mercoledì 27 luglio 2011

Hanno rubato gli occhi di Tommaso»

Corriere della sera

Anche Luca Zingaretti in campo per la ricerca di Alì, un cane guida rubato nei giorni scorsi ad Agrigento



ROMA - «Oltre a essere l'amico di una vita Alì è per Tommaso un'altra cosa: i suoi occhi: io prego le persone che l'hanno preso di restituirlo. E' importante». Con queste parole Luca Zingaretti si rivolge, attraverso un sentito video appello diffuso attraverso il canale youtube del Respiro - sito ambientalista e animalista di cui è sostenitore - agli ignoti rapitori del cane guida di Tommaso Ferraro, non vedente di trent'anni, centralinista del Corpo Forestale dello Stato a Ragusa. Ma Alì, pastore tedesco maschio di 9 anni, che da 7 vive in simbiosi con Tommaso, non è stato rubato nelle zone delle riprese del "Commissario Montalbano", bensì nella Contrada Gorgo di Montallegro, in provincia di Agrigento, dove abitano i genitori di Tommaso che egli era andato a trovare.

LA SCOMPARSA - La sera del 21 luglio infatti, proprio il giorno precedente al compleanno del ragazzo, intorno alle 22 il cane si trovava in giardino, senza collare e pettorine: nei momenti in cui non era «in servizio» il più possibile Tommaso cercava di lasciarlo libero da qualsiasi tipo di bardatura. Impossibile pensare a una fuga, perché Alì non si muoveva mai dal fianco del ragazzo, che ha perso completamente la vista a 16 anni assieme alla sorella gemella a causa di una malattia genetica che aveva già colpito il fratello maggiore. Qualche anno fa Tommaso, sportivo e coraggioso, si è sottoposto negli USA a un intervento sperimentale che su di lui ha avuto effetti modesti, ma la sua disponibilità e quella di altri invalidi troppo compromessi sarà molto preziosa per poter curare malati più recenti.

CHI L'HA VISTO? - Il suo Alì è stato addestrato presso il Centro Regionale Helen Keller dell'Unione Italiana Ciechi di Messina, è sterilizzato e il suo numero di microchip è 0977200001555424. Mostra inoltre un piccolo taglio sull'orecchio destro (gliene manca un minuscolo frammento) e all'interno del medesimo compare un tatuaggio molto sbiadito. Purtroppo i furti di cani e gatti sono frequenti in tante regioni e le loro possibili destinazioni tutt'altro che liete. Maltrattare o uccidere gli animali è un reato penale punito dalla 189/2004, vederseli sottrarre un dolore per i proprietari. Più che mai grave e vile separare dal suo indispensabile amico e guida un ragazzo disabile: si spera ancora nella restituzione di Alì. Chiunque avesse informazioni è invitato a contattare subito le forze dell'ordine oppure il presidente della EOS Cooperativa Sociale ONLUS, Marco Molino 338 7009791.

Redazione online
27 luglio 2011 20:54

Treviso, stop insegne in cinese o arabo Obbligatoria la traduzione in italiano

Il Mattino


La giunta vuole imporre ai titolari la doppia dicitura, il Pd: «L'obiettivo è soltanto quello di creare difficoltà agli stranieri»



TREVISO - Il gruppo consiliare comunale del Pd di Treviso ha annunciato che abbandonerà l'aula, per protesta, quando nella prossima seduta sarà posta in discussione una proposta di variazione al regolamento in materia di pubblicità e pubbliche affissioni che imporrebbe ai titolari di esercizi pubblici recanti un'insegna con scritte in lingua straniera e in caratteri non latini di affiancare ad esse anche la traduzione in italiano. Lo ha detto oggi il capogruppo, Roberto Grigoletto, classificando l'iniziativa, avanzata dalla giunta leghista, come «ennesimo atto populista dai toni intolleranti».

«Questa modifica al regolamento - ha aggiunto - va nell'ordine dell'esasperato localismo
, a tratti intollerante, al quale l'amministrazione comunale ci ha da troppi anni abituato. Ovviamente tale provvedimento mira solo a creare delle difficoltà agli esercizi pubblici gestiti dai residenti di etnia cinese, giapponese o di area araba - rileva ancora Grigoletto - che pubblicizzano la loro attività, caratterizzata proprio dall'aspetto culturale, con insegne nella lingua di provenienza. Invece di intervenire sui tanti problemi che fanno capo al territorio cittadino e in particolare, di fronte alla crisi del centro storico, nel trovare delle politiche che vadano a frenare la moria di attività commerciali - conclude l'esponente del Pd - il Comune ha di meglio da fare che perdere tempo e denaro pubblico in battaglie ideologico di basso profilo».

Mercoledì 27 Luglio 2011 - 18:04    Ultimo aggiornamento: 18:05




Powered by ScribeFire.

IlGiornale.it sospeso da Facebook Ci serve l'aiuto di tutti i lettori!

di Redazione

Tutti gli articoli del Giornale.it sono spariti da Facebook: guarda qui. Nelle ultime ore molti lettori si sono messi a segnalare i nostri link come spam. Il risultato? Siamo stati bannati. Per garantire la pluralità dell'informazione è necessario difendere la nostra presenza sul social network. Per farlo abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti i lettori: ecco cosa dovete fare per darci una mano a tornare su Facebook...




Milano - Chiudere la bocca al Giornale.it è facile. Basta un click. Una marea di click e i nostri articoli sono letteralmente spariti da Facebook (guarda qui). Sono ormai diverse ore che non possiamo più pubblicare i nostri post. Riteniamo che, nella pluralità dell'informazione, partecipare al social network più "navigato" del mondo sia fondamentale. Proprio per questo abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti i lettori. Anche qui, basta solo un click: per aiutarci a risolvere il problema, è sufficiente condividere un link qualsiasi del nostro sito. Nel messaggio che apparirà, vi chiediamo di cliccare sull'opzione Facci sapere che porta a un modulo di contatti dove è possibile segnalare a Facebook che si tratta di un errore.

Non è la prima volta che un social network prova a mettere il bavaglio. Due giorni fa è successo al Fatto Quotidiano, oggi succede al Giornale.it. Una mossa che ha mandato su tutte le furie i lettori che ci hanno tempestivamente scritto che non solo non erano più in grado di condividere i nostri articoli sulla propria pagina Facebook, ma che gli sono anche spariti i vecchi link. Tanto che sono stati in molti a pensare ad un attacco informatico. In realtà, dietro a questo problema, c'è una macchina che agisce in base agli input che gli arrivano dai lettori. Nelle ultime ore, infatti, in molti si sono messi a segnalare come spam i nostri link. Il risultato? Facebook ci ha bannati. Stop. Fuori dai giochi. Adesso è necessario lo sforzo di tutti i lettori che ogni giorno ci seguono: basta un click per farci tornare su Facebook. 





Powered by ScribeFire.

Cimitero per feti abortiti con l'ok della Chiesa: è polemica a Caserta

Corriere del Mezzogiorno

Protocollo d'intesa tra ospedali e l'associazione «Difendere la vita con Maria». Medici in rivolta


CASERTA - Seppellire un feto abortito in un regolare cimitero? Da oggi è possibile, succede a Caserta e col benestare della Chiesa.

L'INTESA - Un protocollo di intesa, approvato con deliberadel 22 luglio 2011, tra l'Azienda ospedaliera «Sant'Anna e San Sebastiano» e l'associazione «Difendere la vita con Maria» è stato infatti sottoscritto per promuove il seppellimento dei «bambini non nati» con la disponibilità del sindaco a concedere un apposito spazio nel cimitero cittadino e il «plauso del vescovo».

GLI SCOPI - L'associazione stessa, attraverso il proprio sito web, specifica il suo obiettivo con riferimento «al documento della Congregazione della Dottrina della Fede - dedicato alla dignità della procreazione e della vita nascente - "Donum Vitae" del 1987 dove è detto espressamente che: “I cadaveri degli embrioni e dei feti umani volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani”».

LA PROTESTA - Immediata la levata di scudi del sindacato medico Fp-Cgil Medici per il quale si tratta di una «violenza psicologica sulle donne da fermare». Il protocollo, afferma la Fp-Cgil Medici, «potrebbe estendersi a diversi altri ospedali secondo la volontà espressa da Don Maurizio Gagliardini, presidente dell'associazione "Difendere la vita con Maria", di volerlo utilizzare come testimonial e "locomotiva" in particolare nel Mezzogiorno».

ROCCELLA: IL RISPETTO C'È - Un «elemento di umanità e civiltà», che si colloca comunque «nel rispetto della scelta della donna di abortire». Così il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, commenta il protocollo di intesa. «Mi pare un'iniziativa di civiltà - afferma Roccella - dal momento che, altrimenti, questi feti andrebbero a finire nei cosiddetti 'rifiuti specialì, e non credo che il sentimento di una donna che decide di abortire vada in questa direzione». Nella «difficile scelta dell'aborto - sottolinea il sottosegretario - la donna può avere sentimenti ambivalenti e spesso l'idea di una sepoltura del feto può consolare. Se la donna richiede dunque la sepoltura del feto abortito - aggiunge Roccella - non vedo dove sia il problema. Ma è chiaro che non può essere un'imposizione».


Redazione online
27 luglio 2011




Powered by ScribeFire.

Lampi di raggi gamma nell'aria Rischio potenziale per gli aerei in volo

Corriere della sera

Lo studio dell'Istituto nazionale di astrofisica sui dati del satellite italiano Agile





MILANO - I lampi di raggi gamma scatenati dai temporali rappresenterebbero un potenziale rischio per gli aerei in volo. A questa conclusione sono arrivati gli scienziati dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di Bologna esaminando una nuova serie di dati raccolti dal satellite Agile dell’agenzia spaziale italiana Asi, impiegato nella ricerca e per lo studio dei lampi di raggi gamma nell’universo, che in una fase di analisi ha rivolto gli obiettivi verso la Terra per indagare la generazione di lampi gamma anche nell’atmosfera, i primi dei quali vennero scoperti nel 1994.


LAMPI GAMMA - «Abbiamo dimostrato che esiste una stretta connessione fra i lampi gamma terrestri e quelli ottici tradizionali osservati durante i temporali», nota Fabio Fuschino del centro bolognese e primo autore di un articolo pubblicato su Geophysical Research Letters. «Scrutando la fascia equatoriale abbiamo scoperto che c’è una corrispondenza molto netta, soprattutto nel Sud-est asiatico, tra i due fenomeni, un aspetto, questo, finora non dimostrato. Quindi le zone della Terra con una più alta presenza di fulmini sono anche quelle interessate a una maggiore frequenza di lampi gamma. I fulmini sono più concentrati sulle zone continentali mentre sono pochi quelli sugli oceani».
TEMPORALI - La generazione di radiazioni gamma è frutto degli intensi campi magnetici che si creano durante i temporali. Questi campi accelerano in modo notevole gli elettroni i quali interagendo con altre particelle dell’atmosfera emettono fotoni carichi di energia, cioè lampi gamma. Quindi – ci si chiede – sono fonte di pericolo per gli aerei in volo? «L’emissione gamma misurata da Agile», precisa Fuschino, «è potenzialmente dannosa. Quello che si pensa è che la quota alla quale vengono generati i lampi sia confrontabile con quella delle rotte aeree. Bisogna però considerare la probabilità che un fenomeno del genere possa colpire direttamente un aeroplano e valutando questo aspetto il rischio potenziale è notevolmente ridotto».


Giovanni Caprara
27 luglio 2011 17:27



Powered by ScribeFire.

L’Olanda ripudia i coffee shop

La Stampa

Una sentenza del Consiglio di Stato autorizza il bando nazionale dei locali dello spinello

MARCO ZATTERIN



L’ultimo degli alfieri della campagna neoproibizionista è l’uomo che non ti aspetti, un nuovo olandese, si chiama Coskun Çörüz, è nato in Turchia nel 1963 ed è parlamentare del Cda, il partito cristiano democratico. Con uno slogan semplice - «la droga ti fa male, crea problema di criminalità e di salute dunque deve essere fermata» -, il deputato originario del distretto di Salipazari punta al risultato massimo, archiviare i coffee shop e la tradizione di libero «fumo» nella terra dei mulini a vento. I suoi colleghi al governo ci stanno pensando e, nel frattempo, lavorando a un’ulteriore e definitiva stretta al turismo dello spinello.

Se ne parla da anni, ma una sentenza del Consiglio di Stato, la massima magistratura dei Paesi Bassi, ha creato nei giorni scorsi la promessa perché l’esecutivo di coalizione appoggiato dalla destra nazionalista faccia quello che ha in mente da sempre. Il pronunciamento ha stabilito che le autorità locali non possono impedire l’accesso degli stranieri ai coffee shop. Tuttavia, smorzando l’entusiasmo degli addetti ai lavori, ha indicato che un simile bando potrebbe essere introdotto senza problemi a livello nazionale. Oltretutto, è stato precisato, una simile decisione non avrebbe nessuna controindicazione a livello Ue.

Per Çörüz e il Cda il ragionamento viene da sé. Se si può vietare la vendita di hashish agli stranieri per motivi di sicurezza e salute, lo si può fare anche per gli olandesi. Questo significherebbe andare oltre la proposta già sul tavolo, quella degli Erbapass, dei tesserini a punti che farebbero diventare i Coffee Shop dei club riservati ai consumatori nazionali. Sarebbe una sorta di annonaria dello sballo, che avrebbe l’effetto di tagliar fuori gli stranieri e ridurre il flusso transfrontaliero che affolla ogni giorno le strade dal Belgio e dalla Germania.

Nell’ultimo decennio il Centrodestra ha cominciato a smontare pezzo dopo pezzo l’immagine dell’Olanda-paese dove è tutto possibile. Amsterdam è stata protagonista di un repulisti nel quartiere a luci rosse, con meno donne in vetrina e più controlli, anche fiscali. In 15 anni il numero dei coffee shop è sceso da 2100 a 700. Sono stati messi al bando anche i funghi allucinogeni che, sino al dicembre 2008, si trovavano sui banconi degli Smart Shop lungo i canali.

I gestori, va da sé, non sono d’accordo. Protesta anche il comune di Maastricht, piazzaforte dove morì il vero D’Artagnan e dove è nato l’Euro, nella quale è stata vietata la vendita di «roba» ai non residenti. Le «koffiehuis» sulla Mosa, in realtà, hanno sempre chiuso un occhio rinunciando a chiedere sistematicamente i documenti a chi voleva i suoi 5 grammi preferiti e poi sono andati al Consiglio di Stato. Qui hanno vinto e hanno perso. Possono riaprire perché la scusa del «disturbo della pubblica quiete» che era all’origine della decisione non è stato giudicato sufficiente. Potranno chiudere con una decisione presa dal parlamento. Che, a sentire il coro proibizionista che si sta levando vigoroso, potrebbe essere rapida.



Powered by ScribeFire.

Il Pd e le inchieste, l'ira di Bersani «Macchina del fango non ci fa paura»

Corriere della sera

Il segretario dei democratici: «Partono le querele. Allo studio una class action di tutti gli iscritti»



Pier Lugi Bersani

MILANO - Pier Luigi Bersani non ci sta. Le critiche che i giornali muovono al Pd, travolto e «turbato» dalle vicende di Tedesco, Penati e Pronzato, fanno andare su tutte le furie il segretario dei democratici. Che promette battaglia. Se la prende con le «macchine del fango che iniziano a girare» il numero uno del Partito democratico. E avverte: «Se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso. Le critiche le accettiamo - sottolinea Bersani - le aggressioni no, le calunnie no, il fango no. Da oggi iniziano a partire le querele e le richieste di danni. Sto facendo studiare la possibilità di fare una class action» da parte di tutti gli iscritti al Pd. Il leader difende il suo partito, dice che il Pd «è totalmente estraneo a tutte le vicende di cronaca di cui si parla» e assicura: «Il turbamento non ci farà chiudere la bocca». I democratici, osserva Bersani, «si stanno muovendo su quattro principi: il rispetto assoluto della magistratura, il principio per cui, onorevoli o meno, tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, quello per cui chi è investito di una funzione pubblica, quando è indagato, fa un passo indietro per non imbarazzare il partito, al netto della presunzione di innocenza. E infine chiediamo che si faccia una legge sulla trasparenza dei partiti».

«ERRORI» - In una conferenza stampa alla Camera, Bersani ammette anche che nella gestione della vicenda dell'arrivo del senatore Tedesco a Palazzo Madama ci sono stati errori da parte del Pd. All'epoca, l'attuale segretario non aveva nessuna responsabilità, «anche se questa cosa viene attribuita a me», ci tiene a puntualizzare l'interessato. Ai democratici però, secondo Bersani, va comunque riconosciuta una cosa: «Siamo andati alla Camera e al Senato a chiedere l'arresto» di Papa e Tedesco. «Questa cosa non può passare in cavalleria. Siamo stati coerenti. Lo si riconosca».


INVITO ALLA LEGA - Da Bersani arriva, infine, un invito alla Lega. «Non è più tempo di guerre guerreggiate tra maggioranza e opposizione - dice -, è tempo di prendere decisioni di fondo. Chi nella destra comincia a percepire l'insostenibilità della cosa, la Lega o altri, crei le condizioni per andare al Quirinale».

LETTERA AL FATTO - In una lettera al Fatto Quotidiano il numero uno del Pd affronta il caso Penati, suo ex braccio destro coinvolto nell'inchiesta sulle presunte tangenti a Sesto San Giovanni e sui rapporti con l'imprenditore Marcellino Gavio. «Non dovrebbe essere troppo disagevole considerare quali siano le persone che davvero ho motivato e promosso in lunghi anni di vita amministrativa.

Ho la presunzione di credere che verrebbe riconosciuto che si tratta di gente in gamba e di gente sicuramente perbene», scrive Bersani. E spiega: «Il ministro delle Attività produttive conosce tutti i principali imprenditori italiani. Li conosce, non li sceglie. Gavio, segnalandomi la preoccupazione per un contenzioso aperto con la Provincia di Milano, mi disse di non conoscere il presidente appena insediato e mi chiese di favorire un incontro con Penati. Così feci, via telefono».

Il leader democratico chiede poi di mettere la vicenda Pronzato «nelle giuste dimensioni». «Ho saputo dai giornali che Pronzato era un mio uomo. Non è mai stato mio consigliere alle Attività produttive», scrive Bersani. «Lo trovai 11 anni fa al ministero dei Trasporti come consigliere ministeriale, lo confermai assieme agli altri consiglieri per il solo anno in cui fui ministro. Divenne consigliere Enac parecchi anni dopo». «Quella del doppio incarico è una cosa inopportuna», aggiunge. «Non nego dunque di aver ricavato insegnamenti dalla vicenda, ma vorrei che fosse messa nelle giuste dimensioni».

Redazione online
27 luglio 2011 14:44

Pier Luigi, il leader degli intrighi al Palazzo rosso

di Gabriele Villa


Il segretario Pd rivendica la superiorità morale del suo partito. Ma non poteva non conoscerne certi traffici. Col Corriere si vanta per il "passo indietro" dei suoi. Ma è lui a doversi dimettere



Prendiamo atto, una buona volta: «loro» si sentono diversi. Nel «loro» partito ci sono dei «diversamente» ladri o, per amore di precisione, dei «presunti diversamente ladri». Ma nel partito, nel «loro» partito c’è anche un leader. E un leader non può essere diverso dagli altri leader. Un leader, come Pier Luigi Bersani, anche se impegnato - con buona pace dei cabarettisti - nei siparietti con Crozza, non può non sapere, non ha potuto non sapere, in tutti questi anni.

Se è vero che in una simpatica lettera inviata al Corriere della Sera il leader piddino chiede a tutti i suoi, che sono in odore di malaffare, di «fare un passo indietro», è anche vero che, tra i suoi, c’è qualcuno che il passo indietro vorrebbe che lo facesse lui. Perché, detto molto francamente, un leader che non sa, che è all’oscuro di tutto, anche se è nato e cresciuto a Botteghe Oscure, è poco credibile. Bersani non è indagato, bene inteso. Non è accusato di nulla, sempre ben inteso, ma tutte le inchieste avviate dai pm, che stanno circumnavigando il suo partito, stanno, inevitabilmente, pure girando intorno a lui, lo sfiorano, gli fanno ronzare le orecchie.

E lui non può dire, non può farci credere, che ha sempre tenuto tappate le orecchie. In altre parole, anche se non formalmente accusato di nulla, anche se almeno, fino ad oggi, non è stato accertato alcun suo coinvolgimento nelle vere o presunte malefatte dei suoi compagni, sono gli stessi pm che, con le loro indagini, sembrano averlo già riconosciuto e identificato come leader. Leader degli intrighi di un palazzo rosso che, nonostante tutte le sue metamorfosi di nomi, non ha mai cambiato la sua pelle rossa e i suoi usi e costumi. Tanto che, se proprio vogliamo fare i precisini, l’unica differenza a proposito di diversità è che un tempo in quel palazzo giravano rubli e, puntualmente, arrivavano nelle casse del partito, mentre adesso fioccano gli euro.

Ma il risultato non cambia e, come il capo di allora, quando il Pci si chiamava Pci, non poteva non sapere, anche il capo di adesso non può non sapere e non aver saputo. E quindi suona curioso che, proprio lui, il Bersani «diverso» che invoca «pulizia» e invita a tenere gli occhi non aperti ma spalancati per individuare nel cesto delle mele rosse, quelle marce, non abbia pensato, lui per primo, a fare quel passo indietro che chiede ai compagni implicati nelle inchieste.

Che non abbia dunque pensato ad autosospendersi. Prima che qualcuno del suo stesso partito glielo chieda apertamente. Già perché a volte, anche nelle scuderie più disciplinate, c’è qualcuno che, a un certo punto non se la sente più di ubbidire agli ordini di scuderia. In buona sostanza, l’affaire Penati, per quanto sia un po’ datato, è un affare che arriva, o meglio arrivava giusto nell’orbita della segreteria del partito e che, nelle stanze attigue a quelle del potere, molto probabilmente si consumava.

Ora se in molti nel Pd hanno avviato il patetico tentativo di attribuire la colpa del poco o tanto di marcio che è venuto a galla agli infiltrati «socialisti», scaricando le colpe sui Ds, ovvero figli e figliocci di quei Democratici di sinistra che furono inventati a suo tempo da Massimo D’Alema e che porterebbero quindi il tanto sputtanato Craxi nel loro Dna, è altrettanto evidente che la manovra sottende un bersaglio ben preciso: Pier Luigi Bersani.

Già. Perché se Filippo Penati con le sue scivolate, su tappeti o presunti tali di tangenti, è caduto nelle stanze attigue a quelle del potere, come si fa, come fa Bersani a sostenere di non sapere che Franco Pronzato uno dei suoi migliori amici, nonché suo consigliere sul fronte trasporti, nonché coordinatore dei voli ufficiali del Pd, avrebbe agito a sua insaputa? Avrebbe combinato (sempre che le abbia combinate) le sue marachelle tangentizie in seno all’Enac o fuori dall’Enac, a totale insaputa del suo amico Pier Luigi, e come se non bastasse, del segretario del partito a cui faceva riferimento? Di solito anche gli amici più timidi e riservati qualcosa confidano, o no?

Per questo Bersani, in versione Bersani, e non in versione Crozza, dovrebbe pensarci su sul suo passo indietro.



Powered by ScribeFire.

Pd, la questione immorale: impone il pizzo pure ai suoi

Libero




Il Partito democratico, nell’assoluta indifferenza della magistratura, impone in quasi tutta Italia un pizzo sulle poltrone pubbliche. Il sistema non è così diverso da quello utilizzato dalle organizzazioni criminali: se vuoi lavorare, devi pagare una percentuale al partito. Sembra incredibile, però è scritto nero su bianco in decine di regolamenti finanziari del Pd adottati dalle strutture territoriali del partito guidato da Pier Luigi Bersani.

Era noto che il partito chiedesse a tutti i suoi eletti una quota dell’indennità parlamentare, regionale, provinciale o comunale percepita. La richiesta è anche comprensibile: le varie leggi elettorali fanno dipendere dal partito le candidature, spesso gli eletti non spendono un euro in campagna elettorale, svolta dal partito, ed è normale chiedere un contributo di ritorno una volta che si è conquistato l’incarico. Solo che il Pd ha esteso dal 2008 questa richiesta anche ai nominati - iscritti o meno al partito - nei consigli delle municipalizzate, in consorzi pubblici, in enti pubblici, e perfino a chi ottiene grazie al partito una consulenza da un ente pubblico. Potete chiamarlo pizzo, o tassa sulla lottizzazione. Una cosa è certa: nessun partito al mondo si sognerebbe mai di imporla addirittura in regolamenti interni, perché una condizione così a parte certificare la lottizzazione, viola una serie notevole di leggi e regolamenti sulla pubblica amministrazione.

Solo la certezza dell’impunità può avere fatto rischiare a uomini politici l’inserimento di quel pizzo sui lottizzati in regolamenti resi pubblici sui siti Internet del Pd. La richiesta agli amministratori nominati oscilla a seconda delle zone fra l’8% e il 30% degli stipendi percepiti. Il meccanismo è grottesco: i manager vengono apertamente scelti per la fedeltà al partito. Vengono pagati da tutti i contribuenti italiani, che grazie a quei regolamenti sono anche inconsapevolmente obbligati a finanziare il partito. Bersani e i suoi luogotenenti quindi scelgono i manager da infilare nei cda delle municipalizzate, di enti pubblici o di consorzi. Gli italiani pagano i loro stipendi, sopportandone prima il danno se quelli a parte essere fedeli al Pd sono pure incompetenti e poi la beffa perché grazie al pizzo legalizzato anche se tu sei di centrodestra finisci con il finanziare il Pd.

Il Pd della provincia di Lodi impone un pizzo del 10% anche a «coloro che svolgono incarichi pubblici in Enti, istituzioni, consorzi e società» (articolo 7, comma d) del regolamento finanziario), elencando poi le modalità dei versamenti: alla federazione provinciale i presidenti e i membri dei cda di «enti provinciali e sovra comunali», ai circoli locali del partito i presidenti e membri dei cda degli «enti comunali». Il Pd di Latina obbliga al versamento (art 4, lettera c) «coloro che ricoprono incarichi remunerati di qualunque tipo su designazione del Partito stesso».  Nell’articolo 5 c’è un lungo elenco dettagliato dei “designati” a cui si chiede il pizzo: «Presidenti, consiglieri, revisori, consulenti in enti diversi, aziende, società, consorzi etc…».

Il Pd di Frosinone impone un pizzo più scontato: l’8%. Ma nel regolamento indica addirittura i nomi delle società o enti pubblici coinvolti (Asi, Saf, Cosilam etc..). Il Pd di Venezia inserisce (art.6 del regolamento) anche le punizioni per chi si ribella al pizzo: si dovrà scordare la designazione «in altri enti e società». Il Pd di Abruzzo chiede agli eletti il 15% della indennità, ai lottizzati invece fa lo sconto: «I designati in enti e organizzazioni di vario livello (società per azioni, consorzi, aziende etc…) sono tenuti a versare al Pd del rispettivo livello una percentuale - stabilita dal rispettivo livello di riferimento - pari al minimo del 12% di quanto al netto percepito mensilmente».

Chi sgarra, ha perfino una seconda occasione, ma con regole vincolanti: «Deve regolarizzare la propria posizione entro il 31 luglio, sottoscrivendo una delega bancaria, condizione necessaria per essere designato in altri enti pubblici o privati e/o organizzazioni di vario livello». Nella stessa regione il Pd della provincia de L’Aquila sbatte su Internet i nomi dei ribelli: c’è qualche politico che rifiuta di versare una percentuale della propria indennità, ma ci sono anche consiglieri di amministrazione e revisori dei conti di società pubbliche.

Il Pd di Ancona impone il 15% agli «eletti e ai designati dalla Provincia di Ancona, dai Comuni o dalle comunità montane in organi amministrativi, assembleari o di gestione o di controllo presso enti, aziende, società, consorzi, parchi e organizzazioni a livello sovra comunale, di diritto pubblico e/o privato, nonché quelli nominati in Enti o società partecipate…». Il Pd dell’Umbria, quello della provincia di Pistoia e quello del Trentino Alto Adige impongono invece un pizzo più equo, progressivo.

Quello di Pistoia ha due sole aliquote (sotto il titolo super esplicito: “contributi dei nominati”): il 5% fino a 50 mila euro netti all’anno di stipendio, il 10% sopra quella cifra. Il Pd Umbro tiene due aliquote: 10 e 15%, poi decidono caso per caso le federazioni territoriali. Quello Trentino ha il pizzo più organizzato di Italia. Lo devono corrispondere però solo gli iscritti al Pd (almeno c’è questa pre-condizione) che svolgono «incarichi pubblici in enti, istituzioni e società». Ci sono cinque aliquote del pizzo: 10% fino a 6 mila euro; 15% da 6 mila a 18 mila euro; 20% da 18 a 36 mila euro; 25% da 36 mila a 72 mila euro e 30% sopra quella cifra. Come il fisco.


di Franco Bechis

27/07/2011




Powered by ScribeFire.

Islam. Spesi 9 miliardi di euro il Libia per avere ancora Gheddafi.

Libero




Centotrentesimo giorno di guerra in Libia. A che punto è arrivato il costo del conflitto? Una prima stima, relativa alle sole spese della Coalizione, era stata fatta dopo la prima settimana di conflitto: 600 milioni di euro. 28 spesi dagli inglesi; 21 dai francesi; 12 dagli italiani, di cui 10 per l’aviazione e 2 per la marina; il resto in gran parte dagli Usa. Il che sostanzialmente coincide con i dati del Pentagono di fine marzo: 500 milioni di dollari, di cui il 60% in missili e bombe.

Un’altra stima, questa complessiva, era stata fatta dal 19 marzo, inizio delle operazioni, al 2 maggio: 140 milioni di euro al giorno e 6 miliardi in totale. Di cui in dettaglio: 2 miliardi spesi dagli Alleati, pari a oltre 46 milioni al giorno; 3 da Gheddafi, pari a una settantina di milioni al giorno; e un miliardo dai ribelli, che infatti il 5 maggio avevano chiesto alla Coalizione un paio di miliardi per poter continuare la lotta. Se si fosse continuati a quel ritmo, si sarebbe arrivati a 18,2 miliardi.

Che sarebbe ormai molto vicino a esaurire i 21,5 miliardi che Gheddafi aveva custoditi in banche Usa, e che gli sono stati sequestrati apposta per finanziare i ribelli e l’appoggio loro fornito. In dettaglio sarebbero più o meno 9 miliardi spesi da Gheddafi, 6 miliardi dagli Alleati e 3 dai ribelli. La somma totale farebbe 9 miliardi per sostenere Gheddafi e 9 miliardi per abbatterlo: perfetto stallo economico, che infatti traduce il perfetto stallo strategico sul terreno, con i contendenti che continuano a fare avanti e indietro dalle stesse posizioni attorno a Misurata, tra Tripoli e le montagne berbere e attorno a Brega. 

Certo, sono proiezioni astratte. Da una parte, bisogna tener conto del fatto che gli Usa dopo il grosso impegno iniziale hanno drasticamente limitato il loro impegno: da 130 milioni di dollari al giorno a 40 milioni di dollari al mese. Dall’altro, però, le spese degli altri partner tendono invece ad aumentare. Il 16 luglio, ad esempio, quando la Raf ha spedito a Gioia del Colle quattro nuovi Tornado, la stampa britannica ha calcolato che il loro impiego venisse 35.000 sterline all’ora: quasi 40.000 euro.

In tutto, solo i 22 jet della Raf in missione sarebbero venuti a costare fino a quel momento 260 milioni di sterline, circa 290 milioni di euro, contro i 100 milioni preventivati dal governo di Londra. Il che vorrebbe dire che alla Raf la guerra sta costando 2,4 milioni di euro al giorno, e che al 130esimo giorno la spesa avrebbe oltrepassato i 317 milioni di euro. In effetti la previsione che il Segretario alla Difesa Liam Fox ha fatto in Parlamento sulla spesa per i primi sei mesi di guerra è un po’ più contenuta, ma non di molto: 120 milioni di sterline (quasi 135 milioni di euro) per il carburante e le spese operative di aerei, navi da guerra e sottomarini; 140 milioni di sterline (poco più di 157milioni di euro) da spendere per rimpiazzare i missili e le bombe sganciati sulla Libia. Totale sempre di 260 milioni di sterline; ma non per la sola Raf bensì per tutto, e spalmati non su 119 giorni, ma su 180.

Per la Francia i calcoli li ha fatti Le Figaro: 100 milioni di euro ogni 2 mesi. Che sarebbero 1,6 milioni di euro di spesa al giorno, e 216 milioni dall’inizio del conflitto. In questo caso va detto che, prudentemente, il primo ministro François Fillon non ha azzardato preventivi, ma si è limitato a ricordare che “difendere la popolazione libica non ha prezzo”. Altri costi parziali: un’ora di volo del drone americano Predator, il più economico tra i velivoli utilizzati, viene 6000 euro. Un Eurofughter Typhoon costa 32.000 euro per un’ora di volo, più 15.000 euro di manutenzione. Ogni bomba guidata costa tra i 30 e i 40.000 euro. Ogni missile da crociera Storm Shadow e Tomahawak viene un milione di euro. Per l’Italia, la portaerei Garibaldi, il cacciatorpediniere Andrea Doria, il pattugliatore Borsini e la rifornitrice Etna costano ogni giorno 300.000 euro di gasolio. Il costo dei primi tre mesi di campagna era stato stimato per l’Italia in mezzo miliardo dal ministro La Russa, in 700 milioni dalla Lega e in un miliardo dal Fatto.

Quanto alla Libia, il governo di Tripoli sostiene che l’intero conflitto è costato al Paese 50 miliardi di dollari nei primi cinque mesi: una stima da 3,5 miliardi di euro al mese, che comprende evidentemente non solo il mantenimento delle Forze Armate, ma anche le distruzioni e il blocco di un’economia che l’anno scorso era cresciuta del 10,3%. Almeno il 40% di questa cifra dipende dallo stop all’export di petrolio, che si è tradotto evidentemente in un danno proporzionale per l’Eni.


di Maurizio Stefanini

27/07/2011




Powered by ScribeFire.

Turchia, tomba di San Filippo ritrovata da una missione archeologica italiana

Il Mattino


ROMA- La Missione archeologica Italiana diretta da Francesco D'Andria ha annunciato di avere riportato alla luce a Pamukkale, l'antica Hierapolis, nella Turchia occidentale, la tomba di San Filippo, uno dei dodici Apostoli. Originario della Galilea, Filippo partì per evangelizzare l'Asia Minore, finendo però lapidato e poi crocifisso dai Romani a
Hierapolis.


Nel 2008 l'equipe italiana aveva già identificato il sepolcro dell'apostolo. «Da anni tentiamo di ritrovare la tomba del santo», ha sottolineato il D'Andria, docente all'università di Lecce. La struttura della tomba e sue le iscrizioni dimostrerebbero che la tomba apparterrebbe proprio a San Filippo.

Per ora la tomba non è stata aperta. «Un giorno forse lo sarà», ha concluso D'Andria.

Mercoledì 27 Luglio 2011 - 12:57





Powered by ScribeFire.

La casta ci costa 40 milioniper le olimpiadi del 2006

Libero




Per carità, ci sono di sicuro decine di località turistiche del Piemonte a cui una fettina dei 40 milioni di euro farebbero pure comodo. Certo, tecnicamente quei soldi dovrebbero essere utilizzati per mantenere artificialmente in vita gli impianti usati per le Olimpiadi invernali del 2006, finiti in coma un minuto dopo la chiusura  dei Giochi. Ma siccome l'occasione fa l'uomo ladro - figuriamoci gli amministratori - destinarli alla buca  da tappare, al ritocco della segnaletica da rifare e alla tanto agognata sistematina alla scuola comunale è un gioco da ragazzi. Quei lifting assicurano un bel pacchetto di voti in vista delle prossime elezioni, altro che gli impianti. Ma quando è troppo è troppo.

Perché dopo lo sfarzo dei giochi olimpici di "Torino 2006" - per lo svolgimento dei quali sono state realizzate oltre sessantacinque opere tra impianti sportivi, infrastrutture viarie, villaggi per atleti e media, per una spesa approssimativa totale di oltre 2 miliardi di euro, esclusa l'organizzazione vera e propria dei Giochi - tocca ancora a Pantalone, ovvero a tutti noi, metter mano al portafoglio per rimediare agli errori umani e agli orrori del tempo. La maggior parte delle strutture olimpiche sono state abbandonate e ora sono letteramente "occupate" dal degrado. Eppure le casse dell’Agenzia per lo Svolgimento dei Giochi Olimpici (a proposito, ma perché non se ne occupa? dove sta l'inghippo?), la cui scadenza è stata rinviata al 2014 in modo da mantenere la poltrona a chi la occupa, ha nella pancia circa 40 milioni di euro non spesi, come certificato dal Ministero dell’economia e delle finanze. Quaranta milioni, mica bruscolini.

E visto che i soldi avanzano, con lo stesso ritmo di usura degli impianti, un gruppo bipartisan di deputati piemontesi ha presentato alla Camera una mozione per sbloccare quei soldi. Prendendo atto della situazione, mossi dal nobile fine di "evitare che i siti olimpici si riducano ad essere cattedrali nel deserto" inutilizzate e costose per l'erario pubblico, i parlamentari piemontesi hanno deciso di chiedere al governo d’intervenire, assumendo e al più presto "un'iniziativa rapida ed incisiva".

In buona sostanza i deputati di ambo gli schieramenti, il primo firmatario della mozione è il deputato del Pd Stefano Esposito, mirano a sbloccare i 40 milioni di euro ingessati nelle casse dell'Agenzia olimpica, per metterli a disposizione della regione Piemonte, affinché vengano destinate ai comuni montani, sede dei siti olimpici, anche in funzione di una rinnovata promozione turistica delle valli olimpiche. Ma la partita economica non è limitata ai 40 milioni, come spiega il primo firmatario della mozione. "Per le Olimpiadi di Torino fu costituita l'Agenzia a cui fu dato un miliardo di euro per la realizzazione di tutti gli impianti", spiega l'esponente del Pd, "da questa gestione sono avanzati 80 milioni di euro. Noi chiediamo che 40 degli 80 milioni vengano utilizzati per la manutenzioni degli impianti olimpici e soprattutto per la promozione turistica delle valli olimpiche".

Dunque, dietro la beffa dei soldi avanzati e non spesi c'è anche il giallo dei fondi congelati nelle casse di un’Agenzia che, di fatto,  non svolge più nessuna attività. "Stranamente il governo, invece di dare il parere, ha chiesto un rinvio", spiega ancora  Esposito, "non possiamo più aspettare perché la stagione invernale sta per iniziare, siamo molto increduli di fronte ad un governo che non intende liberare queste risorse che, sia ben chiaro, non pesano sul bilancio dello Stato perché sono già in possesso dell’Agenzia Torino 2006".  Ecco, è proprio questo il punto. Perché deve essere il governo ad intervenire, quando dovrebbe farlo l'Agenzia? E perché mai questo ente, evidentemente inutile, non è stato soppresso, ma prorogato sino al 2014? Beh, datevi una e risposta e poi chiedetevi perché l’onda di protesta contro la Casta rischia di diventare uno tsunami. Di quelli olimpici, in questo caso...


di Enrico Paoli
27/07/2011





Powered by ScribeFire.

Polly, la piccola volpe di Vico Equense che è diventata domestica: una rarità

Cucciolo, l'infermiere che non mi lascia solo"

La Stampa

Al lupetto il premio Fedeltà: ogni giorno in ospedale con il padrone


MARCO NEIROTTI
inviato ad asti



Anime bambine o intelletti raffinati dialogano in profondità con quel che sta sotto a sguardi e comportamenti d'un cane. E - al di là della cerimonia di Ferragosto che premia storie da una fatalità estratte dal quotidiano convivere - a Camogli ogni anno si offre esempio della scoperta non soltanto di devozione e fedeltà, ma di limpidezza, naturalezza del donare.

Ci sarà anche Cucciolo, quest'anno. Un nome che meriterebbe una medaglia a parte per la banalità difesa strenuamente dal suo amico Emanuele Smorta, 57 anni, astigiano, dipendente pubblico in prepensionamento, che in un percorso di malattia andava all'ospedale quasi ogni giorno, per le terapie, accompagnato dal cane una specie di lupetto irrispettoso delle genealogie firmate che lo aspettava immobile alle porte scorrevoli, per un'ora, due, quel che era necessario.

Era un cucciolo quando lo prese con sé sei anni fa: «Andai e denunciarlo e mi dissero: va bene, ora scelga un nome vero. Ma era quello il suo unico nome possibile». è cresciuto restando Cucciolo. Uno di quei cani che, quando li noti, domandi all'uomo: l'ha fatto addestrare? No, non ce n'era bisogno, ha deciso da sé.

Accade che Emanuele ha bisogno di terapie quasi quotidiane. L'ospedale Cardinal Massaja di Asti è una struttura molto moderna, ingresso con le vetrate scorrevoli, linee colorate sul pavimento che «smistano» sofferenze e speranze da una colossale piazza centrale coperta verso i reparti. Ed è alla vetrata che il cane accompagna Smorta, seguendolo senza guinzaglio. Quando le porte scorrono e l'uomo entra, lui si mette seduto sulla destra, molto più consapevole di tanti cristiani che di lì si transita con ansia e pensieri e non è il caso di ingombrare il passaggio. Aspetta e quando lui ricompare non gli corre incontro, attende che varchi la «zona rossa» e soltanto allora gli salta in braccio.

è colmo il cinema di storie straordinarie nella loro incredibile realtà (le attese alla stazione, fino a quella definitiva, di Hachiko, nel film con Richard Gere), è colma la letteratura di avventure o riflessioni, da Jack London a Thomas Mann, da Riccardo Bacchelli e Italo Calvino a Carlo Levi e Fulvio Tomizza. è colma la cronaca, da Hansel e Gretel - solitaria coppia che nell'Alassino si sosteneva in un patto di vita, fatto ogni giorno di cibo portato alla compagna ormai stanca - ai «salvatori» di cuccioli umani in Argentina. Sono colme le strade, i casolari, le piazze, come questa di cemento da cui partono a raggiera reparti e corridoi di terapie.

Quando nell'agosto scorso incominciarono a vedere Cucciolo statuario alla destra dei portali, qualcuno pensò a un randagio timido, qualcuno a un affamato educato. Presero a parlargli, malati dimessi o entranti, parenti affranti o risollevati, personale di fretta o di sigaretta al volo: «Fa caldo. Hai sete?», fino, ad abitudine assorbita, a un dialettale «me cla va?», come va?

Intercettò il cane una cronista, Elisa Schiffo, e su «La Stampa» raccontò la vera storia di Cucciolo e Emanuele. Fu straordinario l'aggiornarsi dei dialoghi con il cane in attesa: «è un po' lunga oggi, non preoccuparti», «Vedrai che fra poco arriva». Ed ecco Emanuele, la voglia di balzare contenuta fino a che lui non è del tutto fuori, e il salto liberatorio: «Soli, inseparabili e quindi non più soli», dice Smorta. E la sorella racconta: «Mi è capitato di arrivare all'ospedale, chiamarlo per portarlo a fare un giro, dargli da mangiare e bere. Niente. Immobile ad aspettare».

Torna alla mente Thomas Mann che narra l'obbedienza in contrasto con l'indole del suo Bauschan, torna il vagabondare arguto di Barone in «Cristo si è fermato a Eboli» di Carlo Levi. E si riassapora la tenerezza con la quale Dino Buzzati racconta la macchia lasciata da Napoleone «dove si accucciava quando era arrabbiato o malinconico».




Powered by ScribeFire.

Decalogo antistupro, Alemanno nella bufera "Norme sessiste e braccialetto da 300 euro: perchè?"

Quotidiano.net

"Non indossare vestiti appariscenti", "guida tenendo la destra, ma non accostarti troppo al marciapiede" e poi un sofisticato congegno elettronico da portare sempre con sè e dal costo esorbitante: il sito noidonne.org attacca la giunta capitolina

Roma, 27 luglio 2011 



Il Comune di Roma detta dieci regole anti-stupro, ma le femministe le trovano sbagliate, sessiste e sulla Giunta Alemanno piomba un altro fulmine, dopo la decisione del Tar che ha sciolto d'autorità il governo capitolino, reo di non avere rispettato le quote rosa. Ad innescare la polemica è il sito noidonne.org che ricostruisce così la vicenda.

"Istigazione alla paura, consigli retrò e un aggeggio elettronico da 300 euro da portare sempre con sé. Il Comune di Roma finanzia un discutibile progetto; intanto le donne aspettano il vero vademecum anti-violenza inserito da Elena Ribet.


Il “Vademecum per la sicurezza delle donne" è stato presentato dal Sindaco Gianni Alemanno, Lavinia Mennuni Consigliere Pari Opportunità di Roma Capitale e Giorgio Ciardi, Delegato del Sindaco per le Politiche della Sicurezza, come “apporto informativo per la tutela e incolumità”.
Quando gli uomini si prodigano per proteggere le donne, iniziamo a preoccuparci. Se a farlo poi sono una schiera di ingegneri, oppure politici che in violazione delle leggi e del buon senso non sono capaci a nominare una giunta che rappresenti equamente uomini e donne, ci preoccupiamo ancora di più. Facciamo un passo indietro.

Nel maggio del 2010 inizia il progetto dedicato alla “sicurezza personale delle donne che vogliono vivere in città libere ma sicure!” con una conferenza stampa di lancio a cui intervengono Claudia Gerini, madrina dell'evento e fra gli altri Fabrizio Santori, Presidente della Commissione Speciale per la Sicurezza Urbana del Comune di Roma, Francesca Monaldi, Vice Dirigente della Squadra Mobile della Polizia di Stato di Roma e Massimo Defendi, esperto di sicurezza personale e Amministratore Unico della Synaps Technology.

Synaps Technology è un’azienda, con sede a Trieste, che produce in Cina sistemi elettronici per la sicurezza e antincendio, il cui target è rappresentato da: “uomini d'affari, chi vive da solo, chi vuole sentirsi sicuro a casa, chi lavora di notte, gli anziani, le donne, chi desidera tranquillità in qualsiasi luogo e a qualsiasi ora del giorno”. C’è da chiedersi se l’ingegner Defendi abbia mai conosciuto una donna d’affari che vive da sola e lavora di notte, ma andiamo avanti. La ditta è selezionata, a quanto ci riferisce al telefono la dott.ssa Anna Di Lallo, manager di Omniares Communication che ha curato il progetto, come una seria e autorevole azienda che ha esperienza nel campo.

 Al lancio del progetto segue un corso gratuito sulla sicurezza, fra le cui partecipanti viene scelta la testimonial che “darà il proprio volto alle donne che vogliono vivere sicure in città e avrà in omaggio PeTra, l'ultimo ritrovato in tema di personal safety e in grado di garantire la tua sicurezza 24 ore su 24”, apparecchio basato sulle più innovative tecnologie di rilevamento della posizione, comunicazione e monitoraggio.

La stessa Anna Di Lallo ci informa che prima del lancio dell’opuscolo “Sicurezza, un lusso che oggi noi donne vogliamo permetterci” è stata condotta una sperimentazione con 300 unità dell’apparecchio PeTra, offerto in dotazione gratuita ad altrettante donne, e che questo congegno elettronico del valore commerciale di circa 300 euro potrà essere acquistato a un prezzo convenzionato grazie al Comune di Roma. Abbiamo chiesto a Di Lallo copia dei risultati della sperimentazione, al momento non disponibili in rete.

L’opuscolo è stato stampato in 10.000 copie e distribuito nei percorsi delle linee A e B delle metropolitane di Roma. In parte finanziati dal Comune in parte da Privati, questi opuscoli nelle ultime pagine presentano PeTra con le parole “Libere di sentirvi sicure”, rimandando poi al sito, il quale stranamente perde la desinenza al femminile www.sentirsisicuri.it

Fra le persone che hanno avallato il progetto (e i cui primi piani ci salutano sorridenti nelle prime pagine dell’opuscolo) ci sono anche 26 donne, fra cui una deputata, un’avvocata, qualche giornalista, due attrici, un’operaia e altre. Non so se lo abbiano letto prima di prestare la loro immagine per questa operazione che, più che un vademecum per la sicurezza, sembra un vademecum contro la libertà personale e un’istigazione alla paura, laddove non addirittura una elencazione scontata di quelle regole di prudenza adatte a tutti, uomini compresi, regole che si insegnano ai bambini (ai quali però, pare, non si insegna che da grandi non devono molestare le donne).

In fondo alla pubblicazione sono elencati i numeri utili da chiamare in caso di necessità, ovvero: il 112 numero unico Europeo di Emergenza e Carabinieri, 113 pronto intervento della Polizia di Stato, 118 emergenza Sanitaria, 1522 numero verde nazionale antiviolenza donna, attivo 24 ore su 24. Poi, il Telefono Rosa e due centri anti violenza. Con quale criterio sono stati scelti? Perché non è stato inserito alcun riferimento alla rete D.i.re., Associazione nazionale dei centri contro la violenza alle donne? Perché le addette ai lavori non sono state consultate? Il tanto osannato 1522 (servizio utilissimo, ma con riserva) rimanda proprio a quei centri antiviolenza che poi vengono lasciati soli a svolgere il lavoro operativo sul campo. Perché? Perché si usa denaro pubblico per pubblicizzare prodotti costosi e non si finanzia, ad esempio, la formazione degli operatori di pubblica sicurezza? E la formazione di chi si occupa di comunicazione e informazione istituzionale sui temi della violenza?
Ecco alcuni dei consigli del vademecum:
Non indossare vestiti particolarmente appariscenti se prendi la metro di sera da sola e se puoi evita di portare con te la borsa.

Guida tenendo la destra ma non accostarti troppo al marciapiede di strade isolate.

Quando viaggi su tragitti abituali cerca di memorizzare dove si trovano stazione di polizia, carabinieri e ospedale. 

Guarda sempre dallo spioncino chi suona alla porta e accertati che sia qualcuno che conosci bene.

Se avverti il pericolo, cerca di avvicinarti ad un gruppo di persone o ad un’altra persona che può offrirti aiuto.

Qualche domanda agli autori e alle autrici del vademecum:
Le donne non possono vestirsi liberamente, ma gli uomini violentano anche le donne in jeans, velate, vestite normalmente, ecc.. Nel vademecum c’è scritto qualcosa a riguardo?

Le donne possono uscire da sole o no? Secondo l’opuscolo una donna che esce da sola deve avere mille accorgimenti, deve avere paura (anche se qualche riga più sopra si suggerisce alla donna “Sii forte e abbi fiducia in te!!!”, salvo poi avvertire

“Evita strade buie o deserte anche se ti trovi nel centro della città e non pensare mai ‘tanto a me non succede’...”); quindi una donna deve avere paura o no? Più o meno esplicitamente si invitano le donne a uscire accompagnate o di chiedere protezione a un capotreno, a una guardia, a un gruppo di persone.

Ma nessuno si chiede il motivo di questa pericolosità intrinseca della società, che così descritta è contro la libertà delle donne e non si occupa minimamente di arginare e controllare la “libertà” (prepotenza) dei maschi. La sicurezza diventa così un pretesto per controllare le donne senza risolvere i problemi a monte. Quali strumenti sono stati suggeriti perché i maschi lascino in pace le femmine per strada?

Violenza domestica: cosa suggerisce il vademecum in caso lo stalker o l’aggressore sia il marito, il fidanzato, un amico o un parente? Nulla. In tal caso la porta di casa la possiamo chiudere restando fuori noi e lasciando dentro loro?

In strada: dobbiamo tenere la destra, ma non troppo. È una nuova regola del codice della strada per il problema “donne al volante pericolo costante”?

La strada isolata viene descritta come un pericolo tout court. Forse è più sicura una strada piena di uomini folli o arrapati? A come gestire questi, ci avete pensato?".

redazione




Powered by ScribeFire.

Il bombardiere del pilota poeta rimasto sepolto per 66 anni

Corriere della sera

Il velivolo della Raf abbattuto nel 1945, quattro giorni prima della fine della guerra. Via agli scavi: già recuperati un orologio e un anello




Il mitragliere John Penboss Hunt (sinistra) e il sergente David Kennedy Raikes, due dei quattro aviatori a bordo del bombardiere Douglas A-20
Il mitragliere John Penboss Hunt (sinistra) e il sergente David Kennedy Raikes, due dei quattro aviatori a bordo del bombardiere Douglas A-20
COPPARO (Ferrara) - Questa è una storia piovuta dal cielo, ma finita sottoterra. La storia di un aereo che dormiva sepolto sotto un campo di grano, nelle campagne di Copparo, pianura ferrarese a qualche tiro di schioppo dal Po. Una storia di guerra. A essere precisi, di quattro giorni prima che la guerra finisse. E di quattro ragazzi (tre inglesi e un australiano) di cui non era rimasto che il nome, sul memoriale che, a Malta, ricorda i 2.298 aviatori del Commonwealth morti o dispersi nei cieli del Mediterraneo.

Da allora, e fino a ieri mattina, di questa storia era saltato fuori solo un pezzo. Il motore destro dell'aereo. A guerra finita, Giordano Melchiori l'aveva portato via con il trattore. Se questa storia, seppellita sotto cinque metri di terra, è tornata alla luce del sole, è anche per merito suo. Oggi ha 82 anni, allora era solo un ragazzetto troppo giovane per la divisa. Ma se la ricorda ancora, la notte del «Pippo», il bombardiere tirato giù dalla contraerea tedesca. «Ho guardato in alto e ho visto l'aereo venire giù. S'è incendiato. Dicevano che, nel campo, ci fossero due corpi bruciati. Solo più tardi siamo andati a prenderci il motore. Sa, per via dell'alluminio. Dopo la guerra, lo compravano anche per farci le macchinette per tirare la sfoglia in casa».


L’armamento
Monoplano bimotore ad
ala media, l’armamento comprendeva 9 mitragliatrici
e bombe
In guerra
Il Douglas A-20 Boston è stato
un bombardiere leggero e un caccia notturno della Royal
Air Force, impiegato nella
Seconda guerra mondiale
Le caratteristiche
Il velivolo era lungo 14,63
metri, aveva un’apertura alare
di 18,69 metri ed era alto 5,36
metri. Velocità massima: 510
km/h a 3.000 metri d’altezza


Se l'era quasi dimenticato, Giordano, quell'aereo. Finché un'amica, anche lei di Copparo, non gli aveva detto «sai, Fabio, mio figlio, c'ha la passione di andare a ritrovare gli aerei caduti». Fabio Raimondi è il webmaster del blog «Archeologi dell'aria». Duecento cacciatori di «crash point», i punti dove si sono schiantati gli aerei di guerra. Ritrovano i relitti, consegnano i pezzi ai musei e i resti umani alle ambasciate, per farli avere ai parenti.

«Siamo andati nel campo con un metal detector - racconta Fabio -. Appena abbiamo trovato dei pezzi di alluminio accartocciati, abbiamo capito che Giordano non si sbagliava».


La lettera della madre di John Penboss Hunt, Jeannette Madge, indirizzata al figlio È del 1 novembre 1945
La lettera della madre di John Penboss Hunt, Jeannette Madge, indirizzata al figlio È del 1 novembre 1945
La macchina del recupero si è messa in moto. Prima i permessi per scavare, poi il reclutamento di altri volontari. Quelli dell'Air Crash Po di Cremona, e quelli del Museo della Seconda guerra mondiale del fiume Po di Felonica (Mantova), il cui direttore, Simone Guidorzi, ha chiamato a raccolta anche i toscani di Gotica Toscana (insieme ad altri due musei vogliono dar vita a un itinerario per turisti col pallino bellico, il North Apennines Po Valley park). Dal campo di frumento è saltato fuori un orologio. Con un nome inciso, Hunt. È bastato quello, al reggiano Michele Becchi, grafico pubblicitario di professione e scandagliatore d'archivi militari per passione, per dare un nome ai quattro ragazzi morti sul Douglas A-20 Boston decollato da Forlì alle 20.45 del 21 aprile 1945 per bombardare un punto di attraversamento a Taglio di Po. John Penboss Hunt, l'australiano, era il mitragliere; Alexander Thomas Bostock l'operatore radio; David Millard Perkins il navigatore e David Kennedy Raikes (21 anni, uno in più dei suoi tre compagni di sventura), il pilota. E qui è arrivata la sorpresa. Perché quando il sergente Raikes non volava con un bombardiere, lo faceva con le parole. Era un poeta, nel suo piccolo, se volete, un Saint-Exupéry d'Oltremanica. Stessa fine, quantomeno. E ha fatto in tempo a raccontarlo, come si senta un poeta dentro un uccello di metallo con un carico di morte nella pancia. The poems of David Raikes è la raccolta dei suoi versi, pubblicata postuma nel 1954. Forse ci voleva la sua penna, per raccontare quel che si prova a trovare, come ieri mattina, un anello di fidanzamento sepolto da 66 anni: sopra, le iniziali del sergente Perkins. Dentro, una dedica: «Chris, with love». Forse andrebbe scomodato Foscolo, e il «santo e lagrimato sangue per la patria versato». Magari, però, bastano le parole di Michele Becchi: «Da un pezzetto di metallo, ridiamo vita alle persone».





Luca Angelini
25 luglio 2011(ultima modifica: 26 luglio 2011 17:40)

Ritrovati


L’orologio
Con inciso il nome Hunt (sotto), è bastato a risalire ai nomi dei quattro aviatori a bordo del Douglas A-20 Boston: il mitragliere John Penboss Hunt, l’operatore radio Alexander Thomas Bostock, il navigatore David Millard Perkins e il pilota David Kennedy Raikes, anche poeta. «The poems of David Raikes», è la raccolta dei suoi versi, pubblicata postuma nel 1954





Powered by ScribeFire.

Atac, un altro autista guida con i gomiti mentre parla al telefonino

Nuova Zelanda, dopo il sisma due pesci rossi vivi 134 giorni senza cibo

Corriere della sera

Erano conservati in una vasca




Il sisma che ha sconvolto la nuova Zelanda

MILANO - Shaggy e Daphne sono due pesci rossi fortunati, ma anche molto resistenti. Gli animali sono infatti riusciti a rimanere in vita senza cibo dal giorno del terremoto del 22 febbraio che ha sconvolto la città di Christchurch, uccidendo 181 persone. I pesciolini abitavano in un acquario della reception del Quantum Chartered Accountants, nella stessa città neozelandese. Solo nelle ultime settimane i lavoratori della Quantum sono rientrati nell'edificio e hanno trovato Shaggy e Daphne ancora in vita. Secondo Paul Clarkson, curatore del Monterey Bay Aquarium in California, i batteri possono aver mantenuto l'acqua pulita abbastanza per consentire la vita e i pesci potrebbero aver mangiato le alghe cresciute nella vasca. Ma forse si sono cibati anche dei loro compagni di acquario che hanno perso la vita. Altri tre pesci rossi che abitavano con loro sono infatti scomparsi senza lasciare alcuna traccia. Un quarto invece è stato ritrovato morto in acqua. Anche se nessuno è sopravvissuto così a lungo come Shaggy e Daphne, centinaia di animali domestici sono stati salvati nelle prime due settimane dopo la scossa. Carolyn Press McKenzie, che guida il rifugio Huha per animali a Wellington, ha infatti trovato casa per molti dei 115 cani, gatti, galli e tartarughe recuperati a Christchurch. Redazione online




27 luglio 2011 11:05





Powered by ScribeFire.

Missioni all'estero, c'è il via libera del Senato Ciampino, è rientrata la salma del parà ucciso

Quotidiano.net

Dopo una sospensione a sorpresa della seduta del Senato è rientrato il dissenso dei senatori ‘pacifisti’



Ciampino, rientra la bara del Caporal Maggiore David Tobini (Alive)



Roma, 27 luglio 2011



Via libera dell’aula del Senato al dl di rifinanziamento delle missioni all’estero. Hanno votato tutti a favore tranne l’Idv che ha ribadito la sua contrarieta’. I si’ sono stati 269, i no 12, un astenuto. I tre senatori dei Radicali non hanno partecipato al voto.

IL PD RICOMPATTA I PACIFISTI -  Dopo una sospensione a sorpresa della seduta del Senato, chiesta dal Pd per una animata riunione del gruppo parlamentare (qualche urlo si è sentito oltre la porta dell’aula della commissione Difesa, dove stazionavano i cronisti), è rientrato il dissenso dei senatori ‘pacifisti’ che non volevano votare a favore del decreto per il rifinanziamento delle missioni militari.

 “Abbiamo espresso il nostro dissenso nella riunione di gruppo - ha spiegato ai cronisti il senatore ‘ecodem’ Roberto Della Seta - ma in aula ci atterremo alle indicazioni”. “Ci è stato chiesto di votare in modo unanime - ha detto dal canto suo Vincenzo Vita, un altro dei ‘dissidenti’ - nonostante l’esistenza di posizioni divergenti all’interno del gruppo. Si è sostenuto che questo non fosse un caso di coscienza ma un problema politico”.

I RADICALI NON VOTANO - “Anche a nome dei colleghi Emma Bonino e Donatella Poretti, annuncio la non partecipazione al voto”. Cosi’ il senatore radicale (eletto nelle liste del Pd) Marco Perduca intervenendo in dissenso in aula rispetto al voto annunciato dal gruppo a cui appartiene.




Powered by ScribeFire.

Trent'anni di questione morale

La Stampa

UMBERTO GENTILONI

La questione morale «divora i partiti e le istituzioni», «nell' Italia di oggi fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato»; questa frase domani compie trent'anni e non li dimostra, tanto appare legata all'attualità stringente.

Tre decenni sono il tempo che ci separa dalla celebre intervista che il segretario del Pci Enrico Berlinguer concesse a Eugenio Scalfari (Che cos'è la questione morale, «la Repubblica», 28 luglio 1981). Un tempo lontano che traspare dalla lunghezza del testo, dal linguaggio di un mondo che non c'è più, dalla descrizione di un'Italia distante, attraversata da narrazioni identitarie e appartenenze contrapposte, segnata dalle ultime pervasive traiettorie della contrapposizione bipolare.

Ma è anche un tempo terribilmente vicino per la qualità dell'analisi che si affaccia nella conversazione e per il peso di quella vicenda e del suo riproporsi nelle dinamiche dell'Italia successiva. L'intervista giunge dopo la formazione del governo Spadolini, la breve parentesi di collaborazione tra democristiani e comunisti è ormai al tramonto: il preambolo da una parte e l'alternativa democratica dall'altra mettono nuovamente i due principali partiti in competizione per la conquista di una posizione egemonica.

Una sorta di competizione annunciata e consapevolmente proposta ai propri universi di riferimento, tanto da incoraggiare i militanti e rilanciare (per quanto possibile) le ragioni delle appartenenze separate. In questo contesto matura la riflessione di Berlinguer, più complessa e articolata degli utilizzi e dei richiami di cui è stata oggetto; lontana (e non solo per motivi cronologici) dalla stagione di Tangentopoli e dai conflitti tra i poteri dello Stato. La sua analisi ha attratto sguardi diversi, spesso in contrasto tra loro pur non ricevendo al momento l'attenzione che si potrebbe immaginare.

Destino non nuovo per lo stesso Berlinguer, spesso ignorato o mal sopportato anche da chi gli stava più vicino; non è casuale l'incalzare dell'intervistatore sui temi legati alla linea dell'austerità e all'inascoltata denuncia che risale a qualche anno prima. «La questione morale è il centro del problema italiano», afferma il segretario del Pci, argomentando sulle caratteristiche di occupazione del potere, sulle trasformazioni dei partiti in «federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss» e ancora sullo stravolgimento delle istituzioni in modo patologico e pernicioso: «macchine di potere e clientela, scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali programmi pochi e vaghi, sentimenti e passione civile zero».

Una fotografia impietosa e per molti versi profetica. Ma il punto centrale della sua analisi va più a fondo investendo le fondamenta della democrazia e offrendo chiavi di lettura contraddittorie. Il nesso tra questione morale e diversità comunista, un tema emerso più volte durante gli anni che ci separano dalla scomparsa del leader comunista: la diversità quasi antropologica del Pci produce un progressivo allontanamento dalle dinamiche politico-parlamentari chiudendo una forza elettorale così significativa in uno spazio poco utile al confronto e alla ricerca di soluzioni.

Ed è così che il tratto della questione morale come asse prevalente di analisi e di denuncia metterebbe in secondo piano il necessario interrogarsi sulle caratteristiche del sistema politico italiano e sui costi di una democrazia bloccata, in assenza di ricambio di classe dirigente. Una posizione difensiva che preserva un patrimonio senza metterlo (come era avvenuto durante gli anni del confronto tra Berlinguer e Moro) al servizio di un progetto politico, di una prospettiva di governo.

Di altro significato i ritardi nell'analisi sul mondo comunista, basti il richiamo alle ultime battute con Scalfari dedicate al Congresso del partito comunista polacco e ai buoni segnali che - secondo il segretario del Pci - arriverebbero da Varsavia. Tutto travolto, solo pochi mesi dopo, dai fermenti che scuoteranno la società polacca. Un'analisi articolata e contraddittoria in un passaggio difficile della nostra vicenda repubblicana. «La questione morale fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica»: può apparire un'affermazione senza tempo, o immersa nel tempo lungo e imprecisato della lunga transizione italiana. Difficile interrogarsi sulle eredità di una stagione così lontana e sui lasciti di un'analisi che appare così ravvicinata. Tra tanti eredi e detrattori di Berlinguer, varrebbe la pena recuperare un breve inciso dell'intervista «che la professionalità e il merito vadano premiati», forse trent'anni non sarebbero passati invano.




Powered by ScribeFire.

L'attentatore di Lockerbie riappare in tv

Corriere della sera

Al-Megrahi, condannato in Scozia per la strage del 1988, era stato liberato perché malato terminale



MILANO - Abdelbaset al-Megrahi, il libico condannato in Scozia per la strage di Lockerbie del 1988 e poi scarcerato per motivi umanitari, appare alla tv libica. L'uomo è inquadrato brevemente, seduto su una sedia a rotelle, e viene presentato come una vittima del colonialismo. Quando nel 2009 venne rilasciato, le autorità scozzesi dissero che era ammalato di cancro alla prostata e che gli restavano solo tre mesi di vita. A proposito della strage di Lockerbie, al-Megrahi ha sempre sostenuto la sua innocenza e anche il regime di Tripoli, nonostante abbia accettato di risarcire i familiari delle vittime, ha sempre affermato di non avere niente a che fare con l'attentato. Abdul Rahman Shalgham, ex ambasciatore libico all'Onu passato poi nelle fila degli insorti, ha ammesso nei giorni scorsi che il suo Paese ha avuto un ruolo nella strage di Lockerbie, aggiungendo però che non si è trattato di una operazione di marca unicamente libica.

Redazione online
27 luglio 2011 10:15

Quel che Bersani non ha scritto

Corriere della sera


IL PD E LA QUESTIONE MORALE


Il Pd ha questo di buono: della sua questione morale per lo meno ne parla. Bersani ha affrontato il problema con la lettera pubblicata ieri dal Corriere della Sera . Che contiene due elementi apprezzabili. Il primo è l'ammissione che la «diversità genetica» non esiste più. Gli iscritti al Pd non sono vaccinati dalla loro storia o dai loro ideali contro la tentazione di rubare. Bersani dice che il Pd aspira piuttosto a una «diversità politica». Ed elenca molte misure certamente utili per ridurre il rischio che i politici - i suoi e gli altri - rubino. Tra queste una legge, del resto prevista in Costituzione, che regolamenti la vita dei partiti condizionando i generosi finanziamenti dello Stato al rispetto di regole interne di trasparenza. Bisognerebbe anzi prevedere, come nel calcio, la responsabilità oggettiva: chi sgarra perde i soldi pubblici.

Detto questo, Bersani si ferma ben al di qua di ciò che servirebbe per restituire al Pd l'onore politico compromesso dai casi Penati, Pronzato e Tedesco. Nella sua lettera manca infatti ogni accenno autocritico. Che ci vuole ad ammettere, per esempio, che un dirigente del Pd nel consiglio di amministrazione dell'Enac non doveva proprio starci? Non è così che si separa «la politica dalla gestione», come il Pd spesso auspica? Se si dà a un politico il potere di assegnare una tratta aerea gli si regala anche un potere discrezionale che sarà fatalmente tentato di sfruttare. E non sono forse migliaia gli enti e le aziende pubbliche i cui cda esistono al solo scopo di assicurare poltrone e affari ai partiti? Secondo punto.

Non si può criticare il Pd perché alcuni suoi senatori si sono rifiutati di avallare il teorema per cui Tedesco, che non fu arrestato quando era un «semplice» assessore di Vendola, meriti ora la privazione della libertà perché da parlamentare può delinquere più facilmente (tesi sostenuta dai magistrati). Ma il Pd ha la colpa di aver portato in parlamento Tedesco proprio perché era inquisito, con la «furbata» di eleggere a Strasburgo chi lo precedeva in lista, promuovendolo così da primo dei non eletti a eletto dotato di «scudo».

Infine il caso Penati, il più scabroso per Bersani, poiché ne era il braccio destro. Si capisce che il segretario del Pd non voglia entrare nel merito delle accuse penali. Ma la pietra dello scandalo è la spericolata operazione con cui la Provincia di Milano guidata da Penati comprò azioni di una società autostradale, peraltro già a maggioranza di capitale pubblico. Bersani potrebbe almeno dire che quell'affare fu un errore, frutto dell'ipertrofia, se non peggio, di una politica che invece di privatizzare acquista fette di aziende, gioca a Monopoli e fa scambi impropri con le imprese usando il denaro dei contribuenti?

Moralizzare davvero vuol dire espellere la politica dalla gestione degli affari e dell'economia. Fare del moralismo è invece lisciare il pelo ai pasdaran dell'antipolitica, come il Pd ha fin qui spesso fatto nella speranza - ha scritto Marco Follini - di «esserne risparmiato in ragione di un minor vizio: soluzione ingenua senza essere del tutto innocente». Il trucchetto, come si vede in questi giorni, non funziona più. Non resta che fare sul serio.



27 luglio 2011 08:03



Powered by ScribeFire.

Concussione, indagato il vice delle coop edili

Corriere della sera


I pm: impose a Pasini consulenti da 2,4 milioni



MILANO - Con quell'accento emiliano che sembra quasi stia già costruendo quello che pronuncia, si sminuisce: «Il nostro mestiere è fare i muratori e gli impiantisti», eredi dei birocciai e carrettieri riunitisi in mutualità nel 1912 nel «Consorzio Cooperative Costruzioni» di Bologna. Invece il 63enne modenese Omer Degli Esposti è il vicepresidente e direttore lavori del primo gruppo di costruzioni nel mercato italiano (1 miliardo e 300 milioni di euro di appalti, 240 cooperative e 20.000 dipendenti), che sbuffa alla rituale definizione di colosso delle coop rosse: «Cosa vuol dire rosse? Abbiamo ristrutturato la Scala a Milano con Albertini, fatto il Passante di Mestre, la metro C a Roma, i lavori degli Uffizi...

Il 70% dei nostri clienti sono sindaci o governatori del centrodestra. Certo, siamo gente di sinistra, facciamo un secolo di vita, ma siamo solo imprenditori». E indagati: Omer Degli Esposti lo è dalla Procura di Monza per l'ipotesi di concussione ai danni di Giuseppe Pasini, il costruttore di Sesto San Giovanni (nonché candidato sindaco del centrodestra nel 2007 e consigliere comunale) alla base dell'indagine sull'ex sindaco ds di Sesto, Filippo Penati.

Stando a Pasini, quando nel 2000 era in lizza per rilevare dalla famiglia Falck l'area delle acciaierie di Sesto, per poter operare il costruttore si sarebbe visto imporre da Degli Esposti il coinvolgimento nel progetto di due professionisti vicini appunto alle coop rosse emiliane, Francesco Agnello e Giampaolo Salami, ai quali Pasini liquidò quattro fatture di consulenze per 2,4 milioni euro dal 2002 al 2004, e che sono pure indagati per concussione.

Tutt'altra storia racconta Degli Esposti. Ricorda che dal 1999 con Pasini ci furono trattative per un tandem sull'area Falck:
«Pasini ci adorava. Piccolo com'era (all'epoca sarà stato un decimo di noi) non poteva affrontare da solo quell'impegno, gli faceva comodo il nostro nome. Poi invece si fece l'operazione da solo... C'è stato un momento di frizione, mi sono rotto e me ne sono andato, sarà stato intorno al 2002 e da allora la CCC è stata fuori dalla Falck. Fino al 2008, quando Bizzi ci ha cercato. Noi - aggiunge Degli Esposti - abbiamo esitato, gli abbiamo detto che ci pensasse bene... Però ha insistito, è tornato con un fondo coreano, uno americano, un socio pugliese, banche come Intesa e Unicredit.

E abbiamo preso il 10%». Agnello e Salami compaiono nella fase del progetto comune con Pasini: «Certo che li conosco, sono consulenti della movimentazione immobiliare, sviluppatori con studi di architetti professionisti per far combaciare le varie esigenze». E Pasini non poteva trovare da solo un architetto? «Uno può essere un architetto bravissimo, ma ci vogliono relazioni con le persone e anche con la politica urbanistica. Agnello, ad esempio, aveva un contatto con Alberto Falck; Salami è uno che quando viaggia per il mondo ci propone occasioni».

Chi era l'architetto? «Non glielo posso dire». Perché no? «E' un fatto di etica professionale, è ininfluente rispetto al tema. E' un professionista bravissimo, che fece il piano volumetrico con il parco e, ai margini, soprattutto edilizia convenzionata». Impose lei i consulenti a Pasini? «Io non impongo niente a nessuno: se lui ci voleva significa che gli era piaciuto il nostro modo di lavorare. Noi abbiamo una squadra e, dove stiamo stati in giro per il mondo, questa squadra ha sempre fatto bella figura. Da quello che so, sono stati incaricati e pagati da Pasini».

Pagati di sponda per il partito? «Non penso proprio, penso che con i soldi si siano messi a posto il loro lavoro di un anno e mezzo. Incontro ogni giorno persone che ci propongono occasioni di lavoro: stiamo attenti a non frequentare la feccia, ma per il resto non spetta a noi badare a come si fanno poi pagare». C'è anche chi pensa che la tangente siate voi stessi, cioè il vostro inserimento nei lavori: «In 30 anni non mi sono mai permesso di offrire un euro di tangente. Siamo diventati il primo gruppo italiano vincendo e perdendo gare ogni giorno, partecipiamo a 1.500 l'anno. Il fatto è che diamo fastidio. Finché rimanevamo rintanati in Emilia e Toscana, andava bene: appena però abbiamo cominciato a prendere lavori in tutto il Nord... Ma non c'è problema. Chi se ne ha a male, si rassegni: noi ci siamo. E anzi ci allargheremo anche al Sud».




27 luglio 2011 07:30


27 luglio 2011 07:30



Powered by ScribeFire.