venerdì 29 luglio 2011

Spider Truman sui giornali esteri: la casta italiana è la peggiore d'Europa

I segreti della casta


Vi giro alcuni articoli che in questi giorni sono apparsi su diversi quotidiani internazionali, perchè ci permettono di cogliere la distanza abissale che intercorre tra i media italiani e il resto del mondo.
Nei giorni scorsi avrete notato l'attenzione spasmodica di gran parte della stampa italiana nel seguire la vicenda di spider truman: gran parte degli articoli e dei servizi televisivi, dal Corriere della Sera al TG1-Trush di Minzolini, hanno per giorni ossessivamente cercato di dare un nome e un volto a Spider Truman.

Al via la patetica telenovela: è un tizio del popolo viola, si chiama Gianfranco Mascia. No, contrordine è un ex-deputato, si chiama Francesco Caruso. No, no, contrordine: è Leonida Tucci.
Noiosi e patetici, cercano di dare un volto per neutralizzare e relativizzare l'indignazione di cui si è reso portavoce.

Sui giornali esteri invece potete notare come gli articoli parlano soprattutto dello scandalo dei privilegi dei deputati italiani: parlano cioè dei contenuti della denuncia, non sudano come i forsennati per individuare (e colpire) il denunciante.

La rigiro con una metafora, per cercare di capirci.
La scena è questa: spider truman esce da una banca e si mette a urlare che lì dentro è in corso una rapina.
A questo punto arriva una volante della polizia e decide:
a) di entrare in azione per sventare la rapina.
b) fermare il tizio che urla e portarlo in questura per identificarlo.

I giornali internazionali corrispondono al caso a), i giornali italiani al caso b).

Oltre alla soddisfazione per lo sputtanamento a livello mondiale, una domanda ai poliziotti-giornalisti o giornalisti-poliziotti  nostrani sorge spontanea: ma non è per caso che siete corrotti e in combutta con i rapinatori?


Spider Truman

Italian MPs' salaries to be cut after public outcry in the wake of austerity measures (Mirror - UK)
http://www.mirror.co.uk/news/top-stories/2011/07/22/italian-mps-salaries-to-be-cut-after-public-outcry-in-the-wake-of-austerity-measures-115875-23287924/

Italian insider threatens Europe's greatest MPs' expenses scandal  (the indipendent - UK)
http://www.independent.co.uk/news/world/europe/italian-insider-threatens-europes-greatest-mps-expenses-scandal-2315899.html

Italian MPs sent themselves bogus death threats to qualify for protection (Daily Telegraph - UK)
http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/italy/8652767/Italian-MPs-sent-themselves-bogus-death-threats-to-qualify-for-protection.html


Fenômeno de audiência em rede social italiana expõe os políticos (Correio - Brasil)
http://correiodobrasil.com.br/fenomeno-de-audiencia-em-rede-social-italiana-expoe-os-politicos/270767/

Politicians avoid austerity, Italy enraged (Associated Press - USA)
http://news.yahoo.com/politicians-avoid-austerity-italy-enraged-102346497.html

Perkbuster' slams Italian MPs (NZ Herald - Nuova Zelanda)
http://www.nzherald.co.nz/world/news/article.cfm?c_id=2&objectid=10739599&ref=rss

Un topo en el Parlamento italiano denuncia en Facebook privilegios y despilfarro (Lavanguardia - ES)
http://www.lavanguardia.com/internacional/20110719/54187616675/un-topo-en-el-parlamento-italiano-denuncia-en-facebook-privilegios-y-despilfarro.html

Italien: Privilegien-Blog wird zum Renner (Eurones - DE)
http://de.euronews.net/2011/07/21/italien-privilegien-blog-wird-zum-renner/

Spider Truman, o bufo italiano que pôs o Parlamento em alvoroço (Publico - PT)
http://www.publico.pt/Mundo/spider-truman-o-bufo-italiano-que-pos-o-parlamento-em-alvoroco_1503853

18 Milliarden Euro für Dienstwagen (Berner Zeitung - CH)
http://www.bernerzeitung.ch/ausland/europa/18-Milliarden-Euro-fuer-Dienstwagen/story/25696901

Καταχρήσεις βουλευτών αποκαλύπτει πρώην υπάλληλος της βουλής στην Ιταλία  (Otenet - Gr)
http://www.otenet.gr/portal/portal/info/news/worldnews?media-type=html&user=anon&js_panename=worldnews&action=portlets.PsmlPortletAction&eventsubmit_doview=2993971

Volée de bois vert contre les abus des parlementaires italiens (Reuters - Fr)
http://maghreb.msn.com/Actualites/Monde/Reuters/2011/July/7636809.aspx

Scandal over MP perks angers austerity-hit Italy (AFP - Usa)
http://news.yahoo.com/scandal-over-mp-perks-angers-austerity-hit-italy-043104538.html

Spider Truman : un Wikileaks italien qui dézingue la caste politique (Eitb - Fr)
http://www.eitb.com/infos/europe/detail/704383/spider-truman--wikileaks-italien-qui-dezingue-caste-politique/






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La Lega punisce Borghezio: tre mesi out

Corriere della sera

E lui risponde: «Attendo le decisioni come un soldato»


MILANO - Il Consiglio federale della Lega ha deciso di sospendere dal partito l'europarlamentare Mario Borghezio per le sue dichiarazioni sulla tragedia di Oslo. La sospensione, secondo quanto si apprende, dovrebbe essere di tre mesi. Borghezio decade anche da presidente del Carroccio in Piemonte. Raggiunto al telefono, Mario Borghezio ha detto di essere a Roma e «non sapere nulla» circa la sua sospensione dalla Lega. «Attendo le decisioni come un soldato e le accetterò qualunque siano», ha aggiunto l'europarlamentare. Mario Borghezio ribadisce che in quella fatalèeintervista sulla strage di Oslo «in realtà, non ho parlato della strage ma delle idee sul fondamentalismo islamico espresse da quel signore». Idee che l'europarlamentare continua a difendere come «legittime». Intervistato dal Tg3, prima che arrivasse la sospensione a tempo decisa dal vertice della Lega, Borghezio nega che proprio quelle idee si possano liquidare come «aberranti»: «No - spiega - se sono considerate sulla base dei testi come quelli della Fallaci, per esempio, un esempio di critica dura e forte al fondamentalismo». Non una novità, quella di richieste di provvedimenti nei suoi confronti. «Periodicamente - spiega - c'è chi suggerisce ai vertici del partito di di lasciarmi fuori. Normalmente questo accade quando dico cose utili e importanti, ma la buona fede resta e il forte sostegno nella base della Lega mi conforta».


LA DICHIARAZIONE - Quelle espresse da Anders Behring Breivik «sono posizioni sicuramente condivisibili», ha detto qualche giorno fa l'eurodeputato leghista Mario Borghezio, in un intervento alla trasmissione "La zanzara" di Radio24, secondo il quale «sostenere una necessità» di una «crociata» «è sacrosanto». Parole che hanno scatenato il finimondo persino in casa Lega, al punto che è toccato al ministro Roberto Calderoli dire: «La Lega chiede scusa alla Norvegia». Per Borghezio sono «buone alcune delle idee espresse» da Breivik «al netto della violenza, in qualche caso ottime». Le sue, ha proseguito, «sono posizioni che collimano al cento per cento con molte delle posizioni che sono state prese da questi movimenti che ormai vincono le elezioni tutte le volte che si vota in Europa. Prendono sempre il 20%. Il che vuol dire che in Europa un 100 milioni di persone la pensano così». Perciò, concluse, «sostenere una necessità di una forte risposta cristiana, anche in termini di crociata contro questa deriva islamista, terrorista e fondamentalista della religione islamica e di questo progetto di conquista dell'Europa e del califfato in Europa è sacrosanto».

Redazione online
29 luglio 2011 19:42

Politica e mazzette "Milioni alle coop per consulenze fantasma"

Il Giorno

Ex Falck, la ricostruzione dei pagamenti del gruppo Pasini nelle carte in mano alla Procura


Aree ex Falck

Sesto San Giovanni, 29 luglio 2011

Le Coop Rosse non hanno avuto un ruolo mariginale nella questione ex Falck. Anzi, hanno giocato da protagoniste. Le prove sono nelle carte, nei movimenti bancari fra Sesto, Modena, Sassuolo e Palermo, nei nomi dei protagonisti che Luca e Giuseppe Pasini identificano attraverso bonifici e fatture. Materiale che la Procura di Monza ha acquisito dalla Guardia di Finanza e sta passando al setaggio. L’inchiesta dei Pm Walter Mapelli e Franca Macchia sul presunto giro di mazzette nella ex Stalingrado d’Italia si complica e si allarga.

Filippo Penati e i suoi uomini, indagati a vario titolo con accuse che vanno dalla corruzione alla concussione (senza dimenticare il finanziamento illecito ai partiti), dovranno spiegare tante cose. Chiarimenti che dovranno fornire anche alcuni attuali amministratori di Sesto e alcuni dirigenti comunali, perché il rapporto della Gdf è chiaro e circostanziato: «Fattura da 1.549.370 euro emessa dalla Aesse (coop rossa di Bologna, ndr)». A pagarla nel 2001, a favore di Francesco Agnello, è l’Immobiliare Cascina Rubina dei Pasini. Motivo: «Promuovere lo sviluppo urbanistico dell’area ex Falck». Stesso discorso, due anni prima, per quel pagamento da 300 milioni di vecchie lire a Fingest, sempre a favore dell’uomo coop Agnello, «per prestazioni come da lettera di intenti», ovvero consulenze.

Ma la verità sarebbe un’altra. Lo dichiarano i Pasini alla Gdf. Comincia Giuseppe: «Agnello non ha eseguito alcuna prestazione e del resto io non conosco i soci della Aesse». Prosegue Luca: «Da Aesse e Fingest ricordo che non venne eseguita alcuna prestazione a fronte dei pagamenti da noi erogati». A cosa servivano, dunque, quei soldi? Secondo la Procura di Monza erano tangenti per ottenere le licenze edilizie sulle aree ex Falck. Concessioni mai arrivate, tanto che i Pasini, nel 2005, vendono i terreni (o meglio, li svendono) alla Risanamento di Luigi Zunino.

Riannodare i fili di questa strana storia non è semplice. Per riuscirci, bisogna seguire i soldi. Per esempio, quattro fatture «nel 2004 e nel 2005 da 52mila euro ciascuna» per un pagamento della Falck Spa dei Pasini ad Agnello «sul conto corrente 6993/76 presso il Credito Siciliano, sede di Palermo». Il motivo? «Assistere la società Falck in tutti i rapporti connessi ai suoi interessi in Sicilia». Agnello è un personaggio da romanzo. Fra il 1999 e il 2005 è rappresentante legale di ben sette società: cinque a Palermo, due a Modena.

Non è da meno l’altro consulente delle coop rosse, Gian Paolo Salami: pure lui dal 1999 al 2004 è rappresentante legale di sette società di Palermo, Modena e Massa Carrara. Anche lui è nella Aesse che nel 2002 riceve da Immobiliare Cascina Rubina 1.032. 914 euro e nel 2003 altri 516.457. La Gdf annota: «Le cifra corrispondono quasi all’esatto ammontare del volume d’affari del 2002 e del 2003». Come dire, sembra che le due società esistano soltanto per incassare soldi dai Pasini. Tesi che, secondo i Pm, dimostrarebbe un giro di soldi per ragioni diverse dalle dichiarate consulenze.

Le indagini, per dimostrare che le mazzette esistono, devono prima dimostrare i legami fra le persone. Ecco perché, fra le carte della Gdf acquisite dalla Procura, spunta un fax. Lo invia Luca Pasini il 16 gennaio 2002: è una distinta della Cariplo per un bonifico di 573.270 euro a favore di Fingest, società ricomnducibile all’universo delle coop rosse. Destinatario del fax Omer Degli Esposti, il potente vicepresidente del Consorzio Coopertive Costruzioni che, nella storia delle ex Falck, vanta un ruolo di primo piano.


di Stefania Totaro ed Ersilio Mattioni





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Ubriachi, si perdono per due giorni nelle catacombe di Parigi

Corriere della sera


La disavventura di tre ventenni dopo una macabra festa tra teschi e ossa mortuarie




Catacombs di Parigi,  «l'ossario comunale»  della capitale francese
Catacombs di Parigi
MILANO - Volevano passare una notte all'insegna dell'alcol e della trasgressione, ma la loro avventura sotterranea si è trasformata in un lungo e angosciante incubo. Per 48 ore tre giovani parigini sono rimasti intrappolati nelle catacombe della capitale francese, e ci sono voluti ben 35 agenti della polizia per riportarli in salvo.


MACABRA FESTA - La singolare avventura è iniziata la notte di lunedì scorso. Un gruppo di cinque giovani francesi, tra cui una ragazza di 22 anni convinta di conoscere perfettamente i cunicoli sotterranei, si è intrufolato nelle catacombe della capitale, conosciute anche come l'Ossario comunale perché vi sono custodite le ossa di 6 milioni di cadaveri. Da anni ormai queste gallerie sotterranee, che si estendono per svariati chilometri nelle viscere di Parigi, sono una delle attrazioni turistiche della Ville Lumiére, ma è possibile visitare solo alcune zone e soprattutto è severamente proibito entrarci di notte. I divieti, però, non hanno fermato i ragazzi, che si sono ubriacati e hanno organizzato una macabra festa tra teschi e ossa mortuarie. Tuttavia qualcosa è andato storto e all'improvviso la comitiva si è dispersa nei lunghi cunicoli. Due dei cinque giovani sono riusciti a trovare facilmente la via d'uscita, ma gli altri ragazzi, rispettivamente di 22, 24 e 25 anni, si sono persi nel labirinto sotterraneo.
IL MESSAGGIO E LA MULTA - I tre ragazzi smarriti hanno girovagato inutilmente per gli stretti cunicoli per ore cercando la strada perduta. Naturalmente i telefonini non funzionavano e a un certo punto uno dei tre, preso dallo sconforto, ha scritto un messaggio disperato su un foglio e l'ha lasciato in una galleria: «Sono le 6 e mezza di mercoledì 27 luglio. Ci siamo persi. Ci dirigiamo verso sud». I due ragazzi che avevano partecipato alla festa sotterranea ed erano riusciti a tornare in città si sono presto accorti dell'assenza dei loro compagni d'avventura, ma hanno avvertito la polizia solo mercoledì mattina. Una squadra speciale di 35 agenti, divisi in sei gruppi, si è calata nelle viscere della capitale e ha iniziato la ricerca. Dopo alcune ore un agente ha trovato il messaggio disperato lasciato da uno dei ragazzi e alle tre del pomeriggio finalmente sono stati rintracciati i tre giovani. Esausti e senza forze si erano addormentati in una galleria. Dopo averli curati e rifocillati, gli agenti gli hanno presentato il conto: dovranno pagare una multa di 135 euro per essere entrati in zone delle catacombe parigine proibite al pubblico.


Francesco Tortora
29 luglio 2011 16:30



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L'ultima vittoria animalista: alla sagra gara con i maiali portati in braccio

Corriere della sera

Grottesca soluzione a Bassiano per rispettare il divieto di maltrattamenti: alla corsa dei porci, padroni da soma



Un maiale in braccio alla sua padrona (foto dal web)
LATINA - Di corsa con il maiale in braccio: è la rivincita del suino sull'uomo. La battaglia delle associazioni animaliste contro la Corsa dei Porci di Bassiano (Latina) conosce sviluppi grotteschi, senza per questo cancellare le polemiche. Per salvare i porcellini e allo stesso tempo non far decadere il tradizionale appuntamento previsto nella locale Sagra del prosciutto, sono scese in campo tutte le istituzioni. In testa il sindaco, che ha deciso di modificare il regolamento comunale prevedendo che gli animali bardati dal tricolore dovranno sì correre, ma in braccio ai rispettivi custodi. Prima della campagna degli animalisti in loro difesa, i porcelli venivano legati ad una zampa, incitati e percossi per tagliare il traguardo.

Unmomento della corsa dei maiali a Bassiano nel 2010
QUESTORE E PREFETTO IN CAMPO - La singolare e pilatesca decisione giunge a poche settimane di distanza dalla campagna dell'Enpa (Ente nazionale protezione animali) contro le sagre e feste popolari - numerose nei borghi della Penisola -che maltrattano gli animali. Regole meno cruente, dunque, a Bassiano - borgo sui monti Lepini a sud della Capitale - dopo le diffide dell'Enpa e del Partito animalista europeo che ha visto accolte le proprie istanze dal prefetto di Latina, ricevendo però una bacchettata dal Questore, che ha concesso all'associazione di protestare il giorno della corsa, ma senza far chiasso. E per questo è stato a sua volta diffidato dagli animalisti.

«Ci presenteremo comunque a Bassiano - dice il presidente nazionale del Pae, Stefano Fuccelli - abbiamo inoltrato la richiesta di manifestare in concomitanza con la Corsa dei Porci domenica 31 luglio dalle 18: gli attivisti arriveranno da tutta Italia in maniera pacifica, anche se il questore ci ha vietato l'uso di megafoni e fischietti».

PROTESTA BLINDATA - Gli animalisti protestano: «Ci hanno anche vietato di seguire il percorso della corsa, relegandoci in un angolo del paese». E' un tentativo delle autorità, sostiene Fuccelli, «di vanificare la nostra protesta blindandola: noi non vogliamo fare sommosse, ma dissentire rispetto a quello che pensiamo sia un maltrattamento». E aggiunge: «Il questore è stato diffidato con urgenza dal nostro ufficio legale: ora dovrà rispondere entro la data della manifestazione se cancellare i divieti nei nostri confronti oppure confermarli motivandone la permanenza. E assumendosi tutte le responsabilità del caso».
«PORTATI A SPALLA? NON BASTA» - Lotta dura, dunque. Eppure agli animalisti dovrebbe piacere il risultato di aver quasi invertito i ruoli tra uomo e animale in occasione della corsa dei maiali. «La legge è anche più severa, - spiega il leader del partito -: gli animali non possono essere percossi, maltrattati o spaventati. Noi pensiamo che ci saranno dei problemi anche nel portare in braccio o spalla i maiali: ce la faranno i conduttori a sopportare il peso o vedremo ancora una volta gli animali scagliati a terra?». Solo domenica, dalle 18, si avrà la risposta nello svolgimento della corsa che mette in palio ben… due maiali. E anche sugli animali promessi in premio le polemiche non mancano, qui come nel resto d'Italia. Sarà colpa, forse, di questa estate della rinnovata sensibilità animalista, bussola per una miriade di gruppi e associazioni che han deciso di non farla passare liscia a quelle sagre e feste che ospitano gare in cui gli animali vengon maltrattati.


Un maiale legato per una zampa alla Corsa dei Porci di Bassiano (dal web)
CENSIMENTO DELLE SAGRE E DENUNCE - Tra le associazioni più attive - molte sono collegate direttamente al ministero guidato da Michela Vittoria Brambilla - figura l'Anpana onlus (Associazione protezione animali natura e ambiente) che, tramite Facebook e non solo, si sta adoperando per censire tutte le manifestazioni più cruente in Italia, con l'obiettivo di contattare tutti i comuni «incriminati».


Spiega il legale della onlus, Maria Morena Suaria: «Abbiamo ricevuto 200 denunce solo per il palio di Ronciglione e ci tengo a precisare che, per evitare l'accusa di calunnia, cerchiamo prove su manifestazioni illegali e non autorizzate prima di agire legalmente». Ricorda poi l'avvocato «che la legge 189/2004 prevede l'autorizzazione della Regione o del ministero competente» per questo genere di sagre. E indipendentemente dai maltrattamenti, «chi non c'è l'ha può essere già considerato fuori legge». L'obiettivo dell'associazione è censire tutte le manifestazioni, chiedendo a Regioni e Ministero della Salute quali siano state autorizzate, «e andando perciò a colpire tutte le altre di cui vi sia prova di svolgimento, ma che risultano sconosciute agli enti preposti».

PARROCO INDAGATO NEL FOGGIANO - Intanto il ministro Brambilla premia le manifestazioni «cruelty free» - senza crudeltà verso gli animali, per dirla all'italiana - ma l'Italia continua ad uccidere in ossequio a tradizioni ormai insensate. Come testimonia quotidianamente il gruppo Facebook che segnala in rete inutili sacrifici nelle sagre da ogni regione, soprattutto in questi giorni ricchi di fiere e manifestazioni che hanno luogo da secoli.

Il lavoro di alcune onlus apre uno spaccato sul Paese visto dal suo lato meno edificante, dove nessuno è escluso dal compiere atti di violenza nei confronti di innocue bestie. «Nel foggiano - spiega ancora l'avvocato Suaria - ci sono un'intera giunta e il parroco rinviati a giudizio per maltrattamento di animali in relazione ad un palio dove corrono buoi e cavalli…». E che dire, allora, del maialino di Bassiano? Che oggi la cosa peggiore che gli possa capitare è di trasformarsi in un prosciutto, come accade a migliaia di suoi simili ogni giorno. E non tutti avranno il privilegio di correre ammantati con la bandiera italiana.

Michele Marangon
29 luglio 2011 15:13

Un tunnel intitolato a Bud Spencer? Il web dice sì. Il Comune dice no

Il Mattino




Venerdì 29 Luglio 2011 - 10:08    Ultimo aggiornamento: 10:17



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Le dieci domande a Bersani che parla e non risponde

Libero




Bisogna dare atto a Pierluigi Bersani che da quando è scoppiata la cosiddetta questione morale del Pd, la sua linea non è stata quella del silenzio. O meglio: di fronte alle accuse a carico di Tedesco, Pronzato e Penati, sulle prime il segretario è stato muto come un pesce, ma visto il clamore alla fine ha scelto di parlare. Una lunga lettera al Corriere della Sera, un’altra a il Fatto quotidiano, infine una conferenza stampa per annunciare addirittura una class action contro quella da lui definita una macchina del fango, cioè noi. Riconosciamo che il capo del partito democratico non è stato a perder tempo o, per usare il linguaggio colorito che lo ha reso popolare, a smacchiare i leopardi.

Pur non essendo stato zitto, il leader del maggior partito d’opposizione sulle questioni sollevate dalle inchieste della magistratura in realtà non ha detto quasi niente. Di certo non è entrato nel merito della faccenda che riguarda uno dei suoi uomini di fiducia, quel Filippo Penati che fino a meno di un anno fa era il capo della sua segreteria, dopo essere stato il coordinatore nazionale della mozione che lo portò al vertice del Pd. Bersani ha detto che il Pd ha le mani pulite e non ha nulla da nascondere? Bene, ne siamo lieti. Ci permetta  allora di porgli alcune domande atte a chiarire ancor meglio le vicende e le accuse che riguardano l’ex vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia. Lo facciamo nel modo più chiaro possibile, sperando che il desiderio di approfondire una delle più controverse operazioni in cui Penati è coinvolto non ottenga in risposta una nuova minaccia di querele.

Ovviamente ci riferiamo al discusso acquisto del 15 per cento della Serravalle, la società autostradale che la provincia  di Milano guidata da Penati comprò sei anni fa, regalando a un imprenditore privato, Marcellino Gavio, un utile netto di quasi 180 milioni di euro.  L’aggettivo discusso lo usiamo non per spirito di polemica, ma perché effettivamente la decisione all’epoca suscitò molte polemiche e anche una denuncia: innanzi tutto perché alcuni giudicarono il prezzo esorbitante, eppoi  in quanto quasi contestualmente Gavio partecipò con 50 milioni alla scalata dell’Unipol  a Bnl, quella che, per intenderci, fece dire all’allora segretario Ds  Piero Fassino: «Abbiamo una banca!»

Ma veniamo alle domande.

1 - Innanzitutto gradiremmo sapere, a distanza di quasi  sei anni, come giudica quell’operazione. È convinto che sia stata una buona scelta usare i soldi della provincia di Milano per comprare le azioni di Gavio? Non sarebbe stato meglio, ed economicamente più conveniente, acquistare quelle detenute dal  comune di Milano, che pure erano in vendita?

2 - Come è noto Gavio aveva comprato meno di due anni prima quelle stesse azioni a 2,9 euro. Penati le comprò, indebitando la provincia, a quasi 9. Lei che è stato ministro delle Attività produttive e si picca di capirne di economia, a distanza di anni il prezzo pagato dal suo ex capo della segreteria politica come lo giudica? Equo?

3 - È mai stato a conoscenza che Banca Intesa aveva fissato il  valore di quelle azioni a un massimo di 5 euro?

4 - Prima della decisione della provincia di comprare il 15 per cento della Serravalle lei ne discusse mai con Penati? Partecipò a incontri con l’ex presidente della provincia e un consulente a lui vicino?

5 - Nel corso degli anni, le è mai venuta la curiosità di chiedere a quello che poi sarebbe diventato il coordinatore della mozione che le fece vincere il congresso del Pd perché avesse cambiato idea su Gavio? Cioè perché dopo aver dichiarato che l’imprenditore era un «ostacolo alla legalità in Serravalle» (Corriere della Sera  di ieri) decise di comprare le azioni a 8,973 euro?

6 -  Quando lei decise di nominare Penati coordinatore della mozione congressuale, ci fu qualcuno che la sconsigliò?

7 - Quando Penati si dimise da capo della sua segreteria a causa della sconfitta di Stefano Boeri alle primarie di Milano, non le parve strana quella decisione, dato che Penati non aveva una diretta responsabilità nella scelta di Boeri e non aveva alcun ruolo ufficiale nella scelta dell’architetto come candidato del Pd? Perché dimettersi se nessuno quelle dimissioni le aveva richieste?

8 - Le risulta che Bruno Binasco, ossia il braccio destro di Marcellino Gavio oltre che l’uomo accusato di aver pagato 2 milioni all’intermediario di Penati,  abbia finanziato in passato i Ds con contributi in chiaro? O che lo abbia fatto lo stesso  Gavio?

9 - Le risulta che Binasco, Gavio o società a loro riconducibili abbiano  dato contributi in chiaro a fondazioni vicine a esponenti dei Ds prima e del Pd poi?

10 - Tralasciando eventuali aspetti penali, che non è detto esistano e sui quali comunque tocca alla magistratura esprimersi, non le pare che ci sia un conflitto di interessi tra il partito, i suoi finanziatori e gli amministratori, che da Gavio e soci comprarono le azioni?

Lei forse dirà che le nostre sono domande provocatorie. Ci creda, non è così. Abbiamo solo cercato di mettere in fila alcune questioni, utilizzando voci e indiscrezioni che girano a Milano. Non  conoscendone però il fondamento abbiamo pensato che l’unico a poterci illuminare fosse proprio lei. In nome dei propositi di trasparenza e onestà da lei stesso enunciati. Restiamo in attesa delle sue risposte. Ci stia bene.


di Maurizio Belpietro

29/07/2011




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Tre dipendenti su dieci inabili al lavoro Romano: «C'è la crisi, serve sobrietà»

Corriere del Mezzogiorno

Il presidente del Consiglio regionale chiede spiegazioni alle Asl. «Contrario all'allargamento della giunta»


Paolo Romano
Paolo Romano

NAPOLI - Il 30 per cento dei dipendenti della sanità pubblica campana risulterebbe inabile al lavoro. È quanto denuncia il presidente del consiglio regionale, Paolo Romano, del Pdl. «Non ho motivi per dubitare di queste informazioni — conferma Romano —, ma proprio per essere corretto fino in fondo ho inviato una lettera ai vertici delle aziende sanitarie e delle aziende ospedaliere della Campania per ottenere un adeguato riscontro. Lunedì invierò un’altra missiva di sollecito, dato che non ho ricevuto ancora nulla».



ROMANO - «Se le mie informazioni saranno confermate come suppongo — aggiunge il presidente dell’assemblea regionale — avvieremo una meticolosa verifica delle posizioni di ogni dipendente della sanità pubblica regionale. In tempi di crisi come questo non possiamo consentirci il lusso di avere servizi discutibili e una spesa per gli stessi che va oltre il 75 per cento del bilancio regionale. La sanità campana funziona male, nonostante le ingenti spese, perché in passato è stata usata come ammortizzatore sociale e come strumento di clientelismo. In questi mesi stanno emergendo tutti gli errori fatti nel passato, che non riguardano solo chi ha governato negli ultimi anni, ma anche chi non è stato in grado di denunciare queste criticità». La prossima settimana, tra l’altro, in agenda sono previste le nomine dei nuovi vertici delle aziende sanitarie della Campania. Mentre quelle commissariate - la Asl Napoli 1 e quella di Salerno — rimarranno tali, probabilmente con nuovi commissari.

CISL - Una partita tutta politica che, tuttavia, anche per evitare contraccolpi sul piano di rientro dal debito e per accogliere le direttive del governo nazionale, dovrà essere aperta e chiusa in breve tempo. Sul tema è intervenuta anche la segretaria regionale della Cisl, Lina Lucci, esortando a fare presto e a dare un definitivo assetto al’organizzazione sanitaria regionale: «Chiediamo al presidente della giunta regionale della Campania di provvedere subito alla nomina dei direttori generali delle Asl e delle aziende ospedaliere così da favorire l’uscita da una condizione di commissariamento che non giova ai rapporti sindacali e all’efficientamento del settore ed eliminare qualsiasi alibi in capo al governo che pone questa come condizione per svincolare i 3,3 miliardi attesi (2,4 miliardi di contributi statali, 400 milioni derivanti dal gettito Irpef e Irap e 500 milioni dai fondi Fas)». Paolo Romano, tra l’altro, ha espresso anche una severa opinione sul possibile allargamento della giunta regionale a 14 assessori. «Credo — spiega — se si chiedono sacrifici ai cittadini, fosse anche per motivi di semplice opportunità, non sarebbe saggio ampliare la squadra di governo regionale. Il nostro compito dovrebbe essere un altro: quello di fornire l’esempio e assumere una condotta manifesta di sobrietà».

I NUMERI - Ma torniamo alla sanità e ai suoi numeri, così come furono forniti ad inizio anno dal dossier sulla sanità. Le voci di spesa più consistenti in Campania riguardano il cosiddetto salario accessorio», vale a dire tutta la mole di incentivi, straordinari, progetti di produttività, progressioni verticali, reperibilità e altre formule contemplate dai contratti, che in particolare nell’azienda sanitaria Napoli 1 costituiscono la metà dello stipendio degli operatori. Nel 2009 l’Asl di Napoli ha speso al netto dei contributi 145 milioni su 286 milioni di voci fisse per i 10 mila 182 dipendenti complessivi, facendo alzare la media del costo per operatore in tutta la regione: che è, ora, intorno ai 63 mila euro annui, cioè poco meno di 25 mila euro più dei colleghi. All’ospedale Cardarelli i 3.619 dipendenti costano 91 milioni per le spese fisse e 56 per quelle aggiuntive. L’Asl di Salerno ha stanziato per il salario accessorio 15 milioni; la Asl Napoli 2 ha speso 37 milioni; la Napoli 3 ben 29 milioni; la Asl di Caserta ha stanziato 41 milioni; la Asl di Avellino, invece, 11 milioni e quella di Benevento 10 milioni di euro. Nel rapporto con le altre regioni la situazione diventa ancora più allarmante: se in Campania, infatti, a fronte di 52 mila dipendenti della sanità pubblica la spesa è pari a 3,250 miliardi, in Piemonte i dipendenti sono circa 58 mila unità, ma si spende 2,9 miliardi all’anno. In Lombardia sono 102 mila i dipendenti e si spendono 5 miliardi. In Veneto vengono stanziati 2,7 miliardi all’anno per circa 60 mila operatori. Mentre l’Emilia Romagna spende 2,9 miliardi per 60 mila lavoratori.



Angelo Agrippa
29 luglio 2011




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Parà morto in Afghanistan Quella madre sull’attenti onora suo figlio e l'Italia

di Cristiano Gatti

Annarita Lomastro ha accolto col saluto militare la salma del suo soldato mostrando rispetto per la scelta di vita del figlio. Come sarebbe piaciuto a lui, caduto per la patria



Ormai i funerali dei nostri soldati finiscono tra le frattaglie del grande notiziario. Come dimenticare il clamore e l’enfasi per i primi caduti: adesso, superata quota quaranta, siamo alla routine funeraria. La notizia dell’imboscata, l’addio dei commilitoni a Kabul prima del rimpatrio, l’atterraggio a Ciampino, il saluto alla salma con tutti gli onori e qualche autorità, i funerali nella basilica romana di Santa Maria degli Angeli, i cappellani militari che invocano la concordia nazionale a sostegno di questi nostri giovani eroi, infine l’ultimo viaggio al paese d’origine...

E ammettiamolo senza ipocrisie: lo stanco rituale non sconvolge più nessuno. L’opinione pubblica italiana, si usa dire, ha metabolizzato anche questo prezzo inevitabile delle missioni all’estero. Una foto, dieci righe di didascalia con gli scarni estremi di cronaca, e via archiviata la pratica. Così purtroppo succede a chi non muore per primo. Così è successo inevitabilmente anche a David Tobini, il caporalmaggiore della Folgore ucciso lunedì scorso. Eppure, proprio questo funerale non è passato come gli altri.

C’era qualcosa, nei soliti filmati della solita storia triste, che stavolta colpiva la distratta platea. Sulla pista di Ciampino, dove siamo soliti vedere anziane madri stravolte dal pianto, protette da occhialoni scuri e castigati foulard neri, stavolta abbiamo subito visto una giovane donna bionda, vestita di jeans e maglietta fiorata, con sopra un’ampia casacca bianca aperta sul davanti. Al collo una cravatta rossa. In testa, un basco da parà. Questa donna, così giovanile da poter tranquillamente passare per sorella, era e sarà sempre la mamma di David, il caporalmaggiore morto in Afghanistan facendo il proprio mestiere, servendo la propria causa.

Si chiama Annarita Lomastro, è impiegata in uno studio dentistico, ha un altro figlio, Giorgio, che le è rimasto sempre vicino, e vive separata dal marito, infermiere in un ospedale romano. Il quadro familiare è uno dei tanti che emergono improvvisamente dall’oceano della realtà italiana, quando un colpo assassino va ad intercettare brutalmente proprio quello e lo colloca per qualche giorno al centro dell’attenzione generale, rendendolo unico e originale. David aveva compiuto 28 anni proprio sabato scorso. Aveva una vita davanti.
Due giorni dopo, non l’aveva già più.

Anche Annarita, anche questa mamma italiana centrata al cuore dal dolore più atroce, avrebbe il diritto di presentarsi sulla pista di Ciampino come le altre madri sventurate: spenta e nascosta dal nero, con tanta rabbia in corpo, decisa a rinfacciare questa morte ingiusta, lontana da casa. Le abbiamo ascoltate tante volte, le abbiamo persino un po’ bacchettate, queste nostre amatissime e inimitabili mamme italiane: hanno i figli in guerra, ma quando le loro creature tornano in una bara sfogano lo strazio contro la guerra, contro i potenti, contro il cielo, contro tutto e contro tutti, perché nessuno ha saputo proteggere quel figlio così adorato, carne della loro carne, sangue del loro sangue. Sono tenerissime e inguaribili, le mamme italiane: quando i figli vanno in guerra, vorrebbero combattessero sempre con proiettili a salve, magari a schiaffoni. Che il loro soldato possa morire servendo quella divisa proprio non riescono ad accettarlo.

È così che improvvisamente ci spieghiamo come mai, in questa inevitabile e stanca routine dei funerali di Stato, quella giovane mamma stranamente ci colpisca tanto, risvegliandoci dal torpore di immagini e notizie mestamente sempre uguali a se stesse.

La signora Annarita è vestita in jeans e scamiciata di bianco, con la cravatta rossa e il basco amaranto del suo David, ma non solo. Questa donna mutilata del legame più saldo e più profondo non è sulla pista di Ciampino a sfogare legittimamente dolore e rabbia, come quasi sempre succede nel pianeta ovattato del mammismo tricolore: è lì semplicemente per salutare il suo ragazzo soldato, orgogliosa di quel ragazzo soldato, capace di offrire la vita alla causa ritenuta più giusta, liberamente scelta, coraggiosamente combattuta.

Anche Annarita avrebbe infiniti motivi per accoglierlo con insormontabili risentimenti cosmici: l’esercito gliel’ha preso vivo e nel fiore degli anni, in uno strano giorno di luglio glielo restituisce dentro a una bara, avvolto nel tricolore. Ma lo dobbiamo capire e rispettare tutti, anche quelli di noi che al solo pensiero delle armi e degli eserciti sentono forte il senso di ribellione: quella era la vita, quella era l’idea della vita che il caporalmaggiore David aveva scelto. La sua mamma, prima di chiunque altro, la comprende e la rispetta, persino adesso, nel punto estremo, davanti all’irreparabile.

Così, mentre l’aereo atterra, si fa trovare pronta: senza cedimenti, senza rinfacciare niente a nessuno. Quando il suo eroe sfila dentro alla bara, non avverte l’istinto di corrergli incontro e accarezzarlo, versando insanabili lacrime di madre. Prima di tutto questo, si mette sull’attenti e gli rivolge un fiero saluto militare. Sì, proprio come piacerebbe al suo ragazzo, che certamente ora le sorriderebbe, almeno quanto può sorridere un soldato, prima di liberarla con la giusta risposta: riposo, mamma.




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Mi offriva un caffè e capivo di dover portare mazzette di 20 mila euro»

Corriere della sera

Indagine su Penati, Pasini accusa un assessore. I consulenti dei pm: Serravalle, prezzo congruo



Filippo Penati
Filippo Penati
MILANO - Brioches e appalti, un caffè per tangente: lo racconta ai pm il costruttore (e consigliere comunale di centrodestra) Giuseppe Pasini nell'accusare un esponente storico delle giunte di sinistra di Sesto San Giovanni, l'assessore al Bilancio-Commercio-Edilizia privata Pasqualino Di Leva, dimessosi una settimana fa dopo essere stato indagato: «Fino a due anni fa - sostiene Pasini - ho pagato tranche tra i 20.000 e i 50.000 euro per un totale che si aggira sulle centinaia di migliaia di euro. La prassi era che, quando veniva rilasciata una licenza, Di Leva mi chiamava e mi diceva che la licenza o qualche altro atto a me favorevole era stato approvato, e mi invitava ad andare a bere un caffè. Io capivo che avrei dovuto portare qualcosa e preparavo in una busta dei contanti che consegnavo in Comune. Decidevo io l'importo in base alle mie disponibilità. Ricordo per esempio che due anni fa ottenni la licenza per la costruzione dell'edificio dell'Alstom Power nell'ambito dell'area Marelli e in quell'occasione gli ho dato circa 30-40.000 euro».

«I soldi a Penati? Per me erano per il partito a livello nazionale»
Per l'ex sindaco dei Democratici di sinistra Filippo Penati, invece, come noto, Pasini per l'area Falck quantifica la tangenti («mi disse che dovevo dare qualcosa per il partito») in somme ben più elevate, come i 4 miliardi di lire all'estero in contanti nel 2001 al «collettore di Penati» Piero Di Caterina: perché così tanti soldi? «Perché si trattava di una operazione molto grossa per la quale potevo anche pensare che fosse necessario un pagamento a livello nazionale all'interno del partito». Penati contrattacca: «Singolare che Pasini nel 2001 paghi 4 miliardi all'estero a Di Caterina e Di Caterina nel 2010 chieda che io gli restituisca quei soldi: siamo alle tangenti con l'elastico... Pasini si è candidato nel 2007 a sindaco di Sesto per il centrodestra, tutti si chiedono perché abbia aspettato 10 anni a parlarne. Crolla la credibilità di questi due imprenditori che, da indagati, mi accusano per coprire i loro guai».

«Temevo le cooperative rosse braccio armato del partito»
Sotto i molti omissis sull'area Falck sopravvive una manciata di righe sull'iniziale tandem (poi però sfumato) tra Pasini e il gigante delle coop rosse Ccc (1,2 miliardi di euro di appalti), il cui vicepresidente Omer Degli Esposti è indagato per concussione, al pari dei consulenti Francesco Agnello e Giampaolo Salami, nell'ipotesi che li abbia imposti al costruttore, il quale li retribuì nel 2002-2004 per «consulenze» con 2 milioni e 400.000 euro in 4 fatture: «Francesco Agnello, rappresentante di politici di area di centrosinistra, si era proposto come mediatore tra noi e le coop. Mi fu presentato da Degli Esposti. La somma che ho pagato a Francesco Agnello mi è stata indicata credo da entrambi: mi sono determinato a versarla - dice Pasini - perché non potevo contraddire le cooperative se non rischiando di affossare totalmente l'operazione, e questo perché, a mio giudizio, le cooperative emiliane sono il braccio armato del partito e dunque non era opportuno litigare con le stesse».

La perizia dei pm di Milano: Serravalle, il prezzo era congruo
Penati e Di Caterina, insieme al top manager Bruno Binasco della holding di Marcellino Gavio, sono indagati anche in relazione a 2 milioni di euro che Binasco nel 2008 versò come caparra a Di Caterina per l'acquisto di un immobile di cui però poi lasciò scadere l'opzione valida fino alla fine del 2010: per l'accusa sarebbe stata la «maschera» di un finanziamento illecito al partito di Penati, sulla falsa riga di quanto il 26 aprile 2010 Di Caterina scrisse a Penati e Binasco, in una lettera sequestrata dalla Guardia di Finanza di Milano, per chiedere la restituzione delle «notevoli dazioni di denaro a Penati dal 1999». Perciò da giorni si è riaccesa l'attenzione sul 2005, quando la Provincia di Milano presieduta da Penati acquisì dal gruppo Gavio-Binasco il 15% della società autostradale «Milano Serravalle» al prezzo di 8,9 euro per ciascuna azione che Gavio aveva comprato a 2,9.

L'operazione da 238 milioni, censurata nel 2010 come «priva di qualsiasi utilità» dalla Corte dei conti, già all'epoca fu criticata da politici come l'ex sindaco pdl Albertini (che presentò un esposto) e da chi la metteva in relazione all'appoggio finanziario (50 milioni) fornito poi da Gavio alla scalata dell'Unipol di Consorte alla Bnl. I pm monzesi Mapelli e Macchia ora hanno chiesto a Milano non tutta l'inchiesta dell'epoca, ma la perizia affidata ai docenti universitari Mario Cattaneo e Gabriele Villa sulla congruità o meno del prezzo. I consulenti dei pm milanesi rilevarono che, in un'ottica puramente privatistica, il prezzo di 8,9 euro era fuori mercato rispetto a un minimo di 4,91 euro e un massimo di 7,52. Ma ritennero che il prezzo pagato dalla Provincia potesse invece apparire «ragionevole» e «congruo» e frutto di «condizioni economicamente sostenibili» se lo si considerava nell'interesse pubblico della Provincia che, acquisendo quel 15%, si era assicurata la maggioranza assoluta della Serravalle, senza più mediazioni o alleanze con altri soggetti (anche pubblici come il Comune di Milano), esito che a sua volta ne accresceva il valore. Di fronte a queste conclusioni della consulenza, la Procura di Milano si orientò a una richiesta di archiviazione, che però a distanza di 5 anni non è ancora stata avanzata.


lferrarella@corriere.it
gguastella@corriere.it

Luigi Ferrarella, Giuseppe Guastella

29 luglio 2011 08:28



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Parigi-Berlino, la guerra del foie gras

La Stampa

Bandito al Salone di Colonia: "Crudeli con le oche". La Francia convoca l'ambasciatore tedesco


ALBERTO MATTIOLI
corrispondente da parigi



Macché i bombardamenti in Libia o le divergenze sul debito greco. I rapporti franco-tedeschi sono a rischio per tutt'altra ragione: il foie gras. Mentre a Bruxelles Sarkozy e Merkel tubavano davanti alle telecamere fra baci e abbracci, Angela qui e Nicolas là, fra Parigi e Berlino scoppiava la guerra del fegato grasso. A cominciare («come al solito», dicono i francesi) sono stati i tedeschi. In particolare, l'Anuga, la fiera biennale dell'agroalimentare, la più importante del mondo, che si terrà a Colonia dall'8 al 12 ottobre.

I suoi organizzatori hanno deciso di boicottare il foie gras perché temono le proteste degli animalisti, che da tempo hanno nel mirino la pratica crudele del «gavage», l'ingrassamento coatto del fegato di anatre e oche. «I consumatori s'interessano sempre di più al modo con cui sono prodotti gli alimenti - spiega Christine Hackmann, portavoce dell'Anuga -. Abbiamo deciso di non autorizzare quel che è verboten in numerosi Paesi». In effetti solo Francia, Spagna, Ungheria e Bulgaria praticano ancora il «gavage», altrove (Italia compresa) vietato.

Ai francesi il divieto di foie gras è andato subito di traverso. Bruno Le Maire, il ministro dell'Agricoltura, ha scritto alla sua collega tedesca, Ilse Aigner, per definire la misura «inaccettabile» e «ingiustificata» e per annunciare che non andrà a Colonia. Il ministro del Commercio estero, Pierre Lellouche, ha convocato l'ambasciatore tedesco a Parigi per intimare al governo di Berlino di avere il fegato di obbligare l'Anuga a riammettere il prodotto incriminato. L'ambasciatore francese a Berlino ha ricevuto i colpevoli e ha spiegato loro che per la Francia il foie gras è una gloria nazionale. E il senatore socialista Alain Fauconnier ha minacciato di boicottare per rappresaglia i würstel d'oltre Reno.

Davanti ai francesi che si fanno un fegato così, i tedeschi replicano placidamente che gli unici competenti a stabilire cosa possa essere esposto alla fiera sono i suoi organizzatori e che lo Stato, in questo, non deve mettere becco. I francesi controreplicano che nel 2010 sono state esportate in Germania 170 tonnellate di foie gras, quindi è ipocrita stigmatizzare il modo con cui lo si produce se poi lo si mangia. In tutto questo starnazzare, non poteva mancare Brigitte Bardot nel suo consueto ruolo di paladina degli animali. Accusata per questo di collaborazionismo con i boches, BB ha scritto a Frau Aigner invitandola a non cedere alle pressioni di Parigi. I francesi hanno la coda di paglia. Il punto contestato non è l'annuale ecatombe di 37 milioni di anatre e 700 mila oche, sacrificate sull'altare del foie gras, ma il modo con cui il loro fegato viene innaturalmente ingrassato fino a diventare dieci volte più voluminoso di quanto previsto dalla natura. Ammassati in gabbie che impediscono loro ogni movimento, ai palmipedi viene «sparato» in bocca il mangime con un'apposita macchina. Morale: se vi piace il foie gras, non guardate le foto del «gavage» perché vi passerebbe subito la voglia di mangiarlo.

Ora, nel 1999 una raccomandazione del Consiglio d'Europa ha imposto che, almeno, anatre e oche abbiano gabbie individuali dove poter battere le ali, intimando ai francesi di adempiere entro il 2004 per i nuovi impianti ed entro il 2010 per i vecchi. Ma a Parigi hanno allungato la scadenza fino al 2015. La Commissione europea ha ribattuto che la raccomandazione sulle anatre (e pure le oche) «fa parte del diritto comunitario» e che la Francia è tenuta ad applicarla «a partire dall'1 gennaio 2011». Ma a oggi solo il 15% dei produttori è a norma. Tanto più che l'articolo L654 del Codice rurale (del 2006) sentenzia che «il foie gras è parte del patrimonio culturale e gastronomico della Francia». Come dire: ma quale Europa, il foie gras è mio e lo gestisco io.



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Berlinguer dimenticato

Il Giorno


E' LA SOLITA storia di sempre. L’abbraccio mortale tra affari e politica, dove gli affari devono pagare un prezzo, che può essere anche chiamato pizzo, perché no?, alla politica e dove però la politica sembra non poter vivere senza farsi corrompere dagli affari e l’una contamina gli altri e gli altri l’una per innescare un meccanismo di simbiosi mutualistica nel quale paradossalmente sono i corrotti quelli che riescono ad emergere. La corruzione non solo come mezzo per alimentare il sistema partiti ma anche come strumento di selezione per promuovere i peggiori ovvero per sostenere le carriere politiche dei corrotti. Il quadro è agghiacciante ma non dovrebbe sorprendere, anche se questa volta si parla di tangenti al «partito degli onesti», ovvero a quel partito che si era vantato di essere diverso dagli altri e che invece scopre con amarezza che diverso non è. Esattamente come aveva avvertito Bettino Craxi quando disse che se quello dei finanziamenti illeciti ai partiti è «un sistema criminale» allora tutti facevano parte di quel sistema criminale.


MA prim’ancora di Craxi era stato il segretario del Pci Enrico Berlinguer in una storica intervista sulla questione morale a denunciare la degenerazione, pur pretendendo di poter vantare una diversità etica del suo partito. Lo disse il 28 luglio 1981, esattamente 30 anni fa. «I partiti — sono parole di Berlinguer — hanno degenerato e questa è l’origine dei mali d’Italia, hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo, hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali». C’è qualcosa da cambiare in queste osservazioni? A giudicare da quel che ha detto Bersani ieri c’è da cambiare tutto perché secondo lui è tutto falso, le inchieste sul Pd sono pura invenzione, non ci sono state tangenti miliardarie, non c’è nulla, è tutta una macchinazione e attenti a sostenere il contrario perché partono le querele.



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I messaggi, l'incontro, le foto Così colpiva Curko il cannibale

Corriere della sera

Ricerche sulla vittima italiana. Teneva un archivio dei suoi crimini. Grazie ai file ritrovati due corpi


Curko e due delle sue vittime

MILANO - Kanibm@volny.cz. È la email segreta, ormai disattivata, che il cannibale slovacco Matej Curko usava per avvicinare, conoscere e organizzare gli incontri con le proprie vittime. È da questa email che potrebbero essere partiti i messaggi scambiati con la ragazza italiana 28enne di cui ha parlato il testimone svizzero, Markus Dubach, e su cui sta indagando la scientifica della polizia anticrimine di Roma. La chiave di tutti i misteri dell'«Hannibal Lecter» slovacco è nel computer trovato nella sua abitazione di Sokol, una macchina che gli esperti della polizia locale stanno analizzando.

Curko è morto su un letto dell'ospedale Louis Pasteur di Kosice il 12 maggio per le ferite riportate due giorni prima durante lo scontro a fuoco con il 37enne ufficiale della polizia che si era presentato all'appuntamento al posto di Dubach. Il poliziotto se l'è cavata con un proiettile e tre settimane di cure. I cinque proiettili sparati contro Curko invece non hanno lasciato scampo a lui e ai suoi segreti. E dunque per circoscrivere le indagini sulla ragazza scomparsa in Italia, le indagini devono partire dalla ricostruzione del modus operandi del cannibale. Come prendeva contatto con le proprie vittime consenzienti? Come le incontrava e come consumava la loro carne?

Curko aveva una doppia vita. In quella ordinaria stava nel suo villaggio di mille abitanti con la moglie e i due figli. I vicini lo hanno descritto come un uomo «ordinario»: un tecnico esperto di computer come il più noto cannibale tedesco Armin Meiwes. Aveva l'hobby delle armi. Nel poligono di tiro che frequentava lo hanno descritto addirittura come un «uomo mite». Ma il suo avatar digitale «Kanibm» dava sfogo invece alla sua indole folle, quella che gli esperti definiscono la psiche di un cannibale «moderno», con un cocktail letale di sadismo e masochismo che condivideva con le sue vittime in una sorta di suicidio rituale programmato. La conclusione era il pasto delle carni umani. Gli elementi certi emersi finora dalle indagini slovacche seguite dall'ufficiale della polizia Jaroslav Spisiak sono diversi: grazie alle tracce nel pc di Curko il 17 maggio scorso sono state trovate due ragazze sepolte nella foresta di Kysak, nei pressi del Sokol.

I corpi erano mutilati. Le parti mancanti corrispondono a quelle cotte e fotografate dal cannibale che teneva un archivio dei propri crimini. In un caso il corpo della donna era anche nudo. Il loro viso doveva essere deturpato visto che il riconoscimento è avvenuto solo una settimana dopo grazie al test del Dna. Le due ragazze, inoltre, risultavano scomparse dal 2010. Nelle email scambiate con loro Curko parlava di vittime precedenti: dunque potrebbe aver operato almeno dal 2009. La data è importante perché il provider Volny, come tutti gli altri, archivia le email solo per un certo lasso di tempo. Dunque l'assenza di una corrispondenza digitale con la presunta vittima italiana sarebbe coerente con l'archiviazione a tempo. Quello che manca è il rituale con cui avveniva il pasto: la polizia slovacca ha trovato nella foresta di Kysak un altare cerimoniale. Non è chiaro se fosse il luogo dove uccideva le vittime.

Ma il fatto che si fosse presentato armato all'appuntamento-trappola con il poliziotto, fa credere che uccidesse al primo incontro, per poi cucinare le parti asportate prima della sepoltura. Se era un emule di Meiwes non sembra dunque aver trovato il coraggio di portare alle estreme conseguenze la follia in un banchetto condiviso con la vittima come ha raccontato in numerose interviste e nel suo libro il cannibale tedesco.



Massimo Sideri
29 luglio 2011 09:05



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Rovinati da Woodcock: Ernesto Marzano

di Stefano Zurlo


Il fratello dell’ex ministro alle Attività produttive: «Tutte le accuse sono cadute prima del processo. Ma ormai ero un uomo distrutto»


Era il 2004 «Woodcock comin­ciò a intercettarmi. Una montagna di intercettazioni».Ernesto Marza­no parla di sé al passato. «Cerco di andare avanti ma la mia vita, la mia esistenza normale, è finita in quei mesi drammatici».

Dottor Marzano, non le pare di esagerare?
«Per niente. L'inchiesta della procura di Potenza che si è abbattu­ta su di me è stata una catastrofe».

Tutte le inchieste sono un guaio per chi sperava di farla franca.
«Io non speravo di farla franca. Io alla fine sono stato prosciolto da ogni accusa, ma ormai il danno era fatto».

Che cosa emerse dalle intercet­tazioni?
«
Emergevano le mie chiacchie­re. Vede, io parlavo a ruota libera, tessevo contatti e relazioni, spara­vo anche qualche balla».

Qualche balla?
«Sì, col senno di poi devo ammet­­terlo: sono stato un cialtrone. Uno a cui piaceva apparire importan­te ».

In pratica, cosa faceva?
Mio fratello Antonio era diventa­to­in quel periodo ministro delle At­tività produttive».

E allora?

«Io promettevo incarichi e con­sulenze. Ma, ripeto, bastava ascol­tarmi e po­i cercare i riscontri per ca­pire che si trattava di millanterie, al
peggio di cialtronerie».

Invece?

«Invece Woodcock prese tutto sul serio. Terribilmente sul serio».

Prese per oro colato quelle tele­fonate?

«Io fui indagato per corruzione e associazione a delinquere. E, quel che è più grave, fu indagato mio fra­tello. A Woodcock, anzi come lo chiamo io a Woodscoop, interessa­va mio fratello che, naturalmente, era ignaro delle mie chiamate».

Ma lei perché prometteva quel che non poteva promettere?
«Una forma di euforia. E, forse, una sorta di nevrosi: in qualche mo­do mi ritenevo creditore verso mio fratello Antonio perché avevo con­tribuito, come avevo potuto, alla costruzione della sua figura politi­ca. Dunque, mi sentivo in qualche modo parte dell'apparato».

D'accordo,il punto è però un al­tro: lei prendeva soldi?
«Ma no, gliel'ho detto. Era tutta una costruzione fantastica, al mas­simo dai brogliacci spuntava una bottiglia di champagne. Niente di significativo. Invece, di colpo, la mia vita andò a picco».

In concreto?
«Io ero consulente di diverse im­prese siderurgiche e del resto ave­vo avuto una brillante carriera nel mondo della siderurgia. Bene, da un giorno all'altro, tutti mi misero alla porta. Cominciando dalla Fal­ck ».

Lei non si difese?
«
Un attimo: tutte queste chiac­chierate erano da settimane man­gime per i giornali che si abbevera­vano alle mie disgrazie. La Falck e le altre aziende furono molto com­prensive: tutti dicevano che mi era­no vicini, che mi davano la loro soli­­darietà e tante altre cose carine, pe­rò, stringi stringi, mi pregavano di fare un passo indietro. E già che c'erano me lo imponevano. Fine della discussione. Io sono nato nel 1936 e fino ad allora avevo sempre lavorato bene, senza problemi. Di colpo a 68 anni ho avuto la sensa­zione che prova chi annaspa. Brut­ta. Sempre più brutta».

A casa?
«
Purtroppo fu anche peggio. Sa, la mia è una famiglia all'antica,rigi­da. Mio padre è stato ragioniere ge­nerale dello Stato: una figura im­portante negli anni Cinquanta; mia madre veniva da una famiglia della nobiltà nera, papalina, con ra­dici fra Roma e Napoli.
Vedere un figlio che fa voli pindarici e vedere questi voli pindarici atterrare pun­tualmente sui giornali dev'essere stato per tutti uno choc. In pratica, sono diventato il cialtrone di fami­glia, quello che aveva messo in diffi­coltà gli altri, il quello che li aveva colpevolmente esposti. Il lato de­bole e così via, nella cornice di una famiglia riservata, abituata ad an­dare sui giornali solo il giorno dei funerali».

Hanno preso le distanze da lei?

«Mi hanno escluso dagli avveni­menti della famiglia: non mi han­no più invitato ai battesimi e nem­meno ai matrimoni e, quel che è peggio, quando è morta mia mam­ma sono stato pregato di girare alla larga».

Lei?

«Ovviamente, ho disobbedito e sono andato a darle l'ultimo salu­to, ma intorno a me c'era il gelo».

L'inchiesta com'è finita?
«Come altre di Woodcock. Tra­sferimento per competenza alla Procura e poi al tribunale dei mini­stri di Roma e rapida archiviazio­ne ».

Le accuse sono evaporate?
«Sì: le mie, naturalmente, e an­che quelle di mio fratello. E pure quelle di altri indagati eccellenti: ri­cordo per esempio Tony Renis».

Tony Renis?
«Sì, sì, c'entrava anche lui. D'al­tra parte con le intercettazioni han­no riempito un furgoncino».

Ha ripreso le sue attività?

«No, sono morte in quel periodo e non è stato più possibile rientrare nel giro. Vivo della mia pensione e giusto ieri ho venduto, per fare cas­sa, la casa romana di via Polacchi».

In famiglia?
«Anche lì è difficile recuperare i rapporti. Purtroppo è andata co­sì ». E Marzano torna a guardare la sua vita come un oggetto del passa­to: «Voglio raccontare un ultimo episodio».

Prego.
«Woodcock venne ad interrogar­mi in caserma a Roma con i suoi consulenti. Io fui autorizzato a tele­fonare a mio figlio che aveva avuto un trapianto di rene. Fu una con­versazione, com'è facilmente in­tuibile, molto intensa e drammati­ca. Alla fine Woodcock si girò verso uno dei suoi tecnici e gli disse: "Commovente vero?" Questo è il clima in cui Woodcock mi ha posto le sue domande».





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Woodcock nel mirino del procuratore Toghe contro toghe: guerra tra vip

di Massimo Malpica

Il procuratore di Roma contesta il metodo Woodcock: l'abuso delle intercettazioni, la violazione della privacy e la criminalizzazione di semplici incontri: "Agiscono nell'illegalità".



Roma

Toghe contro toghe, accuse velenose sull’asse Roma-Napoli, molti sassolini tolti dalle scarpe. In una lunga intervista concessa all’Espresso oggi in edicola, l’aggiunto della procura capitolina e coordinatore della Dda di Roma Giancarlo Capaldo rivendica il diritto d’essere andato, a dicembre, a cena con Tremonti e con Milanese, senza fare «cose illecite». E mentre dal Csm rimbalza la notizia dell’apertura di una pratica su quell’incontro («Mi fa piacere che il Csm si stia interessando ad una vicenda emblematica di una clamorosa strumentalizzazione massmediatica.

Mi auguro che sappia trovare la forza di individuare le gravi responsabilità di chi manipola la verità per conquistare illegittimamente fette di potere», spiegherà in serata), il magistrato romano lancia un attacco frontale ai colleghi che non tengono un «profilo basso», o che vogliono dare «un clamore un po’ provinciale alle proprie inchieste», che fanno «eccessivo ricorso alle intercettazioni», che interpretano con troppa leggerezza la competenza territoriale mettendo così in piedi «una forma di illegalità».

Capaldo questo «collega che sbaglia» non lo nomina esplicitamente mai, ma l’identikit dei suoi strali sembra corrispondere a quello di John Henry Woodcock, il pm anglopartenopeo che a Napoli conduce l’indagine sulla presunta P4. L’intervista all’Espresso di Capaldo non solo sembra dar ragione a quanti ipotizzano attriti tra le procure di Roma e di Napoli dovuti agli sviluppi delle ultime inchieste «incrociate», dalla P3 alla P4, soprattutto per motivi di competenza territoriale, ma suona come un vero e proprio atto d’accusa contro i metodi d’indagine cari a Woodcock, paventando la creazione di un sistema di «dossieraggio» quasi gossipparo basato sulle intercettazioni non rilevanti per le inchieste, ma sufficienti a colpire gli «spiati» spiattellando le loro chiacchiere sui giornali.

Capaldo esordisce spiegando che la procura di Roma non merita più l’appellativo di «porto delle nebbie» perché «svolge le funzioni nel modo migliore possibile», con «il senso istituzionale e il profilo basso che deve avere il magistrato rispetto alle inchieste». «È da oltre un anno - aggiungerà poi - che resisto a tentativi diretti a delegittimarmi ed a impedirmi di portare avanti, insieme con altri colleghi, inchieste molto scomode». La frecciata non è abbastanza chiara?

Capaldo rincara la dose, aggiungendo che se le inchieste romane finiscono sui giornali è «per l’importanza oggettiva non per il clamore, un po’ provinciale, che qualcuno vuole dare alle proprie indagini». E anche se l’aggiunto romano risponde di non riferirsi a una procura in particolare, quando gli viene chiesto delle indagini napoletane basate su fatti avvenuti a Roma, replica che il fatto che Roma sia «oggettivamente» la sede naturale più frequente per «i reati corruttivi più rilevanti» evidentemente «non è visto bene da altre procure». Un preludio a un nuovo affondo: «La competenza non è solo un fatto burocratico - insiste - ma un primo aspetto di legalità (...) svolgere indagini per cui non si è competenti è una forma di violazione della norma. Una forma di illegalità».

La toga romana glissa sulla cena, limitandosi a dire che «soltanto malpensanti, e ce ne sono molti, possono aver ipotizzato che si è parlato con il ministro di fatti giudiziari», ma quando si sfiora ancora il tema del collegamento tra i «doppi filoni» di indagine tra Roma e Napoli, torna a ipotizzare «strumenti migliori di coordinamento» per «evitare processi paralleli o coincidenti».
Ma il veleno è nella coda.

«Cosa pensa delle intercettazioni?», chiede all’aggiunto romano l’autore dell’intervista, Lirio Abbate. E Capaldo, dopo aver elogiato «uno degli strumenti di investigazione più importanti» chiosa: «Ritengo che vi sia un ricorso eccessivo». Con la conseguenza, continua, che gli indagati «non parlano più al telefono dei propri traffici». L’effetto è che finiscono spiate conversazioni sulla «sfera intima dell’indagato», e l’intercettazione «diventa più gossip».

Ossia «uno strumento pericoloso per i dossieraggi che oggi sono di moda», quegli stessi dossieraggi che, per dirne una, Woodcock e Curcio ipotizzano come sfondo della presunta P4. Ma allora la cura è peggiore del male? C’è una macchina del fango «mascherata» da potere giudiziario? L’ultima stoccata di Capaldo non sembra colpire troppo lontano: «Se le notizie sono acquisite in atti di indagini - conclude il procuratore aggiunto di Roma - queste rischiano di diventare dei dossier giudiziari e mettere la vita privata delle persone in piazza al di là della valenza penale».




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Nella riserva di Osojane dove vivono segregati i "pellerossa" d’Europa

di Maria Sorbi

Si fa la spesa sotto scorta, i bambini fanno lezione solo se funzionano i generatori. Le autorità ostacolano gli aiuti internazionali. E i cristiani sono sempre più assediati



L’ospedale di Osojane ha solo cinque posti letto, un vecchio defibrillatore donato dall’Unione europea chissà quanti anni fa e poche medicine, mai quelle che servono. Eppure i serbi del piccolo villaggio vanno avanti così, come capita. A scuola si fa lezione solo quando c’è la luce, solo quando gli albanesi lasciano stare i generatori e non staccano la corrente per dispetto. A fare la spesa si esce poco, sotto scorta e a testa bassa.

In Kosovo il conflitto è finito più di dieci anni fa. L’Onu era intervenuta per garantire una convivenza pacifica tra i serbi e gli albanesi. Ma dal 1999, da quando cioè sono state deposte le armi, si combatte un’altra guerra, silenziosa, quotidiana, sottile. Fra civili. Una guerra fatta di mine anti-uomo nascoste nei campi concessi ai serbi dallo Stato, fatta di furti e di aiuti umanitari intercettati alla frontiera e dirottati altrove. Qualche settimana fa è stato condannato a un mese di carcere un serbo kosovaro del villaggio di Velika Hoca (a ovest del Kosovo) che si era rifiutato di ritirare la bandiera serba issata sulla sua auto. E ora la tensione aumenta: Pristina ha deciso di riprendere il controllo di due punti di frontiera con la Serbia e si è a un passo dal reciproco boicottaggio delle merci.

Durante la guerra i serbi venivano descritti come i «cattivi». Ora quelli che sono rimasti in Kosovo, per lo più donne e bambini, sono vittime costrette a vivere ghettizzate in enclave protette, circondati da popolazioni ostili e sotto il costante rischio di aggressioni. Eccole le nuove «riserve indiane» dei Balcani che resistono alla pulizia etnica e coraggiosamente restano gli ultimi avamposti cristiani in una terra a stragrande maggioranza islamica. Sono dei piccoli villaggi fatti di niente: le case cadono a pezzi, il riscaldamento non sempre c’è.

Si va avanti con poco, spesso con il baratto di quei quattro ortaggi coltivati con le proprie mani. Si sopravvive. E ogni tanto si smette di sognare. Però non si va via e l’orgoglio serbo sopravvive, nonostante tutto. Nonostante si sappia di essere una minoranza nella propria terra e per di più sotto sorveglianza come in caserma. Nemmeno la lingua è la stessa degli albanesi e i bambini non giocano assieme, mai. Diversa pure la religione.

A dare una mano ai serbi delle enclave sono numerose associazioni culturali e di volontariato, tante italiane. Tra queste Comunità Giovanile (Busto Arsizio, provincia di Varese), che da anni è impegnata in azioni umanitarie e combatte contro le discriminazioni. Anche quelle dei popoli. Una delegazione di ragazzi del gruppo è partita per Belgrado con scatoloni pieni di giochi, cibo, computer e medicinali da consegnare alle famiglie serbe emarginate in Kosovo. «Far arrivare gli aiuti a destinazione - spiega Stefano Gussoni di Comunità Giovanile - non è stato affatto facile, soprattutto per i computer.

Ci hanno bloccato per una notte intera per controllare il materiale che portavamo». Già, perché quella contro i serbi e contro tutti quelli che li aiutano è anche una guerra burocratica, fatta di cavilli inesistenti e di verifiche estenuanti sulla merce per scoraggiare gli aiuti e isolare ancor di più le enclave. Soprattutto se qualcuno vuole portare tra le baracche computer e connessioni Internet, ponte con il resto del mondo.

Il materiale portato a Osojane, Zac, Silovo e Zupce è stato raccolto in collaborazione con l’associazione «L’uomo nuovo» di Arco, in provincia di Trento. Tra gli aiuti che vengono e verranno inviati anche strumenti e attrezzi per l’agricoltura, veicoli adatti al trasporto di persone (scuolabus e degenti).
Inoltre ci si pone l’obiettivo di fornire le risorse per l’inizio di progetti di sviluppo a sfondo agricolo, per portare le comunità serbe a creare l’autosufficienza alimentare ed economica delle famiglie delle enclave.

Oltre al cibo, alle matite colorate e alle medicine, i ragazzi di Comunità Giovanile hanno portato nei villaggi anche la speranza. Si sono offerti di pagare parte delle spese del viaggio di un gruppo folkloristico di danzatori del posto e li hanno invitati in Italia per uno spettacolo di balli popolari. Laggiù, oltre alle case, alle scuole e alle chiese, è stato distrutti tutto: anche i teatri, i centri culturali, le chiese, i luoghi di aggregazione. È stato distrutto il piacere dell’arte, della musica, del canto. O forse non proprio distrutto, solo dimenticato per un po’.




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Usa, disertore pianificava un attentato Voleva colpire di nuovo Fort Hood

Corriere della sera

Nella sua stanza sono state trovate armi e una bomba



MILANO- A quanto pare mancavano solo gli ultimi dettagli. Per il resto, era tutto pronto. Un disertore dell'esercito Usa, Naser Jason Abdo, 21 anni, è stato arrestato dalla polizia con l'accusa di stare preparando una strage Fort Hood. La base militare, nel centro del Texas, è già stata teatro di un attacco terroristico nel novembre 2009, durante il quale morirono 13 persone, mentre 32 rimasere ferite.
IL MILITARE- Il giovane militare, di stanza alla base di Fort Campbell in Kentucky, ha disertato il fine settimana del 4 luglio, il giorno dell'Independence Day, dopo essere stato accusato di possedere immagini di pornografia infantile sul suo computer, visti i rischi di essere processato dinnanzi ad una corte marziale. Già nel 2010 si era parlato di Abdo perché in un'intervista aveva spiegato che non volere andare a combattere in Afghanistan o in Iraq, contro i suoi fratelli.
L'ARRESTO- L'uomo è stato arrestato a Killeen, su segnalazione di un dipendente del negozio di armi locali. Abdo aveva insospettito il suo interlocutore, Greg Ebert, con le sue strane domande sulle munizioni calibro 40. Nella sua stanza d'albergo, l'Fbi ha trovato il necessario per costruire almeno due ordigni esplosivi: polvere da sparo, bossoli, una pentola a pressione, una decina di chilogrammi di zucchero, quattro riviste specializzate oltre a munizioni. Secondo la Cnn, Abdo intendeva utilizzare come timer per provocare l'esplosione una serie di luci per addobbare l'albero di Natale.


Redazione online
28 luglio 2011 22:44



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L’Italia unita? Era nel salotto di Margherita

di Francesco Perfetti

Artisti, filosofi, scrittori: il "circolo della regina" di fine ’800 completò il Risorgimento. Sotto la regia di Minghetti. Pubblicato l’epistolario fra la sovrana e lo statista bolognese. L'intima e chiacchierata amicizia con il politico durò dal 1882 all'86.



Il primo successo di Margherita di Savoia, come regina, fu la conquista del cuore di Giosue Carducci. Era salita al trono il 9 gennaio 1878 quando il marito (e cugino) aveva assunto, con il nome di Umberto I, la successione del padre, Vittorio Emanuele II, il «Re galantuomo». I sovrani, qualche mese dopo, avevano iniziato un lungo viaggio in Italia e ovunque avevano riscosso manifestazioni di simpatia ed entusiasmo a riprova dell’avvenuta «nazionalizzazione» della dinastia a pochi anni dalla compiuta unità nazionale.

A Bologna il poeta anticlericale e repubblicano rimase colpito dalla regina: la vide una prima volta, nel pomeriggio, mischiato tra la folla. La rivide la sera, affacciata a una finestra. La incontrò, infine, a un ricevimento dov’ella gli apparve «con una rara purezza di linee e di pose nell’atteggiamento e con una eleganza semplice e veramente superiore sì nell’adornamento gemmato sì del vestito largamente cadente».

La «conquista» del cuore del poeta ribelle - presto sancita dai versi dell’ode carducciana Alla Regina d’Italia - fu anche, e prima di tutto, un successo politico per una sovrana che in poco tempo avrebbe rinnovato la vita della corte sabauda aprendola alla mondanità e alla cultura e contribuendo al radicamento della dinastia nel Paese. Accanto a una sua corte - che, per la prima volta nella storia millenaria dei Savoia, raccoglieva dame avvenenti e colte provenienti da tutto il regno - ella costituì un più ristretto salotto intellettuale, quasi un «circolo della regina», frequentato assiduamente da uomini di cultura con i quali poter discutere liberamente di arte, letteratura, filosofia.

Alla corte di Margherita si ritrovarono le celebrità del tempo, prevalentemente aristocratici ed esponenti dell’alta borghesia, ma anche uomini divenuti famosi per il loro contributo alle arti e, in qualche caso, per la carriera politica. Tra gli habitués, tutti o quasi di orientamento conservatore, vi erano filosofi e uomini pubblici come Terenzio Mamiani e Ruggero Bonghi, scrittori di cose storiche come il marchese Francesco Nobili Vitelleschi, collezionisti come Marco Baracco e, primo fra tutti, animatore e stella del salotto, Marco Minghetti.

Proprio quest’ultimo, lo statista bolognese allievo di Carducci, divenne il confidente della regina, l’uomo che la consigliava e indirizzava nella scelta delle letture e, infine, il privato insegnante di latino. Il carteggio tra la sovrana e il suo mentore - ora pubblicato in una bella edizione critica a cura di Carlo Maria Fiorentino con il titolo Alla corte della Regina. Carteggio fra Margherita di Savoia e Marco Minghetti (Le Lettere, pagg. 222, euro 22) - documenta questo intenso rapporto intellettuale, durato dal 1882 al 1886, fra due anime che s’intendevano appieno. E ciò malgrado la differenza d’età, di preparazione culturale e, in certo senso, di estrazione sociale, perché Minghetti che, pure, era diventato un professore illustre e uno statista di primo piano, proveniva da una famiglia di origine popolana arricchitasi ai tempi di Napoleone.

Minghetti fu tra i primi frequentatori, al Quirinale, del salotto pomeridiano e serale della regina, ma, quando questa decise di imparare il latino, a quelle visite si aggiunsero le quasi quotidiane lezioni mattutine che dovettero contribuire a far sorgere, tra i due, quel grado di confidenza e di intimità intellettuali delle quali è traccia nel carteggio. E delle quali una ulteriore conferma si trova nelle parole commosse cui Margherita - nota per la riservatezza e la prudenza - si lasciò andare comunicando a un’amica carissima il suo dolore per la scomparsa di Minghetti: «mi pare ancora impossibile che non debba più vederlo la mattina, come da vari anni ero abituata, ed era un’abitudine dolcissima, perché è difficile sentire parlare in modo più elevato senza nessuna pedanteria ed in una maniera che ogni parola era una luce del cuore e della mente».

Il carteggio fra i due rivela come l’anziano statista non si preoccupasse solo, e con grande scrupolo, di guidare la sovrana nell’apprendimento della lingua e della letteratura latina, ma anche, come ha ben osservato Fiorentino, «di orientarla in maniera più ampia culturalmente e politicamente in una direzione che avrebbe dovuto coincidere con i valori della civiltà liberale moderata non soltanto italiana».

Non solo. Minghetti cercò anche di stemperare l’entusiasmo che la regina manifestava nei confronti di quel Carducci, già ferocemente repubblicano e ora filocrispino, che era stato conquistato dal suo fascino, dall’«eterno femminino regale».

Un’amicizia profonda, dunque, tra Minghetti e Margherita. Un’amicizia che fu tutta e solo intellettuale, ma che, man mano che si rafforzava, finì probabilmente per muoversi lungo il crinale di un sentimento che avrebbe potuto avere altri esiti. E certe allusioni di Margherita, contenute nelle sue lettere, lo lascerebbero pensare: la notazione, per esempio, sulla differenza di età di una coppia di diplomatici (37 anni, superiore a quella esistente tra lo statista e la regina) o, ancora, il riferimento al Quirinale come a una «gabbia dorata» nella quale ella faceva «la parte dell’uccello che canta e fa vedere le sue penne colorate».

Se esiti diversi da una amicizia solo intellettuale non si ebbero ciò fu dovuto, probabilmente, al fatto che Minghetti era troppo fedele servitore del re per fargli un torto, mentre, dal canto suo, Margherita, pure affettivamente allontanatasi dal marito, si sentiva troppo investita dei doveri, anche di rispettabilità, connessi al suo ruolo di sovrana.

Il carteggio fra Minghetti e Margherita offre un ritratto psicologico, oltre che intellettuale, della regina, mettendone in luce gusti, preferenze culturali, intelligenza, interesse per le cose politiche. Ma anche, soprattutto per quel che riguarda proprio la politica, un riserbo dovuto al fatto che ella riteneva che in scelte e decisioni di tal natura contava solo la parola del re. Il «circolo» di Margherita, del quale Minghetti era frequentatore e protagonista, non assunse mai una valenza superiore a quella di un circolo puramente intellettuale.

A differenza di quanto avrebbe fatto, in seguito, Maria José, la quale pure raccolse attorno a sé una corte di intellettuali illustri - da Indro Montanelli a Carlo Antoni, da Manlio Lupinacci a Umberto Zanotti Bianco - con i quali ebbe modo di intessere un discorso culturale, sì, ma anche e, forse, soprattutto politico. Ma i tempi, in fondo, erano cambiati. E l’età umbertina era ormai un ricordo lontano.




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