lunedì 25 luglio 2011

Incendio Tiburtina, emergenza trasporti Fiamme scatenate da malfunzionamento

Il Messaggero


Caos a Termini, centinaia in attesa. Le Ferrovie: garantito 75% dei treni senza deviazioni. Alemanno: chi ha sbagliato paghi. Sequestrati cavi di rame rubati


ROMA - Pesanti le ripercussioni sul trasporto ferroviario dell'incendio di ieri alla stazione Tiburtina di Roma. Ritardi di ore, cancellazioni, proteste. Proseguono intanto le indagini per accertare la causa dell'incendio. Dopo i primi sopralluoghi la causa più probabile viene indicata in un malfunzionamento dell'impianto. Perde così peso la possibilità che dietro le fiamme ci fosse un furto di rame.

I Vigili del fuoco hanno ripreso i rilievi per accertare le cause dell'incendio. Questa mattina l'area è completamente transennata e presidiata dalla polizia municipale, la stazione della metro B è chiusa e del fumo si alza ancora dalla palazzina andata a fuoco.



Incendio colposo è l'ipotesi di reato per la quale la procura di Roma che ha aperto un fascicolo. Il pm Barbara Sargenti, titolare degli accertamenti, è in attesa di una prima informativa da parte dei Vigili del fuoco. In procura si sostiene che al momento non è possibile fare alcuna ipotesi sulle cause. Gli accertamenti variano dalla natura dolosa al corto circuito fino alla manomissione degli impianti. Fondamentale è accertare da quale punto si siano propagate le fiamme. Al riguardo sono al lavoro gli uomini del Nucleo Investigativo Antincendio (Nia), una sorta di organo di polizia giudiziaria dei vigili del fuoco, ma il pm Sargenti si appresta anche a disporre una consulenza tecnica da affidare ad un esperto di ingegneria elettronica. La struttura che ha subito i danni maggiori è la vecchia palazzina che ospitava la centrale di controllo della stazione ferroviaria. Ora quell'immobile è probabilmente destinato ad essere abbattuto. Ma danni ingenti sono stati subiti anche dalle nuove strutture. Alcuni travi di acciaio, in particolare, sono state deformate.

Rischio crollo palazzina. Vigili del fuoco e polizia scientifica impegnati nei rilievi procedono con grande cautela, perché è forte il rischio che la palazzina possa crollare. Per avere gli esiti dell'accertamenti tecnici potrebbero essere necessari alcuni giorni.

Il malfunzionamento di un impianto potrebbe essere all'origine dell'incendio. Tra le ipotesi ci sarebbero un sovraccarico elettrico o un malfunzionamento dell'impianto che potrebbero aver generato le fiamme all'interno della zona seminterrata. Ad andare distrutta è stata la sala operativa della stazione, dove si trovavano numerose apparecchiature. Meno accreditate le piste del furto di rame o di un cortocircuito.



I Vigili del fuoco hanno dato l'autorizzazione per riutilizzare i binari 4 e 5 della stazione Tiburtina. Grazie a questa disponibilità, dicono le Ferrovie, potranno aumentare la puntualità e il numero dei treni e quindi diminuire i disagi. Fs spiegano che «questo permetterà fin da domani, 26 luglio, di ampliare il numero dei convogli in transito». Il nuovo programma prevede il transito da Tiburtina di cinque treni a media e lunga percorrenza ogni ora e quello, sempre ogni ora, di 3 convogli della FR1 (Orte - Roma - Fiumicino) più un interregionale da e per Orte/Firenze/Foligno, per ogni senso di marcia. Il provvedimento garantirà l'effettuazione del 90% dei treni della media e lunga percorrenza consentendo progressivamente di adeguare l'offerta predisposta per fronteggiare la situazione a quella ordinaria prevista dall'orario estivo. Non verrà effettuata la deviazione di alcun treno, ad eccezione dei treni notte. Ferrovie stanno inoltre valutando, assieme ai Vigili del fuoco, quale parte della stazione deve essere recintata per poter riutilizzare la rimanente parte per il servizio passeggeri nel più breve tempo possibile, in particolare per la linea Fr1 (Orte-Roma-Fiumicino).

La paralisi dello scalo che da ieri ha avuto ripercussioni sull'intera rete ferroviaria italiana, costringe diversi passeggeri a fare retromarcia, dopo essere stati bloccati dalle forze dell'ordine mentre si dirigono verso la fermata metro Tiburtina. «Sapevo dell'incendio ma non avevo capito che la metro fosse chiusa - dice allarmato un ragazzo in ritardo sul lavoro - ora dovrò arrivare alla metro di piazza Bologna e rischio di fare tardi al lavoro». Da questa mattina, a causa dei disagi il Campidoglio insieme all'Atac, Cotral, l'Agenzia della mobilità e le Ferrovie dello Stato ha messo in campo un piano straordinario per la mobilità capitolina, per venire soprattutto incontro alle esigenze dei pendolari.

La stazione Termini è nel caos con ritardi che superano le due ore. Lunghe file ai box informazioni e alle biglietterie, prese d'assalto dalle persone che chiedono spiegazioni. I treni portano ritardi che superano le due ore, in particolare quelli che vanno e vengono dal nord Italia. «Siamo diretti a Milano - racconta una coppia di anziani in attesa davanti a un binario - dovevamo partire alle 9.30 ma siamo ancora qui. Sapevamo dell'incendio di ieri ma purtroppo avevamo già prenotato. Speriamo di riuscire a viaggiare seduti». «Il nostro treno è stato deviato - si lamenta una signora in partenza per Napoli - per ora sappiamo solo questo. Eppure non dobbiamo passare per la stazione Tiburtina. Non capisco proprio il perchè di questo ritardo anche per chi è diretto al sud».



I ritardi maggiori riguardano i treni internazionali. Il treno da Vienna-Monaco, il cui arrivo era previsto alle 9.15, giungerà alle 12.35 mentre il Palatino da Parigi, che doveva essere a Roma alle 10.12, ha un ritardo di circa due ore e mezza. Maglia nera nella classifica degli arrivi nazionali per il convoglio proveniente da Brescia, con due ore e 50 minuti di ritardo. Ore di attesa anche per le partenze da Termini: per Napoli due ore di ritardo, lo stesso per Venezia (il treno sarà deviato per Grosseto) e solo un'ora in più di attesa per i viaggiatori diretti a Milano.

Nel pomeriggio si sono ingrossate le fila dei viaggiatori in attesa. A centinaia sotto i tabelloni degli orari aspettano di sapere il loro binario ma soprattutto se e quando riusciranno a partire. In molti siedono dove possono o cercano un appoggio sui loro trolley: sotto le vetrine dei negozi, sugli scaloni all'inizio dei binari. Sono turisti, vacanzieri di fine luglio ma anche pendolari: «Stamattina ho preso l'autobus - dice una donna che abita a Formia e lavora nella capitale - ma questo pomeriggio vedremo se riuscirò a partire in treno. Porta già più di un'ora di ritardo, immaginavo fosse così perchè i miei colleghi pendolari questa mattina sono arrivati tutti tardi». «Sono qui da due ore e non è ancora uscito il binario da cui devo partire - commenta un signore in partenza per Napoli - è incredibile, dopo una giornata di lavoro sono bloccato qua. Sono troppo stanco e mi toccherà prenotare in albergo e cercare di partire domattina».

Centinaia di passeggeri, fermi alla stazione di Orte, sono saliti su un treno Freccia Argento proveniente da Udine e diretto a Termini, grazie a una fermata straordinaria. Arrivato alle 10.30 allo scalo di Orte, il convoglio ha deviato il suo normale percorso, lasciando la linea direttissima per effettuare un servizio di raccolta dei numerosi passeggeri presenti in stazione in conseguenza del rogo di ieri a Tiburtina. Le Ferrovie hanno smentito che il treno fosse stato bloccato dai pendolari.

Nello snodo cruciale di Bologna sono diversi i treni provenienti da Roma o dal Sud diretti al Nord che fanno registrare ritardi consistenti. Intorno alle 11 il record spetta a un convoglio in arrivo da Palermo, con 150 minuti di ritardo. I treni in arrivo da Roma Termini, portano ritardi compresi tra i 35 minuti e i 75 minuti. I convogli diretti a Venezia, Milano e Torino registrano ritardi compresi tra i 30 e i 75 minuti.

Oggi le Ferrovie garantiranno il 75% dei treni senza deviazioni rispetto al 55% ieri. In totale, sarà effettuato l'80% dei treni previsti, contro il 72% di ieri. «Fs Italiane rendono noto che la circolazione prosegue secondo le modalità comunicate ieri. Il Gruppo FS, impegnato a rendere progressivamente sempre più regolare il servizio, si scusa per i disagi conseguenti ai fatti di ieri. Sulla media e lunga percorrenza, il primo obiettivo è di diminuire il numero di treni deviati che recano forti ritardi, e, secondo obiettivo, incrementare i treni a disposizione».Fs invitano chiunque volesse mettersi in viaggio, di verificare il proprio treno sui siti www.fsitaliane.it e www.trenitalia.it, che pubblicano l'elenco costantemente aggiornato dei treni garantiti, sul numero verde 800892021, presso la propria agenzia di viaggio, o sui new media (web radio, La Freccia Tv, Twitter e Youtube).

Per quanto riguarda il trasporto regionale, 6 delle 8 FR che interessano il nodo di Roma, funzionano regolarmente. Per quanto riguarda invece la FR1 E 2:

- Linea FR1 (Orte - Roma -Fiumicino) a partire dalle ore 18, sarà raccordato l'orario invernale a quello estivo raddoppiando il numero dei vagoni e quindi mantenendo inalterata la capacità di trasporto. La frequenza dei convogli sarà pertanto di un treno ogni mezz'ora.

- Linea FR2 (Roma -Tivoli -Pescara), alcuni treni raggiungono Roma Termini, altri terminano la corsa alla stazione di Roma Prenestina. Nella stazione di Palmiro Togliatti i pendolari possono utilizzare la linea bus 451 per raggiungere Ponte Mammolo della metro B e Subaugusta della metro A. Il collegamento Leonardo Express, sempre a partire dalle 18, ricomincerà a svolgere regolarmente il servizio di navetta no-stop tra Roma Termini e l'aeroporto di Fiumicino.

Alemanno: chi ha sbagliato paghi. «Mi chiedo come sia possibile che nel cantiere più importante d'Italia, nel cantiere vitale per la mobilità del nostro Paese non ci siano stati o adeguati controlli o adeguate prevenzioni rispetto agli incidenti. Questo non è possibile. Non possono essere i cittadini di Roma a pagare questa situazione e non ci possono non essere responsabili. Chi sbaglia, paga. Attendiamo chiarezza oltre che le Fs ripaghino gli investimenti e i costi che stiamo subendo per ridurre i disagi dei cittadini», dice il sindaco Gianni Alemanno.

Oltre un quintale di rame, tra cui diversi cavi elettrici tranciati, è stato sequestrato questa mattina dalla polizia municipale durante una perquisizione nel campo nomadi di via di Salone. Ora saranno effettuati accertamenti per capire se il materiale possa essere stato rubato all'interno della stazione Tiburtina. Sei persone, tra romeni e slavi, sono stati fermate da una ventina di uomini dell'ufficio operativo per gli insediamenti nomadi dell'VIII gruppo, guidati da Antonio Di Maggio. Gli stessi agenti ieri avevano sorpreso alcune persone che bruciavano rame a Grotte Celoni, in zona Casilino, prima di dileguarsi.

Lunedì 25 Luglio 2011 - 09:40    Ultimo aggiornamento: 19:18




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Inglesi attenti, non fatevi ingannare dall'ipocrita simpatia degli italiani

Corriere della sera

«È trucco che manda la morale in corto circuito» Dura analisi, ma con i soliti luoghi comuni.




L'articolo sul sito del quotidiano britannico
L'articolo sul sito del quotidiano britannico
MILANO - Un paese tutto sorrisi e simpatia, ma che è dominato dalla furbizia e dall'amoralità. L'Indepedent di Londra pubblica nell’edizione di lunedì un lungo articolo sugli italiani e analizza lo stile di vita dei cittadini del Belpaese. Rivolgendosi alle migliaia di connazionali, che proprio in questi giorni si apprestano a lasciare la Gran Bretagna per trascorrere le vacanze nelle città italiane, l'ex corrispondente da Roma Peter Popham invita gli inglesi a non farsi ingannare dalla proverbiale simpatia degli abitanti della penisola e tratteggia un impietoso ritratto, non privo di luoghi comuni, dell'Italia e della sua popolazione.

LA SIMPATIA - Secondo il giornalista britannico gli inglesi amano l'Italia non solo perché c'è sempre il sole, per il vino bianco freddo all'ora di pranzo e per le dolci colline toscane. Ciò che più affascina chi proviene da Oltremanica è «il collante che tiene insieme la società» italiana: la simpatia. Gli italiani attraverso questo sentimento di benevolenza verso gli altri riescono a penetrare anche l'anima dei «burberi e severi inglesi». Tuttavia basta una settimana per capire che quella che all'apparenza è una virtù e che sembra la caratteristica principale di chi ama la dolce vita, invece è una maschera ipocrita che permette «al privilegio e al patronato di governare incontrastati». Gli italiani - scrive Popham - hanno imparato l'arte di essere simpatici a tutti quanti attraverso lunghi anni di dominazione straniera e di conseguenza la reazione istintiva britannica di sospetto è giusta: il sorriso rivolto da lontano dagli italiani verso lo straniero, è spesso il preludio a frodi da lupo.
UNA SOCIETA' AMORALE E FERMA - L'ipocrisia della simpatia italiana è smascherata quando si analizza nei dettagli questa società chiusa e dominata dalle corporazioni, dove non vedi mai una persona di colore in un ufficio pubblico o tra le file dei tassisti, con un'università dominata dai baroni che non hanno alcun problema a dare posti di lavoro a propri parenti e nella quale i giovani più talentuosi sono costretti a emigrare all'estero. La conclusione - secondo l'Independent - è malinconica: «la simpatia, seppur affascinante, è un principio disastroso su cui fondare una società, perché lungi dall'essere fonte della morale, è il trucco attraverso il quale la morale va in corto circuito». Infine l'ex reporter paragona gli scandali che hanno colpito il Belpaese negli ultimi due anni e quello recente delle intercettazioni che ha sconvolto il Regno Unito. Citando un recente editoriale de Il Corriere della Sera, l'ex corrispondente afferma che sebbene i reati commessi sono simili, alla fine in Inghilterra la News Corp e il potere di Murdoch saranno ridimensionati, chi è colpevole si dimetterà e pagherà per i suoi errori e vi sarà un forma di catarsi che sarà il preludio a un nuovo inizio. In Italia invece le cose, dopo un iniziale subbuglio, restano sempre le stesse. Lo dimostra - conclude l'Independent - il fatto che «Silvio Berlusconi, il miliardario più simpatico del mondo, continua a trattare il suo paese come un suo feudo privato».



Francesco Tortora
25 luglio 2011 17:22



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Polizia sotto attacco: migliaia di carte rubate

La Stampa

Gli hacker del gruppo ''Anonymous'' hanno attaccato i sistemi informatici della polizia, sottraendo migliaia di documenti per poi pubblicarli in rete.


Fotogallery





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La scossa in Piemonte lascia Marco Travaglio in "braghe di tela"

di Redazione

In rete il video è già un tormentone, il terremoto coglie Travaglio durante la registrazione di Passaparola e lui si alza spaventato e rimane in mutande...

 

video

 

Marco Travaglio è nel suo ufficio in mezzo a libri e giornali: sta registrando la puntata settimanale di Passaparola e conciona sui guai del Pd. A un certo punto la pila di libri sulla sua scrivania inizia a tremare vistosamente. Il giornalista si volta verso la finestra e poi si alza esclamando: "cazzo". E qui c'è il buffo: Travaglio è in boxer. E in rete il video è già diventato un tormentone.

Marchionne chiede sacrifici agli operai FIAT e regala maxisconti ai deputati

I segreti della casta


A Pomigliano, Mirafiori, Termini Imerese, Melfi, la musica é sempre la stessa: Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Group con uno stipendio di 7 milioni di euro l'anno, dispensa a migliaia di lavoratori lettere di licenziamento o cassintegrazione.

Ai deputati invece maxisconti fino al 30% per l'acquisto di autovetture Fiat, ai quali si sommano gli ulteriori sconti che i dis/onorevoli acquirenti possono con facilità strappare dai singoli concessionari.
In tanti non possono permettersi l'acquisto di un'auto nuova: tra questi certamente non ci sono i parlamentari.






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SinistriPenati molla anche gli incarichi nel Pd ma non la poltrona ben pagata in Regione.

Libero





Doppio passo indietro per Filippo Penati. Dopo essersi autosospeso dalla carica di vicepresidente del consiglio regionale, l'ex sindaco di Sesto San Giovanni indagato per corruzione e tangenti da 2 milioni di euro per l'ex area Falck ha comunicato al segretario del Pd Pier Luigi Bersani la propria autosospensione anche da ogni carica di partito. Penati, che era responsabile della segreteria politica di Bersani, sta anche meditando di trasformare l'autosospensione dalla carica di vicepresidente del consiglio regionale in dimissioni. Penati resta invce ben saldo alla poltrona del consiglio regionale, al Pirellone. Quella che gli garantisce circa 10.500 euro lordi al mese, benefit esclusi. "Ribadisco la mia totale estraneità ai fatti - ha affermato Penati -, ma faccio due passi indietro perché la mia vicenda non crei ulteriori problemi al partito". L'imbarazzo, tra i piani alti democratici, è tanto. Lo testimonia il silenzio ripetuto di Bersani e il fatto che solo Rosy Bindi, da quando è scoppiata l'inchiesta monzese, abbia avuto il coraggio di chiedere al leader del Pd lombardo un passo indietro.

Contrattacco - Con le mani libere, Penati ora si sente in condizione di attaccare: "Sono accusato - ha spiegato in una note - con una montagna di calunnie da due imprenditori inquisiti in altre vicende giudiziarie che cercano così di coprire i loro guai con la giustizia. Non ho mai preso soldi da imprenditori e non sono mai stato tramite di finanziamenti illeciti ai partiti a cui sono stato iscritto. Ora il mio primo obiettivo è quello di recuperare la mia onorabilità, di restituire serenità alla mia famiglia e non voglio che la mia vicenda e la conseguente martellante campagna mediatica creino ulteriori problemi al mio partito". Le accuse nei confronti di Penati sono quelle di concussione, corruzione e finanziamento illecito.



25/07/2011





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Anonymous si vendica della polizia postale L'annuncio online: "Attaccati i cyber-detective"

di Redazione

Dopo gli arresti del mese scorso, hackerato il Centro nazionale anticrimine informatico a protezione delle infrastrutture critiche, l'unità istituita per contrastare gli attacchi ai sistemi informatici più importanti delle istituzioni italiane. L'annuncio sul blog italiano: "Abbiamo ottenuto l'accesso al vaso di Pandora"



Dopo gli arresti del mese scorso, arriva la vendetta di Anonymous Italia. Ad essere hackerato stavolta è il Cnaipic, il Centro nazionale anticrimine informatico a protezione delle infrastrutture critiche, l'unità della polizia postale istituita proprio per contrastare gli attacchi ai sistemi informatici più importanti delle istituzioni italiane.
Oggi il blog ufficiale di Anonymous Italia riporta un post in cui annuncia un attacco Antisec - che sfrutta cioè dei buchi nella sicurezza del portale attaccato - ad agenzie di polizia postale, di cui riveleranno "i segreti e le loro pratiche illegali e amorali". Iniziando proprio da quella italiana: "Oggi abbiamo ottenuto l'accesso al vaso di Pandora delle agenzie anticrimine italiane". Il Cnaipic, appunto, definita "un'organizzazione corrotta" che ha raccolto dati da computer sequestrati e li ha "usati per molti anni per compiere operazioni illegali con la cooperazione di agenzie di intelligence straniere per saziare la loro brama di potere e denaro, anizché usarli per facilitare le inchieste in corso".
Sul portale sono state pubblicate anche diverse immagini che proverebbero l'attacco e che danno un'anteprima dei fie che saranno pubblicati. I documenti riguardano rapporti con ambasciate straniere e appunti interni.
La polizia non conferma la notizia, ma nemmeno la smentisce: "Stiamo lavorando per capire la reale portata dei fatti. Dobbiamo ancora accertare se e quali documenti sarebbero stati sottratti", commenta. E aggiunge: "Di fatto risultano pubblicati online contenuti apparentemente riconducibili al Cnaipic sulla cui autenticità sono in corso accertamenti".




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Mondiali di nuoto: "C'è un israeliano in vasca" E l'atleta iraniano decide di non gareggiare

di Redazione

Scopre di dover gareggiare con un nuotatore israeliano e rinuncia a presentarsi a bordo vasca. L'episodio, accaduto oggi ai mondiali di nuoto di Shangai, vede protagonista Mohammad Alirezaei, atleta non nuovo a questi exploit



Shangai - Scopre di essere nella stessa batteria con un atleta israeliano e rinuncia alla gara. E' accaduto oggi a Shangai, dove sono in corso i mondiali di nuoto, durante una delle batterie dei 100 rana. Mohammad Alirezaei, nuotatore dell'Iran, ha rinunciato a gareggiare dopo avere constatato la presenza in vasca di Gal Nevo, nuotatore israeliano.

Il precedente Un analogo episodio aveva coinvolto il rappresentante dell'Iran in due precendenti occasioni, ai mondiali di Roma 2009 e durante le olimpiadi di Pechino, nel 2008. In entrambe le occasioni la presenza in batteria di un nuotatore israeliano aveva portato l'atleta iraniano a ritirarsi dalla batteria. Nelle occasioni precedenti la federazione nuoto iraniana aveva cercato di far passare inosservata la cosa, adducendo come scusa un'indisposizione del nuotatore.
Disappunto della delegazione israeliana La delegazione israeliana ha espresso il suo disappunto per l'accaduto, puntualizzando che non è la prima volta che si presenta un'occasione del genere. "La competizione dovrebbe riguardare lo sport" - ha dichiarato il capo delegazione Kramer - "e non i contrasti politici tra i due paesi. E' necessario che i due ambiti rimangano separati". Dal canto suo la delegazione iraniana non ha ancora rilasciato dichiarazioni su quanto avvenuto.




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Associazione antiusura fantasma Con i soldi titoli e opere d'arte Anche quadri di Guttuso e Chagall

Serbia, segna e ringrazia Allah: 18enne musulmano sospeso per due anni

Il Mattino


ROMA - Il quotidiano londinese in lingua araba Al Quds Al Arabi ha pubblicato oggi la notizia di un giocatore 18enne, Ali Hajic, sospeso per due anni in Serbia per aver esultato per un gol dicendo Allah u Akbar (Dio è grande) e facendo il segno della preghiera musulmana.

Il calciatore, che milita nelle file del Bodrina è stato espulso e, secondo il quotidiano, la partita è stata interrotta dall'arbitro dopo le proteste dei compagni di Ali Hajic, 18 anni. L'arbitro ha giustificato la sua decisione dicendo che il gesto del giocatore bosniaco può fomentare faide razziali. Dimenticando evidentemente i tanti giocatori che nel mondo entrano ed escono dal campo facendosi il segno della croce.

La federazione calcistica serba, dopo aver punito il giovane giocatore, ha sottolineato che i due anni di sospensione sono prorogabili. Il giocatore, che aveva appena conseguito la maturità in un campo profughi a Tuzla, nel nord della Bosnia, ha dovuto lasciare il campo protetto dai suoi compagni.

Lunedì 25 Luglio 2011 - 14:05




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Il viaggio nel tempo è impossibile Confermata la teoria di Einstein

Corriere della sera

Anche il singolo fotone e il suo precursore ottico non possono superare la velocità della luce




(da Nasa)
(da Nasa)
MILANO - È stata messa definitivamente la parola fine alla possibilità di realizzare il sogno del viaggio nel tempo? Con il loro studio sul singolo fotone, cioè le singole particelle di luce, un gruppo di scienziati di Hong Kong hanno confermato la teoria di Einstein sulla velocità della luce nel vuoto e dunque sepellito ogni speranza di possibili viaggi nel tempo. L’équipe di ricerca guidata da Du Shengwang dell’Unversità di scienza e tecnologia di Hong Kong ha spiegato sulla pagina web dell’ateneo di essere riusciti a dimostrare che effettivamente nulla è più veloce della luce, come aveva stabilito Albert Einstein nella teoria della relatività.

Du Shengwang
Du Shengwang
TEMPO - La probabilità di un viaggio nel tempo è infatti legata alla possibilità di superare la velocità della luce. Una decina di anni fa la relatività einsteiniana era però stata messa in discussione dopo che alcuni scienziati avevano scoperto presunti impulsi di velocità superluminale. Sebbene la scoperta risultò essere solo un effetto ottico, rimase il sospetto che la velocità della luce si potesse in qualche modo superare tramite un singolo fotone. L’Università di Hong Kong ha pubblicato online lo studio completo, mentre a presentare i risultati è intervenuta la pubblicazione su Physical Review Letters. In pratica, sostiene il team attorno a Du, i ricercatori di Hong Kong sono riusciti a misurare con precisione la velocità di un fotone. «Anche un singolo fotone, l'unità di base della luce, come pure la velocità di fase delle onde elettromagnetiche, obbedisce al postulato relativistico del limite della velocità della luce», si legge nel documento. In altre parole: i singoli fotoni non sono in grado di superare in alcun modo la velocità della luce. Insomma, anche stavolta Einstein ha dimostrato di aver ragione. Elmar Burchia

25 luglio 2011 12:29



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Ndrangheta, confiscati a Roma il Cafè de Paris e il ristorante George's

Il Messaggero


Operazione da 200 milioni di euro contro la cosca Alvaro



ROMA - Il Cafè de Paris e il ristorante George's di Roma sono stati confiscati dalla Guardia di Finanza alla cosca Alvaro di Sinopoli in un'operazione che ha portato alla confisca di beni per 200 milioni. Il tribunale di Reggio Calabria su richiesta del Procuratore Antimafia, Giuseppe Pignatone, ha disposto la confisca di 15 tra imprese e ditte individuali operanti principalmente nel settore dei servizi della ristorazione.

Oltre ai due locali romani sono stati confiscati quattro immobili di pregio, tre autovetture di lusso, oltre a rapporti bancari, postali, assicurativi e denaro contante.

Il Cafè de Paris, in via Veneto, ha un valore commerciale secondo gli investigatori di 55 milioni
. Il bar-ristorante risulta di proprietà della società Cafè de Paris, con sede a Roma, in via Crescenzio 82, ma, in realtà, sarebbe stato nella disponibilità di affiliati alla cosca degli Alvaro di Cosoleto (Reggio Calabria) della 'ndrangheta. Il Cafè de Paris era stato sequestrato esattamente due anni fa nel corso di una operazione congiunta di Guardia di finanza e carabinieri del Ros. Il ristorante Georgès è invece di proprietà della Georgès Immobiliare e di gestione Srl, con sede a Roma in via Marche 7, ed ha un valore commerciale, sempre secondo gli investigatori, di 50 milioni di euro.

Lunedì 25 Luglio 2011 - 10:17




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Susa, raid notturno alla Italcoge l'azienda che lavora al cantiere Tav

La Stampa

Ignoti hanno appiccato il fuoco nel magazzino distruggendo unautocarro. In corso le indagini
Il titolare della ditta, Ferdinando. Lazzaro, già aggredito in passato:"Azioni estreme, abbiamo paura"



Susa, in fiamme
camion del cantiere Tav



A Chiomonte
ancora battaglia
Ecco le immagini



Gli alpini No Tav
contro i militari
in Val di Susa


susa

Raid notturno contro la Italcoge Spa di Susa (Torino), una delle ditte che lavora per la preparazione del cantiere della Tav a Chiomonte.

Dopo aver forzato il cancello della sede della ditta, a Susa, alcune persone non  ancora identificate sono entrate nel piazzale e nel deposito e hanno cosparso di diavolina alcuni mezzi pesanti, uno dei quali è stato dato alle fiamme ed è stato completamente distrutto. L’autocarro - un bilico Mercedes 2046 di proprietà della Italcoge - è stato trovato senza il tappo del serbatoio della nafta.

Gli sconosciuti - si è saputo da fonti investigative - hanno tentato di dare fuoco ad altri due automezzi, senza però riuscirci. L’allarme è stato dato dal custode della Italcoge che ha avvisato Carabinieri e Vigili del fuoco, i quali hanno spento le fiamme prima che si propagassero ad altri mezzi. Le indagini, condotte dai Carabinieri della Compagnia di Susa, sono concentrate negli ambienti più violenti che si oppongono alla realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione.

«In Val Susa non si era mai arrivati a estremi del genere - commenta Ferdinando Lazzaro, uno dei titolari della Italcoge -. In queste condizioni passa la voglia di lavorare. Abbiamo paura». «Adesso -  aggiunge Lazzaro - il clima si sta facendo davvero troppo pesante. La nostra ditta non ha il denaro per acquistare altri mezzi e, anche se siamo assicurati, quelli che ci sono stati danneggiati ci servono subito per poter continuare a lavorare. Non si può andare avanti così: prima hanno aggredito me, poi se la sono presa con la ditta; dove arriveranno adesso?».

La Italcoge è una delle aziende incaricate di allestire il cantiere in vista dell’arrivo delle trivelle per scavare il tunnel geognostico di otto chilometri alla Maddalena di Chiomonte (Torino), che servirà a saggiare la consistenza della montagna prima dello scavo del tunnel di base di 30 chilometri, che invece partirà da Susa. Lazzaro è stato aggredito lo scorso 28 giugno, poco prima dell’inizio della fiaccolata organizzata dal movimento No Tav per opporsi alla realizzazione della ferrovia.

L’imprenditore fu fermato da una quindicina di manifestanti mentre era alla guida della propria autovettura, nella zona di Susa, e, dopo essere stato insultato, fu strattonato fuori dell’abitacolo. Mentre usciva dall’auto, Lazzaro battè con il gomito sinistro contro lo spigolo di una portiera e riportò una microfrattura al gomito che gli fu poi medicata all’ospedale di Susa con prognosi di 20 giorni. Il giorno dopo Lazzaro presentò denuncia contro ignoti alla Questura di Torino.



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Pedofilia, il Papa richiama il nunzio in Irlanda Il governo lo accusa di incoraggiare l'omertà

di Redazione

Mercoledì scorso il premier irlandese ha accusato la Santa Sede di aver incoraggiato i vescovi a non denunciare gli abusi alle autorità ufficiali. Oggi il Vaticano richiama "per consultazioni" il nunzio apostolico nel Paese, monsignor Giuseppe Leanza. Gli abusi sui minori sono stati commessi dai sacerdoti della diocesi di Cloyne



Dublino - Dopo le polemiche scatenate dalla pubblicazione del Cloyne Report - il rapporto della commissione d’inchiesta del governo irlandese sulle accuse di abusi di minori commessi da sacerdoti della diocesi di Cloyne - il Vaticano ha richiamato per consultazioni il nunzio apostolico in Irlanda, monsignor Giuseppe Leanza.
Le polemiche Mercoledì scorso, durante un dibattito parlamentare, il primo ministro irlandese, Enda Kenny, aveva accusato la Santa Sede di aver incoraggiato i vescovi a non denunciare gli abusi alle autorità ufficiali. Successivamente era intervenuto il direttore della sala stampa, padre Federico Lombardi, che, interpellato dai giornalisti, aveva confermato "che la Santa Sede risponderà opportunamente alla domanda posta dal Governo irlandese a proposito del Rapporto sulla diocesi di Cloyne. In ogni caso ci si augura che il dibattito in corso su temi così drammatici si sviluppi con la necessaria obiettività, in modo da contribuire alla causa che deve stare maggiormente a cuore a tutti, cioè la salvaguardia dei bambini e dei giovani e il rinnovamento di un clima di fiducia e collaborazione a questo fine, nella Chiesa e nella società, come auspicato dal Papa nella sua Lettera ai cattolici dell’Irlanda". A sua volta, l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, aveva respinto con forza le accuse lanciate dal premier irlandese, sottolineando che nella diocesi di Cloyne sono state ignorate le norme del 2001, volute dall’allora cardinale Ratzinger, dunque dal Papa attuale.




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Striptease alla festa Pd E' polemica nel partito: offesa dignità della donna

di Redazione


Alla festa dell'Unità di Campiano, vicino Ravenna, i dirigenti democratici ospitano la performance di Jessica: strip altamente erotico. Proteste in seno al partito. Il movimento Se non ora quando: offesa dignità della donna 



Ravenna - Uno spettacolo sexy organizzato nel contesto di un motoraduno all’interno della festa Pd di Campiano, frazione alle porte di Ravenna, ha mandato in tilt il partito, soprattutto le donne. L'evento non è stato annullato dopo le polemiche sollevate nei giorni scorsi dal movimento "Se non ora quando?", anzi è stato raddoppiato. Nel senso che sul palco venerdì notte, come riferito dalla stampa locale, oltre alla annunciata performance ad elevato tasso di erotismo di Jessica, a sorpresa si è esibito pure Davide Fabbri, conosciuto con il nome d’arte de "il Vikingo", noto per i suoi corsi di seduzione organizzati a Milano Marittima e per una breve apparizione al reality di Raidue L’isola dei famosi.
Critiche alla festa L’evento, battezzato ’Mutor & Caplet’ (motori e cappelletti) e organizzato da sei anni da un motoclub locale per ricordare la scomparsa di un motociclista, era stato fortemente criticato da "Se non ora quando?", che rivolgendosi con una nota ai dirigenti del partito aveva chiesto come fosse possibile che "nessuno sia in grado di bloccare iniziative così volgari e offensive per le donne". L’invito, in particolare alle donne del Pd di Campiano e del coordinamento politico delle donne democratiche di Ravenna, era stato esplicito: "Se ci siete, battete un colpo". L’ex assessore provinciale alla Sanità, Emanuela Giangrandi (Pd), aveva proposto la cancellazione dello spettacolo e la proiezione, in alternativa, del documentario Il corpo delle donne.
Invitato pur il Vikingo Gli organizzatori hanno invece scelto di raddoppiare, in una sorta di par condicio tra i sessi. Bruno Brunelli, presidente del motoclub, ha precisato che si è trattato di uno spettacolo soft e che "l’intenzione non era certo quella di ledere i diritti delle donne, ma solo quella di ricordare un motociclista scomparso che amava questo tipo di spettacoli".
I precedenti La decisione non sembra però avere placato le polemiche dato che su diversi profili Facebook esponenti locali del Pd, in maggioranza donne, hanno criticato la scelta. Le polemiche ricordano due casi recenti che hanno provocato imbarazzi nel Pd: la giovane segretaria di un circolo toscano protagonista di un filmino hard e il manifesto della festa romana dell’ Unità con l’ immagine di una donna che, in stile Marilyn Monroe, cercava di trattenere la gonna agitata dal vento. "Questo episodio - hanno scritto - dimostra una volta di più quanta strada debba ancora essere percorsa per affermare la dignità e il valore della donna a tutti i livelli della società e delle sue organizzazioni", hanno scritto alcune donne sulla home page del sito del Pd.



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Accusare qualcuno di farsi "i c... propri" ... non è diritto di critica

La Stampa

Non è il caso di invitare qualcuno a "farsi i c... suoi", specie se l’accusa è rivolta a qualcuno che ha a che fare con la Pubblica amministrazione. Secondo la Cassazione (sentenza 28424/11) l’espressione non è legittimo diritto di critica ma una «espressione volgare e inutilmente aggressiva» che nel linguaggio corrente «sta ad indicare scelte o iniziative in violazione di regole comuni».


Il caso

La suprema Corte ha accolto il ricorso della Procura di Agrigento contro l’assoluzione accordata ad un consigliere comunale accusato di aver diffamato la responsabile del nucleo commercio e polizia sanitaria del comune, sostenendo davanti ad altre persone in Municipio, che la signora «con il mercato si è fatta e continua a farsi i c... suoi». Espressione che il giudice di pace non aveva censurato, assolvendo l'imputato dall’accusa di diffamazione, perchè a suo giudizio rientrava ampiamente nel «diritto di critica» in quanto il consigliere comunale aveva inteso attaccare soltanto l’attività pubblica e istituzionale della collega e non anche le sue qualità morali.

Di avviso diverso è stata invece la Procura di Agrigento che, nel chiedere la condanna dell’uomo, ha fatto notare che l’espressione è «un attacco alla persona». Piazza Cavour ha giudicato il ricorso fondato e, bacchettando il giudice di pace, ha evidenziato che questi «oltre a trascurare di indicare la soglia oltre la quale una critica è espressa con parole volgari e inutilmente aggressive», ha fornito «una ricostruzione che non si è dimostrata capace di spiegare in quale modo e per quale ragione logica l’espressione consisterebbe in una critica all’organizzazione del mercato». Nel «linguaggio comune l’espressione incriminata sta ad indicare scelte o iniziative in violazione di regole comuni e, attribuita ad un pubblico amministrazione, si presta ad essere comunemente recepita come indicativa di comportamenti illeciti, atteso che alla carica pubblica è affidata la cura di pubblici interessi non di rado protetti con norme di rilievo pubblicistico come quelle penali».




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Via libera al nuovo ascensore, anche se riduce le dimensioni del pianerottolo

La Stampa

La sentenza n. 15308/11 della Cassazione ha stabilito il principio in base al quale l'inservibilità della cosa comune, che costituisce il limite alle innovazioni in materia condominiale, non può consistere in un semplice disagio, ma deve comportare la concreta inutilizzabilità del bene, con la conseguenza che è lecita la costruzione di un ascensore, anche se riduce le dimensioni del pianerottolo.

Il caso

La proprietaria di un appartamento al piano terreno di un condominio impugna la delibera assembleare che ha approvato l'installazione di un ascensore, lamentando la mancata unanimità dei consensi. Il Tribunale respinge la domanda, ritenendo che, malgrado l'impianto di sollevamento avrebbe comportato una sensibile diminuzione dello spazio comune nel pianerottolo davanti all'abitazione della signora, l'innovazione doveva ritenersi lecita in quanto diretta ad un migliore uso della cosa comune. In appello, però, la sentenza è riformata e il Condominio fa ricorso in cassazione.

I giudici di appello, valutato il bilanciamento tra gli interessi del singolo condomino e quelli dell'ente di gestione, ha ritenuto che i diritti della signora ad utilizzare lo spazio antistante al proprio appartamento e a fruire liberamente di quest'ultimo nella sua pienezza, in ragione di una eventuale diminuzione di luminosità sarebbero risultati eccessivamente compressi dalla realizzazione dell'ascensore. Da qui la decisione che vieta le innovazioni che rendano talune parti comuni dell'edificio inservibili all'uso o al godimento anche di un solo condomino.
Secondo il Condominio, però, la costruzione dell'ascensore non avrebbe affatto comportato tali pregiudizi per la condomina e sostiene che i giudici di merito non si sono soffermati sull'analisi degli aspetti dimensionali dell'ingombro derivante dalla gabbia dell'ascensore, rispetto all'area complessiva del pianerottolo, ignorando quale sarebbe stata l'effettiva riduzione della superficie dell'androne.

La Cassazione accoglie questi rilievi e afferma che la sentenza impugnata è fondata su una non condivisibile interpretazione del limite alle innovazioni consentite della cosa comune. Tale limite, infatti, risiede nella inservibilità della cosa comune da parte del singolo condomino a seguito dell'innovazione. Nell'identificazione del limite alle innovazioni della cosa comune «il concetto di inservibilità della stessa non può consistere nel semplice disagio subito rispetto alla sua normale utilizzazione ma è costituito dalla concreta inutilizzabilità della res communis secondo la sua naturale fruibilità».
Nel caso in esame, la mera riduzione della superficie totale del pianerottolo, antistante il pianerottolo della condomina, non impedisce a quest'ultima di poter fruire del pianerottolo stesso e non costituisce, quindi, un pregiudizio tale da vietare la costruzione dell'ascensore, innovazione che sicuramente comporta un miglior uso per tutti i condomini delle parti condominiali comuni. Il ricorso del Condominio viene, pertanto, accolto e la causa rinviata alla Corte d'Appello per una nuova decisione nel merito.




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Predappio, turismo in crisi nei luoghi del Duce

di Redazione

I luoghi di Mussolini sono in crisi di visitatori. "La crisi è arrivata anche qui, lamenta Domenico Morosini, imprenditore titolare della Villa Carpena, la stagione è triste, speriamo che arrivi gente il 31 luglio per la festa della nascita del Duce"


Predappio - Turismo in crisi a Predappio. "Quest’anno i visitatori sono diminuiti e la crisi è arrivata anche nei luoghi di Mussolini", ha lamentato Domenico Morosini, l’imprenditore lodigiano titolare di Villa Carpena, in provincia di Forlì, da lui trasformata in "Villa Mussolini, Casa dei ricordi". La villa dove vissero Benito Mussolini, la moglie Rachele e i figli, è un museo privato visitato da studiosi del Ventennio ma è anche una delle mete preferite dai turisti che si recano a Predappio, comune della provincia di Forlì-Cesena, famoso per aver dato i natali a Benito Mussolini. "L’attesa è per il 31 luglio -spiega l’imprenditore- quando celebreremo la Festa della nascita del Duce. Alle 10,30 ci sarà la marcia, dalla Chiesa di San Antonio fino al cimitero. Verrà portata in spalla una croce, lunga 5 metri, che depositeremo davanti alla cripta dove riposa il capo del fascismo. Sarà recitato il rosario e poi via libera ai camerateschi festeggiamenti, con vino nero".
Conferma il calo di turisti anche Pierluigi Pompignoli, titolare del "Predappio Tricolore souvenir", vicino alla casa natale di Mussolini. "La gente va al mare -spiega- aspettiamo fine luglio per gli arrivi dei turisti. Quest’anno abbiamo realizzato il calendario più bello degli ultimi vent’anni ma i clienti sono pochi". Il suo negozio è tappa obbligata per i ’turisti del Ventenniò. L’offerta dei gadgets è ricca: si va dalle bottiglie con il duce alle magliette con le aquile littorie, passando per daghe e manganelli.
Polemiche sul tipo di turismo Non ci sta il sindaco di Predappio. Qui, sottolinea,"c’è un turismo storico e culturale importante -rimarca Frassineti- ma tre volte l’anno, in occasione della nascita del fondatore del fascismo (29 luglio), della morte di Mussolini (28 aprile) e della marcia su Roma, il 28 ottobre, arrivano migliaia di persone vestite in un certo modo, che sfliano fino al cimitero portando una croce. L’ultima volta che l’hanno fatto, era il giorno di Pasqua. Una cosa vergognosa...". "Queste -insiste il primo cittadino di Predappio- sono manifestazioni che restituiscono all’esterno un’immagine falsa di Predappio, che offre tanti altri eventi. Attualmente nella casa natale di Mussolini, ospitiamo una mostra storico documentaria ’Città di fondazione italiane 1928-1942’.
E bisogna valorizzare Adone Zoli, che riportò qui la salma di Mussolini. Con il suo gesto, ha insegnato che le istituzioni democratiche non devono aver paura dell’esilio di un morto. Ma oggi -chiede il sindaco Pd di Predappio- dovremmo ancora vedere chi si veste in maniera strana, sfilando per le nostre starde? Non è questo tipo di turismo l’economia trainante di una cittadina che conta 6.500 abitanti e ha 620 partite Iva. La forza di Predappio -conclude Frassineti -è la sua notorietà, che si deve però utilizzare in modo positivo. Conoscendo la storia di Predappio, bisogna fare in modo che certe cose non avvengano più".
Mussolini: pure le galline sono nere Non la pensa così Alessandra Mussolini. "Zoli -spiega la parlamentare Pdl- è un personaggio minore. Non si può pensare che i turisti vadano in pellegrinaggio da Adone Zoli o che comprino una maglietta con la sua immagine. Il sindaco Frassineti ne prendesse atto e se ne facesse una ragione, anche perché c’è un indotto economico che ruota intorno a questo interesse storico.

E poi -rimarca la nipote del duce- a Predappio pure le galline sono nere...". 




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La giustizia arriva per e-mail

La Stampa


Da settembre la notifica degli atti penali attraverso la posta elettronica. Dal ministero 60
scanner per rendere i documenti digitali. Nel civile risparmi per 64 milioni



alberto gaino

torino
Dopo la pausa estiva, gli ufficiali giudiziari non saranno più costretti a correre da uno studio legale all’altro a notificare gli atti penali. Tanto meno, per i casi urgenti, toccherà farlo alle pattuglie di polizia e carabinieri o della guardia di finanza. Con grande riduzione di costi e di reimpiego di personale per gli scopi istituzionali, a Torino si avvierà il nuovo servizio di notifica telematica con la posta elettronica certificata anche nel settore della giustizia penale. Limitatamente, per ora, agli uffici della procura.

Per le sole notifiche del civile - 8 milioni l’anno in Italia - si conta di risparmiare come minimo, a regime, 64 milioni di euro. Ciascuna costa 8 euro se inviata a mezzo posta tradizionale, e su questa base si calcola la spesa più contenuta. Ma quando si ricorre, e accade spesso, all’ufficiale giudiziario gli 8 euro diventano 25 per ogni notifica. Nel penale questo secondo sistema è il più diffuso. Chiunque è in grado di fare un po’ di conti.

Sembra persino paradossale che nel 2011, con tutti i mezzi informatici a disposizione, si sia ancora a questo punto e si debba presentare una tale novità come una piccola rivoluzione, ma chi conosca un po’ di più i meccanismi organizzativi del processo penale, dalle indagini preliminari in poi, sa bene che, invece, in un certo senso di rivoluzione copernicana si tratta. Quanto meno della mentalità giudiziaria che si trascina appresso secoli di giustizia rassicurata, nei suoi fondamenti, dalla «testimonianza» della «carta». Cioè, gli atti che si possono toccare, oltre che leggere.

Toccare, riporre, archiviare. Basterebbe dare un’occhiata al peso (e allo spazio) che hanno ancora negli uffici giudiziari e negli studi legali gli archivi cartacei. O tener presente il grande uso che tuttora si fa delle fotocopiatrici, per riprodurre gli atti. Chi vorrà, in futuro, non sarà privato del piacere della rassicurazione tattile, ma dovrà convertire a sue spese gli atti giudiziari dal computer alle copie di carta. Perché le notifiche elettroniche ai penalisti torinesi della chiusura delle indagini e della richiesta di rinvio a giudizio dei clienti saranno seguite dal più ambizioso progetto di digitalizzazione delle carte processuali.

Nei giorni scorsi una commissione del ministero della Giustizia con a capo Stefano Aprile, direttore generale dei sistemi informativi, ha incontrato il procuratore capo Gian Carlo Caselli, il vicario Sandro Ausiello e i loro più stretti collaboratori per opzionare il sistema, fra i tre offerti, per abbandonare progressivamente i faldoni di carta. La posta elettronica certificata è la porta d’accesso a tutto quanto. Aprile: «Abbiamo comprato l’hardware e ci siamo impegnati a dotare, per l’inizio dell’autunno, ogni segreteria di pm di computer con lettore di firma e scanner, una sessantina di macchine. Il software a disposizione consentirà di controllare in tempo reale la “consegna” della notifica».

Ovviamente, è stato coinvolto anche l’Ordine degli avvocati, già attivatosi per il processo telematico civile e che per quello penale ha ulteriormente investito risorse proprie. Spiega il suo presidente, Mario Napoli: «Abbiamo chiesto agli iscritti a più alto reddito (oltre 150 mila euro) di contribuire di più e abbiamo raccolto 80 mila euro. Una spesa ben fatta perché l’informatizzazione del processo è la sfida del futuro, in ragione dei tempi più rapidi e dei forti risparmi che si realizzeranno, stando la continua e progressiva riduzione delle risorse che lo Stato assegna al sistema giustizia».

Quegli 80 mila euro vengono spesi per assistere gli avvocati in questo percorso. Paolo Lorenzin è il tecnico che fornisce informazioni rassicuranti prima ancora dell’accesso al vocabolario e alle modalità della giustizia elettronica: la chiavetta Usb o la smart card e il codice personale di otto cifre - per l’«autenticazione forte» della firma elettronica - da inserire prima di ogni «invio»; l’apposito software per leggere la firma altrui, e naturalmente l’indirizzo Pec di ciascuno. Nient’altro che una buca da lettere elettronica cui far pervenire quella posta certificata dallo stesso valore legale di una raccomandata.




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Giustizia italiana indebitata per le intercettazioni Nel 2010 è costata al contribuente 270 milioni

di Redazione

La spesa per captare le conversazioni degli indagati copre quasi la mmetà del disavanzo del ministero di via Arenula: 165 milioni di euro. nel 2010 l'ascolto delle telefonate è costato 270 milioni di euro al contribuente



Investireste in una società i cui costi sono sempre superiori ai rica­vi? Probabilmente no, anche se gli amanti del rischio ci sono sempre. Il contribuente italiano, invece, non può sottrarsi dal finanziare at­traverso le imposte il sistema della giustizia. E poiché, salvo nelle teo­rie liberiste più radicali, privatizza­re la giustizia non si può, dobbia­mo «socializzare» i 340 milioni di debiti a fine 2010. Una cifra che si mangia quasi il 5% dei 7,2 miliardi destinati al budget del ministero fi­nora guidato da Angelino Alfano.
Eppure un primo risparmio già si potrebbe ottenere se ogni anno lo Stato non incorresse in dolorosi risarcimenti legati tanto agli errori giudiziari (16,8 milioni nel 2011) quanto all’ingiusta durata del pro­cesso (41,5 milioni comprese le cause pendenti alla Corte Ue dei di­ritti dell’uomo). Il totale fa 58 milio­ni, ma la Corte dei Conti ha rilevato debiti pregressi per 95 milioni. La magistratura se ne preoccupa? No, i soldi li paga il Tesoro, ma 153 milio­ni risolleverebbero un po’ le casse di Via Arenula.
La maggior parte della spesa, in­fatti, riguarda il personale (1,1 mi­liar­di per i 9.120 magistrati e 1,3 mi­liardi per i 40mila addetti all’ammi­nistrazione). Il resto sono le cosid­dette «spese di giustizia», un calde­rone nel quale fino pochi anni fa si «infilava» tutto. Poi, Alfano e Tre­monti hanno istituito il capitolo 1363 e la verità è venuta a galla. Del miliardo di costi vivi dell’ammini­strazione giudiziaria fino a qual­che anno fa, il 37% era rappresenta­to dalle intercettazioni. Lo stru­mento senza il quale i vari Boccassi­ni, Woodcock e Ingroia si perdereb­bero in un bicchier d’acqua costa al­lo Stato, cioè a noi, oltre 180 milio­ni.
La realtà è diversa dalle previsio­ni per il 2011. La Corte dei Conti ha certificato che nel 2010 le intercetta­zioni sono costate 270 milioni con un debito di 90 milioni che va a som­marsi ai 75 dell’anno precedente per un totale di 165. Quindi la metà dei debiti del ministero è determi­nata dall’uso ( e dall’abuso)delle in­tercettazioni. Il monitoraggio di Al­fano, rileva la Corte, ha comporta­to «risparmi tra il 25 e il 30%». Se le spese aumentano, è perché le Pro­cure intercettano a go-go.
L’«operazione trasparenza» del ministero della Giustizia fornisce altri elementi: nel 2010 la Procura della Repubblica di Milano con tre distinte aperture di credito ha otte­nuto 16,5 milioni per intercettare (anche il Rubygate sarà probabil­mente compreso in queste). La Pro­cura­di Palermo ha utilizzato il con­to per 28,5 milioni e quella di Napo­li per 13 milioni, più dei 700mila per la Procura di Santa Maria Ca­pua Vetere, che ha competenza su Gomorra.
La Procura di Milano ha tenuto a far sapere alla stampa «amica»che, a fronte di 8 milioni spesi per il pro­­cessoAntonveneta, sono stati recu­pe­rati nei patteggiamenti 340 milio­ni di euro. Il fine, perciò, giustifiche­rebbe i mezzi. A proposito, lo sape­te qual è il sequestro di maggior va­lore in capo all’Agenzia nazionale per i beni confiscati? Si tratta delle holding di Massimo Ciancimino, la superstar di Annozero, un com­plesso di società stimate tra i 300 e i 500 milioni che spaziano dalla ge­s­tione dei rifiuti in Romania alla me­tanizzazione di Belgrado.
La conseguenza? Il taglio degli in­vestimenti: l’edilizia carceraria lan­gue, non si possono assumere altri addetti di Polizia penitenziaria e gli istituti traboccano con somma tri­stezza di Pannella.

I risultati? Per la giustizia sono i processi: tra cause sopravvenute e pendenti a fine 2009 si superava quota 1,7 milioni, circa il doppio di quelle concluse. Ma si sono prescritti 143.825 prov­vedimenti, il 70% dei quali con de­creto del gip, senza arrivare in aula. Ma non parlate ai magistrati di pro­cesso breve. Per carità.




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Tedesco: addio al Pd, non al Senato «M'hanno trattato peggio di una colf»

Corriere della sera


«Non vedono l'ora che me ne vada, li accontenterò scrivendo una lettera di dimissioni a Bersani»



Alberto Tedesco
Alberto Tedesco
MILANO - Alberto Tedesco non lascerà Palazzo Madama ma dirà addio al Pd. In una intervista a La Stampa, il parlamentare, per il quale la settimana scorsa il Senato ha negato l'autorizzazione agli arresti domiciliari, ha spiegato di volere abbandonare i democratici. «Dal Pd - accusa Tedesco - non mi hanno neanche chiamato come si farebbe con una colf che si licenzia, mi hanno chiesto le dimissioni a mezzo stampa», ma siccome «non vedono l'ora che me ne vada, li accontenterò tra qualche ora scrivendo una lettera di dimissioni al segretario».

CRITICHE A BONDI, VELTRONI E LETTA - Il senatore risponde poi a Rosy Bindi, spiegando che «polemizza» con lei perché è il presidente del partito: «Dice che non vuole vedere turbato il partito da un ex socialista, questo la dice lunga sulla cultura garantista della signorina Bindi. Se si è socialisti si è delinquenti per definizione». Perchè, aggiunge, «non chiedono le dimissioni anche a Penati? A un ex comunista si consente di dimostrare che è innocente...». Tedesco, infine, se la prende anche con chi, come Veltroni ed Enrico Letta, hanno chiesto un suo passo indietro: «Se c'è qualcuno che ha fatto del male al Pd e al Paese col suo rilancio dipietrista è Veltroni». E su Letta: «Non sa scegliere i dirigenti» e «ha portato in Parlamento uno come Boccia che non riesce nemmeno a far eleggere un consigliere comunale nel suo comune...».



Redazione online
25 luglio 2011 09:23



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Le interviste impossibili Giovanni Guareschi: "I miei guai giudiziari"

di Pier Francesco Borgia

Colloquio con un personaggio storico con domande attuali e risposte attinte dalle sue opere letterarie



Giovannino Guareschi è lo scrittore italiano in assoluto più ap­prezzato e più letto nel mondo: ol­tre 20 milioni di copie dei suoi libri sono stati venduti e si continuano a vendere, tradotti in decine di lin­gue, mentre i film su Don Camillo e Peppone, ispirati ai suoi roman­zi, continuano a spopolare ovun­que. Umorismo, ilarità, buon gu­sto, allegria sono le caratteristiche delle opere del grande scrittore emiliano. Ma la serenità non fu la cifra della sua vita. Prima vittima di una giustizia ingiusta, Guare­schi morì al suo secondo infarto, nel 1968, all’età di 60 anni, dopo avere superato il primo nel ’61.
Possiamo dire, oggi, che quel­la ingiusta condanna subita, quell’anno e passa di detenzio­ne trascorso nel carcere di San Francesco del Prato, a Parma, influì in maniera determinan­te sulla sua salute?
«Le rispondo con una mia frase: “Ho dovuto fare di tutto per soprav­vivere, tuttavia tutto è accaduto perché mi sono dedicato ad un pre­ciso programma che si può sinte­tizzare con uno slogan. Non muo­io neanche se mi ammazzano”».
Lei ebbe una giovinezza molto movimentata, non è così?
«Beh,sì,nel ’36,a 28 anni non an­­cora compiuti, ero già redattore ca­po, oltre che vignettista e illustrato­re, del Bertoldo , la rivista satirica di Rizzoli diretta prima da Cesare Za­vattini, poi da Giovanni Mosca. Ma i guai mi arrivarono addosso nel ’42, quando mi comunicarono la noti­zia- poiperfortunarivelatasinonve­ra- che mio fratello,militare nell’Ar­mir, era morto in Russia. Non ci vidi più ed esplosi in una serie di insulti nei confronti di Mussolini».
E cosa accadde?
«Che qualcuno tra i presenti corse a riferire alla polizia. Fui arrestato e condannato a tornare sotto le armi: artiglieria.Dopol’8settembre,all’or­dine di passare al servizio della Re­pubblica Sociale Italiana, risposi no. Nonmisognavoneppuredirinnega­re il giuramento di fedeltà al Re ».
Già, è vero, un monarchico co­me lei...
«È la verità. Quel mio no ai fascisti di Salò lo pagai con due anni di de­portazione nei Lager nazisti, prima in Polonia, poi in Germania. Ne rica­vai Diario clandestino , il mio primo libro di successo».
Al ritorno in Italia, fondò «Can­dido », sempre con Rizzoli, e diede inizio ad una durissima campagna per impedire che i comunisti conquistassero il potere. Indimenticabili e insu­perabili le sue vignette contro i «trinariciuti». A proposito, qual era la funzione del­la terza narice?
«Far defluire la materia cerebrale e fare entrare di­rettamente nel cervello le direttive del partito. Devo dire che non fu una battaglia persa. Molti storici hanno attribuito a Candido e alla sua campagna gran parte del meri­to della vittoria democristiana alle elezioni del ’48».
Ricordo il favoloso appello lan­ciato dalla copertina di «Candi­do »: «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no».
«Non fu il solo. Lanciai un manife­sto, da me disegnato, con lo schele­tro di un soldato italiano ucciso in uncampodiprigioniasovieticodal­lacuiboccauscivanoquesteparole: “Mamma, cento­mila prigionieri italiani non sono tornati dalla Russia.

Votagli contro anche per me”».

Gli anni dal ’48 al ’54, quando scoppiò il «caso De Gasperi», furono quelli di maggior suc­cesso, per «Candido».
«Se continuavo a cercarmi dei guai, non era perché fossi ambizio­so o pazzo. Non perché avessi mire “politiche”. Ma perché, rinuncian­do io a parlare, avrei tolto la possibili­tàdiparlareatutti. Iniziaiapreoccu­parmi dopo la condanna per il “ca­so De Gasperi”. E non per me, ma per la libertà e la verità. Motivi di pre­occupazione che, a quanto vedo, non sono ancora venuti meno in Ita­lia ».
Parliamo adesso delle sue vi­cende giudiziarie.
«Non mi querelò solo il presiden­te del Consiglio, ma anche il presi­dentedellaRepubblica, LuigiEinau­di. Per una vignetta disegnata da Carletto Manzoni che riportava un’etichetta del vino Nebbiolo pro­dotto nelle terre della famiglia Ei­naudi, con la scritta “presidente”. Un “conflitto d’interessi”, si di­rebbe oggi. Al processo mi presentaiio, inquantodi­rettore responsabile di Candido , e mi af­fibbiarono 8 mesi di reclusione con la condizionale. Era il 1950».
Quattro anni dopo, la «bom­ba » De Gasperi...
«Tutto ebbe inizio quando Enri­co De Toma, un ex ufficiale della Rsi cheavevaricevutodaMussolinil’in­carico di mettere al s­icuro in Svizze­ra una copia del suo carteggio riser­vato, vendette quei documenti al­l’editoreRizzoli. Unoscoopcolossa­le. Ilsettimanale Oggi , direttodaEdi­lio Rusconi, iniziò a pubblicare le carte, ma, dopo solo tre settimane, la pubblicazione fu interrotta senza dare spiegazione. Volli ficcare il na­so in quegli incartamenti. Scoprii due lettere che De Gasperi aveva in­viato da Roma al colonnello inglese Bonham Carter, a Salerno, solleci­tandoilbo­mbardamentodellaperi­feria di Roma per spingere la popola­zione a ribellarsi ai tedeschi ».
E lei decise di pubblicarle. Per­ché?
«Perché De Gasperi, venendo me­no all’impegno preso nel ’48, stava aprendo ai socialisti di Nenni. Non potevo certo essere d’accordo. Da qui la mia decisione di pubblicare le due lettere».
Si disse (e la sentenza confer­mò questa opinione) che i do­cumenti di quel carteggio era­no dei falsi fabbricati durante la Rsi.
«Fui in grado di rendermi facil­mente conto che i documenti del carteggio erano autentici».
Il Tribunale di Milano rifiutò la perizia grafica. E lei fu condan­nato ad un anno di reclusione.
«In tutta quella faccenda tennero contodell’“alibi morale”di De Ga­speri e non ammisero neppure che iopotessipossedereilmio“alibimo­rale”. Me lo negarono. Negarono tutta la mia vita, tutto quello che io avevo fatto nella mia vita. Scriverò: “Mi avete condannato alla prigio­ne? Vado inprigione”».
Nel quale restò non un anno soltanto, ma ben 409 giorni, perché alla condanna del pro­cesso De Gasperi si aggiunse quella del processo Einaudi.
«Esatto.Piùaltriseimesidi“liber­tà vigilata”, ottenuta per “buona condotta”. Primo e unico giornali­sta italiano a scontare interamente in carcere una condanna per diffa­mazione a mezzo stampa.
Lo scopo era di tappare la bocca a Candido . E il potere giudiziario,ovvero il “terzo potere”,si prestò.Nel ’61, dopo che ebbi il mio primo infarto, Candido
cessò le pubblicazioni».
E il «quarto potere»?
«Ai miei funerali c’erano soltan­to due giornalisti: Nino Nutrizio, direttore de La Notte e mio grande amico, ed Enzo Biagi, emiliano co­me me ».




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Rovinati da Woodcock, il costruttore Sparaco: "Il mio impero in briciole per un pettegolezzo"

di Stefano Zurlo

Continua l'inchiesta del Giornale sulle persone rovinate dal pm. Il costruttore finito nell'inchiesta sulle tangenti Inail: "Un inquisito fece il mio nome e io mi trovai in galera. Sono stato assolto solo dopo sette anni". L'azienda fu commissariata: "Mi vietarono di partecipare agli appalti pubblici"



Quel che più lo fa soffrire è la morte dell’azienda di famiglia, la Sparaco Spartaco spa. «Vede, Wo­odocock - racconta Luigi Sparaco - avrebbe pure potuto convocar­mi a Potenza e farmi tutte le do­mande che riteneva opportune, poi se non gli avessi risposto, avrebbe fatto bene ad arrestarmi. Invece, in cinque minuti mi sono trovato in manette senza sapere nemmeno perché e la società, sballottata di qua e di là, non ha ret­to. Fatturavamo cento milioni l’anno,ora ci sono solo macerie.Il danno provocato da questa in­chiesta è irrecuperabile». Luigi Sparaco è un ingegnere di 68 anni e in pace con se stesso: «Or­mai non lavoro più, ma quando ri­pe­nso al passato mi viene un grop­po in gola. Tutto distrutto senza­al­cuna ragione e senza che nessuno mi abbia mai chiesto scusa».

Perché Henry John Woo­dcock chiese il suo arresto al gip di Potenza?
«C’era un’indagine in corso sul­­le tangenti all’Inail. Un tizio, inqui­sito a sua volta, aveva detto, forse per ingraziarsi il Pm, che io avevo regalato un appartamento al diret­tore generale dell’Inail Alberigo Ricciotti».
Un’accusa grave.
«Sì, ma quando Woodcock gli aveva chiesto di circostanziare l’episodio, lui aveva spiegato di non saperne nulla. Era una voce che aveva raccolto da qualche par­te, e se permette, tutta da verifica­re. Astratta. Vuota come una corni­ce senza quadro».
Quando fu ammanettato?
«Era il 2 luglio 2002. Bussarono alla porta, in cinque minuti finii in manette e mi ritrovai a Regina Coe­li, poi a Potenza».
Un’esperienza drammatica?
«Il carcere non mi ha turbato, anche se ci sono stato venti giorni, più due mesi agli arresti domicilia­ri. Il problema è il resto».
A che cosa si riferisce?
«Penso alle conseguenze. Il gior­no dopo il mio arresto tutti i gior­nali italiani hanno scritto articoli su articoli definendomi un corrut­tore, un imprenditore amico degli amici, uno che gonfiava i prezzi, una sanguisuga della pubblica amministrazione.Non c’eralimi­te alle calunnie, innescate da quel­­l’arresto senza fondamenta e due giorni dopo è stato ancora così e tre giorni dopo pure. Io ero in cella impotente, intanto la società an­dava a rotoli».
Non c’era solo lei sul ponte di comando della Sparaco Spar­taco.
«Eh no. Woodcock ha fatto com­missariare la società e in più ha ot­tenuto che noi non potessimo più lavorare con la pubblica ammini­strazione per un anno. In sostan­za, ci ha condannato a morte».
In concreto che cosa è accadu­to?
«Noi avevamo appena finito di costruire l’ospedale di Orbetello, un contratto da 35 milioni di euro, e l’Inail ha deciso di non pagare. O di pagare solo in parte, con gran­de calma. Contemporaneamente l’Inail ha fatto saltare il contratto che avevamo a Legnano e si è tenu­ta anche il terreno. Non c’era alcu­n­a possibilità di fermare questi ve­leni che circolavano ovunque. Il commissario faceva quel che pote­va, senza conoscere bene la no­stra situazione. A me piangeva il cuore perché la società fondata da papà qui a Roma nel 1940 aveva un curriculum di tutto rispetto: siamo stati noi a costruire gli uffici giudiziari di piazzale Clodio a Ro­ma, noi a realizzare l’ospedale ci­vile di Ancona, la Biblioteca nazio­nale di Roma, il porto turistico di Marina di Grosseto.

E potrei prose­guire. Tutto spazzato via».
Lei si sarà difeso.
«Ci ho provato. Ma la strada era in salita. Consideri che appena ar­rivato a Regina Coeli ho trovato proprio Ricciotti che mi ha urlato: “Ma lei è pazzo, perché inventa queste menzogne?”».
Aveva ragione?
«Ma no, gliel’ho già detto: era stato un mio subappaltatore a rife­ri­re la voce secondo cui io avrei re­galato la casa a Ricciotti».
Woodcock?
«Pure lui mi ha chiesto: “Ma do­v’è questo appartamento?“»
E lei?
«Gli ho risposto nell’unico mo­do possibile: “Guardi che un ap­partamento non è un pacchetto che si mette in tasca e si porta a ca­sa. Io non ho regalato niente a nes­suno. E questo Ricciotti non lo co­nosco, non l’ho mai visto, non so chi sia”».
L’ha convinto?
«Ma no. Il pm è rimasto della sua idea. Poi però Woodcock ha spedito le carte a Roma perché si è scoperto che la competenza non era sua».
E a Roma?
«Si è celebrato un processo. Len­to. Lentissimo, ma utile. Una peri­zia dopo l’altra si è stabilito che io non gonfiavo proprio niente. Al­tro che ricarichi del 20 o del 30 per cento. I margini erano strettissi­mi, risicatissimi».
E l’appartamento?
«Non c’era, gliel’ho già detto. Non c’era un bonifico, non c’era una telefonata fra me e questo Ric­ciotti. Non c’era niente. Non vo­g­lio dire che l’inchiesta sia stata so­lo un polverone, no quello no. Al­cuni funzionari dell’Inail hanno patteggiato, come anche un mio supappaltatore, e hanno restitui­to dei soldi, ma io non c’entravo per niente».
Alla fine lei è stato assolto.
«Dopo sette anni. Quando or­mai era troppo tardi. Il sipario è sceso sulla Sparaco Spartaco sot­to forma di concordato preventi­vo. Centinaia, dico centinaia di di­pendenti e di fornitori hanno per­so il lavoro. Una tragedia e una sto­ria imprenditoriale di successo bruciata sull’altare della frenesia investigativa. Sarebbe stato suffi­ciente un pizzico di prudenza in più. La procura generale non ha fatto ricorso e la sentenza è diven­tata definitiva, ma ormai l’impre­sa non c’era più. Di fatto è stato un verdetto postumo, anche se ero e sono ancora vivo».
Quanto le hanno dato come ri­sarcimento?
«Lo Stato ha fatto i suoi calcoli e poi mi ha dato un assegno di 11.557 euro per l’ingiusta deten­zione subita».
E per il resto?
«Per il restoniente. Un’impresa con sessanta anni di storia è stata rasa al suolo. Ma questo non inte­ressa a nessuno».




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