sabato 30 luglio 2011

Bersani e stampa muti. L'omertà sul pizzo del Pd.



Tutto tace. Nella speranza di illuminare le molte zone oscure dell’operazione che vede coinvolto un dirigente del Pd, ieri abbiamo rivolto al segretario del medesimo partito alcune domande. Trattandosi di un affare che costò alla Provincia di Milano 238 milioni di euro (non noccioline) e di un fatto per il quale è nel mirino della magistratura uno dei suoi più fidati collaboratori, contavamo su una sollecita risposta di Pier Luigi Bersani.

E nel predisporre l’edizione odierna di Libero abbiamo fino a tardi lasciato lo spazio che un intervento del numero uno del partito democratico avrebbe meritato. Purtroppo in redazione non è giunta alcuna lettera proveniente dal quartier generale dell’opposizione. Né si sono visti telegrammi o cartoline.

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È possibile che il silenzio sia dovuto alla complessità della materia, che già ha indotto il segretario piddino nella sua risposta al Fatto quotidiano a scivolare sulle date e sugli incarichi. Non vogliamo neppure immaginare che Bersani abbia invece scelto la politica del “no comment”. Quella la impongono ai giocatori gli allenatori che rischiano la panchina. Né crediamo che il leader del Pd si voglia sottrarre ai quesiti, venendo meno ai propositi di trasparenza e pulizia spesso sollecitati nei suoi discorsi.

Neppure pensiamo che nel Partito democratico intenda davvero ricorrere al metodo antidemocratico di imbavagliare la stampa con querele collettive. Certo, a guardarsi attorno c’è da rimanere basiti per il modo con cui alcuni quotidiani trattano la materia, cercando di minimizzarla se non di liquidarla. Di fronte a notizie che in altri casi  avrebbero occupato la prima pagina, alcuni organi di stampa preferiscono usare il silenziatore.

Muti come pesci grandi giornali e tv lo sono stati a proposito del pizzo imposto ai lottizzati, una notizia esclusiva pubblicata da Libero che tutti, con la sola eccezione del Tg1, hanno volutamente ignorato, derubricandola tra i fatti minori.


Eppure quella non era una bagattella da rimuovere in fretta, soprattutto nei giorni in cui le principali testate ricordano l’intervista con cui trent’anni fa Enrico Berlinguer sollevava la questione morale dentro i partiti. Che diceva il segretario del Pci? Che lo Stato era stato lottizzato. «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni», tuonava il leader del glorioso partito comunista, «hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università e alcuni grandi giornali».

A distanza di trent’anni non solo ciò che resta del partito di Berlinguer partecipa attivamente all’occupazione dello Stato. Ma, come ha rivelato il nostro Franco Bechis, ha inventato anche il sistema di fare soldi con la lottizzazione. In molti statuti territoriali del Pd, i vertici del partito hanno preteso di introdurre una clausola che impone il pizzo a ogni lottizzato. Infatti, prima di essere designato ai vertici di una municipalizzata, il candidato alla nomina deve firmare una clausola che lo impegna a devolvere il 10 o il 15 per cento degli emolumenti incassati, un atteggiamento che se fosse praticato da un datore di lavoro sarebbe classificato come estorsione.

Le persone che vengono incaricate non devono avere requisiti di moralità e di capacità, ma per il Pd l’importante è che paghino. Altro che merito, basta il pizzo. «Imporre il versamento di una quota dello stipendio al partito, oltre ad essere poco trasparente, manderebbe a farsi benedire l’autonomia dei manager designati. Finirebbe con il crearsi un rapporto organico partito manager che sarebbe del tutto deleterio.

Con questo metodo il criterio base delle nomine diventa: quanto può rendere questo qui al partito? Non la capacità». Parola di Antonio Di Pietro, uno che di dazioni di denaro se ne intende. Al Tg1, il solo che abbia ripreso la notizia di Libero, il tesoriere del Pd ha escluso che il sistema sia illecito, ma non lo ha smentito, avvalorandone l’esistenza.

Tutto ciò non è stato sufficiente però a svegliare le coscienze delle grandi testate. I giornali e le tv hanno preferito la consegna del silenzio. Che dopo il pizzo, nel Pd e negli organi d’informazione ad esso vicino sia diventata un’abitudine anche l’omertà?


di Maurizio Belpietro
30/07/2011

Cossiga, quella missione da Gheddafi

Corriere della sera

Nel 1998 in un viaggio per discutere del caso Lockerbie: il ritratto del Raìs fatto dall'ex presidente


MILANO - I rapporti tra Italia e Libia si sono deteriorati a seguito del nostro intervento militare («Gheddafi vuole uccidermi» confessa ora Berlusconi), dopo anni in cui tra i due Paesi era scoppiata quella che sembrava una duratura «luna di miele». L'iniziatore di questo appeasement è stato però lo scomparso ex-presidente Cossiga che nel 1998 si recò a trovare il Raìs per una missione quasi in incognito legata al caso Lockerbie. Allora, il primo capo (o ex-capo) di Stato Occidentale a recarsi in Libia da quando Gheddafi aveva preso il potere nel 1969: un viaggio che racconta bene un video di Bernardo Iovene, giornalista di Report, mai visto prima e che presentiamo in esclusiva su Corriere.it


UN INEDITO RITRATTO - L'intervento di Cossiga davanti al Congresso Generale del Popolo, e le dichiarazioni informali del senatore a vita con i pochissimi giornalisti presenti davanti a un couscous, questi i contenuti delle immagini: ne viene fuori un inedito e alquanto privato ritratto (almeno per allora) del Colonnello. «Un uomo originale e semplice, che non contraddice mai l'interlocutore, né da in escandescenze. Che sa ascoltare e non batte i pugni sul tavolo» così lo descriveva Cossiga nel filmato disponibile online. Gheddafi non è arrabbiato con gli italiani «ma non bisogna dimenticare che molti libici sono figli e nipoti di quelli che noi abbiamo chiuso nei campi di concentramento, durante il colonialismo» spiega Cossiga. Mentre continua a mangiare, descrive quindi quelle che sono le basi, concordate con il Raìs, per il riavvicinamento tra i due Paesi che devono riprendere ad avere rapporti commerciali. Insomma l'ex capo dello Stato sancisce l'inizio di una nuova amicizia. Oggi passato remoto.

Redazione Online
30 luglio 2011 17:50

Papponi di stato, puntata 7. Aula, la fabbrica delle bufale.

Libero




E poi c’è questo strano rapporto coi giornalisti, anzi i cronisti parlamentari, che vivo in maniera ambivalente essendo anch’io giornalista, sia pur disprezzato da quelli “seri” perché faccio la tivù nazional-popolare, sono quello della sciura Maria, ricordate? E comunque, il giornalista della grande testata lo riconosci subito, arrivi in Transatlantico e lo vedi pienissimo di seissimo che passeggia a braccetto con il segretario di partito, anzi ormai sembra anche lui un segretario di partito, tutto impettito nel suo vestito elegante.

In realtà, l’impressione è che qui a Montecitorio ci venga anche per fare passerella, tanto lui lavora più che altro al telefono, nella sua agenda tiene tutti i numeri che più riservati non si può, di certo ha più confidenza lui con i politici d’alto rango che il 90 per cento dei parlamentari. E infatti molto spesso noi soldati semplici dell’Aula lo veniamo a sapere dai giornali, che il partito intende presentare questo o quel progetto di legge, e soltanto in seguito il ministro viene in Commissione a spiegarcelo.

Con noi ad annuire come somarelli. Certo, come direbbe lo psichiatra, quello tra politica e stampa è un rapporto border-line. Noi deputati di seconda fila spacciamo le informazioni di cui siamo a conoscenza, soprattutto i ricercatissimi retroscena, che quasi sempre sono pettegolezzi di quarta mano, e spesso si riducono a impressioni su ciò che sta per accadere, e a volte proprio c’inventiamo di sana pianta, magari per mettere in difficoltà il rivale politico che nemmeno tanto raramente è dello stesso partito. In cambio, chiediamo un po’ di spazio sul giornale per le nostre iniziative, le proposte che sappiamo non avranno mai seguito, la dichiarazione che serve per far vedere al “mondo esterno” che esistiamo. Ecco, è questo: dichiaro, dunque esisto. Questa

è una regola fondamentale. Far circolare sulle agenzie di stampa il nostro pensiero su qualunque argomento, anche quello più lontano dalle nostre effettive competenze, serve a qualcuno per nutrire la propria vanità, ad altri per mettersi in evidenza agli occhi del capo, presente o futuro, e agli stessi capi per dimostrare il loro quotidiano impegno al servizio del Paese. In questo senso, Pecoraro Scanio è ormai leggendario: ricordo un articolo in cui si calcolava che in un solo mese era riuscito a far comparire il suo nome in 133 titoli dell’agenzia Ansa. Un record.

Ma non si dica che è l’unico: tutti, compreso me, parlano di tutto e anche del suo contrario. E pure ci parliamo addosso: un deputato rilascia una dichiarazione alle agenzie? Subito si aggiunge quella dell’altro onorevole, poi del capogruppo, quindi esterna il sottosegretario, infine il ministro. Cinque voci sullo stesso argomento per un solo partito, qualcosa passerà. Il gioco di sponda prevede poi le cosiddette “interrogazioni a comando”. C’è il giornale che fa l’inchiesta, l’articolista ti chiama, «perché non sollevi il caso?».

Tu prepari l’interrogazione e la presenti. La risposta del governo arriva dopo mesi (se arriva). Ma il giornale può esultare: “Il caso X arriva in Parlamento”. E anche i tuoi elettori sono contenti. Ultimamente poi, con tutti questi delitti di cui il pubblico è ghiotto, i giornalisti ti chiamano e chiedono notizie sull’assassino in questione, visto che i parlamentari possono entrare in carcere con la scusa di “controllare come viene trattato il detenuto”. E in realtà, una volta usciti, passano al cronista di riferimento le informazioni necessarie all’articolo - l’omicida pare sereno oppure è turbato, legge romanzi piuttosto che vede i film gialli, in cella fa ginnastica e via dicendo.

In effetti, con questa storia delle inchieste giornalistiche sugli sprechi di Palazzo e anche la continua pubblicazione di intercettazioni telefoniche più o meno sputtananti, la questione è diventata delicata. In questo senso, ero e resto convinto che sia compito della stampa tenere sotto controllo vita e comportamenti di chi ricopre un incarico pubblico. Per questo, eletto da neanche quindici giorni, promuovo la nascita di un “Comitato per la libera pubblicazione delle intercettazioni telefoniche delle inchieste che riguardano il bene pubblico”.

Dopo qualche giorno, mi arrendo all’evidenza: messe in fila, le adesioni occupano meno spazio del titolo dell’iniziativa. Tra l’altro, al momento del voto in Aula sul decreto che ne limita la pubblicazione sui giornali, ci saremmo astenuti soltanto in sette, con gli altri onorevoli a fischiarci e a dircene di ogni. E sempre a proposito di intercettazioni, è davvero comico come hanno cambiato le abitudini telefoniche degli onorevoli, anche quando nulla hanno da nascondere. Ormai si parla solo per metafore, col risultato che le conversazioni durano il doppio.

«Ciao Poletti, senti, hai poi parlato con quello per quell’altra cosa là?».
«Eh? Chi? Quale cosa?».
«Ma sì dài, la questione quella lì... Hai capito?».
«No, guarda...».
«La cena, la cena con coso...».
«Ma quale cena? E con chi?».
«Ma tu non sei Poletti?».
«Sì, certo che sono io».
«Ma che telefono è questo?».
«Ma è il mio, mi hai chiamato tu!».
«Ah già. E non dobbiamo andare a cena?».
«Sì, mercoledì sera, non ti preoccupare che
me lo ricordo».

«E non viene anche quello di quell’altro partito?».
«Sì, viene anche lui, e allora?».
«Bé, sai, al telefono...».
«Ma che problema c’è?».
«No, niente, ma di questi tempi è meglio stare
coperti, no?».


Ma le denunce su Casta e dintorni provocano altri effetti paradossali. Innanzitutto, dopo ogni privilegio svelato, si susseguono le proposte di legge per eliminarlo, ma costruite in modo da non poter essere tecnicamente accolte, così da ottenere due effetti: per prima cosa sei ripreso dai giornali, per una volta in senso positivo, e poi ti risparmi le occhiatacce di chi di quei privilegi gode. Ma la cosa più divertente - o disarmante - è un’altra. Perché succede, e io ne sono stato testimone diretto, che l’articolo di denuncia su una delle tante assurde franchigie riservate ai deputati sveli a noi stessi onorevoli un vantaggio di cui non sapevamo l’esistenza.

E allora ci si informa - «ma è vero che abbiamo diritto anche a questo?» - per poi cercare di usufruirne. Almeno fino a quando il beneficio in questione non sarà travolto dal montante disgusto generale. È un mondo del tutto autoreferenziale, dai politici stessi che si fanno intervistare per denunciare la “politica politicante” a quelli che si autovotano nel sondaggio lanciato da Italia Oggi sui “cento parlamentari da salvare”, e vedi i deputati che compilano la scheda del giornale segnalando il proprio nome, e quando si accorgono che li hai visti sorridono imbarazzati, «ma sì, dài, è uno scherzo».

Il problema semmai nasce quando proprio i giornali ti pizzicano sul fatto, magari ritirando fuori vecchie dichiarazioni che contraddicono l’immagine che adesso vuoi dare. Io poi, col mio passato in Padania quando la Lega era dura e pura e Bossi chiamava il Nord alla secessione, sono bersaglio facile. Eletto con i Verdi, dunque politicamente alleato con l’estrema sinistra pur non essendo in quasi niente d’accordo con lei, provoco infatti un mezzo coccolone ai miei compagni di schieramento - e anche, a dir la verità, delle occhiate di scherno ai danni del mio gruppo parlamentare, sul genere “visto chi vi siete portati in casa?” - quando proprio Libero ripubblica un articolo da me firmato anni prima, dove parlando di clandestini provocatoriamente mi definivo “razzista” e chiedevo senza giri di parole di “sbattere fuori questi maledetti”.

Provate a pensare alla faccia, chessò, dei Comunisti Italiani... Non per discolparmi - e infatti non lo faccio, anzi ci ho parecchio riso su - ma sono figuracce
in cui, nel Paese dei ribaltoni e ribaltini, la maggior parte dei parlamentari è incappata almeno una volta. Tanto, la tattica di reazione, a destra e a sinistra, è sempre la stessa: se il giornale è politicamente avverso, meglio controbattere poco o niente, «tanto i nostri non lo leggono». Oppure gridare alla “strumentalizzazione di parte”.

E passiamo la tivù. Ah, quanto ci piace a noi parlamentari la tivù. A parte quei pazzi delle Iene, che organizzano agguati davanti al Parlamento per farti fare delle gran figuracce, e quando si sparge la voce che sono nei paraggi c’è chi cerca in ogni modo di mimetizzarsi per evitarli. Per il resto, ho spiegato che il mezzo lo conosco, dunque i meccanismi già li avevo compresi. Ma osservati dall’interno, bè, sembra un film comico. E non mi riferisco necessariamente ai pezzi grossi, quelli che vengono invitati a “Porta a porta”, che loro in effetti qualcosa hanno - avrebbero - da dire, comunicare, spiegare, litigare.

Parlo ancora una volta di noi peones. Che, tanto per fare un esempio, facciamo a gara per comparire di fianco al segretario durante un’intervista al tg, così ci vedono e facciamo la figura di quelli che contano qualcosa. Un po’ come il famoso disturbatore Paolini. Solo che a noi non ci cacciano. Un altro show va in onda durante il cosiddetto “question time”. In teoria, è un confronto durante il quale i rappresentanti del governo - ministri o quant’altro - rispondono in Aula alle domande poste dai deputati. In pratica, si trasforma in una vetrina a uso e consumo della televisione, visto che viene trasmesso in diretta dalla Rai. In genere, si tiene il mercoledì. Gli interventi vanno però consegnati entro lunedì a mezzogiorno, dunque le risposte sono preconfezionate.

Quasi sempre, l’Aula è semivuota, poiché in quella ora e mezza non si vota, quindi liberi tutti: si riempie soltanto quando vengono affrontati temi particolarmente importanti, e allora tutti presenti, chissà che i giornali non ne parlino. In ogni caso, tra i deputati ci sono gli aficionados del “question time”, ormai espertissimi di regia e inquadrature. Il mio vicino di ufficio Arnold Cassola, per esempio, è bravissimo: lui è stato eletto in una circoscrizione estera, e dunque quelli che l’hanno votato vedono in video quanto si dà da fare, e questa volta non lo dico in senso ironico, si dà da fare davvero. Certo, sugli effetti concreti dei suoi appassionati interventi qualche perplessità rimane. Ma tant’è: l’importante è parlare, qualche traccia resterà. Anche se a volte sarebbe meglio di no.


30/07/2011




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Sapelli all'attacco: "Penati faceva paura" La versione di Pasini Tangenti fino a un miliardo

Il Giorno

La denuncia del professore di Storia economica alla Statale di Milano che paragonò Serravalle al caso Eni-Petromin. "Gli piace giocare a Risiko"





Filippo Penati



Sesto San Giovanni, 30 luglio 2011 - Serravalle? «È come Eni-Petromin». Flippo Penati e i suoi uomini? «Padroni di cui ho avuto paura fisica». Affermazioni pesanti come pietre, quelle di Giulio Sapelli, stimato professore di Storia economica alla Statale di Milano che Penati vuole nel 2005 a capo della delicatissima Asam. È la società (all’inizio presiuduta da Antonino Princiotta) che compra Serravalle e che detiene le partecipazioni azionarie di Palazzo Isimbardi nel settore mobilità, da Sea a Tem, passando per la citata Serravalle, Bre.Be.Mi, Serenissima, Cisa e Pedemontana. È una cassaforte, Asam. E Sapelli, dopo aver provato a farla fruttare presentando un piano industriale a prova di bomba, tracciando un percorso di riduzione del debito dovuto all’acquisto di Serravalle e mettendo in campo progetti di nuove infrastrutture, getta la spugna.

Siamo nel  2007. E oggi il professore, raggiunto al telefono, ha poca voglia di ricordare quel periodo. Si limita a confermare: «Ciò che ho detto allora, vale anche adesso. Per tutto il resto chiedete al dottor Penati», gratificando con un po’ di ironia l’ex uomo forte del Pd che nella vita frequenta molti luoghi ma non le aule universitarie. «Gli piace troppo giocare a Risiko», dicono i detrattori di Penati ai tempi di Serravalle. Ed è proprio nel Risiko autostradale, fatto di società, nomine, uomini di partito, consulenze e sprechi, che si colloca la fine dell’amicizia fra Filippo e Giulio. «Abbiamo presentato — dice Sapelli l’11 giugno del 2007 davanti ai consiglieri provinciali della Commissione di Garanzia — tre proposte per estinguere il debito. Non abbiamo mai avuto risposta».

Aggiungendo: «Il management di Serravalle è inidoneo». In effetti il cda, sotto Penati, passa da 15 a 21 membri, come pure i compensi: da 500mila euro a 1,5 milioni l’anno. Tanti soldi, che si aggiungono ai 260 milioni pagati a Marcellino Gavio per il 15 per cento delle azioni, arrivando al controllo della società. E tanti gli uomini che ruotano attorno a Serravalle: i dalemiani Carlo Cerami e Luigi Bianchi, l’ex senatrice Pds Giovanna Senesi, l’attuale consigliere regionale Pd Alessandro Alfieri e molti altri. Quasi nessuno, però, capisce di strade. E Sapelli vuole «portare — per usare una sua espressione — Serravalle in efficienza». Velleitario il professore che, il 5 ottobre 2007, lascia la presidenza di Asam.

Ma perchè  Serravalle sarebbe come Eni-Petromin, scandalo datato 1979 con di mezzo una maxi tangente da 100 miliardi di lire, un finanziamento illecito ai partiti e pure la P2? E perché Sapelli, come egli stesso riferisce in un’altra riunione (ottobre 2007), ha «avuto paura fisica con questi padroni»? Altra affermazione, fra il serio e il faceto: «Ho imparato molte cose. Quindi, se non mi ammazzano prima...» Esagerazioni dialettiche? Forse sì. Ma anche spaccati edificanti del clima che, in quegli anni, si respira attorno a Serravalle.  Non sorprende dunque che la Procura di Monza voglia guardare di nuovo quel vecchio fascicolo mai archiviato.
di Ersilio Mattioni







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Volo Rio-Parigi, rapporto accusa piloti: fecero errori, equipaggio incompetente

Il Messaggero

L'Air France difende il suo personale. Scettiche anche le famiglie delle vittime brasiliane. La tragedia causò 228 morti



ROMA

Il disastro aereo costato la vita nel 2009 alle 228 persone a bordo dell'Airbus Air France partito da Rio de Janeiro verso Parigi e schiantatosi nell'Oceano, non ci fu solo il malfunzionamento dei sensori di velocità, ma anche una serie di errori commessi dai piloti. Il rapporto dell'Ufficio d'inchiesta francese sugli incidenti aerei, il Bea, denuncia oggi l'incompetenza dell'equipaggio sulla base della lettura delle scatole nere del velivolo.

Pronta la reazione di Air France in difesa del suo personale, ma anche delle famiglie delle vittime brasiliane che hanno respinto le conclusioni del Bea, sottolineando che il problema è prima meccanico, e poi umano. Gli esperti indicano tuttavia in dettaglio come i piloti non sono riusciti a rispondere in modo corretto a certi guasti che si sono verificati negli ultimi minuti del volo, in particolare ai sensori della velocità, che si sono congelati ad alta quota, e alla perdita di assetto dell'Airbus.

Secondo la commissione i piloti non hanno mai compreso che l'aereo era andato in stallo, facendolo precipitare vertiginosamente per 11.500 metri in tre minuti. Eppure, scrivono, gli allarmi hanno suonato per quasi un minuto. I piloti non erano formati per far fronte a questo tipo di guasto dei sensori Pitot e quindi non hanno applicato la procedura richiesta.

«Niente può far ritenere a questo stadio dell'indagine che sia da condannare la competenza tecnica dell'equipaggio», ha reagito Air France, difendendo il suo personale. La compagnia punta il dito piuttosto contro gli allarmi di stallo che non hanno funzionato bene, attivandosi e disattivandosi a più riprese.

Al quotidiano Le Figaro i piloti hanno però precisato che formazioni specifiche per far fronte al congelamento dei sensori incriminati sono state aperte solo dopo l'incidente.

Il volo AF447 precipita la notte del primo giugno 2009. Intorno alle 2:00 i sensori Pitot si congelano e cominciano ad indicare misure incoerenti della velocità. Appena pochi minuti prima il comandante di bordo aveva lasciato la cabina di controllo per andare a riposarsi, senza dare disposizioni precise ai due copiloti. È il pilota più giovane ed inesperto a trovarsi ai comandi. Poi alle 2:10 si disattiva il pilota automatico. A quel punto una serie di comandi erronei vengono dati all'aereo. Un rapporto definitivo del Bea sull'incidente sarà pubblicato probabilmente nel corso del primo semestre del 2012. Bisognerà invece attendere la decisione della giustizia perchè vengano stabilite le resposabilità del dramma. Una procedura è aperta contro Airbus e Air France per omicidio colposo.

Venerdì 29 Luglio 2011 - 19:51    Ultimo aggiornamento: 20:01




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Case Ater, affitti popolari anche per gli inquilini ricchi

Il Messaggero

Nella lista dei beneficiari spuntano redditi oltre i 100mila euro. L'Agenzia: oltre ottomila sono gli occupanti senza titolo



di Claudio Marincola

ROMA - C’è persino un inquilino che vive solo di redditi da fabbricati - ovvero di rendita - nel fantastico mondo dell’Ater, l’azienda che gestisce e amministra le case popolari. In teoria, ma solo in teoria, ci dovrebbero vivere i più bisognosi. Di fatto una famiglia su 10 ha un reddito che oscilla tra i 38 mila e i 100 mila euro. I casi che rasentano il paradosso sono tanti.

Casalinghe proprietarie di immobili da centinaia di migliaia di euro, disoccupati con beni al sole. E poi nipoti, cognati, abusivi, case che si tramandano di generazione in generazione. A leggere il censimento 2010, presentato ieri nella sede di Lungotevere Tor di Nona, ci sarebbe da riscrivere la storia delle famiglie italiane. Un album illustrato che mostra tutte le crepe del nostro welfare.

Tra i 47.800 inquilini che vivono in un alloggio ex Iacp - in totale 130 mila persone - è risultato che almeno 35 guadagnano oltre 100 mila euro. Nell’ultimo censimento erano 18. La legge non glielo vieta. Che gli succede ora che li hanno scoperti? Niente. Nella peggiore delle ipotesi pagheranno 3 volte la cifra fissata dalla legge sull’equo canone: ovvero in media 422 euro al mese. Non andranno in rovina.

In questo mondo alla rovescia succede che chi abita in periferia paghi più di chi vive ai Parioli. O che l’affitto di una casa a Corviale sia più caro di uno in via Sabotino. Per non parlare delle vendite - o meglio svendite - che servono all’azienda per restare in vita e non affogare nei debiti. Applicando rigorosamente la legge, un alloggio a Pietralata viene venduto a 360 euro al metro quadrato. Ai Parioli a 896 euro al metro quadrato, un decimo dell’attuale prezzo di mercato o quasi.

Gli inquilini che guadagnano tra i 70 mila e i centomila euro sono 200. Quasi seicento hanno un reddito superiore ai 60 mila euro l’anno. In compenso ci sono anche i poveri: 12.717 con un reddito che oscilla tra i 5 mila e i 15 mila euro. I canoni medi mensili degli assegnatari oscillano tra i 7,75 e i 422,93 euro. Poi ci sono gli abusivi, un capitolo a parte. Tra chi è in attesa di sanatoria e chi è totalmente illegale si parla di 8000 «occupanti senza titolo».

E tra questi anche il marito del presidente della Regione Lazio Renata Polverini,
residente in un alloggio a San Saba non avendone più i requisiti. Anche per questo verrà istituito - cosa mai stata fatta prima - un numero verde per segnalare in forma anonima le illegalità. Si va incontro al rischio delazione, chiaro. Ma qualcosa bisogna pur fare.

Bruno Prestagiovanni, da 100 giorni commissario straordinario dell’Ater di Roma, avrà il suo da fare. Ammette: «Le norme attualmente vigenti non sono ancora adeguate. Servirebbe una revisione dell’attuale normativa per canoni di locazione e i prezzi di vendita. Noi incassiamo mediamente per ogni alloggio circa 85 euro al mese mentre ne spendiamo 116. Come possiamo reggere questo ritmo?».

E infatti l’Ater non lo regge. Nell’ultima audizione dei commissari e dei 7 direttori generali in commissione Lavori pubblici i debiti accertati hanno toccato il tetto dei 650 milioni di euro. L’ultimo bilancio si è chiuso con un risultato negativo di oltre 32 milioni di euro. Da qui la proposta: rimoduliamo i canoni.

Se ne parla da anni. Ma le proposte di legge presentate per cambiare la normativa fanno tutte la stessa fine. L’assessore regionale alla Casa è Teodoro Buontempo. Da giovane militava della destra sociale. Ora propone «di stabilire che possono risiedere in un alloggio popolare solo le famiglie con un reddito non superiore ai 20 mila euro».

Sull’Ater pesa l’onere della manutenzione che data la scarsità di risorse langue. Così che il patrimonio è soggetto al degrado. Per correre ai ripari verrà bandita una gara da 45 milioni di euro in tre anni.

Sabato 30 Luglio 2011 - 14:40    Ultimo aggiornamento: 14:41




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I poveri di New York divorano le piante di Central Park

Il Messaggero


NEW YORK - Prima era solo qualche hippy vegetariano, un po' stagionato, a nutrirsi del verde di Central Park. Oggi, però, con la crisi galoppante, sono in tanti a cercare sostentamento tra le piante del centro di New York. Al fenomeno in triste crescita a cui le autorita cittadine hanno dichiarato guerra.

Un problema che spicca sulla prima pagina del New York Times, con un titolo agro-dolce: «La città dice: "goditi il verde del parco, ma non l'insalata". Con le difficoltà a trovare lavoro, e i prezzi sempre più cari, sono in tanti, tra nuovi poveri e giovani immigrati, a campare sul Parco.

Torna così lo spettro di "Hoover Park", com'era chiamata la zona del parco, in cui durante la Grande Depressione del '29, si accamparono migliaia di famiglie di gente che aveva perso lavoro e casa. In altri posti d'America, queste baracche presero il nome di Hooverville, un termine coniato da un democratico per attaccare il presidente repubblicano Herbert Hoover e le sue politiche anti-sociali.

Sabato 30 Luglio 2011 - 15:37




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Lunedì riapre il cimitero delle Fontanelle

Corriere del Mezzogiorno

Era chiuso da aprile a causa di cadute di pietre dovuti a problemi statici. Custodisce 40 mila resti del '600



NAPOLI - Da lunedì 1 agosto, sarà nuovamente accessibile al pubblico il Cimitero delle Fontanelle. Sparirà così dal sito del Comune la scritta che dal 5 aprile informava della chiusura «per motivi di pubblica e privata incolumità». Ne dà notizia il Comune di Napoli con una nota. Dopo i lavori necessari al ripristino della volta, che si sono protratti oltre le previsioni iniziali a causa di problemi ai pluviali di raccolta delle acque, cittadini e turisti potranno rivisitare questo luogo storico, pieno di fascino e spiritualità, e a cui sono legate numerose leggende e tanti aneddoti della cultura popolare partenopea.

Cadono pietre al cimitero delle Fontanelle


PROBLEMI STATICI - Il cimitero, chiuso dopo nemmeno un anno di apertura, custodisce circa 40 mila resti dei morti delle epidemie tra '600 e '800. Il motivo della chiusura si è ricercato nella caduta di alcune pietre di tufo: il sito avrebbe dovuto riaprire per il «Maggio dei monumenti», ma i lavori sono andati per le lunghe. La staticità delle volte del cimitero era da tempo sotto osservazione. A parte il problema delle perenni infiltrazioni d'acqua nell'ossario ci sarebbe anche il nodo di uno sbancamento abusivo avvenuto negli ultimi tempi sulla collina che sovrasta la cava dell'ossario. Un episodio che, secondo gli esperti, potrebbe alterare il microclima interno al cimitero.

DONATI - «Invito tutti i napoletani e i tanti turisti che sono alla ricerca di luoghi simbolo di Napoli da visitare - ha affermato Anna Donati, assessore alla Mobilità e Infrastrutture, che ha tra le sue deleghe anche quella al sottosuolo - a programmare una tappa al cimitero delle Fontanelle, un posto di straordinario interesse e di grande suggestione».

Redazione online
30 luglio 2011

E Napolitano cerca di placare l'odio anticasta al modico prezzo di 68 euro

I segreti della casta


La notizia del giorno è "sensazionale": Napolitano ha deciso di rinunciare all'aumento dello stipendio presidenziale. Un gesto di pura propaganda: il Presidente della Repubblica rinuncia a 68 euro, gli restano al "povero" inquilino del Quirinale all'incirca dodicimila euro mensili.

Alle sue dipendenze ci sono 250 corazzieri e una mandria di 70 cavalli irlandesi, ognuno dei quali guadagna (o meglio, si spende per il suo mantenimento) più del doppio di un impiegato statale di medio livello.

Paese strano il nostro, se un cavallo guadagna il doppio di un essere umano.

Ma in verità anche i 1310 esseri umani che lavorano alle dipendenze del Quirinale non si possono lamentare, godendo di stipendi base maggiorati rispetto agli altri dipendenti pubblici, oltre a beneficiare di indennità di incarico, indennità di guida, indennità di cassa, indennità meccanografica, indennità informatica, indennità di alloggio.

I 15 milioni di risparmi annunciati arriveranno semplicemente attraverso i pensionamenti: nessun sacrificio, semplicemente i vari Stefano Valbonesi - l'orologiaio che ogni mattina deve ricaricare a mano gli orologi di un tempo di cui il Quirinale è pieno - vanno in pensione. Può darsi che Gaetano Gifuni (è ancora lì dopo 20 anni, oggi segretario generale onorario della Presidenza della Repubblica malgrado il processo che lo vede coinvolto sugli sperperi dei fondi e sulle residenze presidenziali concesse ai parenti) abbia scoperto gli orologi a batteria!

Spider Truman




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Falso cieco da 19 anni scoperto a Lecce: ha truffato 112mila euro di pensione

Il Mattino


LECCE - Cieco assoluto ripreso dalle fiamme gialle mentre, senza alcun accompagnatore, passeggiava agevolmente per le vie di Lecce, attraversava trafficati incroci stradali, faceva la spesa, sceglieva la merce, controllava i prezzi e riparava una bicicletta. La Guardia di Finanza di Lecce ha concluso un'indagine nel settore delle frodi in materia di prestazioni sociali pubbliche, culminata con la denuncia alla Procura della Repubblica di Lecce, di un uomo dichiaratosi falsamente non vedente e che ha percepito una indennità pensionistica e una di accompagnamento per "cieco assoluto", entrambe non dovute, dal 1992.




In particolare, le indagini hanno riguardato un cittadino residente in provincia che ha goduto di un trattamento pensionistico per cecità assolutamente ingiustificato rispetto alle sue effettive condizioni di salute che, di fatto, gli consentivano di svolgere una vita praticamente normale; infatti è stato accertato, anche con l'ausilio di videoriprese, che il falso invalido faceva la spesa scegliendo la merce e controllando i prezzi, riparava una bicicletta, gettava la spazzatura e si muoveva per la città attraversando agilmente incroci oberati dal traffico automobilistico, passeggiando con scioltezza, il tutto senza alcun accompagnatore.

La ricostruzione della posizione pensionistica effettuata in collaborazione con personale dell'Inps di Lecce, ha consentito di accertare che in 19 anni ha percepito oltre 112 mila euro di emolumenti. Sono in corso ulteriori indagini al fine di accertare le responsabilità di carattere penale da parte dei professionisti che hanno certificato la patologia.

Il falso invalido, conosciuto dalle forze dell'ordine per diversi reati, dovrà rispondere di truffa a danno di ente pubblico e sono in corso le procedure per il recupero delle somme indebitamente percepite.

Sabato 30 Luglio 2011 - 12:26    Ultimo aggiornamento: 12:27


Strozzino e violento estremista si incrina il mito di Matteotti

Libero






Non si tratta di fare del revisionismo, piuttosto di andare oltre l’agiografia, tentando di superare il mito a favore di una maggiore conoscenza della nostra storia. Una missione non facile quando si prende in esame Giacomo Matteotti, come ha fatto il professore dell’Università di Padova Gianpaolo Romanato nella bella biografia Un italiano diverso (Longanesi) che ieri Giuseppe Parlato ha recensito su queste pagine.

Del leader socialista assassinato dai fascisti ci resta oggi un santino, una descrizione eroica che in parte è certamente vera, ma incompleta. Meno noti al grande pubblico sono i lati più problematici del personaggio, due in particolare: le accuse di strozzinaggio rivolte alla famiglia Matteotti (di cui abbiamo già parlato) e il rapporto del deputato socialista con le violenze del cosiddetto biennio rosso. Lo studioso parla di «un clima di violenza e di guerra civile che, a opera dei socialisti e soprattutto delle leghe, imbarbarì la provincia».

Matteotti proveniva dal Polesine, e trattò in due discorsi parlamentari la drammatica questione del suo territorio. Il suo atteggiamento, tuttavia, fu ambivalente. Da un lato, alla Camera, il tono dei suoi discorsi era più conciliante, a casa propria invece si poneva diversamente.

In quelle zone l’egemonia socialista era fortissima, e Matteotti mostrava una «singolare dicotomia», come l’ha chiamata sull’Osservatore Romano un altro studioso di vaglia, Roberto Pertici: «A Rovigo, rivoluzionario e ossequiente all’estremismo oppressivo delle leghe del primo dopoguerra; alla Camera legalitario ed esperto di questioni tecniche e giuridiche».
Meriti e peccati

Pertici è un moderato, parlando con «Libero» riconosce i meriti di Matteotti e prende in tutti i modi le distanze dal sensazionalismo. Ma nel suo articolo per l’Osservatore spiega che Giacomo «diede copertura politica (volente o nolente) al clima di violenza e di guerra civile. Quel clima di violenza e di dura sopraffazione Matteotti non lo crea, ma lo protegge e non lo frena», ci dice il professore, «non si opponeva per non perdere il rapporto con il suo elettorato polesano». Del resto questa era la linea del suo schieramento.

«Il partito socialista», prosegue Pertici, «era inebriato dalla prospettiva della rivoluzione russa, le direttive erano quelle di alimentare il clima rivoluzionario. Nella provincia italiana, specie nelle campagne, si creò dunque una situazione di violenza diffusa e pressione sociale fortissima. Ci furono i morti, certo, ma ci fu anche una violenza diciamo ambientale: i reduci della guerra venivano derisi, i mutilati erano presi in giro, si impediva ai Comuni di esporre la bandiera. Il presidente del Consiglio Nitti, nel ’19, non fece festeggiare l’anniversario della fine del conflitto per non indispettire i socialisti, mentre tutti i Paesi europei lo celebravano».

Fu in questo quadro che si sviluppò la reazione dei fasci, inizialmente appoggiata anche dai popolari e dai moderati, che la intendevano come un freno al caos socialista. Poi, ovvio, il fascismo prese un’altra strada. Rispetto alle violenze rosse, nel libro di Romanato si legge un ruvido articolo comparso sul giornale dei popolari del Polesine che condanna duramente gli esponenti del partito di Matteotti: «Ci sono poche cose che corrompono tanto un popolo come l’abitudine dell’odio; e voi, capi del socialismo polesano, questo sentimento l’avete fomentato in tutte le guise».

Anche Romanato è estremamente cauto nei giudizi, e il suo libro è tutt’altro che denigratorio nei confronti del deputato socialista, cosa che lo rende ancora più importante e apprezzabile. A proposito delle coperture alla violenza politica, preferisce dire che Matteotti «fu condizionato da avvenimenti che non sempre seppe o poté governare. Il Polesine era una provincia poverissima e marginale», dice a Libero, «dove la lotta politica aveva poche mediazioni e facilmente degenerava nella rissa. Inoltre il socialismo locale fu sempre egemonizzato da spinte massimaliste, cioè rivoluzionarie.

I due maggiori leader, prima Nicola Badaloni e poi Matteotti, operarono per moderare tali spinte e incanalarle in un’azione politica organizzata e più disciplinata. Ma dopo la guerra, quando il conflitto si accese, Matteotti ebbe sempre meno spazio per le mediazioni, non avendo neppure più la sponda di Badaloni. È questa la fase, siamo nel cosiddetto “biennio rosso”, in cui Matteotti apparve in Polesine più un piromane che un pompiere. Altra era invece la linea che teneva a Roma, dove il confronto era dialettico e non “pugilistico”. Questa duplicità gli fu rimproverata da tutti i suoi avversari, liberali, cattolici e fascisti».

Lo studioso racconta che nelle terre di Matteotti regnava una «violenza insostenibile», la quale contribuì certo a suscitare una reazione “nera”. «Il clima in Polesine, come anche nelle contigue province di Ferrara, Bologna e Mantova, era pesantissimo, di strisciante guerra civile», dice. «La documentazione che ho portato nel libro conferma l’esistenza di una situazione di violenza insostenibile, sia pure motivata da sacrosante richieste di giustizia sociale. Solo in Polesine ci furono una ventina di morti in poco più di due anni. È questo l’inferno da cui sorse lo squadrismo fascista, che, di suo, aggiunse all’esercizio della violenza una metodo, una disciplina e un’organizzazione che i socialisti non avevano».
Antiborghese

Il problema, come nota Roberto Pertici, è il tipo di riformismo che il partito di Matteotti propugnava. L’orizzonte era sempre quello della rivoluzione socialista, anche se con la convinzione che per realizzarla fosse necessaria una certa gradualità. I dirigenti dello schieramento rosso non si riconoscevano nelle istituzioni dello Stato democratico e borghese, anzi si consideravano estranei ad esse, le combattevano, per un certo periodo anche a costo di fomentare la violenza nelle province. Solo in seguito cambiarono rotta, ma ormai era troppo tardi, l’avvento del fascismo si faceva inarrestabile.
Giacomo Matteotti, prima di morire - come ha scritto ieri Giuseppe Parlato - aveva accentuato le sue posizioni anticomuniste, poi fu ammazzato come tutti sanno. Tentò di combattere la dittatura incipiente, come chiunque gli riconosce. Proprio per questo bisogna raccontare anche come agì in precedenza.


di Francesco Borgonovo

30/07/2011





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Costi della politica, Napolitano rinuncia ad aumenti di stipendio

La Stampa

«Restituiti quindici milioni»




Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha comunicato al ministro dell’Economia e delle finanze di rinunciare, dal corrente anno e fino alla scadenza del suo mandato, all’adeguamento all’indice dei prezzi al consumo - stabilito dalla legge 23 luglio 1985, n. 372 - dell’assegno attribuitogli dalla stessa legge ai sensi dell’art. 84 della Costituzione. Lo rende noto un documento pubblicato sul sito del Quirinale. Il Colle restituisce al ministero dell’Economia 15.048.000 euro nel triennio 2011-2013 e 562.737 euro nell’anno 2014.  Il comunicato sul sito web della Presidenza della Repubblica rende conto dei risultati della politica di austerity del Colle.

«Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica - spiega dunque la nota - ha sottoposto alla firma del Capo dello Stato i decreti per l’applicazione del contributo di solidarietà sulle pensioni e per la riforma delle pensioni di anzianità. Si è così completata - sottolinea il Quirinale - l’attuazione nell’ordinamento interno delle misure previste dalle manovre approvate con i decreti-legge n. 78 del 2010 e n. 98 del 2011 (riduzione del 5 e del 10% delle retribuzioni e delle pensioni per la parte eccedente 90mila e 150mila euro, blocco delle progressioni automatiche e riduzione delle spese per beni e servizi)».

La nota prosegue ricordando che «l’amministrazione del Colle provvederà conseguentemente a restituire al ministero dell’Economia e delle finanze la somma complessiva di euro 15.048.000 nel triennio 2011-2013, nonchè di 562.737 euro nell’anno 2014». «Le suindicate restituzioni si aggiungono - si legge ancora - ai risparmi realizzati nel periodo 2006-2011, che ammontano complessivamente a 56.316.000 euro, per effetto dei provvedimenti di contenimento della spesa già adottati autonomamente nel medesimo periodo (blocco del turnover, soppressione del meccanismo di allineamento automatico delle retribuzioni a quelle del personale del Senato, congelamento fino al 2013 degli importi tabellari degli stipendi e delle pensioni, riduzione dei compensi per il personale comandato e distaccato e di numerose indennità, contenimento degli straordinari, riduzione delle ferie, aumento dell’orario di lavoro e riorganizzazione amministrativa interna)».

«Tali economie e aumenti di produttività, unitamente al contenimento dei pensionamenti anticipati per effetto della incisiva riforma delle pensioni di anzianità, hanno consentito, grazie ai risparmi realizzati, di bloccare fino al 2013 la dotazione a carico del bilancio dello Stato al valore nominale del 2008 a fronte - è ancora la nota del Quirinale a specificarlo - di una inflazione che da allora ha già raggiunto il 6,6% sulla base dell’indice dei prezzi al consumo».



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Il Pd contro le Province? Ne apre una da 31 milioni

di Francesca Angeli

A Bologna la prodiana Beatrice Draghetti avvia i lavori per la nuova sede: 5 piani, uffici e box per 400 dipendenti, ristorante e pure un museo...



Roma - Province: croce e delizia per il Pd. Croce per quelli che, come i veltroniani, vogliono abolirle tout court. Delizia per chi invece le difende e vuole vederle fiorire sempre più rigogliose come, ad esempio, la battagliera Beatrice Draghetti, presidente della Provincia di Bologna. La Draghetti non intende farsi condizionare dalla triste prospettiva che tante poltrone vengano cancellate tutte d’un colpo e dunque pensa al futuro, progettando una nuova e grandiosa sede per l’ente che guida dal 2004.
In via Bigari vicino alla stazione si costruirà un bel palazzone di cinque piani in grado di ospitare circa 400 impiegati. Poi ci sarà un’ampia sala conferenze da cento posti, ristoranti e bar. E ancora un parcheggio interrato dove ciascuno dei 400 dipendenti potrà avere il suo posto auto e ci sarà pure una pista ciclabile per gli ecologisti. E dato che non si vive di solo pane, anche un museo. I soldi ci sono e il via libera per i lavori è già stato dato: costo previsto circa 31 milioni di euro. Non male per ospitare un ente che dovrebbe essere abolito pure secondo un vicino strettissimo della prodiana Draghetti, il sindaco di Bologna, Virginio Merola.
E in effetti i due si sono scontrati piuttosto duramente nelle scorse settimane proprio sulla questione di una possibile abolizione della provincia e conseguente riassegnazione delle competenze. L’astensione del Pd alla Camera sul voto che avrebbe permesso l’abolizione delle province è una ferita aperta all’interno del partito di Pier Luigi Bersani, che ha definito la volontà di cancellare le province «una sparata demagogica».
Intanto però Merola da Bologna lanciava l’ipotesi di una città metropolitana, una sorta di federazione dei territori che di fatto andrebbe a sostituire la provincia. La Draghetti non l’ha presa bene facendo subito notare che il cambiamento richiesto da Merola necessitava di una nuova legge e di riforme complesse che andrebbero a coinvolgere la nostra Costituzione. Troppo lungo e complicato, meglio nel frattempo «atterrare su riforme vere, di alto livello». E infatti il nuovo palazzone previsto per la provincia è alto ben cinque piani. Merola però non si è arreso ribadendo la necessità di liberarsi «di istituzioni superflue». Il sindaco di Bologna insiste: «Il Pd deve avere il coraggio di porre il tema dell’abolizione della provincia.
In Parlamento si è persa una grossa occasione». Oltretutto Merola non è solo in questa battaglia perché al suo fianco si è schierato un pezzo da novanta come il governatore Vasco Errani. «La Regione Emilia-Romagna sostiene e incentiva ogni forma di riorganizzazione e semplificazione istituzionale per ottimizzare le risorse e rafforzare il legame tra i cittadini e le istituzioni», ha sentenziato Simonetta Saliera, vice presidente della Regione.

Ma la Draghetti non intende mollare. Proprio sulla sua tenacia, dimostrata quando era presidente dell’Azione cattolica diocesana, aveva puntato Vittorio Prodi quando la chiamò per la prima volta a Palazzo Malvezzi nel ’96. Impegno poi sfociato nella sua adesione ai Comitati per l’Italia di Romano Prodi.
La Draghetti ricorda che il progetto di via Bigari rappresenterà comunque un risparmio per gli enti locali. Grazie alla formula del «leasing in costruendo» la provincia non dovrà indebitarsi e anzi ci guadagnerà, risparmiando «la quota di canone di affitto oggi pagato per le sedi che verranno lasciate libere».

Affitto che al momento ammonta ad un milione e 600mila euro annui. «A partire dal 2015, dunque, l'equivalente del valore del canone di affitto si trasformerà in canone di leasing, senza che si determini alcuna sovrapposizione», scrive la Draghetti che conclude ricordando che comunque l’immobile in questione rimarrà di proprietà dell’Ente «qualunque esso sia». Ovvero le province non saranno abolite, al massimo cambieranno intestazione.




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L'Italia su Internet cresce al rallentatore

Corriere della sera

Aumentano gli indirizzi e le connessioni veloci, ma siamo penultimi in Europa. Ancora troppe connessione lente






MILANO – Altro che locomotiva. Sulle autostrade digitali l’Italia va a passo di lumaca, anche se lentamente migliora. È ancora una volta un bollettino scoraggiante quello disegnato da Akamai nel suo «dossier sullo stato d’Internet» relativo al primo trimestre dell’anno. Migliora la posizione complessiva del nostro Paese, ma c’è ancora tanto da fare per poter garantire a tutti una Rete accessibile e veloce.

ITALIA LENTA A CONNETTERSI Iniziamo con l’annoso problema della velocità delle connessioni. L’Italia ha un unico primato. E non è lusinghiero. Siamo il Paese europeo con il maggior numero di connessioni lente: lo 0,9% degli italiani si connette ancora a una velocità di 256kbps. In pratica, la vecchia connessione con doppino telefonico, preistoria dell’era digitale. Un dato che pur sembrando basso, è il più alto d’Europa, in una gara per altro ridotta a 7, visto che 16 Paesi del Vecchio continente su 23 hanno già abbandonato questo tipo di connessione.

Man mano che accelerano i bit per secondo, l’Italia scivola verso il fondo: se la cava ancora con le velocità standard (2 Mbps) dove siamo 14esimi (l’85% degli utenti italiani ha una connessione a banda larga, ormai considerata necessaria). Iniziamo a perdere colpi sulla media di velocità delle nostre infrastrutture digitali:18esimi su 23 (appena 3,7 Mbps, contro i 7,5 dell’Olanda, in testa alla graduatoria). Mentre raschiamo il fondo sulle cosiddette «high broadband», le autostrade digitali su fibra ottica.

L’Italia è penultima (in compagnia della Spagna e solo davanti alla Grecia) per utenze connesse a una velocità superiore ai 5Mbps (appena l’11% della popolazione, contro il 56% degli olandesi, ancora una volta alla guida della classifica europea), ma in aumento rispetto al 6% dell’ultimo trimestre. Se poi parliamo di città «superveloci» e cioè dotate di cablaggi che consentono di navigare ad altissime velocità, nelle prime 200 al mondo, neanche una è italiana. A dir la verità, appena 12 centri sono europei (e nessuno nelle prime 20) e l’Asia è padrona: la città giapponese di Tokai, al top della classifica, «viaggia» a una media di 13.2 Mbps. E tre Paesi asiatici (Corea del Sud, Hong Kong e Giappone) si confermano i Paesi «più veloci». Gli altri sette Paesi della top 10 sono tutti europei (senza Italia): con Romania, Repubblica ceca e Lituania che conducono l’ex «blocco dell’Est». Più indietro gli Stati Uniti («solo» 12esimi). L’Italia è 39esima su 49 Paesi in classifica e recupera solo 3 posizioni rispetto a fine 2010.

MA CRESCE INTERNET (E GLI HACKER) Se si parla di Internet non si può non parlare di pirati, sul web e sul mobile. In entrambi i casi, l’Italia è tra i Paesi da cui provengono più attacchi: per quanto riguarda i siti Internet, il Belpaese è in top 10. Mentre è addirittura prima sul mobile: il 25% degli hacker che attaccano i telefonini hanno una «base» in Italia. Un dato positivo per il nostro Paese però c’è. Internet cresce: gli indirizzi IP sono aumentati dell’11% rispetto agli ultimi tre mesi del 2010, toccando quota 13.632.661, il nono risultato del mondo.

UNO SGUARDO GLOBALE In generale il dossier dà uno sguardo generale alla situazione della Rete e alla sua disponibilità nel mondo. Così si scopre che il Giappone, nonostante il cataclisma provocato dal terremoto e dal devastante tsunami dello scorso 11 marzo, non ha subito danni particolari alle proprie fibre ottiche, che si sono mantenute su livelli di altissima efficienza. Per un’infrastruttura che regge, un’altra, al contrario, si mostra molto «precaria». È ciò che è successo in Georgia, dove lo scorso aprile una signora di 75 anni ha tranciato una delle dorsali principali del Paese: «Ero solo in cerca di pezzi di metallo», ha detto l’anziana contadina in lacrime. La sua «svista» ha lasciato offline centinaia di miglia di persone in Georgia e nella vicina Armenia. «Io non so neanche cosa sia questo Internet», si è giustificata la donna.



Maddalena Montecucco
29 luglio 2011(ultima modifica: 30 luglio 2011 10:38)



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I compagni non sono migliori di Penati

Il Tempo

Bersani ha difeso il Pd in nome di una presunta morale rispetto agli altri. Ma nei Democratici c'è malcontento per la vicenda che riguarda l'ex vicepresidente del Consiglio regionale lombardo.

Pierluigi Bersani Dobbiamo molto a Filippo Penati, e sarebbe ingeneroso non riconoscerglielo. Mi spingo oltre: il cielo salvi quest'uomo, nel quale s'incarna il cuore stesso del Partito Democratico e del suo segretario, perché con la sua vicenda segnala il dramma evolutivo di un partito che fatica a conoscersi a valutarsi per quel che è. Quindi, sgomberiamo subito il campo dalla questione penale, perché a noi garantisti doc preme, prima di tutto, ribadire quel che ci sembra ovvio: lui è un innocente, per me è innocente, almeno fin quando un processo, con sentenza definita, non avrà dimostrato il contrario.

E ora veniamo alle questioni politiche. La prima è relativa alla vicenda per cui oggi è sospettato, ma che ha una strana caratteristica: la conoscevamo tutti. Tutti, ma proprio tutti, sapevamo che la provincia di Milano aveva comperato azioni autostradali da un imprenditore, Marcellino Gavio. Tutti, oggi, ragionano su quanto è stato pagato e sulla favolosa plusvalenza ottenuta da quel privato, il quale, ma sono solo i casi della vita, subito dopo si ritrova al fianco delle coop e assicurazioni rosse nelle scalate bancarie. Ma il punto realmente interessante non è il malloppo, bensì l'affare in sé. Ditemi: perché in un mondo in cui non si fa che parlare d'abolizione delle province quella di Milano diventa proprietaria di un'autostrada?

Perché il capo della segreteria del liberalizzatore Pier Luigi Bersani, l'uomo delle lenzuolate (e lo scrivo senza ironia alcuna, perché mi espressi in suo favore), mette in atto un'operazione di segno diametralmente opposto? Il punto, allora, non è se il protagonista e il suo dante causa fossero, o meno, a conoscenza del marcio, ma se fossero in grado di capire quel che stavano facendo e come questo si concilia con quel che, ora, vanno dicendo. La vicenda penale avrà il suo corso, che spero sia veloce e non preveda di dovere condurre in galera preventiva questo o quello.

Tutto quello che c'è da sapere lo sappiamo. Ma quella pubblicamente rilevante è la faccenda politica, l'uso del denaro dei cittadini, un'amministrazione che non investe per fare un'autostrada, ma per comprarla già pronta e premiare il rischio (ammesso che sia stato tale) corso da un imprenditore.
Mettiamo, per puro amore del ragionamento, che Penati sia effettivamente responsabile di avere maneggiato soldi impropri e che, con quelli, abbia finanziato il suo partito, o la sua corrente, o gli amici suoi. È un reato, una brutta cosa. Ma infinitamente migliore, imparagonabilmente meno grave di quel che facevano gli stessi protagonisti almeno fino al 1991, ovvero finanziarsi con soldi sporchi di sangue, provenienti da una potenza politica e militare nemica dell'Italia e dalla libertà.

Prendere soldi, o reclamarli quale tangente, è comportamento riprovevole, ma nella scala dei disvalori è un peccatuccio veniale, rispetto a quelli commessi dalla generazione dei comunisti che pretendevano d'essere onesti e migliori, Enrico Berlinguer compreso. I reati di Penati, ammesso che esistano, quelli presupposti dall'accusa, sono interni al mondo democratico e occidentale. I crimini commessi dai suoi padri e fratelli restano infamie contro la dignità umana, compartecipazione all'aggressione e connivenza con una dittatura sanguinaria. Non vorrete mica fare paragoni? Quindi, vada al compagno Penati il nostro affettuoso pensiero, l'auspicio che i processi dimostrino la sua totale innocenza, la convinzione che, in ogni caso, egli è migliore di quelli che pretendono di dargli lezioni.


Davide Giacalone
30/07/2011




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Sono arrivati al capolinea. Prego, scendere

Il Giorno



"Bersani dovrebbe avere il coraggio di cambiare qualche lettera alla sua trovata: non class action ma cast action. Perché le sue minacce alla stampa sono a difesa della casta non certo dei militanti del Pd". Sono parole di Barbara Spinelli e mi pare siano condivisibili da tutti a prescindere dalle diverse idee politiche.

Rina, ilgiorno.it




LA REAZIONE di Bersani contro la stampa accusata di alimentare “la macchina del fango” e minacciata di class action ha turbato gli stessi militanti della sinistra e opinionisti ad essa vicini come Barbara Spinelli, che ha coniato il neologismo “cast action”, ovvero iniziativa in difesa della casta. Arrivare a concepire un’azione legale contro la stampa facendo leva sulla buona fede dei militanti e sulla loro fedeltà certamente non alimentata da sostanziose tangenti, che sono invece privilegio (e reato) di pochi, insomma arrivare a pensare che si possa contrastare se non le inchieste della magistratura almeno l’informazione che di esse dà conto, abusando dei cittadini elettori, aggiunge un capitolo agghiacciante alla scelleratezza di una classe politica arrivata al capolinea. Prego scendere.



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Quel pasticciaccio brutto del cinema che imbarazza Veltroni e compagni

di Redazione

Da un'indagine dei carabinieri risultano anomalie nelle gare per le multisale di Frascati, vinte da personaggi vicini all'ex sindaco della Capitale. Un caso analogo in Sicilia qualche anno fa. Il business dei castelli Romani è di circa un miliardo di lire. Ma non si farà luce sugli ipotetici illeciti: ormai è passato troppo tempo




Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

C’è un’inchiesta delicatissima, ai Castelli romani, che scorre silente tra giganteschi business immobiliari, complicati intrecci societari e affari in cinemascope consumati tra Frascati e una vasta area della Capitale dirimpetto la patria dei film di Cinecittà.

Un filone d’indagine per oltre un miliardo di euro di futuri interessi che si sospetta illeciti e che, giocoforza, rischia di portarsi dietro l’ex giunta Veltroni, di coinvolgere esponenti del Pd, di trascinare negli accertamenti della procura di Velletri personaggi legati ai padri nobili del gruppo Espresso-Repubblica come quell’Ettore Rosboch (non indagato, fratellastro e socio in diverse società del defunto principe Carlo Caracciolo, fondatore dei giornali di Carlo De Benedetti) peraltro già spuntato nell’inchiesta sul progetto-gemello del megastore «mafioso» di Villabate, collegato a personaggi vicini all’amministrazione veltroniana, a loro volta in contatto - secondo i racconti del pentito Francesco Campanella e quel che si legge negli atti giudiziari siciliani - agli emissari della cosca Mandalà, vicina al boss Bernardo Provenzano.
La speculazione di Cosa nostra e di tecnici vicini all’amministrazione del primo cittadino cinefilo (Walter Veltroni fu costretto a presentarsi in aula a Palermo per spiegare i suoi rapporti con Pierfrancesco Marussig, amico del fratello cinefilo Valerio, e con il socio di costui, Giuseppe Daghino) agli inizi degli anni 2000 prevedeva la costruzione di un grande centro commerciale con annesse 20 sale cinematografiche «al quale - dice Campanella - sarebbe stato interessato

Valerio Veltroni», fratello di Walter, «e anche Carlo Caracciolo», che a detta invece di Marussig (socio di Rosboch nella società di cinematografia Focus) sempre secondo il pentito si sarebbe dato da fare per «far pubblicare alcuni articoli su Repubblica» così da allontanare i primi sospetti che rischiavano di far fallire - come poi è stato - la speculazione a Villabate.
Questo Daghino (assolto insieme a Marussig in appello per prescrizione dopo una condanna a 7 anni in primo grado) viene indicato nella carte dell’antimafia di Palermo come «addetto agli aspetti economico finanziari della società Risorse per Roma Srl sin dalla sua costituzione risalente al 1995».

Società che nel 2005 commissiona al rinomato studio associato Agrifolia di Roma «una consulenza per l’espletamento delle attività di revisione, aggiornamento e approvazione del piano territoriale generale della provincia di Roma». Società a cui poco prima, Ettore Rosboch, attraverso le sue società Investex Srl e Astra 8 Srl commissiona un progetto di valorizzazione dell’area Anagnina-Quadrato e un’indagine sulla riqualificazione urbana dei medesimi terreni del comune di Frascati.
Il pasticcio siciliano somiglia tanto al pasticciaccio romano che, coincidenza, prevedeva anche qui la costruzione di multisale cinematografiche da 3.200 posti. L’affare che Rosboch, proprietario della società consortile Astra 8, riesce a portare a casa con modalità procedurali che agli inquirenti appaiono «anomale» e tutte da chiarire, nasce quando il comune di Frascati procede alla vendita dei suoi terreni demaniali per 350mila metri quadrati.

Per il gioiello della Tuscolana l’amministrazione frascatana si affida a un appalto-concorso cui vengono chiamate a partecipare solo quattro società, che per motivi diversi, secondo gli inquirenti, commettono una serie di inspiegabili «ingenuità» che finiscono per spalancare le porte all’aggiudicazione dell’appalto da parte della società Astra 8 di Rosboch.

Non solo: secondo i primi accertamenti il progetto originale non sarebbe stato pienamente conforme al Prg, e parte dei terreni, poi divenuti edificabili, in origine non lo sarebbero stati. 

Un affare sensazionale diventato tale in un tourbillon di atti amministrativi che si sarebbero succeduti in maniera poco convincente. Perché dai 42 milioni di euro di valore dei terreni venduti ad Astra8 nei primi anni 2000, gli addetti ai lavori cristallizzano oggi il valore di quegli stessi terreni, sommato all’insediamento completamente edificato, in oltre un miliardo di euro. 

Ma le stranezze non finiscono qui: leggendo fra le righe delle carte dell’appalto sembra infatti che il Comune di Frascati non ha venduto alla cifra stabilita ma, di fatto, ha invece affittato i terreni ad Astra 8 ricorrendo al «diritto di superficie» che impone all’acquirente-locatore un canone a 60 anni, ulteriormente accorciabile a 20 anni. 

Inutile dire che sulle cifre del «canone» spuntano numeri ogni volta diversi che somigliano più a una lotteria partenopea che a una compravendita alla luce del sole dei Castelli romani. E sempre sul valore poco congruo, ben al di sotto delle stime di mercato, sarebbero stati ceduti altri terreni del comune di Frascati, denominati «Anagnina 1», sequestrati recentemente dalla procura di Velletri che ha resistito al ricorso al Riesame non essendosi presentati i ricorrenti. 
Come sempre accade in questi casi, all’attenzione degli investigatori è finita anche la politica, locale e nazionale. C’è da chiarire, per esempio, il perché della scelta dell’amministrazione di Frascati a guida Pd, prona ai desiderata di Roma. E come coincidenza salta agli occhi la passione cinefila di Francesco Paolo Posa (non indagato), attuale capogruppo Pd in consiglio comunale, già primo cittadino frascatano la cui giunta seguì la vendita degli appezzamenti Anagnina 1 e Astra 8. 

Stando alle visure camerali, Posa (che al momento risulta rinviato a giudizio nell’inchiesta sui rimborsi d’oro alla Provincia) dal 30 aprile 2010 risulta consigliere della Spa «Cinecittà Village» di Castel Romano dopo esserlo stato nella «Cinecittà Studios». Così come, per le stesse coincidenze, per mera cronaca si segnala il curioso percorso professionale del dirigente tecnico del Comune di Roma (X municipio) Claudio Rosi, che personalmente seguì l’operazione «Astra8/Cinecittà-Quadrato» e che oggi siede, con analogo incarico, al Comune di Frascati. 
Scandagliando nelle visure camerali, incrociando i nominativi del soci a quelli dei Cda, ragionando sui bilanci e le partecipazioni indirette, è facile ricostruire la galassia Rosboch. Partendo proprio dalla società Astra 8 figlia di numerose altre società, molte delle quali ubicate in via Civinini 111 a Roma, partecipate con lo stesso

Caracciolo e con personaggi a lui legati. Il reticolo societario della vincitrice del maxi-appalto nel mirino degli inquirenti si dipana in settori differenziati e curiosamente si rifà nelle denominazioni in gran parte al numero «8», poi utilizzato anche per il consorzio Astra (Sanità 8 Srl, Service 8 Srl, Servizi 8 srl, Tuscolana 8 Srl, Tipografia 8 Srl, Anagnina 8 srl etc.).

Le altre società satellite sono la Fi-Pa finanziaria partecipazioni, che è azionista di maggioranza di Astra 8, la Parcheggi Romani srl, la Glf Srl e infine la Multiplex srl che attraverso la moglie di Rosboch (che ricopre la carica di amministratore unico) ha un link storico, indiretto, col la Warner Village Cinemas Srl di cui è stata procuratore.


Come si può leggere dagli estratti stenografati dei consigli comunali sul sito istituzionale del comune di Frascati il problema Astra 8 è stato oggetto di durissimi attacchi da parte dell’opposizione che più volte ha chiesto al sindaco Stefano Di Tommaso, delfino e successore di Posa, di fare luce su una vicenda definita senza troppi giri di parole dai consiglieri di opposizione D’Orazio, Privitera e Conte, «a dir poco oscura».




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Quel faccendiere rosso finanziò anche Rutelli...

di Enrico Lagattolla


Si allarga lo scandalo della "questione morale" a sinistra. Nella cassaforte dell'imprenditore Di Caterina, l'accusatore di Penati, trovate tracce di un finanziamento di 100 milioni a Francesco Rutelli per la campagna elettorale del 2001. Intanto un'inchiesta sulle multisala di Frascati imbarazza il clan Veltroni. E Rosy Bindi, la pasionaria giustizialista, lancia la sfida al leader Bersani



Milano - Il tesoro, ovviamente, stava in una cassaforte. Quando i finanzieri la aprirono, trovarono una lunga lista della spesa. Una contabilità parallela. Strane fatturazioni. E poi, decine di finanziamenti. Alcuni leciti, altri quantomeno sospetti. Un libro mastro che raccontava una lunga storia di opacità. La cassaforte era di Piero Di Caterina, titolare della società di trasporti pubblici Caronte srl, la gola profonda dell’inchiesta monzese sul «sistema Sesto» che ha messo nei guai l’ex braccio destro di Pier Luigi Bersani, Filippo Penati. Come riportato nei giorni scorsi, in quella cassaforte le fiamme gialle scoprirono anche una serie di pagamenti destinati alla politica nazionale. Circa cento milioni di lire, versati in tranches da 10, venti o trenta milioni per volta. E, secondo quanto risulta al Giornale, su quelle carte compariva anche un nome. Quello di Francesco Rutelli.
Perché Di Caterina, considerato dagli inquirenti il collettore delle tangenti per i democratici di sinistra prima, e per il Pd poi, avrebbe dovuto girare dei soldi all’attuale presidente dell’Api? È la data che crea il link. Perché tutto accade nel corso dell’anno 2000. Di lì a poco, gli italiani saranno chiamati a votare. Elezioni politiche nazionali. Da un lato, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Centro Cristiano Democratico-Cristiani Democratici Uniti, Lega Nord, Nuovo Partito Socialista Italiano compongono la coalizione di centrodestra. E dall’altra c’è l’Ulivo, con Democratici di Sinistra, Margherita, Federazione dei Verdi, Socialisti Democratici Italiani, Partito dei Comunisti Italiani. E candidato premier - e sfidante di Silvio Berlusconi, che alla fine uscirà vincitore dalle urne - è appunto Rutelli.
Nelle carte sequestrate dalle Fiamme gialle, dunque, si trova traccia di presunti pagamenti effettuati da Di Caterina in favore dell’allora leader della coalizione di centrosinistra. Attenzione, però. Nessun reato è contestato a Rutelli né - almeno per questo specifico episodio - al titolare della Caronte. E il motivo sostanzialmente è uno: la prescrizione. La Gdf, infatti, perquisisce gli uffici della società di trasporti nel maggio dello scorso anno. Quando, cioè, sono passati dieci anni dall’eventuale illecito.
Troppo tempo, secondo il codice penale. Per questo, nell’enorme mole di accertamenti necessari all’indagine, la pista di quel finanziamento viene abbandonata. Inutile, per gli investigatori, perdere tempo e risorse per infilarsi in una strada senza uscita. Resta così un appunto ambiguo in una cassaforte, che non dice se la cifra sia stata data effettivamente oppure no. È inoltre possibile - nel caso in cui il passaggio di denaro sia avvenuto - che i 100 milioni di lire siano stati regolarmente registrati come finanziamento, escludendo ogni ipotetico illecito. D’altro canto, un’altra possibilità è che quei soldi nascondessero un reato a monte. Ovvero, che fossero il frutto - così come sostengono i pm di Monza in relazione a molte altre operazioni contestate a Di Caterina e agli altri indagati - di un giro di false fatturazioni e di ingegneria finanziaria che avrebbero comunque «inquinato» quel versamento, rendendolo irregolare. Ma il tempo, come detto, ha sepolto tutto.
Così, i cento milioni - leciti o meno - passano in cavalleria. I pubblici ministeri Walter Mapelli e Franca Macchia, che da sei mesi lavorano all’inchiesta dopo che i colleghi milanesi hanno trasmesso gli atti - si concentrano su piste più attuali, e che coinvolgono direttamente l’ex vicepresidente del consiglio regionale lombardo Filippo Penati: il giro di presunte mazzette per la riqualificazione dell’ex Falck di Sesto San Giovanni, il ruolo delle coop e di Omer Degli Esposti (vicepresidente del Consorzio cooperative costruttori di Bologna, indagato), e la compravendita di Serravalle.

Tutti fronti che fanno tremare i vertici del Pd. A verbale, infatti, il costruttore Giuseppe Pasini - a cui Penati avrebbe chiesto una maxi tangente da 20 miliardi di lire -, ha raccontato di aver pensato che tutti quei soldi rappresentassero «un pagamento a livello nazionale all’interno del partito». Non più, dunque, il «cortile» sestese. Ma Roma.
E anche su queste vicende, Rutelli si è esposto negli ultimi giorni. «Non voglio intervenire in questioni interne ai partiti - ha detto il senatore e co-presidente del Partito Democratico Europeo -, ma credo che siamo tutti interpellati, di fronte a una corruzione che aumenta, ad alzare al massimo la guardia ed essere al massimo intransigenti». Per questo, andrebbero spiegati anche quei 100 milioni che Di Caterina ha annotato sulla sua contabilità. Se siano effettivamente arrivati all’Ulivo. Se l’allora candidato premier ne abbia avuto contezza. Se sia stato a conoscenza del profilo ambiguo dell’imprenditore. O se - come sostiene Penati - Di Caterina abbia chiamato in causa la politica per sgusciare dai propri guai giudiziari. Perché un conto sono gli eventuali reati, altra cosa è la «questione morale». I primi si prescrivono. La seconda no.




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Uniti dalle manette

Il Tempo

Berlusconi, Tremonti e Bersani in trincea. Così diversi e nello stesso tempo così uguali: dalla P4 alle tangenti rosse. I partiti si specchiano. Sono poliprigionieri. Destra e sinistra sono vittime dello stesso problema: le manette.


Filippo Penati La politica gioca a palla prigioniera. Destra e sinistra sono vittime dello stesso problema: le manette. I poli sono ricattati. Il Palazzo è in una condizione di debolezza tale per cui qualsiasi pm di provincia può spiccare un mandato di cattura su un parlamentare e vederlo in cella. Le prove e i processi? Si vedrà. Pdl e Pd si guardano allo specchio, Berlusconi e Tremonti sono i due volti della stessa medaglia. Il Cavaliere da diciassette anni inseguito dai magistrati, il titolare dell’Economia alle prese con un caso che getta ombre non sul suo operato, ma sulla sua capacità di vigilare e comprendere che un ministro della Repubblica non può pagare un affitto in contanti a un suo factotum parlamentare.

Dice di essere spiato, mette in difficoltà la Guardia di Finanza poi telefona per calmare le Fiamme gialle. Pasticcio. Pier Luigi Bersani passa dalla diversità antropologica dell’ex Pci alla diversità politica del Pd, dimenticando di spiegare ai propri elettori perché mai il suo partito avesse messo in piedi nella ex Stalingrado d’Italia, Sesto San Giovanni, attraverso il suo braccio destro Penati, un sistema di riscossione del pizzo alle imprese. Penati autosospeso ma in carica, Tedesco salvato dal nemico e ancora a Palazzo Madama, Pronzato un ufo che adesso non conosce nessuno e prima invece entrava e usciva dalla segreteria del Pd. I partiti si specchiano. Sono poliprigionieri. Al Senato la maggioranza vota la fiducia sul processo lungo. Era così urgente? La sinistra urla come da copione. Pura finzione. Disuniti su tutto, uniti dalle manette.


Mario Sechi
30/07/2011




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Investita in bicicletta, sì alla liquidazione del danno morale in proporzione al biologico

La Stampa

Con la sentenza 15373/11 la Cassazione ribadisce il principio dell’unitarietà del danno non patrimoniale, che deve essere liquidato evitando duplicazioni risarcitorie, e aggiunge che il danno morale può essere calcolato in proporzione a quello biologico.

Il caso

Investita mentre viaggia con il figlio piccolo a bordo della sua bicicletta, una donna chiede il risarcimento dei danni subiti. E li ottiene: il Tribunale e la Corte d’Appello, infatti, condannano proprietario e guidatore della vettura responsabile dell’incidente stradale. Ma la liquidazione è insufficiente, secondo la vittima, che si rivolge, quindi, alla Corte di Cassazione.

Il ricorso attiene alla liquidazione delle singole voci di danno, ma non trova il favore della Suprema Corte che, richiamando pacifici principi di diritto, lo rigetta. Quanto al mancato riconoscimento del danno temporaneo psichico, alias danno esistenziale, il Collegio afferma preliminarmente che non è ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria di danno esistenziale. Nel caso in esame, è corretta la valutazione dei giudici di merito, che non hanno ravvisato l’esistenza di uno sconvolgimento nella vita della ricorrente e hanno negato il relativo risarcimento.

Con un altro motivo di ricorso, si censura la sentenza per aver liquidato il danno morale come frazione del biologico. Anche sul punto, il Collegio conferma la valutazione dei giudici territoriali, ritenendo infondato il motivo. Nel valutare l’aspetto del danno costituito dalla lesione all’integrità morale, costituzionalmente rilevante, i giudici non hanno affatto affermato che tale forma di danno costituisce una frazione del danno biologico, ma si sono limitati a confermare la correttezza della liquidazione, effettuata dal Tribunale equitativamente. Il danno morale, insomma, è stato calcolato sulla base della comparazione con la misura del risarcimento del danno biologico. E si tratta di operazione lecita: il danno morale, infatti, può essere liquidato in proporzione a quello biologico.

La Cassazione, inoltre, stabilisce che nella sua liquidazione il giudice deve tenere conto «di tutti i pregiudizi concretamente subiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici». E' inammissibile, perché sarebbe una duplicazione risarcitoria, l'attribuzione alla vittima di lesioni personali del risarcimento sia per il danno biologico sia per il danno morale, inteso come sofferenza psichica, il quale costituisce una componente del primo, «come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale».



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