venerdì 5 agosto 2011

Wikipedia sta morendo, mancano i collaboratori

La Stampa


Nessuno vuole più aggiornare l'enciclopedia online più famosa del mondo
Wikipedia ha solo 10 anni e sta già per morire. E' questo l'annuncio-shock del suo fondatore Jimmy Wales alla conferenza annuale dell'enciclopedia online: «nessuno vuole più aggiornarla». Il sito si basa sulle informazioni che ogni utente può aggiungere ad un argomento, ma sembra che il numero di collaboratori sia in forte calo nell'ultimo periodo.

«Non stiamo reintegrando il numero di editori, non la considero una crisi gravissima, ma importante», ha commentato Wales. La mancanza di collaboratori sarebbe dovuta al fatto che le persone che avevano contribuito a far diventare Wikipedia una fonte importante di informazioni sul web, sono invecchiate, si sono sposate, si sono hanno costruite una famiglia e impiegano il loro tempo in modo diverso.

Quando nel 2001 venne lanciata Wikipedia, la folta schiera di "nerd" che animava il web era in fermento all'idea di costruire una nuova risorsa di notizie accessibile a tutti gratuitamente. Ma a ormai un decennio dalla sua nascita, l'entusiasmo sembra essersi disperso. I social network ci hanno messo lo zampino, le energie degli adolescenti appassionati di informatica che collaboravano con Wikipedia, sono state assorbite da Facebook, Twitter e company.




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La consulenza d’oro a Rossi è indecente Anche questo incarico finirà in Procura"

Il Giorno

Il capogruppo del Pdl sestese in consiglio comunale, Antonio Lamiranda, si scaglia contro la consulenza di Rossi per le aree ex Falck: "In piena bufera giudiziaria 240mila euro al senatore comunista"





Guido Rossi, 79 anni (Milano, 16 marzo 1931)

Sesto San Giovanni, 5 agosto 2011



Presunte mazzette per concessioni edilizie, pagamenti su conti esteri tra imprenditori, architetti intermediari, collettori di tangenti. Eppure per il Pdl non ce n’è ancora abbastanza. Così, dal mare Antonio Lamiranda torna a lanciare il suo j’accuse contro i consulenti apparentemente superpagati. In particolare uno. Sempre il solito. «In piena bufera giudiziaria la direzione generale affida una consulenza al professor Guido Rossi per le ex Falck», tuona il capogruppo di An. Che promette azioni contro la consulenza di taglia extralarge.

«Si tratta di un nuovo incarico, il quarto in tre anni, di 62mila euro. Arriviamo oltre i 240mila euro. Ora si supera ogni limite di decenza. Quella morale sembra persa con l’indagine della Procura di Monza. La sfrontatezza è tale che mi impone di portare questo materiale all’attenzione del pm Walter Mapelli».

Primo, la consulenza è onerosa. Questione di costi, ma non solo. «Ci risiamo con gli incarichi a uomini di partito: il professor Rossi fu senatore del Pci». Questione anche politica, ma non finisce qua per l’avvocato di An. Che dalla Puglia invia un comunicato dove la «Direzione generale» del Comune viene indicata con una sigla, in stampatello: «DG». Non spiega apertamente Lamiranda. Anche se il riferimento che fa è alle ricevute e agli appunti scritti da Piero Di Caterina — «DG», «Giulia per DG» — e in mano della Procura che registrerebbero, dice l’imprenditore che ha dato il via alle indagini, pagamenti a Filippo Penati e ai suoi collaboratori in cambio di favori. 

Lamiranda si limita a dire che «la Direzione generale (DG) pare essere coinvolta nell’indagine monzese sull’aumento dei volumi edificabili sulle ex Falck» e che «nell’amministrazione c’è qualcuno che non ha capito che deve lasciare il posto prima che il palazzo gli crolli addosso».

Il sindaco Giorgio Oldrini fa spallucce. Il ritornello, ormai, lo conosce a memoria. Polemiche cicliche contro l’incarico «a un’autorità morale e tecnica indiscussa e riconosciuta nel mondo. Rossi è stato eletto senatore da indipendente e nella sua carriera è stato presidente di Telecom, Figc, Consob e consulente Fiat». Nessun danno alle casse comunali, anzi.

«Ci troviamo ad affrontare passaggi finanziari e burcratici complessi, saremmo stati degli sprovveduti a voler affrontare da soli un piano di riqualificazione che ha lo stesso volume economico di una piccola finanziaria. Tutta la partita urbanistica è stata condotta dai nostri uffici: mi stupisce che non sia apprezzato. Quanto all’aumento di volumetrie, sono menzogne». Il 18 agosto la Giunta si riunirà per l’approvazione del piano Falck, che sarà inviato alle circoscrizioni con richiesta di parere entro il 7 settembre. Tempi stretti che hanno portato Paolo Bosisio a rassegnare le dimissioni da presidente della Consulta dei quartieri: «Di fatto si nega la partecipazione dei parlamentini e della cittadinanza al progetto più importante per la città. È inaccettabile e irrispettoso».


di Laura Lana




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Castiglione, Prodi torna in vacanza in Toscana A convincerlo è bastato un sindaco di sinistra

di Redazione

E' tempo di villeggiatura anche per Prodi. Il Professore torna a Castiglione della Pescaia dopo quattro anni. Nostalgia? No, è bastato che il comune toscano cambiasse colore politico



Il professore non demorde: a quattro anni dallo scontro con l’allora sindaco del Pdl, Monica Faenzi, che gli dette del «maleducato» per non essere andato a salutarla, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi (nella foto) è tornato a trascorrere le sue ferie in quel di Castiglione della Pescaia (Grosseto). Le cose, in effetti, sono molto cambiate dal 2007, e per lui oggi l’ambiente è più congeniale: non è più presidente del Consiglio, ma soprattutto l’amministrazione comunale è di un colore a lui molto più intonato rispetto alla vecchia tonalità, troppo tendente all’azzurro. Il nuovo sindaco di sinistra, Giancarlo Farnetani, infatti, non gli ha nemmeno dato il tempo di disfare le valigie, che ha subito chiamato per salutarlo. «Spero di poterlo incontrare quanto prima e di poter magari uscire con lui in bici». Monica Faenzi, oggi deputato Pdl, alla domanda: «Ha saputo? Prodi è tornato a Castiglione», replica: «Madonnina santa, basta con questa storia!». L’ex sindaco, infatti, preferisce l’equitazione al ciclismo. FBos



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Delusi da Fini, ostacola la lotta agli sprechi»

di Fabrizio De Feo


Roma


Onorevole Rita Bernardini, la delegazione radicale ha votato contro il bilancio della Camera. Per quale motivo?

«Lo abbiamo trovato reticente e omertoso sul fronte della trasparenza e della possibilità di conoscenza da parte dei cittadini. Per noi risultava impossibile votarlo perché non diceva la verità». «Direi del tutto insoddisfacente. Abbiamo provato a rendere obbligatoria la pubblicazione sul sito della Camera delle dichiarazioni dei redditi degli eletti. E lo stesso abbiamo chiesto per i contributi elargiti a partiti e candidati. Ma entrambi gli ordini del giorno sono stati dichiarati inammissibili».

«Sul bilancio della Camera Fini ha fatto di tutto e di più. Ha adottato un atteggiamento restrittivo sugli ordini del giorno. Ha imposto che non potessero "impegnare" la Camera ma solo "invitare". Non ha acconsentito alla presentazione di emendamenti al bilancio, un’innovazione risalente allo scorso anno. A inizio legislatura avevo molto apprezzato alcune sue iniziative per la trasparenza. Non ce l’ho con lui, ma oggi sono delusa».  «Sì, abbiamo chiuso porte invece di aprirle. Con il nuovo regolamento di amministrazione e contabilità è stata abolita la contabilità analitica e sarà sempre più difficile individuare le liste di fornitori e distinguere i centri di spesa».
lzate bandie
«No, i contributi ai partiti li pubblicheremo noi sul sito di Radicali Italiani dove tutta la nostra attività è assolutamente trasparente, compreso quanto paghiamo i collaboratori. E poi a forza di rompere le scatole abbiamo ottenuto ad esempio che i 258mila euro di dotazione concessa al segretario generale della Camera senza rendicontazione siano stati ridotti a 100mila con rendicontazione. Quello è il punto fondamentale: vogliamo che tutto sia rendicontato, senza zone d’ombra». «Mi sembra una tesi un po’ forte. Bisogna considerare le voci accessorie, i rimborsi spese, l’assegno di fine mandato, la pensione. Il raffronto è complicato».

Ma lei sarebbe disponibile a mostrare la sua busta pag
«Certo, ma sarebbe ingannevole perché le varie voci finiscono solo in parte in busta paga» «L’indennità base mensile netta è di circa 5.500 euro. Ma è importante capire che questa cifra è al netto di tante ritenute che ci vengono ampiamente restituite attraverso l’assistenza sanitaria, il trattamento di fine mandato e il vitalizio. Questa retribuzione poi può aumentare in base alle indennità di carica. A questa cifra va aggiunta la diaria di 3.500 euro mensili; il rimborso di 3.700 euro per le spese inerenti al rapporto con gli elettori. C’è poi un rimborso trimestrale tra i 3.200 e i 4.000 euro per i trasferimenti verso gli aeroporti. E ancora: una somma annua di 3.100 euro per le spese telefoniche».
«Sono assolutamente d’accordo. Sarebbe una delle tante cose da fare per riavvicinare gli eletti ai normali cittadini e favorire la trasparenza dell’istituzione».



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Gli "eroi"della Camera hanno lavorato 1 giorno su 3 Per 2 anni in Senato, 2.000 euro al mese di pensione

Quotidiano.net

Bilancio di un anno di lavoro (lavoro?) di on: e sen. Necessari 452 giorni perchè un ddl diventi legge; 22 giorni per approvare la convenzione europea sugli animali. 8 settembre 2010: seduta di 10 minuti




Manovra, la Camera approva la fiducia



Roma, 5 agosto 2011



Il record mondiale è stato stabilito l'8 settembre 2010: la Camera lavorò esattamente per 10 minuti: dalle 17.05 alle 17.15, poi la seduta vene aggiornata al 14 settembre.


SENZA VERGOGNA - Adesso che, finalmente, i rappresentanti del popolo sono andati in ferie e ci resteranno per 32 giorni, può essere utile analizzare un anno di lavoro (lavoro?) di deputati e senatori per rendersi ulteriormente conto che questa casta non conosce né il pudore né la vergogna.

UN GIORNO SU TRE - Alla Camera (147 sedute) hanno lavorato 1 giorno su 3 , al Senato (121 sedute) ancora meno. Il tempo medio di approvazione di un disegno di legge si è quadruplicato: occorrono 452 giorni prima che un provvedimento divenga operativo. Esclusi i decreti del governo, convertiti in legge, nel settembre 2010 sono diventati legge 2 provvedimenti di bilancio; in ottobre ancora 2; in novembre tre (trattati internazionali con Malawi, Slovenia e Bielorussia); in dicembre 5 e la Finanziaria. Nel 2011, il tracollo. Brillano, fra le sfolgoranti iniziative da ascrivere al lavorio dei parlamentari i quattro mesi trascorsi per individuare a Roma la sede dela Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo.

LA CODA DEL CANE - Per la ratifica della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia il Parlamento ci ha messo 22 giorni: particlarmente estenuante il dibattito sul taglio della coda dei cani. Alla Camera sono ferme 3.590 propopste di legge, al Senato sono 2.145.

1.061.479.554 EURO - Questo è quanto ci costa la Camera in uin anno. Per il Senato, invece, ogni anno dobbiamo pagare 545.142.912 euro. I vitalizi degli ex deputati comportano un salasso di 138.200.000 euro all'anno; gli ex senatori, invece, ci costano 81.250.000 euro all'anno.

2.308 EX -  Tanti sono i deputati e i senatori non più in carica che ogni mese incassano una cifra variabile fra i 1.700 e i 7.000 euro. Nell'elenco figurano nomi eccellenti: Alfonso Pecoraro Scanio, ex leader dei Verdi (5 legislature, prende 5.802 euro netti al mese da quando aveva 49 anni: oggi  ne ha 52). Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, 455 anni, con  legislature intasca 5.303 euro netti al mese. Luciano Benetton, che in Senato ci è rimasto per 2 anni, percepisce 2.199 euro netti; la stessa cifra versata a Carlo Taormina.

Secondo gli uffici della Camera, per legge un ex deputato  non può rinunciare al vitalizio: al massimo può devolvere il compenso in beneficenza. Secondo Panorama, se lo stipendio di un deputato o di un senatore fosse direttamente proporzionale alle presenze in aula, il risparmio sarebbe spaventoso: 12,5 milioni di euro. Dall'inizio della sedicesima legislatura, ogni singoll deputato ha maturato 444.638 euro che corrispondono a 8.677 votazioni. l'on. Antonio Gaglione ( Pd) recordman di assentesimo (93%) avrebbe dovuto ricevere 31.124,66 euro; Niccolò Ghedini, avvocato del premier (76% delle assenze), 106.713 euro; Mirko Tremaglia, 86 anni (75% di assenze), 111.159,60 euro.  Ma quando Calderoli e altri presentarono a Fini la proposta di agganciare lo stipendio alle presenze effettive, il presidente della Camera rispose sdegnato: "Non siamo qui a cottimo". Non ci sono dubbi.




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Vigilessa ubriaca tampona la Finanza e la Polizia E poi a fare i rilievi arrivano anche i Carabinieri

di Redazione

Una vigilessa ubriaca ha tamponato con l’auto uno scooter con a bordo un militare della Guardia di Finanza, e nello scontro è rimasta danneggiata un’auto in sosta della polizia. Per i rilievi sono stati chiamati i carabinieri, in quanto unica forza dell’ordine non coinvolta




Firenze

Ci sono tutti gli ingredienti per confezionare una barzelletta, ma i coinvolti nel sinistro non hanno avuto nessun motivo per ridere.  Una vigilessa ubriaca ha tamponato con l’auto uno scooter con a bordo un militare della Guardia di Finanza, e nello scontro è rimasta danneggiata un’auto in sosta della polizia. È l’incredibile incidente stradale avvenuto ieri sera nella zona di Novoli, a Firenze. Per i rilievi sono stati chiamati i carabinieri, in quanto unica forza dell’ordine non coinvolta. La vigilessa era libera dal servizio. Stava guidando la sua auto con un tasso alcolemico quattro volte superiore al consentito, che è di 0,50 g/l. La donna ha tamponato uno scooter, e il finanziere che lo guidava è stato sbalzato su una vettura della polizia. Alla vigilessa è stata ritirata la patente. Il finanziere, anche lui libero dal servizio, è stato portato in ospedale per accertamenti e poi dimesso.



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Gb, svelati documenti top secret sulle torture inflitte dagli 007 ai prigionieri

La casta si fa pure la polizza contro di noi, a spese nostre

Libero




Metti che il cittadino finalmente si ribelli e decida di aspettarli fuori dal parlamento per lanciare monetine. Metti che la folla esasperata si munisca di torce e forconi e tenti di scannarli come capretti sulla pubblica piazza. I signori onorevoli saranno anche pronti ad affrontare le offese verbali, ma nella prospettiva di un rischio fisico bisogna pur tutelarsi. E infatti si sono fatti l’assicurazione sul linciaggio.

 Dal 13 luglio - giorno dell’approvazione da parte del Consiglio di presidenza - i componenti dell’Assemblea regionale siciliana (Ars), cioè il parlamento isolano guidato da Raffaele Lombardo, beneficiano di una convenzione stipulata dal Fondo assistenza e solidarietà regionale con la Cassa di assistenza sociale e sanitaria Caspie.

Come spiegava ieri su Italia Oggi Antonio Calitri, alla modica cifra di 1.485 euro i parlamentari potranno contrarre una polizza di assistenza sanitaria integrativa, che nemmeno si pagheranno per intero: metà sarà a carico loro, metà la finanzieranno gentilmente le tasche della Regione.

Fin qui sembrerebbe il solito benefit da nababbi tipico degli onorevoli siculi. E in effetti le facilitazioni sono cospicue: rimborsi fino a 250mila euro per le prestazioni sanitarie o addirittura 500mila euro in caso di interventi particolari. Roba che un fesso qualsiasi come il sottoscritto se la sogna. C’è perfino la possibilità di estendere la polizza ai familiari al costo di 1.190 euro cadauno (o 850 se sono più di tre).

Ma l’idea veramente geniale è quella di includere alla voce «casi particolari di infortunio» anche l’ipotesi di assalto da parte degli elettori imbestialiti. Facciamo un esempio. L’onorevole viene bersagliato da una pioggia di euro tipo Hotel Raphael? Niente paura, è assicurato contro «tumulti, atti violenti e aggressioni». Sappia dunque Antonio Di Pietro - il quale poco tempo fa ha dichiarato che presto gli italiani esasperati torneranno a lanciare monete - che così facendo si rischia di arricchire la casta.

I  componenti dell’Ars non hanno tutti i torti. Con l’astio popolare che sta montando contro i politici, bisogna pararsi le chiappe. E stare pronti alla pugna. Anche perché l’assicurazione regionale copre pure le «lesioni sofferte per legittima difesa, stato di necessità o dovere di solidarietà umana».

Se un commando di lettori del Fatto ti aggredisce fuori dal parlamento, tu li prendi a sberle e mentre meni ti lesioni una mano, la Regione te la ripaga nuova, così sei pronto a pigiare di nuovo il bottoncino della votazione in aula.  Ma prendiamo che i lettori del Fatto stiano bastonando un tuo onorevole collega, tu che fai? Fossi matto, risponde il siculo scaltro, me la do a gambe. Invece no: puoi tranquillamente giungere in suo soccorso munito di bastone, poiché senza ombra di dubbio sarebbe un caso di «solidarietà umana».

Oddio, e se il deputato Turi si mangia un chilo e mezzo d’impepata di cozze e poi si sente male, che devo fare? Le mangio anche io e a quelli della lavanda gastrica dico che mi sono ingozzato per solidarietà umana? Beh, in effetti il cavillo regge...

La copertura assicurativa per gli «infortuni che si verifichino nell’esercizio delle funzioni istituzionali», tuttavia, è ancora più estesa. I politici non sono al sicuro solo dagli attacchi di sparuti facinorosi, ma pure dai tumulti di ampie dimensioni. La polizza paga anche in caso di «rischio insurrezione».

Casomai ai siciliani vessati dalle inefficienze della loro amministrazione venga in mente di organizzare nuovi Vespri o di armarsi per far piazza pulita dei governanti, questi ultimi saranno ripagati del danno.

Attenzione però, perché il cittadino è subdolo. Egli, spinto dall’ira funesta contro il politicante sprecone,  potrebbe anche decidere di avvelenarlo mentre si reca al bar  a sorbire il cappuccino. Infatti l’atroce «avvelenamento» è coperto dall’assicurazione.

 Immaginiamo che siano terribilmente crudeli questi siciliani, poiché anche «asfissia e soffocamento» sono ripagati. Sai, in caso l’indignato di turno assalga il deputato e tenti di strangolarlo. C’è pure un rimborso per le «infezioni conseguenti da morsi»: nelle notti di pleniluio i siculi mannari in piena crisi d’antipolitica s’aggirano per le strade in cerca di Lombardo, per affondargli i denti nei garretti.
Ah, è previsto anche un rimborso in caso di «annegamento». Infatti il pericolo di affogare nel ridicolo è ai massimi livelli.

di Francesco Borgonovo

05/08/2011




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Il Colle fa i conti in garage: altro che 40 auto blu ne ha «solo» trentacinque

di Paolo Bracalini

Roma

Guai a chi parla di «casta» per il Quirinale, viene subito smentito dal segretario generale. Anche se si sbaglia di poco, come è accaduto al leghista Marco Reguzzoni, che ha solleticato il Colle sulle «40 auto blu a disposizione» del presidente della Repubblica. Sbagliato, ha replicato il segretario generale di Napolitano, non sono affatto 40, ma «solo» 35, di cui cinque in tutto per il presidente. Giusto per gli amanti del genere specifichiamo i modelli: tre Lancia Thesis blindate «utilizzate dal capo dello Stato per ragioni di sicurezza», più tre Lancia Flaminia 335 del 1961 (per la parata del 2 giugno e poco altro). Poi ci sono altre macchine pronte per altri capi di Stato in visita, tre Maserati e quindi 24 auto di cui 23 in leasing. Il Colle tiene a precisare che a fronte di 35 autovetture «ci sono 41 autisti di ruolo», cioè «poco più di un autista per veicolo». Spartani veramente. Tutto per circa 323.762 euro all’anno (mentre l’«assegno» annuale del presidente è di 239mila euro lordi).

L’uscita polemica di Reguzzoni ha un po’ sorpreso, visto il flirt della Lega con Napolitano, funzionale a un passaggio indolore degli ultimi decreti del federalismo. Ma con il piccolo bisticcio sulla costituzionalità del decentramento ministeriale il clima è un po’ cambiato, e nel Carroccio si fanno notare - finora sommessamente o quasi - certi privilegi del capo dello Stato. In una battuta di Bossi si poteva anche trovare questo cambio di umore. Arriveremmo allo scontro con Napolitano, scherzava (ma non troppo) il segretario federale, solo se «gli chiedessimo indietro i mobili che si è preso dalla Villa Reale» di Monza. In effetti alcuni pezzi pregiati oggi al Palazzo del Quirinale provengono proprio da una parte degli arredi della Villa che ospita i nuovi ministeri distaccati. Per esempio «la specchiera in legno intagliato laccato e dorato», delle Sale Rosse, «proviene degli arredi della Villa Reale di Monza, confluiti nella Reggia del Quirinale in seguito al passaggio della residenza lombarda al demanio nel 1919», si legge sul sito del Quirinale.

Il Carroccio tiene sempre pronto il capitolo «sprechi del Quirinale», non si sa mai. La ciccia non manca, anche se il Colle in versione Giorgio Napolitano sta seguendo una cura dimagrante delle spese iniziata già dall’insediamento (risparmi per 56 milioni di euro fino a oggi). Non è sfuggita, in clima da feroce anti casta, la mossa ad effetto del Quirinale di «restituire al Tesoro» circa 15 milioni di euro (grazie a tagli sulla parte eccedente i 90mila euro di pensioni e retribuzioni della mastodontica macchina del Colle) nel triennio 2011-2013.

Un altro tassello che accredita il presidente come l’unico politico che «pensa al Paese». Ma c’è ancora molta dieta da fare, eccome. Il Quirinale ha ridotto il personale, ma ha pur sempre un esercito di ruolo di 843 amministrativi, più 103 non di ruolo, più 861 tra militari e poliziotti. Costo complessivo: 228 milioni di euro come bilancio di previsione per il 2011. Un paragone che fa irritare la segreteria generale del Colle è quello con gli altri Palazzi all’estero. Lo facciamo lo stesso. La Casa Bianca dispone di 470 dipendenti, Buckingham Palace 300, l’Eliseo 570 (conta molto di più, ma costa 90 milioni l’anno). In un futuro battibecco la Lega potrebbe chiederlo al Capo dello Stato. Insieme ai mobili di Monza.




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Il sistema Penati, con l’architetto amico del Pd l’hotel può ampliarsi: da 48 passa a camere

di Luca Fazzo

Trentadue stanze d’albergo spuntate dal nulla, grazie alla lievitazione della licenza edilizia: c’è anche questa vicenda dentro all'inchiesta della Procura di Monza sui rapporti tra la giunta di Sesto San Giovanni e gli imprenditori locali. Protagonista del "miracolo" l’assessore Di Leva, che consiglia a Di Caterina il professionista di fiducia



Trentadue stanze d’albergo spuntate dal nulla, grazie alla innaturale lievitazione della licenza edilizia: c’è anche questa vicenda dentro all'inchiesta della Procura di Monza sui rapporti tra la giunta rossa di Sesto San Giovanni e gli imprenditori locali. Protagonista del «miracolo», nei verbali di uno dei costruttori che hanno dato il via all’indagine, sarebbe stato Pasqualino Di Leva, l’assessore Pd che nei giorni scorsi si è dimesso dalla giunta guidata da Giorgio Oldrini, figlio del sindaco sestese degli anni Cinquanta, Abramo Oldrini.
La licenza riguarda un vecchio circolo operaio, il Circolo San Giorgio, trasformato nel Falck Village Hotel. A raccontare ai pm Walter Mapelli e Franca Macchia la storia dell’albergo è stato Piero Di Caterina, l’imprenditore che per anni dice di avere foraggiato l’allora sindaco Filppo Penati, poi divenuto presidente della Provincia di Milano e capo della segreteria di Pierluigi Bersani.
«In questa pratica non ho eseguito alcun pagamento illecito - ha specificato Di Caterina -, ma la scelta dell’architetto Marco Magni (anche lui sotto inchiesta, ndr) è stata una mia decisione derivante dalla precisazione di Di Leva che se mi fossi avvalso della sua collaborazione le cose sarebbero andate per il verso giusto».
Nella ricostruzione dell’imprenditore, quando per il progetto, inizialmente affidato ad altri due professionisti, venne incaricato Magni «il dato certo è che il numero delle camere passò da 48 a 62». Quando poi Di Caterina affiancò a Magni due ex collaboratori del suo studio che poi lo sostituirono per la ristrutturazione dell’edificio, come emerge anche dalle testimonianze di questi ultimi due, sarebbero stati posti ostacoli e «la pratica si raffreddò» anche se alla fine del 2008 «si riuscì a completare l’intervento, con il passaggio da 62 a 80 camere».
Anche nella vicenda dell’albergo, insomma, i rapporti tra amministratori pubblici e imprenditori privati vengono regolati non con tangenti in contanti, ma attraverso l’arruolamento di consulenti e professionisti «amici». In modo decisamente più brusco, nei racconti degli imprenditori «pentiti», i nomi dei consulenti da arruolare vennero imposti anche da Omer Degli Esposti, vicepresidente delle cooperativa Ccc, interessata ai progetti di riconversione della Falck, che indicò al costruttore Giuseppe Pasini due uomini assai vicini alle coop come condizione per sbloccare le licenze.
Gli inquirenti, nel frattempo, stanno continuando l’analisi della documentazione sequestrata nel corso delle perquisizioni del mese scorso. Si tratta, per la Procura di Monza, di trovare riscontro alle dichiarazioni degli imprenditori Pasini e Di Caterina: da sole le accuse dei due non bastano, anche perché il Pd sestese continua a sottolineare che Pasini è un avversario politico della attuale giunta, essendosi candidato invano alle elezioni per il centrodestra; e il sindaco Oldrini ha definito «stravagante» il fatto che pagamenti risalenti alla fine degli anni Novanta vengano ricordati solo adesso. Ma in carniere gli inquirenti hanno già altri verbali, decisamente meno attaccabili: come quello di Diego Cotti, ex Margherita e già sostenitore di Penati, che ha confermato le accuse di Pasini.





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Ora Milani si sfoga: "Rai3? Quanto è ipocrita la tv dei ricchi di sinistra"

di Tommy Cappellini


Il comico eclissato da Che tempo che fa: "Ti mettono da parte se non predichi buonismo ed ecologia. Ma viaggiano in fuoriserie"



A volte anche la storia di un articolo può essere rivelatrice del personaggio di cui si parla. Una settimana fa ci siamo messi alla ricerca di Maurizio Milani perché in redazione era sorta, all’improvviso, la domanda: «Ma che fine ha fatto? Quando è stata l’ultima volta che si è visto in tivù?». Tuttavia di Milani nessuna traccia. Cellulari spenti. Telefono fisso che squilla a vuoto. Indirizzi mail, il comico non ne possiede. Solo la mattina del settimo giorno l’abbiamo trovato.

Milani, finalmente.
«Mi spiace, ero in ritiro sul Trebbia, tra i pioppi, nelle golene. Purtroppo i livelli di acqua del fiume sono scesi, oggi è quasi un torrente, ma quando entra nel Po a Piacenza ha ancora una portata tale da renderlo navigabile fino a Cremona. In linea d’aria tra le due città c’è una quarantina di chilometri, ma sull’argine diventano molti di più. Li ho fatti in mountain bike. Ogni tanto vedevo passare la Caronte, motonave piacentina, o la Stradivari, cremonese».

Invece di stare in tivù per la gioia dei fan. Ultima apparizione, maggio 2009. Che è accaduto? «Ho fatto sei edizioni su otto di Che tempo che fa, poi ho abbandonato. Non avevo rivendicazioni di carattere economico, ma di spazio sì. A cinquant’anni, per principio, non posso fare il figurante. Mi mettevano nell’anteprima del programma, il che poteva anche andare, ma il tempo a disposizione ogni volta era risicato».

Non proprio un prime time. «Qualche puntata riusciva a passare dall’otto di share al nove. Prendevo un milione di spettatori e ne consegnavo un milione e cento alla pubblicità. Ma è chiaro che era con la fine dei Tg delle 20.30 che arrivava il grosso del pubblico. Ad ogni modo, lo sanno tutti, Che tempo che fa sta in piedi per la Littizzetto, che lo prende al 10 per cento di share e lo porta al 30. Poi loro fanno la media e dicono 20, ma la realtà è questa».

Avevi più spazio a inizio carriera. «A 27 anni a Fuori Orario, con Enrico Ghezzi e Linda Brunetta, avevo quarti d’ora interi. Quando c’era Guglielmi, all’epoca di Su la testa! di Paolo Rossi, Rai 3 era un’altra cosa. Ringrazio Ferrara che mi ha dato, tempo fa, una puntata completa di Otto e mezzo».

E così a Che tempo che fa hai fatto come Balotelli con Mourinho nella finale con il Barcellona. Hai fatto volare la maglia.
«Grazie del paragone. Ero giù di morale. Se sbagli, è giusto fare un po’ di panchina, ma se sei uno da gol, non farti giocare è sbagliato».

La ragione di questa marginalizzazione? «Non la so. Potrebbe essere una mia disorganicità con l’ambiente della comicità italiana. Ma per come sono messe le cose oggi, si tratterebbe comunque di una ragione politica. Quasi tutti i comici italiani sono di sinistra e la cosa che più gli preme è metterti il cappello il prima possibile, sapere che sei dei loro. Tanto valeva iscrivermi al PC trent’anni fa, adesso lavorerei di più. Qualcuno non è stato contento quando ho iniziato a scrivere sul Foglio».

Che Rai 3 sia storicamente di sinistra è risaputo. «Strano però che siano tutti miliardari. Passano il tempo in trasmissione a lanciare appelli a favore dell’ambiente, dell’uguaglianza e quant’altro, ma poi arrivano in studio con una 5000 di cilindrata - quando io ci arrivavo in metropolitana - e hanno la piscina privata con l’acqua riscaldata. Se gli dici che dovrebbero loro per primi modificare lo stile di vita in base alle loro idee, ti rispondono no, che poi si ferma l’economia. Mentono sapendo di mentire. E qualche volta ti censurano i particolari, perché non sopportano la minima discordanza con le loro idee».

Che tipo di censure? «Una volta, per Che tempo che fa, avevo scritto uno dei miei pezzi surreali, tipo io che invito Giovanna Melandri al McDonald’s per un caffè e lei sviene. In redazione mi chiedono: al posto della Melandri puoi mettere la Prestigiacomo? Eravamo a questi punti. Il problema è che poi, da Santoro alla Dandini, fanno tutti le vittime. Le vittime di chissà quale presunta dittatura berlusconiana. Ma a questo proposito te ne racconto un’altra».

Raccontiamola. «Agli inizi, quando lavoravo a Zelig, il cabaret era gestito da tutti quei comici che venivano da un certo ambiente milanese, la Statale e via così. Cameriere non in regola, Siae frequentemente non pagata: la prassi era questa. Da quando è arrivata Mediaset, contratti regolari per tutti e più legalità. In pratica, il contrario della vulgata alla Vito Mancuso che sfruculiava tempo fa le illegalità di Mondadori».

Insomma, vogliamo sapere: quando tornerà in scena Milani? «Le presentazioni dei miei libri spesso si trasformano in spettacoli che vengono ripresi dalle tivù locali, un bel bacino. Se invece intendi in scena come Grillo o Celentano, no, non sono così intelligente. Loro tengono in pugno il pubblico sostenendo che il pinguino reale va scomparendo perché fa troppo caldo. Io, invece, sono l’uomo qualunque. Se non fossi l’uomo qualunque, farei come Bersani: una bella class action contro tutti coloro che non la pensano come me.

E sono molti».




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Troppo casual alle cerimonie» E l'Aeronautica striglia la Russa

corriere della sera


MILANO - «Ill.mo Sig. Ministro», inizia così una severa lettera vergata dal Consigliere Nazionale «Associazione Nazionale Ufficiali Aeronautica Militare», gen. Giuseppe Lenzi, ed inviata al ministro della Difesa La Russa e, per conoscenza, ai generali comandanti di Brigata Julia e Folgore, con la quale si stigmatizza l'abbigliamento «inidoneo» usato dal ministro in occasione di cerimonie militari dall'alto valore simbolico.


«La Sua camicia azzurrina - si legge nella lettera pubblicata sul sito GrNet.it- , sportivamente slacciata, ed il Suo scuro maglioncino a "V" (oltre ai pantaloni troppo abbondantemente ricadenti sui talloni), certamente appropriati per presenziare ad una cerimonia di scambio di gagliardetti fra bocciofile, non hanno conferito, all'evento in fieri, quell'importanza ch'esso si proponeva di raffigurare». «Lo sventolio del nostro amato Tricolore, ai venti delle terre straniere, lontano dagli affetti e dal caldo tepore della Madre Patria, costituisce profondo motivo per indurre gli animi di 'noì militari a patire ogni contingente asprezza e tener alto il senso del Dovere e dell`Onore. Ed è per onorare quel vessillo che il Caporal .Magg. Capo Gaetano Tuccillo, da Lei accolto oggi al suo rientro in Patria avvolto in un identico Tricolore, ha donato la sua vita all'Italia».

«Ed è per onorare quel vessillo (che, purtroppo, elevati ed inqualificabili esponenti di fede politica contigua alla Sua userebbero per nettarsi …….) - prosegue la lettera - che La prego di voler conferire, alle cerimonie militari cui parteciperà, quell`austerità, anche formale, che, nelle polveri afghane, Ella ha involontariamente offuscato».

05 agosto 2011 09:51



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Costi politica, scontro Lega-Quirinale Il Colle: per Napolitano solo tre auto

Il Mattino

Escluse auto storiche e pulmini, sono 22 le autoa disposizione della presidenza della Repubblica



ROMA
Le auto del Quirinale sono in tutto 35; di queste tre sono a disposizione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, più altre due vetture storiche per le le cerimonie solenni. Lo precisa, in una nota, il segretariato generale della presidenza della Repubblica dopo che ieri alla Camera il capogruppo leghista Marco Reguzzoni aveva afermato: «Non è ammissibile che il presidente della Repubblica, che è uno solo, abbia a disposizione 40 automobili».

Il segretariato generale della presidenza della Repubblica precisa - si legge nel comunicato del Quirinale - che il parco macchine del Quirinale ammonta complessivamente a 35 autovetture e non a 40 come è stato sostenuto in un intervento in Parlamento. Di queste sono a disposizione del Presidente per i suoi spostamenti solo 3 Lancia Thesis, blindate per ragioni di sicurezza ed usate alternativamente per esigenze di manutenzione (particolarmente frequente in tali autovetture); altre 2 sono autovetture storiche - Lancia Flaminia 335 del 1961 - utilizzate in occasione di particolari solenni cerimonie (insediamento dei Presidenti della Repubblica, parata del 2 giugno), e 4 le auto di alta rappresentanza a disposizione di Capi di Stato esteri in visita in Italia. Ancora 2 vetture storiche sono in concessione al Museo Nazionale dell'Automobile di Torino e al Museo Storico della Motorizzazione militare a Roma.

«A disposizione dell'intera struttura restano, pertanto - continua il comunicato - 24 autovetture, di cui 2 sono pulmini utilizzati per abbreviare i cortei nei trasferimenti collettivi. In occasione delle sostituzioni è stata programmata l'utilizzazione di autovetture di cilindrata inferiore ancora prima delle disposizioni emanate in proposito, e anche di ciò è stata data puntuale comunicazione al Ministro Brunetta che già lo scorso anno aveva ottenuto e resi pubblici i dati richiesti».

«Il parco automobilistico del Quirinale non ammonta a 40, bensì "solo" a 35 vetture, di cui nessuna è una Zil. La pur piccata nota del Colle sul sacro spreco presidenziale non precisa la spesa complessiva, non il numero degli autisti e degli altri addetti indotti, non le effettive ore di lavoro, non gli stipendi lordi e tantomeno le modalità (o le raccomandazioni?) per diventare chauffeurs di Napolitano. Insomma, quanto ci costano?». Così in una nota il deputato di Popolo e territorio Giancarlo Lehner.

Giovedì 04 Agosto 2011 - 19:27    Ultimo aggiornamento: 19:54




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La Casta senza vergogna: 72.000 auto blu, 35 mila addetti, costo annuo 1,2 miliardi di euro

Quotidiano.net

Sul sito del Ministero per la Pubblica Amministrazione è on line il database completo di tutte le autovetture in servizio. Gli addetti sono 35 mila, gli autisti 14 mila e solo loro costano 600 milioni all'anno. Brunetta promette: mai più sprechi



Auto blu (Pressphoto)



Roma, 4 agosto 2011

Sul sito del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione è possibile interrogare (all’indirizzo http://autoblu.formez.it/ricercaAB2.aspx) il database completo della rilevazione nazionale sul parco autovetture delle pubbliche amministrazioni, voluto dal ministro Renato Brunetta.
All’indagine, si legge nel comunicato del ministero, che è stata realizzata nel periodo 29 marzo-6 giugno 2011 - hanno risposto 5.095 enti, pari al 61,6% delle amministrazioni (8.277) che sono state contattate per l’accreditamento al sistema online. I 2.200 non contattati per il monitoraggio sono in gran parte enti di piccola dimensione e privi di autovetture. I rispondenti rappresentano, in termini di dipendenti, l’85,6% degli addetti complessivi degli enti contattati.

Complessivamente, il parco autovetture a disposizone di enti pubblici centrali e locali è risultato composto da circa 72.000 auto: 2.000 auto “blu blu” destinate agli eletti (di rappresentanza politico-istituzionale a disposizione di autorità e alte cariche dello Stato e delle amministrazioni locali), 10.000 auto “blu” (di servizio con autista a disposizione di dirigenti apicali) e 60.000 auto “grigie” (senza autista, a disposizione degli uffici per attività strettamente operative). Sono escluse da questa rilevazione sia le circa 50.000 autovetture usate per scopi di sicurezza e difesa personale e nazionale, sia le 16.000 autovetture usate per la polizia municipale e provinciale.

Dalla rilevazione emerge anche che nel 2010 le auto hanno percorso circa 800 milioni di Km. Di questi, il 10% sono stati percorsi dalle auto “blu blu” e “blu” ed il 90% dalle auto “grigie”. Le auto di proprietà sono state utilizzate per il 70% della percorrenza, il rimanente 30% è a carico delle auto a noleggio e/o in affitto. Il parco macchine della PA è composto per il 77,6% di auto in proprietà e dal rimanente 22,4% di auto detenute ad altro titolo.

Le auto acquistate in proprietà nel 2010 sono stimate in circa 4.600 vetture a un costo medio - di acquisto o riscatto - di circa 13 mila euro. Solo il 6% del numero di auto acquistate in proprietà sono relativi ad auto "bl blu" e "blu", a conferma dell'orientamento degli enti a privilegiare per tali vetture le altre forme di acquisizione (noleggio, comodato, ecc.). La spesa complessiva stimata per gli acquisti nell'anno, risulta pari a circa 60 milioni di euro ( il 18% di tale cifra è la spesa per auto “blu blu” e “blu”).

Tra i nuovi acquisti in proprietà, l’incidenza delle auto “blu blu” e “blu” risulta inferiore a quella media del parco auto, mentre risulta più elevata per le auto acquisite ad altro titolo. C'è dunque un progressivo orientamento, per le auto di rappresentanza, a privilegiare le auto non in proprietà. Il personale dedicato alla gestione del parco auto rappresenta oltre l’1,5% del personale totale in servizio diviso tra gli autisti (che lavorano full time con tale qualifica) e l’altro personale dedicato, anche a tempo parziale. Il numero complessivo stimato di addetti è di circa 35 mila unità (di cui circa 14.000 autisti).

La spesa stimata per il personale nel 2010 è di oltre 1,2 miliardi di euro, di cui quasi 600 milioni di euro per gli autisti. Dal monitoraggio emerge quindi come la spesa di gestione stimata ammonti nel 2010 a circa 350 milioni di euro (escludendo la spesa per auto della polizia locale). Aggiungendo gli ammortamenti del parco auto, i costi di stazionamento e logistica (per circa 300 milioni di euro), il costo totale annuale si avvicina a 650 milioni di euro.

La spesa di gestione si ripartisce nel modo seguente: 30% per ratei e canoni, 51% per consumi e 19% per spese non ripartibili (altre spese per mobilità). Rispetto all'anno precedente, la spesa si è ridotta di circa il 2% sul totale, e del 4% quella riferita alle sole auto blu (blu blu e blu). Se si considera l'aumento del costo del carburante (cresciuto nel biennio dell'11%) tale riduzione appare più significativa.

E’ proprio a partire da questa
fotografia puntuale e aggiornata del fenomeno che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha firmato ieri il decreto che per la prima volta dispone le “modalità e limiti di utilizzo delle autovetture di servizio al fine di ridurne numero e costo”. Si tratta di una norma che per la prima punta alla razionalizzazione e alla trasparenza nell’utilizzo di tali autovetture, al contenimento dei costi e al miglioramento complessivo del servizio, anche attraverso l’adozione di modalità innovative di gestione. Si stima che in questo modo nel triennio 2012/2014 si potrà ottenere un risparmio complessivo di circa 900 milioni di euro (240 nella pubblica amministrazione centrale e 660 in quellelocali).

Viene inoltre resa obbligatoria per legge la comunicazione da parte delle amministrazioni centrali e locali su proprietà, noleggio o uso a qualunque titolo delle vetture: con questo provvedimento, il Governo avvia quindi il più grande censimento in materia, collocando l’Italia al primo posto in materia di trasparenza. Grazie a queste misure si stima che dal 2015 in poi sarà conseguito un risparmio annuale di circa 500 milioni di euro.

D’ora in poi, avvertono gli uomini di Brunetta,  nei Ministeri avranno diritto alle auto “blu blu” solamente i ministri, i viceministri e i sottosegretari. Le auto “blu” saranno invece assegnate solo ai i titolari di uffici di gabinetto, di dipartimento e del segretariato generale. Non ne avranno quindi più diritto i direttori generali, i capi degli uffici legislativi e i capi delle segreterie e degli uffici stampa. Grazie a queste misure si prevede pertanto una riduzione di circa il 70% degli attuali beneficiari. Inoltre, nel caso di Enti pubblici non economici avranno diritto all’auto solo i presidenti, mentre saranno esclusi da questo benefit i direttori generali, i componenti dei Consigli di amministrazione e i revisori.




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Morto l’ultimo gay sopravvissuto ai campi di concentramento

La Stampa

Era stato internato a Buchenwald


È morto Rudolf Brazda, l’ultimo superstite di quelli che venivano chiamati tragicamente “Triangoli rosa”, gli omosessuali internati nei campi nazisti a causa della loro omosessualità: il triangolo rosa era il pezzo di stoffa cucito sulla loro divisa, in base a quanto previsto dal paragrafo 175 del codice penale tedesco.

L’8 agosto 1942 era stato deportato nel campo di concentramento di Buchenwald, dove rimase fino alla liberazione, l’11 aprile 1945. Quasi tre anni vissuti nell’inferno. Il prigioniero numero 7952, come gli era stato tatuato sul braccio, era tra coloro che erano riusciti a sopravvivere al lavoro forzato nel campo di sterminio nel quale fu più intensamente sperimentato l’annientamento da lavoro.

Negli ultimi anni della sua lunga vita aveva deciso di dare voce alla sofferenza delle vittime omosessuali dei campi nazisti e portare al mondo la sua testimonianza. All’età di 98 anni anche lui, uno degli ultimi sopravvissuti di quella tragica parte di storia del secolo scorso, dopo essere stato insignito della Legion d’Onore, si è spento e con lui si è spenta la voce di un testimone. I superstiti sono sempre meno e sempre più anziani. Presto non avremo più testimoni da ascoltare.



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Comportamento grave contro compagno gay" Milano, studente Bocconi sospeso per un anno

Quotidiano.net

Nè frequenza nè esami per gli atteggiamenti gravemente discriminatori, gli insulti e le minacce contro l'associaizone gay Best (Studenti Bocconi Equal Students)



Milano, 4 agosto 2011

Uno studente della Bocconi è stato sospeso per un anno dalla frequenza e dagli esami per avere tenuto un comportamento omofobo. Scrive il sito universita.it:

"Erano state annunciati rigidi provvedimenti disciplinari, e adesso sono stati confermati. L’università Bocconi ha mantenuto infatti la parola sulla linea dura nei confronti degli episodi di omofobia in ateneo ai danni degli studenti.

Il consiglio di facoltà ha infatti sospeso per un anno, precludendo dunque sia la frequenza che lo svolgimento degli esami, lo studente accusato di aver avuto comportamenti gravemente discriminanti e violenti nei confronti dell‘associazione gay Best (Studenti Bocconi Equal Students).

Non si è trattato di un singolo episodio, ma di una prima occasione in cui uno studente era stato aggredito verbalmente con frasi offensive nei confronti degli omosessuali, e di un secondo episodio di intolleranza ad opera di alcune persone che hanno imbrattato poster e locandine legate ad un evento in ateneo dal titolo “Uomini che amano le donne” sul talento femminile in ambito lavorativo, e al quale ha preso parte tra i relatori Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd e attivista per i diritti LGBT.

Dopo aver finanziato iniziative per la messa al bando di comportamenti discriminatori, omofobi e violenti, l’amministrazione di ateneo ha così deciso di dare un segnale forte di sanzione nei confronti di atteggiamenti violenti. Si tratta infatti di un provvedimento senza precedenti che segue quanto stabilito dal codice etico dell’ateneo entrato in vigore recentemente".




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Quando la propaganda fascista puntava ai bimbi invia a un amico

Il Giornale

Un cartone animato d'epoca girato dalla propaganda fascista per "educare" i più piccoli contro la perfida Albione. Il mostro, dopo aver assunto dosi di "democrazia" si trasforma in Chuirchill... Un filmato che sul web sta raccogliendo migliaia di cliccate


E morta a 114 anni la «nonna d'Europa»

Corriere della sera


Venere Pizzinato era la più anziana del Continente Mai nessun italiana aveva raggiunto simile età.



Venere Pizzinato
Venere Pizzinato
MILANO- Aveva l'età che Sandro Pertini avrebbe avuto oggi. O quella delle prime Olimpiadi d'Atene. È morta a Verona Venere Pizzinato: aveva 114 anni ed era la donna più vecchia d'Italia, ma anche d'Europa. Era una degli ultimi superstiti del 19esimo secolo ed era diventata la «decana» del Continente. Mentre, da giugno, era la terza persona più longeva vivente al mondo. Record su record: mai nessun italiana, dacché esistono le anagrafi, aveva raggiunto simile traguardo.


UN VITA ROMANZESCA- Venere ha avuto una vita piuttosto avventurosa. Era nata ad Ala, in Trentino, nel 1896 quando la regione faceva ancora parte dell'Impero Austro-Ungarico. Nel 1902 si trasferì a Verona, città di origine del padre. Di Ala era invece la madre, Virginia Seidel, morta un anno dopo, nel 1903. Venere tornò ben presto nella sua terra natale per frequentare il collegio a Trento, finché non venne sorpresa dalla Grande Guerra, italiana in terra nemica. Dovette rifugiarsi a Bassano e dopo il conflitto si trasferì a Milano.

Dove trovò l'amore della sua vita, Isidoro Papo, di origine ebraiche. Origini che costrinsero i due a fuggire dal Regime fascista, dopo la promulgazione delle leggi razziali nel 1938. Venere e Isidoro si rifugiarono a Nizza, in Francia si sposarono, ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, caduto Mussolini, tornarono a Milano. Nel 1964, pensionati, si trasferirono a Verona. Papo morì nel 1981, e cinque anni dopo Venere entrò nella casa di residenza Santa Caterina, nella città scaligera.

IL CORDOGLIO DI NAPOLITANO - Lo scorso 23 novembre, giorno del suo 114esimo compleanno, ricevette gli auguri del presidente Napolitano. Che ci ha tenuto a esprimere il suo cordoglio, tramite il Segretario generale Donato Marra: « Appresa la triste notizia della scomparsa, a 114 anni, della signora Venere Pizzinato, si esprimono a tutta la Comunità Santa Caterina di Verona, che l'ha circondata di affetto in tanti anni della sua lunghissima vita, i sentimenti di cordoglio del Presidente della Repubblica e suoi personali».

Redazione Online
04 agosto 2011 23:29



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Marco Polo non arrivò mai a Pechino: «Forse si fermò sulle rive del Mar Nero»

Il Mattino

Un archeologo: probabilmente non andò oltre il Mar Nero. Eventi storici sbagliati, imprecisioni e la bussola dimenticata



VENEZIA
«Marco Polo non arrivò mai fino a Pechino, si fermò molto prima»: è la tesi di Daniele Petrella, archeologo dell'Università di Napoli e direttore di una missione archeologica italiana in Giappone, intervistato sul nuovo numero del mensile Focus Storia.

La nuova ipotesi sul viaggio del veneziano più celebre del mondo è che Polo non sarebbe mai arrivato a Pechino, ma si sarebbe fermato molto prima, forse sulle rive del Mar Nero, dove sarebbe venuto in contatto con viaggiatori persiani, raccogliendo da varie fonti di seconda mano le notizie riportate nel Milione. «Non ci sono in realtà elementi per stabilire una verità definitiva - afferma Petrella - fino a questo momento i principali indizi che Marco non sia arrivato fino a Pechino si sono basati sullo studio del testo del Milione. Da archeologi, noi siamo andati alla ricerca del dato materiale, cioè di prove concrete di quel viaggio. E proprio quanto emerso nel corso della nostra missione archeologica mi fa dubitare di quei racconti».

In dubbio, in particolare, uno dei principali eventi storici descritti nel Milione: il tentativo di Kublai Khan di invadere il Giappone, uno dei principali eventi storici descritti nel Milione. «I tentativi di sbarco furono due, nel 1274 e nel 1281 - dice l'archeologo -. Marco Polo li confonde, mischiando circostanze riguardanti la prima spedizione e altre della seconda. Racconta che gli uomini di Kublai Khan tornarono dal Giappone descrivendo un Paese ricchissimo, con i tetti dei palazzi ricoperti d'oro. Si riferisce probabilmente alla spedizione dei delegati mongoli che fu la premessa al primo tentativo d'invasione - precisa lo studioso -, descrive poi la flotta che salpò dalla Corea e il tifone che la affondò prima di raggiungere le coste giapponesi, che è pero del 1281. Com'è possibile che un testimone diretto faccia confusione tra fatti separati da sette anni?».

Inoltre, Marco Polo «è assai sintetico nel descrivere la flotta mongola
. Eppure doveva essere alquanto imponente, visto che alcune fonti parlano addirittura di 4.500 navi. Uno schieramento che avrebbe colpito qualsiasi osservatore. Invece - aggiunge - gli unici dati riportati sono le dimensioni delle imbarcazioni. Inoltre Marco Polo dice che gli alberi delle navi erano cinque. Invece erano tre, più un quarto albero mobile. Descrive le imbarcazioni come vascelli da guerra, invece erano navi mercantili, senza remi». «E non accenna - conclude - alla bussola, di invenzione cinese».

Giovedì 04 Agosto 2011 - 16:55    Ultimo aggiornamento: 21:12




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Su Marte tracce di acqua allo stato liquido" Ma è salata e scorre solo durante le estati

Quotidiano.net

Come prova secondo la Nasa ci sarebbero le immagini di strisce scure su alcune pendii del pianeta rosso rilevate da una sonda. "Ma manca ancora una conferma ufficiale". In precedenza era stata annunciata la presenza di acqua in forma solida



Nasa, tracce di acqua su Marte (foto Ansa)

Washington, 4 agosto 2011

Nei mesi più caldi su Marte esisterebbe ancora acqua allo stato liquido seppur salata. Lo ha annunciato la Nasa citando come prova le immagini di alcune strisce scure su alcune pendii del pianeta rosso.

Le tracce sono state individuate dalla sonda Mars Reconaissance Orbiter alle latitudine medie dell'emisfero meridionale di Marte. Tracce che si affievoliscono a partire da ottobre quando la temperatura torna ad abbassarsi.

"La spiegazione più convincente che abbiamo per queste osservazioni è che si tratti di un flusso di acqua salata, anche se ancora manca una conferma ufficiale", ha dichiarato a Science Alfred McEwen del Lunar and Planetary Laboratory della University of Arizona. In precedenza era stata confermata la presenza di acqua allo stato solido sotto forma di ghiaccio ai poli o l'antica presenza (centinaia di milioni di anni fa) allo stato liquido.

Stavolta si tratterebbe della prima volta di acqua seppur salata allo stato liquido.


Fonte Agi




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Roma manda un aereo di aiuti per le folle disperate a Dadaab

La Stampa

Carestia nel Corno d’Africa, Mantica incontra il vicepremier somalo in Kenya

DOMENICO QUIRICO


La guerra, la guerra... per noi è facile essere contro la guerra. Ma per chi ci vive dentro, e da venti, trenta anni, come i somali, non sembra possibile vivere senza. Per questa gente non è più una minaccia terribile e infame, è diventata un destino. Che ora si affianca alla carestia; in Somalia i flagelli si avvitano l’uno con l’altro, si alimentano ogni giorno mentre il mondo si affanna a mobilitare la sua carità. Gli oltre due milioni di somali che vivono nel Sud controllato dagli islamici di Al Shabab, i taleban del Corno d’Africa, sono come un immenso popolo di sopravvissuti. Ci sono mille morti pronte per loro: la sete, la mancanza di cibo in terre che sono diventate un polveroso deserto, i kalashnikov dei miliziani e dei governativi, le malattie imbaldanzite dalla debolezza di esseri esausti, sfibrati e sciupati dalla fame. Per questo aiutarli non è soltanto un problema di fondi, di logistica umanitaria, di cargo e di razioni alimentari di urgenza. Ogni giorno si rivela, sempre più, un problema politico.

Vent’anni fa, quando la Somalia era sbocconcellata dagli infami «signori della guerra» (ed erano solo una medioevale razza di briganti), l’assistenza internazionale accettò il ricatto: pagare le tangenti alle milizie per poter distribuire il cibo a coloro che agonizzavano nella savana e alla periferia delle città. Chi schierava più sgherri ed era più feroce otteneva più viveri da distribuire al proprio clan e diventava più potente.

Vent’anni dopo, vent’anni di tenebra e di tempesta, nulla è cambiato, il ricatto resta intatto. Sono gli Shabab che taglieggiano le organizzazione umanitarie, fanno pagare i permessi per intervenire nelle zone sotto il loro controllo ed è la parte più grande del Paese. C’è il rischio che le funeste milizie islamiche, dopo aver accresciuto gli effetti della carestia con la loro guerra forsennata, la utilizzino per vincerla, la guerra, debellando il governo di transizione, debolissimo e rissoso, che solo l’aiuto del contingente africano dell’Onu e dei suoi blindati ha finora tenuto in piedi in alcuni quartieri della capitale.



Mentre le colonne di somali cercano disperatamente di raggiungere il cibo nei campi oltre la frontiera keniana, c’è chi inserisce la carestia nei piani strategici, la trasforma in alleato. La battaglia di Mogadiscio, infatti, divampa: i governativi hanno riconquistato due giorni fa il grande mercato, uno dei punti chiave controllati dai ribelli islamici. Una nuova milizia, un migliaio di uomini, formata da oppositori della dottrina salafita arruolata senza divisioni di clan, sembra in grado di contrapporre agli islamici un fanatismo altrettanto spietato. La vittoria e la sconfitta corrono su un esile filo.

Eppure non bisogna dimenticare che il primo passo è salvare dodici milioni di persone dalla carestia. Per questo veti politici che sembravano intoccabili si ammorbidiscono. L’Amministrazione americana sembra disposta a sospendere le norme legate alla lotta contro il terrorismo che vietano alle Ong finanziate dagli Stati Uniti di pagare tributi agli Shabab per consegnare aiuti.

Intanto la macchina dell’assistenzanon si ferma, soccorre questi uomini sopraffatti, dominati da un destino senza scampo. Ieri a Nairobi è arrivato un aereo della cooperazione italiana con 40 tonnellate di aiuti destinati ai profughi del campo di Dadaab, nel nord del Kenya. Sempre nella capitale keniota il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica ha incontrato il presidente del parlamento somalo, Hassan Aden. Ancora la politica in primo piano. Solo distribuendo gli aiuti direttamente nelle zone toccate dalla carestia in Somalia, infatti, si scongiurerà l’esodo degli affamati: centinaia di migliaia di persone trasformate in profughi, che anche quando l’emergenza alimentare sarà cessata non potranno tornare a casa, a campi che nessuno ha seminato, diventati sterili, a regioni vuotate dalla guerra. Bisognerà sfamarli e assisterli per anni.

Le prime tende nel campo di Dadaab sono state piantate vent’anni fa.



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Lascio tutto. E mi faccio suora”

Corriere della sera

Testata



Hanging Heart (Red/Gold), 1994-2006 di Jeff Koons appartiene alla Collezione François Pinault. Ora esposto alla mostrsa "Elogio del dubbio" a Punta della Dogana,  Venezia (Fino al 31 dicembre 2012)







«Lascio tutto. E seguo il Signore». Mariachiara Ferrari, 28 anni, si presenta all’incontro sul piazzale di un ospedale di Roma col camice bianco. Lo indosserà di sicuro ancora per qualche mese: il tempo di finire il 3° anno della Scuola di specializzazione in Medicina interna. In futuro chissà. Proprio lei — considerata tra le migliori specializzande dell’Università di Modena (e appena trasferita al Policlinico Gemelli per poter conciliare convento e corsia) — è disposta ad abbandonare il sogno di diventare medico:

«Sono pronta a giocarmi tutto, nonostante la paura che spesso mi toglie il respiro, per realizzare il desiderio più profondo che ho nel cuore. Vivere sui passi di Dio!».

Ma quanti di noi sanno giocarsi tutto per realizzare i propri sogni?

Un’altra storia di donna col coraggio di scegliere. «Cambiare vita? Qualcuno ci riesce» , racconta la collega Benedetta Argentieri col post su Maria Vittoria Resta e Angelica Martinoni che si sono licenziate da pr della moda per coltivare la terra. E Gabriela Jacomella spiega, sempre su La ventisettesima ora, le ragioni che l’hanno spinta a dimettersi dal Corriere della Sera: «Lasciare il lavoro dei miei sogni, ricominciare a vivere. Il progetto è, semplicemente, questo» . Darsi all’orto, ritornare giornalista free lance, inseguire il sogno di Dio. L’importante, comunque, è avere la forza di mettersi in gioco per realizzarsi. «Ognuno di noi ha dentro di sé una voce che lo spinge ad andare sempre più in alto — dice Mariachiara —. Per me vuole dire donarmi a Dio, per altri può essere diventare medici, madri, mogli.

Quel che conta, a mio avviso, è riuscire a saltare nel buio per inseguire la verità di ciò che siamo».

Eppure. Lo sosteva anche lo scrittore Oscar Wilde: Vivere è la cosa più rara del mondo. I più esistono solamente. Mariachiara ha deciso di non farlo. In nome di Dio, ma quando parla la questione riguarda anche il suo essere donna. «La mia dignità sta nella scelta di donarmi al Signore — ripete Mariachiara —. Ma anche e soprattutto nella forza di ammettere con me stessa quel che volevo essere nella vita».

Pe trovare la risposta Mariachiara ci ha messo tre anni: «

Anche come medico? Come il Signore vorrà: ora la mia voglia di indossare il camice bianco si inserisce in un progetto di amore più grande». Qualcosa dentro Mariachiara inizia a smuoversi nel 2008. Durante un incontro di catechesi la colpisce la frase di una suora che le dice: Seguono la vita in parrocchia, le settimane in campeggio con l’oratorio, le confidenze al cappellano: la scoperta del Vangelo avanza passo dopo passo dentro il cuore di Chiara, la decisione di cominciare il cammino della vita consacrata matura senza che neanche lei ne abbia una percezione esatta.


Il 31 maggio scorso Mariachiara inizia il postulato, il periodo che ha l’obiettivo di aiutare le giovani ad approfondire la chiamata di Dio e a meditare sulla scelta con esperienze di preghiera, nonché di vita comunitaria e apostolica. «La sua durata è di un anno — spiega —. Poi ci sarà il noviziato (l’iniziazione alla vita religiosa). E dopo i primi voti anche la possibilità di continuare la professione medica sarà nelle mani di Dio». Di famiglia credente, sia i genitori sia tre fratelli, appoggiano la decisione: «Si fidano del Signore e di me». Ma quante/i di noi riescono a trovare dentro di sé un sogno e, nonostante la paura, giocarsi tutto per perseguirlo?

Chiara ammette: «Un senso di vertigine mi accompagna continuamente: non so quello che mi aspetterà. La rinuncia alla famiglia e all’amore? Mi spaventa, ma in realtà la promessa del centuplo dell’una e dell’altro si sta già compiendo ora. E sarà quel che sarà: di certo pienezza! Ho fatto una scelta senza porre condizioni».


In bocca al lupo.




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