sabato 6 agosto 2011

Svezia, nell'oceano c'è un ufo sommerso

di Redazione

Facevano ricerche nel golfo di Botnia, nel tratto oceanico tra Svezia e Norvegia. Cercavano i relitti di una nava affondata con un carico di champagne. E hanno trovato quelli che sembrano i resti di un ufo. 




ROMA


Il tratto di oceano tra Svezia e Finlandia potrebbe riservare delle sorprese, nella fattispecie un ufo. Lo hanno annunciato degli studiosi locali. "Stavamo eseguendo delle ricerche per trovare i resti di una nave affondata con un carico di champagne", hanno spiegato, "quando inspiegabilmente ci siamo trovati di fronte a una massa di origine ignota, la cui sagoma ricorda molto quella di un ufo".

L'immagine restituita dal sonar è quella di un oggetto circolare, di circa 20 metri di diametro, a detta degli esperti piuttosto simile alla Millennium Falcon, la grande astronave della serie Guerre Stellari. "L'oggetto si trova adagiato sul fondale, a circa 100 metri di profondità", hanno rivelato gli studiosi. I quotidiani svedesi si stanno interrogando sulla veridicità della notizia. Di fatto, se la scoperta fosse confermata, ci si troverebbe davanti al primo caso confermato di oggetto extraterrestre sulla Terra. "Scandagliando i fondali ho trovato un sacco di oggetti inusuali in questi anni", ha detto Peter Lindberg, uno degli studiosi, "ma non ho mai visto nulla di simile". E spunta anche l'opzione B: l'oggetto potrebbe essere un nuovo tempio preistorico, molto simile a Stonhenge.





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Internet compie 20 anni

Il Tempo

Il world wide web, letteralmente "la ragnatela vasta come il mondo", ha un anno in più sulle spalle, risale infatti al 6 agosto 1991 la pubblicazione online del primo sito web,che apriva il suo indirizzo con le fatidiche "www".

Internet wireless Come sarebbe il mondo oggi senza Google, Wikipedia, i vari Facebook e Twitter, e poi i siti di informazione, Youtube, in una parola senza Internet? Il world wide web, letteralmente "la ragnatela vasta come il mondo", cioè Internet come lo sconosciamo adesso, compie 20 anni: risale al 6 agosto 1991, infatti, la pubblicazione online del primo sito web, che per la prima volta apriva il suo indirizzo con le fatidiche "www", acronimo appunto di world wide web, inaugurando una svolta epocale che, secondo Nicholas Negroponte, "meriterebbe il Nobel per la Pace". Se l'origine di Internet risale agli anni '60, con Arpanet, finanziato dal ministero della Difesa degli Stati Uniti, e' nel 1980 che le reti (utilizzate a scopi militari e scientifici) iniziano ad essere connesse insieme tramite protocolli specifici.

Ma è il 6 agosto 1991, presso il Cern di Ginevra, che il web vede la luce: il ricercatore Tim Berners-Lee aveva definito il protocollo HTTP, che permette una lettura ipertestuale dei documenti, in pratica il sistema che ci consente di saltare agilmente da una pagina all'altra, letteralmente "navigando" sulla rete. Già dal 1989 aveva in mente il grande balzo in avanti della rete verso una condivisione globale. Il primo sito web, scarno ed elementare, messo in rete da Berners-Lee, è il progenitore di decine di milioni di siti: una massa enorme di contenuti di testo, multimediali, servizi, che consente oggi di leggere il giornale, scambiarsi informazioni, vendere o acquistare, prenotare un volo e fare migliaia di altre cose comodamente seduti di fronte a un monitor.

L'esplosione vera e propria di Internet risale al 1993, con la nascita del primo browser che consentiva a chiunque, da un computer connesso, di navigare sul web: si trattava di Mosaic, "padre" dei vari Mozilla e Internet Explorer di oggi. Da allora la crescita è stata impetuosa: nel 2008 erano un miliardo e mezzo le persone "in rete", nel 2013 si stima saranno 2,2 miliardi. Probabilmente la svolta tecnologica più rilevante nella storia dell'umanità dall'invenzione del motore a scoppio.

A riassumerne il senso è stato lo stesso inventore della rete, Tim Barners-Lee: "Il web - ha detto - è più un'innovazione sociale che un'innovazione tecnica. L'ho progettato perché aiutasse le persone a collaborare, e non come un giocattolo tecnologico. Il fine ultimo del Web è migliorare la nostra esistenza reticolare nel mondo". Oggi Barners-Lee ha 56 anni: senza di lui non esisterebbero i vari Zuckerberg di Facebook, Page e Brin di Google e Wales di Wikipedia, e gli stessi Bill Gates e Steve Jobs non sarebbero quello che sono. Nel 1994 ha lasciato il Cern per il Mit di Boston, dove lavora alle nuove frontiere del vasto mare di conoscenza che lui stesso ha creato.



05/08/2011




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Truffa-Cacciapuoti, una casa a Chiaia con i soldi dei risparmiatori

Il Mattino


NAPOLI - Il colpo a sorpresa è arrivato alla fine di un lungo confronto con Raffaele Cacciapuoti, il promoter detenuto per il crac di una banca fantasma. Incalzato da richieste di chiarimento, Vincenzo Ioime, presidente onorario della Banca popolare del Meridione, ha dato spolvero alla memoria e ha abbassato la guardia: «C’è un appartamento, una casa di 180 metri quadri, non lontano da via dei Mille, vale oltre un milione di euro, la potete acquisire, la potete considerare a pieno titolo parte dell’inchiesta che mi vede coinvolto».


C’è una svolta che arriva al termine dell’interrogatorio reso in Procura da Vincenzo Ioime, ex presidente onorario della banca popolare meridionale, recentemente indagato per la sottrazione di parte del patrimonio destinato a far decollare l’istituto di credito. Interrogato e posto a confronto con Raffaele Cacciapuoti, suo ex socio in affari, Ioime ha dunque offerto un nuovo tassello nella caccia al tesoro dei pm: che fine hanno fatto i soldi dei sottoscrittori?

Indagine su circa otto milioni di euro, un buco scoperto alla fine dello scorso luglio, uno scenario che si sta facendo via via sempre più nitido. A cominciare dalle tracce dei quattrini depositati da circa ottocento risparmiatori, i sottoscrittori di un progetto che aveva ottenuto anche il via libera della Consob.

Ma qual è la storia dell’appartamento di Chiaia? È Ioime a chiarirlo. Incalzato dalle contestazioni del procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli e dal pm Francesco Raffaele, Ioime mette sul piatto la storia della casa: sarebbe stata acquistata con soldi raccolti nel corso degli anni da Cacciapuoti a titolo di sottoscrizione.

È ancora l’ex presidente onorario a svelare una sorta di triangolazione: Cacciapuoti cominciò a prestare soldi a un possidente di Chiaia che non riuscì a ripianare i debiti, tanto da offrire al promoter parte dell’abitazione della moglie, una casa a due passi da via dei Mille. Nel 2009, l’immobile viene così acquistato da Ioime, ai vertici del comitato promotore della Bpm. Inevitabile una domanda. Ma i soldi prestati da Cacciapuoti all’anonimo proprietario dell’appartamento da dove uscivano? Semplice - stando a quanto emerso dal confronto - sono parte delle sottoscrizioni versate da ignari risparmiatori.

Difeso dai penalisti Marco Epifania e Gianfranco Mallardo, Ioime ha quindi firmato una istanza con cui cede l’appartamento che aveva acquistato su input di Cacciapuoti. Un passaggio simbolico, destinato comunque a pesare nella caccia al tesoro condotta dalla sezione criminalità finanziaria della Procura di Napoli. Oltre due milioni sono stati già assicurati al fondo del ministero della giustizia, ora arriva un bene immobiliare di cui disponevano Cacciapuoti e Ioime. È un passo in avanti, restano almeno sette milioni di euro versati a titolo di sottoscrizione.

Follow the money, è il caso di dire. Segui il denaro, ragionano gli inquirenti (in campo la sezione di pg del colonnello della Finanza Luigi Del Vecchio), che ora sono al vaglio delle dichiarazioni rese da Cacciapuoti nel corso dei cinque interrogatori.

Poi c’è il verbale del confronto con Ioime, che ha consentito di passare al setaccio nomi e responsabilità su cui la Procura ha intenzione di ragionare, partendo da un dato su tutti: un anno dopo il crac della banca, della improvvisa sparizione di dieci milioni di euro (almeno tre dei quali recuperati), comincia ad emergere il tracciato dei soldi messi sul piatto da creditori, sponsor e sottoscrittori di un progetto ancora tutto da esplorare.

Sabato 06 Agosto 2011 - 13:34    Ultimo aggiornamento: 13:35




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Rating: Usa declassati per la prima volta nella storia, non sono più tripla A

Corriere della sera

«Un errore dell'agenzia» ribatte il Tesoro Usa. «Gli Stati Uniti paghino tutti i debiti» intima la Cina


MILANO - Gli Stati Uniti perdono per la prima volta nella loro storia il rating di tripla A: a non considerare più i titoli di stato americani fra i più sicuri investimenti al mondo è Standard & Poor's con una mossa senza precedenti, arrivata dopo ore di braccio di ferro con il Tesoro. Il Dipartimento guidato da Timothy Geithner ha ricevuto la bozza della decisione dell'agenzia di rating venerdì alle 13.30, ore 19.30 italiane. E l'esame, che si protratto per ore con la risposta che è stata inviata alle 16.00 (ore 22.00 italiane), si è tradotto in un'accusa: S&P ha commesso un errore da 2.000 miliardi di dollari. L'agenzia ha ritardato la diffusione del comunicato che poi è stato reso pubblico dopo le 20.00, ore 2.00 italiane.


STABILIZZARE IL DEBITO - Il «downgrade riflette la nostra opinione» sul piano di risanamento che non è adeguato a quanto «sarebbe necessario per stabilizzare nel medio-termine il debito» afferma Standard & Poor's, sottolineando che «l'efficacia, la stabilità e la prevedibilità della politica americana si è indebolita in un momento» in cui le sfide fiscali ed economiche aumentano. Il tetto del debito - evidenza il presidente del comitato di valutazione di S&P, John Chambers - doveva essere alzato prima per evitare il downgrade. La decisione di Standard & Poor's potrebbe avere - secondo gli osservatori - un effetto più psicologico che pratico. Moody's e Fitch hanno mantenuto il rating di tripla A per gli Stati Uniti e il downgrade di una sola agenzia è più gestibile. I titoli del Tesoro sono rimasti stabili negli ultimi giorni e considerati dagli investitori un investimento sicuro anche in seguito alla crisi del debito europea. Ma il taglio del rating delle ripercussioni potrebbe averle aumentando la mancanza di fiducia nel sistema politico e causando il downgrade di aziende e stati, per i quali i costi di finanziamento potrebbero salire. La maggiore preoccupazione è verificare se la decisione avrà un impatto sull'appetito degli investitori esteri per il debito americano. Nel 1945 i creditori esteri detenevano solo l'1% del debito americano, ora ne controllano il 46%.

UN ERRORE DA 2.000 MILIARDI DI DOLLARI- Dopo la decisione di S&P, l'amministrazione Obama ha attaccato gli analisti dell'agenzia, sostenendo di aver trovato un errore da 2mila miliardi di dollari nei calcoli (secondo fonti a Washington, i funzionari del Tesoro hanno scoperto che l'agenzia di rating valuta le spese discrezionali del governo di 2mila miliardi di dollari superiori alla realtà). Rabbia, dunque, mista a sgomento all'interno dell'amministrazione Obama che adesso si trova con il triste primato di essere il primo governo nella storia statunitense che ha visto un abbassamento del giudizio di rating sul debito del Paese (una decisione che può minare ancor più la fiducia degli investitori). «Una sentenza viziata da un errore da 2mila miliardi di dollari parla da sè», ha tagliato corto un portavoce del Tesoro. Anche questo botta-e-risposta segna una prima volta nei rapporti con S&P: non è era mai dato che l'amministrazione criticasse apertamente la sua capacità di comprensione del sistema politico statunitense. Il Tesoro Usa ha discusso per tutto il pomeriggio di venerdì con gli uomini di S&P, tentando di convincerli che le prospettive del debito sovrano siano migliori di quanto appaiano a prima vista, ma non sono riusciti nell'intento.

«NON È UNA PUNIZIONE» - La decisione dell'agenzia Standard&Poor's di tagliare il rating statunitense «non è una sanzione, tanto meno una punizione». È quanto ha affermato sabato Jean-Michel Six, il capo economista per l'Europa dell'agenzia Standard&Poor's. «Non si tratta di una sanzione, tanto meno di una punizione. Non siamo dei maestri di scuola. Facciamo delle diagnosi che permettono di confrontare la qualità del credito, in altre parole il livello di rischio dei vari strumenti presenti sul mercato», ha detto Six a France Info. Standard&Poor's ha adottato venerdì la storica decisione di tagliare il rating agli Stati Uniti, per cui la prima economia del mondo ha perso la tripla A, che corrisponde al massimo giudizio di affidabilità, per «AA+», con outlook negativo.

LA REAZIONE DELLA CINA- Pechino, a poche ore dal taglio deciso da S&P's, condanna la «miope» disputa politica avutasi negli Usa sul debito. «La Cina, il più grande creditore dell'unica superpotenza mondiale, ha tutto il diritto - si legge in un durissimo commento diffuso dall'agenzia Nuova Cina - di chiedere oggi agli Stati Uniti la soluzione dei problemi di debito strutturali e garantire la sicurezza degli asset cinesi denominati in dollari».

INDIA - Anche l'altra potenza emergente, l'India, dice la sua sul downgrade Usa: « Non penso che l'India subirà conseguenze dal downgrade, al di là di temporanee fluttuazioni di mercato» ha dichiarato C.Rangarajan, consigliere economico del primo Ministro di Nuova Delhi e ha aggiunto: «Gli Usa devono di dimostrare di avere un piano credibile di consolidamento del bilancio e chiaramente le ultime manovre non sono abbastanza».

I REPUBBLICANI - «La mia speranza è che questa sveglia convinca i democratici a Washington che non possono continuare a trafficare ai margini del nostro problema con il debito sul lungo termine». Lo ha detto lo speaker della Camera Usa, il repubblicano ,John Boehner in una dichiarazione, dopo che l'agenzia Standard & Poor's ha declassato il rating degli Stati Uniti dalla tripla A ad Aa+, per la prima volta nella storia del Paese. «Come S&P ha notato - ha aggiunto Boehner - riformare e preservare i programmi è la chiave per la sostenibilità fiscale di lungo periodo».

Redazione Online
06 agosto 2011 19:21

Spettacolo di lava, tutti pazzi per l'Etna Turisti e curiosi alle pendici del vulcano

Corriere del Mezzogiorno

Alle 20 di venerdì sera si è accesa nuovamente la «macchina del fuoco». L'Ingv: «Ce lo aspettavamo»


CATANIA - Alle 20 circa di venerdì sera, il cratere di Sud Est ha nuovamente acceso la macchina del fuoco, scatenando una spettacolare eruzione stromboliana ed effusiva. I primi timidi bagliori si sono fatti vedere fin subito dopo il tramonto. Intorno alla mezzanotte, il pit crater ha violentemente messo in moto gli ingranaggi, dando vita a fontane di incandescenti alte centinaia di metri. Il silenzio della notte è stato interrotto dai fragorosi e continui boati dell’ Etna, divenute ormai il vero tormentone dell’ estate.

NOTTE BIANCA SULL'ETNA - In pochi sono riusciti a dormire. L’ esercito dei curiosi ha preso d’ assalto il versante nord orientale del «Mongibello». Armati di felpa e macchina fotografica, giovani e meno giovani si sono avventurati lungo i viottoli che portano ai punti panoramici di Monte Zoccolaro, Lapide Malerba e Monte Fontane. Moltissimi anche i turisti stranieri di ogni nazionalità giunti per ammirare la chioma rossa dell'Etna, intere comitive hanno risalito i tornanti con autobus, moto ed utilitarie. Chi non ha voluto rinunciare al comfort della macchina, è rimasto a guardare appoggiato ai guardrail della strada provinciale Mareneve. Gli irrinunciabili del 4x4 si sono avventurati per i sentieri a tutto gas, creando persino qualche ingorgo.


NUOVA PIOGGIA DI CENERE - All’una del mattino i quattro bracci della colata si sono sparpagliati in poco tempo lungo lo scosceso crinale della Valle Del Bove, ricoprendo il tracciato segnato dall’eruzione dello scorso sabato. La conclusione del fenomeno è giunta intorno alle tre e mezza. Anche stavolta la cenere non si è fatta attendere: un'altissima e densa colonna di sabbia nera si è riversata sui paesi etnei dell fascia sud-est, cadendo lenta e inesorabile come una pioggerellina primaverile. Inevitabili, anche stavolta, i disagi alla circolazione stradale. L'aeroporto di Fontanarossa è rimasto chiuso alcune ore, dalla mezzanotte fino alle 7 di stamani, per precauzione. Cinque i voli cancellati, fra quelli previsti nella fascia notturna.

IL PARERE DEI VULCANOLOGI - Confermate tutte le previsioni dei vulcanologi dell’Ingv, che lunedì avevano già avanzato la previsione di un nuovo imminente evento eruttivo. «È impossibile prevedere esattamente se e quando ci sarà una colata – dichiarano in sala operativa - ma aspettavamo questa eruzione tra ieri e oggi. C'è ancora molto materiale all'interno del condotto, l'Etna sfoga il carico in eccesso attraverso l'attività di fontanamento, che in questo periodo si verifica con cadenza regolare». Agli occhi dei più, sembra quasi di assistere ad un replay dell’eruzione avvenuta la scorsa settimana. Tutti gli ultimi eventi sono caratterizzati da elementi in comune: brevità, forte intensità, massiccia emissione di cenere. Quali saranno le prossime «mosse» del vulcano?

Andrea Di Grazia
06 agosto 2011

Giappone, 66 anni dopo la bomba su Hiroshima il premier conferma: addio al nucleare

Quotidiano.net

Nel corso di una cerimonia nel Parco della pace, il primo ministro nipponico ha confermato l'intenzione del suo governo di "ridurre la dipendenza dall'energia atomica"

Hiroshima, 6 agosto 2011

Il premier giapponese Naoto Kan ha colto l’occasione dell’anniversario del bombardamento atomico su Hiroshima per ribadire la volontà del suo governo di uscire progressivamente dal nucleare.

“Il gravissimo incidente, che è ancora in corso, ha causato fughe radioattive e suscitato gravi inquietudini non solo in Giappone ma nel mondo intero”, ha dichiarato Kan nel corso di una cerimonia nel Parco della pace di Hiroshima. “Io ridurrò la dipendenza del Giappone nei confronti dell’energia nucleare con l’obiettivo di creare una società che non dipenderà dall’energia nucleare”.

L’opposizione, come nelle precedenti occasioni, ha già reagito criticamente a questo discorso, accusando il primo ministro di non aver fissato alcun clanedario di uscita dal nucleare, né di aver proposto una strategia completa.


Parlamento aperto per ferie

Il Tempo


La crisi cancella le vacanze. Fini e Schifani lo avevano annunciato. Commissioni al lavoro in agosto.

Giovedì prossimo (11 agosto) il ministro Tremonti riferirà in Parlamento, davanti alle due Commissioni congiunte di Montecitorio e Palazzo Madama «sulle linee di intervento in base alle quali il governo intende configurare la propria iniziativa legislativa in merito all'introduzione del principio di pareggio del bilancio».

Ieri mattina il premier ha scritto una lettera ai presidenti della Camera Fini e del Senato Schifani che, dopo aver parlato anche col ministro dell'Economia Tremonti, hanno informato il Capo dello Stato Napolitano. Dal canto suo il presidente della Repubblica ha seguito durante tutta la giornata l'evoluzione della situazione, dall'andamento dei mercati alle ultime decisioni politiche e parlamentari sulla crisi economica. È stato preventivamente informato di ogni passaggio dal ministro dell'Economia e dai presidenti Schifani e Fini. Insomma, una piena concordia istituzionale in un momento particolarmente difficile del Paese.

Nella lettera del premier si spiegherebbero le ragioni della necessità di inserire nella Costituzione il principio del pareggio di bilancio. Ci si soffermerebbe sulla necessità della modifica dell'articolo 41 della nostra Carta e si spiegherebbe l'utilità e l'urgenza di consentire al governo, attraverso il ministro dell'Economia Tremonti, di informare le Commissioni competenti per avviare rapidamente il dibattito parlamentare. Argomenti illustrati in serata dallo stesso presidente del Consiglio nella conferenza stampa.

A reggere botta ci pensa il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto: «Di fronte ad un ulteriore aggravamento del quadro economico internazionale e anche alle evidenti difficoltà da parte dell'Europa di dare risposte collettive e incisive ad una crisi che pure la investe, il governo ha deciso di giocare d'anticipo su 4 punti qualificanti, alcuni riguardanti indirizzi di riforma legislativa di fondo, altri l'anticipo di un anno della manovra economica». Il deputato Pd Francesco Boccia, coordinatore delle Commissioni economiche dei Democratici alla Camera, parla di «fallimento delle comunicazioni rese alle Camere solo 48 ore fa.

Oggi - aggiunge - Tremonti e Berlusconi confermano la gravità della situazione italiana e il commissariamento di fatto da parte dell'Unione europea». Netta l'Italia dei Valori: «È meglio che Berlusconi e Tremonti vadano in vacanza se le proposte per uscire dalla crisi sono quelle che hanno esposto stasera - attacca il capogruppo al Senato Felice Belisario - Auspico che la prossima conferenza stampa sia quella in cui si annunceranno le dimissioni dell'intero governo, capace solo di portare il nostro Paese sull'orlo del baratro».

E se qualche parlamentare storcerà il naso per la riapertura anticipata dei Palazzi, Fini e Schifani avevano avvertito: siamo pronti a riaprire la Camera e il Senato anche a Ferragosto. Lapidario il leader della Lega Bossi: «Nessuno vada al mare, la prossima settimana si lavora». Buone «vacanze».


Alberto Di Majo
06/08/2011





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Tg3 alla Orson Welles «Arrivano gli alieni». E il web impazzisce

Corriere della sera

Equivoco sullo spezzone di un film

Di  ALDO GRASSO

Un riuscito tentativo di campagna virale ha scosso il web: un filmato di Maria Cuffaro, giornalista del Tg3, in cui si annuncia l'arrivo dei marziani ha fatto il giro della Rete. Le ultime cifre parlano di 160.000 utenti YouTube e di una condivisione di utenti Facebook che supera le 100.000 unità. Per qualche ora la clip ha creato incertezze e timori: la Cuffaro, sotto il vero logo del Tg3, spiegava al pubblico che i marziani erano sbarcati sulla Terra, in particolare in Italia. La speaker dava però assicurazioni sulla tranquillità della situazione. Era intervenuto persino il Vaticano per annunciare la rivelazione del passi della Bibbia in cui sarebbe stata prevista l'apparizione degli extraterrestri sul nostro Pianeta.


Poi le precisazioni. Sul sito del Tg3 appare un chiarimento che tenta di sfruttare l'evento: «La nostra collega Maria Cuffaro ha interpretato se stessa nel film di Gianni Pacinotti "L'ultimo terrestre" che sarà in concorso alla prossima Mostra del Cinema di Venezia. Come e perché questo spezzone sia finito in Rete non lo sappiamo. Che possa trattarsi di una astuta strategia di marketing della casa di produzione la Fandango? Continuate a seguire il Tg3 web e forse lo saprete. Nel frattempo seguite i consigli di Maria Cuffaro e non date l'assalto ai supermercati per fare incetta di generi alimentari». L'unico risultato sarebbe un considerevole aumento del vostro grasso corporeo. Anche la casa di produzione si fa viva con un comunicato: «La Fandango conferma che il video del Tg3 in Rete dalla giornata di ieri, dove la giornalista Maria Cuffaro riporta la notizia dell'arrivo degli alieni in Italia, è in realtà un estratto del film in concorso a Venezia 2011, "L'ultimo terrestre" di Gian Alfonso Pacinotti (Gipi)».

Ok, campagna virale riuscita (iniziata già un mese fa sul sito «esseridiluce»), panico mediatico rientrato, lo sbarco dei marziani rinviato. Ovviamente la trovata voleva essere un omaggio a Orson Welles e della sua radiofonica invasione dei marziani del 1938 (un adattamento de La guerra dei mondi , il celebre romanzo di fantascienza di H.G. Welles). Da allora, ogni tanto, qualche bello spirito si inventa una finta trasmissione giornalistica, burla o esperimento didattico. Anche nella tv italiana: da «I figli di Medea» del 1959 di Anton Giulio Majano, alla puntata di Mixer sui presunti brogli elettorali nel referendum sulla monarchia, all'arresto in diretta di Iva Zanicchi. Nel 2009 il tg spagnolo de La Sexta ha mandato in onda un video definito «misterioso» in cui un pescatore galiziano mostrava un Ufo. Lo scorso anno, un'emittente privata della Georgia, la Imedi Tv, usando materiale di repertorio, ha interrotto la programmazione per annunciare una nuova invasione dei carri armati sovietici. Allarme fra gli spettatori.


Abituati come siamo ai film (da «Destinazione Terra» a «L'invasione degli Ultracorpi», da «Blob» a «La guerra dei mondi» di Spielberg, tanto per chiudere il cerchio) e alle serie tv (da «V-Visitors» a «Doctor Who», da «Fringe» di J.J.Abrams a «Falling Skies» di Spielberg) che trattano l'invasione dei marziani o degli alieni, dovremmo essere immuni da questi scherzi mediatici. Eppure il tono realistico del comunicato, l'affidabilità del tg, il richiamo alle istituzioni (il governo e il Vaticano) hanno ancora un loro peso nel generare quello che si chiama appunto «effetto Welles»: se un corpo estraneo, volontariamente o involontariamente, entra nel circuito comunicativo fornendogli una discreta accelerazione, per un certo periodo l'apparato si comporta con una ottusità, incurante degli effetti perversi creati. Con la Rete l'effetto ha più risonanza, ma è anche più facile smontarlo.

06 agosto 2011 10:36

Con Coppi sulle strade della libertà

La Stampa


Nel 1945, alla fine della guerra, Fausto Coppi tornò a casa, a Castellania, partendo - in bicicletta - da Caserta. Abbiamo rifatto il suo stesso percorso, e lo racconteremo in dieci puntate. Questa è la prima


MARCO ALBINO FERRARI


Il primo raggio di luce di quella tiepida alba di febbraio spuntò dietro il cono scuro del Vesuvio e andò a infuocare Posillipo, Mergellina e la costa rivolta a levante. Poi il sole girò lentamente sul golfo. Batté le facciate crivellate dai colpi, si infilò nelle vie ingombre di macerie, nelle piazze circondate da mozziconi di case, si posò sui lastricati luridi, tra i crateri minacciosi delle bombe. Andò a colpire le rotaie contorte del tram facendo luccicare l'acciaio, e le statue delle madonne nei tabernacoli agli angoli delle case. E con il sole, anche in quella tiepida alba di febbraio, la città, piano piano, si svegliò. Bastò un'ora, e già nelle vie respirava la vita. Uomini della Military Police si aggiravano curiosi nelle loro divise stirate attraverso il ventre torbido di Toledo, o giù al porto dove presto si sarebbero allineate le «bambine puttane».

La carne fresca dei bambini era in vendita sotto gli occhi distratti dei passanti, come d'altronde ogni cosa serbasse qualche parvenza di valore. Tutta la città era in vendita, un solo grande mercato, un suk miserabile tra borsanera e scambi di impensabili servizi dopo favolose transizioni commerciali. «Sciuscià! Sciuscià!», gridavano bambini scalzi con la spazzola in mano offrendo splendore alle scarpe dei militari; e le «capere» mostravano ai soldati le forbici sperando di tagliar loro i capelli. Il prezzo delle bambine - racconta il testimone oculare Curzio Malaparte - continuava a scendere, mentre era in rapida risalita quello dello zucchero, del pane, dell'olio, della farina. Intorno alla città i campi erano stati razziati, e l'acqua arrivava razionata, non riuscendo più a soddisfare la grande sete che sfibrava la città. Fu in quel mondo stravolto dalla guerra che Fausto Coppi, dopo anni trascorsi in campo di prigionia in Nord-Africa, scese dal piroscafo Città di Orano.

Ad attenderlo, così come per migliaia di ex prigionieri, una divisa senza mostrine, ma con un'Italietta di latta cucita sulla spalla sinistra, e un lavoro di aiutante a servizio di qualche ufficiale alleato. L'Italia aveva chiesto l'armistizio e ora, divisa in due, era alleata al Sud con gli americani, al Nord con i tedeschi in ritirata. Al soldato Coppi Fausto Angelo, nato a Castellania il 15 settembre 1919 - vincitore dell'ultimo Giro di Italia (1940) nonché detentore del record dell'ora di velocità - non rimaneva che attendere la fine della guerra e abbracciare i suoi cari al piccolo e felice paese-presepe, in provincia di Alessandria. Ma quanto ancora? Qualche settimana? Qualche mese? Come sarebbe tornato? In treno, camion, bicicletta? E come avrebbe trovato le strade? Fausto Coppi scese nel porto di Napoli tra le strida dei gabbiani. Era dimagrito, il viso scavato, gli occhi lanciavano sguardi interrogativi, mentre tra lacrime di gioia gli spuntava il suo solito, timido, sorriso da coniglio. Era finalmente in Italia dopo l'attesa infinita dietro un filo spinato ai confini del Sahara. Quanto ancora prima di partire verso casa?

Con Faustino Parlo con il figlio Faustino della romantica odissea del ritorno a casa di Coppi , in un pomeriggio d'estate, di fronte al Museo dei Campionissimi a Novi Ligure, un'avveniristica costruzione in vetro e ferro eretta per celebrare i miti del ciclismo. L'aria è fresca e nel cielo si rincorrono batuffoli di nuvole. «In effetti - sostiene Faustino - del ritorno dalla guerra di mio padre ben poco si sa. Da solo, in bicicletta per giorni nell'Italia distrutta. Una lunga fuga verso casa. Quella pedalata ha qualche cosa di simbolico, di leggendario. Non ti pare?». Faustino parla nel suo stretto accento del Piemonte meridionale, che già si impasta con le cantilene della vicina provincia di Genova. Entriamo nel museo. E Faustino mi mostra le diverse biciclette con le quali il babbo vinse Tour, Giro, le classiche del Nord, la Milano-Sanremo, le grandi salite alpine bucando muri di folla deliranti. Con noi c'è Filippo Timo, ricercatore alla facoltà di Lettere di Pavia, «enfant du pays» di un paese vicino a Castellania, autore della più documentata biografia del campione («Viva Coppi», Monboso Editore).

La fonti di Timo sono state i suoi stessi familiari, i nonni e gli amici dei nonni che erano intimi della famiglia Coppi. È grazie a lui se riusciamo a entrare nella trama degli affetti dei Coppi. Ma il documento più prezioso per costruire passo dopo passo l'epico viaggio del ritorno a casa è un memoriale ormai dimenticato che Coppi pubblicò sul settimanale «Settimo Giorno» del 1954. Sono poche colonne di giornale, un filo che può ricondurci sulle tracce del campione, attraverso campagne, passi appenninici, lungo le coste, tra le macerie della guerra, e nel risveglio generale dopo cinque anni di guerra e 22 di dittatura. Una storia piccola, silenziosa, invisibile, leggera come le ruote della bici che corrono sulla strada. La storia di un'Italia lacerata che fugge verso la libertà. Prima che Coppi diventasse il Dio delle strade, e l'Italia si identificasse nelle sue fughe.

Qualcuno si commuove «Sbarcai a Napoli, a chi non sarebbero venute le lacrime agli occhi - racconta Coppi -. Diventai l'uomo d'aiuto di un ufficiale della Raf, il tenente Towell. Ero a Caserta, dove trovo Gino Palumbo, giornalista alle prime armi ma bravo. Scrive sul “Roma” che sono ancora al mondo, che sogno una bicicletta. Qualcuno si commuove. Un falegname di Somma Vesuviana viene a cercarmi in bicicletta, una decrepita Legnano da corsa. Dice: “Giuseppe D'Avino sono”. Ed io che non son facile alle effusioni gli butterei le braccia al collo. “Tenite pure”, insiste D'Avino». Incontro a Napoli, fuori dalla stazione, il figlio del generoso falegname. Si chiama Angelo e scuotendo la testa come a non ammettere ragioni contrarie, insiste per portarmi in automobile a Somma Vesuviana, dove c'era il laboratorio di suo padre. «Sei mio ospite!», mi ammonisce.

Gli allenamenti sul Vesuvio Filiamo tra i campi di albicocca, e Angelo mi racconta di quella che negli anni sarebbe diventata per i suoi una vera leggenda famigliare. Lui non è falegname, mi dice, ma preside, a Napoli. «Papà è morto nel 1985 e per tutta la vita ci ha raccontato la storia del regalo che fece a Coppi, in quei momenti di disperazione collettiva. E di come Fausto e suo padre, che era corridore dilettante, fossero diventati amici. Dopo la guerra - io ero piccino - pensò persino di trasferirci tutti su al Nord, vicino a Castellania. Guarda qui, ora stiamo salendo sulle pendici del Vesuvio. Proprio da qui a Caserta, dove c'era il campo militare, papà e Coppi facevano avanti e indietro in bici. Gli ufficiali inglesi avevano capito chi fosse e lo lasciavano allenare.

I mesi passarono, e appena giunse la notizia che Mussolini era stato ucciso, Coppi decise di partire in sella, così come si trovava. Ma ecco, siamo arrivati, scendiamo pure». Ci incamminiamo tra le vie di Somma Vesuviana, solare comune del Napoletano orgoglioso della sua raccolta differenziata che sfiora il 54 per cento. Passiamo davanti alla villetta della famiglia di Melania Rea, fiori, foto ricordo: questa è la meta di un pellegrinaggio macabro sui luoghi del più celebre delitto locale. E svoltiamo lungo le ombrose mura aragonesi. «Siamo arrivati! - esclama D'Avino con un sorriso -. Era questo il laboratorio di falegnameria di mio padre» dice sottovoce. E con un leggero tremito del labbro aggiunge: «È da qui, grazie a quella sgangherata Legnano verde da corsa, che Fausto Coppi poté imboccare la strada di casa. Ed è qui che mio padre lo avrebbe seguito alla radio, immaginandolo con gli occhi bassi tra la folla, commovendosi per le sue vittorie solitarie».



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Ristoranti di pesce, elicotteri e Ferrari Il «kit» del tangentista

Corriere della sera

di Caterina, imprenditore: «Pagare? Tempo e fatica. Trovare chi ti presenta. Avere accesso alle cene »



Piero Di Caterina
Piero Di Caterina
MILANO - Tra chi offre e chi coglie, tra chi dà e chi riceve sempre in due bisogna essere. «Ma lei non sa la fatica e il tempo per restare soli. Il corruttore e il corrotto. Insomma per poter finalmente mettersi d'accordo sul fatto di pagare». Sostiene l'imprenditore 59enne Piero Di Caterina, il grande accusatore di Filippo Penati, che anche la mazzetta oramai necessita della gavetta.

La concorrenza da superare. Attesa, trafila. Soprattutto: i tanti altri, «la marea di imprenditori» che al pari tuo puntano allo stesso obiettivo. Del resto la tangente, come dimostrano il «sistema Sesto San Giovanni» e sempre in provincia di Milano l'inchiesta sui Pgt modificati con le bustarelle a Cassano D'Adda, ecco dicevamo la tangente è cambiata. Non più valigetta. Adesso viene pagata, anzi mascherata con consulenze, parti di società regalate, lussuose automobili prestate.
È il caso, e per la terza volta rimaniamo attorno a Milano, a Buccinasco, del sindaco Loris Cereda, arrestato a marzo. Cereda, 49 anni, Pdl, in cambio del sì ad appalti riceveva gratis una Ferrari F141 di color nero, una Bentley e una Ferrari rossa 599.

Certo emergono, dalle inchieste, punti in comune. Che fanno statistica e battezzano una tendenza; e che hanno la loro sublimazione in Di Caterina. Secondo alcuni un «vero bandito»; secondo altri «un uomo coraggioso che racconta le verità». Dice Di Caterina d'esser arrivato a Sesto nel '79 e d'aver cominciato a trarre guadagni a inizio Duemila. E per quale motivo non prima? «Bisogna accreditarsi. Trovare chi ti presenta. Avere accesso alle cene». Ora, se le cene - giovedì e venerdì, di rado il fine settimana - rappresentano l'atto conclusivo del corteggiamento, il segnale che le parti siano in dirittura d'arrivo, il primo incontro non avviene mai in ufficio. Piuttosto in località di vacanza e ristoranti per pranzo. Vacanza: Di Caterina giunse dall'ex re delle bonifiche Giuseppe Grossi in Sardegna con un elicottero messogli a disposizione. Quanto ai ristoranti, preferenza per quelli di pesce, scelti che si giochi in casa o si vada in trasferta.

Nella classifica della corruzione stilata da Transparency International l'Italia è al posto numero 67. In coda in Europa e superata nel mondo perfino da nazioni con governi ballerini e smottamenti sociali. Non a caso da noi le mazzette si sono fatte più concrete. Cioè: meno improvvisazione. Le banconote nascoste nelle mutande e nei giornali arrotolati son roba di Tangentopoli. Qui ci sono le precise liste compilate da Di Caterina. Data e somma. E a proposito di somma, attenzione: deve avere un'evoluzione regolare; rimanere stabile per mesi, salire di poche centinaia di euro, galleggiare ancora e ancora ripartire. Esempio, e affidiamoci proprio a una delle liste: il 26 gennaio 2.500 euro, idem il 20 febbraio, il 5 marzo, il 9 marzo, il 20 aprile; 5 mila euro il 7 maggio, 3 mila il 21 maggio, 5 mila il 28 maggio... Soldi, soldi. Una perquisizione ha portato i finanzieri a scoprire 40 mila euro in contanti dall'architetto Renato Sarno, indagato a Sesto. La replica: «Denaro di destinazione legittima, comprovata da documentazione, per un posto barca e un posto auto in un porto».

Presenti e protagonisti
, gli architetti, nei faldoni milanesi. Michele Ugliola, per ritoccare il Pgt a Cassano D'Adda chiese la cessione a titolo gratuito di quote di capitale d'una società, di 3 milioni d'euro e di 120 mila euro da versare alla sua azienda con una coppia di assegni da 60 mila e riferibili a una prestazione di lavoro. Che complicazione, che esagerazione. Andateci piano, con le tangenti. Scrivevano al Corriere nel '92, epoca di Mani pulite, Gino e Michele mettendosi nei panni sporchi di due mazzette: «Siamo persone discrete, educate e non abituate alle luci della ribalta».


Andrea Galli
06 agosto 2011 10:27



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Stop ai licenziamenti ritorsivi, ampliata la tutela

La Stampa


La Cassazione aumenta la tutela per i lavoratori che, a causa delle legittime rivendicazioni che portano avanti nei confronti del datore, finiscono per essere licenziati. I supremi giudici, infatti, hanno equiparato il licenziamento ritorsivo a quello discriminatorio, vietato dallo Statuto dei lavoratori e dalla legge 108 del 1990 che impone la riassunzione immediata del dipendente epurato anche alle aziende con meno di 15 addetti.

Il caso

La suprema Corte ha restituito il posto al magazziniere di una ditta che commercializza detersivi e che lo aveva messo alla porta perchè voleva i soldi dello straordinario e dei permessi retribuiti. L'azienda ha sostenuto che le norme sul licenziamento discriminatorio non sono «suscettibili di applicazione analogica» in caso di licenziamento ritorsivo.

La Cassazione ha risposto che «non può dubitarsi che il licenziamento discriminatorio è suscettibile di interpretazione estensiva sicchè l’area dei singoli motivi vietati comprende anche il licenziamento per ritorsione o rappresaglia, attuati in seguito di comportamenti risultati sgraditi all’imprenditore, che costituisce cioè l’ingiusta ed arbitraria reazione quale unica ragione del provvedimento espulsivo, essenzialmente quindi di natura vendicativa».

E' fallito pure il tentativo di giustificare il licenziamento con la crisi, comprovata dalla contrazione degli ordini e dalle dichiarazioni al fisco. Pochi mesi prima era stato assunto un altro magazziniere e non ha avuto valore la tesi della necessità di ridurre il personale.

«Pur non essendo sindacabili le scelte imprenditoriali sotto il profilo dell'opportunità - scrive la Cassazione - si ritiene palesemente pretestuosa la dedotta esigenza di riduzione del personale in presenza dell’assunzione, pochi mesi prima del licenziamento, di altro dipendente destinato allo svolgimento, in gran parte, degli stessi compiti assegnati al dipendente licenziato».

Il lavoratore ha diritto alla riassunzione e al risarcimento di tutti gli stipendi persi fino al reintegro, più 52.500 euro per straordinario e permessi non pagati.




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Le auto blu? Uno scandalo da 2 miliardi Brunetta: "Dal 2014 spenderemo la metà"

di Fabrizio De Feo

Ecco l’inventario del parco macchine degli enti pubblici: 72mila le auto blu a disposizione della pubblica amministrazione, 2.150 milioni la spesa ogni anno, 35mila i lavoratori impiegati (14mila autisti). Solo per parcheggi e logistica si spendono 650 milioni l'anno. Per gli autisti più di un miliardo. Razionalizzazioni: molti enti hanno già cominciato, i più virtuosi sono i Comuni di Roma, Messina e Milano



Roma - «Possiamo risparmiare un miliardo di euro in un triennio e 600 milioni l’anno a regime. Su questo mi gioco la reputazione». É questa la sfida lanciata da Renato Brunetta contro l’abuso di auto blu nei palazzi del potere. Un obiettivo per il quale il ministro della Pubblica amministrazione, sfidando ironie, perplessità e scetticismi assortiti, è andato a censire le disponibilità di più di 5mila enti. Un’operazione trasparenza necessaria ad avere un quadro realistico dello sconfinato parco auto delle nostre amministrazioni e propedeutica a una successiva stagione di tagli e «razionalizzazioni».
Il primo passo è stato, dunque, consumato. E il risultato è visibile nel «Monitoraggio Auto Blu 2011» realizzato dal Ministero della Pubblica amministrazione insieme al Formez. Uno studio che certifica come le auto blu incidano sulle casse dell’erario per circa due miliardi e 150mila euro ogni anno. Come si compone questa tutt’altro che trascurabile cifra? Secondo il Monitoraggio, i costi di pura gestione del parco auto di 72mila autovetture ammontano a circa 350 milioni di euro. Calcolando gli ammortamenti, i costi di stazionamento e logistica (per circa 300 milioni), il costo totale si avvicina ai 650 milioni. A questa cifra bisogna poi aggiungere il costo del personale (autisti, addetti al parco auto, manutenzione, controllo) stimato in circa 35mila unità, di cui circa 14mila autisti, per un costo stimato di circa 1.500 milioni di euro. Questa spesa non include, naturalmente, i costi relativi alle circa 50mila autovetture usate per scopi di sicurezza e difesa personale e nazionale e le 16mila autovetture di polizia municipale e provinciale.
Il processo di compressione dei costi, in realtà, è già iniziato dall’aprile dello scorso anno, con la prima direttiva Brunetta. Dopo quella prima sollecitazione parecchie amministrazioni hanno assunto iniziative di contenimento dei costi. Tra quelle che hanno fatto registrare riduzioni significative del parco macchine figurano: il Comune di Roma passato da 1186 a 988 (-198); il Comune di Messina passato da 164 a 103 (-61); quello di Milano passato da 496 a 442 (-54). Buone «performance» anche per il Comune di Padova, la Provincia di Milano, il ministero delle Politiche agricole; la Regione Piemonte; la Regione Lombardia; il Comune di Palermo e quello di Genova.
Osservando i numeri più nel dettaglio, la quota totale di 72mila auto viene così scorporata: 2mila auto «blu blu» destinate agli eletti (di rappresentanza politico-istituzionale a disposizione di autorità e alte cariche dello Stato e delle amministrazioni locali), 10mila auto «blu» (di servizio con autista a disposizione di dirigenti apicali) e 60mila auto «grigie» (senza autista, a disposizione degli uffici). Dalla rilevazione emerge anche che nel 2010 le auto hanno percorso circa 800 milioni di km. Di questi, il 10% sono stati percorsi dalle auto «blu blu» e «blu» e il 90% dalle auto «grigie».
Le auto di proprietà sono state utilizzate per il 70% della percorrenza, il rimanente 30% è a carico delle auto a noleggio e in affitto. Il parco macchine è composto per il 77,6% di auto in proprietà e dal rimanente 22,4% di auto detenute ad altro titolo. Le auto acquistate in proprietà nel 2010 sono stimate in circa 4.600 vetture a un costo medio - di acquisto o riscatto - di circa 13mila euro. La spesa complessiva stimata per gli acquisti nell’anno risulta pari a circa 60 milioni di euro. Vi è, comunque, un progressivo orientamento, per le auto di rappresentanza, a privilegiare le auto non in proprietà.
Sarà dunque a partire da questa fotografia che si partirà per mettere a regime l’operazione «abbatti-costi». Con i nuovi limiti all’utilizzo delle auto si punta ad ottenere nel triennio 2012/2014 un risparmio di circa 900 milioni di euro (240 a livello centrale e 660 a livello locale). Un risultato che non avrebbe una ricaduta soltanto economica visto che riporterebbe molto personale in divisa a funzioni operative sul territorio. E stempererebbe la rabbia verso uno dei privilegi più odiati dagli italiani.






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Il Quirinale precisa. E Feltri risponde

di Redazione

Il segretario generale della presidenza della Repubblica, Donato Marra, fa alcune precisazioni in merito all'articolo pubblicato ieri dal Giornale sulle auto blu in dotazione al Quirinale


di Donato Marra*

Egregio dott. Feltri, spiace dover constatare - leggendo l’articolo pubblicato su Il Giornale di ieri dal titolo «Se la politica si fa travolgere da una pattuglia di auto blu»- che anche un giornali­s­ta autorevole come lei ignori ciò che è scrit­to nei comunicati del Quirinale e nelle note illustrative dei bilanci interni, resi pubblici ogni anno e sempre consultabili sul sito del Quirinale. Altrimenti non si sarebbe chiesto a che servono le «altre 32 auto blu», sostenen­d­o che si sarebbe evitato di spiegarlo nel co­municato diffuso ieri per non alimentare l’antipolitica.

Ma non si alimenta invece l’antipolitica ignorando o comunque sottovalutando tut­te le misure di contenimento delle spese che l’amministrazione del Quirinale ha avviato su impulso del presidente Napolitano fin dall’inizio del settennato, i cui risultati sono stati illustrati in altro recente comunicato? Risultati che vanno ben al di là della restit­u­zione di più di 15 milioni di euro nel triennio 2011-2013 avendo consentito risparmi per oltre 56 milioni di euro e, grazie ad essi, il con­gela­mento fino al 2013 della dotazione a cari­co del bilancio dello Stato al valore nomina­le del 2008, a fronte di una inflazione che da allora ad oggi ha già raggiunto il 6,6%.

È appe­na il caso di aggiungere che il processo di contenimento delle spese è necessariamen­te graduale e non si è peraltro esaurito; e che sono impropri i confronti con altre realtà isti­tuzionali profondamente diverse, i cui bilan­ci sono spesso impostati sulla base di criteri anch’essi diversi (in particolare non ricom­prendendo gli oneri pensionistici), come pu­re si è ampiamente documentato nelle note illustrative dei bilanci interni del Quirinale.
Tornando al tema dell’autoparco risulta chiaramente dal comunicato di ieri che del­le­ altre 32 autovetture, al netto delle auto sto­riche e di alta rappresentanza utilizzate dai Capi di Stato in visita nel nostro Paese e dei 2 pulmini utilizzati per abbreviare i cortei nei trasferimenti collettivi, restano a disposizio­ne della struttura 22 autovetture e che è stato inoltre avviato un programma di progressi­vo ridimensionamento delle cilindrate.

Spero che comprenderà lo spirito di que­ste precisazioni, anche perché ella certa­mente si rende conto di che cosa siano la pre­sidenza della Repubblica, i suoi servizi ed uf­fici e le sue concrete funzioni: funzioni che presuppongono continui e complessi rap­po­rti con le altre Istituzioni e con tutte le am­ministrazioni dello Stato, con la società civi­le e i cittadini, e nel sistema delle relazioni in­t­ernazionali dell’Italia. Cordialmente
*Segretario generale della presidenza della Repubblica
Egregio dottor Marra, mi dispiace che non abbia colto il to­no scherzoso dell’articolo che trattava sol­tanto la questione dell’autoparco e non al­tro, come i risparmi del Quirinale, dei quali comunque il Giornale si era già occupato diffusamente. Quanto al numero delle vet­ture, al di là di tutto, credo che un certo stu­pore fosse giustificato. v.f.



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Garagnani denuncia Bolognesi: «Vilipendio nel discorso del Due Agosto»

Corriere della sera


Il deputato del Pdl: «Atteggiamenti potenzialmente eversivi dell'ordine democratico, non si può dire che lo Stato è mandante o spettatore passivo di stragi»



Fabio Garagnani
Fabio Garagnani

BOLOGNA - Fabio Garagnani, parlamentare bolognese del Pdl e coordinatore cittadino del partito, ha presentato un esposto alla Procura sulle parole pronunciate a Bologna dal presidente dell'associazione delle vittime del Due agosto, Paolo Bolognesi, durante l'ultima commemorazione della strage alla stazione.
«Le sue gravi affermazioni non possono essere lasciate sotto silenzio, non tanto perché contenenti critiche di natura politica, quanto perché delegittimano in modo inconfutabile lo Stato e le istituzioni democratiche», ha scritto Garagnani, secondo il quale si configurerebbe la violazione dell'articolo 290 del Codice Penale: «Vilipendio della Repubblica, delle assemblee legislative o una di queste, ovvero il Governo o la Corte Costituzionale o l'Ordine Giudiziario».
Secondo l'esponente Pdl, «certe affermazioni non possono essere tollerate, pena il venir meno della credibilità delle istituzioni medesime», così come «non è in questione il diritto di critica a qualunque livello e da chiunque espresso, che io pure ho esercitato in varie occasione e che non nego a nessuno, bensì atteggiamenti potenzialmente eversivi dell'ordine democratico che mirano a delegittimare i principi fondamentali dello Stato e della democrazia rappresentativa».
Nel mirino del deputato del Pdl ci sono alcuni passaggi del discorso pronunciato da Bolognesi in piazza Medaglie d'oro martedì, come quello in cui afferma che in Italia «facciamo la guerra contro il terrorismo in Afghanistan, ma intanto proteggiamo il terrorismo nostrano con il segreto di Stato». Insomma, conclude il parlamentare, «non si può infatti dire che sostanzialmente lo Stato è mandante o spettatore passivo di stragi o altre affermazioni».

05 agosto 2011




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San Martino cancella Berlinguer

La Provincia Pavese


di Marianna Bruschi




PAVIA. San Martino non vuole piazza Berlinguer. Anzi, è la giunta di centro destra di questo comune di poco più di 5mila abitanti a non voler più la piazza dedicata al segretario generale del partito comunista italiano, morto nel 1984. Perché la gente preferirebbe mantenere le cose come stanno. Il Comune voterà in consiglio comunale il cambio del nome: da piazza Enrico Berlinguer a piazza Unità d’Italia.

«Vogliamo vie che uniscano, non che dividano – spiega l'assessore Renato Abbiati – e rispetto a Berlinguer è più importante ricordare l'unità del paese». Questa piazza a metà di via Roma sembra più un parcheggio. Di targhe, vecchie o nuove, non ce ne sono. In fondo c’è una struttura in muratura per le feste, non molto di più. «E’ una mascalzonata – dice Emanuele Chiodini, edicolante di via Roma – quando negli anni Novanta si era deciso di dedicare questa nuova piazza a Berlinguer avevamo fatto un referendum. Berlinguer era una persona onesta, è figlio dell’Unità d’Italia, potevano pensare a un nome per una strada nuova».


In un mezzogiorno caldissimo entra in edicola Sergio Canavesi. Chiede «L’Unità» e quando sente il nome di Berlinguer si unisce alla discussione. «Non si può cambiare nome alla piazza – dice Canavesi – devono consultare noi cittadini». Maria Cristina Persico, barista, non la pensa come loro: «L’unità d’Italia è più neutra», dice. «Siamo contrari», la risposta secca di Prigioni, capogruppo Pd in consiglio comunale.

E’ che a pensare a Berlinguer e San Martino viene in mente la sede del Pd. Prima dedicata al politico di origine sarda, poi, un paio di anni fa a Beniamo Andreatta (Dc). Un segnale di cambiamento, dicono dal Pd. «Doveva essere una sede diversa dai vecchi Ds e Margherita – dice Giuseppe Villani, consigliere regionale – era stata scelta una persona non legata a schemi del passato. Qui invece cancellano la storia». «Bisogna avere rispetto per chi ha fatto la storia d’Italia – ribatte Daniele Bosone, presidente della Provincia e senatore Pd – La questione della sede non è paragonabile, si era di fronte a un partito nuovo. Questa scelta invece denota scarso rispetto per la storia del Paese».


06 agosto 2011




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Insicuri, ma liberi I ventenni russi dopo il comunismo

La Stampa

Nati mentre moriva l’Urss, hanno perso le certezze ma adesso scelgono loro.
Gorbaciov: nessuno tornerebbe indietro

MARK FRANCHETTI



Mosca, le quattro del mattino. Nelle budella di una colossale struttura di cemento armato utilizzata come deposito per il grano ai tempi dell’Unione Sovietica. Oggi chiamato Gaudy, è il luogo più alla moda per le nottate di musica trance in tutta la Russia. All’interno, migliaia di giovani raver boccheggiano tra note assordanti e raggi verdi intermittenti.

Fasciata da un’attillata tuta da ginnastica fluorescente, Tatyana balla scatenata sotto la scritta «Trance We Love», alla sua seconda pasticca di ecstasy della serata. Ha 21 anni e, come quasi tutti intorno a lei nel club, è troppo giovane per ricordare l’Unione Sovietica. È difficile immaginarsi esattamente cosa starebbero facendo Tatyana e i suoi amici raver in una serata come questa se Mosca fosse ancora la capitale dell’impero comunista più grande del mondo. Ma la scena a Gaudy di certo non potrebbe essere piu diversa.

Quest’anno segna il ventesimo anniversario della dissoluzione dell’Unione Sovietica che cessò di esistere nel 1991. Quindi, il 2011 è anche l’anno in cui i russi della prima generazione dopo il collasso sovietico compiono vent’anni. Diversamente dai loro nonni, nonne, madri, padri e perfino dai loro fratelli e sorelle più vecchi, i russi classe 1991 non sono cresciuti sotto il comunismo. Non sono diventati grandi al suono delle dottrine marxiste-leniniste e sono liberi di viaggiare in Occidente. Ma qual è la visione del mondo della prima generazione post-sovietica e in che cosa si distinguono dai loro predecessori comunisti? Qual è il loro senso della storia e come vedono la Russia e il suo posto nel mondo?

Quando l’ho chiesto a Mikhail Gorbachev, l’uomo più celebrato in Occidente e diffamato in Russia per essere stato il primo protagonista nella catena di eventi che portarono alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, non ha esitato: «Una cosa è certa», mi ha detto il Nobel per la Pace. «I giovani russi non vogliono tornare al vecchio sistema. Nyet! Quando uno gli racconta di come si viveva allora reagiscono con grande sorpresa». «La nuova generazione è del tutto libera. I giovani possono andare dove vogliono e leggere ciò che vogliono. La libertà è di gran lunga la cosa più importante. Penso che la maggior parte dei giovani intelligenti la comprendano e le diano il giusto valore».

La gioventù russa odierna ha perso le certezze e i forti schemi ideologici dell’epoca sovietica ma ha ottenuto la libertà di pensiero e di azione. Può viaggiare. È investita di potere. Se paragonata alle sfide affrontate dai loro genitori, la vita per i ragazzi del 1991 è mediamente migliore e più equilibrata. I padri e le madri dei giovani russi di oggi sono nati e cresciuti ai tempi dell’Unione Sovietica quando il loro futuro era già scritto ma sono diventati maggiorenni quando il comunismo è caduto e tutto è cambiato. Per loro il 1991 è stato l’anno zero. «Quando i miei genitori mi raccontano di come dovevano fare ore di coda per comprare delle salsicce, lo trovo surreale. Ci fa ridere», dice Natalia Volkova, la figlia ventenne di un ricco uomo d’affari moscovita. «Hanno vissuto difficoltà per me impossibili da immaginare. Non ho fratelli né sorelle perché, nei primi anni Novanta, i miei genitori erano troppo preoccupati del futuro per avere più figli».

La classe 1991 è la generazione di Vladimir Putin, l’uomo forte della Russia dal 2000 – prima come presidente e oggi da premier. È sotto il suo potere che hanno vissuto la loro adolescenza e hanno visto la Russia diventare sempre più autoritaria ma anche più ricca e ottimista. Il risultato è che i giovani russi hanno una fiducia nel futuro che ai loro genitori mancava del tutto. «Ho solo 37 anni ma ho visto scaffali vuoti e code senza fine per un po’ di cibo», dice Larisa Pautova, il maggior esperto di giovani del Public Opinion Fund (Fom), il più accreditato istituto indipendente per i sondaggi in Russia. «La nuova generazione cerca i cafè, i negozi, il divertimento, hanno tutti il cellulare e passano del tempo sui social network. Sono stati cresciuti nel consumismo di massa. Sono persone completamente nuove perché il Paese ha vissuto mutamenti drammatici e il contesto politico è del tutto diverso». Per il sollievo del Cremlino che era stato fortemente allarmato dalla rivoluzione per la democrazia guidata dagli studenti in Ucraina cinque anni fa, gli esperti del Fom sono giunti alla conclusione che che è molto improbabile che i giovani russi scendano in piazza.

Diversamente da Pautova e dai suoi pari, molti dei quali sognavano di partire per l’Occidente quando avevano poco più di vent’anni, la maggior parte dei giovani russi oggi vede il proprio futuro in patria. L’America e la sua cultura, additate come immorali ai tempi dell’Unione Sovietica, diventarono un faro per i russi diventati maggiorenni dopo il collasso del Comunismo, quando Rambo era un film cult e jeans uno status symbol. Quest’adulazione ha avuto vita breve, e oggi solo un pugno di giovani russi idolatra l’America. Molti altri sono sospettosi. «Non credo agli Stati Uniti», dice Alexei Karotin, un attivista politico di sinistra nato nel 1991. «I miei genitori erano affascinati dagli Usa perché erano irraggiungibili. Per me e per i miei amici, quello è un Paese che si comporta da prepotente e vorrebbe vedere la Russia debole».

I dati di Pautova dipingono i giovani russi come interessati ai soldi, ma sempre di più anche alla propria realizzazione, reputazione e status. Sono più individualisti e mentalmente indipendenti dei loro progenitori cresciuti in un sistema di regime. E, ancora, la cosa più sorprendente, nello studio del Fom, è la crescente fiducia dei giovani russi nello Stato – un sentimento forte in epoca sovietica che andò completamente perso nella prima decade dopo il collasso del Comunismo.

Alla domanda su quale sia il loro datore di lavoro ideale, la maggior parte ha indicato Gazprom, il gigante statale del gas, l’amministrazione presidenziale e il Ministero degli Interni – un organismo considerato corrotto e inefficiente dalla maggioranza della popolazione. Le aziende giovanili straniere come Google e Apple sono state messe per ultime, in netto contrasto con i primi anni Novanta quando, come ha ricordato un amico di recente, le ragazze gli cadevano fra le braccia quando diceva loro che lavorava per Adidas. «La nuova generazione è molto pragmatica e meno idealista», dice Pautova. «Lo Stato è visto come una scommessa sicura. Per loro la corruzione non è un a grande questione. La accettano come un fatto della vita. In questo senso, sono più conformisti dei loro genitori nati ai tempi sovietici ma che hanno vissuto un periodo di libertà frivola». Come nel mondo occidentale, i giovani in Russia sono una generazione online. Solo il 38% della popolazione del Paese utilizza Internet, ma il dato nazionale per i giovani di età compresa fra i 18 e i 24 anni è quasi il doppio e raggiunge il 96% a Mosca.

Ai tempi dell’Unione Sovietica, i giovani sognavano di diventare cosmonauti, ufficiali dell’esercito, medici, insegnanti e ingegneri. Oggi i ventenni russi si vedono come manager, uomini d’affari, pubblicitari, pr e poliziotti. Molte giovani donne vorrebbero diventare attrici o modelli, e anche sposare un uomo ricco è un obiettivo. La classe 1991, che voterà per la prima volta alle presidenziali del 2012, è in maggioranza apolitica ma adora Putin e il suo protetto, il presidente Dmitry Medvedev. Recenti sondaggi di popolarità tra i giovani hanno registrato l’82% per il premier e il 76% per il presidente. Considerato che la Russia è lontana dall’essere una democrazia di modello occidentale, la vera profondità di questo sostegno è difficile da misurare.

Ma, in superficie almeno, sembrerebbe che, se si pensa alla presa del Cremlino sul suo popolo, alcune cose siano cambiate meno di quanto possiamo immaginare.

*Corrispondente da Mosca del Sunday Times di Londra




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Papponi di stato, puntata 10. La carica dei raccomandati.

Libero






Pubblichiamo la decima e ultima puntata di "Papponi di Stato", l'inchiesta di Andrea Scaglia e Roberto Poletti realizzata nel 2008 per Libero.


E allora, guardate, qualcuno mi darà del patetico, altri del paraculo ipocrita, ma sono stufo. Stufo delle continue richieste di segnalazioni e raccomandazioni, perché c’è questo mito che uno diventa deputato e magari viene visto in tivù con il ministro e quindi è entrato nella stanza dei bottoni e «se ci puoi mettere una buona parola, per favore». Ogni settimana ne arrivano a decine. C’è l’esperto di fitness, gli han detto che tu sei uomo di televisione, tra l’altro ti sei interessato anche di Rai, e allora ti chiede se riesci a infilarlo in una trasmissione, e siccome è amico dell’amico dell’amico ti informi e ottieni che appaia per una settimana nel programma del mattino per dare consigli su come buttar giù pancetta e cellulite.

La guardia giurata che s’intende di fotovoltaico perché «quella del sole è l’energia del futuro», e gli rispondi che sì, ne sei convinto anche tu, e subito dopo ti domanda di fare il consulente per il tal progetto che gli hanno detto sta per partire.

C’è il funzionario che t’implora di poter incontrare tizio o caio, «e se mi presenti tu è tutta un’altra cosa», o l’agente di polizia che si fa un mazzo così da una vita e adesso vorrebbe avvicinarsi a casa.
E a proposito di avvicinamenti, non Papponi di Stato Tutto 28-03-2008 18:46 Pagina 103 potete immaginare quanti maestri e insegnanti e professori, io quando posso prendo e passo al ministero dell’Istruzione, poi vedano loro.

E la Commissione Cultura si occupa anche delle Poste, e c’è questa faccenda dei francobolli speciali, commemorativi, non so bene se ci sia sotto anche un business, non credo, fatto sta che ti domandano di spingere molte proposte.

Per non parlare dei favori da fare a colleghi e superiori, tipo che il ministro ha un conoscente con velleità da scrittore, e questo scrittore è convinto che un affermato regista di Hollywood abbia copiato l’idea del suo libro per farci un film, e il ministro ti chiede di sollevare il caso, «mi fai un’interrogazione?», e tu gliela fai, l’interrogazione, e chiedi al governo “se sia a conoscenza del caso in oggetto e quali misure intenda eventualmente adottare per garantire la tutela dei diritti d’autore”, e ci organizzi addirittura una conferenza stampa.

Oppure c’è il “question time”, e abbiamo già detto che viene trasmesso in diretta tivù, e per bilanciare gli interventi a lui contrari al ministro farebbe piacere un intervento più accondiscendente, e pronti, eccoti l’intervento, e lui prende la parola e inizia la risposta con un «...ringrazio l’interrogante e l’intero gruppo dei Verdi, perché questa è un’occasione per fare chiarezza ed annunciare...». E dopo ti senti uno scemo.

Non ne posso più di questa sensazione d’inutilità e d’impotenza, di essere additato a parassita e sapere che il paragone sarà anche antipatico e demagogico e populista, ma non così lontano dalla realtà.

Di vedere che certo, ministri e capoccia di partito incidono eccome sulla realtà, e non è che siano tutti stronzi, intendiamoci, ma tu non sei niente, non conti niente, e intorno hai tanti e tanti e tanti che non contano niente, tra Camera e Senato siamo quasi mille, però noi siamo “onorevoli deputati”, c’è scritto anche sulla tesserina, ed è questo ciò che importa.

E per sentirti utile t’inventi qualche baracconata, ti travesti da Babbo Natale e ti fai assoldare in nero e ti piazzi davanti al centro commerciale, e gonfi i palloncini, vai dai bambini e li convinci a fare la foto, fai il simpatico con i clienti.

L’ho fatto, ho lavorato dieci ore per 45 euro senza uno straccio di fattura né contratto, poi mi sono rivelato. E almeno grazie a me, alla mia baracconata, quel centro commerciale li ha poi messi in regola, quei ragazzi che fanno i Babbi Natale e quante volte ai bambini che gli tirano la barba vorrebbero prenderli a calci. Una goccia nel mare, ma almeno qualcosa.
Molto meglio di quando ho sollevato la discussione sul canone Rai, risultato zero.

Oppure la questione dei cd, che con questa storia della musica scaricabile dal computer e della pirateria se ne vendono sempre meno, le case discografiche licenziano di continuo, e nonostante questo si continua a mantenere l’Iva al 20 per cento, mentre per esempio sui libri è al 4, e comunque parole inutili, m’ascolta nessuno.

Chissà, forse sono io che non sono capace. D’altronde, mi rendo conto che parlo più dei problemi cui tengo quando Canale 5 m’invita in tivù a “Buona Domenica” piuttosto che in Parlamento. E non ne posso più di vedere quanto siamo micragnosi. Benefit, privilegi, sconti, ma quando c’è da aprire il portafogli per aiutare qualcuno, guardiamo da un’altra parte fischiettando distratti.

Io sono quello che, insieme con Maurizio Bernardo di Forza Italia, ha organizzato la colletta tra parlamentari per aiutare le famiglie degli operai morti nella tragedia della Thyssen Krupp. Ricordate? L’incendio nella fabbrica di Torino, sette poveracci uccisi dal fuoco, la commozione dell’intero Paese, e tutti a sbraitare, «basta, è una vergogna, adesso non abbandoniamoli!».

Bernardo e io crediamo sia giusto che anche il Palazzo dia un segno, chiediamo a deputati e senatori di versare dei soldi, non so, metà di una giornata, sarebbero 250 euro a testa.

E questa sì che è una cosa patetica, in quindici giorni raccogliamo in tutto 1.300 euro, meno di due euro a parlamentare, c’è anche chi ci rinfaccia di voler discriminare i morti sul lavoro tra quelli di serie A e altri di serie B, e noi a spiegargli che vuole essere un atto simbolico, a volte servono, e loro niente. I giornali ne parlano scandalizzati, e dopo altri quindici giorni la media “sale” a 9 euro cadauno.

Bernardo e io ci arrabbiamo, minacciamo di rendere pubblici nomi e versamenti, e la deputata del Pd Donata Lenzi va su tutte le furie, dice che siamo scorretti, che lei la donazione l’ha fatta ma attraverso un altro conto corrente, che «tutto ciò ottiene il risultato di un’ulteriore perdita di legittimità del Parlamento» [più di così?], e poi si appella a Bertinotti affinché difenda la dignità della Camera.

A parte questo, di fronte all’eventualità dello sputtanamento pubblico qualcosa si muove, ma neanche tanto: siamo arrivati a raccogliere 42mila euro, compresa la donazione del fondo di solidarietà dei dipendenti della Camera, un sottosegretario ci ha messo 50 euro. Roba da vergognarsi.

E non so più nemmeno quanto guadagno. C’è  lo stipendio base, poi l’indennità o come cavolo si chiama, i rimborsi di trasporto, quelli per le telefonate, tutte le coperture sanitarie possibili e immaginabili, ci rimborsano persino il famoso “ticket”, e poi mangi spendendo niente, persino il gruppo parlamentare ti versa dei soldi non so nemmeno per che cosa, ed è anche esploso il caso del ritocco all’insù della busta paga, «perché i senatori l’hanno avuto e noi no».

Sulla questione si sa già tutto, inutile dilungarsi, ma non posso fare a meno di pensare alle vecchiette e sciure Maria delle mie trasmissioni, alla gente che vive con una pensione minima di 500 euro al mese, e noi - che ci sono mesi in cui arriviamo a incassarne intorno ai 15mila, a gennaio di quest’anno per via di rimborsi e rimborsini e anticipi addirittura 20mila - noi 500 euro li possiamo portare a casa in un solo giorno.

E fanculo a chi dice che questa è retorica, lo sarà anche, ma fatevi due conti e poi ne parliamo. Tra l’altro, questa disgraziata legislatura è durata talmente poco da non far scattare la generosa pensione riservata ai parlamentari.

A parte che voglio vedere se sarà davvero così, pochi sanno che anche dopo soli due anni di Montecitorio è possibile incassare una sorta di lauta liquidazione, che non si chiama così ma va sotto le diciture di “assegno di fine mandato” e “restituzione delle quote previdenziali versate”.

Dal canto mio, me ne torno a casa con un bell’assegno di 41.808,44 euro. L’ultimo regalo pagato
dagli italiani. Perché sono stufo, l’ho già detto, non ne posso più.

Basta, il giro sulla giostra l’ho fatto, ho mangiato a sbafo con tutti gli altri e perciò non mi ergo certo a paladino. Ma adesso scendo. Non mi ricandido. Adieu all’ufficio che non uso, alle inutili chiacchierate in Commissione, ai miei voti decisi da un altro.

Saluti alle associazioni di parlamentari, ai cocktail di benvenuto, alle missioni istituzional-turistiche. Lo preannuncio con un sms al segretario del mio partito, Pecoraro Scanio, poi ci sentiamo al telefono e aggiungo

che non ho interesse nemmeno ad accettare eventuali incarichi “laterali”, non so, la poltrona in qualche municipalizzata o qualche altro ruolo “di prestigio” con ottimo stipendio annesso, vale a dire il “ringraziamento” che viene in genere elargito agli ex parlamentari. E non perché sia un eroe, l’ho già detto. È che non me la sento. Torno, se mi vorranno, a fare il mio mestiere, il giornalista, l’agitatore televisivo. Vedremo.

Lui, Pecoraro, dopo avermi ascoltato, prende atto, «come vuoi, ma vienimi a trovare al ministero». E però mi chiede un ultimo sforzo: di scrivere una lettera ai Verdi, per ringraziarli della grande opportunità e della bella esperienza, «restiamo d’accordo così?». No, io la lettera non gliela scrivo. Chi ha dato a dato, chi ha avuto ha avuto, canta la canzone: chiudiamola qui e basta. Uso invece queste ultime righe per salutarlo, a lui e al Parlamento: addio, a mai più rivederci. Ah, un’ultima cosa: onorevole sarà lei.





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Bambini bolliti e «impronte genitali» I politici e le 10 migliori gaffe di sempre

Corriere della sera

Bush fugge e trova la porta chiusa. Brown sparla a microfono acceso. Quando la politica fa figuracce


MILANO - Nel corso degli ultimi anni sono numerosi i politici che hanno guadagnato le prime pagine dei quotidiani internazionali per le loro dichiarazioniridicole e fuori luogo. L'ultima è Theresa Villiers, ministro dei Trasporti britannico, che ha scatenato grandi polemiche nel Regno Unito dopo aver suggerito ai lavoratori di un call center di Newcastle che sta per essere delocalizzato a Mumbai di trasferirsi nella metropoli indiana per non perdere il posto di lavoro. Partendo da quest'affermazione giudicata dal partito laburista «stupida e sleale», il sito web dell'Independentdi Londra ha provato a mettere in fila le 10gaffe politiche piùcelebri degli ultimi anni.

I BAMBINI CINESI BOLLITI Il primo gaffeur della lista è Silvio Berlusconi. Il quotidiano britannico ricorda che il nostro Premier è un collezionista di gaffe, ma la più celebre rimane una dichiarazione pronunciata durante la campagna elettorale del 2006 e che indignò profondamente la Cina. Berlusconi in un comizio affermò che «I comunisti all'epoca di Mao non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi». Pochi giorni dopo arrivarono le proteste del governo cinese che espresse forti critiche nei confronti del leader italiano.

Spesso le gaffe più divertenti nascono da lapsus mentali. E' il caso della dichiarazione del ministro dell'interno francese Brice Hortefeux che lo scorso anno in un'intervista radiofonica trasformò le impronte digitali in «impronte genitali». La frase «Ci sono due principali schedari: l'elenco delle impronte genitali e quello sulle impronte genetiche» divenne presto una hit sul web. Ma c'è chi riesce anche a fare peggio. Lo scorso febbraio il ministro degli Esteri indiano S.M. Krishna durante una conferenza all’Assemblea generale a New York ha letto per sbaglio il discorso del collega portoghese invece del suo. Per giustificare l'incredibile gaffe, il ministro ha dichiarato più tardi ai giornalisti: «C'erano tante carte davanti a me che per errore ho preso il discorso sbagliato».

IL MINISTRO SPIRITOSO E IL MICROFONO ACCESO - Battute all'apparenza spiritose possono costare care. Il ministro della Giustizia giapponese Minoru Yanagida, nel novembre del 2010, fu costretto a dimettersi dopo aver dichiarato che il suo lavoro era molto semplice bastava ricordarsi due frasi: «Preferisco astenermi dal rispondere a domande su casi specifici» e «Stiamo attentamente esaminando il caso in base alla legge e ai fatti». La gaffe ridicolizzava l'azione del governo e immediatamente il primo ministro Naoko Kan chiese e ottenne le dimissioni del collega. Celebre rimane anche la gaffe di Gordon Brown che durante un comizio del 2010 definì «bigotta» un'elettrice di 66 anni che lo incalzava su immigrazione e criminalità.

Brown non sapeva di avere il microfono acceso e disse ai membri del suo staff: «È stato un disastro, non avrebbero dovuto mettermi quella donna bigotta davanti, ma che idea è? È ridicolo». Seguirono polemiche e accuse contro il Premier che in seguito chiese scusa pubblicamente. Non è stato da meno il ministro francese Frederic Lefebvre, che quest'anno durante un’intervista alla Fiera del libro di Parigi ha dichiarato che il testo che più ama è senza dubbio «Zadig et Voltaire». Peccato per lui che questo sia il nome di una nota catena di abbigliamento parigina, mentre il libro di Voltaire a cui faceva riferimento s'intitola «Zadig o il destino. Storia orientale».
CREDIBILITA' E LAPSUS - Ci sono politici che oltre a compiere gaffe perdono molto della loro credibilità. La baronessa Neville-Jones, ministro britannico per la sicurezza e anti-terrorismo, l'anno scorso, mentre stava andando a Washington per una riunione di alto livello sul terrorismo, fu beccata in aeroporto dagli agenti del check-in con liquidi che superavano i 100ml. Gli agenti le ricordarono la legge che vieta il trasporto di una grande quantità di liquidi sugli aerei e la pregarono di rimuoverli dal bagaglio a mano. Naturalmente nella classifica dell'Independent non poteva mancare uno dei gaffeur più celebri degli ultimi anni: George W. Bush.

Il quotidiano britannico ricorda quando l'ex Presidente degli Stati Uniti durante una conferenza stampa a Pechino nel 2005 tentò di sfuggire alle domande incalzanti dei giornalisti lasciando all'improvviso la sala, ma trovò le porte chiuse. Segue l'errore di Tony Blair che nel suo libro autobiografico «A Journey» scrive che gli eventi terroristici passati alla storia come «Bloody Sunday», nei quali morirono 13 persone, accaddero a Belfast, ma in realtà il teatro di questa carneficina fu la città di Derry, in Irlanda del Nord. Ultima gaffe segnalata è quella dell'ex ministro dell'Industria canadese Tony Clement che nel corso di una conferenza a Ottawa nel novembre del 2010 confuse la parola successo con sesso e affermò: «Abbiamo bisogno di più storie di sesso in Canada», scatenando le risate della platea. Accortosi della gaffe, dopo pochi secondi Clement si corresse



Francesco Tortora
05 agosto 2011 15:39




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Attenti alle foglie di fico: vi ustionate

Corriere della sera

Utilizzate a Milano come abbronzante, ricovero all'ospedale: «Evitare lozioni fai-da-te»




Una foglia di fico
Una foglia di fico
MILANO - La voglia di tintarella può costare cara a chi insegue effetti speciali con lozioni solari fai-da-te, prodotti fatti in casa e applicati nella convinzione che naturale faccia sempre rima con buono. Il Centro antiveleni dell'ospedale Niguarda di Milano ha segnalato un grave episodio di fotosensibilizzazione, con lesioni della pelle e ustioni, per un uso improprio a scopo abbronzante di un infuso contenente foglie di Ficus carica (il comune fico dei nostri giardini). Lo comunica la direzione generale Sanità della Regione Lombardia, mettendo in guardia dall'utilizzo di prodotti casalinghi che possono causare gravi danni alla salute.
NATURALE NON SEMPRE FA BENE - «L'utilizzo di questo infuso per potenziare l'abbronzatura - si legge nelle nota - è una tecnica che trova origine in credenze popolari, tramandate per via orale e scritta, che spesso vengono praticate nella falsa convinzione che il naturale è bello e non fa male. Va segnalato che le foglie di Ficus carica, per contatto o sfregamento con la pelle, normalmente sono causa di irritazioni cutanee, ma in soggetti predisposti possono dare origine a grave fotosensibilizzazione e causare ustioni cutanee estremamente gravi», avverte la Regione. «Si invita quindi a evitare l'uso di questo vegetale per favorire l'abbronzatura: le sostanze contenute nelle foglie e nel lattice» della pianta, ossia «furocumarine, bergaptene e psoralene, se poste a contatto con la pelle accaldata per l'esposizione ai raggi solari, possono arrecare gravi danni alla pelle e di conseguenza all'intero organismo». (Fonte:Adnkronos Salute)

05 agosto 2011 14:32



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