martedì 9 agosto 2011

Cosa farà Di Pietro quando lascerà la politica? "Ho un'azienda agricola, farò il contadino..."

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Il leader Idv rivela: "Sono del 1950 e a ottobre compirò 61 anni. Mi toccherà stare in politica ancora per un pò di tempo, ma quando deciderò di pensionarmi vorrei tornare a vivere nella masseria di Montenero di Bisaccia, dove sono nato, facendo il contadino"


Cosa farà Antonio Di Pietro quando lascerà i Palazzi romani? Il contadino. A svelarlo è proprio il leader dell'Italia dei Valori in una intervista sul settimane Oggi: "Ho riavviato la piccola azienda agricola che fu di mio padre".
La decisione dell'ex pm Da magistrato a contadino. Con una lunga parentesi nella politica. Sarà questa, con buone probabilità, la parabola di Di Pietro. "Sono del 1950 e a ottobre compirò 61 anni. Mi toccherà stare in politica ancora per un pò di tempo, ma quando deciderò di pensionarmi vorrei tornare a vivere nella masseria di Montenero di Bisaccia, dove sono nato, facendo il contadino", racconta il leader dell’Idv in una intervista sul settimanale domani in edicola. "In questa prospettiva - conclude l’ex pm - ho riavviato la piccola azienda agricola che fu di mio padre, ho ripiantato la vigna, ho sistemato la stalla e ho rimesso gli animali".




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I tedeschi non pagano le multe fatte in Italia La società di riscossione rimane all'asciutto

La Nazione


Il caso di una ditta fiorentina, incaricata di riscuotere le contravvenzioni. Le autorità tedesche fanno capire all'Italia che i cittadini teutonici non pagheranno: "Richieste irregolari"




Autovelox (foto Antic)




Firenze, 9 agosto 2011



I Comuni italiani che da qualche tempo stanno spedendo le multe per infrazioni del codice della strada agli automobilisti tedeschi indisciplinati possono risparmiarsi la spesa dei francobolli. E' questo il senso di quanto scrive oggi in prima pagina la 'Sueddeutsche Zeitung' (SZ), il maggiore quotidiano tedesco, per descrivere l'atteggiamento degli Automobil Club tedeschi, che consigliano ai loro aderenti di ignorare le multe ricevute per le infrazioni commesse in vacanza.

Sotto il titolo "Incasso alla fiorentina" il giornale rivela che diverse autorita' municipali italiane hanno incaricato la societa' fiorentina denominata "European Municipality Outsourcing" (Emo) di provvedere all'incasso delle multe, inviando la richiesta all'indirizzo postale dei tedeschi che le hanno commesse con le loro auto durante il soggiorno italiano. Il giornale parla di ammende con importi fino a "tre cifre", da pagare entro 20 giorni dal ricevimento della comunicazione, ma aggiunge subito che gli Automobil Club tedeschi "consigliano di ignorare semplicemente queste missive".

Il giornale sottolinea che "la posta in arrivo da Firenze e' un gesto di disperazione", poiche' come conferma il Ministero federale dei Trasporti, chi ha commesso l'infrazione si mostra alquanto "refrattario" nel pagare, anche perche' la procedura risulta alquanto "complicata". Uno degli ostacoli e' dovuto al fatto che le foto inviate dall'Italia a dimostrazione dell'infrazione commessa mostrano la parte posteriore dell'auto, elemento insufficiente in Germania per pretendere il pagamento. Un'altra difficolta' ancora maggiore e' dovuta al fatto che le autorita' straniere che inviano la multa "devono tradurre ogni infrazione commessa in tedesco, altrimenti la richiesta rimane inevasa".

La conseguenza e' che l'Ufficio federale incaricato dell'incasso per conto delle autorita' italiane lo effettua solo se la richiesta e' "valida e formalmente corretta". Volker Lempp, un esperto del tedesco "Automobilclub Europa", chiarisce al giornale che "ogni minimo errore di forma impedisce l'esecuzione della richiesta in Germania". La SZ constata dunque che "per i turisti non ci sono conseguenze". Di fronte ad una situazione del genere, Lempp consiglia ai suoi connazionali che ricevono multe dall'Italia di "rimanere tranquilli", raccomandando pero' di evitare di cadere in un controllo di polizia durante una futura vacanza nel 'belpaese'.




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E Bologna riaprì le case chiuse Turisti in visita agli ex bordelli

Corriere della sera

Tutto esaurito per i tour (inseriti nel calendario del Comune) nei luoghi che un tempo erano a luci rosse



C’era quella di lusso. La casa chiusa di via dell’Orso, rinomata e frequentata soltanto dalla Bologna bene, professionisti, professori universitari e i più ricchi tra i commercianti. Lì lavoravano le più belle, le più giovani. Tra gli ultimi testimoni è stata la Gianna, classe 1907. Prestazioni a partire da 25 lire.
Meno di cinque, negli anni precedenti alla II Guerra Mondiale, costava una «singola» (5 minuti) nella zona dei Mirasoli, dietro l’ex Tribunale. Il più economico era in vicolo del Falcone. Qui la star era la «Francese», anche se poi era di Ferrara. Il prezzo differente si rifletteva nelle differenze di clientela, di ambiente e anche dei vestiti delle prostitute: pochi quelli indossati nelle case più economiche, per fare in fretta; alla moda quelli nei bordelli di lusso.

Nella zona dei Mirasoli si faceva anche «flanella»: i ragazzi che saltavano la scuola, magari nel vicino liceo, o che avevano finito le lezioni universitarie passavano un po’ di tempo nell’atrio. Si discuteva e si guardava qualche donna svestita: non nelle case di lusso dove, oltre a non essere permessa la «flanella», le donne erano anche vestite.

Oggi al posto delle due case di tolleranza più storiche della città sorgono due hotel. A riportare i bolognesi a prima della legge Merlin ci ha pensato Flavia Pastina, la guida turistica che ha organizzato il «Tour nella Bologna osé». Nei quartieri che per secoli hanno ospitato famose case di piacere e prosperose matrone, nei luoghi dove oggi sorgono soprattutto ristoranti, alberghi o locali. Erano tanti: via Piella, via delle Oche, via Malcontenti, via Polese, via del Borgo di San Pietro, via dell’Unione. «In via di Porta di Castello c’era il caffè Royal, un vero scannatoio — racconta la Pastina —. In via Bertoloni c’è oggi un locale dove i dipinti al muro ricordano che lì sorgeva una casa di tolleranza. Ma la zona più "osé" era quella dei Mirasoli». Qui la Pastina ha portato in giro una quarantina di persone.

Le prenotazioni, venerdì scorso, hanno fatto il tutto esaurito, e l’iniziativa è stata inserita nel calendario di Bologna estate. «La domenica le ragazze non lavoravano. E stando al bar Olindo in via de’ Ruini si poteva vederle uscire in carrozza. Lì vicino il tabbaccaio Ilio utilizzava il timbro delle tessere annonarie, in tempo di guerra, per qualche documento contraffatto che dimostrasse che un quindicenne fosse già maggiorenne». Qualcuno, tra i più anziani che seguono il tour, supera il pudore, annuisce e ricorda ad alta voce: «Quando saltavo la scuola... facevamo una colletta». In via Mirasole c’erano anche le ragazze che lavoravano in strada, quelle in avanti con l’età, le più povere e anche economiche. Sul viale accanto a Porta San Mamolo, al sesto albero, c’era la Maria. Molti ragazzi hanno perso lì la verginità, era l’incaricata ai riti di iniziazione: «Quando pioveva la madre reggeva l’ombrello».

La Bologna «osé» affronta lo scandalo anche oltre l’affare. In via de’ Foscherari c’era l’osteria dell’Offesa di Dio: «L’ostessa apprezzava molto le frequentazioni maschili e il marito era anche consapevole. Una volta, con un cliente, ha consumato sotto un crocifisso», continua Pastina. La visita ripercorre il passato della città, e i suoi tesori storici e artistici, attrvaerso il filo a luci rosse dei casini: «Un mercato che è presto fiorito nella città dell’Università, con studenti da tutto il mondo, e del commercio. All’Archiginnasio, nel Teatro anatomico, indovinate di chi era la maggioranza dei cadaveri dissezionati. Dopo l’arrivo di Napoleone erano 600 le prostitute censite a Bologna. I numeri sono sempre stati disponibili perché, fino alla legge Merlin, pagavano le tasse».



Renato Benedetto
09 agosto 2011



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Il bacio di Elvis, svelato il mistero

Corriere della sera

Rintracciata la ragazza della celebre foto



La celebre foto di Al Wertheimer «The kiss»
La celebre foto di Al Wertheimer «The kiss»
  Il segreto di questa foto è durato 55 anni. Elvis Presley che spinge la punta della sua lingua fino alle labbra di una biondina ripresa di spalle. Succedeva nel lontano 1956, poco dopo l'ennesimo concerto trionfale tenuto davanti a 3000 fan deliranti nel Mosque Theatre di Richmond, in Virginia. L'immagine, scattata da Alfred Wertheimer e intitolata appunto «The kiss», è da tempo nell'olimpo iconico dei seguaci di the king. E ora quella ragazza ha anche un nome. I reporter di Vanity Fair sono andati a scovarla . Si chiama Barbara Grey, oggi ha 75 anni, e fa l'agente immobiliare: «Non ero neppure una sua fan e non mi accorsi del flash - ha raccontato ai microfoni dell'Nbc -. Poco prima di baciarmi Elvis mi aveva chiesto se volevo seguirlo allo show di Steve Allen. Io gli risposi che non ci pensavo neppure, avevo un appuntamento col mio ragazzo».


IL CORTEGGIAMENTO DI ELVIS - Ma l'allora ventunenne Elvis non si arrese così presto: «Continuò ad insistere - racconta ancora Barbara - mi convinse quasi a seguirlo a New York, nello scompartimento a lui riservato sul treno. Eravamo dietro le quinte, in teatro. Mancava qualche minuto all'inizio del concerto. Prima di andare in scena mi cinse la vita e mi baciò». Un bacio che è entrato nella storia.


Redazione online
09 agosto 2011 15:16



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Nel quartiere di Bondere, l'ex residenza degli shebab, rifugio di gang e banditi

Corriere della sera

Il «Corriere» dove nessun occidentale entrava da 5 anni

Dal nostro inviato MASSIMO A. ALBERIZZI



MOGADISCIO – La capitale somala è completamente distrutta. La case rimaste in piedi sono pochissime. Il resto è ridotto a un colabrodo. In particolare il quartiere di Bondere, centrale a ridosso di Villa Somalia, la residenza del presidente, è stato sottoposto a intensi bombardamenti che l’hanno ridotto a un cumulo di macerie. Gli shebab l’avevano innalzato a loro residenza privilegiata perché da lì potevano lanciare attacchi contro Villa Somalia, appunto. Ma era il rifugio anche delle gang di rapinatori e di banditi che scorazzano per la capitale somala. Nessun occidentale negli ultimi cinque anni si era azzardato a entrare in quel quartiere.

Ora gli shebab sono scappati, ma si teme che nella zona ci sia ancora qualche cecchino. Per entrare a Bondere ho dovuto rafforzare la scorta. Oltre ai miei uomini, abbiamo chiesto l’aiuto di una camionetta strabordante di miliziani di Ahlu-Sunnah wal-Jama^ah, il gruppo sufi, cioè contemplativo e ascetico, che è sceso in guerra con i fondamentalisti islamici dopo che questi hanno distrutto e vandalizzato le loro moschee e le tombe dei solo santoni. Attraverso Bondere abbiamo tentato di raggiungere l’ambasciata italiana ma non ci siamo riusciti: abbiamo dovuto più volte fare marcia indietro e cambiare strada perché la gente ci segnalava la possibilità che ci fossero mine anti carro. Un’auto è saltata a un centinaio di metri davanti a noi. Non abbiamo visto nulla ma sentito il boato.

09 agosto 2011 15:56

Ict, la francese Altran realizza uno spin off Ma chi compra ha i lavoratori in cig

Corriere della sera


Destino incerto per 35 dipendenti. Per loro ipotesi Gepin, che ha in cassa integrazione parte dei suoi lavoratori



La sede spagnola di Altran
La sede spagnola di Altran
Prodigi dell'economia reale. Spesso le si attribuisce una presunta superiorità morale rispetto ai complessi (e generalmente nebulosi) meccanismi della finanza speculativa. L'economia crea occupazione, produzione, consumi. La finanza cosa, se non derivati carta-straccia? Al netto delle contrapposizioni ideologiche spesso anche la logica del profitto basato sulla produzione di beni e servizi finisce per sorprendere.

IL CASO - Come succede alla multinazionale francese Altran, società specializzata nella consulenza specializzata in innovazione tecnologica (lato software) per clienti privati e pubblici, come ministeri e regioni. Circa 17mila dipendenti in tutto il mondo, casa madre nell'hinterland parigino e quasi 2.100 in Italia nelle varie sedi tra cui Milano, Roma, Torino e Napoli. Azienda sana, tra i maggiori player dell'Ict nel nostro paese, la credibilità attribuitagli dalla sua vasta clientela. Tutto bene, se non che il ramo aziendale dedicato ai clienti istituzionali (i vari enti dell'amministrazione centrale) diventa non redditizio come in passato (forse pesa l'atavico ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione). E allora da Parigi arriva l'ordine: «cediamolo!» (in gergo un'operazione di spin off).

L'ACQUIRENTE - Sondaggi sui potenziali compratori, poi arriva l'offerta giusta, che fonti interne ai sindacati che stanno seguendo l'evoluzione della vicenda stimano in 11 milioni di euro. Dall'altro lato la Gepin, piccola realtà del settore, nota alle cronache per aver aperto cinque procedure di cassa integrazione negli ultimi cinque anni e con 80 suoi dipendenti a casa con gli ammortizzatori sociali.

LA TEMPISTICA - Agli interrogativi posti dai sindacati (in prima linea la Filcams Cgil) nessuna risposta, se non un laconico no comment giustificato dal diritto di privacy nei confronti dei clienti, che potrebbero non vedere di buon occhio la cessione del ramo aziendale ad un'impresa più piccola, almeno a livello di fatturato.

Eppure i tempi stringono, soprattutto perché il closing dell'operazione di spin off dovrebbe essere effettivo il 1 settembre e così 35 dipendenti Altran (di cui ancora non si conoscono le generalità, tanto meno sono a conoscenza di dover avere a breve un nuovo datore di lavoro) saranno costretti a riconvertirsi anche professionalmente (non tutti seguono progetti con una clientela di tipo pubblico) e dovranno accettare probabilmente un "downgrade" del proprio stipendio, perché Gepin applica il contratto collettivo dei metalmeccanici e non quello del commercio utilizzato dalla multinazionale francese. E soprattutto alle richieste insistenti dei sindacati riguardo alla possibilità di introdurre delle clausole di salvaguardia per i dipendenti in uscita (in modo da impedire l'utilizzo di procedure di cassa integrazione nei loro confronti) la risposta delle due aziende è stata chiara e inequivocabile: «Non se ne parla».


Fabio Savelli
08 agosto 2011(ultima modifica: 09 agosto 2011 11:39)



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E' rapina riprendersi i regali fatti alla ex fidanzata

La Stampa


E' grave come una rapina - e il movente della delusione sentimentale non lo giustifica - il comportamento del fidanzato lasciato che, con la forza, si riprende i regali fatti alla ex anche se solo per farle un dispetto e non per ricavarne un profitto. Lo sottolinea la Cassazione condannando un uomo che dopo l’addio aveva preso con la forza alla ex l’orologio in precedenza regalatole.

L’ex fidanzato rapinatore ha sostenuto che si era trattato solo di un litigio tra ex amanti con lesioni lievissime e minacce semplici non in grado di intimidire la donna e che lui, quell’orologio, non voleva mica rivenderselo.

Perchè sussista la rapina, spiega la Cassazione che non ha condiviso la tesi difensiva, «non si richiede uno scopo economico, ma è sufficiente che il colpevole abbia operato per il soddisfacimento di qualsiasi fine o bisogno, anche di carattere psichico, e quindi per uno scopo di ritorsione o di vendetta».

È rapina, dunque, impossessarsi con la forza dei regali fatti alla ex anche se lo scopo è la «ritorsione per un rapporto sentimentale finito male».



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Il saluto di Bossi a Gemonio: dito medio alzato verso i giornalisti

Il Messaggero


Umberto Bossi alza di nuovo il dito medio. Nella sua casa di Gemonio, vicino a Varese, dove lunedì ha visto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, e Roberto Calderoli.


Dopo il vertice Bossi è uscito in cortile, accompagnato dagli altri leghisti, per ammirare la nuova moto Bmw con cui Calderoli era arrivato. Poco dopo, Tremonti s'aggiungeva al gruppo. Il tutto, davanti a giornalisti, fotografi e cameramen, assiepati dietro al cancello della villetta, con tanto di dito medio di "saluto" riservato dal padrone di casa. Alla fine, dopo qualche battuta con la stampa e un Tremonti defilato dietro a tutti, è scattata la foto di gruppo. Qualche sorriso, i bermuda di Calderoli, nessuna cravatta. Momento informale, come quando Bossi aveva atteso di prima mattina l'arrivo del ministro dell'Economia: seduto al bar davanti alla chiesa, il sigaro in bocca, un caffè e una coca cola sul tavolo, i gemoniesi intorno a parlare del più e del meno con lui, i giornalisti a chiedergli di Borsa ed elezioni anticipate.

Martedì 09 Agosto 2011 - 11:06    Ultimo aggiornamento: 13:14


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Un parco dedicato a Falcone e Borsellino? Parma preferisce Sandra e Raimondo: polemica

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L'amministrazione comunale di Parma cambierà la titolazione del parco a favore della coppia di attori comici. Proteste del Pd e del Popolo viola: "un'offesa inaccettabile". Ma il Comune promette: ai due magistrati dedicheremo due viali 

 Cambio di programma. Quello che doveva essere intitolato parco Falcone Borsellino, ora cambierà denominazione a favore della coppia di attori comici Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Succede a Parma. La scelta dell’amministrazione comunale ha però subito scatenato le proteste del Pd e del Popolo Viola. A entrambi non è bastata neanche la promessa di dedicare ai due magistrati uccisi dalla mafia due viali in via di completamento nell’area della stazione. Una nuova polemica che si inserisce del difficilissimo momento del sindaco Pietro Vignali, attaccato per l’inchiesta giudiziaria sulle presunte tangenti che coinvolge due alti dirigenti e che hanno portato a dimissioni in giunta.
Proteste di Pd e Popolo viola Niente contro Sandra e Raimondo, hanno precisato Matteo Caselli e Caterina Bonetti del Pd, ma "com’è possibile paragonare, nella titolazione di un’area così importante, due eroi nazionali a una coppia di attori comici, per quanto stimati e apprezzati dal pubblico?". E hanno rilanciato chiedendo intitolazioni "più consone", come Angelo Vassallo, Enzo Biagi, Harvey Milk o Mirka Polizzi, "vero simbolo della Resistenza a Parma". Per il Popolo Viola, la scelta della giunta (che dovrà essere ratificata a fine mese con una delibera) "è un’offesa indigeribile e inaccettabile". E non c’è fiducia nemmeno nell’intitolazione futura: "Siamo abituati a promesse propagandistiche di facciata a cui poi non segue alcun tipo di veridicità", hanno attaccato gli attivisti, tornando a chiedere le dimissioni di Vignali.




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Graziati Tedesco, "associazione a delinquere": Come il Pd salvò il senatore delle manette.

Libero


Il presidente del Tribunale del riesame di Bari, Francesca La Malfa, nel dispositivo consegnato alla cancelleria (ieri alle 13.30), lo scrive chiaramente: «L’ex assessore alla Sanità della Regione Puglia, Alberto Tedesco, era a capo di un’organizzazione criminale e per circa quattro anni, durante il suo governo, ha influenzato la Sanità e pilotato le scelte regionali in materia».

In 45 pagine, i giudici del  Riesame, contestano il reato di associazione a delinquere (art. 416 c.p.) e dispongono gli arresti domiciliari per il senatore, eletto nel Pd e ora nel gruppo Misto. È la risposta del Tribunale al ricorso presentato dai pm della Procura contro l’ordinanza del gip Giuseppe De Benedictis, poi sospeso dal Csm perché finito in una compravendita di armi da guerra proibite. Il giudice aveva riconosciuto una sfilza di reati a carico di Alberto Tedesco: concussione, abuso d’ufficio, turbativa d’asta, concorso in falso, escludendo però il reato più grave di associazione per delinquere.

Il ricorso dei tre pm baresi Desireé Digeronimo, Francesco Bretone e Marcello Quercia, riguardava anche altri indagati: «A gestire la sanità pugliese», si legge nell’appello, «c’era un gruppo che costituiva  una vera associazione con tre obiettivi principali:  il controllo di pacchetti di voti a favore del gruppo politico guidato dall’assessore Tedesco (il partito dei Socialisti Autonomisti poi confluito nel Partito Democratico) attraverso favori elargiti alle aziende che quei pacchetti controllano.

La copertura dei posti chiave nelle Asl con uomini di fiducia o comunque legati al gruppo. Il controllo delle gare di appalto e delle forniture in modo da pilotarle verso imprese collegate al gruppo di potere». L’ex assessore pugliese aveva ovviamente gridato la propria innocenza: «Si tratta di un’azione persecutoria esercitata contro di me e contro tutto il Senato».

La Procura di Bari invece aveva chiesto l’autorizzazione a procedere e l’arresto per il parlamentare, cosa che il Senato ha negato tra le polemiche. È successo lo scorso 20 luglio, quando l’Aula ha respinto in contemporanea la richiesta di arresto con il voto favorevole della Camera sul deputato del Pdl, Alfonso Papa, avanzata dai magistrati napoletani, nell’ambito della cosiddetta inchiesta P4. Un voto a sorpresa, quello che a Palazzo Madama ha “salvato” Tedesco, deciso a scrutinio segreto e al quale hanno fatto seguito infuocate baruffe interne ai democratici.

La Procura di Bari presenterà una nuova richiesta di arresto per Alberto Tedesco, chiederà al Senato l’autorizzazione a procedere e non sarà semplice negare la sussistenza dell’ipotesi di reato contestata dalla Procura e avallata dal Riesame. La  difesa del parlamentare può ricorrere in Cassazione e qualora lo facesse (come si suppone), la Procura dovrà aspettare la pronuncia dei supremi giudici per poter chiedere l’autorizzazione a procedere con gli arresti domiciliari.

In precedenza, davanti alla richiesta di custodia cautelare prima e di arresti domiciliari poi, per ben due volte la commissione per le autorizzazioni a procedere non si era espressa e aveva rimesso la decisione nelle mani dell’Aula del Senato. Lo scorso 20 luglio, il senatore rosso, aveva «sommessamente invitato il Senato a dire sì alla richiesta d’arresto avanzata dalla Procura di Bari e di farlo senza ricorrere al voto segreto», queste le sue parole in Aula. Adesso che il rischio si fa più elevato, Alberto Tedesco pensa al ricorso in Cassazione: «Non dimentichiamo che per me si riapre nuovamente la possibilità di ricorrere alla Corte suprema, anche se per prendere una decisione dovrò attendere di conoscere la motivazione di questa nuova ordinanza».

E confida nuovamente nell’appoggio degli amici  del Pd: «Se la Cassazione conferma questo capo d’accusa, la Procura dovrà comunque tornare a chiedere l’autorizzazione a procedere al Senato». Il parlamentare ha tempo dieci giorni per impugnare il provvedimento davanti alla Cassazione. E a chi gli chiede se si aspettasse che i giudici del Riesame confermassero il grave capo di imputazione a suo carico, lui risponde non sembra sorpreso della decisione presa dal Riesame: «Non era improbabile essendosi il Tribunale totalmente adeguato all’impostazione della Procura».


di Monica Lodi
09/08/2011




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Ecco gli ipocriti del Pd: difendono gli omosessuali ma soltanto a parole

di Fabrizio Rondolino


Avvenire critica le nozze della deputata, lei querela. Ma dopo tante prediche sui diritti civili, nessuno dei democrat si schiera


Che un partito di sinistra elegga in Parlamento una donna lesbica attivamente impegnata nella difesa dei diritti degli omosessuali rientra senz’altro nella normalità, e anzi sarebbe curioso il contrario. Altrettanto normale è che questa deputata, da tempo fidanzata con una donna tedesca, scelga di usufruire delle leggi tedesche per garantire quella tutela dei propri diritti che le leggi italiane ancora non consentono.

Ma il «matrimonio» di Anna Paola Concia e Ricarda Trautmann (che in realtà è un’unione civile) è naturalmente anche una notizia, un fatto pubblico: come ci hanno insegnato le femministe, del resto, il privato è politico. E lo è tanto di più, quanto più ha a che fare con il riconoscimento (o la negazione) di alcuni diritti «privati».
È dunque comprensibile che Concia e Trautmann abbiano reso pubbliche le foto della loro cerimonia privata, ed è altrettanto comprensibile che Avvenire, il quotidiano dei vescovi, veda polemicamente in questa scelta l’intenzione di innescare una «straordinaria macchina del consenso» diretta a legalizzare anche in Italia le unioni civili. In tutti i Paesi del mondo i gay fanno propaganda per i loro diritti e i vescovi cattolici difendono la famiglia «naturale», cioè eterosessuale: è normale che sia così anche da noi.
Quel che invece è molto poco normale è il silenzio del Pd, il partito di Paola Concia. Nessun dirigente, parlamentare, assessore o portaborse del Partito democratico ha ritenuto opportuno spendere una parola per replicare ad Avvenire e difendere il diritto di chiunque a farsi fotografare al proprio matrimonio, nonché il diritto più generale degli omosessuali italiani alle unioni civili (seppur nella forma piuttosto blanda dei Dico, morti insieme all’ultimo governo di centrosinistra e mai più resuscitati). Niente. Un silenzio assordante. E vergognosamente intriso d’ipocrisia.

L’imbarazzo con cui il Pd ha vissuto e vive la questione omosessuale (forse perché figlio di un doppio puritanesimo comunista e cattolico) è diventato palpabile e macroscopico con il «caso Concia». Che non sarebbe affatto un «caso», se il Pd fosse un partito normale.

E invece Rosi Bindi (giusto per fare un esempio), dopo aver ricevuto le partecipazioni ha allargato le braccia e ha chiesto: «Ma cosa si dice in questi casi?». In questi casi, onorevole Bindi, si fanno gli auguri, come per qualsiasi altra coppia. Quanto a Bersani, fa un certo effetto scoprire che neppure s’è ricordato di mandare non dico un regalo, ma almeno un telegramma alla sua deputata. Da non dimenticare, infine, il silenzio tombale di Nichi Vendola.

Alla cerimonia di Francoforte, venerdì scorso, i politici presenti erano pochi, per esplicito desiderio della coppia. E tra gli invitati, soltanto Veltroni non ha potuto partecipare: ma la sua assenza è ampiamente giustificata (è stato l’ex leader del Pd a portare Paola Concia alla Camera).

Non per questo, però, i dirigenti e i parlamentari del Pd possono far finta di niente, tanto più quando quel «matrimonio», come del resto era ampiamente prevedibile, ha aperto un dibattito più generale.
Le unioni civili fra persone dello stesso sesso esistono in molti Paesi occidentali e sono oggetto di dibattito pubblico in molti altri, e nessuno si scandalizza.
Che Avvenire abbia riaperto la discussione in Italia è dunque una buona notizia, e lo è soprattutto per chi difende i diritti degli omosessuali, perché ogni battaglia per i diritti civili è prima di tutto una battaglia di fronte all’opinione pubblica.

Ma la battaglia bisogna combatterla, quantomeno per rispetto di se stessi: e invece il Pd ha nascosto la testa sotto la sabbia, lasciando a Vanity Fair (che aveva pubblicato in esclusiva, gratuitamente, le foto della cerimonia) il compito di rispondere ad Avvenire (querelato dalla Concia) quasi si trattasse di un problema editoriale. Che vergogna.




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Nel regno di Fidel Castro la musica è cambiata La rivoluzione adesso sono i Beatles...

di Luciano Gulli

Si sono sciolti da quarant’anni ma per la censura non sono mai esistiti. Adesso sono la moda dell’isola. E le loro canzoni un inno alla libertà. Anche i rapper per il regime sono note stonate. Perché osano attaccare il comunismo


Le facce, il taglio di capelli, l'accento. «Bè, ragazzi, era tutto sbagliato», ha raccontato estasiato chi c'era. Ma la magia di quegli accordi, di quelle parole, l'emozione di quella musica che una volta a Cuba si poteva sentire solo di contrabbando, e se i barbudos vi beccavano erano guai: «Bè, quell'emozione - ha detto ancora chi c'era - è stata indicibile, pazzesca». Poi, quando la band ha intonato il primo verso di Let it be («When I find myself in times of trouble...») uno ha tirato fuori l'accendino e ha tenuto la fiammella alta sulla sua testa.

Un momento dopo le fiammelle erano dieci, poi trenta, fino a quando qualcuno ha spento le luci e nel buio si vedevano solo quelle centinaia di lumini che ondeggiavano sulle teste di giovani e giovanissimi, come negli stadi di tutto il mondo davanti agli idoli del rock; ma anche di cinquanta e sessantenni che i Beatles, da ragazzi, li sentivano alla radio come carbonari; come da noi nel '43, quando si ascoltavano le notizie dal fronte a radio Londra.
E tutti lì a cantare come scemi, dondolandosi abbracciati, ripetendo a squarciagola il refrain della canzone intitolata al «sottomarino giallo». «Cuba libre» a valanga, dunque, la sera dell'inaugurazione, giù nel seminterrato del locale che è già un mito, nella calle 17 e 6, quartiere centrale del Vedado; ma giusto per sottolineare, con il tinnire dei bicchieri, una libertà ritrovata e un altro, decisivo passo avanti verso la fine del plumbeo regime comunista imposto da Fidel Castro.

I Beatles all'Avana, figuratevi. Un club che si chiama «El Submarino Amarillo», proprio come quel «Yellow Submarine» - mitico album degli anni Settanta - in cui i Fab Four comparivano in copertina vestiti come direttori del gran circo internazionale dell'amicizia.
É tutto in regola, naturalmente.
Secondo il manager del locale, Yosmany Groeiro, il club diventerà «il centro specializzato nella musica dei Beatles e del rock-pop degli anni Sessanta». Un progetto voluto dal Ministero della Cultura, «volto a diversificare - si legge in un burocratico comunicato comparso sulla stampa - la proposta culturale e musicale per il popolo di Cuba». El Submarino Amarillo è un luogo per tutti gli amanti della musica e tutti i nostalgici di quel periodo», dice Juan Castellanos, 48 anni, uno dei direttori artistici del locale. Il club è una specie di santuario: all'ingresso una enorme foto di John Lennon, Paul McCartney, Ringo Starr e George Harrison, mentre le pareti del locale grondano i loro testi.
Per Cuba è una specie di rivoluzione. E anche se il locale ha avuto il beneplacito della nomenklatura, segna un'altra cocente sconfitta dei sepolcri imbiancati di un regime che, nonostante il filo spinato e il carcere, ha dovuto infine piegare il ginocchio di fronte alla travolgente cultura egemone anglosassone, americani e inglesi in testa, che invece di ricorrere ai missili e alle cannoniere hanno scoperto che era più facile dominare il mondo col rock and roll, il jazz e il cinema di Hollywood. La transizione si consuma al ritmo di «Yesterday» e di «Lucy in the sky with diamonds». Finito il tempo in cui i Beatles, con i capelloni, i jeans a vita bassa e gli omosessuali erano sintomi di allarme sociale, di corruzione, quando la «divisa» dei rivoluzionari, l'unica ammessa e omologata, era quella verde oliva imposta dal regime.
«A quei tempi - ricorda il musicologo Edmundo Vilar - Cuba era un posto così serio che ci si ammazzava di noia». Da oggi a Cuba si cambia musica. E i Beatles non sono l’unica nota stonata per il regime. I concerti di rappers come i Los Aldeanos per esempio fanno il tutto esaurito. Perchè le cantano a Fidel e al comunismo, in nome di un futuro diverso. Tomorrow, non solo Yesterday...




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Il traffico dei carrelli per la spesa

Corriere della sera

Spariscono dai market e finiscono per strada carichi di immondizia. Convenzione con l'Amsa per recuperarli


MILANO - Poche centinaia di metri dividono via Barrili dal market Lidl che s'affaccia sul Naviglio Pavese. Forse troppi per caricarsi le borse della spesa e farli a piedi. L'uomo anziano spinge il carrello oltre il parcheggio, svolta a destra e via verso casa. Non serve accelerare, nessuno dice bah. E forse neppure vede niente. Arrivato davanti al portone, l'uomo ferma il carrello vicino a un palo della luce. Se avesse un lucchetto forse, chissà, lo legherebbe pure. Invece, svelto, prende una pinzetta, di quelle per regolare le sopracciglia, e sfila la moneta da 1 euro. Perché, per chi avesse qualche dubbio, qui, allo Stadera, non si regala niente a nessuno. Il giorno consigliato per un tour in zona 5, a sud di viale Cermenate, è il mercoledì. Giorno di mercato. Di carrelli in fila, alla fermata del tram in via Montegani, di fronte alla scuola, ne trovi anche quindici. Rimangono lì, abbandonati per giorni. Non solo Lidl, arrivano da tutti i supermercati del quartiere: Carrefour, Esselunga. E dopo il primo giorno, qualcuno li usa come grandi cestoni per la spazzatura. L'addetto Amsa sa e non fa una piega. Allunga il suo giro, paziente, svuota i carrelli. Dovrà tornare ogni giorno, finché qualcuno non li farà sparire.

In poche ore ne abbiamo contati una trentina. Pezzi d'arredo urbano, in via Palmeri, Montegani, Barrili, Stadera. E anche in via Neera. Ma non fermatevi all'esterno dei casermoni. Dentro, spesso, è peggio. Il malcostume, però, è diffuso ben oltre il quadrilatero dello Stadera. A distanza di quattro giorni, una domenica mattina, siamo tornati in zona e abbiamo contato un'altra decina di carrelli disseminati nelle vie Agilulfo, e poi Treccani, Ogliari, Dudovich. Ed ora la zona 5 ha deciso di dichiarare guerra al carrello selvaggio. Il presidente Aldo Ugliano ha chiesto il censimento dei super e degli abbandoni. E convocherà un tavolo con i direttori delle catene commerciali e con la polizia municipale. «Non possiamo più consentire questo degrado. I carrelli diventano ricettacolo d'immondizia, queste case sono state in buona parte ristrutturate e non possiamo chiudere gli occhi. La gente va educata. Ma i supermercati, per primi, devono adottare sistemi per impedire la libera uscita dei carrelli».

I carrelli, confermano in un paio di market, «tornano» sempre. Curioso. Li riporta Amsa. Che ha persino stipulato delle convenzioni con le tre catene Carrefour, Esselunga e Lidl. «Una volta recuperati - spiegano gli uffici di Amsa - vengono prima trasportati nei depositi dei due dipartimenti Silla e Olgettina. In seguito, restituiti alle aziende proprietarie. I carrelli ritrovati, che non appartengono ai supermercati convenzionati, sono invece mandati al recupero». E che il fenomeno sia incancrenito ed endemico lo raccontano due dati: nel 2010 sono stati ritrovati sul territorio 1007 carrelli; 365 nei primi sei mesi del 2011. Nel solo quadrilatero dello Stadera, ne vengono recuperati 20 al mese. Ma questo è niente, se si pensa che ogni giorno in questo fazzoletto di città nascono e muoiono (rimosse sempre da Amsa) 4 discariche abusive di rifiuti ingombranti (materassi, brande, lavatrici...).


Paola D'Amico
08 agosto 2011 16:04



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Sacrifici sì, ma non per tutti: tagli a pensioni. E alla casta?

Libero



Il momento è drammatico. A tener banco, come succede ormai da più di due anni a questa parte, è l'economia. La politica per far fronte alla crisi del debito e alla speculazione vuole tagliare le spese e raggiungere il nobile - e imprescindibile - obiettivo del pareggio di bilancio (per l'Italia, una vera e propria rivoluzione). L'asticella, dopo essere stata fissata con la manovra, è stata subito spostata più in alto: lo storico traguardo dovrà essere raggiunto già nel 2013, un anno in anticipo rispetto a quanto previsto dal pacchetto di provvedimenti recentemente varato dal nostro esecutivo.

Nel mirino le pensioni - Mercoledì è stato fissato un nuovo incontro tra il governo Berlusconi e le parti sociali, e c'è grande attesa per scoprire quali carte verranno messe in tavola. Il capitolo di spesa sul quale, plausibilmente, più si andrà a incidere è quello delle pensioni. Lo spettro degli interventi allo studio in materia previdenziale è però ampio, e secondo quanti si è appreso - a fronte della nuova crisi - i tecnici dell'esecutivo starebbero pensando di recuperare molte delle drastiche misure che erano state messe a punto per la manovra di luglio, e successivamente ammorbidite. Nel dettaglio, il governo potrebbe agire sul blocco delle pensioni di anzianità per 12 o 18 mesi, e potrebbe anche anticipare - già nel 2012 - le norme di allungamento dell'età pensionabile per le donne. Nel mirino ci dovrebbero finire anche le pensioni di invalidità, le indennità di accompagnamento, la reversibiluità e i doppioni tra detrazioni fiscali e misure assistenziali.

La casta non taglia - Misure dure, probabilmente necessarie. Il problema, però, sorge poiché in questo momento difficile la fiducia che i cittadini nutrono nella classe politica è sempre più esile. A contribuire in modo decisivo a questa 'disaffezione' pesa più che mai il fatto che la tanto chiacchierata 'casta' -  a fronte delle misure di austerità - persiste nel non volersi infliggere i tagli e i sacrifici che, al contrario, dovranno sopportare tutti i cittadini 'normali'. Certo, non sarà l'adeguamento dello stipendio di un parlamentare, l'abolizione dei doppi incarichi o la sforbiciata ad auto e aerei blu a far respirare il bilancio dello Stato. Ma se la politica chiede - pescando nelle tasche dei cittadini e tagliando la previdenza - deve anche dare. A maggior ragione in un momento come questo.

Astio contro la politica - La difficile congiuntura economica, così, fa montare l'astio della gente nei confronti della casta. Come ricordano Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, "è in gioco la loro credibilità", quella dei politici. Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, rispondendo a un lettore sottolinea: "Un esemplare cambio di passo è non solo possibile, ma indispensabile. E a ognuno di noi - prosegue - spetta una parte della fatica e del sacrificio. A chi fa politica, cioè a chi si è impegnato a servire il bene comune, ne tocca di più e non di meno. Ai nostri eletti rappresentanti non vanno indirizzati insulti e minacce, bensì una richiesta ragionevole e pressante a fare ciò che devono, a dimostrarci che si fanno carico per primi delle difficoltà del Paese".

I costi della politica - Anche Libero, da tempo, ha avanzato le sue richieste ai rappresentati del mondo politico. Prima fra tutte quella di abolire le Province, una battaglia nella quale il nostro quotidiano è in prima linea da sempre. Ma contestualmente al taglio degli enti inutili, dovrebbe essere adottata un'intera costellazione di provvedimenti dalla decisiva importanza simbolica, quali rendere trasparenti i costi della politica, abolire i doppi incarichi e dimezzare lo spropositato numero dei parlamentari italiani.
08/08/2011




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Svizzera: l’oro nascosto nei bunker segreti delle Alpi

Corriere della sera

Il metallo giallo sempre più ricercato come bene rifugio: ma dove conservarlo?



Lingotti d'oro in un bunker

MILANO - Come luccica quel bunker: a sentire gli esperti l'oro è il bene rifugio per eccellenza. Soprattutto di questi tempi. A chi affidarlo, dunque, perché resti al sicuro? Alle banche? No, quale miglior modo per nascondere il metallo prezioso di una fortezza, un bunker segreto scavato dentro una montagna? In Svizzera sono diverse le società che offrono questa opzione. Un’alternativa sicura, un Fort Knox a prova di bomba. Nell’ultimo periodo le valute sembrano fare a gara nello svalutarsi. E dopo le gravi perdite registrate in Borsa molti investitori hanno perso la fiducia anche nelle banche. L’oro è sempre più ricercato come bene rifugio. Sui mercati mondiali il prezzo del metallo giallo è infatti cresciuto negli ultimi tre anni e mezzo di oltre il 70 per cento a causa della forte domanda. Se i piccoli risparmiatori sono costretti a nascondere i loro soldi sotto il materasso, in Svizzera le società cercano alternative ai caveau di sicurezza. La soluzione sono i bunker nelle Alpi.

SEGRETEZZA - La Swiss Gold Safe, per esempio, gestisce ad Amsteg, nel Cantone Uri, un bunker dismesso del governo federale trasformato in una gigantesca cassaforte. «Le richieste sono moltiplicate quest’anno», ha spiegato l’amministratore Hans J. Maurer al quotidiano Handelszeitung. «I nostri clienti», ha sottolineato Maurer, «sono privati, ma anche istituzioni pubbliche». La sua società mette a disposizione uno spazio a prova di catastrofe nucleare e biologica, attacco terroristico, terremoto, furto. E non c’è pericolo che fallisca, come potrebbe accadere per alcuni istituti di credito. Insomma, i preziosi depositati possono, all’occorrenza, essere ritirati senza grossi problemi. Maurer non rivela altri dettagli. Le parole d’ordine dal sapore decisamente elvetico sono «discrezione» e «segretezza». I dipendenti sono scelti proprio come gli agenti segreti e non possono rivelare a nessuno che lavoro fanno.

CENTRI BACKUP - Ad Attinghausen, sempre nel Cantone Uri, opera invece la società Deltalis con la sua Fort DK 2, mentre nell’Oberland Bernese ci sono le due fortezze Swiss Fort Knox, gestite dalla Siag-Secure Infostore. Ufficialmente gestiscono centri per il backup di dati, scrive il quotidiano tedesco Die Welt. Qualche tempo fa l’amministratore delegato della Siag, Christoph Oschwald, aveva rivelato al portale 20 Minuten online che le informazioni depositate qui «valgono miliardi di franchi».
BUNKER DISMESSI - La fortezza di Amsteg, sepolta nel ventre del massiccio alpino del Gottardo, è stata costruita negli anni Quaranta dal governo federale e acquistata da Swiss Gold Safe alla metà degli anni Novanta dopo che l’esercito svizzero aveva messo in vendita i bunker che non gli servivano più. E oggi, con la perdurante crisi dei mercati finanziari, queste cassaforti scavate nelle Alpi valgono oro, nel vero senso del termine, sottolinea la Basler Zeitung. Già lo scorso anno il quotidiano elevetico Sonntagszeitung aveva riferito che gli affari andavano a gonfie vele. Soprattutto investitori privati dalla Germania porterebbero il loro oro in Svizzera. Un posto, a quanto sembra, più che sicuro, non solo perché fuori dalla zona euro e dal sistema bancario. Inoltre, rispetto alle classiche banche, Swiss Data Safe non ha limiti di spazio: è abbastanza flessibile per mettere a punto soluzioni individuali, tagliate su misura in base alle esigenze della clientela.


Elmar Burchia
08 agosto 2011 15:14



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Evasore parassita», lo spot delle Entrate

Corriere della sera

La campagna dal 9 agosto su giornali, radio e tv. «Stop a chi vive a spese di altri»


MILANO - «Stop a chi vive a spese d'altri». Oppure: «Chi evade le tasse è un parassita sociale». Due spot televisivi, e due comunicati radio. Più le affissioni nelle principali stazioni ferroviarie del Paese e negli aeroporti di Milano e Roma. È la campagna organizzata dalla Agenzia delle Entrate e dal Ministero dell'Economia (e sviluppata dall’agenzia pubblicitaria Saatchi & Saatchi) contro l'evasione fiscale. partirà dal 9 agosto e proseguirà per tutto il mese di settembre. L'obiettivo della campagna è chiaro: ridurre il fenomeno anche grazie ai comportamenti attivi dei cittadini e renderli consapevoli che senza entrate, non è possibile fornire servizi pubblici. In sintesi: chi non paga le tasse, vive alle spese degli altri e danneggia tutti.

Cattura

11 MILIARDI ENTRO IL 2011 - La caccia estiva agli evasori passa, dunque, anche attraverso gli spot (otre che per i controlli a tappeto su stabilimenti balneari, yacht e vip). E a tal proposito Luigi Magistro, direttore generale dell'Accertamento dell'Agenzia delle Entrate parlando - è ottimista. Si stima, infatti, che per il 2011 l'incasso della lotta all'evasione possa essere di oltre 11 miliardi di euro. Quasi un miliardo in più rispetto al 2010 (10,2 miliardi).


GLI SPOT - Quanto agli spot, il primo è un’animazione intitolata «Se» e mescola il 3D e la motion graphic 2D e ricorda come le tasse servano a produrre servizi pubblici, e solo pagandole tutti potremmo avere migliori e maggiori servizi, dagli ospedali alle scuole, dalle strade ai parchi, ai trasporti. Lo slogan è: «Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti. Con i servizi». Il secondo video punta al concetto di evasori come parassiti che vivono alle spalle della società, succhiando risorse e accesso ai servizi pubblici a tutta la collettività, senza sostenerne l’onere. Stesse tematiche nei due spot radiofonici.

Redazione online
08 agosto 2011 18:05

Sanità, 22mila auto blu in dotazione delle Asl: un "garage" che costa oltre 288 milioni l'anno

di Redazione

Anche la sanità, quando viaggia su quattro ruote, si tinge di blu. Le aziende sanitarie, come tutte le amministrazioni pubbliche, hanno il loro nutrito parco auto a disposizione dei propri dirigenti. A guidare le 22mila euto sono 2.305 autisti, che costano 104 milioni di euro l’anno


Roma - Anche la sanità, quando viaggia su quattro ruote, si tinge di blu. Le aziende sanitarie, come tutte le amministrazioni pubbliche del nostro Paese, hanno infatti il loro nutrito parco auto a disposizione dei propri dirigenti: oltre 22mila vetture tra blu (a disposizione di presidenti, dirigenti, etc.) e grigie (a disposizione degli uffici). Un "garage" che costa caro alle casse dello Stato: tra autisti, altro personale e spese di gestione delle auto si sfiorano i 290 milioni di euro l’anno.
E' il quadro che emerge dal secondo monitoraggio sul parco auto della pubblica amministrazione voluto dal ministro Renato Brunetta e realizzato dal Formez PA, che ha coinvolto anche il 72% delle amministrazioni pubbliche della sanità, tra Asl e aziende ospedaliere. L’indagine - a cui hanno preso parte 214 Asl su 284 interpellate - suddivide le vetture in tre categorie: "blublu", blu e grigie. Le prime sono di rappresentanza e vengono assegnate, tra gli altri, ai vertici istituzionali degli enti pubblici centrali e locali; le seconde sono le auto utilizzate dai dirigenti delle aziende, mentre quelle grigie sono le auto a disposizione degli uffici.
Secondo i numeri del ministero - che parla espressamente di "dati stimati" - al 31 dicembre 2010 il parco auto delle Asl risulta composto da 821 auto tra blublu e blu e 21.652 vetture grigie. Per un totale di 22.473 auto. A guidarle sono 2.305 autisti, che costano allo Stato circa 104 milioni di euro l’anno. Ma considerando anche il personale dedicato alla gestione del parco auto - altri 2.919 dipendenti - la spesa supera i 185 milioni di euro. E non è finita, perchè mantenere una vettura, anche ferma in garage, come sappiamo costa caro. Tra bollo, assicurazione, piccoli e grandi manutenzioni, un’auto blu arriva a costare circa 10 mila euro l’anno e una grigia oltre 4mila. Per un totale di 102,6 milioni, che sommati ai 185,4 milioni di euro di spesi per il personale porta a un esborso complessivo annuo di 288 milioni.
A respingere ogni sospetto di privilegio ci pensa, però, il presidente della Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere), Giovanni Monchiero: "Dire che per la sanità lo Stato spende 290 milioni l’anno per mantenere 22mila auto blu, come se servissero a portare a spasso medici e dirigenti, è fare della demagogia fuorviante. Come sottolinea lo stesso rapporto, di queste oltre il 96% sono classificate come auto grigie ed è bene si sappia che tra queste sono conteggiate anche le ambulanze. Per il resto si tratta di vetture al servizio di veterinari, medici e infermieri per l’assistenza domiciliare o le visite urgenti.
Servizi alle persone e alla collettività, non privilegi". Per la precisione c’è da dire che il Formez, interpellato sulla questione, fa sapere che "tra le auto grigie non ci sono affatto le ambulanze". Resta il fatto che acquistare o noleggiare, e poi mantenere un’auto blu è un bel salasso per l’amministrazione pubblica. Ed è un conto che i cittadini (i veri proprietari di queste vetture) sembrano - soprattutto in questo momento di crisi economica - non essere disposti più a pagare. Sarà per questo, forse, che diversi uffici ed enti pubblici, anche della sanità, hanno deciso una "stretta".
Tra le amministrazioni pubbliche che tra il 2009 e il 2010 hanno fatto registrare una consistente riduzione del parco auto, troviamo anche diverse Asl. Nello specifico: l’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi di Firenze (-26 di cui 1 blu); l’Asl di Livorno (-25); l’Asl di Olbia (-22); l’Asl di Lodi (-18); l’Asl di Nuoro (-17). Il monitoraggio del Formez porta alla luce anche diversi esempi di gestione virtuosa di queste auto blu. E' il caso dell’Asl di Imola che nel 2010 ha acquistato vetture esclusivamente ecocompatibili e che, in riferimento alla trasparenza sull’uso delle auto, fa tenere un registro nel quale l’utilizzatore è tenuto a indicare la data e orario (arrivo e partenza), la destinazione, il chilometraggio. Oppure è il caso dell’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi di Firenze che si è dotata di 17 veicoli a trazione elettrica, di 7 auto e di 2 bus navetta alimentati a metano. Una scelta "verde" che ha contribuito alla riduzione delle spese di carburante, migliorando la qualità dell’aria all’interno del presidio ospedaliero.
Con questa indagine, che ha riguardato tutti gli enti pubblici, non solo quelli della sanità, Brunetta intende "individuare delle misure efficaci per razionalizzare e ridurre la spesa perchè è netta la sensazione, nell’opinione pubblica e non solo, che nonostante tutte le misure assunte (o annunciate) nell’ultimo ventennio, i risultati ottenuti siano molto scarsi. Questa convinzione - spiega il ministro - è stata sicuramente accentuata dalla circostanza che, non esistendo dati aggiornati e attendibili in materia, le cosiddette 'auto blu' sono state considerate un ingiusto privilegio assegnato alla 'politica' che pesa in maniera significativa sui bilanci delle pubbliche amministrazioni". Per il ministro, "negli ultimi anni sono stati diffusi attraverso organi di stampa e siti web dati sul parco autovetture di servizio - senza che ne fossero chiarite le fonti - che lo davano in progressiva crescita, fino a superare le 600 mila unità, con costi di conseguenza elevatissimi.

E' vero - continua Brunetta - che le autovetture di servizio rappresentano una spesa flessibile in quanto rispondono a esigenze che possono essere sia ridimensionate che soddisfatte con modalità diverse. Ma per definire un piano di risparmi più accurato e finalizzato di quelli delineati in passato, e di cui soprattutto sia possibile monitorare la realizzazione, è necessario conoscere natura e dimensioni del fenomeno".




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I pirati di oggi

Il Messaggero

di Piero Mei

Quel relitto ritrovato in fondo al mare di Panama da alcuni archeologi del Texas sarebbero i resti della Satisfaction, una delle navi del pirata Morgan: anche casse non ancora aperte, che magari custodiranno un tesoro, se non quello dell’Isola quasi. 
Del resto anche il pirata Morgan, il cui nome viene oggi portato in gloria dal portiere del Napoli e un po’ azzurro De Sanctis ed è il nome d’arte di uno showman molto chiacchierino e chiacchierato, anche il pirata Morgan, dicevamo, giace in fondo al mare: ai suoi tempi, la seconda metà del Seicento, venne sepolto nel cimitero di Palisadoes, il quale venne poco dopo sepolto da uno tsunami ed è ancora sott’acqua. Morgan morì di cirrosi epatica e di fatti il suo nome sventola sull’etichetta di un rhum.
Era, Morgan, un altro tipo di Pirata dei Caraibi, quando non avevamo il mouse e il joystick, la playstation e il videogame, ma forse leggevamo, o ci raccontavano, di Emilio Salgari e del Corsaro Nero, la cui figlia Jolanda proprio Morgan sposò.

Ingaggiato dalla corona inglese, Morgan, nella storia, diventò anche governatore della Giamaica. Oggi certi pirati non stanno sulle navi ma dietro le scrivanie, non li ingaggiano le corone ma le multinazionali, non governano la Giamaica ma la globalizzazione. E io pago, diceva Totò.

Lunedì 08 Agosto 2011 - 10:59




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