sabato 20 agosto 2011

La Svizzera insulta gli Italiani "E' giusto chiamarvi topi"

Libero



Ci sono tre topi. Anzi, tre ratti. Il primo si chiama Fabrizio, vive a Verbania, ma fa il piastrellista in Ticino. Il secondo si chiama Bogdan. È rumeno. Non ha né un domicilio, né un lavoro. Il terzo si chiama Giulio. E come Tremonti è un avvocato italiano. Così gli svizzeri vedono i 45mila frontalieri italiani che ogni giorno superano il confine per andare a lavorare: come topi che sfruttano il loro formaggio. La campagna dello scorso anno è stata ideata e portata avanti in tre puntate dal locale Udc, con tutte le proteste del caso. Si era alterato perfino il ministro Frattini. Ma ora un tribunale ha stabilito che la campagna anti italiani è legittima: chiamarci topi approfittatori si può.

«La campagna Balairatt non arreca nessun danno comprovato ai frontalieri», ha detto infatti la Pretura di Lugano, che ha respinto l’istanza presentata da nove frontalieri lo scorso 8 marzo, patrocinati dall’avvocato Paolo Bernasconi. Oltretutto i nove frontalieri dovranno farsi carico delle spese di giustizia, 350 franchi.L’avvocato Paolo Bernasconi ha già annunciato che intende ricorrere.

L’Udc invece ha diffuso una nota, nella quale esprime la sua soddisfazione per la decisione presa dalla Pretura di Lugano. «Da una Pretura peraltro già impegnata su fronti decisamente più importanti, non ci si poteva attendere più ragionevolezza», scrive il partito di Rusconi. «Unico neo, la decisione di non mettere a carico dei querelanti le spese sopportate dalla parte assurdamente tirata in causa dall’avvocato. Paolo Bernasconi e dai suoi patrocinati», ha scritto il segretario cantonale Eros Mellini.

«Il fatto che, per pura smania di protagonismo – e quest’ultima è dimostrata dalla volontà già espressa di voler ricorrere in appello – ci si possa permettere di caricare di inutile lavoro gli organi giuridici del nostro già eccessivamente litigioso cantone, obbligando per di più la controparte ad assumersi le spese di un patrocinatore anche quando l’azione legale si dimostra palesemente fondata su basi inesistenti, non funge certamente da deterrente per chi del nostro sistema giudiziario intenda abusare», ha spiegato. Insomma: topi e parassiti, pure, che intasano il sistema giudiziario svizzero. Italiani, in poche parole.


di Andrea Valle
20/08/2011




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Gli strapagati e nullafacenti: chi ci tassa è un fannullone

Libero




Nei giorni chiave in cui l’Italia ballava la rumba sui mercati e i suoi Btp venivano presi a schiaffo dalla speculazione, gran parte dei dipendenti del ministero dell’Economia se ne stava  accoccolata  sulla sdraio di qualche spiaggia italiana.

Nel mese di luglio alla direzione del debito pubblico hanno fatto registrare il record di assenze per ferie e malattie (64,29% nell’ufficio numero dieci, ma percentuali altissime ovunque). Sui circa 500 uffici   fra Roma e direzioni territoriali del ministero guidato da Giulio Tremonti ben 362 - quindi la stragrande maggioranza - percentuali di assenza per ferie e malattia superiori al 25%.

Anche il mese prima è stato quasi record:  in 209 uffici del ministero dell’Economia almeno un dipendente su quattro era in ferie o in malattia. A luglio 102 uffici avevano un tasso di assenza superiore al 35%, 132 fra il 30 e il 35%, e 128 fra il 25 e il 30%.

Tanto per fare un raffronto alla presidenza del consiglio dei ministri il tasso di assenza per ferie e malattia è stato del 23% e il mese precedente era stato del 21%. A giugno invece in quell’Eldorado della pubblica amministrazione che sembra essere il ministero che tassa tutti gli italiani 55 uffici facevano registrare assenze superiori al 35%, altri 54 uffici avevano assenze oscillanti fra il 30 e il 35% e 103 uffici fra il 25 e il 30%. Si tratta dei dati di assenza più alti di tutto il governo italiano in assoluto, e probabilmente assai più elevati anche rispetto ad altri comparti della pubblica amministrazione. Certo il picco giugno-luglio, due mesi in cui non è così facile ammalarsi, è dovuto all’inizio delle ferie.

Ma questo vale per tutti i ministeri e per tutta la pubblica amministrazione. O meglio per quasi tutta, perché se c’è un posto dove non avrebbe senso concedere ferie in quei due mesi, è proprio il ministero dell’Economia. Giugno e luglio sono due mesi fondamentali per quel ministero, perché è durante quel periodo che vengono elaborati i principali documenti economici del ministero dell’Economia: dal Def (documento di economia e finanza) alla finanziaria.

Quest’ultima è diventata triennale, e la prima della nuova versione è stata preparata a giugno 2008. Quest’anno quindi da calendario era il più importante per il ministero dell’Economia anche non ci fosse stato il ciclone sui mercati che poi si è verificato e ha costretto alla doppia manovra che è destinata a fare tirare la cinghia a milioni di italiani che verranno tartassati.

Evidentemente mettere nuove tasse sugli altri contribuenti deve essere assai facile e meno complicato della ricerca di altre soluzioni. Basta un minuto e non c’è bisogno di trattenere i dipendenti in ufficio: possono benissimo leggere le novità sfogliando qualche quotidiano sulle sdraio o in un rifugio in alta montagna. Fa comunque effetto vedere la direzione debito pubblico quasi volata via dal ministero a luglio proprio mentre la speculazione aggrediva i Btp e perfino il Parlamento si è messo a discutere sull’opportunità di accorciare le celebri supervacanze dei deputati.

Nell’ufficio 10 era presente il 35,71% dei dipendenti, nell’ufficio 11 il 49,05%, nell’ufficio 4 il 57,61% e in ben 7 uffici le percentuali di assenza erano superiori al 29%. Debacle non troppo diversa all’interno degli 11 uffici della direzione rapporti internazionali del ministero, così come in solo due uffici su otto erano presenti davvero i dipendenti della direzione sul sistema bancario e finanziario.

Tutte le strutture anti-crisi del governo italiano erano dunque nel momento più delicato o in vacanza o in malattia con grande generosità. Non che la situazione fosse troppo diversa in altre direzioni del ministero dell’Economia.

Ma almeno non erano direttamente coinvolte dal lavoro parlamentare e dall’emergenza della crisi finanziaria. Alcuni poi - come i dipendenti dei quattro uffici della direzione ambiente tutela e territorio del mare dell’Economia (assenti quasi uno su due) - potevano in fondo dire di essersi portati in vacanza il lavoro: devono controllare le spiagge.

I dati naturalmente non sono ancora disponibili per il mese di agosto, ma in questo momento sono praticamente tutti in ferie i dirigenti e i dipendenti delle strutture tecniche del ministero in grado di esaminare le compatibilità di eventuali proposte di modifiche alla manovra delle supertasse. Così è praticamente impossibile conoscere gli orientamenti degli uffici di Tremonti su questo o quell’emendamento in gestazione.

Il record di assenze al ministero dell’Economia era per altro evidente anche in mesi meno balneari - come aprile e maggio in cui gli uffici erano i più vuoti dell’intero governo (con percentuali naturalmente più basse rispetto a giugno e luglio). I dati non sono sfuggiti agli altri colleghi della pubblica amministrazione, che in genere non hanno in grandissima simpatia i dipendenti dell’Economia.

Per un motivo molto semplice: sono i più pagati e privilegiati di tutta la pubblica amministrazione. Nessun dirigente raggiunge le buste paga che girano in via XX settembre, e solo a quei dipendenti è riservato un trattamento premiale speciale (come quello suddiviso dalla torta della lotta all’evasione fiscale). Che siano i più pagati di tutti, già sembrava poco digeribile agli altri. Che poi siano anche quelli che bigiano il tornello con allegria, diventa scandalo per tutti quelli che ogni giorno timbrano onestamente il loro cartellino.


di Franco Bechis
20/08/2011




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Cerca di fermare l'auto alla Flintstone con un piede: «Avevo i freni rotti»

Corriere della sera

Gli agenti non gli hanno creduto: fermato per possesso di una patente scaduta e per guida pericolosa



MILANO - Le forze dell'ordine del Michigan, Stati Uniti, hanno rilasciato un video a dir poco incredibile. La telecamera all'interno dell'abitacolo della polizia ha ripreso un guidatore che cerca di frenare il suo pick-up usando un piede. Come Fred Flintstone e la sua macchina a propulsione «pedestre». Il filmato mostra come l'auto si stia dirigendo verso un incrocio nella cittadina di Roseville, quando d'improvviso il conducente apre la portiera e mette un piede sull'asfalto per frenare. L'impresa, tuttavia, non gli riesce: la vettura va a scontrarsi contro altre macchine. Alcuni testimoni hanno spiegato di aver notato l'auto dell'uomo procedere per diverse miglia a una velocità anche superiore ai 70 chilometri orari. Il 24enne protagonista dell'episodio ha raccontato in seguito alla polizia che i freni si erano rotti e che si stava recando a un'officina per la riparazione. Il giovane è stato fermato per possesso di una patente scaduta e per guida pericolosa.

Elmar Burchia
20 agosto 2011 15:42

Se le Coop non pagano la crisi: niente tasse sul 70% dell'utile.

Libero


Nacquero per aiutare i contadini a comprarsi il trattore, sono diventate una multinazionale che ha un giro d’affari spaventoso (8 per cento del Pil) e che razzola nella grande finanza e si immischia in banche e finanziarie: in sostanza la cosa più capitalista che esista, ma fondata su un principio anti-capitalistico che alcune imprese siano più legittimate di altre a stare sul mercato. Le coop sono dei colossi con le agevolazioni riservate ai piccoli: non pagano le tasse sul 70 per cento dell’utile purché sia reinvestito, ma riescono ad aggirare il problema distribuendo benefit o stipendi stellari ai soci amministratori.

Solo la Legacoop ha un giro d’affari da almeno 50 miliardi (altro che Mediaset) con in più un conflitto d’interessi da paura, perché oltre a fare i prezzi che vogliono - muovendosi in monopolio nelle regioni rosse, e facendo fuori tutti gli altri, vedi caso Esselunga - le coop finanziano regolarmente il Pd che le ripaga rifinanziandole e intruppandole nei grandi appalti: capita che gli stessi uomini siano dirigenti nei Ds e nelle coop, le quali in pratica godono delle agevolazioni riservate ai piccoli ma hanno imbastito un capitalismo di Stato e di Regione, un capital-comunismo che introita ricavi e paga meno tasse rispetto a noi poveri deficienti. «La Coop sei tu» un accidente: sono loro.
20/08/2011




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Fa troppo caldo: il camionista porta la lucciola nel carro-frigo. Multato

Il Mattino

Nei guai un 65enne che aveva abbordato una prostituta: via la carta di circolazione e in arrivo multa da 450mila euro






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Dalla culla alla tomba: torna il welfare del Duce

di

Infanzia e pensioni, l’eredità del Ventennio nel moderno statalismo. Ma la deriva assistenzialista è un rischio



Non è affatto vero, come è stato sostenuto, che la manovra finanziaria di mezzo agosto non abbia un padre. Ce l’ha e come. E non è un padre molto simpatico. Si chiama statalismo. È l’erede di quella «economia mista» realizzata dal fascismo e transitata e sopravvissuta nell’Italia repubblicana. 

Dopo una brevissima parentesi liberista - legata al nome di un grande economista, Alberto De Stefani - il fascismo abbandonò la politica di «restaurazione finanziaria» che aveva fatto proprio uno dei miti della «destra storica», il pareggio del bilancio, che il ministro De Stefani poté orgogliosamente dichiarare raggiunto il 2 giugno 1925.
Il nuovo obiettivo del fascismo era la «trasformazione dello Stato» (l’espressione è di Alfredo Rocco) e, con essa, la costruzione di un regime lontano dallo spirito dell’Italia liberale: un regime di tipo autoritario che facesse leva sul «consenso» delle masse garantito da strutture che assicuravano la «fascistizzazione» del Paese attraverso il controllo della vita e delle attività, lavorative e intellettuali, del cittadino.
La meta venne raggiunta non solo attraverso interventi sulla struttura istituzionale e organizzativa dello Stato, ma anche passando attraverso la politica economica, finanziaria, sindacale. Fra il 1925 e il 1929 il fascismo gettò le basi per la costruzione del cosiddetto Stato corporativo, che ebbe, come presupposti e capisaldi, la liquidazione del sindacalismo autonomo, la legge sulla disciplina dei rapporti collettivi di lavoro (o legge sindacale), l’istituzione delle corporazioni, la «Carta del lavoro», l’istituzione della magistratura del lavoro, ma anche una legislazione sociale che riguardava l’infanzia, il mondo femminile, la famiglia.
Il corporativismo fu, comunque, il grande tema degli anni trenta. Se ne discusse come dottrina economica, ma anche come modalità di organizzazione dello Stato capace di rispondere alle sfide innescata dalla grande crisi del 1929 e alle conseguenze della recessione sull’economia europea. Nacque l’idea di creare uno «Stato nuovo» fondato sui sindacati o, addirittura - come sostenne Ugo Spirito con la proposta di una «corporazione proprietaria» - costruito sull’identificazione fra individuo e Stato propria del comunismo sovietico.

Sempre più lontano - e, anzi, ad esso contrapposto - dallo spirito dello Stato liberale, il fascismo, durante gli anni Trenta, accentuò la presenza della mano pubblica nell’economia nazionale creando una miriade di aziende autonome ed enti pubblici. Si poté parlare, addirittura e non senza ragione, di «Stato imprenditore». Nel 1937, con la trasformazione dell’Iri, creato quattro anni prima per arginare i contraccolpi della grande crisi, in istituzione permanente, lo Stato, di fatto, divenne proprietario di un impero industriale, che, alla vigilia del conflitto mondiale, grazie alle finanziarie di settore, controllava il 90% della flotta mercantile, il 75% della produzione di ghisa, il 45% di quella siderurgica ed era presente nei settori della telefonia, della cantieristica, dell’industria meccanica, dell’industria elettrica.
Contemporaneamente alla trasformazione in Stato imprenditoriale, il fascismo realizzò di fatto uno Stato assistenziale, che seguiva la vita del cittadino, per così dire, «dalla culla alla tomba», attraverso le organizzazioni giovanili, il dopolavoro, l’opera maternità e infanzia e via dicendo. Ed è questa - l’idea dello Stato assistenziale e dello Stato imprenditore - la vera eredità lasciata all’Italia postfascista. Un’eredità pesante e negativa. Lo statalismo e l’interventismo statale sono, checché se ne voglia dire, la negazione del liberismo economico e del liberalismo politico. La manovra economica di ferragosto, anziché interventi strutturali in chiave liberale, ha privilegiato la leva fiscale e la protezione di interessi corporativi, come, per esempio, la difesa delle pensioni di anzianità e il rifiuto di innalzare l’età pensionabile. E non è cosa bella. Né, tanto meno, utile.




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Occhi a mandorla e zainetto il diplomatico Usa seduce la Cina

La Stampa

L’ambasciatore Locke si paga il caffè, e la foto-antiprivilegi impazza sul web


ILARIA MARIA SALA


HONK KONG

È bastata una foto scattata da un passeggero con un telefonino e distribuita tramite Internet a dare il via alla luna di miele fra il nuovo ambasciatore americano in Cina e i netizens cinesi: Tang Zhaohui, che lavora per un’azienda informatica nella Silicon Valley, si trovava all’aeroporto di Seattle quando ha visto Gary Locke, Segretario al commercio appena nominato come ambasciatore Usa in Cina, intento ad acquistare un caffè da Starbucks.

Il neo-diplomatico di origini cinesi, con uno zainetto sulle spalle e la figlia di sette anni a fianco, aveva cercato di utilizzare un buono sconto, ma il barista l’ha rifiutato. Sorridendo senza scomporsi (secondo il racconto di Tang) Locke ha allora tirato fuori la carta di credito, pagato il caffè, e si è messo ad aspettare il suo volo. Intanto Tang ha dato notizia della fotografia su «Saina Weibo» – un corrispettivo cinese di Twitter – e si è imbarcato. L’immagine, nel frattempo, era stata ri-distribuita altre 40 mila volte, ed era nato un fenomeno del web, di cui la Cina, dove i media sono pesantemente censurati, è particolarmente ghiotta.

Va detto che Locke è il primo ambasciatore americano di origini cinesi, con un’intera famiglia sino-americana. Va detto anche che i funzionari e le autorità cinesi sono costantemente messi alla gogna sul web per la loro altezzosità e i comportamenti elitari. Ma insomma, un ambasciatore che si compra il caffè da sé con la figlia accanto, con il suo zainetto in spalla e senza nessuno che lo assista e gli faccia da sicofante intorno, proprio non si era ancora visto.

Dunque, i commenti sono stati di grande ammirazione per la semplicità di quest’uomo. Alcuni se la sono anche presa con il barista, che avrebbe un po’ umiliato l’ambasciatore, mentre altri, più pragmatici, hanno messo in guardia dagli entusiasmi troppo rapidi, ricordando ai navigatori online che Locke, dopotutto, fattezze asiatiche a parte, è un americano, e il suo arrivo a Pechino è volto a fare gli interessi degli Usa, non quelli della Cina.

Ma non solo sul web: perfino il China Daily, il quotidiano in lingua inglese rivolto per lo più alla comunità internazionale in Cina, se n’è uscito con un grande articolo d’opinione in cui si tessono le lodi di quest’uomo che non solo si compra il caffè, ma che, arrivato all’aeroporto di Pechino e visto che nella Cadillac venuta a prenderlo c’era posto solo per lui e la moglie, si è fatto portare in ambasciata da un’auto «qualunque». Ma anche sulla stampa in lingua cinese: Locke, il suo zainetto e il suo caffè fanno sognare.

Un inizio glorioso dunque per un ambasciatore che, invece, inizia la sua missione in un momento piuttosto delicato delle relazioni fra Cina e Usa. L’idea di Obama di inviare un sino-americano (il primo americano di origine cinese ad essere stato governatore, nel 1997, e il primo ad essere stato Segretario del commercio, dal 2009) di certo è stata astuta.

Non solo: che fino ad ora Locke fosse impegnato con il commercio sottolinea anche quale sia la priorità dell’amministrazione Obama nei confronti della Cina, e rassicura Pechino sul fatto che le pressioni sui diritti umani, per esempio, o anche sull’ambiente passeranno molto probabilmente in secondo o terzo piano.

Ma resta il fatto che, pur in attesa di un nuovo ambasciatore, ormai da settimane la propaganda cinese non faceva altro che sparare a zero sull’America e sui suoi modi spendaccioni, che l’hanno portata ad indebitarsi in maniera così grave proprio con la Cina, dando lezioni a tutto spiano. I guai economici del mondo? Colpa degli Usa. Guerre, armamenti, terrorismo? Tutta colpa degli Usa spreconie arroganti.

Gary Locke, una volta arrivato a Pechino, si è premurato di tenere una conferenza stampa nella quale si diceva onorato di rappresentare gli Usa nella terra natale di suo nonno, e rassicurava la Cina sul debito e sulle relazioni con Washington, ma anche questo è passato quasi inosservato, come un dettaglio. A far colpo sono stati lo zainetto e il caffè, la Cadillac gentilmente rifiutata e questa famiglia cinese-americana che ha fatto strada.



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Ecco come ti salvo il piccolo Comune

Il Tempo

Nessuna fusione per i Municipi che non hanno "vicini" sotto i mille abitanti.


Fatta la legge trovato l'inganno, dicevano i latini. Ma è un proverbio superato. Ai giorni nostri, infatti, è la legge stessa spesso a contenerlo, l'inganno. Succede ad esempio per la norma che regola l'accorpamento dei Comuni che hanno meno di mille abitanti, prevista nel decreto legge anti-crisi. Quelli a rischio sono - sarebbero - 1970. I diretti interessati, ovviamente, non ci stanno e sono da giorni sul piede di guerra.

Necrologi sui municipi, bandiere a mezz'asta listate a lutto, trasformazioni in principati autonomi con tanto di moneta propria (vedi il caso Filettino), disponibilità di accoglienza per centinaia di immigrati (con tanto di lettera al sindaco di Lampedusa - siamo ad Acceglio, nel cuneese) per rimpinguare la scarsa popolazione e superare il migliaio di anime: in queste ore i primi cittadini nel mirino le stanno pensando proprio tutte.

E mentre molti si dicono pronti a riconsegnare allo Stato fasce tricolori e chiavi dei municipi, simboli primari di un'Italia dei Comuni che non è mai scomparsa e che ora grida forte per farsi sentire, dall'Associazione nazionale dei piccoli Comuni d'Italia è già stata indetta una manifestazione ufficiale di protesta. Il caldo non fa paura: l'appuntamento è per il 26 agosto prossimo, ore 14 Palazzo Chigi, Roma. Il punto, però, è che molti dei piccoli Enti che credono di essere a rischio e che per questo sono pronti a scendere in piazza, in realtà non lo sono.

Ed è la legge stessa che lo certifica. Titolo quarto, articolo 16, comma 3 del decreto del governo: «L'Unione municipale è costituita dai Comuni contermini con popolazione pari o inferiore a 1.000 abitanti al fine dell'esercizio in forma associata di tutte le funzioni amministrative e dei servizi pubblici di spettanza comunale». Cosa accadrà allora ai piccoli municipi che non sono circondati da altri piccoli municipi? Per loro niente accorpamento. Verranno trattati come i Comuni che hanno meno di 3.000 abitanti: sopravvivono e mantengono un sindaco, cinque consiglieri e un massimo di due assessori.

Alla faccia del risparmio. Non saranno pochi, infatti, gli enti che si salveranno. Più di 600 secondo alcuni. C'è di più. «La complessiva popolazione residente nel territorio dell'Unione municipale - prosegue il decreto - è pari almeno a 5.000 abitanti». Ecco un altro codicillo ingannatore, si dirà. Almeno, però, stavolta è prevista la possibilità per la Giunta regionale di individuare «un diverso limite demografico». L'inganno, insomma, è rinviato.


Nadia Pietrafitta
20/08/2011




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Umberto Bossi? Totò della politica «Maschera popolare che deride i potenti»

Corriere del Mezzogiorno


La tesi nel saggio dell'antropologa Dematteo: «Il leghista è un giullare che non rispetta niente e nessuno»


Umberto Bossi

Bossi e Totò, due destini che si incrociano. Anzi, a forzare solo un po' la tesi di un saggio sulla Lega Nord recentemente tradotto dal francese, Bossi non sarebbe altro che il Totò della politica italiana. Possibile? Possibile che il principe napoletano e il capopopolo di Cassano Magnago abbiano qualcosa in comune, e che questo qualcosa permetta addirittura di elaborare una teoria sociopolitica? Ebbene sì.

LA TESI - La tesi dell'antropologa parigina Lynda Dematteo, autrice di L'idiota in politica (Feltrinelli, 2011), è infatti la seguente. Bossi è il giullare che non rispetta niente e nessuno, opera nel registro dell'ambiguità, si muove con disinvoltura nella logica del mimetismo e indossa perennemente una maschera per dissimulare tutto di sé. «Le parole devono sorpassare e snaturare il pensiero», confessa nel lontano 1998 al Corriere della sera. Il giudizio che pervade il saggio è impietoso. Il leader della Lega è un buffone e come tale si comporta.

Il suo linguaggio ricorda quello delle marionette, le loro semplificazioni, le loro violenze. Il suo pensiero ha come obiettivo la distruzione del senso: è un antipensiero. Insomma, se la politica della Prima Repubblica è diventata un teatrino, nella Seconda Bossi «carnevalizza» la politica, perché un Carnevale non è altro che un luogo dove è lecito sospendere le regole sociali o addirittura sovvertirle. Solo così, del resto, si spiegano tante cose. E tutte passate sostanzialmente inosservate o stancamente censurate su qualche prima pagina.

LESSICO BOSSIANO - A cominciare, volendo limitarsi alle cronache di questi giorni, dal quel «Nano di Venezia» bofonchiato all'indirizzo del ministro Brunetta; o da quel giudicare il discorso di Tremonti sulla manovra anticrisi niente più che «una rottura di coglioni»; o, ancora, dalla replica a Formigoni sintetizzata in una sonora e teatrale pernacchia. Attenzione. È dunque una roboante pernacchia che accomuna Bossi e Totò? Non proprio, o meglio: non del tutto. Il nesso è, semmai, il teatro dell'arte, quel teatro che come aveva già intuito Antonio Gramsci, e come ripete Dario Fo, costituisce uno degli strumenti più potenti di diffusione delle idee del popolo.

Da Arlecchino in poi, maschere e marionette hanno una funzione catartica: denunciano ciò che non può essere ascoltato, poiché ciò che dicono non ha alcuna conseguenza su quelli che ascoltano e che tacitamente approvano. Da Arlecchino fino al turco napoletano, fino all'imperatore di Capri, fino al maresciallo italiano che manda a quel paese il colonnello Kessler. Fino a Totò, appunto. Perché «negli anni sessanta lo scemo del villaggio torna di nuovo, ma questa volta sugli schermi cinematografici», scrive Dematteo. E spiega: «Il figlio illegittimo di un principe napoletano, mai riconosciuto dal padre, diventa un eroe popolare attorno a cui si gioca la rivincita degli umili sugli arroganti. Come nella tradizione del teatro di figura, questa rivincita assume la forma di una feroce derisione».

ECCO PERCHE' UN SINDACO LEGHISTA VOLLE IL BUSTO DI TOTO' - Ora è più chiaro anche il perché sia stato un sindaco leghista, negli anni passati, a volere il busto di Totò nei giardini di Alassio, e sia ora, invece, un sindaco fuoriuscito dal movimento, ed eletto con i voti del partito democratico, a decretarne lo sfratto. In fondo, anche se inconsapevolmente, i leghisti doc avevano avuto una sorta di felice intuizione su certe affinità elettive. Ma è tollerabile dare a Totò la patente di scemo del paese? E possono la nascita e la cultura francese dell'autrice di tale affronto essere accettate come attenuanti? Anche qui il discorso di Dematteo è più robusto di quanto appaia. Perché, in realtà, nel suo ragionamento lo scemo del paese sta all'idiota del titolo del suo saggio. E idiota, in senso etimologico, significa «uomo del luogo».

QUELL'IDIOTA ETIMOLOGICO - Per gli antichi greci idiota era colui il quale non aveva accesso alla dimensione universale, quello che viveva ancora nella caverna. Secondo gli ateniesi i più stupidi erano i loro vicini più prossimi, quelli che abitavano ai margini della polis, ma «idioti» erano anche i cinici. «Idiota è dunque il soggetto votato alla più irriducibile autoctonia e al ripiego identitario». Bossi porta l'idiotismo in politica. Sia in senso greco, sia in senso più moderno, come suggerisce, ad esempio, l'antropologa Margarita Xanthakou, secondo cui l'idiota non è altro che «l'agente di una funzione sociale quasi istituzionalizzata». In altre parole, lo scemo del paese.

Tutto questo aiuta a decifrare tanti personaggi, costantemente sopra le righe, che affollano il panorama leghista. Come Borghezio, ora momentaneamente sospeso per carità di patria, o come il generale Zanga, patetico capo delle camicie verdi. Ma non solo. La carnevalizzazione della politica permette alla Lega, da un lato, di disintegrare il politichese e la ritualità istituzionale; e, dall'altro, di superare i confini del lecito, di varcare la soglia del tollerabile, di alludere. E, dunque, di creare sogni, prospettive rivoluzionarie e scene fantasmatiche fatte di stati inesistenti come la Padania, di eserciti disarmati e di parlamenti indipendenti senza poteri.

IDIOTISMO E NEOGUELFISMO - L'idiotismo come strategia politica ha permesso alla Lega di mettere insieme il neoguelfismo dei cattolici intransigenti e il federalismo repubblicano delle élite culturali; di dare voce al popolo diffidente e individualista delle valli bergamasche e di entrare in giacca e cravatta nel più sontuoso dei Palazzi, quello del Potere. Una politica che, contrariamente a quanto si vuol far credere per proiettare la figura di Bossi in una dimensione mitica, viene da lontano.

E non è opera di un uomo solo. È invece il prodotto di una ideologia che risale almeno all'opposizione cattolica all'unificazione nazionale e si spinge fino al movimento autonomista di Guido Calderoli, nonno del ministro Roberto, che si presentò alle elezioni amministrative del 1956; o all'Unione autonomisti padani di Ugo Gavazzani, che approvò uno statuto di Pontida già nel 1967. Una politica che, per passaggi progressivi e al netto di molte inversioni ad «u», è fatta di antistatalismo e di comunitarismo, di autonomismo e di etnofederalismo. E che ha visto costantemente crescere, almeno fino ad oggi, e proprio in virtù di una furbesca tattica carnevalesca, la forza elettorale della Lega.


MA TOTO' SI NASCE, NON SI DIVENTA - Ora, si può discutere se una visione così fortemente e volutamente caricaturale dia per intero l'idea di che cosa sia stata la Lega in questi decenni e di come abbia cambiato il sistema politico italiano. E pur prendendo per buona la battuta di Indro Montanelli, secondo cui avrebbe trasformato «un dramma potenziale in cartone animato», resta da valutare se Lega abbia oppure no controllato le spinte centrifughe del Nord a vantaggio di una sostanziale unità del Paese. Ma comunque sia, e pur apprezzando l'originalità e la profondità dell'analisi della Dematteo, su un punto non si discute: Totò si nasce, non si diventa. E Bossi non lo nacque.


Marco Demarco
20 agosto 2011




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Umberto Eco semplifica "Il nome della rosa" Nuova versione per i "nativi digitali"

Il Tempo

La rilettura del celebre romanzo del 1981 uscirà a ottobre. Il celebre semiologo ha riscritto alcuni passaggi per renderlo accessibile ai giovani. Ma la trama non cambia.

Una scena del film Trenta anni e trenta milioni di copie dopo, Umberto Eco aggiorna il linguaggio de "Il nome della rosa", il celebre romanzo romanzo inserito dal quotidiano francese "Le Monde" tra i 100 libri più rappresentativi del XX secolo. Eco ha sentito il bisogno di rivedere il suo primo romanzo per sveltirne certi passaggi e rinfrescare il linguaggio. Non lo ha riscritto come hanno fatto altri autori (ad esempio Alberto Arbasino con il suo "Fratelli d'Italia"), ha solo pensato di renderlo più accessibile ai nuovi lettori degli anni Duemila, in particolare ai giovani abituati fin da piccoli alle tecnologie digitali.

La seconda versione de "Il nome della rosa" arriverà nelle librerie italiane il prossimo 5 ottobre da Bompiani, lo stesso editore che lo stampò per la prima volta nel 1980. Nel corso del 2012 usciranno le traduzioni straniere della versione rivista del romanzo che segnò il debutto nella narrativa dell'illustre semiologo: la prima ad essere stampata sarà quella francese, che sarà pubblicata dall'editore parigino Grasset.

Vincitore del Premio Strega nel 1981, portato al cinema nel 1986 dal regista Jean Jacques Annaud con un film interpretato da Sean Connery, il romanzo è stato tradotto in 47 lingue ed ha venduto 6.500.000 copie solo in Italia e 30 milioni nel mondo. La nuova edizione rielaborerà il testo per "velocizzare i passaggi e aggiornare il linguaggio", mantenendo lo stesso titolo e inalterata la stessa trama. Il libro avrà 550 pagine, dieci in più della prima edizione, e costerà 16 euro.

Non si conoscono ancora i dettagli della reinvenzione di Eco. L'unica vera garanzia è che Eco non ha cambiato la struttura, il plot e gli intrighi del thriller medioevale. I nuovi lettori ritroveranno il monaco Guglielmo da Baskerville e il suo allievo Adso di Melk alle prese con una serie di omicidi in un monastero benedettino, tutti legati a un libro proibito. Secondo le poche indiscrezioni finora filtrate, sembra che Eco abbia apportato modifiche a numerosi riferimenti eruditi e a dei passaggi in latino presenti nel suo longseller.

Eco due anni dopo la prima edizione aveva già pubblicato le sue "Postille al nome della rosa".



20/08/2011




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Choc anafilattico dopo attacco di vespe: donna introvabile salvata da un cane

Il Mattino

Un pastore tedesco esce da un bosco sul Grappa e guida i soccorritori fino alla 56enne, che era ormai in stato comatoso




VICENZA - Una femmina di pastore tedesco ha salvato la vita a una donna colpita da choc anafilattico per la puntura di alcune vespe sul monte Grappa, in provincia di Vicenza, attraversando il bosco e richiamando l'attenzione dei soccorritori. Il fatto, accaduto un mese fa ma reso noto solo ora dalla stessa protagonista al Giornale di Vicenza, è avvenuto in località Magnola in Comune di Cismon del Grappa (Vicenza). Dorina Martinato, 56 anni di Rosà (Vicenza), era nel bosco in cerca di funghi assieme alla sorella quando è stata punta ad una gamba da due vespe.

È stata la sorella Marilena a dare con il cellulare il primo allarme, avvisando suo marito che a sua volta ha messo in moto la macchina dei soccorsi, scattati anche con l'impiego dell'eliambulanza di Treviso. Nonostante l'organizzazione messa in campo, nessuno riusciva tuttavia a rintracciare le due donne in mezzo alla fitta vegetazione. Ci ha pensato così Queen, il pastore tedesco, che ha attraversato a perdifiato oltre mezzo chilometro di boscaglia, facendosi individuare dai soccorritori che lo hanno poi seguito sino a raggiungere la donna che si trovava ormai in stato comatoso con difficoltà respiratorie. A quel punto determinanti sono state le cure dei medici del Suem che hanno poi trasportato l'infortunata all'ospedale di Bassano del Grappa.

Sabato 20 Agosto 2011 - 10:19    Ultimo aggiornamento: 11:26




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Il mio vaso di Pandora contro l'intolleranza

La Stampa

«Non voglio un'altra rivoluzione sogno una Cuba diversa dove ci sia tolleranza e pluralismo»

YAONI SANCHEZ

Il Twitter di Yoani Sánchez è la fonte più attendibile di notizie per quel che accade a Cuba. Sappiamo dalle note digitate in fretta dalla blogger e nei limiti dei pochi caratteri consentiti che il 18 agosto Laura Pollan e le Dame in Bianco sono state aggredite da agenti della Sicurezza di Stato. Yoani è molto dura, per una volta cambia il suo stile e sfoga tutta la sua rabbia contro la repressione.

“Per fortuna ho il mio Twitter. Quando il telefono mobile è carico posso aprire il mio vaso di Pandora. Dimenticare non è positivo per i popoli, ma non lo è neppure ricordare qualcosa per sempre. Vi immaginate quando il mio curioso nipote mi domanderà: “Come si chiamavano, nonna? Fastro, Gastro, Tastro?”. E io risponderò sollevata: “No ragazzo, si chiamavano Castro”. Penso proprio che riuscirò a sopravvivere a questi dinosauri, ma se non ce la farò io toccherà ai miei nipoti. Nessuno mi porterà via definitivamente da Cuba, perché questo è anche il mio paese, anche se chi comanda non gradisce questa cosa. Voglio restare qui per vedere il cambiamento, per assistere alla fine del loro potere. Verrà il giorno in cui potremo indignarci pubblicamente contro il solo Partito consentito, contro il Presidente eletto per via ereditaria? Come sarebbe Cuba senza atti di ripudio, senza penalizzazione del dissenso, senza polizia politica? Un sogno! Un giorno avremo qualcosa di simile? Sono ossessionata dal futuro, soltanto ciò che potranno ottenere i cubani del 2025 mi mantiene viva”.

Yoani tratta l’argomento repressione nei confronti delle Dame in Bianco che sfilavano pacificamente per calle Neptuno.


“Una truppa organizzata si è scagliata contro le Dame in Bianco che sfilavano pacificamente. Gridavano parole volgari, attacchi razzisti, oscenità. Non bastano più le parole d’ordine rivoluzionarie? Laura Pollan, che guida le Dame in Bianco, ha chiesto al cardinal Jaime Ortega di intercedere presso il Papa e presso il governo cubano per far cessare la violenza. Si è trattato di un vero e proprio festino dell’intolleranza in calle Neptuno, contro le Dame in Bianco, che hanno riportato danni fisici e morali dopo un meeting di ripudio organizzato in grande stile dalla Sicurezza di Stato. La mia unica arma per denunciare gli abusi del governo è Twitter. La repressione cresce, l’intolleranza è la stessa di sempre… fino a quando?”.

La speranza di Yoani non è in un’altra Rivoluzione, ma in una Cuba diversa, tollerante e pluralista.

“Amici, spero che il cambiamento a Cuba non sia prodotto da un’altra Rivoluzione, perché ne abbiamo abbastanza di questa e non ne vogliamo altre”.

Yoani attacca frontalmente repressori e governo. La stampa ufficiale e la televisione cubana parla sempre di dissidenza pagata dall’Impero, di controrivoluzionari al soldo della CIA… Yoani capovolge la domanda e si chiede chi finanzi la repressione.


“Chi paga le merende alle turbe che ieri hanno aggredito le Dame in Bianco? E i mezzi di trasporto per raggiungere il posto della repressione? E chi paga gli alti costi del programma più conformista delle televisione cubana, la Mesa Redonda? Chi finanzia il Granma? Non vorranno farci credere che si sostenta con la quota dei militanti del Partito Comunista Cubano? Non siamo così ingenui. Quanto pagano chi controlla il mio telefono e ascolta le mie comunicazioni? E quanto pagano chi controlla gli altri dissidenti? Le asfittiche casse nazionali. Un giorno qualcuno ci dirà quanta parte del nostro denaro viene usata per la repressione. Questa non è una Rivoluzione, ma il governo di un’oligarchia, di persone che indossano un’uniforme verde oliva, l’autocrazia di un clan. Raúl Castro, non credo in te! Hai ereditato una nazione come se fosse un feudo, ma questo non è un villaggio medievale!”.


Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Il processo conviene? Nessun rimborso per le spese anteriori all'instaurazione del giudizio

La Stampa

Non è possibile promuovere un nuovo giudizio per ottenere il rimborso delle spese legali affrontate prima di proporre quel giudizio al fine di valutare la convenienza di instaurarlo: c’è violazione del giudicato esterno. È quanto affermato dalla Cassazione (sentenza 8985/11).

Il Caso

Dopo aver ottenuto l’annullamento di una multa relativa ad un’infrazione del codice della strada poiché il verbale non era stato notificato nei termini di legge, una donna si è rivolta al Giudice di pace la società di riscossione e la prefettura, per far condannare al risarcimento dei danni subiti: a seguito di quella notifica la signora si era dovuta rivolgere ad un legale, si sentiva frustrata, turbata, impotente e stressata.

Il giudice di pace ha escluso la possibilità di riconoscere il danno non patrimoniale ma ha, invece, riconosciuto quello patrimoniale sul rilievo che nella precedente sentenza il giudice di pace si era riferito alle sole spese processuali e non a quelle stragiudiziali anteriori all'instaurazione del giudizio ed affrontate "al fine della valutazione sulla convenienza" di instaurarlo.
La società di riscossione ricorre in Cassazione: la pronuncia sulle spese legali, anche anteriori alla causa, sostenute dalla donna, doveva essere ricompresa nella statuizione sulle spese processuali, adottata a chiusura del giudizio che aveva annullato la cartella di pagamento.

Inoltre, a detta della ricorrente, la signora avrebbe potuto caso mai impugnare quella sentenza, dolendosi della compensazione che necessariamente comprendeva l'attività stragiudiziale, strumentale a quella processuale poi espletata, ma non promuovere un nuovo giudizio per richiedere di essere tenuta indenne di quanto aveva versato al legale prima di insorgere contro la cartella di pagamento.

La linea difensiva viene condivisa dalla Suprema Corte: le spese per l'assistenza legale anteriori all'instaurazione del processo rientrano fra quelle concernenti lo "studio della controversia", che vengono sostenute dalla parte e liquidate dal giudice che provvede sulla domanda, che, nel caso in esame, ha già necessariamente statuito su quelle spese, ritenendo di compensarle.

Va conseguentemente escluso che, esaurito un giudizio, si possa nuovamente adire il giudice con autonoma domanda, con la quale si richieda il rimborso delle spese legali affrontate prima di proporre quel giudizio al fine di valutare la convenienza di instaurarlo.



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Quando c’era vita su Marte Il sogno compie 100 anni

La Stampa


Nell’agosto 1911 Lowell pubblicava la notizia, smentita definitivamente nel ’65


GIOVANNI BIGNAMI


Osservare Marte è sempre interessante. È vero da Kepler a oggi, cioè da almeno 400 anni, passando dall’astronomia a occhio nudo a quella col telescopio a quella «in situ», fatta con le sonde inviate su Marte.

Usando osservazioni a occhio nudo del moto di Marte visto dalla Terra (una cosa per niente semplice) all’inizio del Seicento Kepler capì che l’orbita del pianeta non era una circonferenza, come aveva pensato Copernico, ma una ellissi. Io rimango sempre ammirato delle capacità dell’astronomo imperiale che, partendo da queste osservazioni, arrivò a formulare le sue famose leggi. Se l’orbita di Marte fosse stata più circolare, o se Kepler si fosse concentrato su Venere, molto più rotonda, la storia dell’astronomia sarebbe stata diversa.

Ma poi arrivò il telescopio. Francesco Fontana, avvocato napoletano e astrofilo, nel 1636 fu il primo a vedere delle disuniformità sulla superficie di Marte: non più un disco omogeneo, ma con zone chiare e scure. Trent’anni dopo, Giovanni Domenico Cassini sfrutterà quelle macchie per determinare il periodo di rotazione di Marte in 24 ore e mezza, per caso simile a quello della Terra. Cassini fu il primo, e fece un errore di solo un paio di minuti.

L’«annus mirabilis» per lo studio di Marte è il 1877, quando l’astronomo americano Asaph Hall scopre l’esistenza delle due lune marziane (Phobos e Deimos) e Giovanni Schiaparelli, direttore dell’osservatorio milanese di Brera, inizia sul pianeta una serie di osservazioni che continuerà fino al 1890.

Le osservazioni di Schiaparelli, pubblicate in italiano negli Annali dell’Accademia dei Lincei, hanno eco mondiale. L’ottimo telescopio (tedesco) di Schiaparelli gli permette di vedere alcune strisce che sembrano collegare vaste macchie scure sul pianeta, attribuite a mari o distese d’acqua. Non c’è ancora la fotografia astronomica, e l’astronomo disegna a mano quello che vede, o che crede di vedere.

Schiaparelli chiama le strisce «canali», le disegna belle dritte, e capendo che devono avere ampiezza di molti chilometri per poter essere viste dalla Terra, le attribuisce a vegetazione lungo corsi d’acqua. Dà ai canali nomi di fiumi terrestri (Nilo, Gange), ma nota che da un’osservazione alla successiva si vedono delle differenze. I suoi lavori vengono letti in tutto il mondo: Camille Flammarion, il grande divulgatore, li fa arrivare al suo vastissimo pubblico con parole di ammirazione per l’astronomo italiano.

Il lettore più appassionato di Schiaparelli è però un ricco americano: Percival Lowell. Viste le mappe marziane, nel 1896 fa costruire un osservatorio su una montagna dell’Arizona: il Lowell Observatory, che esiste ancor oggi. Ma Lowell, folgorato dalle mappe di Schiaparelli, prese una terrificante cantonata di traduzione. Tradusse «canali» con «canals», parola simile ma di significato alquanto diverso. Mentre in italiano «canale» può essere artificiale (Villoresi) o naturale (Canale di Sicilia), in inglese non c’è dubbio: «canal» è solo artificiale.

Lowell, scrittore dotato di ottima fantasia, si convince così che quello che vede, o crede di vedere, sono canali scavati da una civiltà avanzata, al lavoro su Marte. Insomma, i marziani, tipi straordinariamente tosti e intelligenti per sopravvivere in un ambiente così ostile, nascono da un errore di traduzione. I canali sono per loro essenziali: sono l’unico mezzo per trasportare l’acqua della fusione dei ghiacci polari fino alle zone equatoriali.

Anche Lowell fa mappe di Marte, addirittura costruisce un mappamondo marziano, con canali dritti, lunghissimi, che si incrociano in punti che sembrano città. Ho avuto la fortuna di tenere in mano uno dei globi di Lowell e, guardandolo, ho capito quanto reali dovessero sembrare i marziani. Anche Lowell crede di vedere diversità nella ragnatela di canali confrontando disegni fatti durante due successive opposizioni. Non pensa di essersi sbagliato: si convince che i marziani hanno costruito due immensi canali in due anni.

Manda la notizia al «New York Times», che la pubblica con grande risalto proprio cent’anni fa, il 27 agosto 1911. Nessuno allora dubitava della vita su Marte, tutti erano pronti ad accettare che non fossimo soli nel Sistema solare, anzi, si fanno complimenti ai nostri vicini planetari per le loro capacità ingegneristiche. Stava partendo lo scavo del Canale di Panama: ridicolo, rispetto a quelli marziani…

Sarà la fotografia astronomica a togliere poco dopo l’elemento di fantasia dai disegni degli astronomi. Ma la vera parola fine ai canali (e alle civiltà marziane) verrà messa dalla sonda Mariner 4, nel 1965. Le prime foto prese da vicino non mostrano canali, ma crateri, canyon e letti secchi di grandi fiumi. L’acqua su Marte c’è stata, oggi ne siamo sicuri, ma se n’è andata, forse insieme con gran parte dell’atmosfera di un pianeta troppo piccolo per trattenerla.

Attualmente, l’atmosfera di Marte è così sottile che l’acqua non può scorrere liquida in superficie: evaporerebbe istantaneamente. Eppure, confrontando le immagini catturate durante sei anni di attività dalla sonda Mro, ancora oggi in orbita, la Nasa ha appena pubblicato su «Science» immagini di colate scure sulle pendici esposte al sole durante l’estate marziana. Sorgenti su Marte? Non certo «incanalata», ma forse un po’ di acqua (salata?) ogni tanto scorre liquida sul pianeta rosso.



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Pace fatta fra You Tube e gli editori musicali

La Stampa

«Gli editori avranno l'opportunità di sottoscrivere un accordo di licenza con You Tube»
FEDERICO GUERRINI

Se non li puoi battere, unisciti a loro. Dopo quattro anni di battaglia legale, i rappresentanti della National Music Publishers Association (Nmpa) che, assieme alla controllata Harry Fox Agency, riunisce ben 46.000 editori, hanno deciso di venire a patti con You Tube, ponendo fine a un contenzioso che riguardava il copyright di migliaia di brani musicali presenti sul portale di video sharing di Google.

L'accusa era la stessa mossa a suo tempo dal gigante delle telecomunicazioni Viacom, in una causa analoga: lo staff del sito non avrebbe vigilato a sufficienza per impedire che venisse caricato materiale protetto da diritto d'autore.

Ma, posto che un controllo preventivo da parte di You Tube è pressoché impossibile a causa della mole di materiale immesso – ogni minuto si stima vengano caricate sul sito 48 ore di video - il tutto si è ridotto a una questione di soldi: autori ed editori volevano la loro fetta della torta, visto ceh lo sfruttamento non autorizzato dei loro brani, li danneggiava commercialmente, privandoli della giusta mercede.

 Ed è su questo punto che è stato trovata l'intesa: “gli editori avranno ora l'opportunità – spiega la Nmpa in un comunicato – di sottoscrivere un accordo di licenza con You Tube e ricevere royalty da quest'ultimo per i brani musicali contenuti nei video postati sul sito”. E questo sia nel caso si tratti della versione originale di una canzone, che di una cover della stessa.

 Permettendo a You Tube di inserire annunci pubblicitari nei video creati dagli utenti che utilizzano le loro composizioni musicali – aggiungono da Mountain View – gli editori, e gli artisti da loro rappresentanti, potranno avere un'ulteriore fonte di introiti”.

Per rintracciare, all'interno del suo sterminato database le opere coperte da copyright, i tecnici di Google si affideranno alla tecnologia “Content Id”, in grado di individuare uno specifico brano sulla base delle informazioni fornite dalle case discografiche, creando una specie di “impronta digitale” dello stesso.

Il sistema è stato sviluppato e perfezionato a partire dal 2007, ed è usato attualmente da più di 2.000 partner del portale, fra cui si annoverano tutte le maggiori major musicali americane, vari network televisivi e alcuni studi cinematografici, tutti disposti a rinunciare a un'inattuabile controllo totale sul proprio materiale audiovisivo, in cambio della possibilità di poter ricevere una fetta dei guadagni pubblicitari di quello che è ormai, dopo Google e Facebook, il terzo sito più visitato al mondo.




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Se gli ubriachi al volante non pagano per le vittime

Corriere della sera

Che fine hanno fatto i guidatori accusati di omicidio sotto l'effetto dell'alcol


Cinque storie di persone accusate di omicidio per guida sotto l'effetto di alcol o di droga. Cinque storie che fanno indignare. Come sono andate a finire? I colpevoli (o in attesa di giudizio) sono in carcere? Più di una volta è stato ipotizzato l'omicidio volontario con «dolo eventuale» per chi uccide a causa di un bicchiere di troppo (l'automobilista mettendosi alla guida dopo aver alzato il gomito accetta il rischio di provocare uno scontro mortale). Tutto inutile. Non esiste un solo caso in Italia in cui l'accusa di omicidio volontario sia rimasta in piedi. È passata soltanto una volta in primo grado, ma in appello e in Cassazione si è trasformata in colposo. E spesso non è stato nemmeno deciso il risarcimento per le vittime.
La proposta di introdurre un reato specifico che non consenta più di evitare la detenzione è stata avanzata dai ministri Maroni e Palma, che parlano di reato di «omicidio stradale» per le morti causate da chi guida sotto l'effetto di alcol o droghe. Gli incidenti stradali nel 2010 sono stati 105 mila (+6,1% rispetto al 2009), con 2.458 morti. I controlli con l'etilometro, 1.600.000 e dal 2011 sono aumentate del 5,4% le violazioni al Codice per guida in stato di ebbrezza (13.382), mentre, sono calate dell'11,4% quelle per guida sotto l'effetto di droghe (1.344).





ASCOLI PICENO - Ahmetovic ai domiciliari

(ma è per una rapina)

La sua foto in terrazza mentre prendeva il sole in un residence di San Benedetto del Tronto fece tremare dal dolore i genitori dei quattro ragazzi morti e indignò gli italiani. Marco Ahmetovic è il rom che, ubriaco, con un tasso alcolico nel sangue sei volte superiore al limite, ha travolto con un furgone e ucciso nell’aprile del 2007 (aveva 22 anni), ad Appignano, 4 giovani tra i 16 e i 19 anni: Eleonora Allevi, Davide Corradetti, Danilo Traini e Alex Luciani. Accusato di omicidio colposo con colpa cosciente, in primo grado è stato condannato a 6 anni e sei mesi (confermato in appello e in Cassazione). Oggi è in carcere, ma perché processato anche per rapina. All’epoca ha fatto scalpore la decisione di concedergli i domiciliari in un appartamento che non era il suo (era senza fissa dimora), per poi farlo ritornare in carcere. I controlli nel residence erano così scarsi da permettere ad Ahmetovic di contattare un manager (su eBay si vendevano all’asta orologi, jeans, profumi e occhiali da sole di cui lui era testimonial) e un pregiudicato (sopra, nella foto Emmevì, le proteste degli amici delle vittime).





BRESCIA - Uccise un’intera famiglia

Solo due giorni in carcere

Il 24 aprile del 2010, ubriaco, Alessandro Bonelli si mette al volante della sua auto. Uccide un’intera famiglia (foto Bergamaschi). Dopo soli due giorni di carcere è agli arresti domiciliari con il permesso di andare al lavoro. L’imprenditore milanese guidava sull’A4 con un tasso etilico tre volte più alto rispetto al limite di legge. Un particolare che, unito all’alta velocità, ha segnato la vita di Alessio Pecci (34 anni), di sua moglie Silvia Marx (32 anni) e del piccolo Nicolas di 18 mesi. La Renault Clio della famiglia Pecci che viaggiava in direzione di Brescia è stata tamponata dalla Bmw sul rettilineo che immette al casello di Desenzano. Uno scontro molto violento che ha fatto catapultare l’utilitaria prima contro un’altra auto per poi schiacciarla contro il guard rail. In primo grado (dicembre 2010) Bonelli era stato condannato con rito abbreviato a 4 anni e 4 mesi per omicidio colposo. Aveva precedenti per guida in stato di ebbrezza. L’appello (giugno 2011) ha confermato la sentenza ma a settembre l’avvocato difensore presenterà un’istanza di remissione in libertà





CATANZARO - Con l’auto su sette ciclisti

Processo «breve» dopo 9 mesi


«L’auto come una bomba». Chafik Elketani, 21 anni, originario del Marocco, risultato positivo al test della cannabis, piomba con la sua Mercedes su un gruppo di dieci ciclisti amatoriali uccidendone sette e ferendone tre. Il fatto è successo il 5 dicembre 2010 a Lamezia Terme (Catanzaro). L’accusa: omicidio colposo plurimo aggravato dalla guida sotto l’effetto della droga. Ma il processo davanti al giudice per l’udienza preliminare, con rito abbreviato, si terrà soltanto il 21 settembre prossimo, ben 9 mesi dopo. L’omicida, che guidava anche senza patente, è in carcere in attesa di giudizio. La scena che si è presentata quel giorno ai soccorritori è stata apocalittica: corpi e biciclette disseminati sui campi e sull’asfalto. L’incidente è avvenuto dopo un sorpasso in curva del giovane marocchino. Probabilmente per l’alta velocità non è più riuscito a controllare la sua auto. Ha sbattuto su un muretto, si è ribaltata, e prima di finire sul guard rail ha falciato il gruppo di ciclisti che rientravano da Lamezia (Photomasi).





ROMA - Travolse due fidanzati

Pena dimezzata in appello

Stefano Lucidi era stato il primo pirata della strada a essere condannato in Italia per omicidio volontario con dolo eventuale. Dopo un anno, nel 2009, i giudici in appello (e confermato in Cassazione nel 2010) hanno cambiato idea e gli hanno dimezzato la pena: da 10 a 5 anni. Oggi è in carcere. Nel maggio 2008 ha ucciso Flaminia Giordani e Alessio Giuliani (Jpeg Fotoservizi), fidanzati di 23 e 22 anni, li ha investiti all’incrocio fra la Nomentana e viale Regina Margherita a Roma. Aveva omesso di fermarsi e prestare loro soccorso, dandosi alla fuga e preoccupandosi solo di «appizzare» (nascondere) la macchina, individuata grazie a un testimone. Dopo la sentenza di secondo grado, amarezza, delusione e visi sconvolti per i genitori delle giovani vittime. Lucidi assumeva cocaina, per questo gli era stata tolta la patente. E all’epoca dello scontro mortale con la sua Mercedes risultò positivo all’uso di stupefacenti. Ad accusarlo di essere passato con il rosso è stata la sua compagna (anche lei a bordo). I due la notte dell’incidente stavano litigando.



TRAPANI - A 120 all’ora su madre e figli

È ancora in libertà

Non ha fatto un solo giorno di carcere. Fabio Gulotta, 21 anni, è stato denunciato a piede libero per omicidio colposo plurimo aggravato dalla guida in stato di ebbrezza. E in attesa del rinvio a giudizio ha ripreso a frequentare i bar e la piazza di Campobello di Mazara. Eppure ha sulla coscienza un’intera famiglia (foto Ansa). Lo scorso 15 gennaio con la sua Bmw sfrecciava a 120 chilometri all’ora per Campobello di Mazara (Trapani). Ad un incrocio il terribile impatto con la Fiat 600 sulla quale viaggiava la famiglia Quinci. Morirono i due bambini, Martina e Vito di 12 e 10 anni, qualche ora dopo anche la madre Lidia Mangiaracina di 37 anni. Unico sopravvissuto il capofamiglia, Baldassare Quinci, 43 anni, maresciallo dell’aeronautica, che per mesi ha cercato nella giustizia una ragione per andare avanti. Invece, per assurdo, si è visto contestare dai legali di Gulotta il concorso di colpa nell’incidente. Un mese fa Quinci ha deciso di farla finita, si è impiccato ad una trave. Nessun risarcimento per le vittime e l’unica sanzione per Gulotta è stato il ritiro della patente.


Rossella Burattino
(Ha collaborato Alfio Sciacca)

20 agosto 2011 10:07



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Battisti, Alberto Torregiani operato d'urgenza Lo sfogo: "Che dolore la gioia del mio aguzzino"

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Il figlio del gioielliere ucciso nell'attentato del 1979 finisce in ospedale: "Il mio aguzzino fa festa in spiaggia. Non credevo di arrivare a soffrire fisicamente per tutto questo. Battisti sa di aver sbagliato, lo ammetta". E lancia un appello: "Lo Stato non smetta di battersi per la giustizia"


Per Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso a Milano il 16 febbraio 1979, le prime dichiarazioni di Cesare Battisti dalla data del suo rilascio, apparse sulla stampa brasiliana il 14 agosto, sono state l'ennesimo pugno nello stomaco. Dolore fisico. Improvviso. La mattina di Ferragosto. Una nuova «batosta» che, stavolta, ha lasciato un segno visibile anche ai raggi X. Torregiani ora dovrebbe essere in Spagna, in vacanza con la famiglia. Invece si trova in una stanza d'ospedale a Novara, dove prova a spiegare cosa ha sentito quando, sulle agenzie di mezzo mondo, arrivava feroce l'impatto dell'ennesimo affronto: «Io non ho ferito e non ho ammazzato nessuno, sono in vacanza a Rio». Firmato, Cesare Battisti.

Raggiunto telefonicamente dal Giornale, Torregiani ammette: «Non credevo di arrivare al punto di soffrire anche fisicamente per la vicenda». Nessun accenno di vittimismo, nelle sue parole, anche se la cartella clinica parla di peritonite acuta dovuta principalmente allo stress di questi ultimi giorni. Nelle sue frasi non c'è rassegnazione.

Piuttosto la voglia di riprendere la battaglia per il padre, Pierluigi, per ottenere davvero giustizia per quegli anni di Piombo in cui Battisti militava nei Proletari armati per il comunismo e risulta tuttora responsabile di quattro omicidi per i Tribunali italiani. Uno co-ideato ed eseguito da altri, tre come concorrente nell'esecuzione. Per Torregiani, se Battisti dice che va in spiaggia, «è libero di farlo».
Anche con i toni da sbruffone che hanno colpito al cuore molti italiani. Ciononostante, «è inevitabile domandarsi a cosa è servito tutto quello che ho fatto in questi anni. Oltretutto, resta coerente nella sua presunta innocenza. Se si sa di avere sbagliato, si deve ammettere: non si possono continuare a ripetere bugie su bugie».

A questo punto del colloquio, a Torregiani si rompe la voce. Per quasi dieci secondi dall'altra parte della cornetta si sente soltanto un respiro trattenuto, sospeso. Come la giustizia che inseguendo Battisti in Brasile non è riuscita a riportarlo in Italia. Un ministro dell'ex governo Lula, Tarso Genro, ha negato l'estradizione. Non a caso nell'intervista regalata alla rivista Piauì, Battisti elogia il presidente da Silva per avergli concesso asilo politico, dopo averlo accolto noncurante di tutto. Delle pressioni diplomatiche provenienti dall'Italia, dell'intervento del presidente Giorgio Napolitano e del governo. Niente da fare. Battisti resta in Brasile. Libero di dire ciò che vuole. Di parlare come uno scrittore che promuove il suo ultimo lavoro facendo lo sbruffone e, naturalmente, della sua totale estraneità ai fatti di sangue che lo vorrebbero in carcere in Italia.

Dove il figlio di una vittima, sulla sedia a rotelle da quel lontano '79 - un colpo di difesa sparato dal padre contro gli aggressori finì fatalmente contro di lui - trova la lucidità per lanciare un altro appello. «Mi lasci dire che quest'intervista è l'occasione per ricordare a tutti, politici e Stato compresi, che se si crede davvero in qualcosa, non si può continuare a combattere soltanto due o tre giorni, due o tre mesi». Insomma, la battaglia va continuata nonostante la batosta. Nonostante un buco nello stomaco di cinque millimetri. Torregiani, dovrà restare un'altra settimana in una stanza d'ospedale dopo le tre ore di operazione urgente. Deve rimanere a riposo per i prossimi due mesi.

Questo gli suggeriscono i medici, che consigliano di prolungare lo stato di non affaticamento a sei mensilità, visto l'accaduto. Ma lui non cede: «Mangio flebo a tutto spiano e, non camminando, ricordo spesso Mandela. Che ha combattuto una battaglia per anni, con impegno. Oggi i risultati di quella pazienza, di quel credere, si vedono. Io sono trent'anni che aspetto di arrivare in fondo e non sarà una settimana in ospedale a fermare il mio cammino per la verità. La giustizia si fa oppure no. Se i governi non sono d'accordo in qualcosa, credo che si possa anche cambiare strada. L'importante e che non si continuino a tollerare le prese in giro». Dalle belle donne alle grigliate di Rio: i racconti di un uomo che dichiara da una spiaggia la sua totale estraneità ai fatti. Sulla pelle delle vittime.




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Quella pista palestinese sepolta per anni pur di dare la caccia ai "neri"

di

Strage di Bologna: ora si indaga sui palestinesi. Tutto parte da un fonogramma ignorato dai pm. L’onorevole Fragalà lo scoprì. E gli costò la vita. Indagati dopo 31 anni due terroristi rossi legati a Carlos lo Sciacallo: in quei giorni erano in città



Fu la Commissione Mitrokhin da me presieduta a scoprire la vera pista della strage di Bologna, su cui finalmente qual­cosa comincia a muoversi. Ad aprire la stra­da fu l'onorevole Enzo Fragalà, il quale pa­gò­un prezzo mostruoso alla sua limpida te­stardaggine: fu ucciso a bastonate da un ignoto sicario nel febbraio del 2010 a Paler­mo. Fragalà era stato sostituito in Commis­sione dal deputato Enzo Raisi che portò avanti con molta decisione la pista poi chiamata «palestinese».
Io, come presi­dente, non volli pronunciarmi sull'even­tualità che il mandante della strage fosse la fazione Fplp dell'Olp palestinese, perché non ho mai trovato sufficienti e convincen­ti gli indizi, ma quel che è certo è che sul luo­go della strage il 2 agosto di trentuno anni fa c'erano gli uomini del terrorista Ilich Ra­mirez Sanchez, più popolare sotto il nomi­gnolo di Carlos lo Sciacallo, che sta ora scontando due ergastoli a Parigi per stragi commesse in Francia. Come scoprimmo con Fragalà, Carlos era all'epoca un agente sovietico del Kgb resi­dente a Budapest, dove aveva arruolato un gruppo di terroristi delle Br italiane.
Co­stui agiva sempre sotto la supervisione so­vietica e della Stasi tedesco orientale. Quando nel dicembre del 2005 la Commis­sio­ne da me presieduta si recò nella capita­le ungherese per una rogatoria internazio­nale al fine di ricevere dalla Procura gene­rale di Budapest una grossa valigia di cuo­io verde contenente gli schedari di Carlos, della Stasi e del Kgb. I giudici ungheresi mi dissero che Carlos era stato sistemato a Bu­dapest dai russi con libertà illimitata e quando gli ungheresi tentarono di pedi­narlo, il terrorista non esitò ad aprire il fuo­co contro gli agenti.
Tuttavia, a parte il no­me del brigatista Antonio Savasta, gli un­gheresi dissero di non poterci consegnare i documenti sulle attività di Carlos e dei suoi uomini (dunque anche quelle dell'ar­­tificiere della banda «Separat», Thomas Kram ora sospettato di aver fatto scoppia­re la bomba, e la terrorista Christa Margot Frohlich che con lui alloggiò a Bologna nel­­le ore della strage) perché l'attuale Federa­zione Russa ha il diritto di segretare tutti i documenti ancora esistenti nei Paesi dell' ex Patto di Varsavia e infatti la diplomazia di Putin mise il veto sulla verità.
La Commissione Mitrokhin andò a com­piere una rogatoria anche a Parigi dove Carlos è detenuto e ci recammo al Par­quet, ospiti del procuratore Jean Louis Bru­guière, l'uomo che fece condannare all'er­gastolo Carlos e che fra l'altro mi disse di aver saputo che l'attentato al Papa del 13 maggio del 1981 (pochi mesi prima della strage di Ustica e poi di Bologna) era stato pilotato non dal KGB sovietico, ma dal ser­vizio militare dell'Urss, il GRU. Fragalà e poi Raisi erano particolarmente impegnati su Bologna, poiché la responsa­b­ilità dell'infame strage fu data ai terroristi «neri»Giusva Fioravanti,Francesca Mam­bro e Luigi Ciavardini. Questo impegno portò a scoprire un fonogramma successi­vo di poche ore alla strage firmato da Gian­ni De Gennaro (futuro capo della Polizia, ma allora direttore della Criminalpol) in cui si avvertiva che il terrorista comunista tedesco Thomas Kram era a Bologna men­tre esplodeva l'ordigno nella stazione.
Si scoprì che il fonogramma era stato ignora­to, che la più importante pista investigati­va era stata sepolta, che le evidenti ipotesi di coinvolgimento arabo (palestinese o li­bico è da vedere) erano state accuratamen­te insabbiate, così da spingere il processo nella direzione di una «pista nera» fascista che, come osservò anche Francesco Cossi­ga, non aveva capo né coda. I terroristi neri accusati e condannati in via definitiva si di­chiararono sempre innocenti, ricordando di essersi sempre riconosciuti colpevoli di tutti gli atti di terrorismo per cui erano già stati condannati a diversi ergastoli: «Per­ché mai, dissero, se fossimo stati noi i re­sponsabili della strage di Bologna avrem­mo agito in maniera diversa da quella che abbiamo sempre adottato, negando un de­­litto che non avrebbe aggiunto nulla sulla nostra detenzione?».
Il deputato Enzo Raisi ha poi firmato con Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro (già consulente della Commissione Mitro­khin) e Francois de Quengo de Tonquédec il volume «Dossier. La strage di Bologna. La pista segreta». Come ho detto, la tesi di questi investigatori, parlamentari e giorna­­listi, quella secondo cui la strage fu com­missionata a Carlos ( che era sotto la super­visione sovietica e tedesco­orientale) da una frazione palestinese guidata da Abu Abbas che era anche un agente sovietico. Loro se ne dicono convinti. Per quel che mi riguarda resta aperta e secondo me molto più cre­dibi­le la tesi sostenuta con vi­gore e rigore anche dall'ex sottosegretario Giuseppe Zamberletti.
L'ex capo della Protezione Civile ha soste­nuto che la strage di Ustica (causata certamente da una bomba sistemata a ridosso della toletta del Dc9 Itavia: nessun missile, nessuna bat­taglia) e quella di Bologna che segue di un mese la prima, furono com­missionate dal dittatore libico Gheddafi per avvertire (con Ustica) e punire poi con Bologna l'Italia, colpevole di aver estro­m­esso Tripoli dallo sfruttamento petrolife­ro del mare di Malta.
I libici non erano cer­to nuovi a imprese del genere, com'è dimo­strato dal fatto che Gheddafi accettò di as­sumersi la responsabilità e di risarcire le vittime del volo Pan Am 103 partito da Lon­dra il 21 dicembre 1988 e diretto a New York, che esplose sopra la cittadina scozze­se di Lockerbie, in perfetta analogia con quanto era accaduto al Dc9 Itavia partito da Bologna (che combinazione) e diretto a Palermo. Bologna e Ustica sono certamente due stra­gi in cui la verità è stata coperta, i colpevoli sono stati salvati e su cui ora, lentamente, si sta facendo un po' di tardiva luce.



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Metà dei Parlamentari ha il doppio incarico e diserta l'Aula

Corriere della sera

Meno di tremila euro al mese e il doppio lavoro si conserva. Salvi i 6 con due incarichi pubblici



Più che una norma ben scritta e prima ancora pensata, l'articolo 13 del decreto legge sulla manovra aggiuntiva entrato in vigore il 13 agosto, sembra una grida manzoniana, «una grida fresca» che «son quelle che fanno più paura», come commentava Azzeccagarbugli nel terzo capitolo dei Promessi Sposi . Ma che poi alla fine hanno poco effetto.

Il decreto prevede che, per deputati e senatori che svolgano attività che fruttino loro un reddito pari o superiore al 15 per cento dell'indennità della carica parlamentare, essa venga dimezzata. Alla Camera attualmente corrisponde a 5.486,58 euro netti (cui vanno aggiunti i rimborsi forfettari per le spese telefoniche, di viaggio e per i collaboratori, che costituiscono gran parte dello «stipendio», che arriva a 14 mila euro netti per un qualsiasi peone, ma è molto di più per un presidente di commissione o un segretario d'aula o chiunque abbia un altro incarico interno).

Un «biglietto da visita»
In altre parole un deputato o un senatore che abbia un'attività professionale dovrà rinunciare solo a 2.700 euro netti al mese. A fronte di fatturati di molte decine o centinaia di migliaia, se non di milioni di euro. Sacrificando meno di 35 mila euro l'anno (2.700 per 12 mesi), insomma, un avvocato potrà utilizzare il brand «CD» (Camera dei Deputati) o «S» (Senato) con tutti i risvolti positivi che ciò comporta, a cominciare dal fatto che il marchio - cosa ben nota - funziona da moltiplicatore di parcelle. Adesso è semplicemente un biglietto da visita che costerà un po' di più. Ma che paradossalmente mette il deputato (speriamo non definitivamente) al riparo dal dover rispondere di piccoli e grandi conflitti di interesse tra la sua attività professionale e la sua attività legislativa.

Come poi possa apparire l'articolo 13 una grida manzoniana è presto detto. Al di la del «quanto», è la logica che non torna, perché diciamo così, inverte «l'onore» della prestazione lavorativa. Un esempio opposto viene dal mondo accademico (che pure da sempre ha attirato critiche per la scarsa efficienza): i dottori di ricerca non possono svolgere una seconda attività che superi della metà l'importo della loro borsa. E non il contrario. Cioè si pretende che si svolga innanzitutto il lavoro per cui si è «stipendiati» e poi, se avanza del tempo, si permette una quota residuale di lavoro «autonomo».

Che la situazione non stia in piedi, se ne deve essere reso conto anche l'estensore materiale del prescritto dimezzamento dell'indennità, perché l'articolo 13 afferma che si prende questo provvedimento «in attesa della revisione costituzionale concernente la riduzione del numero dei parlamentari e della rideterminazione del trattamento economico omnicomprensivo attualmente corrisposto...». Una premessa che la dice lunga su come vanno le cose.

Metà del Parlamento ha un doppio lavoro
Il fatto è che i «doppiolavoristi» sono quasi la metà dei parlamentari. Una truppa considerevole: 446 in tutto (di cui 270 deputati e 176 senatori), su 945 eletti. Oltre a vantare le più alte dichiarazioni dei redditi, stando a uno studio che ha fatto scalpore del sito La voce.info, i «doppiolavoristi» hanno il record anche della percentuale più alta (37%) di assenteismo.

Un dato che più che creare scandalo dovrebbe essere considerato banale, visto che non potrebbe essere altrimenti, perché nessuno di loro ha il dono dell'ubiquità, fornendo argomenti a quanti chiedono il coraggio di arrivare al dimezzamento del numero dei parlamentari. Come ha fatto Sergio Romano nell'editoriale di ieri del Corriere.

Ai magistrati «onorevoli» - che sono 17 - (come il neo Guardasigilli Nitto Francesco Palma che nei giorni scorsi si è dimesso dall'ordine giudiziario) è imposta per legge l'aspettativa dal lavoro. Agli avvocati no. Sapete quanti esponenti del libero Foro occupano un seggio? 134: la somma di 87 deputati e 47 senatori. Con il 14% del totale detengono il record assoluto delle professioni.

Negli Stati Uniti fare l'avvocato è incompatibile con il seggio parlamentare e con ogni altra attività. Al secondo posto ci sono quelli che si qualificano genericamente «dirigenti»: 133. Al terzo gli imprenditori: 114, contro soli 4 operai. I docenti universitari sono 77, i giornalisti 89 (con i casi dei «doppiolavoristi» Guzzanti e Farina, arrivati in modo eclatante all'onore delle cronache giudiziarie e delle fiducie parlamentari) e 53 i medici.

Connesso al problema del doppio lavoro c'è quello della «buonuscita» a fine mandato che è una «liquidazione» completamente esentasse, perché tecnicamente si tratta di introito «non imponibile». Quello dell'onorevole infatti non è un Tfr (retribuzione differita): si tratta di una tantum o, più precisamente, di «assegno per il reinserimento nella vita lavorativa».

Questo «assegno di fine mandato» dovrebbe infatti servire ad aiutare gli onorevoli a «reinserirsi» nel mondo professionale. È un grosso esborso di denaro (dopo cinque anni sullo scranno, 46.814 euro a parlamentare, dopo 15 anni oltre 140 mila euro) che non solo non ha paragoni negli altri Paesi (dove o non c'è o è estremamente contenuto), ma che è del tutto ingiustificato per quanti (avvocati, commercialisti, medici e professionisti di ogni colore politico) non hanno mai chiuso lo studio e restano in attività quando entrano in Parlamento. In proposito il decreto legge però non dice nulla.

Le incompatibilità elettive
Si contano infine sulle dita di una mano i parlamentari per cui scatta l'incompatibilità prevista dal terzo comma del medesimo articolo 13 che recita: «La carica di parlamentare è incompatibile con qualsiasi altra carica pubblica elettiva. Tale incompatibilità si applica a decorrere dalla prima legislatura successiva alla data di entrata in vigore del presente decreto».

Per i parlamentari l'incompatibilità insomma non scatta (come direbbero i giuristi) né ex tunc (dal 1 gennaio 2011) e neppure ex nunc (dalla data di entrata in vigore del decreto).

Quindi sono «salvi» i 6 parlamentari che attualmente hanno un doppio incarico: Maria Teresa Armosino, presidente della Provincia di Asti e deputata del Pdl; Raffaele Stancanelli, sindaco di Catania e senatore del Pdl; il presidente della Provincia di Salerno, Edmondo Cirielli, deputato del Pdl; Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli e deputato del Pdl; Francesco Rutelli, senatore di Api e consigliere comunale a Roma e Antonio Pepe (deputato pdl) presidente della Provincia di Foggia.

In base al decreto in futuro potrebbero fare gli assessori «esterni», come Bruno Tabacci, deputato di Api e al contempo assessore al Bilancio, Patrimonio e Tributi di Milano, che anche se sarà deputato nella prossima legislatura, potrà rimanere tranquillamente al suo posto di Montecitorio perché «chiamato» (dal sindaco Pisapia) e non «eletto» dai milanesi.


M. Antonietta Calabrò
20 agosto 2011 09:48



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Il museo dello spreco: costa 1,7 milioni l’anno ma non ha mai aperto

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Nel mirino del pacchetto anti crisi il Centro Fermi: un carrozzone con 27 tra collaboratori e consulenti


Roma

«Giù le mani» è lo slogan dell’estate 2011. Ce n’è per tutti quelli che osano intaccare i privilegi. Il ministro Gelmini ha il record di maledizioni. Ma da quando il governo ha deciso di far saltare i ponti, spopolano gli idealisti che paragonano gli accorpamenti domenicali alla peste. Poi ci sono quelli che si indignano per i tagli, sono i professionisti del pianto. Generalmente ottengono la retromarcia. Questione di soldi, la filosofia centra nulla. Prendiamo i mini enti, quelli considerati «inutili» al tempo della crisi. Quelli con meno di settanta dipendenti, come l’Accademia dei Lincei e della Crusca. In loro difesa è sceso in campo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un pronostico? Da quelle parti possono dormire sonni tranquilli.
Recentemente si è scatenato un putiferio sull’eventuale taglio del Museo storico della Fisica, il Centro Enrico Fermi a Roma. Ma che scherziamo? Ci lavorano sei dipendenti più una pletora di consulenti esterni, lo fanno per noi. Un museo che se fosse agibile sarebbe una meraviglia.
Situato in piazza del Viminale, dentro il ministero dell’Interno, è il classico esempio di pasticcio/spreco all’italiana. Non ha mai aperto ufficialmente, eppure sarebbero passati 12 anni dalla cartacea inaugurazione. Eppure il budget dato dal Miur (secondo il piano triennale scaricato dal sito del Centro Fermi) ammonta a 1,7 milioni di euro l’anno. Evidentemente si lavora per tutti, tranne che per il pubblico che magari una capatina al «museo» se la farebbe anche. Poco importa: sono anni che Antonino Zichichi parla (male) del nucleare e lo ha fatto da presidente del Centro Fermi. Una bella differenza. Che potrebbe far comodo anche al fresco presidente Luisa Cifarelli.
Contattato il centralino abbiamo scoperto che il museo non esiste, o meglio: «Deve essere ancora completato». C’è di mezzo un restauro, forse ancora un paio di anni di ponteggi, qualche tinteggiatura qua e là. Una volta dentro, il gentile poliziotto ci confida che sono ormai settimane che non vede più i dipendenti. Mistero. «Questo è il numero della segreteria, provate un po’ a chiamare..». Niente. Ferie d’agosto o qualcosa di più? Nel frattempo hanno cinque dipendenti che prendono un regolare stipendio.
E poi un direttore e 16 collaboratori esterni con uno stipendio da 17 a 40mila euro lordi all’anno. Tra questi c’è anche un giapponese. Poi altri sei consulenti «per i progetti», anche qui con un compenso tra 10 e 40mila euro. Infine una addetta alla ristrutturazione del complesso monumentale a 24mila euro all’anno. «Per realizzare quello che fu il sogno di Fermi - si legge nel sito internet del Museo - il Centro, che porta il suo nome, seleziona giovani talenti, ai quali offre borse di studio affinché possano lavorare per le loro ricerche in Italia. E per la promozione della cultura scientifica e della memoria storica».
Commenta il professor Enzo Iarocci, docente di Fisica generale a «La Sapienza» e membro del Consiglio di amministrazione: «Abbiamo una storia recente, appena dieci anni e siamo nati proprio per tutelare una precisa memoria storico-scientifica. Penso che gli enti inutili esistano. Ma sinceramente credo che vadano cercati tra quelli che hanno più di settanta dipendenti». Questione di punti di vista. Ma allora a che serve un museo chiuso e costoso? «L’attività del centro Fermi ha due settori - si legge nel sito -.
Uno di pura cultura scientifica con mostre, conferenze affinché i visitatori possano essere coinvolti in qualche dettaglio importante, relativo alle scoperte della Fisica dagli anni di Fermi a oggi. L’altro di pura memoria storica con il ripristino del complesso monumentale da adibire a museo». Appunto, la memoria che si perde. Tempo scaduto.





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