martedì 26 luglio 2011

Morta Giò Stajano, primo trans in Italia personaggio della Dolce Vita di Fellini

Il Mattino

LECCE – E' morta a 79 anni Giò Stajano, scrittrice, giornalista e attrice italiana, divenuta celebre come il primo transessuale pubblicamente dichiarato in Italia.

Nata a Sannicola (Lecce), negli anni Sessanta pubblicò alcuni libri che fecero scandalo come “Meglio l'uovo oggi”, romanzo sulla vita omosessuale di Roma. Pubblicazioni, queste, che vennero sequestrate dopo l'uscita nelle librerie, non prima però di avere ottenuto un grande successo.



Giò Stajano ha legato indissolubilmente il suo nome alla Roma della "Dolce Vita". Protagonista indiscusso delle notti, delle feste, del gossip nell'Italia degli anni Cinquanta/Sessanta, aprì anche un locale che ispirò Fellini per il film “La dolce vita”. E proprio in quel film, "manifesto" della dolce vita degli anni del boom economico e ora monumento della cinematografia italiana, Giò ebbe una parte.

Gli ultimi anni della sua vita sono stati caratterizzati da un costante e profondo avvicinamento alla religione cattolica. Avrebbe voluto entrare in convento e farsi suora, ma non le fu possibile farlo a causa del suo cambio di sesso non riconosciuto come legittimo dalla Chiesa.

Giò Stajano era nipote di Achille Starace, gerarca fascista e per alcuni anni segretario nazionalòe del fascio. Una discendenza che Giò non ha mai cercato di nascondere. Era orgogliosa del nonno e qualche volta si faceva vedere nella grande casa di Sannicola che era stata la residenza degli Starace e che da qualche anno è stata trasformata in ristorante.

Il suo hobby più importante è stata la pittura e i suoi quadri sono stati apprezzati da molti critici.

Guarda le foto

Martedì 26 Luglio 2011 - 21:56    Ultimo aggiornamento: 22:15




Powered by ScribeFire.

La coop mi disse: assumi quei due"

Libero




E' chiaro che quest’inchiesta della Procura di Monza su un decennio di  mazzette a Sesto San Giovanni si articola su tre livelli. Lo si evince anche dagli atti depositati dal pm Walter Mapelli in seguito alla richiesta di Riesame avanzata da alcuni degli indagati. E dunque, c’è il piano più specificamente locale, con i funzionari municipali e l’assessore con delega all’edilizia  e il sindaco sotto indagine, per via di progetti cittadini che - stando all’accusa - avrebbero nascosto rendite di posizione e contributi illeciti ai politici stessi.

Poi c’è la vicenda che più direttamente coinvolge Filippo Penati, esponente di punta del Pd lombardo ora dimissionario da ruoli istituzionali, accusato da due imprenditori - Giuseppe Pasini e Piero Di Caterina - d’aver intascato mazzette, mai direttamente ma per esempio tramite Giordano Vimercati, già suo capo di gabinetto quando lo stesso Penati era presidente della Provincia di Milano - e c’è però da rimarcare che quest’ultimo rigetta ogni accusa. Infine ecco l’ultimo piano, il più misterioso: quello che coinvolge le cosiddette coop rosse emiliane, con due professionisti d’area indagati per aver intascato emolumenti che, a dire dei pm, non sarebbero giustificati.

Dicevamo degli atti. Da cui ancora emergono le accuse di Piero Di Caterina, l’imprenditore per anni vicino a Penati e ora suo grande accusatore. Colui che afferma d’aver versato «20-30 milioni di lire al mese» a partire da metà anni Novanta, e che contestualmente, con la sua azienda di trasporti Caronte, ha goduto di remunerative concessioni pubbliche. Ai giudici ha confermato che «io avevo vantaggi, mi hanno consentito operazioni lucrose». Ragion per cui lui anticipava i soldi a Penati e al suo giro, «sicuro che le somme mi sarebbero state restituite, in quanto era scontato che Pasini avrebbe pagato una tangente». Poi invece Di Caterina - sempre stando alla sua versione - ha cominciato a innervosirsi.

Fino a indirizzare una lettera allo stesso Penati e a Bruno Binasco, stretto collaboratore dello scomparso Marcellino Gavio, titolare del grande gruppo  tra l’altro possessore delle quote dell’autostrada Milano Serravalle acquistate proprio dalla Provincia guidata da Penati con una chiacchierata operazione. Senza contare che Binasco è l’imprenditore che, nel ’93, fu arrestato con l’accusa di aver finanziato Primo Greganti, il “compagno G”, con 150 milioni (di lire) truccate da caparra su un’operazione immobiliare poi non avvenuta.

E comunque, Di Caterina aveva scritto a Penati e Binasco lamentandosi d’aver versato negli anni «notevoli somme» mai più rientrate. Ed ecco che  lo schema si ripete, nel senso che Di Caterina sostiene d’essere stato pagato con il sistema del ’93: nel 2008 Binasco sottoscrive un contratto per l’acquisto di un immobile di Di Caterina, versando una caparra di due milioni di euro per ottenerne l’opzione, che però scade senza che la cosa si concretizzi, cosicché il denaro resta a Di Caterina.

Negli interrogatori resi ai pm di Milano l’anno scorso - prima che il fascicolo passasse a Monza - l’imprenditore ha verbalizzato una sorta di contabilità delle tangenti che avrebbe versato a Penati  - o meglio, a chi per lui. Dalla fine del ’97 al 2003 ammonterebbero a 2 miliardi e 235 milioni di lire, con i diversi importi segnati su buste consegnate agli stessi inquirenti. I pagamenti fino al ’97, dice Di Caterina, non sono annotati «perché mi sono stati restituiti da Pasini e da suo figlio Luca» su un conto lussemburghese: «euro 1.104.683» poi rientrati in Italia nel 2003 con lo scudo fiscale.

E per quanto riguarda il denaro versato dal ’97 al 2003, ecco la storia della caparra versata da Binasco. Peraltro, i pm ritengono di poter dimostrare come parte dei soldi sia stata utilizzata anche per finanziare attività politiche le più quotidiane - tipo le bollette delle sedi della Federazione Metropolitana Milanese dei Ds, di cui Penati è stato segretario dal 2001 al 2004.

Infine, le cooperative emiliane. In particolare i due professionisti indagati, l’avvocato siciliano Francesco Agnello e Gianpaolo Salami, socio di diverse imprese a Sassuolo. Entrambi impegnati anche in altri progetti  legati alle coop. È stato Giuseppe Pasini a tirarli in ballo, «mi hanno detto di dare a loro le consulenze», indicando come suggeritori i rappresentanti della Ccc-Consorzio Cooperative Costruzioni, grande coop  bolognese del settore edile.

C’è da dire che i due indagati - respingendo con decisione ogni addebito - hanno presentato le fatture emesse da Pasini per prestazioni fra il 2002 e il 2004, fatture che però non convincono gli inquirenti. Che, per approfondire, hanno anche sentito Achille Colombo,  nel 2000 - ai tempi delle trattative per la dismissione dell’area dismessa - dirigente di primissimo piano del gruppo Falck. Il quale Colombo ha ricordato come anche durante le trattative di allora fosse presente Agnello. D’altronde, sempre dal 2000 a oggi, la vicenda dell’ex Falck ha visto cambiare attori e protagonisti e proprietari. Soltanto le coop  sono rimaste sempre nell’affare: attualmente la Ccc fa parte della società, guidata da Davide Rizzi, proprietaria dell’area.


di Andrea Scaglia

26/07/2011




Powered by ScribeFire.

Il sistema Pd viaggiava sulla Milano - Serravalle

Libero




«Bersani ha già parlato con lui (Penati) e gli ha detto che non decide niente».

Marcellino Gavio - storico latitante di Tangentopoli deceduto nel 2009 - lo diceva già nel 2004. La linea la detta la segreteria romana, non si può fare affidamento sui pesci piccoli. E Filippo Penati all’epoca rientrava nella categoria. Gavio lo ripeteva al telefono con Bruno Binasco, oggi indagato nell’inchiesta di Monza su mazzette e finanziamento illecito dei partiti. Telefonate che, rilette oggi, potrebbero tranquillamente far nascere il sospetto che il cosiddetto sistema-Penati non si fermasse a Sesto San Giovanni.

Le chiamate in questione riguardano l’operazione Serravalle, atto più significativo dei cinque anni di governo del centrosinistra in Provincia a Milano. Per chi non ricordasse, la giunta Pd nel 2004 aveva deciso di  comprare a 8,973 euro azioni per cui Gavio aveva speso appena 2.9 euro pochi mesi prima. Un pessimo affare, ma Penati aveva deciso che era fondamentale raggiungere il 53% delle quote società. Voleva avere il controllo assoluto. Controllo che,  come spiega da anni l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, era già saldamente nelle sue mani grazie a un accordo col Comune.

Per di più, a causa di Penati, le azioni di Palazzo Marino si sono poi svalutate, per un danno stimato dalla vecchia giunta  in 238 milioni di euro. La Provincia, invece, era stata costretta a indebitarsi per pagare Gavio, che è stato l’unico a guadagnare sul serio. La sua società ha realizzato una plusvalenza di 179 milioni di euro. Da notare che l’imprenditore pochi mesi dopo ha investito cinquanta  milioni di euro per tentare la scalata a Unipol: per qualcuno potrebbe essere tutt’altro che un caso.

A dirigere tutta l’operazione Serravalle, infatti,  non c’era solo il genio finanziario di Penati, che ha sempre difeso il suo ruolo nella vicenda spiegando che con queste mosse avrebbe potuto porre fine ad anni di presunto stallo amministrativo dovuto alla convivenza tra Comune e Provincia. A spingere per chiudere l’affare c’erano anche gli attuali vertici dei Partito Democratico. Per trovare dei nomi basta leggere la prima telefonata intercettata dalla Gdf tra Gavio e Penati. «Mi ha dato il suo numero di telefono l’onorevole Bersani», spiega l’ex presidente della Provincia, «volevo fare due chiacchiere». La conversazione è del luglio del 2004.

In quel periodo i pm Alfredo Robledo e Stefano Civardi indagavano su Ombretta Colli, predecessore di Penati in Provincia. L’inchiesta è stata poi archiviata, ma ha documentato come con il suo gruppo Gavio stesse facendo di tutto per accreditarsi con i nuovi “padroni” di Palazzo Isimbardi. Al centro c’era proprio Pierluigi Bersani, all’epoca eurodeputato dei Ds, che pochi giorni prima della telefonata riportata aveva contattato Gavio per suggerirgli di incontrare il neopresidente «in modo riservato». Gavio aveva illustrato la proposta con il suo braccio destro Bruno Binasco (oggi indagato, come detto) per spiegare: «Bersani ha già parlato con lui (Penati) e gli ha detto che non decide niente». Prima di muoversi, bisogna chiedere alla segreteria.

In altre chiamate, invece, è lo stesso Bersani che spiega in prima persona di aver fatto pressioni su Penati perché la pratica Serravalle venisse accelerata. «Bersani dice che ha parlato con Penati», si legge nella sintesi della telefonata fatta dalla Gdf, «e questi gli ha chiesto una settimana, dieci giorni per fare mente locale, quindi Bersani dice a Gavio di cercarlo per incontrarsi in modo riservato, poi dice ancora “vedrà che si trova un modo, ora fermiamo tutto e fra una decina di giorni quando vi vedrete troverete un modo”.

Gavio ringrazia». Per tutto il mese di luglio continuano le telefonate. «Gavio dice che lo ha chiamato Bersa (Bersani)», si legge in un altro resoconto di una “chiacchierata tra l’imprenditore di Tortona e Binasco, «che gli ha dato il via per incontrarsi fra una decina di giorni con lui (Penati) in un posto riservato. Binasco dice bene e che in questo momento si trova in macchina con Valori».

Nella stessa intercettazione spuntano i dettagli per l’incontro: «Gavio dice che fra otto o dieci giorni hanno l’appuntamento, Bersani ha già parlato con lui (Penati) e gli ha detto che non decide niente. Binasco dice va bene e Gavio lo esorta a cercare di portare la decisione fra 20 giorni». La decisione dovrebbe essere la nomina del nuovo presidente della Serravalle.

A quanto pare, poi, i contatti del duo Gavio-Binasco non erano confinati ai Ds. Il trenta giugno i finanzieri avevano preso nota di una telefonata tra Binasco e tale Lusetti, che potrebbe essere, ma non è dimostrato, il vicecapogruppo della Margherita alla Camera, membro della commissione Trasporti: «Binasco dice se si ricorda di Lusetti, Gavio risponde affermativamente, Binasco dice che è lui il suo uomo a Milano. Binasco gli dice di fissare un incontro per domani, poi gli spiegherà a voce».

Pochi giorni dopo, infine, Penati e Gavio si sono incontrati «in privato», come suggerito da Bersani. L’affare è andato in porto. Gabriele Albertini ha presentato denunce per anni senza mai essere ascoltato. La magistratura, per il suo stupore, non ha mai neanche provato a indagare su un’operazione che, per usare un eufemismo, si può definire bizzarra. Un’operazione che, per altro, vede coinvolti i massimi vertici dell’opposizione.


di Lorenzo Mottola


26/07/2011




Powered by ScribeFire.

Germania: una città dedica un tunnel a Bud Spencer

Corriere della sera

Ma non tutti sono d'accordo a intitolarlo a Carlo Pedersoli, vero nome dell'attore italiano



La manifestazione a Schwäbisch Gmünd
La manifestazione a Schwäbisch Gmünd
MILANO - Il tunnel dedicato a Bud Spencer divide la cittadina tedesca. Quattrocento cittadini di Schwäbisch Gmünd, 60 mila abitanti, hanno sfilato lunedì sera nel centro chiedendo alle autorità locali di rispettare la volontà popolare: vogliono che il nuovo tunnel di oltre 2 chilometri che attraverserà il Comune del Baden-Württemberg sia intitolato al protagonista della serie di Trinità e di Altrimenti ci arrabbiamo!.

RISULTATO – Lo scontro tra i cittadini e gli amministratori di Schwäbisch Gmünd è iniziato la settimana scorsa, quando i funzionari locali hanno organizzato un sondaggio online affinché fossero gli stessi residenti a suggerire il nome del nuovo tunnel. Immediatamente su Facebook è stato creato un gruppo che sosteneva il nome dell'attore italiano e in pochi giorni migliaia di utenti hanno votato per Bud Spencer al sondaggio cittadino. L'attore ottantunenne, il cui nome di battesimo è Carlo Pedersoli, è un autentico mito tra i cittadini di Schwäbisch Gmünd, non solo per i suoi celebri film e per la biografia recentemente pubblicata in Germania con il titolo di Mein Leben, Meine Filme (La mia vita, i miei film), che da settimane è in vetta alle classifiche tedesche, ma anche perché nel 1951, quando era uno dei più talentuosi nuotatori italiani (fu il primo azzurro a nuotare i 100 metri stile libero in meno di un minuto), avrebbe partecipato a una gara proprio nella cittadina del Baden-Württemberg.

MANIFESTAZIONE POPOLARE - Sembra che il risultato non sia piaciuto agli amministratori che, una volta conosciuto il responso, hanno subito precisato che il voto era puramente consultivo e che l'ultima parola spettava a loro. Mal gliene incolse. Tantissimi cittadini, giovani e adulti, hanno partecipato alla manifestazione di lunedì sera percorrendo la strada che dal municipio porta alla stazione centrale e gridando a squarciagola il nome di Bud Spencer. Alla fine la manifestazione è durata circa un'ora ed è stata un successo. Kevin Kallenberger, membro del comitato civico Die Partei ha definito la sfilata «una rivoluzione pacifica» e ha chiesto il rispetto della volontà popolare: «L'autodeterminazione è un nostro diritto», ha dichiarato al quotidiano locale «Rems-Zeitung». «Vogliamo che sia chiamato Tunnel Bud Spencer. Possiamo raggiungere quest’obiettivo».

POLEMICHE - Nonostante l'alta partecipazione popolare, i dirigenti locali continuano a rimanere perplessi sul futuro nome da dare al tunnel. I funzionari preferirebbero chiamare la costruzione Tunnel dell'Unicorno in onore dell'animale mitologico simbolo della città o semplicemente Tunnel di Gmünd. Markus Herrmann, portavoce del Comune, ha dichiarato al sito web in lingua inglese The Local che il sondaggio sarebbe stato falsato perché alle votazioni avrebbero partecipato internauti che non vivono nella cittadina tedesca: «È davvero una storia bizzarra», dichiara Hermann.

«Alla fine comunque il consiglio comunale terrà in considerazioni i risultati del sondaggio. Tuttavia il voto su internet non è stato espresso solo da cittadini di Schwäbisch Gmünd». Alcuni fan di Bud Spencer hanno fatto sapere che seguiranno il consiglio comunale di mercoledì e tenteranno di far valere le loro ragioni. Intanto però sembra che i partiti di opposizione siano propensi a seguire la volontà popolare: «Sarà davvero difficile ignorare questo voto», ha affermato battagliera Brigitte Abele, portavoce locale dei Verdi.


Francesco Tortora
26 luglio 2011 15:51



Powered by ScribeFire.

Lodo Mondadori, Fininvest paga La Cir ha incassato 564,2 milioni

La Stampa

Dopo la sentenza d'appello che condannava il Biscione la scelta di saldare




MILANO

La Cir ha ricevuto oggi da Fininvest il pagamento di 564,2 milioni di euro per la vicenda Lodo Mondadori. Lo rende noto un comunicato della Cir.

Sempre nel comunicato aziendale, Cir ricorda che il pagamento dell’importo è stato stabilito dalla sentenza della corte d’appello di Milano depositata lo scorso 9 luglio «quale risarcimento del danno causato a Cir dalla corruzione giudiziaria a suo tempo posta in essere nella vicenda del lodo Mondadori». La cifra comprende «spese legali e interessi dal 3 ottobre 2009». Sul preannunciato ricorso in Cassazione da parte di Fininvest, i legali di Cir «sono pienamente fiduciosi» di trovare in quella sede «ulteriore e definitivo riconoscimento» delle «buone ragioni della società, già riconosciute da una sentenza penale passata in giudicato e da due gradi di giudizio civile».

Fininvest aveva annunciato nei giorni scorsi l'intenzione di procedere con il pagamento diretto alla Cir dopo la sentenza della corte d'appello di Milano del 9 luglio scorso sul Lodo Mondadori. La holding della famiglia Berlusconi, aveva recitato un comunicato Fininvest, «ha deciso di effettuare direttamente alla società che fa capo a Carlo De Benedetti il pagamento dell'importo liquidato (560 milioni di euro), e questo in alternativa all'escussione della fideiussione rilasciata il 21 dicembre 2009».

Il pagamento, sottolinea il Biscione, «non rappresenta in alcun modo acquiescenza alla sentenza e Fininvest si è riservata di chiederne la ripetizione all'esito dell'impugnazione della sentenza stessa». La società «conferma infatti che proporrà ricorso per Cassazione contro la decisione della corte d'appello, ribadisce di aver sempre operato nella più assoluta correttezza, sottolinea ancora una volta che non sussiste alcun danno per Cir di cui debba rispondere ed è certa che le proprie buone ragioni non potranno non essere riconosciute».



Powered by ScribeFire.

Pakistan, cuori ribelli

Papponi di stato, puntata 5. La settimana corta degli on.

Libero



La sveglia mi urla nell’orecchio. È martedì, primo giorno della settimana lavorativa di noi parlamentari. Il lunedì? Ma no, il lunedì non esiste. I non romani più coscienziosi lo usano per arrivare in città, ma la maggior parte dei deputati forestieri arriva il martedì mattina, con tanti saluti alle prime riunioni, «che cosa vuoi che sia un’assenza, mica siamo a scuola, e poi se non si va in Commissione non c’è conseguenza sullo stipendio». Certo che Roma sa essere bellissima. I primi tempi, il tragitto dalla casa che ho preso in affitto in piazza Navona fino a Montecitorio lo faccio in scooter, tanto c’è il parcheggio della Camera vigilato 24 ore su 24 dai Carabinieri.

Poi prendo le misure, e decido che a piedi è anche meglio, ci vogliono dieci minuti a dir tanto. Quando mi alzo presto, cammino fino al bar di fianco alla chiesa di San Luigi dei Francesi, in genere incontrando l’auto blu che porta Andreotti in Senato, lui è sempre il primo ad arrivare, poi bevo il caffè e mi avvio verso piazza del Parlamento. C’è caso di incontrare il leghista Cota che fa jogging nei pressi del Pantheon, magari accompagnato dal compagno di partito Caparini, alzano la mano e mi salutano trafelati, va là che Roma ladrona quasi quasi piace anche a loro, alla fine si sono ambientati più che bene.

Il traffico insopportabile della Capitale comincia a rumoreggiare, e Montecitorio entra nella giornata lentamente, i deputati arrivano in ordine sparso con l’inseparabile borsa di pelle, vero status symbol. Un salto alla buvette, altro caffè e via, si comincia. Come detto, il martedì mattina c’è la riunione di Commissione. Il primo voto in Aula è previsto per il pomeriggio, e non è raro che si tenga quando la Commissione è ancora in corso. Ma l’Aula risulta sempre quantomeno mezza piena, d’altronde in questo caso c’è la detrazione di 206 euro se non raggiungi almeno il 30 per cento delle votazioni utili, saltare la seduta sarebbe un delitto, anche se in casi estremi puoi portare la giustificazione, e vai a controllare se è vera.

Entrano allora in scena i famosi “pianisti”, quelli che votano anche per gli assenti. Non mi dilungo su una questione su cui si è scritto e filmato e sputtanato più volte. All’inizio te la meni un po’, ma quando capisci che il costume è generale – a destra, a sinistra, al centro – ti adegui. Io qualche volta mi sono messo d’accordo con una collega: se non sono presente ci pensa lei, e viceversa. Una volta ho votato io per tutti quelli del mio gruppo. Ci sono anche i “votatori ufficiali” dei deputati più importanti, che non è raro siano in altre faccende affaccendati, d’altronde loro mica possono perdere tempo in Parlamento: al momento opportuno, tirano fuori le due schede e svolgono diligentemente il compito.

Il numero legale, e dunque il controllo dei votanti, viene richiesto solo per le questioni particolarmente delicate, in ogni caso non così frequentemente. Oppure, quando l’Aula appare squallidamente vuota, si procede con il voto per alzata di mano, che per molti è così romantico, «ma sì, fa tanto antica Roma...». In realtà, non essendo registrato con il procedimento elettronico, è del tutto valido ma non conta ai fini della trattenuta. Cioè, se ci sei bene, se non ci sei bene lo stesso: la busta paga non ne soffre. Ed è proprio quando la stampa comincia a denunciare il malcostume dei pianisti, che vengono a galla le tante assenze dei deputati. In questo senso, noi Verdi ci siamo rivelati imbattibili.

E allora, ecco puntuale la circolare: “Care e cari - ci scrive Angelo Bonelli, presidente del gruppo parlamentare - come avrete avuto modo di leggere dai più importanti quotidiani nazionali, il gruppo politico dei Verdi viene posto come il meno presente alle votazioni in Aula. Questi articoli certamente non aiutano a costruire una buona immagine del ns. gruppo [eh già, quel che importa è “l’immagine”]. È evidente che ognuno di noi sa quanto partecipa alle votazioni, pertanto sono qui a richiamare con forza una maggiore presenza alle votazioni. Certo di un Vs. cortese riscontro, invio cari saluti”. Gentilmente ricambio.

Il mercoledì è di certo la giornata clou. In mattinata, si comincia ancora con la riunione di Commissione, parole parole e ancora parole. I giocatori giramondo della Nazionale parlamentari, che si allenano il martedì sera sul campo militare della Cecchignola – c’è il capitano Manlio Contento di An, il portierone rifondarolo Augusto Rocchi, l’ex pulcino del Catania Salvatore Buglio della Rosa nel Pugno (che però non è stato ricandidato, dunque c’è da rinforzare la fascia), il centrista Peretti detto Beckenbauer, il terzino sciupafemmine Simone Baldelli di Forza Italia - discutono di dribbling e schemi di gioco, e se c’è qualcuno acciaccato si trascina zoppicando fino alle attrezzate salette dei fisioterapisti, un bel massaggio e via, come nuovo, e sono così bravi, i massaggiatori, che devi prenotarti, e mica solo al mercoledì. Ma verso l’una c’è il voto in Aula.

Ora di pranzo, dunque: noi deputati abbiamo una gran fame, è umano, no? Quindi, dopo aver schiacciato il feral bottone, tutti a mangiare. E di corsa, che poi non si trova posto. La scena ricorda un po’ l’intervallo della scuola: una marea umana che si precipita verso uno dei ristoranti - c’è quello selfservice, veloce e informale, e l’altro più tradizionale, con i camerieri in livrea, infine il bistrot della buvette. Gli onorevoli si affrettano, corrono, sgomitano, scorciatoiano per garantirsi il tavolo. E insomma, è la pausa pranzo, mica sarà un privilegio, questo.

Dopo aver mangiato e digerito, in genere verso le tre del pomeriggio, va in scena quel reality show che è il “question-time”, in pratica un confronto diretto fra governo e parlamentari, approfondiremo più avanti. Prosegue più o meno fino alle quattro e mezza. E comunque non c’è voto, ragion per cui l’Aula è quasi sempre semi vuota, e in quell’ora e mezza si possono sbrigare altre faccende, sempre politiche e parlamentari, per carità. Tanto l’adunata generale - con voto incorporato, questa volta - è per le cinque circa, e prosegue fino alle otto di sera. Sempre che non ci sia qualche partita di calcio: in quel caso, come per magia, alle sei e mezza anche le questioni più complicate si dipanano.

Più Totti per tutti. E si arriva al giovedì. Fin dalla mattina, si respira l’aria del fine settimana, i deputati che non sono di Roma e dintorni fanno mente locale e si mettono al telefono per prenotare il volo. Si vota dalle undici del mattino in poi, mal che vada c’è un’altra seduta dopo pranzo, verso le tre. Poi comincia il fuggi-fuggi. Vai in guardaroba - lo trovi poco prima del ristorante - ed è pieno di borse, valigie, trolley, pacchi e quant’altro, dal primo pomeriggio si forma una fila anche di un quarto d’ora. I taxi scaldano i motori, gli onorevoli che hanno prenotato lo stesso volo si raggruppano, «parti adesso anche tu? Allora mi unisco, così spendiamo meno». E poi dicono che non tagliamo le spese.

In realtà, qualcuno rimane anche il venerdì. Ma, in tutta onestà, è davvero raro. Sono pochi, in un anno, i venerdì in cui è espressamente richiesta la presenza, chessò, durante la Finanziaria (ne parleremo) o magari per un voto importante in Commissione. Ma, ripeto, sono casi eccezionali, e quando si verificano si limitano alla mattinata. D’altronde, non è che possiamo contarla tanto su: nei primi cento giorni di questa mia prima legislatura, la Camera ha tenuto 36 sedute, equivalenti secondo i calcoli dei giornali a poco più di due ore al giorno di lavoro. E considerando vacanze e feste comandate e ponti e week-end, su un intero anno di attività - dunque da aprile ad aprile - a Montecitorio si è lavorato 160 giorni, vale a dire nemmeno 5 mesi.

Quattro mesi e venti giorni in un anno. Poi dice che la gente s’incazza. Ma c’è da precisare una cosa: non è che sempre e comunque il deputato non presente in Aula o in Commissione è a grattarsi la pancia sulla spiaggia di un’isola caraibica. No, il più delle volte sta facendo attività politica, ma per il partito. Che cosa c’entra l’attività di partito con il mandato ricevuto dagli elettori? Nulla o quasi, ma tant’è. E comunque, gira per convegni e dibattiti (“... seguirà buffet...”), partecipa a riunioni organizzative. Oppure, c’è caso che si metta cercar tessere. Succede per esempio questo: c’è il congresso dei Verdi, e Pecoraro Scanio punta naturalmente alla rielezione a segretario nazionale, nonostante qualcuno storca la bocca per questo fatto che lui è anche parlamentare e ministro contemporaneamente. E insomma capisco l’antifona, qui c’è da tirar su delle tessere, far iscrivere al partito gente che stia dalla sua parte.

E io, che fino a qualche mese prima m’immaginavo battagliare alla Camera per risolvere problemi epocali e passare alla storia d’Italia, da fare mi dò. Telefono a destra e a manca, chiamo la parente, l’amico, chiedo al vicino di casa, «ma io non ne so niente, di ambientalismo», «e chissenefrega, basta che fai la tessera e voti per i delegati giusti, e come dici? Che non sai chi sono i delegati? Ma te lo dico io, ecco qui...». Alla fine di tessere ne tiro su parecchie, missione compiuta.

È vero, non è che sia il massimo. Ma per rimanere nel gruppo si è costretti a fare anche così. Tornando alla Camera, è aperta anche al sabato. Ma questo, ancor più degli altri, è il giorno degli ex. Gli ex deputati, quelli che tornano a respirare l’aria, magari sono anziani, non hanno più tanto da fare, e poi il richiamo del Palazzo è irresistibile. E allora vedi che li portano in macchina davanti all’entrata, poi qualche badante li scarica e li torna a prendere la sera. È così: ci sono pensionati che si ritrovano alla bocciofila, altri in Parlamento. Loro entrano, si aggirano per i saloni, vanno dal barbiere, ricordano i bei tempi andati, hanno ancora una tesserina speciale per mangiare alla buvette, e tutti i giorni.

Discutono animatamente, a volte scoppiano dei litigi che finiscono a maleparole. Qualcuno ogni tanto si addormenta su un divanetto o nella sala lettura, i commessi li lasciano riposare, poi magari li svegliano con delicatezza, «onorevole...». E c’è anche quello che non riesce a trattenere i suoi problemi d’incontinenza, e i commessi ancora lì, ad assisterlo con pazienza. Sia detto con tutto il rispetto, ma sembra una casa di riposo. E non datemi dell’insensibile, non è che sia un problema dar ospitalità a persone che qui hanno lavorato, e certo molto più di quanto faccia io. Ma anche questo strano “sabato degli ex” un po’ contribuisce all’inquietante atmosfera da “basso impero” che avvolge quello che dovrebbe essere il cuore e il cervello del Paese. E che inesorabilmente sta risucchiando anche me.


26/07/2011




Powered by ScribeFire.

Quando la follia è aiutata dalle armi

Corriere della sera

di BEPPE SEVERGNINI


Domanda: perché un uomo che invocava «l'uso del terrorismo come mezzo per risvegliare le masse» teneva in casa, legalmente, una mitraglietta Ruger Mini 14 semi-automatica?
Perché lo psicopatico che sognava di diventare «il più grande mostro dopo la Seconda guerra mondiale» - il suo diario pubblicato su Internet - ha potuto usare l'arma per condurre il suo sconvolgente safari umano?

In Norvegia ci sono 439.000 cacciatori - uno ogni dieci abitanti - ed esistono leggi severe sulle armi da fuoco: evidentemente, non bastano. Anders Behring Breivik ha confessato nel suo farneticante memoriale: «Invidio i nostri fratelli Americani perché le leggi sulle armi in Europa fanno schifo in confronto. Sulla domanda ho scritto: "...per la caccia al cervo". Sarei stato tentato di dire la verità: "...per giustiziare marxisti culturali/traditori multiculturali categoria A e B. Giusto per vedere la reazione"».

Simboli celtici e giallisti scandinavi, templari dilettanti e angoli bui nell'anima nordica: si discute di tutto, in queste ore, nel tentativo di spiegare l'inspiegabile. Di armi, però, si parla poco. Quasi fosse inevitabile che un cittadino si procuri una mitraglietta. Un prezzo da pagare alla modernità, uno dei tanti. E invece, se non ci fosse stata quell'arma, l'isoletta di Utoya - latitudine incerta, nome vagamente platonico - sarebbe rimasta un esotico indirizzo locale. I pazzi criminali ci sono sempre stati. Ma uno psicopatico con un coltello ammazza una persona, un fanatico con un fucile ne uccide due o tre. Un folle con una mitraglietta può sterminare dozzine di ragazzini, come se fossero leprotti in un recinto: ora lo sappiamo, purtroppo.
Il mantra dei cittadini armati è noto: «Non sono le armi che uccidono, sono gli uomini». D'accordo: ma gli uomini, senza armi, uccidono meno. O non uccidono proprio. Non è semplicismo: è semplice buon senso per tempi cattivi, anzi pessimi. Qualcuno dirà: un criminale riesce comunque a procurarsi ciò che vuole. Forse è così. Ma la ricerca lascerà tracce, e le tracce destano sospetti. Il placido acquisto di una semi-automatica è una tragedia che aspetta di accadere. 
Molti americani, si sa, rifiutano questo discorso. Il diritto di portare armi è scritto nella Costituzione, viene da una storia dura e da una geografia difficile. Resta un fatto: quasi tutte le stragi degli ultimi anni sono avvenute perché lo psicopatico di turno aveva a disposizione un'arma sulla quale non avrebbe dovuto mettere le mani: Virginia Tech USA (2007, 33 morti); Jokela e Kauhajoki in Finlandia (2007 e 2008, 9 e 11 morti); Geneva County, Usa (2009, 10 morti); Bratislava, Slovacchia (2010, 8 morti); Cumbria, Uk (2010, 12 morti); Tucson e Grand Rapids, Usa (2011, 6 e 8 morti).
Certo, potremmo osservare che - salvo eccezioni - queste tragedie sembrano accadere in Paesi disciplinati e socialmente coesi: come se la pressione, senza sbocchi quotidiani, esplodesse con più violenza. Ma rischieremmo di scivolare nella sociologia. Concentriamoci su un fatto, ed è un fatto fondamentale. Una società matura deve prevedere la follia: non potendola evitare completamente, provi a limitarne i danni. Le armi automatiche e semi-automatiche vanno tolte dalla circolazione; le armi sportive, concesse con grandissima cautela.
In molti non sono d'accordo. La soluzione, secondo costoro, non è togliere di mezzo le armi: è armarsi tutti e di più. I sostenitori di questa tesi, nelle ultime ore, hanno invaso i social network e i blog - soprattutto negli Usa - ma non solo. La strage di Oslo - sostengono - dimostra che il «gun control» ha fallito; mentre la presenza di adulti armati sull'isola avrebbe impedito la tragedia. Rifiutano di ammettere che una mitraglietta è il mezzo con cui un omicidio diventa una strage, e una tragedia si trasforma in una catastrofe. Forse perché non avevano figli su quell'isola. Buon per loro.



25 luglio 2011 08:53



Powered by ScribeFire.

Pensioni a reduci del '15-18' Due milioni. Ma sono morti.

Libero




Debiti di guerra. La Germania ha estinto i suoi solo nell'ottobre 2010, quando chiuse definitivamente i conti con le clausole della pace punitiva siglata nel 1919 a Versailles. In Italia paghiamo ancora le pensioni ai reduci di quel conflitto, i sopravvissuti all' "inutile strage". Parliamo della Grande Guerra, quella del '14-'18, la prima a esser definita "mondiale". Ci entrammo nel 1915 e dopo la fine dei combattimenti  l'Italia  ha giustamente garantito un assegno ai reduci. Oggi, novantadue  anni dopo, si scopre che quegli assegni continuano ad essere regolarmente versati.

Per il 2012, infatti,  lo Stato ha stanziato più di 1 milione e 800 mila euro (1.807.599 per la precisione) sotto la voce "assegno annuo vitalizio ai combattenti della guerra 1914-18 e delle guerre precedenti, insigniti dell’ordine di Vittorio Veneto nonché alle “portatrici”   della Carnia e zone limitrofe".

A parte il ben strano  riferimento alle "guerre precedenti" (la guerra contro i turchi del 1911? Tripoli bel suol d'amore?), è poco comprensibile anche il riferimento ai soldati della  Grande Guerra.  Infatti proprio tre anni fa, nel 2008, fu pubblicata la notizia della morte dell’ultimo reduce italiano di quel conflitto, Delfino Borroni, classe 1898.  Arruolato diciannovenne nei bersaglieri, combattente  sull'altopiano di Asiago e sul Pasubio,  fatto prigioniero a Caporetto, morì alla bella età di centodieci anni. Non basta: l'ultimo sopravvissuto  in assoluto del primo conflitto mondiale, il britannico Claude Choules, arruolato appena quindicenne nella Royal Navy, si è spento, anche lui all’età di centodieci anni, lo scorso maggio.

le portatrici carniche

Rimarrebbero le "portatrici" carniche:  donne dalla tempra d'acciaio, che lungo il fronte friulano, caricate di pesanti gerle, portavano in prima linea rifornimenti e munizioni. Ma una portatrice che avesse avuto, poniamo, quattordici anni nel 1918, sarebbe oggi ultracentenaria. Nel dicembre del 1997, l'allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro,  le menzionava nel suo messaggio agli italiani di fine anno: "Faccio un balzo a Timau, alle Alpi Carniche", diceva: "Là abbiamo ricordato le  "portatrici carniche". Erano lì, quelle che sono rimaste, più che novantenni. Ho portato la Croce di Cavaliere a ciascuna". Da allora, però, sono passati quattordici anni. 
 
E allora a chi vanno quegli assegni?  Forse ai familiari di quei soldati? A una prima lettura non sembrerebbe, visto che per  altre voci di spesa -  per esempio quelle relative agli "assegni vitalizi a favore dei perseguitati politici e razziali" (40 milioni e 500 mila euro nel 2012) e agli "assegni vitalizi a favore degli ex deportati nei campi di sterminio nazista" (21 milioni e 200 mila euro) -   si precisa espressamente: "e dei loro familiari superstiti".

Sempre in tema di spese di guerra, ci sono altre voci "sospette", tra  i fondi  messi  in bilancio per il prossimo anno. 922.236 euro, per esempio, se ne vanno a coprire "contributi trentennali in annualità, in semestralità o in rate costanti ai proprietari che provvedono alla ricostruzione ed alla riparazione dei loro fabbricati distrutti o danneggiati dalla guerra per destinarli alle persone rimaste senza tetto, nonché contributi ai proprietari stessi nelle annualità di ammortamento dei mutui contratti».

Qui, naturalmente,  la guerra in questione  potrebbe essere benissimo  la seconda. Ma è comunque notevole   che, a sessantasei anni dalla sua conclusione, lo Stato italiano paghi  ancora le spese di ricostruzione.

nuove commissioni

Infine,  oltre 17 milioni di euro (17.543.813) finanzieranno alcune spese mediche, che si riferiscono,  forse,  anche ai conflitti più recenti (Afghanistan, Iraq, eccetera). Tra   queste, si citano "spese per le convenzioni con medici civili generici e specialistici per integrare la composizione delle commissioni mediche di verifica e della commissione medica superiore ai fini degli accertamenti sanitari in materia di pensioni di guerra", eccetera.
 Chissà se, così rinfoltite,   le commissioni  troveranno anche il tempo di  sciogliere il mistero sulle pensioni ai reduci del  '18...


di Alessandro Giorgiutti

26/07/2011




Powered by ScribeFire.

I rovinati dal pm Woodcock / Ugo Bonazza: "Fatturavo sei milioni, ora sono sul lastrico"

di Stefano Zurlo

L’imprenditore arrestato dal pm nell’inchiesta su Vittorio Emanuele di Savoia: "Assolto dopo cinque anni". Corruzione, prostitute, era tutto falso. Ma io ho perso anche mia moglie". "Diceva che ero il capo della banda. Ma la banda non esisteva"



L’hanno intercettato per un an­no e mezzo e devono aver riempito chilometri di nastri. Ugo Bonazza, grande amico del principe Vittorio Emanuele, parla come un fiume in piena. Difficile contenerlo, mentre mitraglia di parole l’interlocutore. Più che un’intervista, il colloquio è il tentativo di costruire un argine. Bo­nazza è stato arrestato con il figlio di re Umberto nell’estatedel2006.

E co­me il Savoia, pure questo piccolo im­prenditore è us­cito indenne da un’indagine che sembrava più frastagliata del delta di un fiume amazzonico. Corruzione, associazione a delin­quere, iMonopolidiStato,laprostitu­zione, filonisufiloni.L’inchiestacon­dotta da Henry John Woodcock, al­meno sul suo lato, è finita in nulla. Ma anche Bonazza se la passa male. «Nell’estate del 2006 la mia società

dicosmeticifunzionavaameraviglia. Fatturavo 6 milioni di euro l’anno e avevo redditi sui 160 mila euro. Stavo benissimo.Oggisonosullastrico:iori­fornivo l’Oréal e i francesi, appena scoppiato lo scandalo, mi hanno det­to: “Non farti più vedere”. Per tutto questo devo ringraziare Woodcock, Woodcock che mi ha rovinato».

Qual era il suo ruolo secondo la Procura di Potenza?
«Vede, loro mi hanno appiccica­to addosso le cimici nell’autunno del 2004 e sono andati avanti fino all’estate del 2006. Ma sa quante cose si dicono, quante fesserie si sparano, quanti progetti si inse­guono in tutto questo tempo?»

Non mi ha risposto. «Woodcock si era mes­so in testa che io fossi il capo della banda».

Invece?
«Non ero il capo per­ché non c’era la banda».

Troppo comodo, no? «Piuttosto:laverità.Cer­to, insieme al principe e ad alcuni amici coltivavamo dei progetti, eravamo an­che un po’ megalomani, ma i pm vedevano il nero dove il nero non c’era.Posso farle un esempio?

Prego. «Il Savoia mi dice: “Guarda che io conosco un colonnello che è cu­gino di Gheddafi”».

E allora? «Riflettiamo e pensiamo di po­ter partire per primi con il turismo, sfruttando quel rapporto, con la Li­bia che in quel 2005 si sta aprendo al mondo. O almeno co­sì pare. Per la Procura pe­rò quel progetto, poi naufragato, è obliquo co­me tutto quello che noi facciamo. Secondo la Procura noi corrompia­mo, ricicliamo, sfruttia­mo le zoccole».

Le intercettazioni a proposito delle signo­rine sono diventate famose.
«Guardi: il principe, la famosa zoccola di cui parlavano i giorna­li, non l’ha mai vista,non sa nean­che chi sia. Chiacchiere su chiac­chiere ».

Un passo indietro: come ha co­nosciuto Vittorio Emanuele
? «Siamo compagni di mutanda da vent’anni».

Compagni di mutanda?

«Short, pantaloni corti, costu­me, come vuole lei. Da vent’anni ci ritroviamo sull’isola di Cavallo in Corsica. Siamo diventati amici, anche se lui è nei libri di storia, ap­partiene alla famiglia reale, e io so­no un plebeo che è si è fatto dal nul­la in Veneto. Sono tutti invidiosi».

Addirittura? Ma di cosa poi?
«Del fatto che siamo amici. Spar­lano tutti di Vittorio Emanuele, poi sottobanco mi dicono: “Me lo presenteresti?”»

Insomma, cosa avevate combi­nato?

«Per Woodcock una sfilza di rea­ti. Corruzione, riciclaggio, asso­ciazione a delinquere. Secondo lui uno volevamo mettere le mani sui casinò, poi avevamo corrotto pezzi dello Stato per ottenere un trattamento di favore dai Mono­poli, poi non so che altro».

Lei è stato arrestato con il prin­cipe?
«Mi sono consegnato dopo.
Hanno scritto che ero latitante, in realtà ero in Francia per lavoro».

Dunque, latitante.

«Sono finito in cella con il princi­pe e il suo segretario. Ma solo per pochi giorni».

Poi?
«Arresti domiciliari. Un mese chiuso in casa, un altro con la pos­sibilità di andare al lavoro. Pensi che il giorno in cui ho riacquistato la libertà, il 14 ottobre, per l’eufo­ria sono finito sotto un tir».

Sotto un tir?

«Sì, mi hanno squartato, mi han­no­messo una placca vicino al femo­re e mi hanno rimesso in sesto ».

Le indagini?

«L’inchiesta è stata spacchetta­ta e divisa in tre tronconi. Il primo, in cui mi accusavano di corruzio­ne e sfruttamento della prostitu­zione, è approdato a Como. E a Co­mo i Pm hanno subito chiesto e ot­tenuto dal gip l’archiviazione».

Il secondo?

«Ancora corruzione, ai Mono­poli di Stato».

Risultato?

«Idem come sopra. Archiviazio­ne senza nemmeno arrivare a pro­cesso ».

Il terzo?

«L’associazione a delinquere. Per unpo’èrimastaaPotenza,poiabbia­mo posto il problema della compe­tenza ed è finita a Roma. Qui con il ri­toabbreviatohoavutol’assoluzione, sollecitata dallo stesso pm. Che le de­vo dire? Sono stati cinque anni di umiliazioni, di sofferenze, di pati­menti. Illavoroècrollato,lamiarepu­tazione è finita sotto i tacchi, mia mo­glie, dopo aver letto di tutte queste presunte zoccole, mi ha lasciato. Un disastro. Oggi faccio fatica a vivere, ma ormai non faccio più notizia».




Powered by ScribeFire.

Addio a un mito: così a Saint-Tropez l’eleganza vip è affogata nel lusso di massa

di Stenio Solinas


"Inventata" dagli americani, la Costa Azzurra è stata per decenni il set del bel mondo. I pittori la scoprirono, l'esistenzialismo la lanciò e Brigitte Bardot la rese immortale. Ma ormai nemmeno la nostalgia è più quella di un tempo



La Costa Azzurra fu un’invenzione degli americani. Negli anni Venti del Novecento, prima Cole Porter, musicista di genio, e poi Gerald e Sara Murphy, miliardari con la passione delle arti e degli artisti, fecero quella che qualcuno definì in seguito «la rivoluzione d’estate». Il primo affittò per l’intera stagione del 1921 lo Château de La Garooupe a Cap d’Antibes, i secondi convinsero l’anno dopo in manager del locale Hôtel du Cap ad aprire solo per loro da giugno a settembre, con una cuoca e una cameriera per le faccende domestiche... Fino ad allora, «nessuno che fosse qualcuno» come scrisse Elsa Maxwell per rendere meglio il senso di quella rivoluzione, «veniva avvistato nel sud della Francia durante luglio e agosto»...
Il Mediterraneo era ritenuto un mare interno, caldo perché stagnante, e d’estate la villeggiatura degli happy few, i pochi felici dell’aristocrazia di sangue e di censo, francese e anglosassone, tedesca e russa, si faceva sulle isole del Canale della Manica o sulle coste dell’Atlantico. In Lasciami l’ultimo valzer, Zelda Fitzgerald, la moglie bella e pazza dell’autore del Grande Gatsy, racconta di come sui transatlantici che collegavano gli Stati Uniti all’Europa, i viaggiatori esperti mettessero sull’avviso i novizi riguardo ai pericoli che li attendevano: «I loro bambini avrebbero preso il colera, gli amici sarebbero stati morsicati a morte dalle zanzare francesi, da mangiare avrebbero avuto solo carne di capra e niente ghiaccio nei liquori».
Di questa «invenzione», quella che della Costa Azzurra sarebbe divenuto il compendio e l’epitome, Saint-Tropez, fece un utilizzo tutto suo, squisitamente francese. L’avevano scoperta per primi i pittori, Signac, Matisse, Dunayer de Segonzac, che si ritrovavano al bar dell’Hôtel Sube, dove adesso c’è il Café de Paris. Poi era stata la volta della scrittrice Colette e della regina dell’operetta Mistinguette, dei registi Julien Duvivier e René Clair. È di quest’ultimo, nel 1941, il primo film tropézien, Le soleil a toujours raison, con Tino Rossi e Micheline Presle.
Venne girato a La Ponche, «la punta», il quartiere dei pescatori abbarbicato sulla città vecchia che sovrasta il porto. La Ponche era anche il nome dell’unico bar aperto lì, proprio dove «la punta» andava a incontrare il mare, e alla allora proprietaria, Marguerite Armando, il regista propose di fare da controfigura della bella attrice protagonista. «Rifiutò, ma la proposta la inorgoglì» ricorda la figlia Simone, che oggi è alla guida dell’albergo che di quel bar ha preso il posto, un gioiellino che è un po’ l’essenza stessa di Saint Tropez.
Sì, perché è sempre a La Ponche, come quartiere, come luogo e come ritrovo, che nel dopoguerra arrivano da Parigi gli «esistenzialisti», anche se nessuno di loro sa bene cosa questa definizione significhi. Si chiamano Juliette Gréco, Boris Vian, Daniel Gélin, Pierre Brasseur, sono attori, musicisti, scrittori, cantanti, lo ribattezzano Saint-Tropez-des Prés, lo trovano magico, come scriverà la Gréco, «per bere, ballare, nuotare, dormire al sole e fare l’amore». È di Vian il suggerimento ai genitori di Simone, di aprire un locale notturno adiacente al bar. Il Club Saint-Germain-des Prés La Ponche apre i battenti nel 1949: Boris suona la tromba, Mouloudji la chitarra, il negro americano Don Byas il sassofono, il gitano Pata le batterie... Ci vanno Eluard, Sartre, Picasso, Annabelle Buffet...
Negli anni Cinquanta, come ricorda ancora Simone, che della storia del suo albergo è giustamente fiera, tanto da averci scritto sopra un libro (Hôtel de La Ponche.

Un autre regard sur Saint-Tropez, Le Cherche Midi Editore) La Ponche e con lei Saint-Trop entrano definitivamente nella leggenda. Succede che, più o meno contemporaneamente, il vecchio bar diviene un albergo, la giovanissima Françoise Sagan, che del primo era cliente e nel secondo farà il viaggio di nozze, si ritrova scrittrice di successo, Roger Vadim gira proprio a «la punta» Et Dieu créa la femme, il film che fa di Brigitte Bardot la nuova divinità da adorare, quella stessa Brigitte che pochi anni prima, ancora ragazzina, «veniva al mattino presto, con i genitori, a divorare le tartine di pane abbrustolito di mia madre»...
Il resto è storia d’oggi, anche se sancita da altri decenni, i Sessanta e i Settanta, gli Ottanta e i Novanta... Dei primi fanno parte la serie cinematografica dei Gendarmes de Saint-Tropez, con il grande Louis De Funès, ma anche La piscina, con Romy Schneider e Alain Delon; dei secondi, il «matrimonio del secolo» in municipio di Mick Jagger e Bianca Perez, ma anche il successo clamoroso del Vizietto: Le Bal, il Papagayo, L’Esquinade, le Caves du Roi sono i locali che si incaricano di trasformare la finzione del film con Tognazzi e Serrault in realtà...
Certo, è cambiato tutto o quasi e del resto, come diceva Simone Signoret, «nemmeno la nostalgia è più quella di un tempo»... Sénéquier, che era un buon bar, è divenuto una terrazza di lusso, Le Gorille ha perso il suo charme, il turismo, di massa e no, si è fatto insopportabile, Gunther Sachs si è sparato pochi mesi fa e un’altra B.B. non ci sarà mai... Solo La Ponche, l’albergo, intendo, è rimasto più o meno lo stesso, pur se Simone lo ha ammodernato e ingrandito, diciotto camere al posto delle otto che lo tennero a battesimo. Alle pareti adesso ci sono i bei quadri di Jacques Cordier, il marito pittore morto troppo giovane in un incidente di macchina, e dalla finestra della camera 19, quella di Françoise Sagan, vedi la stessa piccola spiaggia di mezzo secolo fa, e «lo stesso mare, lo stesso blu, lo stesso rosa, la stessa felicità» che vedeva lei, prima che la vita le presentasse il conto.




Powered by ScribeFire.

Anche i clandestini hanno diritto a nozze

Corriere della sera

La sentenza della Corte costutuzionale che ha dichiarato parzialmente illegale l'articolo 116 del codice civile


MILANO - La condizione di immigrato o immigrata irregolare non può essere di per sé un ostacolo alla celebrazione delle nozze con un cittadino o una cittadina italiana: lo ha stabilito la Corte costituzionale che ha dichiarato la parziale illegittimità dell'articolo 116, primo comma, del codice civile, che recita: «Lo straniero che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all'ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell'autorità competente del proprio Paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio». Il testo era emerso dal «pacchetto sicurezza» del 1994 e modificato nel 2009.

«DIRITTI INVIOLABILI» - La sentenza ammette la celebrazione delle nozze tra un partner italiano e uno straniero, anche se non regolarmente presente sul territorio nazionale. Riprendendo un recente pronunciamento della Corte europea e l'articolo 12 della Convenzione, la Consulta ha risposto alla richiesta di una coppia di Catania italo-marocchina che ha contestato il rifiuto a celebrare il proprio matrimonio, annullando «la previsione di una generale preclusione alla celebrazione delle nozze» su nubendi irregolarmente in territorio italiano.

«Resta pur sempre fermo che i diritti inviolabili, di cui all'articolo 2 della Costituzione, spettano ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani, di talché la condizione giuridica dello straniero non deve essere pertanto considerata - per quanto riguarda la tutela di tali diritti - come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi», hanno scritto i giudici nel dispositivo.
I MATRIMONI DI COMODO - La Corte costituzionale ha affermato che la limitazione al diritto dello straniero, oltre a implicare un'implicita compressione del corrispondente diritto della controparte italiana, non è comunque uno strumento idoneo a contrastare i cosiddetti «matrimoni di comodo» vista la normativa vigente che disciplina già alcuni istituti in materia.



Redazione online
25 luglio 2011 20:00



Powered by ScribeFire.

Filetto e spigola? Cinque euro in tutto Al Senato il pranzo di lusso low cost

di Roberto Bonizzi

La casta mangia a prezzi irrisori al ristorante "come un tre stelle Michelin". Ma Villari si lamenta: "Il pesce non è fresco". Dall'antipasto al dolce i senatori spendono meno che all'osteria. Se pagassero tutto loro per lo Stato meno uscite per 10 milioni in 3 anni



Facciamo 10, massimo 15 euro. Se si vuole mangiare da re nel centro di Roma e spendere da osteria fuori porta il posto giusto c’è. Il ristorante dei senatori a Palazzo Madama. Un menù sontuoso dall’antipasto al dolce (al carrello). Primi elaborati, secondi di carne e pesce, servizio griglia in sala (per quelle voglie irrefrenabili di pesce spada o lombatina), più un intero orto botanico di verdure disponibili come contorno.
Da acquolina in bocca. Ma a smorzare immediatamente i facili entusiasmi ci pensa Riccardo Villari. Senatore e sottosegretario ai Beni culturali, ex Pd, ora passato a Coesione nazionale (i Responsabili), il fu presidente (lampo) della commissione di Vigilanza Rai si lamenta di cibo e servizio: «Il ristorante del Senato? Non è certo Chez Maxim, ma una cosa da mensa. Il pesce non è mai fresco e i cibi spesso sono precotti». Altro che casta e privilegi, insomma, costa così poco perché poco vale. Alla Zanzara (su Radio 24) Villari, calcolatrice alla mano, fa i conti in tasca ai senatori: «Un pranzo alla fine sono 10-12 euro cioè le vecchie 20-25mila lire, non proprio zero, non una cosa da uno o due euro». L’erba del vicino è una regola sempre valida e infatti ecco puntuale la doglianza: «Alla Camera si mangia certamente meglio.
E non pensate di trovare il pesce fresco: spesso tutti i senatori hanno una sola ora per pranzare e quindi vanno in massa ai tavoli. Si deduce facilmente che i cibi non possono essere cucinati al momento, è tutta roba già pronta. Diciamo che il prezzo corrisponde a quello che mangi». Diciamo che se aprissero le porte a chi paga il resto di quei 10-12 euro (i contribuenti) altro che lamentele. A sera non resterebbero nemmeno i piatti da lavare. Tutto pulito.
La racconta un po’ diversa al sito dell’Espresso Carlo Monai, deputato dell’Italia dei Valori e novello Spider Truman: «Il bar della buvette è in linea con i prezzi di mercato. Il ristorante, invece, no.
Ci costa in media 15 euro, ma la tavola è apparecchiata come un tre stelle Michelin, i camerieri sono in livrea, lo chef è bravo e prepara piatti di grande qualità». Altro che la bettola descritta da Villari. Ma anche Monai un difettuccio lo trova: «Ottimi vini, ma nessuna bottiglia friulana».
Sia come sia, tutti gli italiani stanno iniziando a fare un pensierino sul ristorante del Senato. Villari, nonostante l’affresco a tinte fosche, intuisce che la «pancia» del Paese non apprezza e propone una soluzione rivoluzionaria. «Facciamo due ristoranti – immagina il sottosegretario –. Uno per chi va di fretta a prezzi contenuti e uno per chi si può fermare con calma, dove però per una qualità più elevata del cibo si pagano anche 40 euro».
Oppure facciamo che lo Stato non mette più un euro per il ristorante del Senato. Che, sulla carta e dalle descrizioni, potremmo valutare come un locale a una stella Michelin. Il mercato dice 100 euro per un pasto completo. Se i senatori iniziassero a pagarlo interamente di tasca propria? Vuoi vedere che i tagli previsti dal presidente Renato Schifani (120 milioni di euro in tre anni) aumenterebbero di colpo? Due conti rapidi. Tra i 100 euro ipotetici e i 20 (dicono 15, ma arrotondiamo per eccesso) spesi da un senatore ogni giorno ne avanzerebbero 80. Da moltiplicare per i 315 senatori. Per i giorni in cui Palazzo Madama è aperto: 150 l’anno.

Il totale fa 3 milioni e 800 mila euro: oltre 10 milioni in un triennio. Basta poco.




Powered by ScribeFire.

Tedesco contro la Bindi: "Lei ha voluto in lista il recordman di assenze"

di Redazione

Dopo l'invettiva della Bindi, Tedesco la invita a non fare la moralista: "Vuole le mie dimissioni? Le chieda a Gaglione che lei ha imposto in lista". Gaglione vanta lo 0,3% di presenze ma non si dimette



Roma - "Io sono un uomo concreto, l’ho detto tante volte. Se devo andare in parlamento solo per ratificare provvedimenti legislativi del governo, preferisco non andarci. Proprio in questi giorni vengono resi noti i dati sulla inattività parlamentare, non si legifera più, questo è il vero cancro della nostra assise". Parola di Antonio Gaglione, deputato brindisino che può vantare una presenza a Montecitorio pressocché vicina allo zero assoluto. Come se varcare la soglia di Montecitorio gli facesse venire una strana allergia. I buonisti lo potrebbero pensare all'estero in missione. Macchè. Anche su quel fronte l'impegno di Gaglione vanta percentuali bulgare.
A puntare il dito contro il deputato brindisino è stato il senatore pd Alberto Tedesco, imbufalito contro Rosy Bindi che lo invitava seccamente a lasciare Palazzo Madama. Un'invettiva, quella della presidente democratica, che non è andata giù a Tedesco che le ha fatto notare che a Montecitorio siede un deputato (Gaglione, appunto) messo a forza in lista da lei e che non combina un'accidenti. "Il moralismo della Bindi mi fa orrore. E non da oggi. Sono vent'anni che la vedo invocare manette e galera con un livore indegno di una persona civile. Lei chiede le dimissioni a me?
Ma si guardi intorno! Le chieda al parlamentare più assenteista del mondo, Gaglione, che lei ha imposto in lista, lei ha costretto il Pd ad eleggere in Puglia". Una esagerazione? Per Tedesco parlano i numeri: di professione medico angiologo con studio a Villa Bianca (in provincia di Bari), Gaglione colleziona dal 2008 a oggi oltre il 90 per cento di assenze. Non contento, quest’anno è in gara per battere il suo stesso record: a Montecitorio l'hanno visto a dir tanto lo 0,3 per cento delle volte. D'altre parte, stando a quanto scriveva l’Espresso lo scorso febbraio, di angioplastiche Gaglione ne ha eseguite 20mila nel corso della sua intera carriera.
In questi tempi in cui il sentimento contrario alla "casta", Gaglione riesce ad attirare l'odio di molte persone. Tanto che su Facebook è nata anche una pagina per ricordare al deputato brindisino che, "intervistato dopo il conseguimento del record aveva promesso le dimissioni". "A tutt'oggi siede, o meglio, non siede in parlamento - si legge su Facebook - percepisce lo stipendio e pratica a tempo persa l'attività di medico chirurgo". Al di là delle continue assenze, Gaglione non manca certo di percepire lo stipendio da parlamentare. Non solo. Secondo quanto riportato da Daw-blog (leggi qui), infatti, il deputato pugliese "rivendica con orgoglio di lavorare per davvero a Bari e i 500mila euro annui dichiarati sembrano confermarlo".
Il tandem tra Gaglione e la Bindi ha radici profonde. Alla nascita del Partito democratico, in occasione delle prime elezioni primarie per l’elezione del segretario nazionale e dei segretari regionali, Gaglione è in coppia con la Bindi che si dice "onorata del suo appoggio". I due perdono, ma l'esponente brindisino segretario provincialedi Brindisi. Carica che lascia pochi mesi dopo a causa dei "troppi impegni istituzionali". Alle nuove elezioni politiche Gaglione corre ancora col Pd: in lista a Montecitorio è undicesimo. Un posto abbastanza sicuro. Tant'è che viene eletto. E Gaglione sparisce.
Il Pd non lo vedrà nemmeno più perchè il deputato passerà al Gruppo Misto per il "crescente disagio per la gestione della sanità locale". 
Anche nel Gruppo Misto Gaglione non cambia attitudine. Alla Camera non si presenta (quasi) mai. "Lavorare in parlamento è frustrante - dice - una violenza contro la persona".




Powered by ScribeFire.

Lo credevano morto si sveglia all'obitorio

Il Mattino


JOHANNESBURG - Un 50enne sudafricano si è svegliato all'interno di una camera mortuaria, dopo che la sua famiglia sabato notte aveva pensato che fosse morto, contattando direttamente le pompe funebri di un villaggio nell'Eastern Cape. 

Creduto morto da tutti, l'uomo ha trascorso quasi 24 ore nella camera mortuaria
. I due addetti all'obitorio l'hanno visto muoversi e sentito gridare, e dopo un primo momento di terrore hanno chiamato un'ambulanza. L'uomo - la cui identità non è stata resa nota - è ricoverato in ospedale, dove è stato trattato per disidratazione. «I medici lo ha posto in osservazione, concludendo che le sue condizioni sono stabili - ha detto il portavoce del locale Dipartimento della salute, Sizwe Kupelo - Non ha bisogno di ulteriori trattamenti».

I funzionari hanno esortato a contattare medici o servizi di emergenza in modo che possano dichiarare con certezza la morte di una persona
, prima di chiamare le pompe funebri. «Abbiamo bisogno di mandare un messaggio a tutti i sudafricani: è molto sbagliato arrivare da soli a concludere che una persona sia morta», ha detto Kupelo.

Lunedì 25 Luglio 2011 - 18:48    Ultimo aggiornamento: 18:51




Powered by ScribeFire.

Valsusa, che brutta scena vedere 300 ex penne nere insieme ai violenti No Tav

di Livio Caputo

L’invito alla diserzione rivolto ai colleghi in servizio è l’ultimo esempio della disgregazione del Paese



Sulle prime, vedendo alla tv quei cap­pelli da alpino in mezzo ai dimostranti che domenica hanno tentato l’ennesimo assalto al cantiere della Tav Torino-Lio­ne, non volevo credere ai miei occhi. Pos­sibile che ex appartenenti al più glorioso corpo militare italiano, membri di una delle associazioni d’arma più popolari e benemerite, si siano lasciati coinvolgere in una manifestazione contro lo Stato ge­stita dai centri sociali? Possibile che ben trecento individui che avevano servito con onore il Paese si siano mescolati ai forsennati che da settimane si recano in Val di Susa per fermare con la violenza un’opera giudicata necessaria dalla mag­gioranza degli italiani? Purtroppo, è pos­sibile, né la vergogna si ferma qui.
I sedicenti capi delle penne nere scese in campo domenica a Chiomonte non si sono limitati a manifestare: hanno addi­rittura invitato i 150 militari della Brigata Taurinense inviati a proteggere le na­scenti strutture dell’Alta velocità a unirsi ai dimostranti nella protesta, cioè in pra­tica a disertare. Per loro, la presenza di un reparto di penne nere a sostegno delle for­ze dell’ordine significava - secondo un ex ufficiale - «la fine dello spirito alpino» e uno «sfregio nei confronti dei valligiani». Altri hanno usato nei confronti dei solda­ti parole ancora più pesanti, bollandoli come mercenari e sostenendo che gli al­pini «devono proteggere l’Italia e non i la­dri » (le aziende impegnate nei lavori, che secondo i No Tav più arrabbiati, sarebbe­ro controllate dalla mafia).
Ora, nessuno contesta agli abitanti del­la Valle di Susa il diritto di manifestare contro la nuova linea ferroviaria, a patto naturalmente che lo facciano senza com­mettere reati. La loro causa è sbagliata, ma risponde a quello spirito Nimby- mai nel mio cortile - che anima tantissimi ita­liani, da quelli che rifiutano la vicinanza di un rigassificatore a chi si ribella alla co­struzione di una nuova strada. È, se vo­gliamo, normale che in una valle in cui quasi tutti i maschi abili hanno fatto, ma­gari venti o trent’anni fa, il servizio di leva negli alpini, una parte degli ex si sia lascia­ta coinvolgere da un movimento di rivol­ta contro il presunto sfregio del loro terri­torio. Ma non è assolutamente tollerabi­le che partecipino a una manifestazione di chiara matrice eversiva indossando il mitico cappello, coinvolgendovi così, specie di fronte ai più sprovveduti spetta­tori televisivi, tutta la loro gloriosa asso­ciazione.
Il presidente degli ex alpini Corrado Pe­rona si è affrettato­a condannare l’iniziati­va dei trecento e a ribadire la comprovata apoliticità della sua organizzazione. Non dubitiamo che la stragrande maggio­ranza di coloro che, ogni anno, sfilano dietro le bandiere italiane siano con lui. Ma i trecento non se ne sono dati per inte­so, gli hanno risposto per le rime e alcuni hanno perfino annunciato le loro dimis­sioni dall’associazione. Insomma, abbia­mo quello che non avremmo mai pensa­to possibile, alpini contro alpini: un enne­s­imo sintomo della disgregazione del Pa­ese.



Powered by ScribeFire.