sabato 23 luglio 2011

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Quotidiano.net


Oslo, i danni dell'esplosione

22 luglio 2011



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Papponi di stato, puntata 4. Strapagati per chiaccherare.

Libero




La sala di Commissione è ai piani alti, per raggiungerla devi salire una scalinata monumentale. Per farla semplice, le commissioni parlamentari sono delle specie di mini parlamentini, dunque composte da rappresentanti di tutti i partiti proporzionalmente alla loro presenza in Parlamento. Le cosiddette “permanenti”, 14 in tutto, sono incaricate di discutere di un determinato argomento o esaminare i progetti di legge, per metterli a punto e poi eventualmente sottoporli al voto dell’Aula.

Poi ci sono le “bicamerali”, che raggruppano esponenti di Camera e Senato, e le Commissioni d’inchiesta, che approfondiscono vicende “di pubblico interesse” e sono investite anche di poteri giudiziari, in genere invocate una volta ogni due giorni da una parte politica per dare addosso all’altra. Fine della lezioncina. Inciso: uno può anche essere membro di più Commissioni, e neanche tanto raramente succede che si riuniscano contemporaneamente, così che da qualche parte è per forza assente. Secondo e ultimo inciso: ogni presidente di Commissione ha a disposizione un altro ufficio e relativo staff, oltre a quello cui ha diritto in qualità di deputato, e il suo stipendio è maggiorato. Misteri dell’organizzazione parlamentare.

Una cosa strana delle Commissioni è che tu arrivi nella sala e chiacchieri normalmente con gli altri componenti, così, parli del più e del meno, poi a un certo punto comincia la riunione e di colpo cambia tutto, «adesso la parola al presidente Folena», e lui «grazie, caro vicesegretario», e comincia a parlare, e tutti si danno del lei. E quando siamo seduti intorno al tavolone e hai bisogno di passare un foglio a un altro deputato, non è che ti sporgi o ti alzi e glielo dai: no, chiami il commesso, lui arriva, gli consegni il documento, quello fa tre metri e lo porta all’altro. Ora, magari adesso la sto mettendo giù un po’ caricaturale, ma in effetti è davvero così: nei lavori parlamentari, la formalità burocratica viene spesso esibita nei momenti più inutili, e dimenticata quando invece potrebbe aver senso.

C’è da dire che tutto questo cerimoniale nasce anche dall’esigenza di verbalizzare le riunioni, pensa che casino per il trascrittore se tutti si parlassero uno sopra l’altro. Resta il fatto che avrà anche un senso, ma la prima volta fa uno strano effetto, quasi teatrale. Pare una commedia. «... e adesso la parola al capogruppo dei Verdi Poletti...». E infatti scopro che sono capogruppo, pensa te. Non lo sapevo, giuro, e quasi mi sembra d’esser stato promosso, «evvài, che sono già capo».

Il fatto è che, come ho già detto, le commissioni sono parlamentini, e io sono l’unico rappresentante dei Verdi, e quindi in quanto tale sono capogruppo. “Capogruppo dei Verdi in Commissione cultura, istruzione e ricerca”: mi sono firmato così, quando ho inviato la lettera che mi ha pubblicato il Corriere, proprio vicino  alla rubrica di Sergio Romano. E se fossimo stati due, i Verdi in Commissione, l’altro sarebbe stato vicecapogruppo (oppure capo lui e vicecapo io, a seconda). Perché in Parlamento ognuno è capo o vicecapo o presidente o vicepresidente di qualcosa: una commissione, un gruppo parlamentare, un’associazione. Tutti. In realtà, non conti nulla, ma questo sul biglietto da visita non si scrive.

E comunque, ripeto, io sono in “Commissione cultura, scienza e istruzione”. Cultura. Scienza. E istruzione. Argomento più importante e sentito delle mie prime riunioni: Calciopoli. Cioè, va bene tutto, ma che cosa c’entrano la scuola e la cultura e la scienza con Calciopoli? E sono sempre piene, queste riunioni, durano ore. D’altronde, la vicenda è sulle prime pagine di tutti i giornali, c’è modo di essere citati in qualche articolo. Il nostro gruppo d’ascolto viene pomposamente chiamato “Indagine conoscitiva sulle recenti vicende relative al calcio professionistico con particolare riferimento al sistema delle regole e dei controlli”.

Le audizioni si susseguono: il presidente del Coni, il rappresentante della Consob, nientepopodimeno che Francesco Saverio Borrelli, il presidente di Mediaset Confalonieri, i rappresentanti dei consumatori e quelli delle tv locali, l’onorevole Josè Luis Arnaut “in qualità di esperto del settore del calcio e dello sport in generale” (?). Ognuno chiede di sentire questo e quello, il ministro dello Sport Melandri viene a riferire. Ma davvero c’è chi pensa che le riunioni in Commissione cultura possano servire alla già strampalata inchiesta su Calciopoli? Ma poi perché discutiamo a Montecitorio di Calciopoli? Per quale motivo?

E in realtà, ne parlo così solo perché a me non interessa il calcio, nel senso che chissà quante volte ho invece partecipato con più entusiasmo ad altre discussioni su argomenti che magari m’interessavano, ma ben sapendo che non avrebbero portato a nulla di concreto. Non che le riunioni di Commissione siano sempre così. Quando i progetti di legge toccano veri interessi o questioni tecniche, allora si fanno i conti e si programma e ci si scontra e cose serie, insomma. Ma ho come l’impressione che troppe volte i nostri siano invece pseudo approfondimenti del tutto inutili, nel senso che sono ininfluenti, e in fondo lo sappiamo anche noi, che sono ininfluenti. In questi casi, mi vien da dire che noi, per lavoro... chiacchieriamo. Nel senso che ci troviamo, parliamo e magari litighiamo su argomenti che più o meno c’interessano, e alla fine resta nulla. E non vorrei sembrare troppo sarcastico, perché si tratta anche di discussioni serie, documentate, interessanti davvero. Ci sono deputati che ci credono sinceramente, spaccano il capello in venti, presentano dossier alti così. Ma comunque, sappiamo che non avranno alcun riflesso o quasi. Come dire: sono delle gran pippe.

Compito fondamentale dei componenti di Commissione resta comunque quello di fornire pareri sui vari progetti di legge. Prima considerazione: a noi peones, come dobbiamo votare sulle questioni un minimo significative ce lo dice il partito, il segretario, che della cosa ha già discusso in altra sede, con gli altri pezzi grossi. Ma il nostro “parere” - favorevole o contrario - lo dobbiamo comunque motivare, e per iscritto. Lo schema è più o meno sempre lo stesso: di tuo, ci metti la frase di circostanza, “dichiaro voto favorevole” se sei nel centrosinistra, oppure “dichiaro voto contrario” se sei nel centrodestra. Poi c’è da corredare il tutto con riferimenti normativi e rimandi a leggi e regolamenti.

E allora cosa fai? Siccome sai che il tal giorno si voterà sulla tal proposta, tu vai all’ufficio della Commissione stessa, o a quello del gruppo parlamentare, spieghi la questione e fai fare tutto a loro, che poi ti riconsegnano il plico. A quel punto, non ti resta che cambiare una virgola di qui, inserire un inciso di là, e al momento della chiamata consegni. Un po’ come i vecchi compiti in classe, con la differenza che qui è consigliabile copiare. Riassumendo: come votare lo decide il partito, il resto se lo vedono gli uffici. A te non resta che alzare la mano e passare le carte. Datemi pure del disfattista, ma dopo un po’ non ci sono più andato. Perché è proprio la consapevolezza della tua completa inutilità, che ti distrugge. Hai la sensazione di non poter fare nulla o quasi, sei un dito che all’occorrenza deve premere il bottone prestabilito, e se non ci sei fa lo stesso, tanto il bottone per te lo schiaccia qualcun altro. E non è che m’invento, prendete lo stimatissimo e sempre impeccabile Antonio Polito, che adesso ha mollato la poltrona in Senato ed è tornato a fare il giornalista, anche lui dice che «o sei un soldati no o passi per traditore, solo il governo fa le leggi, i parlamentari devono obbedire senza discutere».

Una frustrazione che aumenta col passare del tempo, e al di là delle convinzioni politiche, comprendi le persone come Turigliatto e affini, che a un certo punto mandano al diavolo le “logiche di coalizione” e votano secondo coscienza, e succeda quello che deve succedere. Ricordo il mio primo incontro con Prodi: io fresco di elezione, lo fermo in corridoio, «Presidente, posso rubarle un minuto?». Lui guarda l’orologio: «Va bene». «Ci mettiamo lì?». «Perfetto». E ci appartiamo su un divanetto di Montecitorio. Gli parlo del problema del cumulo dei redditi tra moglie e marito ai fini della pensione, una delle tante ingiustizie italiane, in campagna elettorale ci avevo puntato parecchio. Portavo con me una lettera di una coppia milanese che aveva deciso di separarsi, ma solo sulla carta, per riuscire a ottenere una pensione dignitosa per tutti e due. La tiro fuori e gliela leggo. Lui mi ascolta e sfodera l’espressione che l’ha reso famoso, gli occhi chiusi, le mani giunte, in realtà mi sorge il dubbio che stia per prendere sonno. Alla fine della mia appassionata esposizione, lui annuisce, e non so se avete presente la sensazione, anzi la certezza, quando sai di aver di fronte uno che non ha ascoltato una sola parola di quello che hai detto. Mi alzo, lo ringrazio e me ne vado imbarazzato, accorgendomi che nel frattempo un’altra decina di questuanti si è lì radunata ad aspettare il proprio turno. Per addormentarlo definitivamente.

23/07/2011




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Acqua e caffè a peso d'oro

Il Tempo


Locale che vai prezzo che trovi. Viaggio trai chioschi, bar e ristoranti del centro storico di Roma. Trastevere da record: quattro euro e cinquanta centesimi per una tazzina.


Bar Tanto amaro, fu al turista, il caffè trasteverino, più dell'acqua, già salata, venduta al camioncino. Meglio prenderla a ridere e buttarla in versi. La realtà, però, è che un turista poco attento finisce inevitabilmente nei tranelli tesi da commercianti altrettanto poco seri. Il Tempo ha fatto un giro tra chioschi, bar e ristoranti per dare un'occhiata ai prezzi di una tazzina di caffè e di una bottiglietta d'acqua. Ne sono venute fuori delle belle ed è stata l'occasione per verificare un allarme lanciato dall'associazione Codici, che aveva ricevuto l'esposto di un cliente costretto, dopo aver consumato un caffè al banco in un bar del quartiere Trastevere, a sborsare 4 euro e 50 centesimi. Proprio così.

E in effetti, poco ci è mancato. Il Caffé degli Aranci, in piazza di Santa Maria in Trastevere, proprio di fronte alla Basilica, deve essere uno dei più cari di Roma, dal momento che «'na tazzina de caffé» costa al banco 3,50 euro. Ma anche uno dei più onesti: ben visibile, fuori dall'ingresso, un cartello avvisa, in italiano, dell'imminente stangata. Il prezzo non cambia se si decide di consumarlo seduti ad uno dei tavolini esterni. Per il resto, il prezzario trasteverino è un far west. I prezzi, da strada a piazza, variano dagli 80 centesimi a 1 euro e 20 centesimi.

I menù esposti fuori dai ristoranti di via della Lungaretta segnano 1 euro. Nulla quaestio. Il prezzo però sale, anzi raddoppia, dopo aver superato piazza Giuditta Tavani Arquati, sempre in direzione di piazza Santa Maria in Trastevere, dove si respira aria di liberalismo all'ennesima potenza. Il listino prezzi del primo locale parla chiaro: caffè, 2 euro e 50 centesimi. Nessuna indicazione se nel prezzo sia compreso il servizio al tavolo oppure no. Urge verificare. Alla cassa rispondono «80 centesimi». Quindi niente di scandaloso: la vista dello splendido portico della basilica val bene il prezzo di 3 caffè. Sono al contrario difficilmente giustificabili i 3,50 euro richiesti dal proprietario del Caffè degli Aranci per un tazzina al banco, vista cameriere.

Ma forse il prezzo decolla a causa del bicchierone d'acqua piena di cubetti di ghiaccio con il quale viene servito il caffè. Che l'acqua, nella Capitale, sia venduta al prezzo della Coca Cola - se va bene - ormai è assodato. Roba da far rivoltare nella tomba John T. Pemperton, l'inventore della famosa bevanda statunitense. E a niente sono serviti i numerosi interventi delle associazioni dei consumatori. I camion bar che pullulano nel centro storico della città continuano a chiedere 2 euro e 50 centesimi per una bottiglietta d'acqua da mezzo litro. Un vero business, soprattutto quando il solleone inizia a picchiare sulla nuca dei turisti.

Ma il vero record di prezzo per le bottigliette d'acqua vendute dai camion bar, si registra in occasione di particolari eventi e manifestazioni. Basti ricordare che nel corso dell'Europride, gli operatori avevano ritoccato il tariffario a 3 euro, più di una pizzetta, di un panino e della Coca Cola. Ma non sono solo i camioncini a cercare il massimo profitto dall'acqua. In media, da piazza di Spazza a Fontana di Trevi, passando per il Pantheon, il costo di una bottiglietta da mezzo litro, cent più cent meno, si attesta sui 2 euro.

Prezzo che inevitabilmente aumenta, in genere di 50 centesimi, se si consuma al tavolo. E se è vero che la "cresta” segue passo dopo passo il turista, ecco allora che il massimo prezzo dell'acqua si registra intorno alla città del Vaticano. I caffè di viale della Conciliazione arrivano a chiedere 3 euro per una bottiglietta da mezzo litro servita al tavolino. «Ma il turista non se ne cura - come spiega Kalid, che gestisce un camion bar con vista sulla Basilica di San Pietro - all'inizio sono un po' sorpresi del prezzo, ma non mi ricordo di nessuno che poi non l'abbia comprata. Se hanno sete non badano a spese». Eppure basterebbe guardarsi attorno per non prendere una "sòla". Forni e mini-market della zona esibiscono il prezzo all'esterno (mezzo litro a 1 euro) a caratteri cubitali. Anzi, altro che forni e minimarket. Roma è la città delle fontanelle. Conta un migliaio di "nasoni" e può vantare l'acqua più buona d'Europa. Perché pagare di più.


Matteo Vincenzoni (hanno collaborato Erica Dellapasqua e Giuseppe Grifeo)

23/07/2011





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Maria Callas e Aristotele Onassis una passione per voce sola

Il Messaggero

di Rita Sala

ROMA - «Lascio scritto qui, nella pienezza delle mie facoltà, che la sera del 16 settembre 1977, dopo mesi di malinconia, Maria Callas moriva volontariamente. In modo misterioso, insiste ancora qualcuno. Non è così. Maria se n’è andata perché era stanca del proprio passato. Aveva molto cantato e molto amato, non sopportava d’essere stata abbandonata dall’uomo della sua vita, che le aveva preferito la vedova di John Kennedy».


Elvira guardò le righe che aveva appena vergato su carta azzurra e si chiese perché le avesse buttate giù, d’istinto, in quell’afoso pomeriggio di luglio. La suora, insopportabile, le consigliava di stare quieta. Ma nella Casa di riposo dove era finita cinque anni prima, senza un soldo da parte, trovar pace d’estate diventava un’angoscia. Troppo silenzio. Troppi rumori sottili. Meglio riandare al passato, esorcizzare la morte con il pensiero di tante serate in palcoscenico, i successi vissuti accanto a Maria, un’amica vera. Una greca. Le radici uniscono più dell’amicizia, più dell’amore.

Maria. Era nata a New York il 2 dicembre 1923. Gheorghios Kalogeropoulos ed Evangelia Dimitriadou, i genitori, avevano lasciato il loro villaggio di Meligala, nel Peloponneso, senza entusiasmo, tra i tanti greci, italiani, armeni, russi, che approdavano a Ellis Island sognando indistintamente un futuro.

Maria dalla bella voce. Era andata e tornata: dalla statua della libertà ad Atene e ancora in America. Poi l’Italia, il matrimonio con il maturo Giovanni Battista Meneghini, abbiente, protettivo, melomane. E Aristotele Onassis. Lei, di Onassis, era innamorata da sempre. Quando la Kennedy, nel giugno del ’68, ospite del panfilo Christina, glielo scippò per motivi poco chiari, Maria fuggì a Parigi. Era divorata dall’angoscia. Scrisse il suo dolore e i suoi neri presentimenti ai pochi amici sicuri che le rimanevano. I commenti sul matrimonio lampo di Onassis, celebrato a Skorpios, furono strazianti. Senza cattiveria, per carità, ma tremendi. Sullo sfondo di ogni frase, una parola: perché?

In quel periodo, pieno di rigurgiti passionali e di quieto, inestinguibile rancore, fui molto vicina a Maria. La vita le aveva dato tanto, ma lei non se ne ricordava più. Preferiva ferirsi raccontandomi per filo e per segno come aveva conosciuto Arì, una magica sera a Venezia, come lo aveva amato, ricambiata, senza timore e pubblicamente, benché fossero entrambi sposati. Come lo amava. Un accanimento fondato e perfetto, come una delle sue lezioni di canto. «Il mondo mi ha capita come artista ripeteva, ossessionata da quel pensiero non come persona».

La sera in cui decise di morire, nel suo appartamento di Avenue Georges Mandel, a Parigi, all’ora di cena indossò un caftano turchese acceso, ricamato d’oro, che le si addiceva molto. Fu amabile, parlò di progetti che non avrebbe mai realizzato. Ripercorse i momenti della sua esistenza in cui aveva vinto con la forza della volontà, quando volle dimagrire cinquanta chili, ad esempio, o quando, incrociando per la prima volta lo sguardo di Onassis, sulla Laguna, si accorse che lui la desiderava, e fu perduta.

Lo chiamava Arì o Aristo, e insisteva, quella sera, nel definirlo la spada del Destino. «Sono finita - disse a un certo punto - Dopo tanti anni di lavoro e tanti sacrifici, mi trovo così, senza sapere dove andare...».

Poi le arrivò addosso, come una pietrata, il ricordo del figlio. Ne parlava concitata. «Tu sai ripeteva , tu sai, Elvira. Non dimenticare mai». Il figlio di Maria. L’avevano chiamato Omero Lengrini e forse qualcos’altro. Era nato a Londra negli anni Sessanta. Figlio della Callas e di Onassis. Morto subito, dopo appena un giorno. Testimonianza di come il più acclamato soprano del secolo, adorata dalle platee del mondo, si fosse consegnata anima e corpo, senza pensare alla voce e alla carriera, al suo sogno di fanciulla: essere la donna dell’armatore discusso, brutto, potente, misterioso, egoista, affascinante. Un mostro capace, dopo tante avventure insieme, dopo che lei era rimasta alzata fino al mattino, notte dopo notte, per compiacerlo e far divertire i suoi ospiti, perdendo progressivamente la voce, di rinnegarla e abbandonarla.

Quella sera i ricordi le si staccavano di dosso come squame. Io non li amo, i ricordi. Invidio chi ha l’attitudine a dimenticare. Io rammento tutto, ogni istante, ogni faccia, ogni espressione. Maria fu sempre innamorata di Onassis. Lo amava quando la trovai seduta a un piccolo tavolo, in una taverna di Santorini: pranzava sola mentre lui, assieme a una ventina di maschi, beveva, mangiava e allungava pacche sul culo alle giovani cameriere del locale. Lo amava quando Ari la raggiunse a Parigi negli ultimi tempi, dopo Jackie, e suonò alla porta della casa di Avenue Mandel. Maria lo osservò da dietro una tenda appena scostata, adorandolo con tutta se stessa. Ma non gli aprì. Le ero accanto. Fece un gesto con la mano. Ordinò: «No. Non aprire, Elvira. Nessuno apra».

L’oltraggio subìto non le andava giù. Quella volta la sua anima bambinesca, un tratto che non ha mai perso, non la aiutava ad ascoltare il cuore. Chissà se invece la visita di Onassis non avrebbe potuto offrirle una svolta, una nuova vita. Prevalse, in quel momento, la diva dal carattere forte, dispotica, capricciosa, la donna che a inizio carriera era stata capace, ancor prima di affermarsi (c’ero anch’io, in Brasile, e c’era Meneghini, il primo marito, l’italiano), di tirare in testa a un impresario un enorme calamaio di bronzo. La fermammo appena in tempo.

Con Arì, che le aveva rivelato il sesso, Maria si era liberata di una parte di se stessa. Per stare con lui era diventata indisciplinata, andava a dormire all’alba, studiava poco, faceva l’amore e si stendeva al sole sul «Christina». Cercava un modo, una giustificazione, con se stessa e con il mondo, per vivere così tutta la vita. E quando le raccomandavo: «Maria, attenta. Lui ti vuole perché sei la Callas. Devi proteggere il tuo mito», non mi ascoltava. «Elvira, non sai come può cambiare la vita, se incontri un uomo». E andava avanti, con l’impeto e la forza di Clitennestra, accettando umiliazioni, stanchezza, viaggi, passione, dissipazione del proprio talento.

Jackie entrò in campo di sorpresa. Maria non se l’aspettava. Era sola in Europa. Arì la lasciava spesso, viaggiava per lavoro con i suoi collaboratori, da una parte all’altra della terra senza specificare il luogo e la compagnia. Tornava senza preavviso. Ma tornava. Quella volta arrivò invece la notizia del suo matrimonio. Per Maria fu la fine.

La suora mi consiglia di riposare. «Dorma un poco, Elvira». Ma qui non è possibile. Troppi rumori sottili. Ascolterò la sua voce. Medea, Tosca, lady Macbeth... Donne grandi e terribili, morte d’amore. Sì, ascolterò la sua voce. Era la cosa più bella che aveva Maria.

Venerdì 22 Luglio 2011 - 22:27




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Osservazioni dall'Inghilterra

Il Messaggero

La posta dei lettori


Sono appena tornato da Londra. Ci vado spesso perché ho una nipotina che abita lì. Questa volta, forse avevo più tempo per osservare. Forse avevo con me il computer che è una tentazione per prendere appunti.

Fatto sta che sono tornato con la voglia di riferire le mie osservazioni. Purtroppo non ho la capacità di Marchesini di rendere le impressioni che vengono da situazioni e posti così diversi da noi. Non ho la sua abilità, ma qualche sensazione sono in grado di trasmetterla. E qui lo dico con sincerità: sono tornato molto preoccupato. Ho trovato una nazione molto indietro. Rispetto all’Italia è per lo meno sessanta anni indietro.

Una nazione che non ha ancora conquistato libertà fondamentali, libertà che in Italia ormai sono assicurate a tutti. Una per tutte la libertà di scrivere sui muri, sulle vetture della metropolitana.

Le conseguenze sono gravi, perché i muri sono tristi: mancano tutti quei colori e quelle espressioni artistiche di cui sono ricche le nostre strade, le carrozze della metro.

Treni malinconicamente puliti dentro, ma anche fuori. Senza quelle scritte variopinte tipiche del nostro estro. Addirittura, sui vetri delle vetture c’è l’avviso:” se vedete qualcuno commettere atti vandalici chiamate questo numero” e c’è anche il disegno di un elicottero per promettere un intervento rapido.

Nelle stazioni ci sono uomini in divisa con su scritto “train presentation”! Hanno tutti la loro scopa e gli stracci per pulire. E lo fanno in tempo reale, non di notte.

Manca anche la fantasmagorica fantasia di tutte quelle affissioni illegali fatte dai partiti. Affissioni sanzionate ma condonate dal comune, con una multa simbolica. Ripeto: lo spettacolo è mesto. Le strade sono sconsolatamente pulite e monotone. Quasi quasi mi mancava il nostro Berlusconi con i suoi sessantaquattro denti e il nostro Bersani in maniche di camicia.

Ancor peggio va per gli studenti. Non sono liberi di vestirsi come gli pare. Le scuole, con atteggiamento vessatorio impongono, addirittura, una uniforme. I liberi pensatori potrebbero, a ragione fare dei paragoni col fascismo con riferimento alle riprovevoli divise da balilla, da figli della lupa. Ancor peggio, qualche signora si ricorderebbe quando a scuola si andava col grembiule. Tempi, se Dio vuole superati.

Sono andato a prendere a scuola mia nipote, di dieci anni. Il suo istituto impone una divisa con gonna color marrone chiaro, camicetta avana, gilet color marrone col bordino rosso. Al collo, obbligatorio, un foulard di stoffa a righe marrone e avana.

E’ la divisa di quella scuola. Gli altri Istituti le hanno diverse, ma tutte obbligatorie. Ai piedi delle scarpe nere, col cinturino e la punta rotonda.

I ragazzi avevano i calzoni corti.

Sconsolante. Tanto più che all’ingresso della scuola c’era chi controllava.

Sembrava un lager. Da noi nemmeno nei tempi peggiori si raggiungevano simili livelli di oppressione.

Abolite tutte le libertà, che da noi sono conquiste ormai acquisite. Non sono riuscito a vedere nemmeno un elastico di mutandine. Né dei ragazzi né delle ragazze. Niente calzoni calati: calzoni e gonne rigorosamente alla vita. Ralph Lauren, Armani, intimissimi, sono soffocati e tenuti nascosti.

Peccato! Una nazione così civile! Capace di dominare il mondo e ridotta a questi livelli. Soffocare l’estro artistico e dare mano libera alla repressione.

Un altro esempio clamoroso sono gli autobus e la metro: danno un ottimo servizio ma il biglietto costa molto. Tariffe di tre/ quattro pound non sono rare. Ebbene: sono stati capaci di abolire la libertà di non pagarlo. Sugli autobus si entra solo davanti, e tutti hanno la oyster card. Una carta prepagata che si poggia su una placca e detrae l’ammontare del biglietto. Quando la si appoggia il dispositivo suona. Impossibile fare i furbi. La carta tiene conto del totale pagato nel giorno e riduce proporzionalmente gli importi. Nessuno paga più di due pound e mezzo al giorno. Chi non l’ ha deve pagare in contanti direttamente al guidatore. E se non ha gli spiccioli viene guardato male perché il mezzo non parte fino a che tutti non hanno pagato.

Sulla metro si presenta il biglietto all’ingresso e all’uscita. Possibilità di non pagare vicino allo zero.

Sono orgoglioso di poter affermare, invece, che sul superotto, dieci giorni fa, quando l’ho preso al capolinea, siamo entrati in una trentina, ma ad annullare il biglietto siamo andati solo in tre. Gli altri sbandieravano orgogliosi la loro libertà di non pagare. Libertà confermata dal comune sentire dei presenti e dalla assenza di controllo. Chi scrive confessa che qualche volta ne ha approfittato. E se ne vergogna un poco.

Possiamo dire che gli inglesi sono fascisti? Non direi, però pur avendo inventato quella grande cosa che è la minigonna, non hanno saputo profittare della libertà introdotta dal sessantotto.

Inoltre credo che siano costituzionalmente ritardati: stabiliscono le regole e poi le applicano.


Paolo Grippo

Venerdì 22 Luglio 2011 - 23:12


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Cacciapuoti parla dal carcere: «Temo per la vita, farò la banca dei detenuti»

Hollywood in lutto: è morta Linda Christian Diva anni '50, era la mamma di Romina Power

Quotidiano.net


Fatale un tumore al colon. Si è spenta a Palm Spring, in California. Aveva 88 anni




L'attrice Linda Christian (Ansa)


Roma, 23 luglio 2011 - Linda Christian è morta ieri a Palm Spring in California a causa di un tumore al colon. Era una delle grandi dive di Hollywood negli anni ‘40 e ‘50.
Era la madre di Romina Power.





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Gli insegnanti romani ora invocano la Lega: "Troppi prof dal Sud"

di Laura Cesaretti

Una delegazione di precari incontra il senatore Pittoni: "È l’unico che ci ascolta". E lui: "Mi batterò per loro"



Roma Hanno bussato alle porte della regione Lazio, a quelle della provincia di Roma e anche ai sindacati. Tutti hanno alzato le mani: «Non ci compete, non possiamo farci niente». Alla fine, i giovani insegnanti precari di Roma hanno chiesto aiuto alla Lega Nord, contro quella che chiamano «l’invasione».
Le graduatorie delle scuole romane si sono improvvisamente riempite di richieste di trasferimenti dal Sud, in particolare le province di Napoli e Caserta. Ossia quelle sufficientemente vicine alla Capitale da consentire di fare i pendolari, con un paio di ore di treno. «Dall’oggi al domani - spiega Valentina Cardella, una delle battagliere leader dei docenti precari - la graduatoria degli insegnanti di sostegno, per fare un esempio, è schizzata dai 700 iscritti del 2010 ai 1500 di oggi. Un raddoppio secco».
E per di più, i punteggi di molti di coloro che chiedono il trasferimento dalla Campania sono molto più alti degli «indigeni»: i primi 230 posti in lista sono finiti tutti a loro. «Col rischio che la gran parte di noi, dopo anni di insegnamento nelle scuole romane, magari avvicinandoci all’assunzione, rischia ora di restare senza lavoro». Dopo il giro delle sette chiese, i precari sono approdati negli uffici del senatore della Lega Mario Pittoni. «Non siamo leghisti né tantomeno razzisti: ma lui è l’unico che ci ha ascoltato e che si è subito attivato».
Il risultato è una circolare del ministero, in cui si chiede agli uffici territoriali della scuola di predisporre i fascicoli degli insegnanti che chiedono il trasferimento a Roma, rendendoli accessibili a chi voglia controllarli. «Se i punteggi degli insegnanti in alcune province del Sud sono mediamente doppi se non tripli di quelli delle altre, vuol dire che qualcosa che non funziona», dice Pittoni. Tanto più, incalza la Cardella, che «la maggior parte delle domande di trasferimento sono fatte con l’autocertificazione, senza allegare alcun documento che provi i titoli conseguiti e gli anni di insegnamento.Possibile che un’insegnante della mia stessa età abbia 90 punti più di me?».
E nessuno controlla nulla, perchè l’Ufficio territoriale di Roma si è ritrovato sepolto da un diluvio di nuove richieste (circa 5000) che vanno ad aggiungersi ai 16mila già in graduatoria. «Un delirio», assicurano i precari romani che sono andati a fare reclamo e richiesta di accesso agli atti, per fare eventualmente ricorso contro scavalcamenti abusivi. «Alcune norme - spiega Pittoni - da noi fatte inserire nel decreto Sviluppo, come l’aggiornamento delle graduatorie ogni 3 anni invece che due, e l’obbligo di permanenza una volta in ruolo di 5 anni invece che tre senza poter chiedere l’assegnazione provvisoria, hanno limitato i trasferimenti al Nord, ma non hanno potuto impedire l’invasione delle regioni del Centro e di Roma in particolare».
Ora l’obiettivo da raggiungere è l’immissione in ruolo di un contingente di insegnanti attingendo dalle liste dell'anno scolastico 2010/2011, per non aggiungere al danno della riapertura delle graduatorie anche la beffa della stabilizzazione soffiata da chi dispone di punteggi particolarmente elevati. «Gli insegnanti romani mi hanno chiesto una mano su questo, e ci batteremo con tutti i mezzi per renderlo operativo», dice il senatore leghista. Il problema va affrontato, insiste: «Sono in ballo migliaia di posti di lavoro: magari non quanti alla Fiat, ma è lo stesso una questione di grande importanza».




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Somalia, per la fame muoiono milioni di persone Gli islamici: no agli aiuti, non vogliamo stranieri

di Gian Micalessin

Davanti alla peggiore carestia degli ultimi vent’anni i fondamentalisti chiudono le porte alle associazioni umanitarie: "Non vogliamo stranieri". E la piaga si potrebbe estendere a macchia d'olio e colpire anche il Kenia




Tre milioni di scheletri viventi. Centinaia di migliaia di zombie assetati in cammino nella speranza di trovar un goccio d’acqua prima che la morte trovi loro. Dietro una scia di oltre diecimila cadaveri, la maggior parte dei quali bambini. Sono la tragedia e l’orrore quotidiano di due regioni meridionali della Somalia. La Somalia dove regnano siccità ed integralismo. La Somalia dove gli sheebab, fanatica versione locale del fondamentalismo alqaidista, rifiutano gli aiuti, proibiscono l’accesso alle agenzie umanitarie, minacciano d’ammazzare chiunque tenti di fronteggiare una calamità considerata semplice «propaganda occidentale».

A farlo capire ci pensa lo sceicco Alì Mohammud Rage con un comunicato in cui fa «tabula rasa» delle voci secondo cui alcuni dirigenti della sua organizzazione avrebbero annullato il decreto dello scorso anno che proibiva a qualsiasi operatore umanitario di metter piede nel Paese «Le organizzazioni a cui era già stato negato l’accesso continuano a non essere le benvenute e non possono quindi lavorare nelle nostre zone. Tutto quel che viene dichiarato dall’Onu è falso al cento per cento, si tratta di dichiarazioni puramente politiche» – sostiene il portavoce del movimento sheebab.

Mentre lo sceicco condanna a morte la popolazione dei propri territori a Balad, trenta chilometri a nord di Mogadiscio, la vicenda di Asha Osman Aqil, la 32 enne donna ministro sequestrata giovedì dai fondamentalisti, sembra evolvere verso un lieto fine. «Il ministro è in parte libero, anche se i ribelli le hanno ordinato di non lasciare la casa della sua famiglia a Balad» - fa sapere un membro del suo clan.

Asha Oman Aqil è l’unico ministro donna all’interno dell’esecutivo retto dal premier Abdiwali Mohammed Alì. La formazione del cosiddetto governo di transizione federale - al cui interno Asha Oman ricopre la carica di ministro della famiglia - era stata annunciata mercoledì scorso. 


Mentre i miliziani al qaidisti parlano di propaganda i funzionari delle Nazioni Unite diffondono dati sempre più allarmanti sulla spaventosa siccità che colpisce le due regioni meridionali del paese. Stando a questi dati la carestia - allargatasi a macchia d’olio fino ai territori del Kenia – è la peggiore degli ultimi 20 anni e minaccia quasi 4 milioni di persone. Solo nel sud della Somalia le popolazioni colpite sarebbero 2 milioni e 800mila.

«Ogni giorno di ritardo si trasforma in una questione di vita e di morte per i bambini e le famiglie delle zone colpite. Se non agiamo subito entro due mesi la carestia e la siccità colpiranno anche il resto del Paese» – sostiene Mark Bowden, coordinatore delle operazioni umanitarie dell’Onu.

Secondo il funzionario la carestia starebbe già falcidiando donne, vecchi e bambini.
«Decine di migliaia di persone, la maggior parte delle quali bambini, sono probabilmente già morte» - ha detto mercoledì durante una conferenza stampa a Nairobi. A far strage d’innocenti non ci sono solo carestia e siccità.


Approfittando dell’emergenza che impedisce a molte famiglie di sfamare i propri figli i miliziani islamici reclutano centinaia di soldati bambini.

A far luce sul nuovo spietato risvolto della tragedia somala è Amnesty International. Secondo l’organizzazione per la difesa dei diritti umani «il sistematico reclutamento di ragazzini sotto i 15 anni sta drammaticamente aumentando».

E con loro aumenta il numero dei bimbi uccisi o feriti.

Nei due ospitali gestiti dalla Croce Rossa in Somalia 398 dei 933 feriti curati tra il primo e il 15 maggio 398 erano bambini. «E’ una vergogna - sottolinea un comunicato di Amnesty - che la comunità internazionale non abbia ancora aperto un indagine approfondita e sistematica sui crimini di guerra perpetrati in quel Paese».





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Abituato a menare": D'Alema, picchiatore chic

di Massimiliano Parente


"Quando toglievo gli occhiali poi al mio interlocutore sanguinava il naso. Ho fatto a botte tante volte, ma sono di più quelle che le ho date..." L'ex Ds bastonatore senza paura 



Così si viene a sapere che Massimo D’Alema è uno che mena. È uno scoop, altro che golfino di cachemire, come diceva Signorini, o giaccone da ventinove euro, come sosteneva il signorino, a Sankt Moritz solo per una «toccata e fuga», vecchie polemiche dello scorso inverno, sciocchezze. Quest’estate D’Alema se vuole ti prende, ti appiccica al muro e ti spacca la faccia. Ne ha spaccate tante, in passato, e sul serio, non si scherza e non è una metafora.

In pratica, per farla breve, è meraviglioso perché a fine luglio, quando negli altri Paesi non succede mai niente, qui si sdogana la figura del picchiatore e proprio nella sinistra più gauche caviar e bicamerale e crostata e appartamentino in centro di lusso a equo canone e yacht dove si sale per caso e passami uno champagnino cara che mica sono più comunista, anzi. Insomma, il fatto quotidiano si legge in un’intervista su Il Fatto Quotidiano, quando Massimo si è tolto gli occhiali da presbite davanti a Luca Telese e con il piglio di Mike Tyson ha dichiarato: «Sa, quando ero ragazzo, di solito, dopo che facevo questo gesto, l’interlocutore che si trovava al posto dove è lei ora poco dopo si ritrovava con il naso sanguinante».
Non so se è chiaro il concetto: uno, un interlocutore, gli parlava, non un cattivo, non un rapinatore, non un molestatore, non un dittatore o Berlusconi, ma un semplice interlocutore che si trovava al posto di Telese e gli faceva un’intervista, o un interlocutore gli chiedeva un’indicazione per una strada, e gli arrivava un pugno dritto in faccia. Cose che neppure nei film di Bud Spencer, un vero duro, da suggerire come protagonista del prossimo Gta San Andreas. Siccome Telese è rimasto perplesso, il peso Massimo ci ha tenuto a specificare: «Lei forse non sa, ma vorrei ricordarglielo che ho fatto a botte tante volte. Ma sono più quelle in cui le ho date che quelle in cui le ho prese».

Io non so se avrei avuto il sangue freddo di Telese, che dopo queste premesse ha continuato l’intervista serenamente, ma forse solo perché è abituato alla Costamagna. Certo, quando lo dice La Russa è un fascista, quando lo dice Alemanno è un fascista, quando lo dice Storace è un fascista, quando lo dice un fascista è un fascista, quando lo dice D’Alema suona chicchissimo e noblesse oblige, ma a pensarci mica è questo il punto.
E non è neppure che una volta i giornali di destra ricordavano al D’Alema pacifista i tempi in cui lui lanciava le molotov, adesso è il contrario, se uno se lo fosse dimenticato te lo ricorda direttamente lui, conversando amabilmente, e se tu come interlocutore non sei d’accordo con le molotov ti rompe il naso. Il Pd si rimbocca le maniche, D’Alema si sfila la giacca con eleganza e ti aspetta fuori, e ti dice pure che lui ha ancora il fisico, lo ha detto a Telese: «Il mio fisico, come può vedere, è ancora perfettamente allenato» (qui non si capisce cosa abbia fatto Telese, e Telese lo omette: avrà tastato i pettorali? Palpato i bicipiti?
Si è fidato sulla parola? E quindi significa che D’Alema si allena? Era D’alema che ho visto correre a Villa Ada domenica mattina?). Qualche maligno obietterà che allora un politico così duro non dovrebbe avere bisogno di guardie del corpo, ma forse le guardie del corpo di D’Alema servono a difendere gli interlocutori di D’Alema da D’Alema. Chissà di questo passo dove si arriverà, fa caldo ma c’è ancora tutto agosto da passare, e in ogni caso non si deve drammatizzare, bisogna saper cogliere i segnali buoni, sono piccoli passi per l’umanità ma grandi passi per la sinistra.

Stai a vedere che uno di questi giorni si sdogana anche il celodurismo e magari passa da Telese anche Bersani, lì a Il Fatto Quotidiano, e ti confessa che lui è uno che tromba come e più di Strauss-Kahn, e se vuole va al Sofitel e di Ophelie se ne fa dieci, una dopo l’altra, come se niente fosse.




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Ecco cosa resta di An: la guerra sulle case

di Redazione

Finisce davanti al giudice la disputa sul patrimonio immobiliare. Fli accusa, ma dimentica la casa di Montecarlo. Fini voleva nominare dei liquidatori, ma il tribunale lo ha fermato 


Gian Marco Chiocci
Patricia Tagliaferri

La casa di Montecarlo svenduta a società off shore e in uso al cognato di Gianfranco Fini grida ancora vendetta. Ma è sulla ricca gestione dell’intero patrimonio di Alleanza nazionale che gli ex camerati hanno deciso di farsi la guerra: quel che di poco resta del Fli di qua, e di là il grosso delle truppe ex missine confluito nel Pdl. Una contesa fratricida combattuta in tribunale attraverso una «causa di giurisdizione volontaria», strumento previsto dal codice per quelle beghe in cui entrambe le parti auspicano, almeno in prima battuta, il raggiungimento di un accordo. Accordo che però, in questo caso, non è stato raggiunto. O almeno non del tutto. Tant’è che a settembre le parti si ritroveranno davanti al giudice naturale che dovrà decidere a chi spetta, e con quali modalità, provvedere alla liquidazione di tutti i beni del partito, compresi i resti dell’eredità della contessa Anna Maria Colleoni.
La storia del contenzioso è riassunta nel dispositivo del presidente del tribunale di Roma, Paolo Di Fiore, che personalmente s’è preso la briga di analizzare le carte dichiarando, per l’intanto, inammissibile il ricorso sull’istituzione di uno o più «liquidatori» scritto dal senatore Giuseppe Consolo (legale di Fini) eppoi presentato da due finiani doc: l’onorevole Antonio Buonfiglio e Rita Marino, storica segretaria di Gianfranco, salita alla ribalta delle cronache giudiziarie con l’inchiesta della procura di Roma sull’appartamento abitato da Giancarlo Tulliani nel Principato di Monaco.
Il presidente del tribunale, formalmente, si è adeguato alla presentazione di un «reclamo» sulla necessità di nominare liquidatori diversi da quelli stabiliti nell’ultimo congresso, «reclamo» che si discuterà il prossimo 22 settembre, ultima fermata utile per dirimere bonariamente la questione prima dell’eventuale approdo al processo civile. Nel quale verranno esaminate le «lamentele» dei ricorrenti finiani che sollevano censure all’operato dei due Comitati (il Comitato di Gestione e il Comitato di Garanzia) concepiti appositamente nell’ultimo congresso nell’attesa della costituzione di una Fondazione (prevista nel 2011) dove far confluire il tesoro di famiglia.
Prima di sciogliere la riserva e stoppare le intenzioni dei finiani, il presidente ripercorre la genesi della guerra dei Roses di via della Scrofa.
E ricorda come il ricorso di Marino e Buonfiglio parta dalle decisioni approvate dal congresso del 22 marzo 2009 laddove, in attesa della fondazione, si conferivano i poteri a un comitato di gestione e a un comitato di garanti «quale organo preposto al mero esercizio di poteri di indirizzo e vigilanza». Secondo la Marino e Buonfiglio, però, il comitato dei garanti avrebbe fatto di testa sua procedendo a una progressiva limitazione dei poteri del comitato di gestione intervenendo sulla composizione del comitato stesso, modificando la governance delle due società proprietarie del patrimonio immobiliare di An con la sostituzione di Donato Lamorte, negando alla società che gestiva «il Secolo» il prestito infruttifero di un milione di euro, concedendo contributi a organizzazioni giovani del Pdl e finanziamenti al medesimo partito.
A tal proposito, leggendo le pagine del «ricorso finiano» dedicate alla lettura dei verbali del comitato dei garanti, rispetto allo scempio di Montecarlo fa una certa tenerezza leggere le rimostranze del Fli circa la scoperta «che 28 immobili di proprietà di An sono in uso gratuito al Pdl e alle sue organizzazioni giovanili che si orientano a concederli in locazione al Pdl a un prezzo del 30 per cento inferiore a quello di mercato».

La decisione di trascinare la contesa davanti a un giudice terzo nasce proprio perché, a detta di Buonfiglio e Marino, il comitato non si sarebbe attenuto a fare il minimo garantito, e cioè a limitarsi a «preservare integro il patrimonio attraverso il compimento di atti conservativi o, al più, migliorativi». E sul presupposto che che i membri del comitato sarebbero venuti meno ai loro doveri di esecutori, liquidatori e istitutori di una fondazione, chiedevano al presidente del tribunale di provvedere alla nomina di commissari liquidatori.
La controparte, col senatore Mugnai in testa, ha ribattuto elencando tutta una serie di motivazioni convergenti con l’inammissibilità e improponibilità e il rigetto della domanda dei finiani, «avendo, il comitato, operato nel pieno rispetto di poteri e delle prerogative attribuite loro dal Congresso, e quindi in ossequi e in piena conformità al mandato cui era stato investito». Il presidente del tribunale, sollecitato a decidere dai ricorrenti finiani, ha risposto picche: niente liquidatori. Appuntamento a settembre. Tutti contro tutti.




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Ai consiglieri regionali rimborsi viaggi e missioni...anche se restano a casa

Il Giorno

OTTANTA consiglieri, un presidente del Consiglio regionale coadiuvato da due vice e due segretari. Ecco le poltrone del Consiglio regionale. Ecco quanto ci costano





Il grattacielo Pirelli, sede della Regione Lombardia (foto Newpress)


Milano, 23 Luglio 2011

OTTANTA consiglieri, un presidente del Consiglio regionale coadiuvato da due vice e due segretari. Ecco le poltrone del Consiglio regionale. Quanto ci costano? Iniziamo dai «soldati semplici». L’indennità di funzione dei consiglieri regionali ammonta a 3.466,38 euro al mese, al netto delle ritenute fiscali (3.643 euro) e pensionistiche (2.369 euro). All’indennità si aggiunge la diaria: altri 2.602,08 euro mensili a titolo di rimborso spese per la presenza in Consiglio o nelle commissioni. Diciotto le sedute conteggiate nella diaria, in caso di assenza al consigliere vengono trattenute 144,56 euro a seduta. Ancora, gli 80 consiglieri regionali hanno diritto ad un rimborso forfettario per le spese di trasporto dal luogo di residenza a Milano, sede del Consiglio.

L’ENTITÀ DEL rimborso è calcolata in base ai chilometri, la distanza massima è fissata in 240 chilometri, corrispondente alla distanza tra Milano e il Comune a Milano più lontano. Tradotto in soldoni, il rimborso oscilla da un minimo di 238 ad un massimo di 1.905 euro al mese. Non bastasse, i consiglieri regionali hanno l’abbonamento gratuito ai treni di LeNord. La legge regionale del luglio ’96 prevede poi rimborsi «per le missioni nel territorio regionale». Anche questo rimborso è mensile e ammonta a 3.525,12 euro, che vengono pagati anche se i consiglieri se ne stanno a casa. Infine il rimborso spese «per le missioni in Italia o presso l’Unione Europea»: unico caso, questo, in cui il risarcimento scatta dietro presentazione di documenti di spesa. E non può superare, per ogni anno, l’equivalente di 11 viaggi aerei andata e ritorno Milano-Roma con la compagnia di bandiera, esattamente 2.332 euro.

Di indennità in indennità, ognuno degli 80 consiglieri regionali lombardi percepisce quindi 9.500 euro al mese. Se il consigliere è anche capogruppo di partito o presidente di commissione ha diritto a circa 500 euro mensili in più rispetto ad un consigliere semplice. Sfogliando l’ultimo rendiconto consuntivo del Consiglio regionale lombardo, approvato a giugno, si scopre che l’unica voce in rialzo del capitolo sulla spesa corrente del 2010 è proprio quella relativa ai compensi dei consiglieri e dei gruppi consiliari: nel 2006 gli 80 consiglieri semplici della Regione ci costavano 37 milioni di euro, nel 2010 ci sono costati - tabella alla mano - 49.754.879 euro. Il 26 per cento in più in cinque anni, ben oltre la crescita delle retribuzioni medie dei lavoratori, salite al massimo del 10%.

SALENDO I GRADINI di Palazzo Lombardia, ecco il presidente del Consiglio regionale. Seconda carica istituzionale della Regione, il presidente dell’aula guadagna quanto il presidente della Giunta: 11.200 euro netti al mese. Tanto quanto un parlamentare. La legge infatti è chiara: i presidenti di Consiglio regionale devono percepire quanto un parlamentare, i vicepresidenti del Consiglio l’85% della retribuzione dei parlamentari. Una paga che contempla tutte le indennità previste per i consiglieri regionali, quelle prima elencate. I due vicepresidenti del Consiglio percepiscono 10.500 euro al mese, i due segretari del Consiglio intorno ai 9 mila euro al mese. A differenza dei consiglieri regionali, i cinque membri dell’Ufficio di presidenza del Consiglio possono contare sul cellulare di servizio e sulle auto blu. A chi vi rinuncia (il presidente leghista Davide Boni (nella foto), il vice Filippo Penati, ora autosospeso, e Franco Nicoli Cristiani) è corrisposto un rimborso di 30 mila euro all’anno. Le auto blu in uso alla Regione sono quindi 14, di cui 2 per l’ufficio di presidenza del Consiglio regionale.

C’è un ultimo, tutt’altro che secondario, capitolo di spesa: l’indennità di fine mandato e l’assegno vitalizio. I consiglieri regionali, una volta concluso il mandato, hanno diritto ad una liquidazione pari alla somma delle 12 mensilità percepite durante l’ultima legislatura. In caso di più legislature, la liquidazione si somma. Ancora, i consiglieri hanno diritto, al compimento del 60esimo anno di età, ad un vitalizio mensile che oscilla dal 20 al 50 per cento della loro retribuzione.


di Giambattista Anastasio




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Tedesco scatena l'inferno nel Pd

Il Tempo

Il senatore pugliese cambia idea sul carcere: orrido giustizialismo.

Il senatore Alberto Tedesco Solo pochi giorni fa erano applausi. Adesso volano gli stracci. Mercoledì il senatore del Pd Alberto Tedesco, intervenendo a Palazzo Madama prima che l’Aula si pronunciasse sul suo arresto, pur proclamandosi innocente diceva: «Vi invito a dire sì alla richiesta di arresto che la magistratura barese ha avanzato nei miei confronti».
Ieri, però, dovendo resistere alle ripetute richieste di dimissioni che continuavano ad arrivare dai suoi, Tedesco cambia idea all'improvviso sui massimi sistemi della politica. E, lui che voleva le manette, si scopre garantista. «La Bindi vuole le mie dimissioni? Ma si dimetta lei! Il suo moralismo mi fa orrore, e non da oggi. Sono vent'anni che la vedo invocare manette e galera con un livore indegno di una persona civile. Chieda le dimissioni al parlamentare più assenteista del mondo, Gaglione, che lei ha costretto il Pd a eleggere in Puglia», attacca. Il senatore pugliese sembra un'altra persona.

Altro che: «arrestatemi». Tira in ballo anche Nichi Vendola: «Avrei imposto al direttore generale nomine negli ospedali. Non è vero. Se lo faccio io, e non l'ho fatto, merito gli arresti. Se lo fa Vendola si chiama spoil system», ironizza. E Di Pietro? «Dovrebbe chiedere le dimissioni di un bel po' dei suoi prima delle mie - affonda - nel suo partito ci sono parlamentari sospettati o indagati per reati raccapriccianti, come aver promesso lavori in cambio di favori sessuali» I diretti interessati incassano.

Non reagiscono direttamente. I democratici, però, si scatenano in difesa del loro presidente. Anna Finocchiaro, capogruppo del partito a Palazzo Madama, che pure prima aveva difeso la «scelta di coscienza» di Tedesco di non voler fare un passo indietro, lo fredda per prima: «Al Senatore Tedesco, che da mesi non appartiene più al gruppo del Pd - sottolinea - suggerirei oggi maggiore sobrietà e discrezione. Il tema delle sue dimissioni è questione che riguarda la sua coscienza.

Ma lo inviterei a maggior rispetto nei confronti del Pd e dei suoi dirigenti politici». Alla presidente dei senatori del Pd si associa, nelle critiche a Tedesco, anche il suo vice Luigi Zanda. «Ritengo sbagliate, ingiuste e dannose le dichiarazioni del senatore Alberto Tedesco contro la presidente del Partito democratico Rosy Bindi. Ho apprezzato l'intervento svolto in Aula l'altro giorno dal senatore Tedesco - aggiunge - ma del tono e dello spirito di quell'intervento ora ritrovo ben poco».
A ruota arrivano tante altre difese d'ufficio. «Il Pd non è un partito a "guida giacobina" per un semplice motivo: il moralismo giustizialista non ci appartiene perché è estraneo ai movimenti politici riformisti e democratici spiega Giorgio Merlo - Semmai - conclude azzardando un po' - il Pd è un partito dove la questione morale non esiste perché chi è indagato, e senza nessuna persecuzione, semplicemente fa un passo indietro». Sarà. Alla fine è la Bindi a provare a metterci una pezza: «Aver chiesto a Tedesco un passo indietro significa aver preso sul serio la sua dichiarazione al Senato in cui chiedeva l'autorizzazione all'arresto. Bisogna richiamare tutti i politici a un grande senso di responsabilità.

Quando le carceri stanno scoppiando di poveri cristi non possiamo dare l'impressione di essere quelli che si fanno le leggi per la propria impunità». Tedesco risponde poco dopo: «Nel Pd c'è un sentimento garantista molto diffuso che però non viene fuori. Comunque, se gli atteggiamenti nei miei confronti continuano a essere quelli manifestati da diversi esponenti nelle ultime ore allora chiuderò ogni rapporto col Pd». La Bindi va avanti imperterrita: «Tutti quelli che hanno qualche problema con la giustizia - spiega - dovrebbero separare la propria vicenda personale da quella dei partiti e delle Istituzioni per non comprometterli». Non ditelo, però, al democratico Filippo Penati, indagato per corruzione e concussione dalla procura di Monza. Si è autosospeso dalla vicepresidenza del consiglio regionale lombardo. Ma di passi indietro concreti, non se ne parla.



Nadia Pietrafitta
23/07/2011





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Ucciardone "no logo" boss in cella senza griffe

La Stampa

Vietati gli abiti firmati. Tramonta l'era dei detenuti in vestaglia di seta

LAURA ANELLO


PALERMO

Lontani i tempi del «Grand Hotel Ucciardone», quando i boss ricevevano amici e picciotti in vestaglia di seta, quando don Masino Buscetta - ancora lontano dal pentimento - indossava l’abito scuro per partecipare al matrimonio della figlia nella cappella del penitenziario tra invitate in pizzi e chiffon, quando la festa di compleanno del mammasantissima Michele Catalano vide un trionfo di aragoste e champagne sui tavoli allestiti in palestra. Adesso nella fortezza borbonica orfana dei grandi boss, ormai rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza fuori dalla Sicilia, è tempo di sobrietà. Anche nel modo di vestire.

Un regolamento appena emanato dal neo-direttore del carcere, Rita Barbera una tosta che ha rivoltato come un calzino il minorile «Malaspina» prima di sedersi su questa poltrona bollente - vieta ai detenuti di indossare abiti firmati, con tanto di elenco delle griffe proibite: Prada, Gucci, Valentino, Versace, Vuitton, Armani, Adidas, Nike. E poi un «eccetera eccetera» che le guardie penitenziarie hanno interpretato in senso molto restrittivo: l’altro giorno la moglie di un recluso si è vista restituire un paio di jeans con un piccolo logo di Trussardi, un’altra giovane donna tre asciugamani marca «Navigare». Troppo lussuosi, ha stabilito l’uomo in divisa.

Così, nella saletta della «buca», come i parenti chiamano lo sportello dove si fanno passare i borsoni con gli indumenti e gli alimenti per un massimo consentito di venti chili al mese, è scoppiata una mezza rivolta. «Ma come, lo dovete decidere voi che cosa può mettersi addosso mio marito?», ha urlato la donna. «I detenuti non possono vivere nel lusso», ha risposto seccamente la guardia, invitando tutti alla lettura del nuovo regolamento affisso in più copie alle pareti.

Foglio in cui si avvisa anche di una futura perquisizione nelle celle per portare via gli indumenti «proibiti» e restituirli alle famiglie. «Mio marito resterà nudo come un verme: ha solo vestiti firmati, non per sfoggio ma perché durano di più, sono di migliore qualità - si lamenta una signora in attesa per il colloquio settimanale perché umiliarli? Perché costringerci a comprare la roba ai mercatini?». La direttrice spiega che è un segnale: «Questo carcere nell’immaginario collettivo è legato alle vestaglie di seta dei padrini dice - ed è un ricordo da cancellare. In un luogo dove c’è già una sofferenza dovuta alla privazione di libertà, bisogna appiattire il più possibile le disparità di ceto sociale, l’esibizione di status, di potere, di supremazia economica. In carcere la differenza la fa anche una banalità, figuriamoci le griffe e i tessuti preziosi. È vero, ci sono anche i vestiti taroccati, non sarà facile distinguerli. Pazienza, si eviteranno anche quelli, sarà una lezione di civiltà economica».

Troppo forte ancora la memoria di un posto dove in passato succedeva di tutto. La cella dove fu avvelenato con un caffè alla stricnina Gaspare Pisciotta, il cugino traditore di Salvatore Giuliano, adesso è l’ufficio Matricola. I più anziani ricordano il «triangolo artistico» tra il pentito Gaspare Mutolo, il suo maestro Alessandro Bronzini (killer figlio di un maresciallo dei carabinieri) e Luciano Liggio, il superboss che rivendicava come suoi i quadri dipinti da Mutolo, almeno a sentire l’ex braccio destro di Riina. Qui c’è quell’ottava sezione dove si girarono alcune scene del film di Francesco Rosi dedicato proprio al bandito di Montelepre, appena inaugurata dopo più di un decennio di chiusura. L’unica con bagni singoli e condizioni accettabili, in un carcere che vede stipati 700 detenuti a fronte di una capienza di 500. Delle famigerate terza e settima i sindacati di polizia chiedono da tempo la chiusura, puntando il dito contro i muri scrostati, i bagni alla turca, la muffa, gli scarichi che funzionano a singhiozzo.

Un carcere dove, racconta Giovanna Gioia, presidente onorario dell’associazione Asvope (associazione volontariato penitenziari), ci sono 250 detenuti che non hanno neanche mutande e calzini. Lei gestisce il guardaroba e lo sa bene. «Tanti extracomunitari, ma anche italiani poveri, senza famiglia - racconta -. Compriamo la biancheria intima e le scarpe con quel che riusciamo a raccogliere, ricicliamo pantaloni, maglioni, giacche di seconda mano. Se questo regolamento serve a eliminare lo sfoggio di superiorità economica che in carcere è facilmente recepito dai più deboli, ben venga». Archiviati i vecchi tempi, insomma. L’Ucciardone adesso è un carcere no-logo.



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Il giorno dei ministeri alla Villa Reale Ma nessuno lo sa

La Stampa

Monza ignora l'iniziativa: e le porte sono scrostate

MICHELE BRAMBILLA


INVIATO A MONZA

Questa mattina alla Villa Reale di Monza verranno inaugurati i tre ministeri che, come promesso da Bossi a Pontida, sono stati trasferiti al Nord. Sono quelli delle Riforme, della Semplificazione e dell’Economia. L’evento è storico, ma in città non pare di cogliere una fervente attesa.

Dei ministeri sembra non ne sappia niente nessuno. A quanto pare anche in Comune non si hanno molte notizie. Si dice che l’altro giorno ci sia stata una riunione di giunta piuttosto agitata, perché da Roma non sarebbe arrivato alcun protocollo dell’inaugurazione. Si sa solo che sarà alle 11 e mezza. Non è neanche chiaro dei tre ministri quanti e quali ci saranno.

L’altro ieri, tanto per vedere la fibrillazione che di solito accompagna i preparativi dell’ultimo momento, siamo andati alla Villa Reale. In effetti di gente che lavorava ce n’era parecchia. Ma dei ministeri nessuno sapeva niente. Gli operai erano lì a montare e smontare palco e seggiole per i concerti estivi programmati davanti all’ingresso dell’antica reggia. La nuova reggia - quella di Calderoli Bossi e Tremonti - è in una palazzina sul lato destro. Si chiama «la Cavallerizza», e lì un tempo c’erano gli appartamenti reali.

È una piccola palazzina, tanto che ci siamo sorpresi nel sapere che i tre ministeri sarebbero stati tutti lì dentro. Poi ci hanno addirittura spiegato che in realtà la Semplificazione, le Riforme e l’Economia avrebbero occupato solo il piano terra. «Sono centottanta metri quadrati», ci hanno detto. Ma su un autorevole giornale abbiamo letto che non sono più di cento. Per tagliare la testa al toro abbiamo telefonato al sindaco, il leghista Marco Mariani, l’uomo che a Pontida portò sul palco la targa del ministero alla Villa Reale di Monza. «Sinceramente - ci ha detto - non so di preciso quanti metri quadrati siano. Cento? Ma no, saranno almeno centocinquanta». Anche prendendo per buona la stima più generosa - centottanta - a ciascun ministro, anzi a ciascun ministero, non resterebbe che una sessantina di metri quadri. Un monolocale, in pratica. Forse è un segnale di austerità della politica.

Il fatto è che a Monza, nonostante quanto proclamato da Bossi alcune settimane fa, non saranno trasferiti dei ministeri; ma saranno aperti, come ci spiega ancora il sindaco Mariani, «uffici decentrati dei ministeri». E per aprirli non sembra che ci sia sprecati molto. I locali sono di proprietà del Demanio, e li ha ristrutturati la Sovrintendenza. Fino a qualche giorno fa ospitavano il Consorzio del Parco e della Villa Reale, che adesso deve sloggiare. All’ingresso non è ancora esposta alcuna targa: ieri abbiamo sbirciato dietro la porta e abbiamo visto che le targhe sono dentro, su tre cavalletti di legno, nella parte destra del corridoio.

L’intonaco accanto alla porta è scrostato, la vetrata piuttosto modesta. Sono nuovi - assicurano - gli arredi, e questa è una buona notizia, anche se da queste parti ha creato qualche malumore il fatto che i mobili siano stati acquistati in provincia di Catania, e da là trasportati in camion la scorsa settimana. Uno schiaffo, se si pensa che il paese confinante con Monza, Lissone, è la capitale dei mobilieri. Dei nuovi uffici nessuno pare saper nulla. Lo sfrattato, e cioè il dottor Pietro Petraroia, direttore del Consorzio del Parco e della Villa Reale, ci dirotta dal ministero Calderoli: «Chiedete al suo capo di gabinetto». Anche il sindaco Mariani assicura di non essere del tutto al corrente: «Che cosa si farà in quegli uffici? Chi ci sarà? Chiedete a Bossi, Calderoli e Tremonti». Ma i tre ministri ci saranno oggi, all’inaugurazione? «Così mi hanno detto, ma dovete chiederlo a loro». E come mai non c’è neanche una targa all’ingresso? «La targa? Non lo so, se non c’è la metteranno».

Che cosa saranno dunque i ministeri a Monza? Partiti come sedi centrali, sono poi diventate sedi decentrate, ma il timore è che finiscano per l’essere quello che fu, ad esempio, il Parlamento del Nord a Bagnolo San Vito, in provincia di Mantova, negli anni Novanta: pura immagine. Simbolo, per non dire folclore. Come la dichiarazione di avvenuta secessione dopo il referendum dei gazebo; o il rito dell’ampolla.

Simbolica sembra anche la scelta della Villa Reale. Un luogo maestoso, ma anche e soprattutto un monumento al degrado, visto che è di fatto abbandonata dal 29 luglio del 1900, quando l’anarchico Gaetano Bresci uccise, proprio lì davanti, il re Umberto I. Da quel giorno i Savoia non vollero più sapere di venire a Monza e donarono la Villa ai Comuni di Monza e di Milano, che non seppero mai che farsene. Oggi la Villa è di proprietà del Consorzio, a sua volta di proprietà del Comune di Monza, della Regione e del Ministero dei Beni culturali. Il Consorzio si è assunto la titanica impresa di ristrutturarla e di utilizzarla, con il concorso di privati, per esposizioni, alta ristorazione, bar, convention. Ma per adesso la Villa (seicento stanze) è ancora quasi tutta inutilizzata e in più punti sembra cadere a pezzi.

Ma oggi ci sarà l’inaugurazione. Staremo a vedere. Anche perché lì a un passo, di fronte alla Cappella Espiatoria, i monarchici celebreranno (con sei giorni di anticipo) il centounesimo anniversario del regicidio.

Sarà una scena surreale: leghisti da un lato della strada e monarchici dall’altro. O forse sarà un segno dei tempi, visto l’ideale passaggio di consegne tra l’Umberto di allora e l’Umberto di oggi.



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