martedì 16 agosto 2011

A sette anni dalla morte di Arafat il partito di Abu Mazen accusa Dahlan

Corriere della sera


Avrebbe preso parte all'avvelenamento di Arafat e ordito un piano per un colpo di stato in Cisgiordania



MILANO - Il mistero della morte di Yasser Arafat forse rimarrà tale per sempre. Un mistero, continuamente alimentato da voci, dicerie, leggende metropolitane, libri scandalistici e interviste shock. Questa volta però è accaduto qualcosa di politicamente diverso. Perché questa volta a puntare il dito è una commissione ufficiale palestinese. A rendere nota la notizia è il sito in arabo dell'emittente Al Jazeera. E il riferimento è ad una Commissione di inchiesta voluta da Al Fatah lo scorso dicembre. Una commissione interna al partito-stato di Arafat e del presidente palestinese Abu Mazen, incontrastato fino alla vittoria elettorale di Hamas ed alla cacciata di tutti i membri di Fatah da Gaza, quattro anni fa.

INDAGINI SULLE RISORSE FINANZIARIE - La commissione d'inchiesta di Fatah ha chiuso in questi giorni i propri lavori dopo otto mesi, con una conclusione: Mohammed Dahlan sarebbe tra i responsabili della morte di Yasser Arafat. La commissione – istituita per fare luce sulle risorse finanziarie dello stesso Dahlan – ha confermato quanto i palestinesi pensavano, ovvero che il proprio leader sia stato assassinato, precisamente, avvelenato. In momento storico delicatissimo, il partito del presidente sostiene che l'ex uomo forte di Arafat a Gaza non avrebbe preso parte al complotto per avvelenare lo storico leader palestinese, ma avrebbe tentato di assassinare altri leader palestinesi. Secondo le indagini della Commissione, Dahlan avrebbe anche organizzato un colpo di stato in Cisgiordania.

UNITA' MILITARE «PRIVATA» - La Commissione d'inchiesta di Fatah ha il sostegno di autorevoli membri del partito, come Azzam Al-Ahmad, At-Tayyib Abdul-Rahmin, Othman Abu Gharbiyya e Nabil Shaath. E soprattutto ha la benedizione dei vertici di Fatah. Come il presidente Abu Mazen, che ha chiesto agli “ambasciatori” palestinesi nel mondo di non sostenere né incontrare Dahlan e all'Interpol di intervenire per arrestarlo. La notizia ha del clamoroso, se si pensa che Dahlan è stato per anni l'uomo di Arafat a Gaza, temutissimo e potente capo delle Forze preventive di sicurezza, beneficiario di una incalcolabile quantità di donazioni, soprattutto da parte statunitense. Tanto da permettergli la costituzione di una propria unità militare, capace di tenerlo saldamente a capo di uno dei clan che lottano per attribuirsi l'esclusiva titolarità di guidare il popolo palestinese.

PRESSIONI - Non a caso – stando a quanto raccontato da Al Jazeera - l'Autorità palestinese è stata sottoposta nei mesi scorsi a pesanti pressioni, sia regionali sia internazionali, per evitare di entrare in conflitto diretto con l'ex protetto Dahlan. Ma così non è stato. Prima l'istituzione della commissione di inchiesta, poi, a giugno, l'espulsione di Dahlan dall'organo di governo di Fatah, il “Consiglio della Rivoluzione”. Dopo che Dahlan si è visto rigettare il ricorso presentato contro la sua espulsione, si è visto anche entrare in casa a Ramallah le forze speciali dell'Anp, che avrebbero, in quella occasione, arrestato numerose sue guardie del corpo.

MOTIVO UFFICIALE - Il motivo ufficiale dell'espulsione riguardava non meglio precisate “azioni criminali”. Una dicitura generica che secondo alcune fonti serviva per celare i sospetti che per le autorità palestinesi erano diventati una certezza: Dahlan avrebbe costituito– sul modello di quanto aveva fatto anni prima a Gaza – una milizia privata nella West Bank, per realizzare quanto prima un colpo di stato. Dahlan aveva risposto all'accusa con un video messaggio: «Un colpo di stato contro chi? Abbiamo forse un’autorità a Ramallah contro la quale tramare un colpo di stato? Siamo sotto occupazione, una soldatessa domina sulla West Bank», aveva detto.

REPRESSIONE SPIETATA - Per Abu Mazen, Dahlan - sconfitto a Gaza – stava ora spostando le sue mire sulla Cisgiordania, in netto antagonismo con Fatah, e come sempre con Hamas. Hamas, nemico giurato di sempre, da lui perseguito in maniera feroce. Come accadde nel '90, quando le forze armate di Dahlan portarono a termine una repressione spietata contro migliaia di militanti e di simpatizzanti di Hamas che si rifiutavano di riconoscere la legittimità della neo costituita Autorità palestinese. La vendetta arrivò nel 2007, quando – dopo giorni di scontri feroci – i miliziani di Hamas riuscirono a metterlo fuori dalla Striscia di Gaza, lui e i suoi miliziani super armati e dotati di costosi fuoristrada.

IL RITORNO SULLA SCENA - Dopo questa sconfitta Dahlan è tornato sulla scena politica palestinese nell'agosto del 2009, con la sua elezioni al Comitato centrale di Fatah. Fino a pochi giorni fa. Ora, nella costruzione di un accordo tra il presidente Abu Mazen e il leader di Hamas a Gaza Ismail Haniyeh, ci sarebbe un ostacolo di meno. Soprattutto in vista del prossimo settembre, quando l'Assemblea delle Nazioni Unita sarà chiamata a votare il riconoscimento dall'autoproclamato Stato di Palestina.

Un potente concorrente in meno, che ora deve convivere con l'accusa di aver contribuito ad uccidere Arafat. Dopo un reportage dalla stessa Al Jazeera di due anni fa, dove si faceva il nome di Abu Mazen, dopo le mille voci sull'Aids di Arafat, messe in giro per primo dal medico personale Ashraf al-Kurdi sempre grazie ad Al Jazeera, dopo gli articoli del giornalista franco-israeliano Amnon Kapeliouk che accusavano Israele, come il libro di Uri Dan, già consigliere di Ariel Sharon ora arriva una nuova pista: nell'immaginario collettivo palestinese Yasser Arafat, deceduto l'11 novembre del 2004 presso il reparto di ematologia dell'Hôpital d'instruction des armées Percy alla periferia di Parigi, non solo sarebbe morto avvelenato ma a contribuire alla sua fine, sarebbe stato uno dei suoi uomini. Ovvero Mohammed Dahlan, autore dell'ultimo capitolo – solo in ordine di tempo – dell'infinita guerra tra palestinesi.


Raffaele Palumbo
16 agosto 2011 18:12




Powered by ScribeFire.

Dalla Germania per imbrattare i treni

Corriere della sera

Dieci writer denunciati per aver «colorato» i convogli a Lambrate. Tra il materiale sequestrato decine di video

 

Entrano in pieno giorno, attraversano le sterpaglie, si nascondono in un sottopassaggio di servizio, là sotto si sfilano le t-shirt e se le avvolgono intorno al volto come un turbante, che lascia fuori solo gli occhi. Quando riemergono, con due sacchetti di plastica carichi di bombolette spray e gli «schizzi» per i graffiti già pronti su un blocco di carta, sono pronti per «lavorare». Ultima ricognizione per verificare che non ci siano impiegati delle ferrovie; telecamera sistemata a terra per riprendere le «opere». In meno di dieci minuti, quattro vagoni di un paio di treni sono coperti di graffiti.

DALLA GERMANIA - Siamo nella stazione di Lambrate, a metà della scorsa settimana. Il gruppo di dieci writer in trasferta dalla Germania a Milano lascia la firma: «H5N1» (è la sigla del virus dell’influenza aviaria). Nella massa di materiale sequestrato dai vigili del «Nucleo tutela trasporto pubblico» di Milano, che il 13 agosto ha fermato e denunciato i writers, c’è tutta la storia di questo gruppo: negli ultimi giorni, solo in città, si calcola che abbiano «attaccato» tra i venti e i trenta treni sparsi tra le stazioni di Lambrate, Greco, Sesto e scalo Milano-Fiorenza, oltre ad alcuni depositi del metrò. L’«internazionale» dei graffiti, dal 2009, ha colpito a Monaco, Londra, parigi, Berlino, Mosca. «Imprese» documentate e conservate in centinaia di memory card, telefonini, pc e macchine fotografiche trovate in un’Opel Astra in zona San Siro (dove i nove tedeschi e un australiano si erano accampati) e ora in mano agli investigatori della polizia locale.


LE REAZIONI - L’assessore comunale alla Sicurezza, Marco Granelli, commenta: «La presenza costante sul territorio e la professionalità dei nostri vigili ha fatto sì che sia stato intercettato un gruppo che avrebbe potuto provocare gravissimi danni». Ripulire un vagone dai graffiti può costare alle Ferrovie anche 20-30 mila euro. Conclude il comandante della polizia locale, Tullio Mastrangelo: «La nostra attenzione a questi fenomeni è massima, proprio perché i possibili danni al patrimonio pubblico sono ingenti».

Benedetta Argentieri
Gianni Santucci
16 agosto 2011 17:29

Fax promozionali: Vodafone condannata a risarcire 60 centesimi a un avvocato

Il Mattino






Powered by ScribeFire.

Manovra, nota dell'arcidiocesi di Napoli: «Miracolo di San Gennaro non si sposta»

Il Mattino






Powered by ScribeFire.

Agrigento, novello Tyson stacca a morsi l'orecchio del gestore di un chiosco

di


La lite sulla spiaggia di San Leone. L'uomo, non ancora identificato, ha poi preso a sediate il pizzaiolo del locale




Agrigento - Una banale lite sfociata in un gesto degno di Mike Tyson. E' successo a San Leone, località turistica alle porte di Agrigento, dove un uomo non ancora identificato ha litigato con il gestore di un chiosco sulla spiaggia e con un morso gli ha strappato il lobo dell’orecchio sinistro. Attirato dalle urla, il piazzaiolo del locale è accorso in aiuto del suo datore di lavoro, rimediando, dal canto suo, una sediata in testa.
Ignoto l'aggressore I due uomini sono stati portati al pronto soccorso dell’ospedale "San Giovanni di Dio" di Agrigento dove è stata diagnosticata loro una prognosi di 15 e 10 giorni. Indagini sono in corso da parte della polizia per identificare l’autore dell’aggressione.



Powered by ScribeFire.

Inps, scoperti 29mila lavoratori in nero

di


Nei primi sei mesi dell’anno sono stati accertati 345 milioni di euro per contributi non versati nel corso di oltre 30 mila ispezioni, che hanno portato alla scoperta di 29 mila lavoratori in nero



Milano - Nei primi sei mesi dell’anno sono stati accertati 345 milioni di euro per contributi non versati nel corso di oltre 30 mila ispezioni, che hanno portato alla scoperta di 29 mila lavoratori in nero. Sono queste le cifre dell’Inps sulla lotta all’evasione contributiva. L’attività ispettiva del primo semestre del 2011, spiega in una nota l’Istituto nazionale di previdenza sociale, si è svolta adottando le nuove modalità operative previste dal cosiddetto "Collegato lavoro".

Maggiore efficacia delle ispezioni "Queste novità si sono tradotte in una maggiore attività per ogni singola ispezione e in una maggiore complessità nella gestione e nel completamento dell’attività ispettiva", aggiunge. "L’azione di vigilanza dell’Inps continua a svolgersi con grande efficacia sul mercato del lavoro - sottolinea il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua - come mostrano i risultati ottenuti, che rivelano una maggiore efficacia delle ispezioni effettivamente realizzate rispetto alle previsioni, nei confronti delle quali si registra mezzo punto percentuale in più di lavoratori in nero scoperti e il 6,2% in più di contributi recuperati".



Powered by ScribeFire.

Brasiliani. Il macabro samba di Cesare Battisti "mi godo la vita e le belle donne di Rio"

Libero




Se qualcuno si aspettava dal terrorista pluriassassino Cesare Battisti un periodo di dignitoso silenzio dopo che le autorità brasiliane lo hanno messo in libertà, respingendo la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia, questo qualcuno è stato appena deluso. Il grilletto facile dei Proletari armati per il comunismo adesso balla il samba sulla spiaggia di Rio, se la diverte alla grande. E ci tiene a farlo sapere, dando così il secondo schiaffo al nostro Paese dopo quello che ci hanno rifilato due mesi fa le istituzioni carioca.

La rivista brasiliana Piauì ha appena pubblicato un’intervista a Battisti, la prima dopo che costui, condannato in Italia a due ergastoli per l’assassinio di quattro persone, è stato scarcerato. Non è tipo capace di tenere un basso profilo, Battisti. Così sbandiera felice la sua vita da uomo libero e gaudente: «Adoro Rio, le spiagge, le belle ragazze, la gente cordiale. Mi ricorda Napoli e Marsiglia, posti dove mi è piaciuto stare». Trascorre le giornate tra lunghe camminate su una spiaggia a sud di Rio e la scrittura del nuovo libro, nel quale racconterà proprio la sua vita nel carcere di Papuda, dove è stato rinchiuso sino a metà giugno.

La sua scarcerazione, decisa ignorando quanto previsto dal trattato bilaterale di estradizione siglato nel 1989 dai due paesi,  ha innescato uno scontro diplomatico tra Italia e Brasile, che ha indotto l’ex presidente Inacio Lula da Silva, il quale svolse il ruolo più importante nella sua liberazione, a cancellare la visita che avrebbe dovuto fare a Roma il 24 giugno scorso. Molti brasiliani sono rimasti disgustati dalla scelta presa dalle loro autorità. Al giornale che lo intervista Battisti racconta invece di sentire dietro di sé l’appoggio di tutto il Paese: «Mi piacerebbe stringere la mano di ogni brasiliano che mi ha aiutato. Incomincerei da Tarso Genro, che da ministro ha studiato il mio caso. Ha ritenuto che avevo ragione e con grande coraggio ha difeso le sue convinzioni contro pressioni potenti».

In realtà le «pressioni potenti» ci furono, ma nella direzione opposta a quella che dice Battisti. Per chiedere di liberarlo, e contro la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia, si schierarono la sinistra brasiliana, che era (ed è tuttora) al governo, e tutti gli intellettuali più in vista della sinistra internazionale, a partire da Gabriel García Márquez e dalla compagna di Battisti, la scrittrice Fred Vargas, assieme ad alcuni che proprio di sinistra non sono, come Bernard-Henri Lévy.

 Dalla sua parte c’erano anche le due sorelle Bruni e il marito di una di loro, il presidente francese Nicolas Sarkozy. Il quale non ha firmato appelli, ma ha speso in modo discreto la propria influenza nei confronti di Lula, affinché non consegnasse Battisti all’Italia. Lula e il suo ministro della Giustizia Tarso Genro, trotzkista e vicino al movimento no-global, hanno così potuto sfruttare la complicità di intellettuali impegnati e cancellerie influenti. Mentre l’Unione europea si è guardata bene dal prendere posizione in favore di Roma.

Il nostro governo ora sta preparando il ricorso al tribunale internazionale dell’Aja contro la decisione adottata dal Brasile. Ma le chances che Battisti possa entrare in una prigione italiana sono prossime allo zero. Intanto in Brasile fa ciò che vuole e va dove gli pare, nonostante il visto che ha ottenuto a tempo di record dalle autorità brasiliane lo obblighi, almeno in teoria, a non allontanarsi da San Paolo. Se tra qualche mese l’assassino dei Proletari armati per il comunismo vorrà danzare sui carri del Carnevale di Rio, avrà buoni motivi per farlo. Toda joia, toda beleza.


di Fausto Carioti
16/08/2011




Powered by ScribeFire.

Curatore distratto, Rembrandt sparisce

La Stampa

I ladri rubano un disegno dell'artista da una mostra al Marina Del Rey Hotel



Los angeles

Un disegno a penna e inchiostro di Rembrandt è stato rubato durante una mostra privata allestita nell’albergo californiano Ritz Carlton a Marina del Rey, vicino a Los Angeles. Conoscuto con il titolo «Il giudizio», l’opera risale al 17esimo secolo ed è valutato circa 250mila dollari. Dalle prime indagini, pare che i ladri abbiano sottratto il loro prezioso bottino mentre il curatore della mostra è stato distratto per circa 15 minuti da una persona, forse complice della rapina.

Dopo aver esaminato i filmati della sorveglianza dell'albergo, riporta il Los Angeles Times, gli investigatori ritengono che l'operazione sia stata orchestata con buon anticipo, studiando l'organizzazione di altri eventi di questo tipo, che hanno frequentemente luogo nell'albergo per presentare pezzi poi venduti all'asta.

Rembrandt è fra gli obiettivi più presi di mira dai ladri d'arte, secondo solo a Picasso: Antonio Amore, ricercatore capo presso l'Isabella Stewart Gardner Museum di Boston e co-autore del libro Stealing Rembrandt, ha contato ben 81 furti documentati delle opere dell'artista negli ultimi 100 anni.




Powered by ScribeFire.

Masso di cento chili cade su un'auto, sfonda il tetto e uccide donna di 29 anni

Il Messaggero

La pietra si è staccata sulla strada panoramica che sale verso il monte Gazza. Illeso il marito della vittima che era alla guida



TRENTO - È deceduta all'ospedale di Trento Daniela Pellacani, 29 anni di Novi di Modena ma residente a Mantova, rimasta gravemente ferita la mattina di Ferragosto nella propria auto, schiacciata da un masso mentre viaggiava sulla provinciale verso Ranzo di Vezzano (Trento), sopra la Valle dei laghi, in Trentino. Il marito, Graziano Morselli, di 33 anni, che si trovava alla guida è rimasto illeso. Il masso del peso di oltre cento chilogrammi ha sfondato il tetto e ha gravemente ferito la donna, le cui condizioni sono subito apparse disperate.

A causare il distacco del masso dalla parete rocciosa sovrastante la strada provinciale, si ipotizza possa essere stata la forte pioggia che ha interessato tutto il Trentino. La strada dove viaggiava la vettura dei turisti è molto panoramica. Sale dal fondo valle verso il monte Gazza e in alcuni punti è stata ricavata scavando la roccia. A quanto si appreso la coppia intendeva raggiungere l'Altopiano della Paganella ma avrebbe sbagliato strada. Poi la tragedia e gli inutili soccorsi a Daniela Pellacani.

Martedì 16 Agosto 2011 - 10:52    Ultimo aggiornamento: 10:53




Powered by ScribeFire.

Proposta del sindaco di Altopascio: "Prostituzione gestita dai Comuni"

La Stampa

«Mi immagino già le critiche. E' più morale che una persona lavori al nero percependo anche 10mila euro al mese, mentre ci sono persone che lavorano onestamente e non arrivano a fine mese?»



LUCCA

La crisi economica continua, la manovra del governo punta a stringere i cordoni della borsa degli enti locali se non a cancellarli. Così c'è chi si ingegna e propone idee per far cassa. Maurizio Marchetti, primo cittadino di Altopascio, cittadina in provincia di Lucca, appartenente al Pdl, propone la sua ricetta contro la crisi e rispolvera una sua vecchia proposta: la legalizzazione della prostituzione con la creazione di quartieri comunali a luci rossi, dove vi siano severi controlli e una gestione pubblica dei proventi.

A fronte della situazione di crisi, Marchetti, infatti, afferma: «Credo sarebbe il caso che uno Stato laico e serio accantonasse l’ipocrisia e affrontasse il problema della prostituzione. Un settore oggi totalmente al nero che vede occupate, secondo stime attendibili, ma forse al ribasso, tra le 70mila e le 100mila persone, molte delle quali straniere, che, con ogni probabilità, fanno prendere la strada di altri Paesi europei ai loro cospicui ricavi. Un giro di affari di miliari che piace solo ai delinquenti e a chi ha interessi in questo senso».

Ecco, dunque, la semplice operazione che secondo il sindaco della cittadina porterebbe allo scoperto il fenomeno: la creazione di zone dove praticare il sesso a pagamento, in modo sicuro, con elevati parametri anche urbanistici, controlli a livello sanitario e fiscale. «Mi immagino già le critiche sulla moralità e via dicendo - afferma il sindaco Marchetti - ma chiedo a tutti: è più morale che una persona lavori al nero percependo anche 10mila euro al mese, mentre ci sono persone che lavorano onestamente e non arrivano a fine mese? In ogni caso, se si ritiene che non si possa legalizzare la prostituzione, alla facciamola diventare un reato. Non vedo altre strade».



Powered by ScribeFire.

Le donne di Ciudad Juárez Vittime, madri e sicarie

Corriere della sera

La guerra tra narcotrafficanti e gli omicidi sessuali non hanno risparmiato nessuna famiglia


CIUDAD JUÁREZ (Messico) — Al cimitero di San Rafael, a pochi chilometri da Ciudad Juárez (città di confine con gli Stati Uniti, un milione e 300 mila abitanti) sono sepolti i cadaveri di 36 donne — diciotto delle quali mai identificate— e 19 bambini, tutti vittime della guerra del narcotraffico. Tra loro una studentessa di appena 16 anni, Rubi, uccisa a febbraio da un sicario degli Zetas, il gruppo più aggressivo dei Signori della droga: lo stesso che avrebbe poi provveduto ad eliminare, dietro ordine del capobanda Hariberto Lazcano detto El verdugo, il boia, la madre della ragazza, abbattuta a raffiche di mitra mentre denunciava l’impunità dei banditi davanti al municipio di Chihuahua, capoluogo della regione.

Marzialmente definite chicas Kalashnikov per l’arnese che portano sempre in spalla quando scendono sul sentiero di guerra contro i sei gruppi armati dei narcotrafficanti, le amazzoni messicane se le devono pure vedere con gli schieramenti interni: quale il Cartello del Golfo, in perenne rivalità (talvolta cruenta) con la compagine narco-militare degli Zetas. Per Hillary Clinton, i narcos sono «un’insurrezione criminale», una bestiaccia nata o cresciuta grazie anche al massiccio contributo degli Usa. Come dimostra il fatto che ogni anno gli americani mandano in fumo 65 miliardi di dollari per alimentare il mercato degli stupefacenti, marijuana, coca, eroina, metanfetamine, provocando stordimenti e deliri di massa. Solo a Ciudad Juárez vivono (o sopravvivono) 80 mila cocainomani.

In questa insurrezione la signora Yaretzi, 27 anni, sposata con due figli, alla vita domestica dopo un intermezzo alla Scuola militare ha preferito quella di guerrigliera, di chica Kalashnikov. In un’intervista in carcere sfodera tutto l’odio di cui era capace, «perché alla scuola ti insegnano a non voler bene a nessuno, quando ne esci hai il cuore di pietra. Del resto in Messico, morte è la parola favorita». Schietta com’è, Yaretzi non nasconde un breve trascorso «come puttana», ma è adamantina quando parla del suo impegno politico-militare: «Signori non si nasce. Si diventa» scandisce con fermezza. «Però mentre gli uomini lo fanno perché si divertono ad ammazzare noi donne lo facciamo per il denaro. O almeno questo è il caso mio. Dire che lo si fa per amore o per un ideale è una cazzata». Entrò come recluta a 20 anni e il suo primo incarico, come per tutti i novizi, è di lavare i pavimenti sporchi di vomito o sangue: quindi assumerà il ruolo di Condor (stanare il nemico nei suoi nascondigli), poi quello di Lince (che arresta e tortura) e infine «mi misi ad uccidere » diventando sicario a tempo pieno insieme a ragazze così belle e «con unghie grandi e affilate come coltelli che ispiravano pensieri inverecondi ».


I massacri di Ciudad Juarez

Analizzando la situazione socio-politica di Ciudad Juárez, Leobardo Alvarado, uomo di cultura che non ama la definizione di intellettuale, ricorda che furono proprio le donne ad alzare la voce nel ’93/’94 quando la parola «femminicidio» non era stata ancora coniata. «Questa—dice—era una città di almeno 10 mila orfani di guerra e di giovani che non riconoscevano più i valori tradizionali della famiglia o della Chiesa. Il ragazzino che finiva in carcere, vi trovava la migliore università possibile del crimine e quando usciva veniva subito arruolato dalla bande». Sempre più frequenti i delitti contro le donne: 25 le vittime nel 2007, 164 nel 2008 e 50 casi nel gennaio- febbraio di quest’anno. Bersagli prediletti degli assassini chi lavora in organizzazioni per i diritti umani o chi, seguendo il messaggio evangelico, soccorre vecchi, malati e gente ridotta in condizioni di estrema povertà. Verdetto o punizioni non cambiano.

La Redim (organismo che si occupa dei diritti dell’infanzia) fa un bilancio agghiacciante nel suo più recente rapporto, da cui emerge che 1300 minorenni sono morti ammazzati negli ultimi quattro anni, mentre assomma a 27 mila la folla dei tossicodipendenti. Non mancano poi episodi di contorno, macabri, raccapriccianti: come quando i condannati a morte erano costretti, prima dell’esecuzione, a coprirsi il volto con una maschera raffigurante il muso osceno di un maiale. Lontano anni luce il Messico glorioso, cupo e dolente di Pancho Villa, Madero, Zapata: anche se, per quelli dalla mia generazione, l’unico vero volto di quest’ultimo rimane quello ombroso di Marlon Brando

Molti villaggi nella zona sono listati a lutto. Bussiamo alla casupola di Olga Alanis, dove sullo scaffale del tinello, accanto al televisore, c’è la foto di sua figlia Monica, che avrebbe oggi 20 anni. «Uscì di casa giovedì 26 marzo di due anni fa—racconta la madre senza mai staccare gli occhi dal ritratto—e non l’abbiamo più vista. Quel giorno mi telefonò per dirmi che sarebbe rientrata sul tardi e non stessi in pensiero. A volte, all’ora di cena, metto ancora quattro piatti in tavola, come se la porta dovesse spalancarsi da un momento all’altro. Era una ragazza inquieta ma studiosa, le volevano tutti bene. Come diciamo noi da queste parti, era povera e bella».

Il marito, che le siede accanto, ogni tanto la stringe forte alle spalle, come per assecondarla nella speranza che sia ancor viva la sua bambina. Ma lui non crede alle fate e nel suoi occhi c’è il riverbero della spaventosa certezza che ha nel cuore, quando ci accompagna a vedere la stanzetta della figlia, al primo piano. «L’abbiamo lasciata tale e quale il giorno che è sparita!», sussurra. Il letto sfatto, i cuscini addossati alla parete, i tre orsacchiotti che «le tenevano compagnia la notte». E aggiunge: «Sento ancora la voce delle amichette che al mattino la chiamavano dalla strada; dai, Moni, svegliati dormigliona ».

Sono circa 10 mila i desaparecidos in Messico, di cui la maggior parte trova rifugio nel Texas e in California transitando clandestinamente a El Paso, la frontiera con gli Stati Uniti. Questo era anche l’obiettivo di Israel Arzate, 26 anni, scomparso da casa a fine gennaio del 2010, ma non ce l’ha fatta. Dopo mesi di ricerche, la madre riuscì a trovarlo in una caserma messicana dov’era detenuto sotto l’accusa (mai provata) di aver preso parte al massacro di Villas de Salvarcar (15 morti). «Quando l’ho visto— ha raccontato la donna— mi s’è spezzato il cuore, l’avevano torturato brutalmente; i piedi bruciati, i testicoli sanguinanti, la testa avvolta in una borsa di plastica, sul petto i segni dalle sigarette spente dai soldati per tenerlo sveglio. Ma più di tutto lo feriva la battutaccia velenosa dei carcerieri quando gli dicevano: anche la tua mamma è in prigione, ragazzo mio. Ma stai tranquillo, non le manca niente. Noi ce la facciamo a turno giorno e notte».

Le prime donne a pronunciare la parola femminicidio, ricorda la signora Imelda Marufo, un’autorità nel mondo accademico, furono due docenti dell’Università, la professoressa Diana Russel e la sua collega Marcela Lagarre: ma già da oltre 20 anni la catena dagli omicidi stava sfoltendo la popolazione femminile dì Ciudad Juárez. All’origine della mattanza, secondo gli esperti, un’incontenibile misoginia diffusa in tutti i ceti sociali: le prime vittime, maggiorate fisiche con fiumi di capelli neri, di bassa estrazione e disperatamente povere. Ma i delitti si consumavano anche tra le pareti domestiche. Ed è più che amara la conclusione di Imelda quando dice:

«Le autorità non intervengono perché la cosa non le interessa o, peggio ancora, perché sono personalmente coinvolte in quei crimini». Chi faccia un salto alla fossa comune del Panteón San Rafael, una trentina di chilometri fuori città, non potrà sottrarsi a un profondo senso di sgomento, amarezza e perfino di paura. Qui sono sepolti i morti che nessuno reclama, anche perché nessuno vuole esporsi alla vendetta dei sicari responsabili della strage. Qualche croce di marmo o di legno spunta qui e là sul tappeto di terra arida e rossiccia, ma su poche, pochissime, trovi inciso un nome con le date di nascita e di morte. Quasi per scusarsi di tanta negligenza, la nostra guida ci ricorda un detto assai comune da queste parti: «Nella Valle di Juárez anche il vento ha paura».

Nel camposanto di Guadalupe riposano (si fa per dire) quattro membri della stessa famiglia, quella degli Amaya: Omar, sindaco della città, ucciso nel 2006 a 33 anni, suo padre Apolonio, lui pure primo cittadino, ucciso nel 2007 cinquantanovenne, Maria ed Aglae, madre e sorella di Omar, di 57 e 29 anni, eliminate nel 2008 da mano ignota. «Ma tutti sanno chi c’è dietro quella mano», commenta Ignacio Montea, il becchino, che aggiunge, indicando un cumulo di terra fresco dove è stata appena interrata una bara: «Come tutti, noi sappiamo chi ha fatto fuori i quattro ragazzi che ho appena sepolto la settimana scorsa. Scriva pure che qui il lavoro non manca ».

A Ciudad Juárez e lungo la frontiera i fucili non tacciono mai e si deve soprattutto alla frenetica attività dei due gruppi meglio organizzati e costantemente riforniti di materiale bellico (El Cártel del Pacifico e gli Zetas) se nel territorio del Messico, avverte lo scrittore Charles Bowden, si stanno espandendo i killing fields di cambogiana memoria. Sorprende che le autorità militari messicane avessero inizialmente sottovalutato il fenomeno degli Zetas, che, per loro, «non esistevano ». Anche il loro capo, Heriberto Lazoano, dato più volte per morto negli ultimi due anni, è vivo e vegeto e ha trovato un rifugio sicuro a Potosi.

L’ultima nostra passeggiata (o pellegrinaggio) in Messico è verso il tempio della Santa Muerte, una piccola grotta scavata nella roccia e a malapena illuminata dalle fiammelle delle candele. Hai netta l’impressione che il tuo cammino terreno stia per finire qui. Quasi nessuno parla. C’è solo quel tenue bisbiglio che senti in chiesa durante le funzioni, nei momenti culminanti della cerimonia liturgica. La caverna è quasi tutta occupata da un cupo presepe messicano, con statuette della Madonna, che però indossa indumenti funerei e tiene la falce; in una è più bianca dei ceri, un’altra veste una luminosa tunica gialla, altre ancora sono fasciate da colori gentili come il celeste, il verde primavera, il rosa dell’alba.

La padrona di casa, signora Yolanda Salazar, ricorda che possono accedere al tempio tutti coloro che credono in Dio, siano essi cristiani, cattolici o d’altra fede. La porta (che non c’è) è però severamente sbarrata per chi abbia un qualche contatto col crimine organizzato. La signora Yolanda raccomanda ai devoti di non mancare alla Messa solenne che si celebra ogni domenica alla Santa Muerte, alle dodici in punto, a pregare per il «povero Messico » che — diceva il dittatore Porfirio Diaz — ha la sfortuna di essere «così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti».

Ettore Mo
16 agosto 2011

Dopo due anni di silenzio parla Piero Marrazzo "I transessuali? Donne all’ennesima potenza"

di

In una intervista a Repubblica, l'ex governatore del Lazio racconta: "Ho sbagliato. Ho fatto un errore. Di questo errore voglio chiedere scusa. Ho sbagliato, scusatemi". Poi spiega: "I trans sono una presenza accogliente che non giudica, esercitano una capacità di accudimento straordinaria. Mi sono avvicinato per questo a loro"





Roma - "Ho sbagliato. Ho fatto un errore. Di questo errore voglio chiedere scusa. Ho sbagliato, scusatemi". Così Piero Marrazzo nella prima intervista a oltre due anni dallo scandalo che lo portò alle dimissioni da presidente della Regione Lazio. "So che non è bello da sentire e non è facile da dirsi, ma una prostituta è molto rassicurante", racconta Marrazzo nell’intervista a Concita de Gregorio su Repubblica.

"E' una presenza accogliente che non giudica. I transessuali sono donne all’ennesima potenza, esercitano una capacità di accudimento straordinaria. Mi sono avvicinato per questo a loro. E', tra i rapporti mercenari, la relazione più riposante. Mi scuso per quel che sto dicendo, ne avverto gli aspetti moralmente condannabili, ma è così. Un riposo. Avevo bisogno di suonare a quella porta, ogni tanto, e che quella porta si aprisse". L’ex Governatore del Lazio precisa: "Io non sono omosessuale. Non ne faccio un vanto, ma non lo sono. E' così. Ho amato solo donne". Marrazzo fa autocritica ("Un uomo che assume un incarico pubblico non può avere debolezze. Le deve controllare") e ammette: "Avevo sempre usato la mia macchina. Quel giorno ero confuso, stanco, ho avuto un impulso di andare lì subito. Un impulso, ecco un errore grave"

L’ex governatore del Lazio, oggi separato dalla moglie e di nuovo attivo con documentari per la Rai, puntualizza: "Non faccio uso di droghe. Mi sarà successo tre o quattro volte nella vita, a distanza di molti anni. Da ragazzo, un paio. Un paio da adulto. Sono pronto a fare l’analisi del capello per dimostrarlo. So che non è un argomento, ma sono certo che moltissimi 'insospettabili', anche tra gli attuali miei censori, non potrebbero dire altrettanto.

Quel giorno è successo: anche in questo ho sbagliato". Quanto alla "trappola" dei carabinieri che lo ha incastrato, Marrazzo afferma: "Aspettavano che arrivassi. Era successo altre volte. È un giro così. Ho saputo nei mesi successivi che quei cosiddetti rappresentanti dell’ordine erano coinvolti in molti altri episodi. Un sistema. Avrei dovuto accorgermene ma le difese, come le ho spiegato, in quei momenti sono molto basse". Il futuro? "Per il futuro vedremo, nessuno di noi può darselo da solo. Sconto il mio errore come è giusto. La vita è davanti".


Powered by ScribeFire.