lealiste e ribelli, poi il bilancio è stato portato a 1.300. In precedenza bombe Nato avevano colpito il bunker del rais a Bab al-Azizia, nei sobborghi di Tripoli, e violenti scontri erano scoppiati nei pressi dell'albergo che ospita la stampa straniera.

NELLA CAPITALE - Anche Ibrahim Moussa, portavoce del regime, aveva spiegato che non ci sarebbe stata alcuna resa. «Tripoli è ben protetta, abbiamo migliaia di buoni soldati pronti a difenderla da questi ribelli sostenuti e armati dalla Nato», assicurando che erano migliaia i soldati e volontari pronti a combattere. E accusava gli oppositori di avanzare facendo «esecuzioni, saccheggi, stupri e torture». Ma anche la Guardia presidenziale si è arresa quando ha visto che ogni difesa era vana.

I ribelli sono riusciti a liberare i detenuti politici della prigione di Maya, a 25 chilometri da Tripoli, dopo scontri durissimi con le guardie di vigilanza. Moussa ha dichiarato che nei combattimenti a Tripoli da mezzogiorno sono morte almeno 1.300 persone e 5 mila sono rimaste ferite. Secondo testimonianze indipendenti, invece, l'avanzata sarebbe avvenuta incontrando scarsa resistenza.

FRATTINI: «GHEDDAFI SI ARRENDA O BAGNO DI SANGUE» - Muammar Ghaddafi «si arrenda e abbandoni il potere, non ci sono assolutamente alternative»: questa è «l'unica possibilità» per evitare una situazione che «può trasformarsi in un bagno di sangue». È l'appello lanciato al Colonnello dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, tramite il Tg1.

Redazione online
21 agosto 2011(ultima modifica: 22 agosto 2011 01:12)

La Svizzera accusa l'Italia: non dice la verità sui gas serra

Corriere della sera


In particolare sugli idrocarburi alogenati: emesse fino a 630 mila tonnellate all'anno


MILANO - L'Italia non fornisce dati reali sull'emissione dei gas serra, in particolare sugli idrocarburi alogenati come il trifluorometano (Hfc-23), un potentissimo gas serra con una durata nell'atmosfera di 270 anni e una potenzialità maggiore di quasi 15 mila volte quella dell'anidride carbonica. La pesante accusa proviene dall'Empa, i Laboratori federali svizzeri di scienza dei materiali e tecnologia, quindi un organismo ufficiale elvetico, rilevata tramite la stazione di ricerca posizionata sul passo della Jungfrau a 3.580 metri d'altezza che ha utilizzato uno speciale gascromatografo spettrometro di massa denominato Medusa. Con questo strumento non solo si analizzano una cinquantina di composti alogenati ma, grazie a modelli computerizzati della circolazione atmosferica, è possibile identificare anche da dove provengono. E qui partono le accuse all'Italia, che emette da dieci a venti volte in più di quanto dichiarato.

ACCUSE - L'Hfc-23 è un sottoprodotto della lavorazione del clorodifluorometano (Hcfc-22), utilizzato come refrigerante, schiumogeno e nella produzione del teflon. L'Hcfc-22 viene impiegato come sostituto dei Cfc-11 e Cfc-12, messi al bando dal protocollo di Montreal in quanto principali cause del buco dell'ozono. Anche l'Hcfc-22 è in grado di distruggere lo strato di ozono, seppure con un potere di molto minore. Tanto che dal 1° gennaio 2010 è vietato importare, produrre o vendere il composto per nuove apparecchiature dove viene di solito impiegato e dal 1° gennaio 2015 gli Hcfc saranno completamente banditi.

Nel 2008 erano sono solo sei in tutta l'Europa occidentale gli impianti che producevano l'Hcfc-22: due in Germania, uno in Inghilterra, uno in Francia, uno in Olanda e uno in Italia (non lontano da Milano). Questi ultimi due sono quelli dai quali provengono le maggiori percentuali riscontrate di Hfc-23. Gli esperti svizzeri affermano che l'Europa occidentale emette circa il doppio di Hfc-23 di quanto riportato ufficialmente. I loro dati sono inoltre corroborati da un recente studio pubblicato da altri scienziati su Geophysical Research Letters nel quale sostanziamente i risultati sono gli stessi. Anche per la Cina e altre nazioni non c'è corrispondenza tra quanto dichiarato ufficialmente e quanto risulta da analisi indipendenti.
COME 75 MILA ABITANTI - Gli svizzeri hanno effettuato uno studio molto accurato durato due anni: dal luglio 2008 al luglio 2010. Secondo gli studiosi l'Italia emette da 270 mila a 630 mila tonnellate all'anno di Hfc-23 che, come potenzialità di gas serra, è una quantità equivalente alle emissioni annuali di CO2 di una città di 75 mila abitanti. E tutto ciò grazie a una sola fabbrica.


Paolo Virtuani
21 agosto 2011(ultima modifica: 22 agosto 2011 00:32)



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