giovedì 18 agosto 2011

Viaggio nella Cloaca Maxima

Il Tempo
7 anni di storia. Da regina delle fogne a macchina del tempo: è l'unicoonumento ad essere arrivato integro fino ai giorni nostri.

Lo sanno tutti, pietre comprese, che la grandezza di un popolo si misura anche dalle sue fogne. E i romani, se c'era una cosa che sapevano fare proprio bene, era portare liquidi da una parte all'altra della città. La Cloaca Maxima ha resistito al tempo più del Colosseo, depredato dei suoi preziosi travertini. La Cloaca, budello della repubblica e dell'impero, non è stata profanata. Sacra, come le viscere dei polli degli auruspici che narravano il domani ai romani, oggi racconta agli archeologi quel passato che templi, basiliche e ninfei ricordano solo in parte. «Un filo rosso lungo più di duemilaseicento anni», sottolinea Luca Antognoli, guida di Roma Sotterranea che ci accompagna in questo viaggio nel tempo dall'epoca di Tarquinio Prisco fino a Gianni Alemanno.

Bardati come palombari di lattice, sotto lo sguardo curioso dei turisti che scattano cartoline da via dei Fori Imperiali, ci caliamo lungo una scala di 6 metri. Il tombino di ingresso è nel foro di Nerva. Sotto si sente scorrere il torrente. Scendiamo. Gli stivali affondano fino alle cavaglie e poi sprofondano delicatamente al polpaccio nei sedimenti. Oltre la tuta di gomma l'acqua è fresca. In superficie la temperatura è oltre i 30 gradi centigradi e la sensazione è piacevole. Peccato che le mascherine non riescano a fermare l'odore. La Cloaca resta pur sempre una fogna, la regina delle fogne, con il suo esercito di sudditi pelosi che nuotano nel buio esplorando spiaggette di detriti ai lati del canale. Con i suoi 4 metri di larghezza per altrettanti in altezza nei tratti domizianei e vespasianei, potrebbe ospitare un treno della metropolitana.

La parte che esploriamo si snoda dalla Torre dei Conti di via Cavour fino alla Basilica Emilia. La dottoressa Elisabetta Bianchi, voce narrante e responsabile del sito archeologico per il Comune, veste i panni della Venere Cloacina, antica protettrice di questa maestosa opera di ingegneria idraulica. È lei a spiegare, mentre si procede verso via Cavour, come la Cloaca abbia registrato i cambiamenti dell'area dei fori, da umile fosso per raccogliere l'acqua che scendeva giù dai colli, a galleria sotterranea. Amnis Petronia, Spinon e Nodinus sono solo tre dei torrenti che rendevano l'area insalubre e paludosa. Le frequenti piene del Tevere facevano il resto.

La Cloaca nasce quindi nel 616 a.C. come prima opera di bonifica per volere di Tarquinio Prisco e più tardi del settimo ed ultimo re Tarquinio il Superbo. Ma solo con il console Marco Vipsiano Agrippa, la Cloaca sarà coperta e allacciata alle fogne secondarie della Suburra, del Circo Massimo e del Velabro, prendendo il nome di Maxima. La strada per il Tevere, dove si getta attraverso un arco di marmo peperino ancora visibile tra ponte Emilio e il tempio di Ercole, è stata sbarrata nell'800 e le acque convogliate nel grande collettore sul lato sinistro del fiume. Nel 1890 l'ingegner Narducci, incaricato di redigere una mappatura completa del sistema fognario cittadino, esplora per la prima volta l'opera svuotandola dei sedimenti che si erano accumulati in due millenni, durante i quali la Cloaca non ha mai smesso di funzionare. Il poco spazio a disposizione tra la volta e i sedimenti avava fatto perdere all'opera la capacità di trasportare l'acqua piovana nei mesi più piovosi.

Oggi il sedimento raggiunge il metro di spessore, anche se in alcuni punti è possibile calpestare l'originario basamento in travertino. In questo ambiente privo di luce, muffe e funghi colorano in forme bizzarre le pareti di tufo, peperino e mattoni. Sul sedimento un tappeto rosso di batteri indica la strada da seguire. I ratti, a cui cediamo il passo, fanno capolino dalle fogne affluenti e dai buchi lasciati dalle travi utilizzate per costruire la volta della galleria. L'attuale percorso della Cloaca è tutto un zigzagare intorno alle fondamenta di templi e basiliche, "bypassando" il tracciato originario. Tra curve a gomito, deviazioni e angoli retti la volta s'alza e s'abbassa pur mantenendo una pendenza costante di 4 gradi, fino a dividersi in due gallerie parallele per sopperire alla minore altezza. In questo tratto i liquami fetidi arrivano quasi al collo e le esalazioni dei gas rilasciati dai sedimenti smossi fa girare la testa. È ora di tornare in superficie. Abbiamo ricevuto il battesimo della Cloaca.

Matteo Vincenzoni
18/08/2011




Powered by ScribeFire.

Coltiva marijuana in caserma: maresciallo finisce in manette

Libero




Mentre la Commissione Europea si interroga sull'efficacia di proiettare immagini di morte sui pacchetti di sigarette, per disincentivare sempre più al fumo, a Grotte di Castro (Viterbo) il comandante dei carabinieri finisce in manette poichè coltivava 17 piante di "erba" nel suo alloggio di sevizio, quindi direttamente in caserma. Il maresciallo Angelo Benfante, 46 anni, al termine di un interrogatorio durato tutta la notte, è stato fermato mercoledì sera dai suoi stessi colleghi, di cui era capo da circa 10 anni. Insieme a lui è stato arrestato il fratello di 36 anni. Il comando provinciale dei carabinieri di Viterbo, con una nota diffusa in mattinata, ha reso noto che il sottufficiale "è stato immediatamente sospeso dal servizio".

L'antefatto - Il nome di Benfante era emerso nel corso di un'indagine sullo spaccio di stupefacenti nel comprensorio di Acquapendente, zona di residenza del fratello del maresciallo. Sono così scattati vari appostamenti e pedinamenti nei confronti di quest'ultimo, dai quali si è scoperto un collegamento diretto con la caserma di Grotte di Castro. Da qui la perquisizione, il ritrovamento della piantagione e il fermo dei due fratelli. Dopo alcune ore di interrogatorio, per entrambi è scattato l'arresto, ora al vaglio dell'autorità giudiziaria.
18/08/2011




Powered by ScribeFire.

I terroristi islamici contro David Letterman: "Bisogna tagliare la lingua a questo ebreo"

di


Le minacce al comico e conduttore televisivo americano sono apparse sul forum Shumuk al-Islam, frequentato da musulmani di posizioni oltranziste. Letterman è stato preso di mira per una battuta sul presunto successore di Bin Laden



New York - Nel mirino dei terroristi islamici ora sembra esserci David Letterman, reo di aver fatto una battuta sul successore di Bin Laden. Le minacce al comico e conduttore televisivo americano sono apparse sul forum Shumuk al-Islam, frequentato da musulmani di posizioni oltranziste. L’autore della minaccia, tale Umar al-Basrawi, invita i mussulmani americani a "tagliare la lingua a questo umile ebreo e a metterlo a tacere per sempre, proprio come Sayyid (che Allah lo protegga) fece con l’ebreo Kahane". 

La battuta incriminata Letterman, che non è ebreo, è stato preso di mira per una battuta sulla morte di Osama bin Laden e sul suo successore alla guida di al Qaida. "Così hanno scelto un successore e il suo nome è Ilyas Kashmiri - ha detto il comico in un monologo dell’8 giugno scorso - bene, indovinate: è stato fatto saltare in aria da un drone americano". Con la battuta, secondo il messaggio in internet, Letterman "ha mostrato la sua natura maligna e il suo profondo odio per l’Islam e i musulmani, quando ha detto che Ilyas Kashmiri si è unito a bin Laden". 




Powered by ScribeFire.

Bono il miliardario che predica la beneficenza investe su Facebook e guadagna 850 milioni

di


Il leader degli U2 nel 2009 ha investito 210 milioni di euro nel social network e ora si trova in mano anzioni per un valroe di 875 milioni di dollari: un tesoro. Per un po' ci risparmierà le sue prediche?



Benefattore sì, ma di sé stesso. Questa volta Bono Vox ha fatto solo i suoi di interessi. E li ha fatti anche bene. Il leader degli U2 nel 2009 ha investito tramite la sua società, l'Elevation partners, 210 milioni di dollari su Facebook. Una mossa azzeccatissima: oggi il social network vale 23 miliardi di dollari e il "cantante benefattore" ha in mano azioni per 875 milioni di dollari, a occhio e croce il quadruplo di quello che ha messo in mano a Mark Zuckerberg appena due anni fa.

Un dieci con lode al Bono imprenditore, ma che fine ha fatto il Bono terzomondista? Quello sempre pronto a salmodiare di pelose beneficenze, quello che si fa accogliere come un capo di stato in tutti i paesi del mondo per promuovere l'azzeramento del debito? Lavora a giorni alterni. Il Bono "buono" è operativo i giorni pari, quello "cattivo" i dispari. L'11 agosto, infatti, il cantante irlandese inviava al mondo intero un messaggio congiunto con il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon: datevi da fare, servono piu' fondi per aiutare le popolazioni affamate dalla carestia che ha colpito il Corno d'Africa, finora è stata raccolta solo la meta dei 1.600 milioni di dollari chiesti dall'Onu.

Pochi giorni dopo la solerte Hillary Clinton apriva il borsellino della Casa Bianca per sganciare altri 17 milioni. Quisquiglie per le casse degli States e pure per quelle del leader degli U2. Specialmente ora. Ottocentosettantacinque milioni di dollari sono un patrimonio ingente, praticamente un anno di Pil di un paese africano come il Gibuti. Un plauso alle doti impreditoriali della Voce di Dublino: ha messo i suoi soldi dove meglio gli pareva (come è legittimo) e ha saputo farli fruttare. Ma, almeno per un po', ci risparmi le prediche. 




Powered by ScribeFire.

Un italiano armato di ramazza nella Londra del dopo rivolta

Corriere della sera

«Difendo la città che mi ha accolto, a casa mia farei lo stesso»



MILANO

Rigorosità britannica mista a un senso pratico tutto lombardo. C’era anche questo a Londra tra coloro che hanno ripulito la città dopo le rivolte scoppiate la scorsa settimana. L’«esercito delle scope», non era soltanto formato dai londinesi armati di senso civico, pronti a ripulire la capitale devastata. Tra la gente di Brixton c’era anche Paolo Ambrosetti, 30 anni, di Varese. Zaino in spalla, carico di coperte e generi di prima necessità per gli sfollati: tutte cose rimediate nell’armadio della coinquilina appena rientrata in Italia. Mani coperte da guanti di gomma e occupate a reggere la ramazza. Con un piglio «tutto italiano », dice lui. «Si fa presto a sentirsi soli a Londra. Partecipando alla manifestazione ho voluto dire la mia per difendere la città che mi ha adottato. Con tutti i nostri difetti, noi italiani siamo gente di cuore e diamo il meglio nei momenti difficili».

Paolo arriva a Londra tre anni fa, dopo una laurea in Legge a Pavia. Poi, come tanti, la ricerca di un lavoro all’estero. Londra, biglietto di sola andata. Appartamento in affitto con altri 5 ragazzi provenienti da ogni parte del mondo. All’inzio sembra un idillio, poi le aziende non rispondono ai curricula: il lavoro non c’è. E via con l’iscrizione a un master. Ci si inventa un nuovo lavoro e Paolo si inserisce nel mondo delle ricerche di mercato. A volte pagano bene, a volte no. «Londra agli stranieri regala molto. L’Inghilterra mi ha rispettato, mi ha fatto crescere, ma non mi ha sempre amato». E dalla cittadina alla metropoli lo stacco è evidente. «Con il mio gesto mi sono sentito in obbligo di dimostrare a Londra la mia riconoscenza».

Brixton diventa il suo quartiere, popolato da molti immigrati di origine caraibica e africana, caratteristica che rende la zona pittoresca, ma dove spesso l’aria è più tesa. Terra di dissapori multirazziali già dagli anni 70 e 80 quando la vita lì era raccontata dai versi graffianti dei Clash. «Noi sentivamo che ci voleva poco perché la rabbia esplodesse, si annusava una tensione difficile da contenere—racconta Paolo —. Qui si licenzia la gente con molta facilità, i sindacati non ci sono, i prezzi dei trasporti e delle bollette crescono di continuo. Sono cose che a lungo andare fanno tremare la terra». E così è stato con scontri, negozi dati alle fiamme, feriti, arresti e un morto tra i ragazzi. Di contro la faccia positiva di Londra, quella che dice no alla violenza e dimostra, come può, il senso di appartenenza. «Ma attenzione, i media inglesi hanno voluto mostrare un popolo che solleva la testa, a modo suo, con le scope in mano, ma è stata la risposta di pochi».


Il web come base d’azione. Paolo su Facebook e Twitter pubblica le foto di gente che pulisce e invita gli amici a portare cibo e coperte al municipio più vicino, perché sono in molti quelli rimasti senza un tetto. «Non ho fatto nulla di eccezionale», dice quasi per scusarsi anche di un foto apparsa su un quotidiano inglese, l’Evening Standard, che lo ritrae con un gruppo di volontari. L’episodio ricorda, in scala ridotta, la vicenda degli «Angeli del fango», i giovani volontari che, nel novembre del 1966, arrivarono da tutto il mondo a Firenze per dare una mano dopo l’alluvione dell’Arno. «Se succedesse in Italia un caso simile a quello di Londra il mio contributo lo darei di sicuro. Il rischio del nostro paese è di agire sotto un colore politico, il bello di Londra è che tutti eravamo uguali e l’obiettivo, simbolico o reale che fosse, era uno per tutti». Ora a casa. «In tempi non sospetti mi ero comprato il volo di ritorno, andrò a vivere a Varese — conclude Paolo —. Sogno nel cassetto: mettere in piedi un’attività di life coaching. Londra mi ha insegnato molto, ora devo solo mettere tutto in pratica ».


Ilaria Morani
17 agosto 2011 11:11



Powered by ScribeFire.

Rapina storica sull'atollo corallino

Corriere della sera

Svaligiata una banca sull'isolotto di Aitutaki, nel Pacifico Non era mai successo. La polizia nell'imbarazzo




Veduta aerea dell'isola di Aitutaki
Veduta aerea dell'isola di Aitutaki
MILANO - A vederla così, con il mare di un azzurro che più trasparente non si può e i lussuosi resort sulla spiaggia, si direbbe che l’atollo di Aitutaki nelle isole Cook, profondo Pacifico del Sud, non abbia una-preoccupazione-una. E invece la vita della piccola isola corallina, non a caso definita «a più bella del mondo» da quelli delle guide Lonely Planet, è stata recentemente sconvolta dalla prima rapina in banca della sua storia. A darne notizia è stato lo stesso sindaco dell’isola, John Baxter, che a Radio New Zeland ha definito la vicenda «molto triste per Aitutaki», confermando che si tratta del primo assalto ad uno dei tre istituti bancari compiuto su un’isola «dove tutti conoscono tutti». Ecco perché si pensa che il ladro possa essere un forestiero e che avrebbe agito una sera imprecisata della scorsa settimana.

POLIZIA RETICENTE - Ma se il primo cittadino di Aitutaki è abbastanza prodigo di dettagli, la polizia è decisamente meno propensa a raccontare i particolari, visto che, stando al londineseThe Independent, si sarebbe rifiutata di confermare sia l’ammontare della rapina alla piccola filiale della Bank of the Cook Islands dove la maggior parte della popolazione aveva depositati i propri risparmi (ma qualcuno sostiene che sarebbero stati rubati 164mila dollari) sia il dettaglio riguardante il «sistema di sicurezza» adottato dalla banca, ovvero un semplice lucchetto. «Siamo convinti che chi ha compiuto il furto fosse a conoscenza della piantina della banca – ha detto sempre a Radio New Zeland il detective Areumu Ingaua – e confidiamo nel fatto che, vista l’entità della rapina, i ladri possano vantarsene con amici e parenti e magari mettersi a spendere più del solito». Dettaglio quest’ultimo che, su un atollo di 20 km quadrati dove vivono in pianta stabile appena 1.800 persone, non potrebbe di certo passare inosservato. Ecco perché gli inquirenti hanno lanciato un appello alla popolazione per avere informazioni, mentre le tre banche dell’isola, colpite duro da questo brutale ingresso nella «civiltà», sono state costrette a rafforzare le (finora quasi inesistenti) misure di sicurezza.



Simona Marchetti
18 agosto 2011 12:34



Powered by ScribeFire.

La Luna è più «giovane» di 200 milioni di anni

Corriere della sera


Uno studio effettuato su una delle rocce riportate sulla Terra da Apollo 16 nel 1972NOTIZIE CORRELATE


Il campione sul quale è stato effettuato il nuovo studio (da Nasa)
Il campione sul quale è stato effettuato il nuovo studio (da Nasa)
MILANO - La Luna è più giovane di 200 milioni di anni. Gli scienziati finora ritenevano che il nostro satellite si fosse formato durante le prime fasi del Sistema Solare, 4,56 miliardi di anni fa, quando un pianeta delle dimensioni di Marte entrò in collisione con la Terra. Nell'immane scontro il materiale espulso entrò in orbita e con il tempo andò a formare la Luna. Secondo una recentissima teoria, pubblicata sulla rivista Nature all'inizio di agosto, il materiale espulso dalla Terra formò non uno ma due satelliti, uno più grande e uno minore. Quest'ultimo cadde sul primo, che era ancora coperto da magma fuso, sollevando un'onda di lava in quella che oggi è la faccia nascosta della Luna che coprì l'emisfero rivolto verso la Terra, che infatti è molto più «piatto» rispetto alla parte opposta.

STIME - Ora un'analisi di un gruppo internazionale di scienziati, pubblicato sempre su Nature, compiuto sugli isotopi di piombo e neodimio presenti nelle rocce lunari riportate sulla Terra da Apollo 16 nel 1972, fa posticipare di 200 milioni di anni la nascita della Luna, per la precisione a 4,36 miliardi di anni fa, una data molto simile a quella dei minerali più vecchi rinvenuti sulla Terra. Nel mondo scientifico però non tutti sono d'accordo con la nuova datazione, affermando che il campione sul quale sono stati effettuati gli studi non rappresenta il prodotto di cristallizzazione dell'oceano di magma originario.


Redazione online
18 agosto 2011 13:06



Powered by ScribeFire.

Dalla Nigeria all' Italia, ecco cosa c'è dietro il traffico di donne e bambini

Corriere della sera

Il nostro Paese è «legato» a quello africano sul fronte della prostituzione e delle adozioni illegali


BENIN CITY (NIGERIA) - Nigeria, Abia state. Lungo le strade che attraversano quello che oggi è lo stato nigeriano a maggior rischio rapimenti sfrecciano le macchine del NAPTIP, l’agenzia antitraffici nigeriana, in una folle corsa che termina davanti al portone di una vecchia abitazione. Qui, tra le mura grigie, scrostate, di un edificio decadente e invaso dagli insetti venivano tenute oltre trenta donne, costrette a partorire bambini destinati a sparire, «nella migliore delle ipotesi per il circuito delle adozioni illegali,» spiega Ijeoma Okoronkwo, referente NAPTIP della zona.

IL CASO - La baby factory, così viene chiamato l’edificio, è solo uno dei quaranta casi oggi aperti tra Benin City e Aba per traffico di minori, un crimine inquietante che apre nuovi scenari in un territorio già martoriato dalla continua emorragia di migliaia di donne trafficate ogni anno verso l’Europa. «Possiamo affermare con certezza che molti di questi bambini vengono trafficati all’estero, ma stiamo investigando l’ipotesi che non si tratti solo di adozioni, quanto di bambini destinati agli omicidi rituali,» prosegue Okoronkwo. Donne che si vergognano per queste nascite fuori dal matrimonio, famiglie e trafficanti che si arricchiscono tramite passaggi di bambini, il tutto all’interno di una società sfaldata, dove il traffico di esseri umani è diventato il terzo crimine per diffusione e profitti.


Il principale, quello di donne. L’UNODC, agenzia ONU per la lotta al crimine organizzato, ha rilasciato numeri scioccanti: oltre 6.000 donne nigeriane vengono portate ogni anno in Europa a scopo di sfruttamento sessuale, per un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. «L’organizzazione di questo traffico è, a suo modo, perfetta» spiega Igri Edet Mbang, ufficiale dell’unità di intelligence nigeriana. «Hanno quelli che chiamano agenti, i trolleys e le madam. Gli agenti hanno il compito di reclutare le vittime. Le conoscono. Conoscono le loro famiglie, la loro storia e il linguaggio giusto per ingannarle».



IL TRAFFICO - E ad essere ingannate sono tante, ragazze di città, ragazze che abitano nei villaggi circostanti. Gloria Erobaga ha ventiquattro anni e, dopo due anni sulle strade italiane come prostituta, è stata rimpatriata. In questo giorno piovoso, che inzuppa le strade battute dei dintorni di Benin City, Gloria racconta di essere una sopravvissuta, che all’epoca si è fatta convincere «perché mi promettevano un lavoro onesto. Ma la vita sulla strada faceva molta paura.


Loro giravano continuamente per controllarci, per raccogliere i soldi e per uccidere le ragazze che non pagavano. So di donne nigeriane che in Italia sono state uccise, tagliate e gettate in sacchi neri, così, come spazzatura» spiega con un filo di voce. Lo snodo principale dello sfruttamento, quello che costringe psicologicamente le donne a rimanere schiave, è il rapporto con la madam, la donna che ha il compito di costringerle a lavorare in strada o in appartamento, che chiede i soldi quotidianamente e, allo stesso tempo, provvede alla casa e a risolvere eventuali controversie. Le madam sono ovunque a Benin City e contattarle non è difficile. Filmata con telecamera nascosta, una madam spiega che nulla è possibile senza di lei.


«Ho il contatto giusto in Italia. Questo è il business vero, dove si guadagna, il resto è tutto una copertura. Però voglio solo ragazzine inesperte e, soprattutto, è necessario esaminare la spiritualità della ragazza, prima di procedere». Parole che introducono l’elemento che crea e sancisce la schiavitù fisica e psicologica, il voodoo, chiamato juju, rito tradizionale utilizzato per creare un legame tra la vittima e i trafficanti. Le donne, sottoposte a un giuramento durante il quale donano peli pubici, sangue e indumenti intimi, vengono portate da santoni della religione tradizionale o dai nuovi pastor delle chiese pentecostali che hanno invaso le strade di Benin City, disposti a celebrare il rito previo pagamento e a rendersi complici di un circuito criminale di cui ormai il juju è considerato in Nigeria ed Europa parte integrante. E come se non bastasse, «il juju possiamo anche recapitarlo via posta, tramite DHL. Lo spediamo dalla Nigeria all’Italia,» afferma la madam filmata in segreto.


LEGAME SPECIALE - Un legame «speciale» con l’Italia sancito anche da un recentissimo report della Banca Mondiale sul ruolo di Western Union e delle rimesse. «Western Union possiede la fetta di mercato maggiore in Nigeria (70-80%) e un contratto in esclusiva con First Bank of Nigeria per il trasferimento di soldi» recita il rapporto «ma soprattutto è il maggiore veicolo di trasferimento delle rimesse, che provengono principalmente dall’Italia a Benin City, dove i soldi vengono investiti nel crescente business edilizio». Sono soldi, molti soldi quelli che entrano in Nigeria ed escono tramite la tratta. «Ma noi nutriamo qualche speranza,» afferma ancora Okoronkwo. «Oggi abbiamo delle donne, che hanno venduto i propri bambini o le proprie figlie, che sono venute a denunciare, che parlano. Abbiamo anche messo mano alla legge sulle adozioni e cominciato a mappare le zone a rischio. C’è speranza, almeno per noi».



Chiara Caprio
18 agosto 2011 12:06



Powered by ScribeFire.

Tutti i furbi che vivono alle spalle dell'Inps: falsi invalidi, finti poveri e sedicenti braccianti

di


Sono più di tremila. Dichiaravano di essere non abbienti e poi possedevano decine di appartamenti oppure, un classico, prendevano la pensione per la cecità e guidavano l'auto. Denunciate oltre 4400 persone per truffe all’Inps per più di 48 milioni di euro nei primi sette mesi dell’anno


Roma 


L'Italia dei furbetti, quella fetta del Paese che cerca sempre di vivere alle spalle dell'altra metà di connazionali. Quelli che lavorano, per intenderci. Finti ciechi, sedicenti poveri con prima, seconda e anche terza casa. Sono stati smascherati oltre tremila falsi invalidi e finti poveri, denunciate oltre 4400 persone per truffe all’Inps per più di 48 milioni di euro nei primi sette mesi dell’anno. È questo il bilancio degli oltre 11 mila controlli effettuati dalla Guardia di Finanza, in tutta Italia, su coloro che beneficiano delle cosiddette prestazioni sociali agevolate (Psa).

Tutti truffatori che, avendo falsamente attestato un basso tenore di vita, avevano fruito dallo Stato e da altri enti pubblici di agevolazioni non spettanti sotto forma di borse di studio, assegni di maternità, buoni mensa, contributi sugli affitti ed altri sussidi che potevano e dovevano essere destinati ai veramente bisognosi. E così, la Guardia di Finanza ha scoperto decine di "falsi poveri" che invece possedevano decine di appartamenti, e "finti ciechi" che guidavano la macchina, andavano in bicicletta ed andavano a fare la spesa. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato scoperto pochi giorni fa nella provincia di Lecce: in poco più di 10 anni aveva percepito dall’Inps 112mila euro.

Le truffe degli stranieri
I controlli svolti in tutta Italia hanno anche consentito di denunciare 4.400 soggetti che hanno frodato le casse dell’Inps di oltre 48 milioni di euro. Tra questi 270 stranieri che, dopo aver ottenuto il ricongiungimento familiare con gli anziani genitori, richiedevano l’assegno sociale per garantirne il mantenimento e, dopo averlo ottenuto, li rispedivano nelle terre di origine appropriandosi, di 6,2 milioni di euro, pari ad un importo medio procapite di circa 23.500 euro. Singolare anche la posizione di due coniugi settantenni di Reggio Calabria: percepivano l’assegno sociale ma vivevano in Argentina. Sono state, inoltre, scoperte 612 persone che continuavano a percepire la pensione dei parenti congiunti che, però, erano defunti ormai da tempo. La frodi accertate in questi casi ammontano ad oltre 3,7 milioni di euro e 556 dei truffatori sono stati scoperti tra Lecce e Palermo solo nel mese di luglio.

E spuntano anche i falsi braccianti agricoli Altro capitolo in materia di tutela della spesa pubblica riguarda i "falsi braccianti agricoli", ossia i soggetti che risultano assunti fittiziamente come lavoratori stagionali nelle campagne di raccolta dei prodotto ortofrutticoli e che maturano, nei periodi post-raccolta, il diritto ad indebite indennità di disoccupazione. Le indagini svolte dalle Fiamme Gialle hanno così permesso di scoprire e denunciare 3.222 persone che hanno frodato le casse dell’Inps per oltre 19 milioni di euro. A questo fenomeno, poi, le Fiamme Gialle di Foggia hanno ricollegato un giro vertiginoso di "falsi ricorsi" dei braccianti gestito da 14 avvocati che, in circa 5 anni, hanno presentato decine di migliaia di "ricorsi fotocopia" anche a nome di ignari braccianti, talvolta addirittura deceduti, per ottenere rimborsi dall’ente previdenziale confidando nell’impossibilità dello stesso ente di poter verificare ogni singola posizione a causa dell’eccessivo numero dei contenziosi instaurati. Dopo l’inchiesta, il numero dei ricorsi è calato del 90 per cento.




Powered by ScribeFire.

C'è una casta nella casta: i baby pensionati d'oro Ecco gli ex parlamentari con super vitalizi

Quotidiano.net

Ogni mese lo Stato stacca 2.308 assegni in forma diretta ed eroga 1.048 trattamenti di reversibilità. In tutto 200 milioni l'anno




Roma, 18 agosto 2011



E pensare che il ministro Brunetta se la prendeva con gli statali «fannulloni»... Ora, non pago di avergli alzato l’età pensionabile, bloccato il tfr, messo a rischio la tredicesima, imposto i ticket sanitari, cosa dirà dei suoi colleghi parlamentari? Per carità, nulla che non si sapesse, nulla che non fosse già stato messo a nudo dal fortunato libro di Stella e Rizzo ‘La Casta’. Ma l’inchiesta de L’Espresso ha tolto, con nomi e cognomi, per il grande pubblico il velo ai privilegi e ai benefit di onorevoli e senatori. Passati e presenti.


Un esercito di pensionati (per la cronaca i vitalizi erogati tutti i mesi dallo Stato sono 2308 in forma diretta e 1048 come reversibilità, per un totale di 3356) che costa ogni anno ai contribuenti almeno 200 milioni di euro. Un esercito di avvocati, magistrati, professori universitari, giornalisti, ma anche sportivi e gente di spettacolo con uno stipendio maturato che oscilla dai 1700 ai 7mila euro al mese. Signori che riscuotono la pensione già a 50 anni e che, magari, continuano a lavorare.


Qualche esempio? Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, ex ministro della Giustizia, che, uscito dalla scena parlamentare nel 2008 con lo tsunami che si abbattè sulla sinistra radicale, percepisce a soli 55 anni 5305 euro netti. Oppure Paolo Cirino Pomicino, ministro della Balena bianca negli anni 80, oggi dirigente Udc, che riscuote ogni mese 5934 euro.

La schiera è folta e annovera fior di (ex) ministri come Alfonso Pecoraro Scanio, leader dei Verdi, che con cinque legislature alle spalle porta a casa, dalla tenera età di 49 anni, ben 5802 euro netti. Come l’ex enfant prodige del Pci-Pds, poi Rifondarolo, Pietro Folena che a 51 anni ha cominciato a riscuotere 5527 euro al mese che gli consentono di fare tranquillamente il presidente di Italiatour e di Metamorfosi e di organizzare eventi culturali nel Paese.

Un altro grande ex è Cesare Salvi, senatore Ds fino al 2008, ministro e giurista, alfiere della lotta agli sprechi e ai costi della politica, incassa 5346 euro per le sue legislature. E ancora, Tiziana ‘Titti’ Parenti, ex magistrato salito alla ribalta per le indagini sulle tangenti rosse, eletta con Forza Italia per due legislature, che alla cassa fanno 3190 euro; Toni Negri, ex leader di Potere operaio, prof universitario, filosofo e scrittore, eletto con i radicali a Montecitorio ma subito fuggito in Francia per evitare l’arresto. Per la sua breve esperienza riscuote 2199 euro. Nomi importanti si aggiungono, come gli industriali Luciano Benetton e Merloni, intellettuali come Arbasino e Alberto Asor Rosa, avvocati di grido, come Carlo Taormina. Curiosità tutte documentate e consultabili.
E poi c’è l’altra ‘casta’, quella dei consiglieri regionali. Secondo alcuni anche più conveniente che fare il deputato. Ma è un’altra storia, un’altra puntata.


di Gerardo Bombonato




Powered by ScribeFire.

Il danno alla persona

La Stampa



Questa breve disamina sul danno alla persona è rivolta al cittadino comune; perciò, vuole avere un taglio semplice, perchè sia comprensibile ai non addetti del mestiere.

La giurisprudenza italiana riconosce 2 tipi di danno alla persona: non patrimoniale e patrimoniale.
Affinchè sia risarcibile, il danno dev'essere causato da un fatto illecito per colpa o per dolo. Si ha colpa per imperizia, imprudenza, negligenza, inosservanza a leggi, regolamenti discipline (incidenti stradali, infortuni da lavoro, negligenza da parte di padroni di cani o nella tenuta di uno stabile-condominio-albergo, colpa medica, eccetera). I comportamenti colposi comprendono la maggior parte dei casi di responsabilità civile.

Si ha dolo quando l'azione delittuosa è volontaria. Il danno patrimoniale consiste nella perdita di guadagno conseguente ad una riduzione permanente della capacità lavorativa. Due particolari tipo di danno patrimoniale sono il danno emergente (le spese sopportate a causa delle lesioni, come le spese di cura, di trasporti, di oneri vari) e il danno da lucro cessante (mancato o ridotto guadagno durante il periodo di inabilità temporanea; vale per i lavoratori autonomi ma può valere anche per i lavoratori dipendenti, per la perdita di eventuali indennità economiche accessorie allo stipendio; da considerare anche l'eventuale necessità di spese future, solitamente correlate a cure fisioterapiche, protesiche, odontoiatriche, di chirurgia plastica correttiva, eccetera. Il medico-legale fornisce un parere su pertinenza e congruità delle spese mediche.

Fornisce anche una stima percentuale della ridotta capacità lavorativa, ma la sua quantificazione economica è stabilita dal Giudice. Il danno non patrimoniale è rappresentato principalmente dal danno biologico, cui concorrono il danno esistenziale e il danno morale.


Il danno morale


Il danno morale è il cosiddetto prezzo del dolore causato dalle sofferenze patite; nella sentenza delle Sezioni Unite, come per il danno esistenziale, viene considerato come una componente del danno biologico; vi è anche un danno parentale da lutto, eccetera. Ciò non esclude che sia il danno morale che il danno esistenziale, in casi particolari, non possa ancora essere autonomamente valutato ed economicamente quantificato.

Il danno biologico

Il danno biologico si ha ogni volta che un individuo subisce una qualsiasi lesione, da una semplice contusione alle ferite o fratture più gravi. Il danno biologico temporaneo è il periodo impiegato da una lesione per guarire, Se residuano postumi, vi è anche un danno biologico permanente.
Sussiste anche danno patrimoniale se i postumi residuati alla lesione incidono apprezzabilmente anche sulla capacità lavorativa con riduzione parziale o totale del reddito. Il danno biologico temporaneo (inabilità temporanea o IT) si misura in percentuale di tempo in cui un individuo non ha potuto vivere le proprie quotidiani personali attività; può essere totale (ITT) o parziale (ITP). Ecco alcuni esempi:

  • in misura del 100% ricovero ospedaliero, gesso a tutt'e due gli arti superiori, gesso che va dal bacino al piede...
  • in misura del 75% periodo di deambulazione con due stampelle, periodo di fasciatura o gessatura... Impropriamente, anche se comunemente, tale misura percentuale viene applicata ai primi giorni di collare dopo colpo di frusta cervicale...
  • in misura del 50% carico parziale nella deambulazione, primo periodo di convalescenza dopo un ricovero...
  • in misura del 25% periodo di terapie fisiche...
  • in misura del 10% periodo di guarigione di una semplice ferita cutanea...
La quantificazione economica di danno biologico temporaneo tiene conto che una giornata di inabilità temporanea al 100% è valutata € 42,06.
Esempio di un calcolo economico di inabilità temporanea da colpo di frusta cervicale:
10 giorni al 75% € 315,45 + 10 giorni al 50% + € 210,30 + 10 giorni al 75% € 105,15 = totale € 630,90.

Il danno biologico permanente o inabilità permanente (IP) sussiste se la lesione è guarita con postumi apprezzabili; comunemente, anche se impropriamente, rientrano in tale categoria anche le cosiddette sindromi soggettive da trauma cranico o da colpo di frusta cervicale. E'' importante precisare che non viene valutata la lesione, ma la sua conseguenza (la menomazione); talora da lesioni lievi possono residuare menomazioni assai gravi o, al contrario, da lesioni gravi menomazioni relativamente meno gravi. Il danno biologico può essere una semplice menomazione dell'integrità fisica senza riflessi funzionali (una cicatrice, la perdita di un rene), può essere funzionale (ridotta funzione di un'articolazione o di un organo), può essere estetico, può essere psichico o può essere l'insieme di una o più di queste componenti.

Come si valuta il danno biologico permanente?na stessa menomazione può essere valutata diversamente, secondo la tabella adottata:

  • - se si tratta di danno biologico da incidente stradale: fino al 9% secondo le tabelle allegate al DM 3.7.03;
  • - oltre il 9% non vi sono ancora tabelle di legge; perciò, si adottano varie Guide Medico-Legali (Luvoni-Bernardi-Mangili, Bargagna, eccetera).
  • - se si tratta di danno biologico in ambito INAIL si adotta la nuova tabella allegata al DM 12.7.00.
Per inciso, va detto che anche in ambito di polizza infortunistica privata (personale o collettiva), sulla base della singola polizza, la menomazione è valutata diversamente secondo la tabella adottata:
  • o secondo la vecchia tabella INAIL ex DPR 1124/65
  • o secondo la tabella elaborata da ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese di Assicurazione)
  • o, più raramente, secondo tabelle particolari espressamente riportate nella polizza.
Grosso modo si può dire che la vecchia tabella INAIL valuta la maggior parte delle menomazioni in misura maggiore del 25-30% rispetto alle altre tabelle; la nuova tabella INAIL valuta alcune menomazioni addirittura in misura inferiore alla tabella ANIA o a quelle delle Guide correnti di medicina legale. Il valore economico del "punto" di invalidità da danno biologico è fissato per legge nei danni inferiori al 9% ai sensi della L. 5.3.01 nr 57 e secondo le nuove tabelle economiche del 24.6.08. Per tutti gli altri danni (e per i danni da RCA superiori al 9)% esistono tabelle economiche elaborate dai vari Tribunali, tra cui quella del Tribunale di Milano del 2006.

Vi è un aspetto particolare nella quantificazione economica finale del danno biologico, un certo plusvalore proporzionato agli aspetti dinamico-relazionali del singolo individuo; per esempio, la perdita di una mano, pur avendo un punteggio uguale per tutti gli individui, certamente è più avvertita da chi esercitava una o più attività sportive rispetto a che non ne esercitava alcuna; una grave menomazione, anche se non incide in concreto sulla capacità di guadagno, può comportare una maggiore usura o maggiore dispendio di energia per portare a termine lo stesso tipo e quantità di lavoro, e via dicendo. L'aspetto dinamico-relazionale può comportare un maggiorazione economica del danno biologico secondo una percentuale stabilita dal Giudice.




Powered by ScribeFire.

L'ex moglie fa stalking: disposti gli arresti domiciliari

La Stampa


Una donna, per le sue condotte aggressive nei confronti dell'ex marito, si è vista tramutare la misura cautelare del divieto di avvicinamento in arresti domiciliari. Anche se incensurata e sottoposta a cure mediche, non può escludersi un'eventuale reiterazione del reato: la modifica della misura è legittima. La conferma di quanto già disposto dal Tribunale è arrivata dalla Cassazione (sentenza 15230/11).

Il Caso

Nel maggio 2010, per la contestazione provvisoria del reato di atti persecutori in danno all'ex marito, una donna è sottoposta alla misura del divieto di avvicinamento. Successivamente, il Gip accoglie la richiesta del PM di sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, essendosi evidenziate più gravi esigenze cautelari. La donna aveva mandato messaggi offensivi col cellulare di un collega all'ex coniuge e diffuso documenti con accuse calunniose in merito a un presunto traffico di sostanze stupefacenti da parte dell'uomo e della sua famiglia. Il ricorso presentato dai difensori della donna evidenziava la sua incensuratezza, l'essersi sottoposta a cure mediche che garantivano il contenimento dei comportamenti impulsivi (come da documentazione medica della ASL presentata in udienza) e soprattutto, che gli atti vessatori contestati erano cessati dopo che il PM aveva richiesto la sostituzione della misura. In più, si contestava, visto il tenore del certificato medico, l'esclusione, da parte del Tribunale,della concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena.

I principi evocati dai difensori sono condivisi dalla Corte, ma il ricorso è infondato. La Cassazione in effetti non mette in discussione tali principi, ma semplicemente non ne rileva nessuna violazione, tanto è vero che, come sottolineato dalla Corte stessa e contrariamente a quanto sostenuto dai difensori, il Tribunale non ha omesso di valutare i nuovi elementi addotti dall'appellante. In realtà, sono elementi tutti preesistenti alla adozione della misura originaria e, pertanto, già considerati all'atto della applicazione del divieto di avvicinamento.

La terapia ancora in corso non dà garanzie sulla cessazione delle condotte aggressive. Dalla certificazione sanitaria, rilasciata dal Centro di salute mentale, l'indagata risulta affetta da una patologia di tipo paranoideo che, da un lato, rappresenta una probabile chiave di lettura degli eventi e, dall'altro, non è ritenuta del tutto risolta a causa della recente instaurazione della terapia. Il tribunale, rendendo una valutazione del tutto «razionale e plausibile», ha argomentato che la terapia (volontaria), essendo ancora in corso, non fornisce garanzie sulla cessazione delle condotte aggressive. Ciò rende infondate, tra le altre, anche le doglianze sulla mancata applicazione del beneficio della sospensione condizionale della pena, visto il pericolo di reiterazione. La Corte di Cassazione, perciò, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese giudiziali.





Powered by ScribeFire.

India, la maledizione del tempio "Chi profana il tesoro muore"

La Stampa

Lo scopritore è morto misteriosamente, i preziosi nella cripta valgono 22 miliardi


ILARIA MARIA SALA



HONG KONG

Da quando una fortuna stimata a circa 22 miliardi di dollari Usa è stata trovata nelle cripte del tempio di Padmanabhaswamy, nella città di Thiruvananthapuram (Trivandrum) nello Stato meridionale indiano del Kerala, il contenzioso vecchio di tre anni su chi abbia diritto ad amministrare il tempio si è fatto davvero emozionante. Spetta all’exmaharaja di Travancore, o era giustificata la denuncia sporta da TP Sundararajan, un ex-poliziotto divenuto avvocato e ardente hindu, che viveva nel tempio?

A fine giugno, nel corso di un’ispezione a questo luogo di culto del XVI secolo dedicato a Vishnu, portata avanti per compilare un inventario dei possedimenti del Padmanabhaswamy su ordine del tribunale, sono stati trovati sacchi di diamanti e mille chili di monete d’oro, alcune delle quali della fine del 1500 e altre di epoca napoleonica, idoli d’oro massiccio, argenti, e una gran quantità di gioielli antichi, fra cui migliaia di pezzi di rare collane «sarappoli». Ma anche un arco interamente d’oro, noci di cocco d’oro incastonate di gemme, e una statua di Vishnu in oro massiccio.

Si pensa che questa fortuna fosse in parte appartenuta alla Compagnia delle Indie Orientali di britannica memoria, e che sia rimasta rinchiusa nelle cripte del tempio da 140 anni. Finora il gruppo di ex-giudici e personale del tempio inviati dalla Corte Suprema a ispezionare le segrete del Padmanabhaswamy è riuscito ad aprire solo quattro delle sei cripte. Ma gli astrologi del tempio, e il maharaja di Travancore, vorrebbero che l’ispezione venisse ora interrotta, il tesoro ri-sepolto, e che tutto tornasse com’era prima della sensazionale scoperta e della denuncia di «incompetenza» dell’avvocato. Anche molti fedeli interrogati dalla stampa indiana, che ha iniziato a seguire minuto per minuto le vicende del tempio, si sono detti seccati dal circo mediatico, affermando di aver sempre saputo che il tempio conteneva grandi ricchezze, ma che appartengono a Vishnu e non vanno disturbate.

A dar loro ragione ci ha pensato Padmnabha Sharma, il primo astrologo del tempio, che ha appena concluso un rituale di quattro giorni, una «devaprasnam» volta a conoscere la volontà divina, alla fine della quale ha dichiarato alla televisione indiana che «il Signore è già sufficientemente scontento per l’intrusione nelle sue cripte», e non vuole assolutamente che si vada a frugare anche in quelle ancora inviolate. Fra queste ultime spicca la Critpa del Cobra, così chiamata per la presenza di un bassorilievo con un naga (serpente sacro) sulla porta d’accesso, all’interno della quale si pensa che possano celarsi altri tesori favolosi.

Ma Padmnabha Sharma ha affermato anche che l’ira divina, se sfidata, porterebbe a numerose calamità, in particolare a chi decidesse di avvicinarsi al tesoro di Vishnu – il quale non deve nemmeno essere esposto, visto, fotografato. Va lasciato lì dov’è, e basta. Di simile opinione si è dichiarato anche Oommen Chandy, il ministro capo del Kerala, che ha detto al Times of India che «le ricchezze appartengono al tempio e saranno preservate là dove sono state trovate. C’è un significato religioso e storico in questa scoperta. Lo Stato si occuperà direttamente di garantirne la sicurezza». Questo anche se alcune stime hanno già calcolato che il tesoro di Vishnu basterebbe a risanare in un colpo solo il debito dell’intero Kerala, con un notevole surplus.

Ma dal momento che toccare il tesoro causerebbe un pandemonio fra i devoti di Vishnu – e cioè gli induisti tutti – e che il Bjp, il partito hindu, ha già dichiarato che sosterrebbe «la rabbia del popolo» se il governo dovesse cercare di mettere le mani sulle ricchezze nascoste nel ventre del tempio, nessuno sta dando mostra di voler rischiare sommosse o ire divine. TP Sundararajan, intanto, che ha dato inizio alle ispezioni, è deceduto poche settimane fa, dopo febbri insistenti: e alcuni già parlano della maledizione di Vishnu.



Powered by ScribeFire.

La preghiera francescana: che venga la cacarella ai ladri di Bibbie

Viaggia con la bara sul sedile: «Così punisco un politico»

Corriere della sera

Un sogno e un voto contro l’ex sindaco. Avvistato sulla A4 dagli automobilisti, segnalato alla stradale, è un sessantacinquenne di Marcon che ha chiesto aiuto alla Madonna


VENEZIA — L'uomo che nelle scorse settimane ha fatto fare le corna - e altri gesti non raccontabili - a mezzo Veneto è Ivano De Marchi, un 65enne di Marcon. Te lo vedevi sfrecciare accanto, all'improvviso, con la sua Mercedes cabrio blu scuro. Un signore brizzolato, sulla sessantina, occhiali da sole inforcati, guida sicura. Solo che, accanto a lui, nel posto del passeggero, c'era una bara. E non un modellino, una bara vera e propria, in legno. Che spuntava tra cerchi in lega ultimo modello dalla silhouette armonica della vettura sportiva lanciata a 130 chilometri orari in autostrada. Lo hanno incontrato in molti, durante la scorsa settimana, nelle corsie della A4 sia in direzione Vicenza che in direzione Venezia (dove svoltava verso il litorale). Qualcuno ha rallentato per filmare la scena e caricarla su Youtube.

Qualcun altro invece l'ha superato preoccupato che, visto l'insolito compagno di viaggio, anche la guida dell'uomo fosse da film horror. Ma tant'è, nonostante gli sguardi stupiti e le segnalazioni alla polizia stradale da una decina di giorni, i viaggi di Ivano De Marchi non si fermano. «E siamo solo ad un decimo di quelli che devo fare». Te lo racconta ridendo, poi si fa improvvisamente serio in volto: «Ho fatto un voto, alla Madonna di Monte Berico. Mille viaggi con la bara nella macchina verso mille chiese del Veneto. E la madonna di Monte Berico farà per me quello che non posso fare con le mie mani, se non voglio rovinarmi». L'astio di Ivano de Marchi è per il sindaco di Marcon. Quello del 1988 però. Che per dare il via alle bonifiche della zona di San Liberale gli ha fatto smontare la pista da motocross che aveva costruito nel 1985, il Motoclub Marcon. Lasciando dov'era, però, il maneggio li accanto.


Vent'anni e passa di odio, cresciuto e sedimentato fino a superare un limite. Quello della realtà. Vent'anni di tentativi inutili di riaprire il Motoclub. Vent'anni di «maledizioni» sussurrate a denti stretti (e non solo). Fino al gesto eclatante delle ultime settimane. «Quella volta glie l'ho promesso - dice De Marchi appoggiando il bicchiere d'acqua frizzante sul tavolo - lui al telefono mi ha detto: devi togliere tutto, se non lo fai tu lo farò io, ti spiano la pista. Provaci e "te copo", gli ho detto io. Solo che la settimana dopo lui l'ha fatto veramente. Una mattina ho trovato tutto distrutto. Ora sono io a dover mantenere la promessa». Seduti al tavolo con lui la moglie e il figlio 42 enne. Ridono. Annuiscono. Come se Ivano stesse leggendo la lista della spesa. Nessuno stupore, ormai, dopo vent'anni ci si abitua a tutto.

«Non voglio farlo però - continua De Marchi - e la settimana scorsa mi è apparsa la soluzione in sogno. La Madonna di Monte Berico mi ha detto che se avessi fatto mille viaggi con una bara in macchina, quella persona l'avrebbe fatta sparire lei. Speriamo che lo faccia, non voglio dover mantenere la promessa con le mie mani». L'inquadratura è da film. Gli occhi che si accendono di Ivano, la moglie che si avvicina al rubinetto di casa. «Altra acqua?» dice. Il figlio che apre la porta e fa uscire il cane: «Abbaia un po' troppo per seguire la storia bene» e si risiede. Nessuno batte ciglio. Nessuno muove un muscolo. Se non per annuire. Dopo il sogno, la notte del 3 agosto, la vita di Ivano è cambiata. Ha cominciato a prepararsi. Ha cercato una bara «L'ho presa usata - dice (e chissà cosa intende) — da un amico.

Ho pagato 500 euro. Altrimenti costano molto di più. Non sonomatto, fa impressione anche a me. Quando guido non la vedo, però ecco, quando mi fermo averla vicino mi fa molto strano». E anche i suoi viaggi sono sistematici. Ha cominciato dal litorale, facendo tutta la zona balneare. È passato per le chiesette di Eraclea, Bibione, Grado, Aquileia. E ora si sposterà nella parte occidentale del Veneto. Quando si muove sale in macchina. Guida guardando davanti a sé fino alla chiesetta prescelta. Scende, entra e prega (per la causa), poi si segna i dati del numero civico e le coordinate in un grande libro che sta preparando e che sarà parte del voto e riparte.

«Ne mancano molte, ma in qualche settimana dovrei farcela - dice De Marchi di nuovo sorridente - speriamo bene». Scoperchia la bara, mostra la lettera che ha scritto come ex voto alla Madonna. Poi sale e, parcheggia la Mercedes in garage. La bara la lascia per terra. Come fosse un oggetto qualsiasi. Nel mondo reale, però, ci sono numerosi episodi e segnalazioni accumulate per atti simili. Dalla sera in cui salì su una gru minacciando di buttarsi giù per protestare contro chi aveva dichiarato l'illegittimità del suo impianto definendolo fuori legge, a quando davanti al municipio di Mogliano si sedette su tre casse di benzina minacciando di darsi fuoco se non gli fosse stata revocata una multa per eccesso di velocità. Girare con una bara in auto, a questo punto, sembra davvero una cosa da nulla.

Alice D'Este
18 agosto 2011

La capotreno punita per aver detto «guasto»

Corriere della sera

Lettera di Trenitalia: sull'Alta velocità usare altri termini


MILANO - È un po' come se un idraulico non potesse parlare di «perdite» ai suoi clienti ma solo di «verifiche della tenuta delle tubazioni dell'impianto idrico». Il manuale degli annunci a bordo delle Frecce, Rosse o Argento che siano, è chiaro: in caso di guasto ai passeggeri dell'Alta velocità si deve parlare solo di «controlli tecnici sulla linea». C'è un guasto alla trazione elettrica? Il capotreno consulta la tabella e annuncia il «controllo tecnico».

C'è un guasto ai binari, ai deviatoi? Il capotreno di una Freccia, a differenza del collega di un «treno normale», parlerà sempre di controllo tecnico. Non è andata così il 16 maggio a bordo dell'Eurostar 9455. Per un problema sulla linea, tra Firenze e Roma, il Frecciargento è stato deviato dalla Direttissima alla «linea lenta». La capotreno ha annunciato «un guasto deviatoio». E per quelle parole, veritiere ma non rispondenti a quanto previsto dalla tabella sulle criticità, è finita nei guai: «L'azienda le ha inviato una contestazione disciplinare - fa sapere la rivista dei macchinisti ancora In Marcia ! -, poi le ha notificato una sanzione di 20 euro». La motivazione è scritta in una lettera del 31 maggio firmata dal responsabile della Divisione Frecciargento: l'aver comunicato la presenza di «un guasto deviatoio quando il manuale degli annunci (Mab) per i treni Av non prevede il termine "guasto" e ha utilizzato il termine tecnico "deviatoio" probabilmente sconosciuto ai viaggiatori. Avrebbe dovuto dire invece per "un controllo tecnico sulla linea"».

Di manuali per gli annunci ne esistono tre. C'è il manuale di Rfi per gli annunci nelle stazioni (Mas) redatto con il Dipartimento di studi filologici, linguistici e letterari della Sapienza di Roma. C'è quello per gli annunci a bordo (Mab) usato su tutti i treni. E ce n'è uno ad hoc per Frecciarossa e Frecciargento. Nei primi due la parola «guasto» è prevista. «Anche se poi come successo due domeniche fa a Napoli - dicono da ancora In Marcia ! -, per ore è stato annunciato un problema elettrico omettendo che era deragliato un treno». In quello per l'Av la parola è sostituita con il noto «controllo tecnico». Nei primi due l'«ostacolo in linea» è annunciato come tale («Anche se si tratta di un albero di trasmissione perso da un Pendolino»), in quello per l'Av diventa un generico «ingombro». E in caso di incendio? Tutti e tre prevedono che si parli di «intervento dei vigili del fuoco». «Così come è accaduto per il rogo a Tiburtina: su Viaggiatreno per due giorni i ritardi sono stati motivati con l'intervento dei pompieri».

Trenitalia minimizza: «C'è un manuale, per informare al meglio. Il capotreno non l'ha rispettato e la mancanza di giustificazioni è un'ammissione di colpa. Non esiste però una regola assoluta che differenzia le Frecce. Guasti sono stati annunciati anche sull'Av». Quanto al bando della parola incendio: «È una scelta per non creare ansie e panico difficili da gestire anche su uno dei mezzi più sicuri». Scelte contestate da chi lavora in carrozza: «Perché proprio il non dire alimenta nel passeggero (sempre informato grazie a smartphone e computer) quel senso di insofferenza che sfocia ormai in vere aggressioni nei nostri confronti», racconta un capotreno. Il linguista Federico Roncoroni la scelta invece la legge così: «In questo modo si vuole passare dal problema alla soluzione, dal guasto all'intervento. Tranquillizzare va bene, attenzione però: le parole non devono essere un Tavor che annebbia la mente ma uno strumento per aiutare a capire. L'informazione è un diritto e la censura delle parole è meglio relegarla al passato».


Alessandra Mangiarotti
18 agosto 2011 08:36



Powered by ScribeFire.

La piccola agorà degli etruschi

Corriere della sera

Nella necropoli un piazzale coperto per le decisioni della comunità

Intervista ad Alessandro Mandolesi


TARQUINIA (Viterbo) - Una piccola agorà univa il mondo dei vivi a quello dei morti. Ci si arrivava, 2700 anni fa, da dodici scaloni scavati nella roccia calcarea. Spesso servivano anche come sedili per assistere a riunioni di decisiva importanza per la città e l'oligarchia etrusca che la guidava. Uomini vivi e potenti che si univano idealmente ai defunti sepolti nelle tre camere a est, nord e sud. La scalinata c'è ancora, oggi, ma è invisibile, sepolta dalla terra. «La potremo vedere molto presto - spiega l'archeologo dell'Università di Torino Alessandro Mandolesi, direttore degli scavi - toglieremo terra e detriti che l'hanno ricoperta per millenni. E chissà, forse ci saranno nuove sorprese».


Tante ne hanno già trovate i ricercatori dell'Università di Torino e dell'Istituto superiore per la conservazione e il restauro del ministero nell'area del «Tumulo della Regina», uno spazio ancora da esplorare dell'enorme necropoli di Tarquinia, paesaggio incantato tra mare e colline, vento di maestrale che non manca mai. Martedì e ieri gli ultimi ritrovamenti: un altro frammento, il più grande, della Sfinge, una statua di due metri collocata sul punto più alto del tumulo, ultimo guardiano per i vivi e per i morti e addirittura un'altra tomba, segretissima, ancora completamente da scavare e da preservare dall'assalto dei saccheggiatori.

Ma oggi la scoperta più suggestiva resta quel misterioso piccolo cortile (appena sei metri per quattro) scavato per tre metri nel calcare con le tre camere sepolcrali che si aprono sui tre lati chiusi e con le pareti affrescate grazie a una tecnica mai vista prima in Etruria e in tutta Italia. «L'intonaco è a base di gesso alabastrino praticamente puro - spiega l'archeologa Daniela De Angelis - una composizione sconosciuta in Italia e probabilmente importata da maestranze arrivate appositamente da Cipro, dall'Egitto o dall'area siro-palestinese, le migliori di quel mondo, per costruire una tomba straordinaria e ricchissima. Ma soprattutto utile anche per i vivi, lucumoni e governanti».

Dall'intonaco stanno affiorando affreschi atipici, probabilmente i più antichi mai scoperti a Tarquinia, risalenti anch'essi al VII secolo avanti Cristo. «La cosa più sorprendente e unica è che pare non rappresentino scene di vita ultraterrena - spiega Mandolesi - piuttosto momenti di vita quotidiana. L'interpretazione non è facile perché le immagini sono labili e le stiamo ricomponendo faticosamente mediante un processo di spettrografia elettronica. Stiamo intravedendo una mano che regge un vaso, volti, unguentari, forse vasi con profumi. Ma, per ora, neppure un riferimento all'Aldilà».

A questo punto si può dire che gli affreschi dovevano forse servire per ragioni diverse, legate alla funzione di quel cortile, una piccola agorà, abbiamo detto, e dunque un luogo di collegamento tra vivi e morti. C'è un altro particolare che rende unico questo posto: era coperto da una tettoia in legno. Gli archeologi ne hanno trovato i resti accanto a quelli di una biga. «Nei momenti più difficili della città - continua Mandolesi - ci si riunisce per cercare aiuto e conforto anche dagli antenati ormai defunti. Il piazzale serviva inoltre a onorare i morti, i più aristocratici tra gli aristocratici, con cerimonie, canti e spettacoli, insomma uno spazio teatriforme».


Gli studiosi ipotizzano che nell'area furono deposti sovrani e principi etruschi. Si hanno testimonianze leggendarie di una sepoltura di un certo Demarato di Corinto, ricco mercante greco. Si trasferì a Tarquinia intorno alla metà del VII secolo avanti Cristo, Demarato, e si sposò una nobildonna locale, la più bella della città. Nacque un figlio, lo chiamarono Tarquinio Prisco e divenne il primo sovrano di Roma.

Se storici e archeologi si interrogano (e si appassionano) sul passato, Wilma Basilissi, dell'Istituto superiore per la conservazione e il restauro, guarda al presente dei tesori ritrovati. E custodisce, gelosamente, i frammenti delle due zampe della Sfinge etrusca appena ritrovati insieme a un'ala. «La statua, alta quasi due metri - spiega - era probabilmente collocata all'apice del tumulo. L'abbiamo trovata nella parte nord. Probabilmente è caduta e si è frantumata. Altri animali mitici la circondavano. E lo spettacolo doveva essere straordinario, 2700 anni fa».

Marco Gasperetti
18 agosto 2011 09:49

Il Pd recluta romeni e perde il sindaco

di


Amministrative da rifare a Trevi. Inseriti in extremis 35 stranieri nelle liste elettorali, la sinistra aveva vinto per 14 voti. Ma il Tar annulla. Nell’Umbria rossa da almeno due generazioni, i romeni sono diventati elettori alla vigilia delle elezioni amministrative e il loro pacchetto di voti entrato nell’urna in extremis ha fatto virare il risultato: dal centrodestra al centrosinistra




Lo si potrebbe definire un caso di integrazione un po’ furbetta. Un po’ troppo disinvolta, tanto da trasformarsi in un pasticcio. A Trevi, nell’Umbria rossa da almeno due generazioni, i romeni sono diventati elettori alla vigilia delle elezioni amministrative; di più, il loro pacchetto di voti entrato nell’urna in extremis ha fatto virare il risultato: dal centrodestra, che già assaporava il successo dopo sessant’anni di digiuni, al centrosinistra che ha pescato il jolly all’ultimo secondo. E ha vinto per 14 risicatissimi voti.

Una vittoria che poggia sull’argilla: ora il Tar ha annullato i risultati, il neosindaco è decaduto, in paese è arrivato il commissario come a Bologna dopo le dimissioni del primo cittadino Flavio Delbono per il Cinziagate. Insomma, l’opposizione ha una seconda chance per vincere e per espugnare il municipio. Se ne parlerà in primavera, questi sono i tempi tecnici sempre che il vincitore appiedato non riesca a ribaltare, davanti al Consiglio di Stato, il risultato della sfida giudiziaria.

Tutto si gioca in un perimetro ristretto, una manciata di numeri in un paese grande come un fazzoletto e popolato da 8.500 persone. Si sa, l’abitudine è dura a morire, ma alle amministrative di maggio, catastrofiche per il Pdl un po’ in tutta Italia da Milano a Napoli, il candidato di impronta berlusconiana, Luigi Andreani, vicecapogruppo del Pdl alla provincia di Perugia e medico di famiglia, sfiora il colpaccio: perde di un’incollatura, 14 voti, battuto al fotofinish dal rivale Bernardino Sperandio, restauratore targato Pd.

Sembra una beffa. Il muro che trema, trema, sembra dover venire giù e invece resta al suo posto. Ma il medico ha drizzato le antenne e ha captato un passaggio poco chiaro: alla vigilia delle elezioni 35 stranieri, per lo più romeni e dunque comunitari, hanno acquistato il diritto al voto. E dunque sono andati al seggio decidendo di fatto con la loro partecipazione il finale. I romeni, quei romeni, sono stati l’ago della bilancia. Tutto giusto, ci mancherebbe. Ma tutto in fretta: di quei 35 voti ci si è ricordati tardi, troppo tardi, e l’inserimento nelle liste elettorali sarebbe arrivato fuori tempo massimo. Dunque, secondo Andreani ci si troverebbe davanti a un caso di speculazione più che di integrazione elettorale. Il Pd è stato salvato dalla «legione romena».

Nei giorni scorsi, il Tar accoglie la tesi di Sperandio e manda a casa il sindaco appena eletto. Va bene dare il voto agli stranieri comunitari residenti in zona, ma non lo si può fare all’ultimo secondo. Ecco il punto decisivo: un’azione acchiappavoti è stata travestita da operazione di promozione sociale. Dunque, il Tar ha bloccato tutto: il sindaco e il consiglio comunale sono stati costretti a svuotare gli armadi appena riempiti, ma già preparano la rivincita al Consiglio di Stato.

Che cosa succederà? Per ora c’è una macchia senza colore nel profondo rosso di una regione che da sempre è un vivaio per le maggioranze comuniste e poi postocomuniste. L’ipotesi più accreditata è che si torni a votare in primavera, ma naturalmente non è da escludere un controribaltone. In teoria il Consiglio di Stato potrebbe riconsegnare le chiavi della città a Sperandio. Per ora, però, le chiavi restano nelle mani del commissario.




Powered by ScribeFire.

L’Italia è rovinata dal clientelismo: assunti 300mila statali di troppo...

di


Uno studio svela le eccedenze nell’amministrazione pubblica tra arruolamenti facili e dirigenti promossi senza merito. L'ex manager Francesco Verbaro: "Servono meno generici e più specialisti". Secondo gli ultimi rapporti il numero complessivo degli italiani impiegati nel pubblico è di 4 milioni


Roma


In Italia ci sono come minimo 300.000 dipendenti pubblici in più, che svolgono compiti che non servono. Mancano quelli con competenze specifiche, pochissimi i tecnici, mosche bianche che le amministrazioni si contendono, mentre trionfano i «generici», benedetti da assunzioni clientelari. Poi ci sono i dirigenti senza merito, circa 40 ogni 100, residuo della lunga stagione degli avanzamenti di carriera automatici, terminata con l’obbligo di concorso voluto dal ministro Renato Brunetta. La fotografia è impietosa, ma viene da un ambiente per nulla ostile al lavoro pubblico, visto che a farla sono la fondazione PromoPa e l’Associazione giovani dirigenti della pubblica amministrazione. I dati - estrapolati da una ricerca ancora in corso - lasciano poco spazio a dubbi.

Ci sono almeno 200.000 «eccedenze» tra le pubbliche amministrazioni e ce ne sono altre 100.000, se si considerano le società partecipate. Le eccedenze, spiega Francesco Verbaro - già direttore generale dell’Ufficio per il personale delle pubbliche amministrazioni del Dipartimento della Funzione Pubblica, ex segretario generale del ministero del Lavoro, attualmente docente alla Scuola di pubblica amministrazione - si verificano «quando profili e competenze, rispetto ad alcuni processi, sono più del necessario». In breve, ci sono più dipendenti pubblici a fare la stessa cosa perché sono state fatte «troppe assunzioni per ogni singolo ente» pubblico, ci sono più enti a svolgere medesimi compiti e molti servizi esternalizzati.

Sul come siamo arrivati ad avere tanto personale difficile da utilizzare, Verbaro ha un’idea precisa. C’è chiaramente il proliferare di enti pubblici. E, soprattutto, «riqualificazioni senza concorso», con conseguente carenza di «profili tecnici operativi». In cifre: «Oltre 5 milioni di progressioni negli ultimi 12 anni hanno portato ad avere tanto personale inquadrato nella carriera direttiva, ma che non ha le competenze. Possiamo dire che il 40% del personale direttivo non ha le competenza per ricoprire tale livello». In altre parole, quattro dirigenti ogni dieci occupano una poltrona solo per anzianità. Poi assunzioni a pioggia, «soprattutto nei profili generici, dove più forte era la pressione clientelare».

Un’epidemia che ha colpito anche gli enti locali, con effetti nefasti sia sui bilanci, sia sull’efficienza degli uffici. «Spesso non si trova un funzionario in grado di fare un bando di gara comunitaria o un bando di concorso. Mancano le figure tecniche in tutti i settori delle amministrazioni». Sui «più bravi, invece, si litiga. Succede con gli esperti di bilancio, ingegneri e informatici. Saremmo disposti a pagarli anche il doppio se come dirigenti ne avessimo la possibilità e, a volte, il coraggio». Le competenze che servirebbero sono «sui servizi alla persona, sanità, scuola, servizi sociali, immigrazione. Poi esperti in gestione di fondi di bilancio, di programmazione». Mancano. Oppure, se ci sono, si trovano nel posto sbagliato.

La soluzione è in parte contenuta nella manovra economica varata dal governo. Tra le materie toccate dal decreto che anticipa il pareggio di bilancio al 2013, c’è la mobilità dei dipendenti pubblici. Non mancheranno resistenze, come è sempre avvenuto ogni volta che qualcuno ha cercato di facilitare la mobilità degli statali e dei dipendenti degli enti pubblici, ma adesso serve responsabilità, a partire dai sindacati. «Difendere il pubblico così com’è, significa destinarlo a tutti gli attacchi». Quindi anche a «tagli lineari» che finiscono per penalizzare tutti senza rendere efficiente l’amministrazione pubblica.
Una volta che la manovra bis avrà fatto il suo corso, con l’eliminazione degli enti inutili e di parte delle province e dei comuni, ci saranno altri 100.000 dipendenti pubblici in più rispetto alle reali necessità e il conto degli «eccedenti» arriverà a 400.000. E non è poco se si tiene conto che, in tutto, i dipendenti della pubblica amministrazione sono 4 milioni (con le partecipate). Senza una buona gestione, uno su dieci, non servirà più.




Powered by ScribeFire.

Inchiesta per estorsione a danno di cento preti gay "Li adescavano su Fb, sesso online e poi li ricattavano"

Quotidiano.net

E' quanto rivela Panorama nel numero in edicola domani. A casa dei due indagati la polizia giudiziaria ha sequestrato filmati hard su computer e su telefonini, messaggini imbarazzanti e rubriche telefoniche




Preti (Ansa)

Roma, 17 agosto 2011



Contiene un centinaio di nomi l’ 'archivio dei preti gay’ finito sul tavolo dei magistrati della procura di Isernia, impegnati in un'inchiesta che alcuni giorni fa aveva portato in carcere due uomini, accusati di estorsione ai danni dei religiosi.

E’ quanto rivela ‘Panorama’ nel numero in edicola da domani. A casa dei due indagati, infatti, la polizia giudiziaria ha sequestrato filmati hard su computer e su telefonini, messaggini imbarazzanti e rubriche telefoniche: messi insieme, delineano uno scenario che gli investigatori definiscono “inquietante”.

I sacerdoti finiti nella rete, sostengono gli inquirenti sentiti da ‘Panorama’, sembrano collegati tra loro come in un network dove ci si ritrova e ci si scambia informazioni sulle avventure sentimentali e sulla affidabilità degli amanti occasionali incontrati nella rete.

Secondo l`accusa, i due indagati avrebbero contattato le loro ‘vittime’ attraverso Facebook, inducendole a rapporti sessuali virtuali, e poi le avrebbero ricattate con i filmini e i messaggini ottenuti.

‘Panorama’ è riuscito anche a intervistare, attraverso il suo legale, uno dei due indagati, Giuseppe Trementino, 30 anni: “Tutto è iniziato dalla storia che ho avuto con un prete”, si difende l`uomo, “con il quale facevo sesso e che mi dava dei soldi di sua spontanea volontà. Da qual momento sono stato letteralmente preso d`assalto da decine di sacerdoti”.




Powered by ScribeFire.

Vercelli, paghi la multa per le infrazioni stradali? Il Comune ti regala un caffè e un Gratta&Vinci

di

A Varallo Sesia il sindaco leghista promette un "premio di consolazione" per chi pagna le multe per le infrazioni meno gravi. "Uno sponsor privato ci ha supportato e il Comune non dovrà sborsare nulla. In un periodo di crisi come questo è giusto dare la possibilità ai cittadini di tentare la fortuna"


Vercelli - Come incentivare i propri cittadini a pagare le multe? Dandogli un "premio di consolazione". L'idea è del sindaco di Varallo Sesia (Vercelli) che ha promesso un Gratta&Vinci e un buono caffè come compensazione delle multe pagate per le infrazioni stradali meno gravi.
Il deputato leghista Gianluca Buonanno ha spiegato: "In questo momento di crisi economica - spiega - anche chi prende una multa non deve disperarsi". La pillola per le multe della Polizia Municipale verrà così addolcita dai bonus, un biglietto della lotteria istantanea e un buono caffè, da consumarsi però nei bar cittadini. "Uno sponsor privato ci ha supportato - aggiunge il sindaco di Varallo - e il Comune non dovrà sborsare nulla. In questo periodo di crisi mi è sembrato giusto dare la possibilità a chi prende una multa per le sanzioni più comuni, come il divieto di sosta, di tentare la fortuna con un Gratta & Vinci e di consolarsi bevendo un caffè".




Powered by ScribeFire.