mercoledì 17 agosto 2011

Gramellini: San Gennaro dica alla Chiesa di pagare le tasse

Corriere dell Mezzogiorno

Il corsivista della Stampa: il vero miracolo sarebbe convincere il Vaticano a rinunciare ai privilegi fiscali



San Gennaro
San Gennaro

Nel suo «Buongiorno», corsivo quotidiano su La Stampa, Massimo Gramellini parte da San Gennaro per attaccare i privilegi, in termini di tasse, della Chiesa di Roma. Lo spunto è la polemica sulla possibilità di abolizione della festa del patrono di Napoli, il 19 settembre, decisa dal decreto sulla manovra finanziaria. Eventualità contro cui si è schierata senza e senza ma la Curia partenopea. «A impuntarsi - ironizza Gramellini - sarebbe stato lo stesso San Gennaro, in questo assai meno malleabile del collega milanese Ambrogio, che ha ceduto alle esigenze del debito pubblico senza protestare».

ESENZIONE ICI - Nessuno mette in dubbio - prosegue - «che l'arcidiocesi di Napoli abbia un collegamento preferenziale con San Gennaro e ne interpreti fedelmente il pensiero. Ma allora - affonda l'editorialista della Stampa - ci piacerebbe approfittare della linea diretta per conoscere l'opinione del Santo anche sui 4 miliardi annui di esenzioni fiscali di cui la Chiesa italiana continua a godere persino su residenze e attività estranee al culto». Finale: «Che questo sia il vero miracolo?»



Redazione online
17 agosto 2011




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Manovra, il Pdl apre a possibili modifiche del testo Dibattito in Senato, Aula deserta: solo 11 presenti

Quotidiano.net

I capigruppo del Popolo della Libertà  alla Camera aprono a possibili miglioramenti, opposizioni scettiche. Nel giorno in cui la manovra approda a Palazzo Madama, ci sono solo una manciata di parlamentari. Schifani assente





Roma, 17 agosto 2011



Nel giorno in cui la manovra approda ufficialmente al Senato, in vista dell’esame che partirà da martedì prossimo, il Pdl apre a possibili modifiche al testo.

Interessate, anche se scettiche, le opposizioni, mentre in maggioranza si ipotizzano nuove tasse sui capitali scudati, l’innalzamento dell’Iva, l’introduzione del quoziente familiare e il versamento del Tfr in busta paga.

I capigruppo Pdl di Camera e Senato aprono a miglioramenti: “Come responsabili della principale forza politica della maggioranza siamo aperti al dibattito ed a ipotesi migliorative che dovessero emergere in Parlamento, da qualunque parte esse provengano”. Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto, e i loro vice Gaetano Quagliariello e Massimo Corsaro, indicano però alcuni punti fermi di metodo e di merito.

Nel metodo non deve essere stravolta e rallentata. Nel merito non si può tornare indietro sui capitoli che riguardano le privatizzazioni, i costi della politica e la flessibilita’, fino al licenziamento, dei contratti sul modello di Pomigliano. E il sottosegretario all’Economia, Alberto Giorgetti frena sui capitali scudati: tassarli è “tecnicamente difficile perché é difficile applicarla: é difficile reperire i dati e ricostruire il percorso dei capitali in quanto c’e’ l’anonimato. Certo la politica può anche superare questi ostacoli”.

Sulle possibili modifiche il Pd apprezza che si parli di tassare i capitali scudati, ma lamenta che si parli di una imposta “risibile”: “La proposta del Pd di un prelievo sui capitali rientrati con lo scudo fiscale è seria ed utile, come dimostra il dibattito aperto ieri dalle dichiarazioni, seppur caute, del presidente del Consiglio” afferma Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni Economiche del Gruppo del Pd alla Camera. “Probabilmente l’idea di tassare solo dell’1-2% i capitali rientrati con lo scudo, anticipata oggi, e’ proprio farina del sacco di Tremonti”.

E l’Idv attacca: “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il governo Berlusconi e i tanti suoi amici scudati. Solo quando lo faranno veramente ci crederò” afferma Antonio Di Pietro. "E se lo fanno  - prosegue - lo devono fare sostanzialmente: se introducessero un finto contributo di solidarieta’, magari dell’1%, sarebbe l’ennesima presa in giro”.

Sull’ipotesi di aumentare l’Iva dice: “Invece di deprimere i consumi è meglio far tornare in patria i soldati che si trovano in Libia e in Afghanistan”. Mentre sui contratti il Pd alza le barricate: “E’ grave che l’articolo 8 della manovra depositata oggi in Senato consenta ‘implicitamente’ di derogare a leggi e contratti, compreso quindi lo Statuto dei lavoratori” afferma l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano.

SENATO DESERTO - “Mi sa che questa volta siete voi giornalisti in maggioranza...”, dice amareggiato Giacomo Santini del Pdl uscendo dall’Aula semideserta di Palazzo Madama. Ore 16,30, al Senato presiede la seduta Vannino Chiti. Bastano cinque minuti per incardinare la prossima settimana il testo della manovra economica varato dal governo venerdì scorso.

Sono presenti solo 11 senatori. Oltre al presidente di turno Chiti, erano in aula quattro esponenti pidiellini: Giacomo Santini, Paolo Barelli, Cinzia Bonfrisco e Raffaele Fantetti; tre del Pd, Mariangela Bastico, Lionello Cosentino e Carlo Pegorer; due dell’Idv, Stefano Pedica e Luigi Li Gotti, e una senatrice del Terzo Polo, Maria Ida Germontani.

Per il governo è presente il sottosegretario all’Economia Alberto Giorgetti che ammette: “Effettivamente oggi sarebbe stato meglio se ci fossero stati più senatori presenti, anche se si trattava di un atto formale puramente tecnico”. Pedica tuona: “Il presidente Schifani doveva esserci visto il momento difficile che sta attraversando il paese”. La democrat Bastico e’ basita: “Io dovevo andare in Calabria ma ero stata allertata e quando ho saputo che c’era l’incardinamento del testo e la possibile convocazione per domani, alle 12,30, della commissione Affari costituzionali, mi sono precipitata a Roma”.




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Ferma le auto per i soccorsi. Ecco Ares, il cane-salvavita

Libero



Le premiazioni agli animali sono molto più belle di quelle riservate agli uomini, è escluso ogni interesse o vanità da parte dei premiati. Ancora più bello è se il premio è un ex aequo e dunque doppio, come quello assegnato ieri pomeriggio a Ares e Cucciolo, vincitori del "Premio fedeltà del cane" che si tiene a San Rocco di Camogli (Genova) dal 1962, ogni 16 agosto, nel giorno del patrono San Rocco, protettore dei cani da cui si narra fu nutrito quando il santo contrasse la peste. 

Il dobermann buono - Alla premiazione era presente il ministro del Turismo, Maria Vittoria Brambilla, appassionata animalista, che ha ricevuto un attestato di benemerenza ("l'accoglienza degli animali domestici è una battaglia di civiltà", ha ricordato) . Ma la cosa più bella sono i motivi per i quali sono stati scelti i vincitori. Ares è il nome temibile di un dobermann di tre anni che ha sfatato ogni luogo comune sulla aggressività e le bizzarrie di questa razza. Dopo che il suo padrone, Ghery Garritano, carabiniere di Sanremo, era rimasto bloccato, ferito e semincosciente, sotto un pesante cancello di oltre 200 chili che gli era caduto addosso in un campo, Ares lo ha prima tenuto sveglio leccandogli la faccia poi sentendo un'automobile arrivare dalla strada vicina è corso a rotta di collo per fermarla.

All'inizio gli occupanti dell'auto erano spaventati, poi vedendo il cane scodinzolare e saltellare con agitazione ma senza apparire aggressivo sono scesi e l'hanno seguito fino al punto dov'era rimasto bloccato il carabiniere, sollevando a fatica il cancello e chiamando i soccorsi. Cucciolo invece è un cane fantasia di sei anni, ormai una celebrità all'ospedale Massaia di Asti. Accompagna il padrone, Emanuele Smorta, pensionato pubblico, ogni volta che si reca a effettuare un ciclo di terapie. Cucciolo si accuccia nell'ingresso e aspetta pazientemente la fine della terapia, allietando e tenendo compagnia anche agli altri pazienti e al personale. Quando il signor Smorta esce, gli salta addosso (forse per verificarne la buona forma fisica) e si prepara a riaccompagnarlo la prossima volta.

Amore per gli animali -
Sembra una cosa da poco rispetto all'intervento salvavita del dobermann Ares, ma per una persona che deve affrontare una lunga terapia, la compagnia affettuosa di un cane come Cucciolo è un grande sostegno psicologico. Premiata anche Giada, un golden retriever che ha salvato un uomo che stava annegando nelle acque di Albisola (Sv). Oltre al premio fedeltà riservato agli animali, è stato assegnato anche il premio bontà, che invece vuole dare un riconoscimento all'uomo che si è più distinto nel suo amore per gli animali.

Quest'anno ha vinto Pietro De Marco, marinaio della “Jolly Amaranto”, la nave che a dicembre, in rotta verso Alessandria d’Egitto, ha avuto un’avaria e nella fase di rimorchio si è incagliata, imbarcando acqua. Athos, il grosso cane fantasia corso che da 7 anni viveva sulla nave, nonostante le forti correnti è saltato giù dal rimorchiatore tentando di raggiungere a nuoto quella che considerava la sua casa che affondava. De Marco nel vedere Athos dirigersi verso morte certa non ha esitato e si è buttato in acqua per salvarlo, purtroppo senza riuscirci, rischiando la vita lui stesso e venendo tratto in salvo dagli altri marinai. Siamo certi che avrà dedicato il premio all’impetuoso Athos.


di Giordano Tedoldi

17/08/2011




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La Baia dei Porci fu una guerra tra la Cia e Jfk

La Stampa

Svelati i segreti del raid fallito contro Cuba

GLAUCO MAGGI



NEW YORK

«Come ho potuto essere così stupido da farli andare avanti?». L’amara confessione ai più stretti collaboratori è del presidente Usa John Fitzgerald Kennedy, Jfk; «loro», quelli non fermati in tempo, sono gli uomini della Cia che avevano appena combinato il disastro della Baia dei Porci a Cuba, l’abortita invasione-sollevazione che avrebbe dovuto liberare l’isola da Castro.

Fidel, 85 anni, è ancora al potere 50 anni dopo, e il mezzo secolo appena passato permette oggi di sapere i dettagli dalla versione dell’agenzia di intelligence. Peter Kornbluh, dell’Archivio Nazionale per la Sicurezza di Washington, ha ottenuto grazie alla Legge per la Libertà d’Informazione, scaduti i termini della segretezza, le carte della Cia finora classificate. Newsweek le ha lette e ha pubblicato i passaggi salienti della ricostruzione, scritta dal capo degli storici della Cia Jack Pfeiffer tra il 1974 e il 1984.

Dalle 1200 pagine dei cinque volumi - il quinto è ancora coperto - emerge che l’amministrazione maneggiò l’affare ancora più disastrosamente di quanto già non fosse noto da due precedenti rapporti: il primo della commissione voluta da Kennedy stesso, guidata dal capo dello staff congiunto delle forze armate Maxwell Taylor e con la partecipazione del fratello di Jfk, Robert, ministro della Giustizia in una smaccata ostentazione di nepotismo; il secondo a firma dell’Ispettore Generale della Cia, Lyman Kirkpatrick, che aveva scaricato tutte le colpe sulla «povera gestione e organizzazione» dell’agenzia.

Lo sforzo di Pfeiffer è di respingere queste accuse e darle invece alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato. Kennedy è descritto come il responsabile della sconfitta, che costò un centinaio di vite tra gli attaccanti e si trasformò in un colpo di propaganda mondiale per il comunismo. In pubblico, Jfk assunse in verità la responsabilità su di sé, ma in privato era furioso e ripeteva ai suoi che non si capacitava di essersi fatto tradire dalla Cia, che aveva voluto il fallimento dell’azione per provocare la guerra.

Per diversi mesi Jfk non mosse un dito, ma alla fine costrinse alle dimissioni Allen Dulles, il direttore della Cia, con una frase rivelatrice: «In un sistema di governo parlamentare sono io che dovrei andarmene, ma nel nostro sistema te ne devi andare tu», e lo cacciò. Tra gli episodi rivelati, quelli sullo sbarco sono i più illuminanti dello sfascio organizzativo e politico. Grayston Lynch, un operativo della Cia, racconta che mentre era su una barca nella Baia dei Porci nell’aprile 1961 si ritrovò da solo, mentre gli esuli cubani che erano con lui avevano abbandonato le postazioni, a sparare contro dei velivoli che «pensavamo cubani».

Invece erano aerei Usa che avrebbero dovuto proteggere gli insorti, nel frattempo decimati dai castristi. Sul ruolo dell’aviazione nell’appoggio all’invasione, Pfeiffer ricorda che Kennedy diede istruzioni affinché le forze Usa non intervenissero direttamente, o almeno cercassero di non apparire coinvolte. Per preservare sul piano diplomatico la tesi della «negazione e non conoscenza» dell’intervento da parte del governo Usa, gli aviatori erano stati addestrati a dire di essere dei mercenari se fossero stati catturati vivi. Secondo Pfeiffer, era assurdo che Jfk credesse di poter chiamare fuori gli Usa dall’invasione.

E anche Dean Acheson, segretario di Stato, si stupì di quanto fosse naif il presidente. Alla sua domanda di quale fosse il rapporto di forze tra invasori e comunisti, Kennedy rispose «1500 contro 25mila». «Non ci voleva la Price Waterhouse per capire che i 1500 non valevano i 25mila», disse Acheson. Quando la Cia diede alla fine il via alle azioni aeree, quattro piloti furono abbattuti. Il Pentagono non ammise che erano piloti Usa, però, e attese il 1976 per dare loro le medaglie di rito ai caduti, e chiese alle stesse famiglie di tenere per sé, coperte, cerimonie ed onorificenze.

Sul piano politico, il dettaglio più chiarificatore della spaccatura profonda tra Kennedy e la Cia è la convinzione dell’agenzia che solo un attacco in grande stile all’isola da parte dell’esercito Usa avrebbe piegato il regime di Castro. Questa idea era parte di un testo preparato per Jfk, appena eletto, che il presidente però non lesse mai. Kennedy, successivamente, disse che la Cia e l’esercito non credevano che lui avrebbe resistito alle loro pressioni per un coinvolgimento in grande stile se l’invasione fosse stata sul punto di fallire. Invece, fece proprio così.



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Coco Chanel spia nazista: rivelazioni shock nel libro di un giornalista americano

Il Messaggero


ROMA - Coco Chanel, icona dello stile e dell'eleganza francese, la "rivoluzionaria" della moda femminile che liberò le donne dai corsetti e introdusse nel loro guardaroba i pantaloni, fu una spia nazista. È la rivelazione shock del giornalista americano Hal Vaughan, che in una biografia, appena uscita negli Stati Uniti, ha riportato alla luce, con documenti alla mano e particolari inediti, le presunte voci sulla collaborazione della celebre stilista con il regime nazista.


Nel 1940, a 57 anni - si legge nel libro, 300 pagine, dal titolo "Sleeping with the enemy, Coco Chanel's secret war" (A letto con il nemico - La guerra segreta di Coco Chanel) - Coco Chanel, pseudonimo di Gabrielle Bonheur Chanel, venne reclutata dall'Abwehr, il servizio d'intelligence militare tedesco con scopi difensivi. Da quel momento diventò l'agente F-7124, nome in codice Westminster, dal suo amante e amico, il Duca di Westminster. Per l'Abwehr la stilista effettuò missioni in Marocco e in Spagna, in particolare nell'agosto del 1941 assieme a un altro agente, il barone Louis de Vaufreland, ex agente della Gestapo, incaricato di reclutare nuove spie, e nel 1944, quando ricevette un'importante somma di denaro da un altro ufficiale della Gestapo.

La sua attività di spia
le permise di conoscere il barone Hans Gunther von Dincklage, detto "Spatz", ufficiale nazista di alto livello di cui si innamorò e con il quale ebbe una lunga relazione. E' grazie a Spatz che la Chanel potè vivere, durante gli anni dell'occupazione tedesca in Francia, al settimo piano dell'Hotel Ritz di Parigi, albergo di lusso frequentato dai gerarchi nazisti come Hermann Goering e Joseph Goebbels.

Secondo Vaughan, Coco Chanel era «ferocemente antisemita molto prima che questo fosse un modo di compiacere l'occupante tedesco, si arricchì frequentando i ricchissimi e condividendo il loro odio contro gli ebrei, i sindacati, il socialismo, i comunisti e la massoneria. Dopo il 1933 ritenne che Hitler fosse un grande europeo».

Nel libro si accenna anche a un altro episodio infelice nella vita di Chanel,
«genio della moda ma anche una persona ingenua e influenzabile» - così la descrive Vaughan - che riguarda il suo tentativo, fallito, di ottenere, grazie agli agganci con i nazisti, il controllo della società che ha creato il famoso profumo Chanel e di cui la stilista possedeva solo una piccola parte, mentre il resto apparteneva alla famiglia Wertheimer.

L'avventura da spia di Chanel si concluse con la fine della guerra, quando venne arrestata, ma subito liberata, grazie all'intervento del suo amico Winston Churchill. Coco Chanel ha tuttavia sempre negato di aver collaborato con il regime nazista.

Martedì 16 Agosto 2011 - 19:41    Ultimo aggiornamento: 19:42




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E l’autista Atac fa da salvagente

Il Tempo

Un giorno da conducente Storie di solidarietà sul bus. Soccorrono nonnina

L'asfalto è bollente, l'afa taglia le gambe. La donna aspetta l'autobus dritta sotto al sole. È il pomeriggio di Ferragosto. La Capitale del Paese flagellato dalla crisi economica è semivuota. Anche se l'effetto-deserto quest'anno è ancora meno visibile degli altri e molti romani sono rimasti a casa, rinunciando alle ferie agostane. Almeno per un giorno, però, i turisti hanno preso possesso della città, delle piazze storiche dove le fontane che promettono un rinfresco dalla calura, delle aree monumentali che da secoli sopportano placidamente il calore del disco infuocato e gli sguardi dei visitatori affascinati dall'antica opulenza.

In periferia la situazione è diversa. Lungo via Prenestina la gente si conta sulla punta delle dita. L'anziana è in attesa del 451. Alle 16,20 il mezzo pubblico diretto a piazza Cinecittà e condotto da Roberto C., 33 anni, la accoglie nel suo paradiso temporaneo di aria condizionata. Una breve sosta prima di affrontare nuovamente l'inferno della strada. Lei avrà settant'anni e si siede vicino al posto di guida. A pochi stop dal capolinea si alza, si accosta all'autista e gli fa una domanda che lo lascia di stucco: «Mi scusi, dove va questo autobus e come posso tornare a casa?». Roberto capisce che la passeggera è in stato confusionale. La rassicura. Le propone di restargli accanto anche durante la corsa di ritorno dal capolinea: «Magari così riconosce la zona dove abita - le dice -

Mi stia vicina, è in buone mani», aggiunge. A Cinecittà il conducente, covinto dalla crescente angoscia della poveretta, decide di affidarla a due vigili urbani. Roberto, che due anni fa aveva trovato sul bus un portafogli con 300 euro e l'aveva riconsegnato al proprietario, è stato proposto per un encomio dall'Atac, azienda per la quale lavora dal 2003. Ma non è il solo «eroe per caso» di questa estate di sacrifici. E non è la prima volta che gli autisti dei mezzi pubblici soccorrono smemorati. Il 19 maggio è accaduto sul 508 e l'anziano, che non ricordava più il proprio indirizzo, viene preso in consegna dai carabinieri. Il 22 aprile un passeggero «confessa» all'uomo al volante dello 055 che si è perso, e riceve aiuto. Il 24 febbraio, al capolinea di Ponte di Nona, finisce fra le braccia dei militari dell'Arma un altro passeggero in evidente stato confusionale.

Stesso discorso il 22 febbraio al capolinea di piazzale Stazione del Lido, a Ostia. Mentre il 28 gennaio l'autista del 791 viene avvicinato da una donna che non riecse a capire dove si trova e, naturalmente, neanche dove abita. E gli «straordinari» degli autisti Atac non si limitano a questo. Il 14 agosto uno di loro è intervenuto sulla linea H dopo che un uomo era stato borseggiato a bordo, ha chiamato i carabinieri e ha fatto arrestare il «manolesta». Il 2 luglio, invece, quello del 446 si è accorto che sul bus c'era un minorenne solo e, malgrado avesse terminato il turno di lavoro, ha allertato le forze dell'ordine e ha atteso che prendessero in consegna il ragazzino. E così via. Fino a ieri, quando, poco dopo mezzogiorno, in via Battistini il conducente del 916 ha dovuto fermare l'automezzo perché c'era un polacco ubriaco che molestava i passeggeri. Sul posto sono intervenuti gli agenti di una «volante». Lo straniero è stato identificato, segnalato e fatto allontanare. E il piccolo eroe al volante del mastodonte su ruote è ripartito. In attesa della prossima occasione per dimostrare che, anche nella metropoli «cinica e indifferente», il senso civico esiste ancora. Almeno sul bus.


Maurizio Gallo
17/08/2011




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La Sicilia battezza la decima Provincia

Il Tempo

Nonostante la manovra del governo, via alla proposta del parlamento regio

 

La Sicilia s'avvia a partorire la decima Provincia. Il disegno di legge è il numero 611 («Istituzione della provincia regionale di Gela») ed entro l'anno dovrebbe approdare nell'aula del parlamento siciliano. Attualmente è da settembre sul tavolo della competente commissione. E tutto ciò mentre Roma, con il varo dell'ultima manovra finanziaria, tenta di riaccreditarsi verso l'opinione pubblica sforzandosi di abbattere i costi della politica, depennando, tra l'altro, proprio 29 Province.

A rendere l'iniziativa siciliana ancor più pirandelliana è che la città di Gela, pilastro portante dell'eventuale futuro ente, attualmente fa parte della Provincia di Caltanissetta che con quella di Enna sono sotto la scure della manovra. Per non parlare di altri territori siciliani come quelli di Caltagirone e dei Nebrodi, pronti a dar vita ad ulteriori due province. «È urgente creare un tavolo per l'assetto istituzionale degli enti anche con la Regione siciliana, divenuta ipertrofica», afferma il presidente nazionale dell'Unione province italiane, Giuseppe Castiglione. In altri termini, per Castiglione, occorre sapere «chi fa che cosa, accorpando e razionalizzando i costi della politica».

Insomma, si va verso una babele normativa se si pensa che addirittura lo Statuto della Regione siciliana, che ricordiamo è legge costituzionale, sin dal suo varo (1946) non prevede le Province (oggi le attuali nove costano oltre 900 milioni) ma che «l'ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi Consorzi comunali». Tuttavia, dal 1946 al 1986, attraverso una serie di norme e di proroghe, le Province siciliane sono state tenute in vita in modo «provvisorio», se così possiamo dire, fino a quando, proprio nel 1986, il parlamento siciliano le ha istituzionalizzate attraverso il varo di un'apposita legge. Torniamo al ddl sulla Provincia di Gela.

Tutta nasce da un'iniziativa popolare che ha prodotto circa 20 mila firme che hanno consentito l'avvio dell'iter legislativo. L'eventuale futura Provincia dovrebbe essere composta dai comuni di Gela, Licata, Niscemi, Piazza Armerina, Mazzarino e Butera. Altri Comuni, tuttavia, potrebbero chiedere successivamente l'inserimento nel nuovo ente. «In un periodo in cui si ci confronta per abbattere i costi della politica - afferma il presidente del parlamento siciliano, Francesco Cascio - mettere mano a un provvedimento che dà vita a una decima provincia in Sicilia è quanto meno il momento meno adatto». In ogni caso, il presidente del parlamento siciliano precisa che «attualmente il disegno di legge è in commissione Affari istituzionali, poi si vedrà».

Ricordiamo anche che il decreto sulla manovra del governo nazionale propone, tra le altre cose in materia di costi della politica, la riduzione in Sicilia dei parlamentari regionali da 90 a 50. Materia per la quale è già intervenuto lo stesso parlamento siciliano lo scorso febbraio, bocciando in sede di commissione un proprio disegno di legge che riduceva i deputati regionali dagli attuali 90 a 70. Va detto, infine, che sia sull'ordinamento degli enti locali sia sul numero dei deputati assegnati al parlamento regionale, le norme dello Statuto siciliano concedono competenza esclusiva in materia. Il che vuol dire che riduzione di Province e di rappresentanza parlamentare può essere modificata solo con una legge costituzionale. Ma questa è un'altra storia.


Gaetano Mineo
17/08/2011




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Beffa della casta. Itagli? Finti guadagni previsti pari a zero.

Libero




Nuove tasse chieste a persone fisiche e giuridiche in Italia: 12,8 miliardi. Tagli previsti ai costi della politica: zero. È  una vera sorpresa quella che viene dalla relazione tecnica (leggi le indiscrezioni filtrate martedì) al decretone di agosto per mettere in sicurezza i conti pubblici italiani. Perché quando c’è da mettere mano al portafoglio e da mettere nero su bianco le cifre di nuove entrate o di minori spese, gli unici che valgono davvero sono in cittadini.

Per mettere le mani nelle loro tasche si è perfino violentato quello Statuto del contribuente che sembrava la Bibbia del centro destra: non si possono cambiare le regole del fisco quando la partita  è ancora in gioco, questa volta lo si è fatto addirittura tornando indietro al primo minuto. Il contributo di solidarietà sui redditi complessivi (stipendio e rendite varie) sopra i 90 mila (5%) e sopra i 150 mila (10%) euro scatta ora retroattivo al 1 gennaio 2011. E in tre anni  porterà nelle casse dello Stato 3,8 miliardi di euro. Scatta invece dal primo gennaio prossimo la nuova tassazione sulle rendite finanziarie: l’aliquota sui capital gain passa dal 12,5 al 20% e dovrebbe essere compensata dalla discesa della tassa sui conti correnti dal 27 al 20%.

Solo che con la prima misura i risparmiatori pagheranno 2,1 miliardi   in più all’anno. E con la seconda risparmieranno 277 milioni. Una par condicio così è quella che sogna Silvio Berlusconi quando va in tv. Risultato finale:  nel triennio lo Stato incasserà 4,8 miliardi   in più. E sono tasse anche queste. Come tassa è quella conosciuta come Robin tax, di cui è stato allargato il perimetro e innalzata l’aliquota di 4 punti. La pagano le imprese, ma sempre tassa è: 3,6 miliardi   in più nel triennio. E ancora tasse sulle pmi  vengono dalla rivisitazione degli studi di settore: 0,6 miliardi in più entro il 2014.

Quando si tratta della casta anche i ragionieri del ministero dell’Economia si fanno assai prudenti. Non è stato messo in bilancio nemmeno un euro di risparmio. Per alcune norme (il contributo di solidarietà dei parlamentari) perché se davvero verranno applicate, saranno i bilanci di Camera e Senato a beneficiarne e non lo Stato. Per quel che riguarda la riduzione del numero di consiglieri e assessori regionali si scrive che certo ci «saranno effetti migliorativi sui saldi di finanza pubblica. I conseguenti risparmi di spesa potranno essere verificati a consuntivo e pertanto non vengono prudenzialmente quantificati». Quando si comincia ad usare tale prudenza, si sente  puzza di bruciato: il Tesoro ha messo nelle vecchie finanziarie decine di norme inattuate per ridurre i costi della politica.

Eccoci alla riduzione delle province e al dimezzamento di consiglieri e assessori. La soppressione,  scrive il Tesoro,  «determina un effetto finanziario positivo sui saldi di finanza pubblica, che, allo stato attuale, non si è in grado di quantificare». La riduzione di consiglieri e assessori? «Non si ascrivono effetti finanziari positivi sui saldi di finanza pubblica, in quanto la conseguente minore spesa per le province interessate, tenuto conto dei vincoli posti dalle regole in materia di patto di stabilità interno, determina un verosimile corrispondente incremento delle restanti spese».

Vale a dire: se tagliano, poi si giocano i risparmi spendendo in altro. Magnifica prospettiva, potrebbe essere data anche a noi contribuenti comuni. Stessa musica per il taglio dei comuni più piccoli: «Determina un effetto finanziario positivo sui saldi di finanza pubblica, che, allo stato attuale, non si è in grado di quantificare». Nessun risparmio indicato nemmeno per la norma che impedisce agli onorevoli di volare in business class. E si capisce: possono volare solo Alitalia, e il 95% dei loro voli è su tratte nazionali, dove non esiste la business: una beffa. Meno beffa è il fisco futuro: il decreto modifica l’Ipt, l’imposta provinciale di trascrizione, e assicura che ci saranno nuove entrate. Come alza i tetti delle addizionali Irpef comunali e regionali, e arriveranno altre tasse non quantificate perché non le metterà il governo centrale.


di Franco Bechis
17/08/2011




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Disgusto in volo, Depardieu urina nel corridoio dell'aereo: «Era ubriaco»

Il Mattino


PARIGI - L'attore francese Gerard Depardieu, 62 anni, ha fatto pipì fuori del bagno nel corridoio di un aereo della compagnia CityJet, filiale di Air France-KLM, in volo ieri tra Parigi e Dublino. La notizia - che si è appresa oggi - è stata confermata alla France Presse da un portavoce della compagnia francese : «Depardieu ha effettivamente urinato nell'aereo».


Secondo la radio privata Europe 1, che ha rivelato il fatto, l'attore, colto da un bisogno irresistibile, ha fatto pipì davanti ai passeggeri durante la fase di decollo e dopo che una hostess gli aveva chiesto di attendere per andare al bagno. «Voglio pisciare, voglio pisciare», avrebbe dichiarato l'attore secondo un passeggero intervistato dalla radio. Depardieu - che secondo i racconti era in stato di ebbrezza - si è alzato dal suo posto mentre tutti gli altri passeggeri erano seduti allacciati dalle cinture.

L'hostess gli ha fatto notare che doveva aspettare un quarto d'ora, ma lui ha risposto che non poteva attendere: «A quel punto si è alzato e l'ha fatta per terra». L'aereo è dovuto rientrare a Parigi per le pulizie del caso, ma la compagnia non ha dato notizie sui passi che intende intraprendere nella vicenda.

Mercoledì 17 Agosto 2011 - 14:57    Ultimo aggiornamento: 15:38




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Il pubblico ufficiale dice sempre il vero. Fino a querela di falso

La Stampa


L’accertamento, eseguito da pubblici ufficiali e messo a verbale, è assistito da fede privilegiata superabile solo con la querela di falso. Così ha stabilito la Cassazione (sentenza 8713/11).

Il Caso

La ricorrente aveva ricevuto due verbali nei quali si contestava la violazione del codice della strada avente ad oggetto la medesima infrazione rilevata nella stessa località a distanza di 10 minuti l’una dall’altra: impugnava la sentenza del Giudice di pace che aveva rigettato la domanda di revocazione da essa proposta avverso la sentenza del medesimo organo giudicante.

Essendo il verbale opposto un atto pubblico (ex art. 2700 c.c.), per ottenerne l’annullamento, era necessario formulare il procedimento di querela di falso innanzi al giudice competente (ex art. 221 c.p.c.). Nello specifico veniva evidenziato che il verbale opposto risultava diverso nel numero e nell’orario da quello indicato nel ricorso per il quale era stata proposta opposizioni innanzi al Prefetto di Napoli.

Viene proposto il ricorso per revocazione. La difesa sosteneva che il Giudice di pace era incorso in errore percettivo nell'escludere l'identità dei verbali opposti. Il ricorso per revocazione, a sua volta, veniva rigettato in quanto non si riteneva che il primo giudice fosse incorso in errore o in una “svista”. In più veniva sottolineato che il verbale opposto era diverso da quello indicato nel ricorso (numero ed orario) e che lo stesso non era stato elevato da ausiliari del traffico ma dai vigili urbani.

La ricorrente sostiene che i due verbali presenterebbero, quanto all'orario, una insanabile contraddittorietà, tale da precludere ad entrambi i verbali di acquisire efficacia probatoria privilegiata e in più dovrebbe ritenersi verificata la decadenza della pretesa sanzionatoria dell'amministrazione.
La Cassazione rileva che l'attestazione circa l'ora dell'infrazione rilevata è un accertamento assistito da fede privilegiata superabile solo con la querela di falso.

Quest’ultima è diretta a verificare la correttezza dell'operato del pubblico ufficiale, la proposizione e l'esame di ogni questione concernente l'alterazione nel verbale, pur se involontaria o dovuta a cause accidentali, della realtà degli accadimenti e dell'effettivo svolgersi dei fatti. La non veridicità delle circostanze attestate nel verbale, quindi, può essere dimostrata unicamente attraverso il giudizio di querela di falso: per questo la Cassazione rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese di giudizio di legittimità.





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Addio a Castiglioni, genio delle moto

Corriere della sera

Con la sua Cagiva prima e con la Ducati e la MV Agusta poi inventò motociclette straordinarie, dalla 916 alla F4



Claudio Castiglioni
MILANO - Ducati 916 e Monster, MV Agusta Brutale ed F4: non sono moto qualsiasi quelle che hanno consentito a Claudio Castiglioni, l’imprenditore spentosi a 64 anni nell’Ospedale di Varese, ( funerali si svolgeranno venerdì 19 agosto alle ore 14.00 presso la chiesa della Brunella in via Crispi a Varese) di vivere da protagonista nel motociclismo internazionale. Sono creazioni tecnologiche innovative, per le quali tirare in ballo il genio è tutt’altro che esagerato, e che hanno scritto la storia delle due ruote sia sul versante della produzione stradale sia in quello delle corse.

LA CARRIERA
- Il padre Giovanni possedeva un laboratorio di carpenteria metallica che iniziò l’attività nel 1950, ma fu nel 1978 che la passione di Claudio trasformò passo dopo passo la Cagiva (nome nato dalla fusione delle iniziali di CAstiglioni GIovanni VArese) in azienda motociclistica. A partire dalla partecipazione nel Motomondiale con la GP 500 guidata dai piloti Gianfranco Bonera e Marco Lucchinelli, fino all’acquisizione di alcuni stabilimenti a Varese appartenuti ad Harley-Davidson. Grazie allo sport, dalle piste del Mondiale a quelle sabbiose della Dakar, e alla produzione di serie, prima con le piccole poi con le alte cilindrate, Claudio matura un’esperienza che gli consente di rilevare la Ducati nel 1985. In seguito nascono i modelli ancora oggi simbolo della Casa di Borgo Panigale, la Monster e la 916. La prima ha inventato il segmento delle naked, letteralmente moto «nude», cioè essenziali e senza carenatura; la seconda è fra le moto sportive più amate e titolare nel Superbike. Nel 1987 Castiglioni acquista anche Husqvarna, ceduta nel ‘97 a BMW Motorrad dopo averla portata alla vittoria nel cross e nell’enduro.

Le creazioni di Castiglioni


Infine, nel ‘91, fa sua la MV Agusta, storica azienda italiana attiva nell’aviazione e dedicatasi anche al motociclismo a partire dal ‘45. È in MV Agusta che Claudio Castiglioni concentra i propri sforzi dal 1997, dopo aver venduto la Ducati agli americani di Texas Pacific Group. In quegli anni concepisce la F4, una sportiva nata con un motore a 4 cilindri da 750 cc e giunta ora a 998 cc e 201 cavalli dichiarati nella versione «RR», sebbene il massimo delle prestazioni lo si ritrovi nella F4 1078 312 RR, dove quel «312» indica la velocità massima raggiungibile. Ma a Varese Castiglioni innova di nuovo il segmento naked con la sua Brutale. Con la sportiva, la F4, viene negli anni perfezionata l’efficacia in pista mentre nella «scarenata», la Brutale, è esaltata la perfezione stilistica. Creare motociclette differenti da quelle giapponesi: era l’obiettivo, il sogno, di Claudio Castiglioni. Ogni appassionato di due ruote sa che questo traguardo è stato raggiunto.



Stefano Marzola
17 agosto 2011



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Lui, lei e il sì per sfidare il cancro

Corriere della sera

Anna Lisa, 32 anni, è malata di tumore ed è ricoverata all'hospice di cure palliative. Il giorno di Ferragosto si è sposata con Andrea, cerimonia in ospedale



LIVORNO - Perché non credere ai miracoli? A volte accadono davvero. Si dice che nell’amore ci sia una forza misteriosa, una leva invisibile capace di sollevare il mondo. Da lunedì il mondo di Anna Lisa e Andrea vola altissimo. Si sono sposati nella chiesa dell’ospedale e hanno trascorso la prima notte di nozze in una stanza dell’hospice per le cure palliative. «Medici e infermieri ci hanno fatto trovare i letti uniti. Che commozione! Qui c’è gente straordinaria», sorride Anna Lisa Russo, 33 anni da Montecatini, un cancro che la sta divorando.

«Non c’è cura per il mio male, non ci sono medicine. Vivo alla giornata», ha scritto nel suo blog. «Vuoi tu Anna Lisa prendere come tuo sposo Andrea Atzeri….». Quando è arrivato il sì, poco dopo le 17 del giorno di Ferragosto, i 180 invitati hanno applaudito. Non è stato un gesto qualsiasi ma qualcosa di inspiegabile, un impulso, forte e spontaneo, una pulsione irrefrenabile. Sorrisi e lacrime di commozione, preghiere religiose e laiche, raccoglimento e tifo da stadio allo stesso tempo. «Forza Anna Lisa, forza Andrea, ce la potete fare. Dovete farcela».

I due sposi si sono conosciuti tre anni fa. In un locale di Montecatini. Un colpo di fulmine, uno di quegli amori così fulminei e devastanti da essere indissolubili. «Era il giugno del 2008 - ricorda Anna Lisa -. Cinque mesi dopo ho saputo di avere un cancro e di non avere un futuro. Un fidanzato qualunque mi avrebbe lasciato. Andrea ha raddoppiato il suo amore». Lui, un bel ragazzo di 34 anni di Fucecchio, caporeparto in un’azienda toscana, l’ha seguita ovunque in quella intricata via crucis che può diventare una malattia così grave e complicata. «E ogni volta l’amore raddoppiava», racconta lui, come se il sentimento più antico e sublime, possa diventare una regola matematica e trasformarsi in un improbabile algoritmo a progressione geometrica.

«Io mi facevo curare e lui era lì a consolarmi, a darmi una speranza - racconta la sposa -. Così come nei momenti peggiori, quando magari avevo in mente Alessandro, il mio fratellino». A volte le oscurità non arrivano da sole. Nel 2000 Alessandro aveva 19 anni e una mattina era andato al lavoro, senza più tornare. «Una morte bianca come dicono le statistiche - continua Anna Lisa -. Una staffilata al cuore per tutta la famiglia, per gli amici, per chi lo aveva conosciuto. Io avevo tre anni più di lui, ero la sua sorella maggiore alla quale raccontare cose, confidenze».

La decisione di sposarsi, dopo tre anni di fidanzamento, è arrivata quasi all’improvviso durante la notte delle stelle: San Lorenzo. Anna Lisa è sempre ricoverata nell’hospice livornese, si muove spesso sulla sedia a rotelle, si sottopone alla terapia antidolore. Andrea è sempre lì. «Mi vuoi sposare?», gli dice a un tratto con la forza di una semplicità e una naturalezza che disarma. «Io mi sono messa a piangere - ricorda Anna Lisa -. L’ho stretto forte, gli ho detto di sì. La data non è stata causale. Il 15 agosto è il compleanno di mio fratello, è la festa della Madonna, e noi siamo molto credenti, e poi è incancellabile. Sarà sempre festa e dunque sarà indelebile, immortale.

Ero certa che quel giorno avrei avuto una gioia immensa. Quella reale è stata più grande delle aspettative». Durante la cerimonia nuziale, che Qui Livorno ha pubblicato sul web con un video, anche il prete ha parlato di miracoli: «Oggi non possiamo essere tristi, oggi è un giorno di felicità, e la felicità è entrata in questo ospedale. Il miracolo non è così lontano da noi: è qui, è un miracolo d'amore di cui Anna Lisa e Andrea sono protagonisti. Anche i deserti fioriscono». Torta di tre piani, riso lanciato fuori dalla chiesa, un ricevimento nei giardini dell’ospedale così semplicemente gioioso da far invidia a un matrimonio vip. Poi la luna di miele in reparto. «Andrea starà con me qualche giorno. Poi tornerà mia mamma che mi assiste. Io purtroppo non sono autosufficiente».

Chi si sposa guarda al futuro, pensa ai progetti. «A noi non ci è consentito - sorride Anna Lisa - Però si può sognare. Sogno un lavoro come avevo prima che mi ammalassi, una famiglia, una casa con il mio amore, figli, fare la moglie. Poi mi sveglio e penso di non sapere neppure quanto tempo mi sia concesso, se uscirò mai viva da qui. Ma torno subito allegra. Perché anche così ci si può godere la vita insieme ad Andrea. Da malata felice, contenta e pure tanto viziata». Anna Lisa e Andrea amano il poeta portoghese Fernando Pessoa. Che scriveva: «Valse la pena? Se l’anima è grande Tutto quel che si fa vale la pena». Chi ha conosciuto questa coppia racconta di non aver incontrato anima più grande, unica e indissolubile, unita da un amore senza tempo e senza fine.


Marco Gasperetti
17 agosto 2011



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Assenti ascrifici (chi più, chi meno) per tutti. Ma perchè la chiesa non fà la sua parte?

Libero


Chi più e chi meno (ripeto e scandisco: chi-più-e-chi-meno) c’è un intero popolo che è invitato a forti sacrifici economici da spalmare su ogni possibile categoria sociale: e se a pagare il contributo di solidarietà saranno davvero anche i calciatori - come dovrebbe essere ovvio - allora è segno che il muro del sacro è stato sfondato davvero. Ergo, a proposito di intoccabili, non si capisce perché la Chiesa non dovrebbe fare la propria parte: fruisce di agevolazioni fiscali per miliardi (tutti soldi nostri, credenti o meno) e lo fa con furberie che a tratti profumano di raggiro: basta infilare una cappellina, un altarino, una statuetta o un mezzo padrepio in un angoletto di grandi alberghi, ristoranti, cinema, cliniche, scuole, impianti sportivi e interi palazzi con appartamenti in affitto (tutto di proprietà della Chiesa, che è leader nazionale con 100mila fabbricati) ed ecco che un immobile viene definito «adibito a culto» e viene perciò completamente esentato dal pagamento dell’Ici, senza contare altre agevolazioni. Le tasse non pagate, secondo una stima europea, ammontano ad almeno 4 miliardi di euro: corrispondono proprio, toh guarda, all’intero contributo di solidarietà che gli italiani saranno chiamati a pagare nei prossimi tre anni. Berlusconi ha detto: «Siamo aperti alle nuove idee che siano migliorative dei provvedimenti adottati». Ecco fatto.
17/08/2011




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Sfreccia sulla cabrio in autostrada con una bara al posto del passeggero

Il Messaggero

ROMA - Un signore distinto alla guida di un'auto, con a fianco una bara, lungo l'autostrada A4: queste le segnalazioni su cui sta facendo accertamenti la polizia stradale di Vicenza, il cui comando ha allertato anche i colleghi di Padova e Venezia, che stanno svolgendo le indagini.



Forse una scommessa persa con qualche amico, la voglia di essere protagonisti a tutti i costi o una trovata pubblicitaria sotto il sole: queste le ipotesi emerse fin qui. Diversi gli automobilisti che negli ultimi giorni hanno visto spostarsi, sull'autostrada A4 Serenissima, una Mercedes cabrio color nero, guidata da un signore distinto, con i capelli brizzolati, con a fianco una bara in legno, sistemata in qualche modo al posto del passeggero anteriore.

La scena, immortalata da una coppia che si stava recando in vacanza e poi finita in rete, è stata segnalata anche da altri viaggiatori. Quello che è certo è che non si è trattato di un solo tragitto: la Mercedes con la cassa da morto, in parte sporgente, è stata immortalata con un telefonino nei pressi dell'uscita del casello di Vicenza ovest in direzione Milano, dove era nella corsia lenta ed è stata superata da diverse auto, e poi ferma in un un'area di servizio, nel tratto vicentino, in direzione Venezia.

Martedì 16 Agosto 2011 - 21:34    Ultimo aggiornamento: 21:50




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Londra, istigavano alla rivolta su Facebook: condannati a 4 anni

La Stampa

Condanna esemplare per due ventenni, ma scoppia la polemica in Gran Bretagna: «Sentenza sproporzionata»


Due giovani che avevano istigato alla rivolta su Facebook durante i disordini della scorsa settimana a Londra e in altre città inglesi sono stati condannati oggi a quattro anni di carcere ciascuno. Jordan Blackshaw, 20 anni, sul social network aveva creato un evento intitolato "Distruggere la città di Northwich" (nord-ovest dell’Inghilterra). Perry Sutcliffe-Keenan, 22 anni, aveva a sua volta esortato alla rivolta nel suo quartiere a Warrington, nell’Inghilterra nord-occidentale, apprendo una pagina Facebook chiamata "Organizziamo un tumulto". I due sono stati processati dal tribunale di Chester, nel nord-ovest dell’Inghilterra. Il procuratore ha spiegato alla corte che gli imputati avevano «utilizzato Facebook per orchestrare le violenze». I loro profili, ha aggiunto, sono stati bloccati subito dalla polizia ma i loro appelli avevano comunque provocato un’ondata di panico.

La sentenza sta scatenando un acceso dibattito in Gran Bretagna tra i fautori della linea dura - appoggiati dal governo Cameron - e gli attivisti per i diritti civili, che parlano senza mezzi termini di «sentenza sproporzionata». Mentre il Segretario di Stato delle comunità locali Eric Pickles ritiene che chi incita alla violenza non possa cavarsela «con un semplice rimprovero», il deputato dei Liberal Democratici Tom Brake sottolinea: «Se avessero commesso lo stesso reato prima di questi scontri certamente non avrebbero subito una condanna così dura. Non si tratta di una sentenza rieducativa - conclude - ma di una decisione punitiva». Ancora più severo il giudizio di Sally Ireland, direttrice del gruppo per i diritti umani "Justice": «Diverse sentenze sono esagerate, e non rispettano i principi chiave del sistema giudiziario. Ci sarà una raffica di ricorsi in appello, ma intanto questi ragazzi resteranno in carcere..».



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Il marito va in pensione: assegno ridotto per la ex

La Stampa

Assegno ridotto se l’ex marito va in pensione: egli vede così dimezzare i suoi redditi. A stabilirlo è la Cassazione (sentenza 8754/11) accogliendo il ricorso di un pensionato, obbligato a corrispondere l’assegno di divorzio alla ex moglie, che nel frattempo si era rifatta una vita.

Il caso

Il Tribunale accoglie il ricorso proposto da un pensionato, che chiede la revoca o la riduzione dell'assegno divorzile posto a suo carico, stabilendo la cessazione della somministrazione in favore della ex moglie. Quest’ultima, però, impugna la decisione di primo grado e la Corte d’appello dichiara che l'uomo deve ancora dare l'assegno divorzile. Il pensionato ricorre in Cassazione, sostiene che la Corte d'Appello ha sbagliato nel ritenere irrilevante ai fini della soppressione o, quanto meno, della riduzione dell'entità dell'assegno divorzile, la diminuzione notevole, dal dicembre 2003, dei suoi guadagni mensili, sostanzialmente dimezzati a causa del suo collocamento in pensione.
Il giudice ha motivato la sua decisione in ragione dei cespiti immobiliari di cui l'uomo risulta titolare, senza tra l’altro considerare che il suo patrimonio immobiliare è immutato rispetto a quello di cui era titolare all'epoca della separazione, dal momento che successivamente è divenuto solo comproprietario pro indiviso, per quota pari al 50% di due terreni agricoli aventi un assai modesto reddito.

La Corte di Cassazione accogliendo il ricorso del pensionato, afferma: il decreto impugnato, pur avendo accertato la consistente riduzione degli introiti mensili dell’uomo, correlata al suo pensionamento, doveva comunque attribuire valore a tale circostanza, capace di incidere sulla revisione dell'assegno divorzile, chiesta ai fini estintivi o riduttivi di tale apporto, e ciò in considerazione del rapporto tra le condizioni di ciascuna delle due parti; così come avrebbe dovuto chiarire, tramite l'indicazione specifica degli elementi a sostegno della decisione, perché il divario ritenuto esistente in danno della ex al tempo del divorzio dovesse rimanere insensibile anche all'intervenuto mutamento peggiorativo della condizione economica dell'obbligato. 
In questo modo il decreto impugnato finisce per discostarsi dal principio secondo cui in tema di revisione dell'assegno di divorzio, la sopravvenuta diminuzione dei redditi da lavoro dell'obbligato è suscettibile di assumere rilievo, quale possibile giustificato motivo di riduzione o soppressione dell'assegno nel quadro di una rinnovata valutazione comparativa della situazione economica delle parti.



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Con Cossiga sarebbe andata così

Il Tempo

Il ricordo del picconatore a un anno dalla scomparsa. Per questa manovra avrebbe tirato le orecchie a Berlusconi. Poi avrebbe votato sì.


Nel primo anniversario della sua morte mi chiedo come Francesco Cossiga avrebbe reagito, di quali e quanto ruvidi giudizi sarebbe stato capace, di quali e quanto sarcastici consigli o moniti avrebbe sommerso l'amico Silvio Berlusconi in questo che ha tutto il sapore amaro di uno sfortunato epilogo della sua lunga avventura politica. Che non mi sembra francamente destinata, dopo il varo delle due manovre finanziarie di questa dannata estate, a superare l'ormai declinante legislatura, per quanto il Cavaliere non abbia escluso la "necessità" di ricandidarsi anche per la prossima.

Mi chiedo ancora come avrebbe votato l'ex presidente della Repubblica nella conversione del decreto legge di imminente esame al Senato. Probabilmente a favore, magari turandosi il naso, anche senza le profonde modifiche auspicate da tante parti, di opposizione e di maggioranza, e per spirito semplicemente patriottico. Aggettivo, quest'ultimo, che in vita non gli aveva mai dato fastidio, senza bisogno di attenderne la rivalutazione con il ripristino da parte del suo secondo successore al Quirinale, Carlo Azeglio Ciampi, delle parate militari sacrificate fra una genuflessione e l'altra da Oscar Luigi Scalfaro per malinteso senso di austerità.

Peggio di questa pur perversa manovra fiscale, che scambia per "ricco" il ceto medio e lo spenna come un tacchino senza riuscire peraltro a migliorare di un centesimo di euro le condizioni dei poveri, quelli veri, non quelli finti che viaggiano in Porsche, come scrive Mario Sechi, e dichiarano redditi da esonero fiscale; peggio, dicevo, di questa pur perversa manovra fiscale sarebbe una sua bocciatura, o solo un suo ritardo nelle secche parlamentari. Si aprirerebbero in tal caso altre praterie agli speculatori nei sempre più voraci mercati finanziari. Per non parlare delle complicazioni che deriverebbero nei rapporti con la Banca Centrale e, più in generale, con l'Unione Europea.

Alle cui indicazioni o prescrizioni, peraltro, a causa soprattutto delle forti e minacciose resistenze opposte dalla Lega, il governo non si è attenuto del tutto, continuando per esempio a tollerare e finanziare quel lusso sempre più insopportabile e oneroso delle pensioni di anzianità, come si chiamano con penoso eufemismo le pensioni premature. Che vengono erogate e percepite ben prima dell'età media adottata in altri paesi europei dove non governano degli aguzzini, come mostrano di credere i sindacati italiani e i partiti che se ne fanno dettare la linea, ma persone e forze politiche semplicemente più assennate e responsabili.

Dell'assai bizzarro e oneroso sistema pensionistico italiano Cossiga era ben consapevole per essersene seriamente occupato e preoccupato già quando era presidente della Repubblica, facendosene spiegare i perversi meccanismi dagli allora ministri del Tesoro Giuliano Amato e Guido Carli. Grande fu pertanto la sua soddisfazione di senatore durante la legislatura 2001-2006, quando l'allora ministro leghista del Lavoro Roberto Maroni non si lasciò intimidire dalle proteste sindacali e fissò il famoso "scalone" per ritardare le pensioni premature, con ciò correggendo coraggiosamente anche la linea adottata nel 1994 dal suo partito.

Che aveva avviato lo sganciamento dal primo governo di Silvio Berlusconi, provocandone infine la caduta a meno di nove mesi dalla nascita, con una dura contestazione della riforma pensionistica messa in cantiere dall'allora ministro del Tesoro Lamberto Dini. Era stata, quella, una delle imprese che avevano procurato alla Lega da parte di un compiaciuto Massimo D'Alema, allora segretario del Pds-ex Pci, la definizione di "costola della sinistra". Sono passati da allora diciassette anni e la Lega è tornata la stessa, dimenticando anche i 10 miliardi di euro - dico dieci - costati al bilancio dello Stato, e quindi al debito pubblico, la decisione imposta dalla sinistra massimalista all'ultimo governo Prodi di sostituire lo "scalone" di Maroni con dispendiosissimi "scalini".

Cossiga questa storia alla Lega non gliela avrebbe sicuramente perdonata, per quanta indulgenza avesse spesso mostrato verso il Carroccio, avendone forse apprezzato nel lontano 1992 il solitario tentativo, organizzato in particolare da Gianfranco Miglio, di rieleggerlo presidente della Repubblica. Cosa alla quale egli segretamente, ma non troppo, teneva moltissimo sia perché a 64 anni neppure compiuti non si sentiva ancora pensionabile sia perché, con un corposo messaggio inviato l'anno prima alle Camere, si era praticamente proposto come garante di una grande riforma costituzionale.

Alla cui approvazione - aveva spiegato ai politici con i quali si sentiva più in confidenza - egli si sarebbe dimesso da capo dello Stato per consentire l'immediata elezione del successore con il nuovo, prevedibile, da lui auspicato metodo diretto, da parte dei cittadini. Mi chiedo infine se da presidente della Repubblica anche Cossiga, come Giorgio Napolitano in questa rovente estate politica, avrebbe aiutato il governo Berlusconi a varare una doppia e pesante manovra finanziaria senza condividerne tutti gli aspetti. Penso di sì. Così diverse per radici politiche e per carattere, le figure dei due presidenti risultano in realtà molto uguali.

All'uno e all'altro è toccato, per diaboliche circostanze e forte senso istituzionale, il compito di difendere i governi dalle turbolenze dei propri partiti di origine o di riferimento. Al democristiano Cossiga toccò farlo per due anni, dal 1985 al 1987, con l'amico Bettino Craxi, proteggendolo dagli sgambetti e dalle insofferenze dell'alleato Ciriaco De Mita, allora segretario della Dc. Al post-comunista Napolitano è toccato farlo con Berlusconi, proteggendolo in qualche modo dagli assalti all'arma bianca dei suoi ex compagni di partito e di certa magistratura. Anche se il Cavaliere, a dire il vero, non sempre ha mostrato di rendersene ben conto, prendendosela per esempio anche con il Colle per la bocciatura del suo scudo processuale - chiamato lodo Alfano - da parte della dirimpettaia Corte Costituzionale. La cui sentenza, in realtà, più ancora di Palazzo Chigi aveva disatteso il Quirinale, dove la legge era stata promulgata con rapida ed esplicita motivazione, fra le proteste delle opposizioni più scalmanate.


Francesco Damato
17/08/2011




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Paese ciociaro vuol diventare un Principato

Il Tempo

La trovata dei cittadini di Filettino per evitare l’accorpamento tra Comuni.


Sono pronti a formare un «principato» e a dichiarare guerra al governo. Sono i 554 residenti di Filettino, un paesino in provincia di Frosinone, famoso per una stazione sciistica, Campo Staffi, molto amata dai laziali. Si oppongono alla manovra approvata dal governo che, in nome dell’austerity, ha deciso di accorpare i Comuni con meno di mille abitanti. I filettinesi non ci stanno e, per evitare di scomparire, hanno deciso di recuperare la loro seicentesca autonomia. Allora cacciarono il signore feudale, scrissero uno Statuto e formarono un governo. 


Adesso il Consiglio comunale trasformerà il paese in principato. L’atto, dal dubbio valore legale, sarà approvato presto. Di unirsi con qualche Comune vicino, probabilmente Trevi nel Lazio, non se ne parla. «Vogliamo essere autonomi, abbiamo le risorse per autofinanziarci e andare avanti da soli» spiega il vicesindaco, Fabrizio Giacomini, che fa parte di una lista civica vicina al Pdl. Ora la protesta potrebbe contagiare anche altri paesini. Nel Lazio ne scompariranno 86, più la Provincia di Rieti.


Alberto Di Majo
17/08/2011




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Insulti e sberleffi, l’autunno del Senatur

Corriere della sera

Offende il ministro Brunetta per la statura

Non argomenta più, insulta. Non formula più giudizi, offende. Bossi è il capo di un importante partito di governo, un ministro della Repubblica. Ma deride senza vergognarsene un altro ministro (ovviamente Brunetta) bollandolo come un «nano», per la statura fisica.


L'insulto di Bossi a Brunetta

Un modo di fare incivile. Come se qualcuno oltraggiasse lui, Umberto Bossi, per la difficoltà di parlare a causa della sua malattia. L’esuberanza espressiva di Bossi sta diventando un problema. Segno del declino triste di un leader centrale nella storia della Seconda Repubblica e che ha saputo interpretare genialmente in anticipo gli umori e i problemi della «questione settentrionale». Il suo modo di rapportarsi al mondo con pernacchie, gestacci e vivaci rumoreggiamenti sta tracimando, incontrollato, quasi alimentato dall’indulgenza carismatica dei suoi seguaci che vedono in questa festa del gorgoglio gestuale il segno di uno schietto spirito popolaresco.

Dare del «nano» a Brunetta, poi, è il massimo dell’ovvietà conformista, fatta propria anche dai sacerdoti del politicamente corretto i quali inorridirebbero se un loro amico e sodale venisse sbeffeggiato per un difetto fisico, ma che per odio politico si accaniscono senza ritegno sulla statura di un loro nemico. Da ieri, potenza del paradosso, i politicamente corretti ma scorretti con gli uomini molto bassi hanno un nuovo alleato: Umberto Bossi.


Il quale Bossi non sa più trattenersi. La sua è, tecnicamente, una grave forma di incontinenza lessicale e mimica. Un giudizio sul discorso di Tremonti? «Una rottura di c…oni». Un giudizio sulla proposta di Brunetta di toccare le pensioni? Ancora una volta, con turpiloquio compulsivo da scuola media inferiore: «Non rompesse i c…oni».

Formigoni ha da dire qualcosa sul federalismo fiscale? Risposta di Bossi: una pernacchia. Anzi, un abbozzo di pernacchia, niente a che fare con la rotonda sonorità, l’artistico risuonar di Totò o Eduardo. E poi i movimenti, patetici, lontana e pallida eco di una stagione oramai perduta. Quasi sempre le dichiarazioni di Bossi, già di impervia decifrazione da parte dei cronisti che fanno fatica a star dietro alla coerenza logica delle cose dette dal leader della Lega, terminano con un roteare tremebondo e malfermo dell’avambraccio destro appoggiato sulla mano, ricordo spento di una stagione, quella del celodurismo, in cui quel gesto voleva esprimere vigore, machismo, potenza.

Ora quella potenza, politicamente, si è appannata. E il linguaggio sfrenato di Bossi aumenta tanto quanto tende a diminuire un consenso elettorale che al Nord sembrava plebiscitario e che ultimamente invece si è inaridito. La leadership carismatica del capo sembra sfibrata. La fronda interna si è imbaldanzita. La crisi economica costringe un partito nato sugli umori della rivolta fiscale ad assecondare la mortificazione del ceto medio, del popolo delle partite Iva, delle piccole imprese tramortite dalla tempesta dell’economia.

E Bossi tenta di far risplendere il suo carisma con il linguaggio preverbale delle pernacchie e dei «tie’» esibiti contro un mondo che non capisce più cosa voglia la Lega, cosa si nasconda dietro i gorgoglii indecifrabili di un capo che persino nel Carroccio stentano a riconoscer come vero capo.


È un dramma umano e politico. Che sta diventando però oramai motivo di serio imbarazzo politico e istituzionale. C’è un codice non scritto, ma che dovrebbe essere accolto come decalogo ovvio, che impedisce a un ministro di abbandonarsi a rumori molesti, di apostrofare i suoi colleghi con epiteti gratuitamente oltraggiosi e di rivolgersi al mondo esclusivamente con il gesto dell’ombrello, che potrebbe essere considerato improprio, nella sua maniacale ripetitività, persino in una curva da stadio.

Ma ciò che per noi italiani, assuefatti a ogni eccesso, può essere motivo di rassegnato sorriso, nei circuiti della reputazione internazionale può essere un ulteriore, micidiale colpo alla nostra credibilità. A quell’impalpabile virtù, difficilmente quantificabile ma determinante nei rapporti internazionali, che è l’autorevolezza o il prestigio. Quindi Bossi la smetta. Tenga a bada i suoi istinti primordiali, leghi la lingua e l’avambraccio. Lo chiede l’Italia. E forse anche, se esistesse, la Padania.

Pierluigi Battista
17 agosto 2011 09:09

Zecca clandestina in piazza Garibaldi «Monete da un euro perfette»

Il Mattino

NAPOLI - Scoperta a Napoli una zecca clandestina specializzata nella produzione di monete false da un euro. Blitz dei militari della Guardia di Finanza, all'interno di un anonimo edificio adibito a locale commerciale, a ridosso della centralissima piazza Garibaldi : sequestrate 107 monete da 1 euro, perfettamente riprodotte e pronte per essere immesse nel circuito economico nazionale ed estero.



All'interno del laboratorio è stato inoltre recuperato ulteriore materiale semilavorato, sufficiente a riprodurre ulteriori 10.000 monete. Secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza, le monete erano decisamente perfette. Avanzati tecnologicamente i macchinari adoperati all'interno della zecca clandestina, grazie ai quali i falsari in un solo giorno erano in grado di riprodurre un ingente numero di monete false e dove erano riusciti a riprodurre con fedeltà non solo il conio delle due facciate, ma anche la rigatura laterale delle monete, nonchè l'impronta magnetica delle stesse.

Oltre alle monete false, sono stati rinvenuti e sottoposti a sequestro una sofisticata pressa oleodinamica, un punzone in grado anche di riprodurre anche la rigatura laterale delle monete, oltre 23.000 componenti metallici in ottone e ferro-nichel idonei a realizzare, rispettivamente, sia la parte esterna che quella interna delle monete da 1 euro.

Al termine dell'operazione, il locatario dell'opificio clandestino, un trentenne con precedenti penali, è stato denunciato. Le indagini sono in corso al fine di individuare i restanti componenti dell'organizzazione criminale.



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Orrore in Messico, i narcos uccidono un uomo e ne spargono i pezzi per tutta Acapulco

Quotidiano.net

Tutto e’ cominciato con una chiamata in commissariato che ha segnalato la presenza di “una testa umana abbandonata” in una strada affollata. A poca distanza gli agenti hanno poi trovato un torace in una borsa




Acapulco, 17 agosto 2011


Non conosce limite alla crudelta’ la guerra tra bande rivali di trafficanti in Messico.

Ad Acapulco un uomo e’ stato mutilato e la polizia ha trovato pezzi del cadavere in diversi punti della citta’ turistica sul Pacifico. Tutto e’ cominciato con una chiamata in commissariato che ha segnalato la presenza di “una testa umana abbandonata” in una strada affollata.

A poca distanza gli agenti hanno poi trovato un torace in una borsa, mentre piu’ tardi le gambe e i piedi della vittima sono stati trovati appesi ad un ponte in pieno centro. Infine, appese ad un altro ponte, a nord del centro, la polizia ha ritrovato le mani dell’uomo.




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Gli ex partigiani attaccano "Accorpare le festività? Non toccate il 25 aprile"

di


Levata di scudi contro la misura che prevede di accorpare le festività infrasettimanali alla domenica. Barricate di Anpi e Fiom. La Brambilla frena. E la Curia di Napoli corre ai ripari: "San Gennaro non si tocca" 



Roma

A Genova l'assessore regionale al Turismo, Angelo Berlangieri, è preoccupato. A impensierirlo è quel codicillo inserito nella manovra varata settimana scorsa dal governo e che prevede di accorpare le festività infrasettimanali e non religiose alla domenica. Berlangieri si è detto contrario a un provvedimento che "colpisce pesantemente il turismo ligure". Non è il solo. Si tratta di una protesta bipartisan. Mentre il ministro al Turismo Michela Vittoria Brambilla sta valutando se apportare "eventuali correttivi", l'Associazione nazionale partigiani d'Italia (Anpi) si prepara già alla lotta: "Giù le mani dal 25 aprile".
E' levata di scudi. Dalla riviera romagnola a quella ligure, dai pellegrini devoti a San Gennaro ai partigiani: le festività non si toccano. Chi per un motivo, chi per un altro da tutte le regioni del Belpaese è arrivato un pesante stop al provvedimento che prevede l'accorpamento di alcune feste "non concordatarie" nella domenica più vicina oppure al lunedì. Una misura fortemente voluta dal Consiglio dei ministri e volta a favorire la produzione: nel caso in cui una festività cade, per esempio, il giovedì è ormai costume allungare fino al lunedì dopo facendo il fatidico "ponte". A risentirne sono, va da sé, le aziende che in quei giorni producono di meno. Il governo ha provato a metterci una pezza, ma ha causato la protesta delle più disparate categorie che di fare sacrifici non ci pensano nemmeno.
Il primo ad andare contro il governo è proprio l'Anpi che si batte per difendere il 25 aprile e la festa del lavoro: "Il provvedimento, guarda caso, riguarderebbe le uniche festività laiche già sopravvissute dotate di grande significato storico e di notevole valenza politica e sociale". Il sindaco di Senigallia, il pd Maurizio Mangialardi, ha già detto che disubbidirà: "E' un provvedimento ideologico che offende i valori della democrazia, del lavoro e dell’antifascismo". Rifondazione comunista ha già avviato una raccolta firme e Paolo Ferrero assicura che farà di tutto pur di "mantenere le festività soppresse".
Al fianco dell'Anpi si schiera subito anche la Fiom.

Le tute blu della Cgil sono già state allertate da Susanna Camusso. Appena arriverà l'ordine di scuderia sarà, infatti, mobilitazione generale. "Il 25 aprile - tuona il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini - è la data che ci permette di essere una democrazia, come non eravamo, e che permette anche a un governo come quello attuale di poter dire e fare quello che pensa". E ancora: "Il primo maggio e il 2 giugno dimostrano che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro, un’idea che qualcuno vuole cancellare". Secondo Landini, infatti, più che la produttività, l’abolizione delle feste "rischia di aumentare, a costo zero, l’orario di lavoro dei dipendenti".
Mentre la sinistra extra parlamentare sposta il dibattito sul piano più ideologico, l'opposizione cerca il dialogo in parlamento per valutare quali possano essere le conseguenze del provvedimento sul turismo italiano. "Come è noto stiamo studiando la manovra, vedremo se apportare eventuali correttivi", spiega la Brambilla che non esclude la possibilità che la cosiddetta norma "accorpa-ponti" possa essere modificata. Contrario anche il Terzo Polo che propone, piuttosto, un intervento sulla destagionalizzazione del turismo. Sulla norma si è mossa anche l'arcidiocesi di Napoli. San Gennaro non si tocca. "Alla festa liturgica si accompagna da secoli l’evento prodigioso e straordinario della liquefazione del suo sangue". Una festifità fissata da sempre al 19 settembre, un evento non determinato da mano e da volontà dell’uomo.




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Le scuse di Marrazzo feriscono le donne

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L’ex governatore pd racconta le serate coi trans: "Sono più accoglienti". Ma così offende chi gli è stato davvero vicino



Marrazzo ha raccontato. Ha riconosciuto di avere commesso «errori», di avere coltivato, anziché controllarle, le debolezze; di avere frequentato le prostitute perché rassicuranti, e i transessuali perché accoglienti e accudenti. Ha precisato di non essere né omosessuale né drogato. Ha ammesso di sentirsi in colpa verso la moglie e la figlia.

Ritiene di avere pagato un prezzo altissimo per i suoi sbagli, avendo perso la famiglia, l’amore, il potere e anche la faccia. Tuttavia non si giudica tanto colpevole quanto invece vittima: delle responsabilità, della fatica, del sistema e del ricatto. Chiede scusa, ma ha il pudore di non pretendere perdono. Che, del resto, non è un dovere dare, né un diritto chiedere. Tanto meno è giusto, e meno che mai opportuno, regalare.

Comunque sia, la confessione di Marrazzo è un documento umano molto importante.
Altri, in situazioni simili, hanno preferito paludarsi di ipocrisia o ammantarsi di arroganza. Lui, pur mitigando la verità da accorto politico e sapiente comunicatore, ha invece svelato l’anima. Confusa, disorientata; ancora indolenzita dai colpi di maglio ricevuti dal disvelamento al pubblico della sua problematica e inquietante vita parallela. Fa un’enorme compassione il sentirgli dire che andava in via Gradoli senza cautelarsi «perché stanco» e perché voleva «andare lì e dimenticare tutto il resto».

Tanto stanco, che «quel giorno» non aveva avuto la forza di allestire le opportune cautele e le sicurezze che si addicono a un uomo pubblico. Fa compassione, ma tantissimi altri uomini (e donne) si comportano allo stesso modo perché vogliosi, trasgressivi, fanatici, maniaci, o persino perversi. Anche loro desiderano solo quello e vogliono dimenticare tutto il resto.

E provocano altrettanta compassione, perché si dimostrano incapaci di governare debolezze e vizi a favore dei sentimenti o del personale senso dell’onore. Nessuno è nato forte e imparato. Tutti siamo continuamente tentati dalle nostre molteplici e variegate debolezze. Le persone serie e coraggiose diventano tali proprio perché le combattono incessantemente. Tuttalpiù, si lasciano andare in quelle fragilità personali che non danneggiano gli altri, non devastano la famiglia, non pregiudicano l’identità professionale. Sempre che ci sia una gerarchia rigorosa di valori. Poi, certamente, molti hanno, nel segreto del loro vivere, incolmabili e dolorosi buchi neri, che a volte prendono il sopravvento sul pensare e sull’agire.

Marrazzo ne ha svelato uno, giustificando il suo bisogno del mondo transessuale per il «sollievo legato alla loro femminilità». Egli sostiene che l’avere i trans «attributi maschili» non è rilevante, quanto il loro comportamento, che «li rende desiderabili». Perché accoglienti, straordinariamente accudenti, «donne all’ennesima potenza». Ebbene, proprio questa spiegazione mentre da un lato rivela una storia di vita evidentemente dolorosissima, anche nel ricordo importante del padre perduto, dall’altro dimostra il non ancora superato disorientamento dell’uomo.

Che non si rende conto di quanto ulteriormente crudele e offensivo sia questo suo pensiero nei confronti di tutte le donne, ma soprattutto di sua moglie. E, contemporaneamente, questa considerazione suggerisce la necessità di una riflessione pubblica sul tema: è mai possibile che le donne di oggi, tutte le donne del mondo, qualsiasi donna, siano meno desiderabili, accudenti, accoglienti di un transessuale?

Con una riflessione subordinata: ma perché, se un uomo ama la moglie, come dice ancora oggi Marrazzo, non condividere con lei il peso e la paura dei buchi neri, invece di tradire e addentrarsi in pericolose e ambigue scorciatoie? Il tradimento coniugale è nel nascondere al partner le proprie ansie e incertezze: le relazioni sessuali adulterine, di qualunque genere siano, ne sono una conseguenza, non la causa.

Oggi lui ha avuto il coraggio e la capacità umana di raccontarsi a milioni di lettori. Se questa forza gli fosse venuta un tempo, per confidare alla moglie la sua debolezza, avrebbe forse potuto capire che è l’accoglienza dell’amore a rendere straordinariamente accudenti. Senza necessità di pagare un tanto all’ora per essere, anche, ascoltati.




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Autonomia, è scontro sui nomi delle località: ora l'Alto Adige fa la guerra alla lingua italiana

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Se l'autonomia va a ruota libera. Il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder, vuole cancellare l'italiano dalla toponomastica. E propone di cambiare circa 300 cartelli stradali per usare solo il tedesco




Lui si chiama Alois, ma gli italiani lo chiamano Luis. È nato a Pfalzen (che sulle mappe si trova come Falzes), in frazione Hofern (detta anche Corti). Durnwalder è presidente, da 22 anni e mezzo, della Provincia di Bolzano e proprio non ne vuole sapere dei cartelli della sua zona storpiati in italiano. La questione è sottile e pure parecchio complessa. Come sottolineato da Italia Oggi, tutto parte dai 1.526 toponimi tutti in tedesco installati dall’Alpenverein, il club alpino in lingua germanica e ladina dell’Alto Adige. Una commissione ad hoc ha stabilito che il 10% delle indicazioni dovrebbe restare in tedesco, mentre un 45% dovrebbe essere interamente bilingue e un altro 45% avere in italiano almeno l’indicazione generica come lago o monte. Tutti in versione bilingue anche i nomi dei rifugi. Ma Durnwalder non ci sta. E sui nomi dei rifugi preferirebbe solo il nome originario dei vecchi tempi asburgici.

In totale erano 620 le indicazioni in italiano da salvare, ma il presidente ha fatto la sua contro-lista. Che conteneva prima 100, poi 225, quindi 300 toponimi italiani da eliminare. La metà. Un piano che il leader della Svp conta di discutere con il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, che ha fatto rotta su Renon (a 16,4 chilometri da Bolzano) per un po’ di vacanza. Ma ad aspettarlo troverà un presidente, magari in divisa da Schützen, con propositi bellicosi.

«Questa lista non è frutto del caso - spiega Durnwalder - Il primo principio è che le organizzazioni private possono assegnare il nome che vogliono a una loro proprietà, e ciò vale anche per i nomi dei rifugi». Il secondo riguarda la denominazione di località che si trovano su suolo privato. «Ci sono alcune malghe - continua - che hanno nomi legati al maso nella cui proprietà ricadono: questi non dovrebbero essere tradotti. L’esempio più concreto è Malga Sasso, un nome di fantasia: dovrebbe chiamarsi Malga Stein perché è sul terreno privato del Maso Stein».

Per aggirare la polemica la Svp aveva pensato anche a una nuova segnaletica con cartelli su cui verrebbe riportato soltanto un pittogramma (una casetta per la malga) più il nome specifico, solo in tedesco. Ma il Cai non è d’accordo e resta fermo sui cartelli bilingui. Durnwalder, che sulla manovra appoggia il governo («Noi siamo in prima classe, ma è ovvio che se la nave affonda affoghiamo anche noi. Accetteremo sacrifici e risparmi»), sui nomi è irremovibile. E sta preparando il terreno per bocciare la lista dei 620 toponimi.

È già in subbuglio il Pd, al governo in Provincia con la Svp. «Su un tema così importante - dice il segretario Antonio Frena - non saranno i singoli a decidere, nemmeno autorevoli come Durwalder». Ma Alois, quinto di undici figli di una famiglia contadina della Val Pusteria, non è dello stesso parere e si sta spianando la strada. Per finirla con la pantomima dei doppi nomi studiata da Ettore Tolomei, il geografo di epoca fascista che «ribattezzò» in italiano tutti i luoghi dell’Alto Adige. Dopo che la sua tomba fu devastata più volte dai terroristi al grido di «becchino del Sud Tirol» oggi la sua opera potrebbe sparire dai cartelli. E lui riprendere a rivoltarsi nella fossa.



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Vermi dalla ferita alla testa paura in corsia al S. Giovanni Bosco

Il Mattino

di Marisa La Penna

NAPOLI - Una scena degna di un film dell’orrore (e simile a quella registrata poche settimane fa a Messina) quella che si è presentata, ieri mattina, agli occhi dell’equipaggio di un’ambulanza del 118: la donna che il mezzo di soccorso aveva appena prelevato - una cinquantenne di nazionalità ucraina - da un appartamento di via Tribunali aveva una ferita al capo dalla quale fuoriuscivano degli orribili vermi.


La corsa all’ospedale - il San Giovanni Bosco - è stata tempestiva. Una volta al pronto soccorso i sanitari hanno immediatamente trattato la ferita con dell’acqua ossigenata. A quel punto è stata una vera e propria esplosione di parassiti: dalla testa della donna centinaia di piccoli vermi sono schizzati via. Il raccapriccio ha coinvolto tutti i presenti nella struttura di emergenza.

I medici hanno disposto il trasferimento della paziente presso l’ospedale per malattie infettive. Ma una volta visitata la paziente, i sanitari del Cotugno, valutando che la straniera aveva bisogno di entrare in camera operatoria per un intervento che eradicasse a fondo l’infezione, hanno deciso di rimandare l’ucraina in un ospedale attrezzato di camera operatoria.

La donna è così ritornata all’ospedale di via Doganella dove è stata portata in camera operatoria per una toilette chirurgica. Poi è stata trasferita in reparto per essere tenuta in osservazione ed essere curata con terapia antibiotica.

L’ipotesi più probabile è che in una ferita riportata dalla donna si siano annidate larve di mosca che sono proliferate, complice una condizione igienica degradata.

Sta di fatto che la notizia di quanto era accaduta si è propagata nelle corsie dell’ospedale di via Doganella. E i pazienti hanno inscenato una protesta perchè l’ucraina venisse allontanata dal loro reparto. Al punto che è stato anche richiesto l’intervento dei carabinieri con una telefonata al 112.

Un nuovo episodio di degrado, dunque, che coinvolge una straniera. Della vicenda sono stati informati gli assistenti sociali. L’ucraina non è in condizioni di pericolo di vita.



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