domenica 21 agosto 2011

Inno nazista ai mondiali di conottaggio

Corriere della sera
Gaffe dell'organizzazione: alla premiazione sbagliano il canto

Jeans, amore eterno: sono un must

Il Messaggero

di Paola Pisa

ROMA - «Mi sarebbe piaciuto inventare i jeans. Il capo più spettacolare, più pratico e nonchalant. Ha carattere, modestia, sex appeal, semplicità. Tutto quello che spero esista anche nelle mie creazioni». Lo dichiarava Yves Saint Laurent, uno dei più grandi stilisti di tutti i tempi, genio e rivoluzione della moda femminile, e allora c’è da credere che quel pantalone sia proprio uno dei pezzi forti del guardaroba. Almeno da sessanta anni a questa parte è entrato nel mondo dorato della moda. Viva il denim, tessuto che unifica e non passa mai nè si distrugge. Viva il denim, la cui sorte ogni tanto lievemente si appanna, e poi risorge. Come adesso, che rispunta nelle collezioni dei big, accompagnato a mise eleganti, unito al maculato e abbinato perfino alle giacche dello smoking come nella sfilata Uomo Dolce&Gabbana destinata al 2012.


Democratico o elitario e costosissimo, sciatto o stiratissimo. Blu o colorato. Ha al momento un gradimento altissimo e le riviste patinate più snob e cool lo mettono inaspettatamente in copertina anche d’inverno. Che sia curvy, ossia per non magrissime, o slim. Che sia boysh o sexy, rieccolo tra i trend. Le dive e le mondane lo sfoggiano non solo quando escono col bebè e il passeggino, ma ne rifanno una mise sport-chic. E che traghettatore è quel cotone ruvido come un cartone o stretch e morbido come una seconda pelle.

Non c’è niente di meglio quando si passa da una stagione all’altra, quando l’estate finisce e inizia un po’ di fresco. Niente di più giusto quando non sai cosa buttarti addosso, niente di più indovinato quando sei in viaggio da un continente all’altro o quando vai al concerto e ti siedi per terra, oppure quando essere sdruciti è la cosa giusta. Insomma quando ti pare e piace tanto il jeans non si critica, si ama. Da quelli a sigaretta alle megataglie 70, che si vendono negli Usa, al fatto su misura, alle marche più conclamate a quelle «very it» che spuntano come funghi, è jeansmania acuta. Quelli larghi e larghissimi erano grunge, quelli a vita bassissima si portavano fino a due anni fa.

Seducente la pubblicità con Brooke Schields che, finta ingenua, diceva: «Cosa c’è tra me e i miei Calvin Klein? Assolutamente niente». Madonna una volta, in tv quei pantaloni quasi li perdeva mostrando un bel po’ del lato B. Il jeans è una pacchia per chi lavora e per chi fa il ganzo. Tempo fa, calcoli alla mano, risultava che ogni anno in Italia se ne vendevano 60 milioni di paia. Chi non ne ha uno alzi la gamba. E’ andato forte nell’estate e si vedrà molto nell’inverno che viene.

Un po’ di storia è doverosa. La tela denim, da Nimes, città francese dove sorgeva la prima fabbrica: il tessuto ha avuto così il suo battesimo. Poi, visto che per andare negli Usa passava per il porto di Genova, il nome della città italiana è stato storpiato ed è nato il vocabolo jeans. Nell’800 lo usano per i pantaloni degli scaricatori di porto. Nel 1850 la parola jeans viene utilizzata per definire un particolare tipo di pantalone da lavoro. Ma sono stati, a San Francisco, Levi-Strauss e Jacob David Youphes a lanciare il famoso 5 tasche per i cercatori d’oro. Un secolo dopo il jeans è un capo cult. James Dean nel ‘55 li rende mitici in Gioventù bruciata. Marilyn li indossa ne Gli spostati, nel ‘62. Nei ‘70 diventano punk, nei ‘90 grunge.

Ora vanno boyfriend style, ossia un po’ grandi, come se fossero stati prestati da "Lui alla sua Lei". Miss Sixty, Dolce&Gabbana, Armani, Versace, Gucci, Scervino, Cavalli, Trussardi, John Richmond, e mille altri marchi vanno per la maggiore. Levi’s ha inventato da poco i «1D Curve», che hanno tre varianti non basate sulla taglia ma sulla conformazione del corpo. Marni si è alleato con un marchio cult come Current Elliott per fare, appunto, i «boyfriend girls» che si portano con il risvolto e, volendo, con i tacchi alti. Le griffe che vanno per la maggiore, più care e meno facilmente trovabili, vengono da Los Angeles, e sono ad esempio i PRVC, sigla stringata di Privacy, indossati da Jessica Alba, Eva Longoria, Lindsay Lohan. David Beckham porta i PRPS e li ama logori, Sarah Jessica Parker sceglie per Sex and the city i Closed tedeschi.

E poi si va alla caccia dei J Brand, dei 7 For All Mankind, dei Corrent/Elliott, dei Citizen, dei True Religion. C’è chi si è inventato i jeans anticellulite, è Eve Lerock, mentre Gas si è prodotto nei leggings-jeans. Marithé Francois Girbaud li vogliono ecologici. Tra le mitiche in jeans, chiaramente, anche Kate Moss che ne fa un abbinamento vincente col trench. Bianca Brandolini d’Adda li porta stretti come una guaina e con le ballerine, Katie Holmes sembra averli rubati al marito, tanto sono larghi e lunghi. Claudia Schiffer li sfoggia con la vita altissima.

Questa estate si sono viste di nuovo giacche e camicie in denim. Per non parlare di shorts e hot pants. D’inverno il tessuto jeans verrà abbinato al maculato, allo zebrato. La lotta sarà tra i modelli a sigaretta e quelli largotti. I jeans con strappi non mancheranno, vedi quelli di Twin set, Liu Jo li arrotola intorno alla caviglia, Moschino Love li lancia patchwork. Anche con i pantaloni tradizionali si porteranno camicie in denim tipo quelle di Tommy Hilfiger, le minigonne Marlboro Classic si indosseranno con le calze pesanti o i leggings.

Angelo Marani li decora sulle tasche, Disel li rende felpati, Heavy Project mischia il denim al cashmere, Armani jeans li lancia in pelle. E poi occhio al gilet di C.K. One con collo in montone, a quelli di Dsquared accompagnati con mantella da Calamity Jane, a quelli larghissimi di Chloè, a quelli da teddy boy di Frankie Morello abbinati alle bretelle, alle camicie in denim con le ruches di Just Cavalli, al cappottino di Isabel Marant. Il completo grunge-chic di Chanel ha fatto clamore in passerella. Dal jeans non si scappa. La scelta tra scarpe basse o tacchi è un optional, ma è l’uso degli stivali che vince tra le giovanissime.

Domenica 21 Agosto 2011 - 14:19    Ultimo aggiornamento: 14:20




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Brasile: assaggia cibi per McDonald's e ingrassa 30 kg, l'azienda dovrà risarcirlo

Corriere della sera

Un dipendente della celebre catena di fast food ha avuto 50mila dollari di danni dopo 12 anni di lavoro




MILANO - Se il fatto si fosse verificato prima il tregista Morgan Spurlock magari l'avrebbe potuto inserire nel suo celebre film-documentario «Super size me». La catena di hamburger McDonald's è stata infatti condannata da un tribunale brasiliano a pagare 50 mila dollari di risarcimento a un ex impiegato che è ingrassato di 30 chili nei 12 anni durante i quali ha lavorato nella multinazionale americana provando le cibarie.
LA DECISIONE - Lo ha deciso il tribunale regionale del lavoro di Porto Alegre. Edson Zwierzinsky ha denunciato la McDonald's perchè in qualità di gestore era obbligato a provare gli hamburger varie volte al giorno. «Lo costringevano a provare molti prodotti giornalmente - ha informato il suo avvocato, Vilson Martins - Ingeriva quantità variabili di panini, hamburger, patate fritte e bibite gassate». Il tribunale ha obbligato la McDonald's a pagare la cifra per danni morali, costo del trattamento contro l'obesità, e danni estetici.



Redazione online
21 agosto 2011 16:10



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I furti della vergogna: spariti semafori, fontane, tombini e cartelli stradali

Il Mattino

di Paolo Barbuto
NAPOLI - C’è un cartello bianco, beffardo, a due metri d’altezza sul muro perimetrale di Castel dell’Ovo: «zona sottoposta a controllo con telecamere». Quella scritta dovrebbe mettere paura a teppisti e delinquenti i quali, invece, se la ridono di gusto e fanno ciò che gli pare.


Fino all’altro giorno sotto quel cartello c’era la fontanella pubblica del Borgo, maltrattata e un po’ ammaccata era stata sistemata negli anni ’50, e rappresentava un pezzo di storia di quella porzione di città. Ne scriviamo al passato perché oggi quella fontanella non c’è più; qualcuno l’ha letteralmente estirpata durante la notte e se l’è portata via: «Si tratta di un furto - spiegano laconici dagli uffici dell’Arin - tutto qui».



È invece non è un banale furto. Si tratta di un nuovo capitolo da aggiungere al libro della vergogna di questa città incapace di difendersi e di tutelarsi, inerme anche quando le portano via una fontana pubblica. La sparizione è stata notata da una pattuglia della polizia municipale in servizio nella zona. Si tratta degli agenti che, da settimane, si occupano del presidio del Borgo ed evitano l’aggressione delle automobili. Dopo essere passato davanti al luogo dove c’era la fontana, uno dei vigili s’è fermato ed è tornato indietro. Poi ha chiamato la collega: «Ma ieri qui non c’era qualcosa?», lecito dubitare.

Anche il vigile avrà pensato di essersi sbagliato «magari era in un altro posto». Nessuno pensa che può esserci stato il furto di una fontana. Così i due hanno chiesto in giro e hanno avuto conferma: il posto era quello, solo che non c’era più la fontanella antica. Sperando di non dover raccontare il singolare furto, gli agenti dell’unità operativa Chiaia, retta dal tenente Antonio Borrelli, si sono rivolti al Comune e all’Arin: «Sapete qualcosa? L’avete presa voi?».

Il Comune non ha risposto, l’Arin si è precipitata sul luogo e ha dato conferma: «È stata rubata, non c’è dubbio». Informato della vicenda, il presidente Barracco ha disposto l’immediata sostituzione della fontanella rubata: «Anche se non si tratta di una di quelle che rientrano nella gestione della nostra struttura - spiegano dagli uffici dell’Arin - è stato deciso di intervenire subito, come accade di frequente, per rimediare al problema».

Non è raro che le fontane pubbliche vengano portate via. Accade anche in altre città e, secondo l’azienda risorse idriche anche a Napoli in passato è successo. Si tratta di furti su commissione: gli oggetti vengono portati via da strade e piazze, affidati a restauratori che li rimettono a nuovo e poi vengono utilizzati per abbellire i giardini delle ville private. Molto spesso i proprietari delle ville non sanno nemmeno che si tratta di oggetti rubati, perché vengono spacciati per pezzi di antiquariato e venduti a cifre con molti zeri.

Nonostante le certezze dell’Arin, i vigili aspettano ancora una risposta dagli uffici competenti del Comune. Anche negli uffici della Soprintendenza che avrebbe dovuto autorizzare la rimozione della struttura (contattati in via informale), nessuno è a conoscenza di una rimozione «ufficiale» della fontanella. Il furto del Borgo Marinari rappresenta solo la punta dell’iceberg dei trafugamenti «speciali» che d’estate si moltiplicano.

Le forze dell’ordine ricordano che in questo periodo esplode il fenomeno dei furti di vasi e fioriere dai balconi dei piani bassi dei palazzi dei quartieri bene: al rientro dalle vacanze le denunce per questo tipo di furto sono tantissime. In questo periodo sono molti anche i furti di segnali stradali, spesso realizzati da ragazzacci che cercano il brivido, talvolta portati via per essere utilizzati come pezzi d’arredamento per discoteche e locali alternativi.

Quest’anno, però, c’è stato anche un doppio furto che rappresenta una vera novità: hanno portato via i semafori mobili da un cantiere stradale. «La ditta che stava eseguendo i lavori ci ha segnalato l’episodio qualche giorno prima di Ferragosto - spiega il tenente dei vigili Alfredo Marraffino - Così abbiamo saputo quel che stava accadendo». Per un paio di giorni a governare il senso unico alternato del cantiere ai Ponti Rossi ci sono state auto della municipale.

Poi la ditta che sta eseguendo i lavori si è procurata due nuovi semafori mobili «ma il giorno dopo ci hanno segnalato una nuova sparizione di quegli oggetti. È una cosa assurda», chiosa il tenente Marraffino. E il problema è anche irrisolvibile: per «proteggere» i semafori sarebbe necessaria la presenza costante di auto di servizio davanti al cantiere; ma se i vigili rimangono fermi lì non c’è bisogno dei semafori per regolare il traffico.


Domenica 21 Agosto 2011 - 10:49    Ultimo aggiornamento: 13:09



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Libera repubblica dell’hashish Christiania diventa autonoma

La Stampa


Copenaghen riconosce il quartiere hippy ma resta il nodo della droga pesante


FRANCESCO S.ALONZO



COPENAGHEN

Christiania, il «quartiere scandalo» di Copenaghen, è diventato uno «Stato libero» dopo 40 anni di esistenza con l’insidia perenne della distruzione. Creata nel 1971 da un nucleo di idealisti radicali che includeva artisti, scrittori, balordi e cultori della libera droga uniti dal desiderio di autogestirsi al di fuori di ogni regola, la «Città libera di Christiania» era sorta di colpo con l’occupazione abusiva di un vasto territorio demaniale, appena al di fuori del centro storico della capitale danese, e la sistemazione di nuclei familiari in caserme e baracche che erano appartenute all’ex guarnigione militare.

La «repubblica delle banane di Christiania», come la definiscono i benpensanti, ha ottenuto un riconoscimento che le garantisce uno status di quasi «gestione autonoma». «Adesso posso finalmente rimodernare il mio appartamento senza pensare più alla minaccia della demolizione», dice Nina Olsen, una biondina di 39 anni madre di tre figli. «Io lavoro a Copenaghen ed esito a dire che abito a Christiania. E poi la gente si meraviglia che io non fumi l’hashish. Ma se la maggior parte di noi nemmeno lo tocca!». Certo, la fama di Christiania è legata, oltre che alla sua forma costitutiva liberale, agli edifici dalle fantasmagoriche facciate e all’estrema tolleranza della gente allo smercio della cannabis, proibito in Danimarca.

Ma coloro che hanno preso possesso di «Pushers Street», il corso degli spacciatori, sono individui loschi sempre pronti ad aggredire chiunque si trovi là per motivi diversi dall’acquisto di un «joint». Ed è gente che non vive a Christiania, ma vi si reca soltanto per affari. Questo aspetto aveva allarmato i vicini svedesi e norvegesi che vedevano in Christiania una pericolosa calamita per i loro giovani, ed era stato il motivo di ripetuti tentativi di far evacuare la zona.

Oltretutto, nessuno ha mai pagato una corona di affitto nella città libera, e l'opinione pubblica danese aveva accolto con soddisfazione, nell’aprile scorso, la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia che negava agli abitanti di Christiania il diritto di possesso del territorio occupato. Ma non si poteva eliminare così di colpo quella che, in effetti, è la seconda attrazione turistica della capitale, e il governo di Copenaghen non voleva usare il pugno di ferro: finalmente il 22 giugno scorso è stato raggiunto un accordo con i circa 700 abitanti.

Il modello elaborato dal ministero della Difesa prevede il diritto di usufrutto del quartiere autogestito (circa 35 ettari), a condizione che gli abitanti acquistino attraverso un fondo (già raccolto) l’intero complesso residenziale per l’equivalente di circa 10,2 milioni di euro. Un accordo che, per l’avvocato dei «Christianiter», consentirà di trasformare un luogo «anarchico» in una sperimentazione legale con attività artigianali, teatrali, culturali. E Christiania vanta un asilo, una sauna, una fabbrica di biciclette, una tipografia, una radio, atelier di artigiani, un cinema, luoghi di ristorazione e di spettacolo. Non tutti sono concordi nel riconoscere alla città il successo pieno come esperimento sociale alternativo.

Per Richadt Thomas Lionheart, fra i promotori dell’espulsione degli spacciatori di droghe pesanti da Christiania, si tratta di un modello che si è svuotato del proprio contenuto. «Per me Christiania era un progetto individualista in seno al quale la comunità si basava sull’autosufficienza, perché la creatività e l’onestà esigono la fiducia in se stessi. Oggi la gente ha paura di dire ciò che pensa. Christiania è una repubblica bananiera dove si fanno favori agli amici e tutto il sistema si basa su un’enorme economia sommersa priva di qualsiasi controllo. Chi ne trae vantaggio ha tutto l’interesse a difendere il sistema, e questo è un vecchio insegnamento marxista: le classi privilegiate non rinunciano volontariamente ai propri vantaggi».



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Orrore nel Napoletano, fratelli gemelli tentano di violentare la mamma

Il Mattino


I due si sono infilati nel letto della donna mentre dormiva. A
salvarla è stato un altro figlio, appena rientrato a casa



NAPOLI - Due gemelli, poco più che ventenni, hanno tentato di violentare la mamma. Infilandosi nel letto della donna, mentre questa dormiva. Le hanno fatto capire che volevano avere un rapporto sessuale e anche qualche decina di euro per acquistare, dopo, qualche grammo di marijuana. La donna si è messa a gridare. Poi ha cercato di scappare, ma i due figli di Grumo Nevano, già noti alla giustizia, hanno iniziato a colpirla.

La donna si è salvata grazie all’intervento di un altro figlio, appena rientrato a casa. La mamma è stata trasportata al pronto soccorso. Ne avrà per due e più settimane. I due gemelli sono stati arrestati dai carabinieri di Grumo Nevano, coordinati dal maresciallo Angelo Russo.


Domenica 21 Agosto 2011 - 10:46    Ultimo aggiornamento: 12:12



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Tessere gratis, portaborse, favori" Ecco come Internet massacra la Casta

Quotidiano.net

Boom di iscritti e di contatti per i siti che dichiarano guerra ai privilegi. "Spider Truman" guida il plotone dei rivoltosi: 374.700 adesioni




AUTOBLU

di Pierfrancesco De Robertis

ROMA, 21 agosto 2011



C’È UNA PAROLA che ultimamente sul web va fortissimo tanto da assomigliare a una sorta di password per assicurarsi l’interesse del grande pubblico della rete: costi della politica. Una vera chiave d’accesso per totalizzare grandi numeri di contatti e condivisioni. La moderna agorà è internet – si dice – e quindi i politici nostrani debbono stare veramente attenti. Anche perché il dibattito che da alcune settimane infervora la Rete, nella maggior parte delle volte non va tanto per il sottile. Trasuda l’indignazione generale per quelli che vengono ritenuti (e spesso sono) ingiustificati privilegi. Se poi quanto si scrive fa della verità la sua prima vittima, beh, insomma, pazienza non si può avere tutto.

VA SEMPRE FORTISSIMO Spider Truman, il sedicente ex dipendente di Montecitorio che da un mesetto spopola con le sue «rivelazioni» su quelli che lui chiama i privilegi della casta. A ieri il suo gruppo su Facebook aveva totalizzato ben 374.700 iscritti. Un’enormità, anche per una piazza grande come quella virtuale. Se fosse un partito politico non entrerebbe in parlamento ma si farebbe comunque notare! Tra l’altro (a indicazione della generale rabbia montante) Spider ebbe subito un ottimo esordio con 120 mila contatti in pochi giorni (grazie anche alla pubblicità involontaria che trovò sui media) ma la sua ascesa è stata costante e non si è ancora arrestata. Per la verità da alcuni giorni Spider Truman di rivelazioni sensazionali non ne elargisce molte, e pare aver esaurito la sua scorta di segreti, ma la sua pagina è comunque e giornalmente frequentatissima.

Molto attivi nel frattempo anche altri gruppi, sempre in Facebook o nei social network più conosciuti. Grandi ascolti per quello che si autodefinisce «Referendum per l’abolizione di tutti i privilegi dei parlamentari», che su Facebook a ieri contava ben 31 mila iscritti. Assolutamente non male per un gruppo nato spontaneamente. Anche qui la ragione sociale, come si evince dal nome, è chiara e anche qui per la verità si fa strame se non del diritto pubblico per lo meno del senso comune. Pure i bambini sanno infatti che i referendum su materie come «i privilegi dei parlamentari» non sono ammissibili, ma poco importa, il senso di tutto è riuscire a spedire un messaggio al Palazzo, sempre che il Palazzo – come accade sovente – non si mostri sordo e giri la testa dall’altra parte.

Tra l’altro in questo come in altri gruppi, accanto a giuste segnalazioni e lamentele sempre sui benedetti privilegi (uno su tutti: la tessera gratis allo stadio) vengono riportate notizie in parte o del tutto errate (la maggior parte dei portaborse sono familiari o parenti: falso) a ulteriore conferma di quanto detto in precedenza: internet è soprattutto una valvola di sfogo e un termometro dell’umore popolare. Fra i tanti, molto attivi e più o meno sullo stesso tono altri gruppi Facebook: «nuntereggae più» con oltre 22.300 iscritti e «quelli che vorrebbero mandare la classe politica a zappare», dal titolo del tutto esplicativo. Anche qui migliaia di partecipanti, anche in questo caso in costante ascesa.
Accanto ai gruppi nei social network, innumerevoli i blog di ogni «ordine e grado». Anche in questo caso, in molte occasioni, prevale la contestazione all’informazione più obiettiva.

ACCANTO A TUTTO QUESTO fioriscono poi siti (frequentati) con uno spazio più dedicato al coinvolgimento: uno per tutti www.aboliamoleprovince.it nel quale si propongono una serie di azioni per il taglio dei costi inutili della politica (indovinate quali).
E’ un panorama complesso, in costante evoluzione. C’è un’immancabile dose di qualunquismo, ma qualche politico farebbe bene ad ascoltare.





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Veltroni, Vendola, Di Pietro e quell'aborto di referendum per la democrazia

I segreti della casta


Vorrei tornare sulle questioni sollevate nel post precedente, perchè mi sono reso conto di esser stato molto superficiale e approssimativo.
Procederei quindi per punti.



1) ai primi di luglio un gruppo di intellettuali ed esponenti della società civile lanciano una campagna referendaria "Riprendiamoci il voto" con l'obiettivo di raccogliere 500.000 firme per l'indizione di un referendum abrogativo dell'attuale legge elettorale Porcellum: ripristinare il sistema proporzionale di "una testa, un voto" e ridare la possibilità ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti in parlamento, attualmente non eletti ma sostanzialmente nominati dalle segreterie dei partiti (info e materiali sulla campagna sono qui: http://www.referendumleggeelettorale.it/)

2) Il comitato promotore è composto da personalità vicine idealmente e politicamente al centro-sinistra, ma i segretari di partito e i capicorrente si inalberano, confabulano, si riuniscono. Esortano i promotori a bloccare la raccolta firme e a ridiscutere con loro i termini della proposta referendaria.
Dal comitato arriva la disponibilità a discutere ma senza fermare la raccolta firme.
Dinanzi allo straordinario successo nei primi giorni della campagna, con comitati spontanei di cittadini che spuntano come funghi in tutt'Italia, i segretari decidono di passare al contrattacco: Veltroni, Vendola, Di Pietro riuniscono i giornalisti e annunciano il lancio di una loro campagna referendaria contro il Porcellum.

3) Mentre la campagna referendiaria "riprendiamoci il voto" contiene una proposta articolata di abrogazione (che si può leggere qui: http://www.referendumleggeelettorale.it/i_quesiti.htm), la proposta dei leader di partito consiste nell'abrogazione totale dell'attuale legge elettorale in vigore e conseguentemente a loro dire il ripristino della legge precedentemente in vigore.
Tuttavia la giurisprudenza costituzionale - nel 1992 la Corte Costituzionale cassò altre proposte referendarie simili - spiega chiaramente l'inammissibilità della "vacatio legis" in materia elettorale: in parole povere, l'abrogazione non determina il ripristino della legislazione precedente.

4) si tratta quindi di un controreferendum puramente strumentale che non ha alcuna pretesa di cambiare la legge elettorale, ma piuttosto di bloccare la campagna referendaria nata dal basso e probabilmente non molto gradita a leader di partito e capicorrente in quanto determina l'azzeramento totale della loro possibilità di controllare chi eleggere in parlamento.

5) Il comitato promotore, per non dividere il fronte dell'opposizione antiberlusconiana, interrompe la campagna referendaria "Riprendiamoci il voto", scrive un comunicato per i comitati locali sorti in giro per l'Italia e si ritira di buon grado (http://www.referendumleggeelettorale.it/letterafinereferendum.pdf)

6) Di tutto questo, non troverete traccia nei giornali, che siano orientati a destra o a sinistra. Chissà come mai....

S.T.

p.s.= anche sul referendum sull'acqua, Di Pietro ebbe lo stesso atteggiamento di rottura nei confronti della campagna referendaria
(per rinfrescare la memoria: http://notiziegenova.altervista.org/index.php/te-lo-nasondono/1113-di-pietro-scontro-e-polemiche-con-il-comitato-per-lacqua-pubblica)
La corte costituzionale però dichiarò inammissibile la sua proposta e solo da quel momento decise di accodarsi ai comitati civici per l'acqua.
In questo caso invece, una volta cassato il loro referedum, non ci sarà alcun altro quesito sul quale "ripiegare".





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Tonino tiene famiglia: ecco come piazza il figlio

di


Di Pietro jr sarà candidato alle Regionali che si terranno a ottobre. Lo ha designato "all’unanimità" la sezione Idv di Montenero di Bisaccia



Roma

Sono cinque anni che punta a quel posto, che sarebbe il terzo in ordine crono­­logico per Di Pietro jr: consigliere comuna­le a Montenero di Bisaccia (borgo natìo), consigliere provinciale a Campobasso (feudo dipietresco), e infine consigliere re­gionale in Molise. Il papà non l’ha neppu­re candidato alle provinciali della prima­vera scorsa (forse ha fatto bene, visto che l’Idv ha recuperato solo un consigliere), perché si preparava al grande salto: la Re­gione.


Lì si vota in ottobre, sfasati rispetto al resto d’Italia, e il partito dei valori ha già detto che il figlio di papà sarà candidato, annunciano, con un certo orgoglio, che «la sezione montenerese dell’Idv ha ap­provato all’unanimità la sua candidatu­ra ». Neanche un dissenso a Montenero di Bisaccia, si parte bene insomma. Nel co­mune dove Di Pietro senior torna sempre, in attesa di una pensione da «contadino» (così disse),

Di Pietro jr è riconfermato (dal 2010)consigliere comunale,ma di mi­noranza. Incredibile a dirsi,se i Di Pietro’s covano ambizioni di leadership naziona­le, a casa loro nemmeno raccolgono una maggioranza. L’Idv «montenerese» si compone di un solo consigliere comuna­­le, appunto Cristiano Di Pietro, che alme­no è capogruppo (di se stesso). Per non fare la stessa fine in Regione al­l’Idv converrebbe un’alleanza. Ma Di Pie­tro (padre) non ha voluto partecipare alle primarie del centrosinistra, cosa che do­vrebbe preludere ad una corsa solitaria.


Dunque per il figlio si prospetta la possibi­lità concreta di essere candidato non solo capolista (già scontata) ma anche come aspirante governatore per l’Idv. Un «uno contro tutti» per tentare il botto come De Magistris in Campania? Però Cristiano non è Giggino, e la parte di outsider gli ver­rebbe male, come figlio di papà.

In realtà chi conosce bene l’Idv molisano racconta che tra Pd e Idv ci sia già un accordo sotto­banco per sostenere un candidato comu­ne, Paolo Frattura, che Di Pietro ha incon­trato privatamente già due volte. I consiglieri regionali del Molise hanno peraltro questa interessante prerogativa, che pur governando la regione più picco­­la d’Italia ( 319mila abitanti, quanto quelli di Bari), hanno un’indennità tra le più al­te, circa 10mila euro netti al mese tra emo­lumento e rimborsi (quasi il doppio dei colleghi dell’Emilia Romagna, 5600 euro, molto più di Liguria, Piemonte, Marche, Toscana, Basilicata e altri).

Si vedrà poi se l’Idv seguirà quanto sta promettendo in campagna elettorale, cioè «dimezzare lo stipendio ai consiglieri regionali entro e non oltre la prima riunione utile del consi­glio regionale ». Sulla fame della casta stan­no impostando tutta la campagna eletto­rale, volantini con piatti di spaghetti e for­chette «Fermiamo l’appetito della casta», dove si annuncia la cancellazione del nuo­vo statuto del Molise. In base al quale i con­siglieri passano da 30 a 32 e si istituisce la bizzarra figura del«sottosegretario»regio­nale, un posto in più. Ma Di Pietro jr, tolto il cognome, è il no­me giusto?

La fama non è il massimo. Ci si ricorda dei guai che passò nel 2009, con la brutta faccenda delle raccomandazioni intercettate, quelle col procuratore alle opere pubbliche di Molise e Campania. In­dagato ( corruzione,turbativa d’asta e abu­so d’ufficio), si dimise dal partito (non dal­le cariche, però). Una botta notevole per la famiglia (il padre è ex magistrato, il fi­glio ex poliziotto) e per l’Idv. Sono passati due anni, non poco, ma nemmeno trop­po. E poi un posto al Consiglio regionale che vuoi che sia. Ha anche la villa quasi pronta, nella parte nuova di Montenero di Bisaccia, si dice da 600mila euro (poco tempo fa ha esposto il cosiddetto, in dialet­to, «capocanale», la bandiera che indica che è stato messo il tetto). Sempre in no­me dei valori. E nel cognome di papà.



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Quei 500 Mila Baby Pensionati

Corriere della sera




Via dal lavoro prima dei 50 anni. Costano 9 miliardi e mezzo l'anno




ROMA - In Italia ci fu un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui si regalavano le pensioni. Era prima della grande crisi petrolifera. Erano gli anni del centrosinistra, quando ancora ci si cullava nell'illusione di una crescita senza fine e una classe politica miope arrivò al punto, nel 1973 (governo Rumor, con Dc, Psi, Psdi e Pri), di concedere alle impiegate pubbliche con figli di andare in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno, mentre era già possibile per gli statali lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo e per i lavoratori degli enti locali dopo 25 anni.




Come definire la pensione ai trentenni, se non un regalo? E se vi pare impossibile, basta riprendere gli articoli di Elisabetta Rosaspina e Gian Antonio Stella che sul Corriere della Sera , nel 1994 e nel 1997, raccontarono i casi delle signore Ermanna Cossio e Francesca Zarcone, che erano riuscite ad andare in pensione, rispettivamente, a 29 e a 32 anni, dopo aver lavorato come bidelle, con assegni quasi pari alla retribuzione. Insomma, mentre oggi non sono pochi quelli che a 30-35 anni non hanno ancora trovato un lavoro, fino al 1992 (riforma Amato), c'erano giovani che a questa stessa età andavano in pensione!

Se poi vogliamo avere un'idea della disastrosa eredità che quelle leggi ci hanno lasciato, basta elaborare i dati del Casellario centrale dei pensionati, aggiornati al primo gennaio 2001. Si scopre che ci trasciniamo ancora più di mezzo milione di pensioni baby, liquidate a lavoratori con meno di 50 anni d'età: 535.752 per la precisione, che costano allo Stato circa 9,5 miliardi di euro l'anno. Ancora oggi l'Inpdap, l'ente di previdenza del pubblico impiego, paga 428.802 pensioni concesse sotto i 50 anni: di queste più di 239 mila vanno a donne e quasi 185 mila a uomini, per una spesa nel 2010 di 7,4 miliardi. A queste pensioni si sommano 106.905 pensioni liquidate a persone con meno di 50 anni nel sistema Inps (regimi speciali e prepensionamenti) per un costo di altri 2 miliardi.

Proprio un baby pensionato, Franco Tomassini, ha fatto tornare d'attualità il tema scrivendo al Corriere una lettera pubblicata mercoledì, nella quale l'ex «dirigente di una grande azienda Iri», dopo aver raccontato di aver lasciato il lavoro a 50 anni, conclude: «Sento un po' di rimorso per aver contribuito a defraudare le generazioni seguenti. Per questo, non avrei alcuna difficoltà a versare il 10% dei miei duemila euro mensili a un Fondo Giovani. La mia vita non cambierebbe, e mi sentirei più vicino alle nuove generazioni». Venerdì, nella pagina dei commenti, il Corriere ha rilanciato l'idea di Tomassini, chiedendosi se non sia il caso di studiare un contributo, qui davvero di solidarietà, per chi è andato in pensione con meno di 20 o 25 anni di contributi e prima dei 50 anni e che abbia un reddito familiare superiore a 25 mila euro, magari modulandolo per fasce di reddito (5% tra 25 e 50 mila euro, 10% sopra). La proposta ha ricevuto il sostegno di moltissimi lettori che hanno chiesto di tornare sull'argomento.

Sempre secondo i dati del Casellario centrale, l'età media di questo mezzo milione di pensionati baby sta tra 63,2 anni (per chi ha lasciato il lavoro nella fascia d'età 35-39 anni) e 67 (per chi ha lasciato a 45-49 anni). Questo significa che stanno prendendo l'assegno come minimo da 18-24 anni e che, considerando la speranza di vita, continueranno a prenderlo per un'altra quindicina d'anni. I baby pensionati ricevono in media una pensione lorda di circa 1.500 euro al mese. Importi generosi considerando che mediamente vengono pagati per più di 30 anni e che hanno alle spalle pochi contributi. Tanto che di solito un pensionato baby incassa minimo tre volte quanto ha versato. Se anche si volesse limitare il contributo a coloro che sono andati in pensione prima dei 45 anni, la platea sarebbe ampia: 240.063 assegni per un costo di 3,8 miliardi l'anno. Le pensioni concesse sotto i 50 anni sono concentrate al Nord (il 65% circa). Al primo posto c'è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa di 1,7 miliardi. Seguono: Veneto, Emilia Romagna e Piemonte.

Qualche lettore ha osservato che prima di tutto bisognerebbe colpire i parlamentari che, come ha documentato ieri Maria Antonietta Calabrò sul Corriere , prendono una buonuscita anche dopo solo 5 anni: 47 mila euro che diventano 140 mila dopo tre legislature. Privilegi assurdi. Ma forse non tutti sanno che per alcuni parlamentari questi si sommeranno a quelli già goduti da baby pensionati. Prendiamo per esempio il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, che, come scrive Mario Giordano nel libro Sanguisughe , è andato in pensione da magistrato a 44 anni (oggi ne ha 60) e incassa 2.644 euro lordi al mese. Difficile aspettarsi che possa farsi promotore di un contributo sulle baby pensioni. Così come è difficile che possa farlo Umberto Bossi, visto che la moglie Manuela Marrone, è andata in pensione a 39 anni dopo aver fatto l'insegnante e prende 766 euro al mese.





Enrico Marro
emarro@rcs.it
21 agosto 2011 09:17



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Genova, l'invasione dei pappagallini verdi Fuggiti dalla cattività, vivono nei parchi cittadini

di

Le prime coppie in libertà sono state viste negli anni '70. Ora la popolazione è cresciuta: circa 200 pappagalli hanno colonizzato i parchi di Genova. La Lipu: "Non hanno predatori. Bisogna studiare l'impatto sulle specie autoctone"



Genova - Chiacchieroni e rumorosi, con colori sgargianti, come il verde del piumaggio e il rosso corallo del becco. Sono i pappagalli della specie Parrochetto dal collare che ormai hanno colonizzato alcuni dei parchi genovesi.
A Genova dagli anni '70 Il Parrocchetto è originario della fascia temperata del pianeta, vive in natura in zone ricche di alberi o in campi coltivati, nell’Africa centrale, in Medio Oriente, Asia (India, Singapore, Sri Lanka, Isole Mauritius). È grande più o meno come una tortora, ma con la coda raggiunge una lunghezza di 45 cm. "Si notano ora i Parrocchetti - dichiara Aldo Verner, delegato provinciale Lipu di Genova - ma sono qui da parecchi anni. I primi esemplari, due o tre coppie, erano presenti già negli anni Settanta, alla fine degli anni Ottanta nidificavano ai Parchi di Nervi. Ora dovrebbero essere dai cento ai duecento esemplari, che nidificano principalmente in piazza Corvetto, al Parco dell’Acquasola, nella zona di Castelletto. Si nutrono di ghiande dei lecci, semi di magnolia, pinoli delle conifere. Il Parrocchetto è presente in altre città europee, a Genova, probabilmente, il clima temperato va incontro alle sue necessità".
I primi esemplari scappati dalle gabbiette "Sicuramente - precisa Verner - all’origine della popolazione genovese di Parrocchetti sono esemplari fuggiti dalla cattività, ma ora ci si domanda se almeno alcuni non siano venuti qui dai loro paesi d’origine. Si tratta di volatori potenti. Comunque a Genova stanno avendo successo, si riproducono e, a quel che si sa, sono senza nemici, venendo da fuori non hanno predatori specializzati. Hanno arricchito la nostra fauna, bisognerà studiare l’impatto sulle specie autoctone. Da notare che vivono soltanto in città, dove forse trovano un clima più mite in inverno e cibo". Secondo Verner, "il Parrocchetto è la più numerosa ma non l’unica specie di pappagallo presente a Genova. Si sono notati anche altre specie, ciascuna con poche decine di esemplari, come l’Amazzone fronte blu (20 - 30 unità) e l’Amazzone fronte gialla. E queste sono presenze più sorprendenti, perchè l’Amazzone è originaria della foresta amazzonica, il suo clima è quello tropicale". 




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I voli del tenente Carla, primo istruttore donna di elicotteri dell'Aereonautica

Corriere della sera

Laurea in Scienze aeronautiche. Brevetto da pilota di jet al 61°Stormo, poi al 15°, poi al 72°. E ora l'addestramento



MILANO - Ha 28 anni, è abruzzese ed ha un carattere energico e delicato allo stesso tempo: se da un lato ama sport come il judo e il paracadutismo, dall’altro si diletta nel comporre poesie o suonare il pianoforte. Per una volta è una «lei» l’orgoglio dell’Aeronautica militare. Si chiama Carla Angelucci, ha il grado di tenente ed è il primo istruttore di volo donna delle forze armate italiane. Ma non si sente affatto un maschiaccio.

TACCHI ALTI E MOSTRINE - Da piccola adorava giocare con le bambole e, fuori dalla caserma, non disdegna i tacchi alti. È stato difficile far accettare la scelta a mamma e papà, lui ingegnere e lei architetto, ma ora sono felici dei risultati ottenuti dalla figlia prodigio.

Carla è nata a Ortona, in provincia di Chieti. I suoi primissimi studi li ha fatti dalle Orsoline, poi si è diplomata al liceo scientifico “Masci” e, subito dopo, è entrata in Accademia. Un sogno, quello di diventare pilota militare, coltivato fin da bambina e impossibile per qualsiasi ragazza fino al Duemila. Poi le forze armate hanno aperto alle donne e Carla, il 27 agosto 2002, una data spartiacque per lei, ha indossato per la prima volta la divisa.

Non facilissimo l’iter che l’ha portata a diventare istruttore. «Essendo un ufficiale dei corsi regolari – racconta - ho trascorso circa tre anni in Accademia durante i quali ho frequentato l’Università Federico II di Napoli conseguendo la laurea in Scienze Aeronautiche». Finita l’Accademia, Carla è stata trasferita a Lecce, presso il 61°Stormo, dove ha conseguito il brevetto di pilota militare. Nel 2007 è stata assegnata al 15° Stormo di Pratica di Mare, dove ha ottenuto l’abilitazione su elicottero presso il 72°Stormo di Frosinone, unica scuola elicotteri in Italia per le forze armate e per i corpi armati dello Stato.

Dopo circa tre anni di reparto operativo, nel gennaio 2011, ha iniziato il corso che le ha consentito a maggio scorso diventare istruttore di volo. Attualmente Carla Angelucci contribuisce all’addestramento dei corsisti che annualmente approdano all’aeroporto militare di Frosinone per conseguire il brevetto di pilota di elicottero. In ogni caso, come pilota, il suo primo brevetto è stato per i jet. Poi è arrivata l'abilitazione per gli elicotteri.

Tacchia alti e mostrine

NESSUNA QUIETE - «Per me è un grande onore – ammette Carla -. È stato un percorso complesso e articolato ma credo fermamente che la passione, la determinazione e la volontà possano permettere di superare qualsiasi tipo di ostacolo». E il suo lavoro di oggi? È facile o difficile farsi rispettare dagli allievi uomini? «Inizialmente credevo che questo aspetto potesse essere di difficile gestione; invece mi sono resa conto di quanto un allievo, dopo aver superato una prima diffidenza iniziale, si affidi completamente agli insegnamenti e alle capacità di quello che per lui è il proprio istruttore di volo a prescindere dal fatto che questo sia un uomo o una donna».

Carla scrive fin dal periodo adolescenziale poesie, una selezione delle quali è stata premiata e pubblicata nel volume dal titolo emblematico Nessuna quiete. Sembra la storia della sua vita, ma lei preferisce schermirsi e spiega che si tratta solo di alcune parole contenute nello stemma del suo ex gruppo di volo. Una passione, quella di volare, che la divora da quando aveva appena sei anni. Cosa le piace di più della sua attività? Difficile rispondere. «Amo completamente il mio lavoro. Direi però che la possibilità di trasmettere all’allievo la mia passione per il volo, per l’Aeronautica Militare e per quelli che sono i suoi compiti istituzionali credo sia uno degli elementi principali».



Nicola Catenaro
20 agosto 2011(ultima modifica: 21 agosto 2011 09:57)



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Ragazzini sfidano la morte: si siedono sulle strisce pedonali e aspettano le auto

Scienza, se in futuro arrivasse Terminator? Ibm crea il chip che emula l'intelligenza umana

di


Sembra uno scenario da fantascienza ma è realtà. In pochi anni saremo di fronte a macchine in grado di imparare. E c'è già chi pensa a robot antropomorfi e intelligenti come noi



Il progetto si chiama «Synapse» e già dal nome sembra di essere entrati nel mondo della fantascienza in stile «Terminator». In realtà però si tratta di un acquisizione tecnica importantissima: Ibm, il colosso Usa dell'elettronica, ha annunciato in questi giorni di aver completato con successo la progettazione e i test su una nuova generazione di chip in grado di emulare le capacità del cervello umano.

Il nuovo tipo di microprocessore è infatti progettato per simulare il funzionamento dei neuroni e delle le sinapsi che sono la base dell'intelligenza «a base carbonio» tipica degli esseri viventi. I nuovi Chip Ibm sono costituiti da silicio come i processori più tradizionali, eppure secondo i loro progettisti sono in grado di compiere azioni impossibili per gli attuali computer. Non si limitano a inanellare rapidissimamente sequenze di 1 e di 0.

Possono imparare dalle esperienze fatte, trovare correlazioni, formulare ipotesi e imparare dai risultati. Insomma sono capaci di programmarsi da soli, di creare reti aperte che rielaborano le informazioni in modo creativo.

E proprio questi dettagli hanno scatenato su internet un po' di panico. Insomma a più d'uno è tornato alla memoria HAL9000 il computer di «2001: Odissea dello spazio», oppure i «Cylon» cattivi (creature a metà tra il meccanico e l'organico) di «Battlestar Galactica» o i Cyborg della serie Terminator, appunto. E in effetti la fantasia non corre solo tra i soliti catastrofisti della rete.

Gli stessi scienziati dell'Ibm hanno spiegato che tra i progetti c'è la costruzione di un robot umanoide intelligente con 100 miliardi di neuroni, tanti quante sono le cellule-base del nostro cervello. Se a questo si aggiunge che la ricerca non si avvale solo di sei importanti Università statunitensi ma e co-finanziata dal Darpa (la sezione scientifica del Pentagono) davvero possono venire in mente scenari con robot soldato dotati di super forza e super intelligenza.

Per fortuna la maggior parte degli esperti di robotica, confermano che il vero limite per la creazione di robot autosufficienti per adesso non è dato solo dalla loro intelligenza. Ma da limiti più banali, come le batterie. Anche con gli ioni di litio spesso hanno delle autonomie veramente limitate. Insomma, catastrofe rimandata magari le macchine stanno per diventare intelligenti come noi ma gli si scaricheranno lo stesso le pile.

Al di là degli scherzi però (metti che qualcuno metta un computer «intelligente» su un sommergibile atomico) la riflessione sul rapporto uomo macchina inizia davvero a diventare un tema di attualità e non ci si può più accontentare delle tre leggi della robotica di Asimov. Sono una bella garanzia in un romanzo ma nella realtà forse serve qualcosa di più. Anche perché qualcuno sta iniziando anche a far progetti sull'eternità: se un cervello di silicio funziona come quello umano e può contenere tutti i dati di un cervello umano non è possibile fare un back up di se stessi dentro una macchina (virtualmente eterna)?



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Il Gladiatore dimenticato: la tomba abbandonata tra i rifiuti

Il Messaggero

di Fernando Acitelli

ROMA - E finalmente l’avvistamento dell’area archeologica grazie anche ad una voce amica incontrata per strada: spettacolare l’assenza d’un solo cartello nei dintorni. La possibilità d’una giusta segnalazione già dalla consolare Flaminia? Come no! Cartelli stradali a più non posso, che uno rischia pure di confondersi vista la varietà di simboli: rete e tridente per il Reziario, gladio ed elmo per il Mirmillone, con sotto, magari, un epigramma di Marziale. Come no! E se il sogno s’impenna, ecco allora anche un’iscrizione con le parole dello storico sublime Theodor Mommsen ad attenderci sul margine destro della carreggiata, a sollevare le mani, felice d’averci avvistato, a comunicarci con quella sua esultanza che siamo giunti nel luogo sublime, alla Tomba del Gladiatore... o, più precisamente, al Mausoleo di Marco Nonio Macrino, generale sotto Antonino Pio e Marco Aurelio e proconsole in Asia.




La Tomba del Gladiatore («l’uomo che fermò i Marcomanni» secondo appunto Mommsen) in via Vitorchiano - oh, come m’è difficile indicare la strada d’un Mausoleo e non il sito archeologico... - non si può visitare. Nessuna possibilità di sfiorare il Passato, d’accarezzarlo. Niente. Cancello chiuso con catena e lucchetto, arrugginiti per bene ma ancora concreti nel loro essere. Osservandoli, viene da pensare che stonano terribilmente per un’area archeologica e che il loro posto sarebbe esatto per un capannone, di quelli ai margini del Raccordo anulare.

L’area archeologica è dunque chiusa e dal cancello s’avvista in lontananza un prefabbricato, sede abituale per custodi sempre di corsa. Il citofono non conduce il suono a un destinatario, a un guardiano e dunque rimango là davanti senza possibilità di stabilire un contatto tra me e i frammenti. Pure, da segnalare, la cortesia di quanti, lì intorno, tra carrozzieri e uomini di buona volontà mi hanno indicato il modo per poter raggiungere quanto desideravo vedere. Se penso che come professione sulla Terra esiste anche quella di guardiano d’un Mausoleo e che questo custode non c’è, mi viene da riflettere, ancora una volta, alla mia fuga come medicazione. Potrei mettermi sulle tracce del custode? Con questa desolazione tutt’intorno, con questo caldo con ambizioni cartaginesi sarebbe l’inizio d’un romanzo. Alla fine, risulterebbe più difficile trovare il guardiano che non i resti del generale Marco Nonio Macrino.

Chissà perché aveva scelto questa zona per il suo Mausoleo... Una domanda improponibile per molti; a ripetermela avvisto lo stupore del custode, dell’assessore, del sovrintendente, del consulente. Neppure una risposta lieve ascolterei dopo il degrado visto. Per osservare qualcosa e sentirmi accanto al generale, al «soffio vitale» anche di sua moglie Arria, e ipotizzare in lontananza i resti dell’iscrizione ritrovata, frammenti che tanto hanno svelato agli archeologi, ho dovuto abbandonare il luogo d’entrata e rasentare l’area percorrendo una pista ciclabile che gira attorno alla recinzione. Percorso quel segmento per una buona misura e avvistato un tronco d’albero sbilenco sotto il muro di cinta, mi sono arrampicato e ho potuto gettare lo sguardo all’interno dell’area e dunque su quanto resisteva di quelle scheggiature sotto il sole.

A quel punto il tremore per quell’occlusione iniziale al cancello e per la mancanza di risposta a quella mia richiesta di aiuto si sono mutati in nausea per il tanto disinvolto divieto. Cosa c’era dall’alto! Quale spettacolo dal tronco esterno! Un trionfo di calcinacci, di ferro, di ruggine, di lamiere, di strutture rugginose come di controsoffitti; quindi materiali di risulta, mattoni, eternit dismesso, e poi, distanti, scheggiature classiche a più non posso tra i resti postmoderni del postmoderno fallimento del pensiero. L’antico basolato in lontananza - forse l’unica parte intatta - e quindi una solenne ammucchiata: resti di capitelli, di trabeazioni, di colonne con scanalature lese come feriti gravi. Da terapia intensiva.

Ciò che è possibile nell’arte quasi mai riesce nella vita e allontanandomi, me lo sono costruito io, allora, interiormente, il Mausoleo di Marco Nonio Macrino. Che costui non sia citato nei Pensieri di Marco Aurelio non è certamente la «damnatio memoriae» di cui ho invece avuto la percezione inoltrandomi sulla consolare Flaminia, giungendo nell’area descritta. Quel generale sembra sia ancora più morto se è impossibile accedere al suo Mausoleo, visitarlo, raggruppare quei pensieri semplici che hanno a che fare con una sola parola, il Tutto, luogo dove sogniamo di ricongiungerci.

Venerdì 19 Agosto 2011 - 17:32    Ultimo aggiornamento: Sabato 20 Agosto - 11:04




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Socrates ricoverato in fin di vita

Corriere della sera

Il grande calciatore brasiliano, 57 anni, in terapia intensiva a San Paolo a causa di un'emorragia digestiva

MILANO - L'ex giocatore della Fiorentina e della nazionale brasiliana, Socrates, 57 anni, è stato ricoverato in terapia intensiva a San Paolo a causa di un'emorragia digestiva. Lo hanno riferito oggi medici dell'ospedale Albert Einstein. L'emorragia è stata causata da un'ipertensione epatica, probabilmente causata da cirrosi.


RIENTRATO DA CUBA - Il «dottor» Socrates, chiamato così per essersi laureato in medicina e per avere diffuso la «Democrazia Corinthiana», una partecipazione dei calciatori alle decisioni del club che aveva suscitato scandalo ai tempi della dittatura militare brasiliana, era rientrato la settimana scorsa da Cuba dove gli hanno chiesto informalmente di dirigere la nazionale cubana da calcio: «Vado a Cuba abbastanza frequentemente quando ho bisogno di un bagno di umanità», aveva detto Socrates in uno degli ultimi suoi interventi come commentatore sportivo della brasiliana Tv Cultura. Nel 1984 Socrates era stato trasferito alla Fiorentina dove restò due anni, dopo la partecipazione ai mondiali di Spagna nel 1982.

Redazione online
20 agosto 2011 20:11

Chiama in un mese il 113 duemila volte e riattacca: identificato il disturbatore

Il Mattino


ROMA - Nell'ultimo mese ha effettuato circa 2.000 chiamate al 113 senza dire nulla ma riattaccando subito. È stato rintracciato dalla Questura di Roma e adesso dovrà rispondere sul perchè di questo strano comportamento. Lo ha dichiarato questa mattina durante la visita in Questura del vicesindaco di Roma Capitale Sveva Belviso, il questore Francesco Tagliente.

«Per favorire una sempre maggiore accessibilità al 113 - ha sottolineato il questore - cerchiamo anche di liberarci dei disturbatori ovvero di coloro che chiamano togliendo spazio alle vere emergenze. Grazie ai nostri monitoraggi abbiamo scoperto che nell'ultimo mese un signore con una scheda prepagata ha chiamato circa duemila volte il 113. Non diceva nulla: chiamava e riattaccava. Lo abbiamo identificato - ha concluso Tagliente - e ora spiegherà al commissariato di Ostia il motivo delle sue chiamate».
Sabato 20 Agosto 2011 - 15:51




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