venerdì 22 luglio 2011

La Chiesa vieta qualunque commercio delle reliquie di Papa Giovanni Paolo II

Il Mattino


Monsignor Slawomir Oder, Postulatore
della causa di Canonizzazione del Beato Giovanni Paolo II, ci invia una lettera di precisazione sui contenuti di un articolo pubblicato il 16 luglio scorso. Lettera che volentieri pubblichiamo.


Egregio Direttore,

faccio riferimento all'articolo pubblicato, a firma di Nadia Vedile, sulle pagine web de "Il Mattino" del 16 luglio u.s. nella sezione "CAMPANIA", con il titolo "Caserta, in vendita le reliquie del Papa: può comprarle chi chiede una Grazia".

Già il titolo del suddetto articolo appare tendenzioso, offensivo e falso e preannuncia una serie di contenuti dello stesso genere esposti in seguito.
Con la presente Le chiedo di pubblicare le dovute correzioni riguardanti le affermazioni false esposte nell'articolo.

E' falso infatti che l'associazione"Accollatori di Sant'Anna" abbia comprato una reliquia del Beato Giovanni Paolo II al Vicariato di Roma, presso "Servizio Santini e Reliquie" (!), con il lasciapassare del sottoscritto. Non esiste presso il Vicariato di Roma un "Servizio Santini e Reliquie", di cui si occuperebbe, secondo l'autore dell'articolo, un fantomatico gruppo di "responsabili" 'Totus Tuus', i Wojtyla-boys".

L'associazione "Accollatori di Sant'Anna" è entrata in possesso di alcuni dei suddetti santini, consegnati ad alcuni rappresentanti, personalmente e gratuitamente dal sottoscritto, con la finalità di rispondere alle loro esigenze spirituali.

Mi preme precisare che l'Ufficio della Postulazione distribuisce, in forma assolutamente gratuita e al solo fine spirituale, i santini contenenti la preghiera e l'"ex indumentis" del Beato Giovanni Paolo II a chi ne fa legittima richiesta per la devozione personale.
L'ufficio della Postulazione ha sempre reagito con dovute denunce e proteste ogni qualvolta veniva a conoscenza di abusi compiuti da chi, legittimamente e gratuitamente entrato in possesso delle reliquie del Beato, cercava di farne uso commerciale, contravvenendo la legge della Chiesa.

Si deve precisare che, come in ogni causa di beatificazione e di canonizzazione, i fedeli hanno la possibilità di esprimere il sostegno alla causa, tra l'altro, attraberso offerte libere. Tale fatto non ha, tuttavia, alcun legame con la distribuzione delle reliquie, come insinuato dall'autore dell'articolo.
Pertanto le affermazioni contenuto nell'articolo richiamato, che tendenziosamente uniscono il sostegno economico alla causa e la distribuzione del materiale pietistico, sono false ed offensive e necessitano rettifica.

Quanto sopra per tutelare il mio buon nome e onorabilità della Chiesa.


Mons. Slawomir Oder
Postulatore
della Causa di Canonizzazione
del Beato Giovanni Paolo II


Venerdì 22 Luglio 2011 - 19:38    Ultimo aggiornamento: 21:48




Powered by ScribeFire.

Morto il papà della bambola Barbie e co-fondatore della Mattel

Quali tutele per il passeggero se il volo è cancellato

La Stampa

Se il nostro volo è stato cancellato, talvolta non tutto è perduto. I passeggeri sono tutelati da una serie di norme contenute nei regolamenti dell'Unione europea. Naturalmente, a ogni situazione corrisponde un diritto diverso che va tutelato. Bisogna comunque ricordare che le compagnie aeree hanno l'obbligo di informare i passeggeri dei loro diritti nei casi di "negato imbarco, cancellazione e ritardo prolungato del volo".

Iniziamo col caso più sgradevole: la compagnia non ci rimborsa. Può avvenire se la responsabilità della cancellazione del volo dipende da circostanze eccezionali (condizioni meteorologiche incompatibili col viaggio, problemi di sicurezza, scioperi). Il rimborso non è dovuto se la compagnia ha informato il passeggero della cancellazione con almeno due settimane di anticipo.

Se invece l'informazione è stata fornita fra i 7 giorni e le due settimane può essere offerto un volo alternativo (riprotezione) con partenza non differita di più di due ore dall'orario previsto e con arrivo non oltre le quattro ore (se l'utente non accetta, perde il rimborso); se i giorni sono meno di 7 può esser offerto un volo alternativo con partenza non differita oltre un'ora da quella prevista e con arrivo non oltre due ore di scarto rispetto al volo cancellato (anche qui, se il cliente rinuncia, perde il rimborso).

Il rimborso (o "compensazione pecuniaria") spetta al passeggero a seconda della tratta aerea e alla distanza. Per i voli intracomunitari fino a 1500 chilometri è di 250 euro, oltre ammonta a 400 euro; per gli internazionali, è di 250 euro fino a 1500 chilometri, di 400 euro fra 1500 e 3500 chilometri, di 600 euro oltre i 3500 chilometri. La compensazione è ridotta del 50% se il passeggero sceglie la "riprotezione" (col ritardo all'arrivo non superiore a 2-4 ore a seconda delle distanze rispetto all'orario del volo prenotato in precedenza).

Un'altra situazione frequente, invece, è il ritardo prolungato del volo. Le possibilità sono tre:

1) il ritardo in partenza supera le 2-4 ore a seconda della distanza da percorrere; in tal caso il cliente ha diritto all'assistenza (pasti, bevande, eventuale adeguata sistemazione in albergo, trasporto albergo-aeroporto-albergo, due telefonate);

2) il ritardo in partenza supera le 5 ore; oltre all'assistenza c'è il diritto a richiedere il rimborso del biglietto non usato e una compensazione pecuniaria;

3) il ritardo all'arrivo supera le 3 ore; c'è l'assistenza, oltre alla compensazione pecuniaria, purchè il fatto non rientri nelle circostanze eccezionali delle quali si è fatto cenno in precedenza
.

C'è, infine, il negato imbarco (overbooking). Se il passeggero rinuncia all'imbarco può concordare benefici con la compagnia aerea e la "riprotezione" o il rimborso del biglietto. Se non vuole rinunciare e sceglie un volo alternativo, ottiene assistenza e compensazione pecuniaria. Se rinuncia al volo senza essere consenziente e senza scegliere la riprotezione dovrebbe avere diritto ad assistenza, rimborso del biglietto e compensazione.

I reclami vanno presentati alle compagnie aeree con i quali il passeggero ha stipulato il contratto di trasporto. Se non c'è un'adeguata risposta entro sei settimane, si può presentare reclamo - come spiega l'opuscolo dell'Enac "Conosci i tuoi diritti" scaricabile qui "alle sedi Enac dell’aeroporto nazionale dove si è verificato l’evento, oppure dove il volo è atterrato per i disservizi avvenuti al di fuori dell’Unione europea, della Norvegia, dell’Islanda e della Svizzera; agli Organismi responsabili degli Stati dell’Unione europea, della Norvegia, dell’Islanda e della Svizzera per i voli in partenza e arrivo in quegli Stati". I recapiti sono disponibili sul portale dell’Ente http://www.enac.gov.it/Home/
Il reclamo all'Enac può essere fatto via posta, fax, e-mail, utilizzando il modulo online disponibile sul portale dell’Ente nel canale “I Diritti dei Passeggeri”.

Ulteriori informazioni si possono trovare sui siti delle associazioni dei consumatori, ad esempio su quello dell'Aduc dove è presente una scheda riguardante anche altri problemi (disabilità, reclami, problemi con i bagagli, danni, articoli proibiti in cabina, regolamentazione degli scioperi, pacchetti turistici).



Powered by ScribeFire.

Gli aforismi di Indro Montanelli

Un conto corrente in paradiso

I segreti della casta


Carte di credito GOLD a zero spese, conti correnti a zero spese, tassi di interesse stratosferici.
E' il banco di napoli che vi offre queste condizioni straordinarie, ma solo uno sportello in tutt'Italia, lo sportello ROMA 01. Benissimo, ora cercate l'indirizzo è recatevi lì. La filiale si trova in piazza montecitorio.

Ti avvicini all'entrare di un mastodontico palazzo, ci sono due carabinieri e altri vigilantes privati che ti ostruiscono l'accesso.  Non puoi entrare nel palazzo,  se non conosci nessuno.
Se invece hai una qualche pur minima conoscenza, un commesso, un portaborse, un giornalista, un deputato addirittura, allora il gioco è fatto. Non è un caso che tutti coloro i quali hanno libero accesso alla Camera dei Deputati, hanno un conto corrente presso quello sportello: chissà come mai!
Si è vero: anch'io ho aperto un conto corrente una decina di anni fà (in allegato le condizioni del conto corrente e della carta di credito) poi sono andato via da Roma e mi son dovuto rivolgere, come ogni comune mortale, all'usura legalizzata delle banche "normali".







Powered by ScribeFire.

La camera approva ieri tagli per 110 milioni alla casta? sono briciole che non intaccano i loro privilegi

I segreti della casta

venerdì 22 luglio 2011


1) L'ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati, dopo aver divulgato nei giorni scorsi un comunicato patetico di balbettante smentita "in relazione a quanto fino ad oggi pubblicato sul social network Facebook in una pagina dal titolo "I segreti della casta di Montecitorio" e a firma dell'ex-collaboratore di un parlamentare che utilizza lo pseudonimo "spider truman", ieri ha cercato di fare qualcosa di più concreto per porre un argine all'indignazione popolare che dilaga in tutto il paese (di cui questa pagina è solo una piccola spia) approvando un piano di riduzione delle spese di 110 milioni di euro per il periodo 2011-2013, che potete leggere sommariamente qua: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2011/07/21/visualizza_new.html_783241545.html
Sono briciole che non intaccano minimamente i loro privilegi, i loro stipendi, le loro indennità.
2) La cosa che personalmente più mi inviperisce è l'ipocrisia che trasuda dall'impegno condiviso al termine della riunione per ''definire parametri precisi per l'assegno dei collaboratori, all'interno dei quali regolare il contributo che il Parlamento da' al deputato''. Perche', conclude, ''non puo' accadere che ci siano collaboratori senza nemmeno il contratto: non sarebbe nemmeno precarieta', ma sfruttamento''.
Davvero?????????????????????????????????????????????????????????????????????
E come mai allora più della metà dei collaboratori parlamentari non hanno un contratto?
non è che per caso, oltre ad essere privilegiati, siete anche una massa di fottutissimi sfruttatori?
Come mai per anni mi hanno promesso un contratto regolare, poi per tre anni l'altalena 6 mesi regolari
e 6 mesi in nero, poi di nuovo tutto in nero. e infine arrivederci e grazie !?
Non vi sembra degradante per voi stessi sgraffignare, oltre alla lauta indennità, anche altre migliaia di euro tenendovi per voi gli stipendi dei collaboratori e dando loro qualche centinaio di euro?
Basterebbe fare come avviene in tutt'Europa: i collaboratori parlamentari ricevono il loro stipendio dall'istituzione direttamente e non invece passando per il deputato.
3)Vi giro il commento di Giuseppina Morrone di pochi minuti fà:  
Al di la di chi sia in realtà la persona che ha sollevato questo polverone, non ha ne aggiunto ne tolto a quanto si sospetta o si sa da anni e anni, la differenza credo stia nella presa di coscienza da parte di alcuni rispetto ad altri, sta nel fatto che anni e anni di scambi di "culi" sulle poltrone non ha mai avvantaggiato il cittadino comune ma solo loro, loro sulle loro comode e ricche poltrone, probabilmente sta nel fatto che la nuova generazione non ne può più di questa politica Ha sollevato un polverone, non ha creato lui la polvere, probabilmente ci si è sguazzato dentro anche lui in qualche modo.. ma ora sta battendo le mani e sta facendo vedere a tutti quanta polvere c'è quanto c'è da pulire.. ormai con tutta questa sporcizia stiamo anche diventando allergici , per cui prima che l'asma provocata dall'allergia ci soffochi ... diamo una bella pulita a questo schifo!!!.Questa mattina mio suocero ha fatto un esame importante che naturalmente ci tiene con il fiato sospeso... 92 euro di esame ( in questi ci sono i 10 euro di ticket della nuova manovra) immagino ora questi 10 euro che si aggiungeranno alle tasche di chissà chi per sputtanarli in qualche modo. Io dico 10 euro a ricetta!!!!

4) caro Francesco, certamente è vero quello che scrivi sulla mia ignoranza telematica (http://www.facebook.com/notes/francesco-striker-caruso/io-non-sono-spider-truman/205786079470452), ma è anche vero che nemmeno tu sei proprio un genio, visto che sono risaliti a te in pochi giorni.  ora mi raccomando: taci!





Powered by ScribeFire.

Il "buco" milionario di Cacciapuoti Otto nuovi indagati per il crac

Il Mattino


NAPOLI - Crac della Banca Popolare del Meridione: dopo l’arresto del manager Raffaele Cacciapuoti, l’inchiesta arriva a un’ulteriore svolta con l’iscrizione nel registro degli indagati di otto nuovi nomi.
La rosa delle persone finite sotto indagine per il buco milionario che ha fatto naufragare il progetto della costituenda banca del meridione, dunque, si allarga. Gli otto indagati hanno ricevuto nei giorni scorsi un invito a comparire e, accompagnati dai loro avvocati, si sono recati in Procura per un confronto con i magistrati.




E questa mattina sarà la volta di Raffaele Cacciapuoti, il manager esperto di finanza che negli ambienti professionali napoletani si era conquistato la fiducia di tanti al punto da coinvolgere oltre ottocento soci nella raccolta di fondi per il nuovo istituto di credito che, nelle intenzioni di chi ci ha creduto, sarebbe servito a sostenere lo sviluppo di piccole e medie imprese del Sud.

Lui, Cacciapuoti, introvabile fino a pochi giorni fa, questa mattina comparirà davanti al giudice per le indagini preliminari Claudia Picciotti, il gip che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti. L’interrogatorio di garanzia si svolgerà nel carcere di Poggioreale dove il manager si trova recluso da ieri pomeriggio. E’ stato arrestato, poco prima delle 14, all’ aeroporto di Fiumicino dagli uomini della polaria e dai militari della guardia di finanza di Napoli che gli hanno notificato un mandato di cattura europeo. Era sulle scalette dell’aereo di linea partito da Santo Domingo e diretto a Roma con scalo a Madrid. Cacciapuoti ha viaggiato scortato da agenti dell’ Interpol ed è uscito dall’aeroporto con le manette ai polsi. Poi su un’auto delle Fiamme gialle ha raggiunto Napoli: destinazione, carcere di Poggioreale.

I suoi avvocati, con i quali non ha ancora mai avuto un incontro di persona ma soltanto sporadici contatti via telematica, hanno provato a chiedere un contatto con l’indagato ma non è stato possibile per motivi tecnici dettati dalle procedure di rito successive all’arresto.

L’incontro avverrà oggi, in concomitanza con l’interrogatorio di Cacciapuoti davanti ai magistrati che lo accusano di ricettazione e appropriazione indebita indicandolo come personaggio chiave dell’inchiesta sul buco da oltre sedici milioni di euro, il crac della mai nata Banca Popolare del Meridione. Si prevede un lungo faccia a faccia: Cacciapuoti pare intenzionato a rispondere alle domande del gip per chiarire i tanti aspetti di questa vicenda. Una prima linea difensiva l’aveva già improntata quando, mesi fa, dal suo rifugio caraibico inviò ai difensori, tramite posta elettronica, un corposo dossier con nomi, episodi, insomma la sua versione.

Quel memoriale fu depositato in Procura ed è ipotizzabile che l’ interrogatorio abbraccerà anche i contenuti del dossier, oltre ai numerosi dettagli dell’operazione finanziaria finita al centro dell’indagine. Un’ inchiesta complessa, avviata nel luglio del 2010, esattamente un anno fa. Il 29 luglio scorso Cacciapuoti si allontanò da Napoli. In quello stesso periodo i finanzieri della sezione di polizia giudiziaria, coordinati dal procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli e dal sostituto Francesco Raffaele, eseguirono i primi interventi con controlli bancari a cui seguirono ispezioni e sequestri di documenti che si sono rivelati utili a ricostruire i vari passaggi di denaro, le operazioni finanziarie, le trame oscure del buco milionario ai danni degli 824 soci sottoscrittori che avevano partecipato, ognuno con investimenti di grosse somme di denaro (anche diverse centinaia di migliaia di euro), al progetto del nuovo istituto di credito.

Nei dodici mesi di attività investigativa sono stati passati al setaccio conti correnti, assegni, investimenti e si è ricucita la rete di rapporti di Cacciapuoti. Sono stati ascoltati anche decine di potenziali testimoni, incluso Lele Mora, il manager dei vip, sentito come persona informata dei fatti per aver conosciuto Cacciapuoti per motivi di affari.


Viviana Lanza
Venerdì 22 Luglio 2011 - 14:06    Ultimo aggiornamento: 14:08




Powered by ScribeFire.

Ora Galimberti si fa beccare pure dall'università: richiamo ufficiale di Ca' Foscari per aver copiato

di Redazione


Dopo gli articoli del Giornale in cui veniva svelato il copia incolla della firma di Repubblica, se ne accorge anche Ca' Foscari. Il filosofo è accusato di non avere citato le fonti nella redazione di alcuni testi scentifici



Venezia - Galimberti ha il vizietto del furto di citazioni altrui. Ovviamente senza citare la fonte. Il Giornale lo ha scoperto tre anni fa e lo ha messo alla berlina con gli articoli di Matteo Sacchi e ora arriva il richiamo ufficiale dell'università Ca' Foscari per la mancata citazione delle fonti nella redazione di alcuni suoi testi scientifici. Al senato accademico era giunta una segnalazione sull’uso sistematico di "copia ed incolla" nella produzione scientifica del professore, senza l’adeguata citazione delle fonti. Oggi Cà Foscari ha reso noto che l’Advisory board ha concluso l’esame della segnalazione giunta nei mesi scorsi relativa al lavoro del filosofo. La procedura - informa l’ateneo - si è conclusa "con un richiamo affinchè il docente voglia adeguarsi nella redazione dei testi scientifici all’uso sistematico della citazione delle fonti secondo la prassi condivisa e consolidata nel campo della ricerca nazionale e internazionale".
"Abbiamo affrontato con serietà e tempestività questa vicenda - spiega il rettore, Carlo Carraro - Così come abbiamo scelto di valutare con attenzione l’originalità dei lavori dei nostri studenti attraverso l’introduzione del software anti-plagio, allo stesso modo esaminiamo con cura i lavori dei suoi docenti. Il nostro obiettivo è quello di garantire la qualità della produzione scientifica dell’ateneo". Il prorettore alla valutazione, Agostino Cortesi, aveva chiesto alla fine di maggio a Galimberti una memoria scritta in risposta alle accuse di "clonazione libraria" segnalate. Il docente aveva risposto l’8 giugno con un documento in cui precisava la sua posizione, chiarendo "gran parte degli episodi attribuitigli" e dimostrando - conclude l’ateneo veneziano - di aver "già provveduto a correggere in edizioni successive dei volumi le omissioni nelle citazioni".




Powered by ScribeFire.

Berlusconi "ingaggiato" da Ryanair: «560 milioni di motivi per scappare»

Sotto scorta le figlie e la sorella di Teresa Buonocore, la donna uccisa perché denunciò abusi su una sua bimba

Il Mattino

di Leandro Del Gaudio

NAPOLI - Lontano da sguardi minacciosi, dall’incubo di ritorsioni. Una casa, un lavoro, tanto anonimato. Lontano da Portici, lontano da colpi di testa. Vivere sotto protezione, guardare al futuro, rivolgersi al passato solo per salvare i ricordi più belli.
Il resto è attesa di un processo, richiesta di giustizia. Lo ha spiegato ieri mattina Pina Buonocore, sorella di Teresa, la donna ammazzata nemmeno un anno fa all’ingresso del porto di Napoli.




Storia nota, le indagini passano lo snodo del giudice per le udienze preliminari: Teresa Buonocore venne ammazzata per vendetta, dopo aver denunciato l’aggressore di una delle figlie, ottenendone la condanna a quattordici anni in primo grado. Inchiesta che ieri incassa il «verdetto» di un giudice. È stata il gup Lucarelli a disporre il rinvio a giudizio di Enrico Perillo, il presunto mandante del delitto consumato lo scorso settembre: per lui prima udienza il prossimo 26 ottobre, dinanzi alla terza corte d’assise di Napoli; saranno invece giudicati con il rito abbreviato Alberto Amendola e Giuseppe Avolio, due reo confessi che hanno ammesso di aver preso parte al delitto, anche se si accusano a vicenda su chi abbia materialmente esploso i colpi fatali; stralciata invece la posizione di Patrizia Nicolino e di Renata Rossi, rispettivamente moglie e madre di Perillo.

Udienza a porte chiuse, ieri mattina, accolto il lavoro investigativo dei pm Danilo De Simone e Graziella Arlomede, coordinati dal procuratore aggiunto Gianni Melillo.

Dieci mesi, processo sprint, c’è soddisfazione da parte dei parenti della donna uccisa. È lo stato d’animo di Pina Buonocore (rappresentata dalla penalista Paola Odorino): «In Italia si parla di giustizia lenta e inefficiente, ora la nostra esperienza dimostra il contrario.

In pochi mesi ci sono stati arresti, confessioni (anche se parziali e limitate al ruolo degli esecutori), poi il rinvio a giudizio del presunto mandante. Siamo fiduciosi che la nostra aspettativa di giustizia venga corrisposta», ha spiegato la donna che da qualche mese vive in località protetta assieme alle nipotine, le due figlie della sorella uccisa: «Oggi - conclude Pina Buonocore - abbiamo il dovere di dare serenità e certezza del diritto alle due figlie di Teresa».

Un processo sentito, ammesse dal gup le parti civili. In aula c’è il Comune di Napoli, presenza fortemente voluta dall’assessore alla Legalità Giuseppe Narducci, che spiega: «Un episodio che ha segnato in maniera indelebile la nostra comunità, per la brutalità dell’omicidio, attuato con particolare violenza criminale contro una donna inerme e per la forte valenza simbolica del motivo del delitto: vendetta contro colei che ha fatto condannare lo stupratore della propria figlia. È volontà precisa del sindaco De Magistris e di tutta l’Amministrazione comunale costituirsi parte civile, da questo momento in poi - ha aggiunto l’ex pm anticamorra - per questi tipi di reati».

Presente in aula anche il Consiglio dell’ordine degli avvocati (rappresentato dal penalista Mario Ruberto e dal presidente Francesco Caia), a tutela dell’avvocato Maurizio Capozzo, una delle presunte parti offese delle ritorsioni messe in atto dai Perillo; non poteva mancare il Comune di Portici, ieri rappresentato in aula dal sindaco Vincenzo Cuomo: «L’intera comunità di Portici è stretta attorno alla famiglia Buonocore, siamo uniti contro ogni forma di violenza accanto ai più deboli».

Il resto è la storia di un processo alle battute iniziali, in cui Perillo rivendica la propria estraneità alle accuse. Anzi. C’è convinzione da parte della difesa dei Perillo, (rappresentata dai penalisti Lucio Caccavale e Nico Scarpone) dell’esistenza di un movente alternativo rispetto a quello indicato finora dalla Procura.

Venerdì 22 Luglio 2011 - 11:04    Ultimo aggiornamento: 11:35




Powered by ScribeFire.

Perdere il cellulare? Un dolore profondo

Corriere della sera

Smarrire l'amato telefonino ci lascia nella disperazione, perché ormai è diventato un pezzo di noi stessi




La perdita di un cellulare? Quasi come quella di un animale domestico

MILANO - Il cucciolo di casa è uscito ed è svanito nel nulla, non si trova più. Chi ci è passato sa quanta disperazione, senso di solitudine e smarrimento lasci la perdita di un animale domestico a cui si è affezionati. Ebbene, quelle sensazioni sono le stesse che si provano se si perde un semplice oggetto, il nostro fido cellulare. A dimostrarlo è uno studio scientifico che certifica senza lasciare grosso margine ai dubbi quello che tutti ormai sospettiamo: il telefonino è qualcosa di più che uno strumento di comunicazione, ormai lo sentiamo come un'estensione di noi stessi. Perderlo perciò è una tragedia che ci colpisce nel profondo (per tacere del disastro di ritrovarsi senza rubrica telefonica).

STUDIO I dati che lo sottolineano senza incertezze arrivano da alcuni ricercatori dell'università del Kansas che, chiedendosi che tipo di “relazione” intratteniamo con i nostri cellulari, sono andati a rivolgere un po' di domande a un gruppo di studenti di college fra i 18 e i 24 anni. Primo dato, il 99 per cento ha un telefonino. Ed Esther Swilley, la coordinatrice dello studio, si stupisce: «Pensavo fossero il 100 per cento». Forse se avesse ripetuto l'indagine su studenti italiani avrebbe scoperto che c'è pure chi ne possiede almeno un paio; detto ciò, i dati raccolti osservando i comportamenti dei ragazzi nei confronti del telefonino e ponendo loro domande specifiche sul loro “rapporto” con l'apparecchio delineano un quadro di quasi amore per l'aggeggio. «Il cellulare non è un semplice telefono: è parte della nostra vita, è il mezzo per rapportarci con l'esterno e gli altri – dice la Swilley –. La maggioranza dei ragazzi dichiara senza mezzi termini che il telefonino è una parte di loro stessi ma spiega tuttavia di apprezzarlo non tanto per la possibilità di comunicare con gli altri, quanto per il suo essere diventato oggi uno strumento che “semplifica la vita” per le sue funzioni o “diverte e intrattiene” grazie alla possibilità di giocare, ascoltare musica, navigare in rete. Non mi sorprende perciò che le applicazioni per smartphone più scaricate siano proprio i giochi».
COME UN CUCCIOLO L'avvento di cellulari che sono quasi un parco dei divertimenti ha di fatto cambiato la loro natura e quindi anche il nostro rapporto con loro, secondo la ricercatrice statunitense: la possibilità di divertirsi col telefonino lo ha fatto diventare una fonte di gioia e orgoglio (come resistere a mostrare l'ultima fantastica applicazione agli amici, come non vantarsi del record nel gioco che va per la maggiore?). Proprio come se fosse un cucciolo che gioca con noi e ci rende fieri di lui e delle sue tante capacità. «Se ricordate i Tamagotchi, quella sorta di cuccioli virtuali che andavano di moda per i bambini qualche tempo fa, capirete cosa intendo: il cellulare è la versione adulta di quei giochini – afferma la Swilley –. La gente non lo spegne mai, ci gioca, non sa resistere alla tentazione di mostrarlo agli altri per vantarsene. Non è più qualcosa che ci serve, ma un compagno di vita e di giochi». Così, ecco spiegato perché l'eventualità di perderlo è un'ipotesi sinceramente devastante per molti. E la Swiley sa di che cosa sta parlando: «È successo anche a me – ammette –. Ho lavorato per tre anni per un'azienda che ai dipendenti forniva un blackberry. Quando me ne sono andata e ho dovuto separarmi dal mio telefonino ho quasi pianto: era diventato una parte di me, ci ero visceralmente attaccata, era il modo con cui comunicavo con il mondo. Separarmene è stata durissima».


Elena Meli
22 luglio 2011 10:39



Powered by ScribeFire.

Lascia tutto alla badante Il pm fa riesumare la salma

Corriere della sera


Monselice, esposto del nipote e unico erede: «La zia stava bene». Disposta l’autopsia. Sospetti sul testamento a favore della romena



Il cimitero di Monselice
Il cimitero di Monselice

PADOVA Il giallo di un corpo riesumato a cinque giorni dalla sepoltura. Di un testamento saltato fuori da un cilindro poco dopo la morte di un’anziana signora. E di una badante romena nominata erede di buona parte della fortuna racimolata in una vita di lavoro. Con l’autopsia ordinata dalla Procura a fare da unico e ultimo aggancio per capire come sono andate realmente le cose, per mitigare l’amaro in bocca dei parenti stretti della deceduta. C’è tutto questo all’ombra della Rocca di Monselice, comune dei colli Euganei in provincia di Padova. Protagonista involontaria della vicenda è Antonietta Martinengo, detta «Gilda». Attorno a lei, trovata morta in casa a 90 anni dalla sua badante romena la mattina dell’11 luglio, ruota un copione degno di un romanzo di Agatha Christie.

Iniziato come nei migliori libri senza alcun sospetto. Perché Antonietta, vedova da diversi anni, si è spenta per cause naturali nella notte tra il 10 e l’11 luglio. Questo almeno recitava il referto del medico legale chiamato a constatare il decesso della donna, nella sua casa di San Bortolo, frazione di Monselice. Una morte improvvisa nonostante—dicono i parenti—Antonietta Martinengo non stesse poi così male. Tutto sembra filare liscio fino a dopo i funerali, quando di punto in bianco tra le mani della badante compare un testamento firmato dall’anziana signora.

Antonietta Martinengo
Antonietta Martinengo
Sul foglio —che effettivamente esiste — la donna avrebbe vergato le sue ultime volontà, decidendo di lasciare buona parte dei suoi terreni e un immobile alla donna che l’aveva accudita negli ultimi anni. La notizia mette sul chi va là i parenti. Mai, scrive il nipote Ettore Martinengo in un esposto depositato in Procura il 18 luglio, la zia aveva mostrato una simile intenzione. Anzi, nel documento firmato dagli avvocati Davide e Umberto Perilli si accenna a un testamento olografo redatto dall’anziana qualche anno fa, con cui veniva nominato destinatario di alcuni terreni, di soldi e di immobili il nipote Ettore, residente a pochi chilometri da Monselice, a Correzzola.

Ma non c’è solo questo nella denuncia. Gli avvocati infatti hanno chiesto al pm Sergio Dini, titolare del fascicolo, di accertare le cause della morte dell’anziana. Soprattutto alla luce di diversi certificati medici rilasciati dall’ospedale di Monselice pochi giorni prima della morte, in cui si raccontava di una paziente in buona salute senza dare nessun sentore di un improvviso e imminente tracollo. Per far luce sul mistero il pm ha ordinato l’esumazione della salma, tumulata nel cimitero di Monselice la scorsa settimana, e incaricato il dottor Giovanni Cecchetto dell’Istituto di Medicina Legale di Padova di portare a termine un’autopsia. Al momento in Procura non ci sono indagati, l’unica ipotesi di reato è la circonvenzione d’incapace, perché la donna sarebbe stata indotta a firmare una carta che non voleva. L’inchiesta è solo all’inizio, toccherà all’autopsia svelare particolari fondamentali nel giallo di Monselice. Per dire se la cronologia di eventi ravvicinati (il testamento firmato in favore della badante, la morte della donna e la pubblicazione del lascito) sia solo un caso. O invece possano essere incatenati uno con l’altro. Nicola Munaro


22 luglio 2011




Powered by ScribeFire.

Napoli come Milano: da Borrelli a Lepore, generazione Mani Pulite

Corriere del Mezzogiorno

Woodcock motiva la polizia giudiziaria come Di Pietro, Piscitelli mira al livello alto dell'inchiesta come Davigo



Il pool di Milano nel '92
Il pool di Milano nel '92

NAPOLI - Giovandomenico Lepore, capo dei pm di Napoli, il paragone tra la sua Procura e quella di Milano che nel 1992 diede il via a Tangentopoli l’ha bollato come «terrorismo politico giudiziario». E domenica scorsa ha spiegato, in un’intervista rilasciata al giornalista di Repubblica Dario Del Porto, che le voci di una nuova stagione di manette non sono altro che messaggi finalizzati a incutere timore: «Non vorrei che si volesse far circolare una sorta di avvertimento».


Insomma, evocare il paragone con l’epoca di Mani Pulitealla vigilia del voto della Camera su Alfonso Papa sarebbe stata operazione volta a intimidire la classe politica, agitando lo spauracchio dell’«oggi tocca a lui, domani a voi», per convincere i deputati a non dire sì all’arresto. Ora che quel sì è arrivato, però, si può ragionare (senza passare per complici dei «terroristi») su quelle che ieri Antonio Polito ha definito, in un articolo sul Corriere della Sera, «impressionanti similitudini con l’anno-clou di Tangentopoli. Allora fu Chiesa, oggi è Papa» . E, sempre sul Corriere, era stato Paolo Franchi lunedì scorso a scrivere che è «doveroso ragionare sulle analogie e sulle differenze tra la bufera di allora e quella che potrebbe scatenarsi adesso». Domanda: la Procura di Napoli sta alla seconda repubblica come quella di Milano è stata alla prima? Fatte le (ovvie) differenze di epoche, organizzazioni e persone, si scopre che alcune analogie ci sono. E Claudia Fusani, giornalista tra le prime firme della cronaca giudiziaria in Italia, le ha riassunte così su L’Unità del 16 luglio: «Osservando via vai del Transatlantico torna all’improvviso il ’93


Anche allora la crisi economica strozzava l’Italia. Anche allora la magistratura e le inchieste giudiziarie presentavano il conto a una classe politica che aveva esagerato nel malaffare e nel malcostume. Allora era Milano. Oggi Napoli». Antonio Di Pietro, due giorni fa, ha rincarato la dose: «Siamo alla vigilia di una nuova Tangentopoli. Solo che stavolta non ci saranno le monetine, ma una rivolta sociale». Scenari a parte, cos’hanno in comune pool milanese del 1992 e quello partenopeo del 2011? I capi, innanzitutto. E, a voler fare paragoni, non c’è dubbio che ruolo di Francesco Saverio Borrelli oggi si attagli perfettamente a Giovandomenico Lepore, e non solo per omogeneità di ruolo. Napoletano come l’ex procuratore di Milano, come lui è esponente dell’alta borghesia della città e non esita difendere pubblicamente le inchieste dei sostituti. Più snob il primo, più spontaneo il secondo, entrambi si sono fatti amare dai loro pm: Borrelli per quel suo tocco di aristocrazia intellettuale che lo rendeva indifferente ai poteri economici, Lepore per quella sua capacità di mediazione che gli ha consentito (fatta eccezione per un paio di casi) di rendere quella di Napoli una delle Procure più unite d’Italia.

E in comune, Borrelli e Lepore, hanno anche il giudizio sulla classe politica. Sarà per questo che, a rileggere oggi certe loro dichiarazioni, si scopre che in fondo il clima non dev’essere cambiato poi tanto, se a distanza di oltre tredici anni i due procuratori hanno detto le stesse identiche cose. Il 7 aprile 1998, durante un forum nella redazione di Repubblica con Liana Milella, Borrelli spiegò così clima di quel momento: «Abbiamo la percezione che la classe politica in genere sia insofferente ai controlli della magistratura. Quando diciamo la nostra ci si chiude la bocca. Oggi si colpevolizza non chi commette un reato ma chi persegue l’illegalità». Il 27 giugno scorso, intervistato a Otto e Mezzo su La7, Lepore diceva: «Penso proprio che i politici si sentano intoccabili perché quando li tocchi c’è una reazione unanime, quasi che la politica debba essere una zona protetta da qualsiasi intervento esterno. Da accusatori passiamo ad accusati». Esattamente ciò che sosteneva Borrelli. E, così come Borrelli, anche Lepore coordina le indagini con l’aiuto di un suo vice tra i più esperti.

A Milano era il procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio, Napoli è il procuratore aggiunto Francesco Greco. Cos’hanno in comune? L’impronta professionale, dicono. Punti di riferimento per i sostituti, sono due magistrati che lasciano lavorare i pm in assoluta libertà, assumendosi comunque agli occhi del procuratore la responsabilità delle scelte compiute dai magistrati. Una strategia che, a sentire chi con loro lavora (o ha lavorato), garantisce due risultati: protegge i pm titolari delle inchieste e trasmette sicurezza al capo dell’ufficio. Francesco Greco, tra l’altro, è omonimo proprio di quel Francesco Greco che del pool Mani Pulite faceva parte, e che oggi nel capoluogo lombardo è procuratore aggiunto. Non bastassero le coincidenze, i due Greco indagano entrambi su Luigi Bisignani. E se il pool milanese ha avuto il suo magistrato di punta, anche la Procura di Napoli ha il suo pm da copertina.

La «faccia» delle indagini del 1992 era quella di Antonio Di Pietro, quella delle inchieste del 2011 è di Henry John Woodcock. Entrambi «trascinatori» della polizia giudiziaria (Woodcock ha affidato inchieste anche ai vigili urbani), raccontano che riescano a tirare fuori il massimo dagli uomini delegati alle indagini. Quel che cambia, complice una stagione diversa, è il modo di lavorare: Di Pietro veniva descritto come una «forza della natura» negli interrogatori (anche perché quelli cui faceva le domande erano tutti in carcere), Woodcock invece lavora su un’enorme quantità di dati per arrivare al nodo della questione. Insieme con lui, su P4 e Alfonso Papa indaga un altro dei pm più noti della Procura di Napoli, Francesco Curcio. Che ha molti tratti in comune con un altro dei protagonisti del pool Mani Pulite, Gherardo Colombo. Entrambi discreti e riservati fino ad apparire quasi scostanti, hanno un raffinato retroterra culturale e, prima di indagare sui politici, sono stati tutti e due impegnati nella lotta alla criminalità organizzata: Curcio s’è occupato di camorra, Colombo faceva parte di una commissione incaricata di esaminare i processi alle mafie. E ha l’impronta di un pm dell’ex pool di Milano anche Vincenzo Piscitelli, titolare dell’inchiesta sul deputato del Pdl Marco Milanese.

Dicono assomigli, nel modo di lavorare, a Piercamillo Davigo: entrambi sostenitori della necessità di un controllo di legalità sul potere, in comune hanno la ricerca del livello «alto» dell’indagine, di quel che c’è «dietro». E, non a caso, tutti e due nella carriera si sono occupati quasi esclusivamente di reati societari e finanziari. Analogie (semi) serie a parte, certi magistrati ritengono che sia il quadro generale della Procura di Napoli a ricordare quello di Milano. Grande affiatamento tra sostituti, lavoro di squadra, blindatura dagli attacchi esterni da parte del capo. Quel che è diverso, diciannove anni dopo, è il contesto economico e politico. Sarà la «colossale» differenza ambientale a rendere quella di Mani Pulite una stagione giudiziaria unica? Chissà. Non resta che attendere, per capire. E magari aspettare buoni buoni, senza mettersi ad annunciare arresti un giorno sì e uno pure. Ché quello è «terrorismo politico giudiziario».



Gianluca Abate
22 luglio 2011




Powered by ScribeFire.

De Corato: «Giuliani non è un esempio»

Corriere della sera


L'ex vicesindaco ribatte a Pisapia: «Non è un eroe, durante il G8 era intento ad aggredire i carabinieri»



MILANO - «Carlo Giuliani non è un esempio né tantomeno un eroe». Riccardo De Corato, ex vicesindaco di Milano e ora consigliere comunale, non usa mezzi termini. E anzi, attacca il primo cittadino per le parole usate nel descrivere il ragazzo morto a Genova nel 2001. «A 10 anni dal G8 il sindaco Pisapia ha definito Carlo Giuliani "un ragazzo che sognava un futuro migliore per il nostro Paese e per il mondo"; mi chiedo come tali parole possano descrivere una persona che durante gli scontri del G8 era intento ad aggredire, armato di estintore, una camionetta dei carabinieri».

IN RETE - La polemica, quindi non è solo sul web. De Corato aggiunge: «È forse questo il cittadino modello che Pisapia vuole proporre?». Per poi proseguire: «Se questa è la logica Giuliani sarà senza dubbio il candidato al prossimo Ambrogino. Per quanto riguarda le forze dell'ordine la giusta conseguenza sarà la proposta di scioglimento delle stesse perchè incompatibili con il mondo "più giusto, più libero, più democratico" che Pisapia auspica».

LA COMMEMORAZIONE - E intanto a Genova continuano gli eventi a dieci anni dal G8. Giovedì sera una fiaccolata per ricordare gli eventi della scuola Diaz a cui hanno partecipato duemila persone, tra cui il sindaco di Genova, Marta Vincenzi e alcune delle vittime delle violenze di quella notte come il giornalista inglese Mark Covell e il giornalista de Il Resto del Carlino Lorenzo Guadagnucci. Il giorno prima un presidio a piazza Alimonda, dove è stato posato un ceppo per Carlo Giuliani. E sabato ci sarà la manifestazione.


Redazione online
22 luglio 2011



Powered by ScribeFire.

Il Pd insorge contro Tedesco "Parole gravi contro Rosy Bindi"

Il Tempo

Il senatore: "La Bindi non ha letto una sola pagina della richiesta di arresto. Non sa niente della mia vicenda". L'ira dei Democratici, Enrico Letta: "Parole inopportune". Migliavacca: "Rifletta bene  sul proprio comportamento".


Il senatore del Pd Alberto Tedesco Non si placano le tensioni all'interno del Pd sulla vicenda Tedesco. La presidente del Partito, Rosi bindi, ha definito opportune le sue dimissioni. "La Bindi? Non sa niente della mia vicenda, parla a prescindere. 


Il suo moralismo mi fa orrore. E non da oggi. Sono vent'anni che la vedo invocare manette e galera con un livore indegno di una persona civile. Lei chiede le dimissioni a me? Ma si guardi intorno"! Le chieda al parlamentare più assenteista del mondo, Gagliano, che lei ha imposto in lista". Lo ha detto in un'intervista a "Repubblica" il senatore del Gruppo misto Alberto Tedesco. "Non mi suicido anche se qualcuno vorrebbe - aggiunge l'ex assessore pugliese alla Sanità -. Non farò come Jan Palach, non mi brucerò nella piazza davanti al Parlamento". 


Tedesco ribadisce inoltre che non si dimetterà dal Senato: "Se lo facessi - spiega al "Corriere della Sera" - darei ragione a chi crede che il parlamentare ha una funzione criminogena. Se dovessero dimettersi tutti quelli nelle mie condizioni, il Parlamento sarebbe desertificato. Basta con questa gogna". E aggiunge: "Mi farebbe piacere andare a trovare Papa in cella. Non so se sarebbe contento di vedere me, che sono libero, mentre lui non lo è. La carcerazione preventiva è intollerabile, roba da inquisizione. Sono sollevato per me ma - conclude Tedesco - sono molto rammaricato per il collega Papa".

L'ATTACCO DI MIGLIAVACCA Fulmini sul senatore Alberto Tedesco anche dal coordinatore della segreteria del Partito Democratico Maurizio Migliavacca, dopo le sue parole sulla presidente dell'assemblea Pd Rosy Bindi che gli aveva suggerito le dimissioni da senatore. "Sono inaccettabili e sbagliate le parole utilizzate contro la nostra presidente Rosy Bindi dal senatore Tedesco in alcune interviste apparse sui quotidiani oggi. E' bene che il senatore Tedesco rifletta attentamente sul proprio comportamento", ha affermato Migliavacca.

LA POSIZIONE DI ENRICO LETTA Duro attacco anche dal Vicesegretario del Pd Enrico Letta al senatore Alberto Tedesco, dopo le sue critiche alla presidente del partito Rosy Bindi e a quanti fra i democratici ne hanno chiesto le dimissioni da senatore dopo che l'aula di palazzo Madama ha respinto a scrutinio segreto la richiesta nei suoi confronti di arresti domicialiari che lui invece aveva chiesto di autorizzare. "Sono inopportune e inaccettabili nei toni e nella sostanza - ha affermato il numero due del Pd in una dichiarazione - le parole del senatore Tedesco espresse stamani sui più importanti giornali italiani. Difendo convintamente Rosy Bindi dagli attacchi contenuti nelle interviste di oggi, così come trovo fuori luogo le parole nei confronti di Debora Serracchiani.Ci si sarebbe aspettato che il senatore Tedesco, il giorno dopo del voto al Senato, pensasse ai danni pesanti che il Pd in questa vicenda ha già subito e si comportasse di conseguenza".


22/07/2011




Powered by ScribeFire.

Il senatore ha fatto il doppio gioco. Non può restare, lasci l'incarico"

Il Tempo



Di Pietro va all'attacco: "Con il suo comportamento offende il Parlamento e i cittadini".


di pietro Antonio Di Pietro parla lentamente. Scandisce le parole. Le dosa. Ogni frase che esce dalla sua bocca sembra studiata. Il che non significa rinunciare a giudizi netti. Così, quando gli si chiede cosa pensi del fatto che il senatore Alberto Tedesco, dopo essere stato «salvato» dall'arresto, abbia annunciato che non si dimetterà, l'ex pm risponde secco: «Mi sembra un'ipocrisia. Deve dimettersi. Io, quando ero ministro, l'ho fatto subito. E avevo ricevuto un avviso di garanzia».

Tedesco dice di avere il «dovere di restare». «Io credo che dobbiamo partire da un dato di fatto. Quando un parlamentare viene sottoposto ad un'azione giudiziaria che prevede una misura restrittiva esistono due piani. Il primo è quello della responsabilità penale».

Il secondo? «Il dovere politico. Cioè il dovere di dimostrare che la politica non è il luogo dell'impunità. Invece...»

Invece? «Più passa il tempo è più il Parlamento è diventato il "rifugio" di chi sfugge alla giustizia».

Mercoledì, però, la Camera ha dato via libera all'arresto di Alfonso Papa? «E io credo che sia stata, dopo tanti anni, una prova di grande responsabilità. Non è il Parlamento che deve decidere sulla colpevolezza o l'innocenza. Il nostro compito è verificare se c'è stato un intento persecutorio. Ebbene ho letto l'ordinanza e devo dire che nel caso di Papa questo intento non c'era. Ma ancor meno c'era nel caso-Tedesco».

Ma il Senato ha deciso di salvarlo. «E lui ha detto che resterà al suo posto. Mi sembra un comportamento un po' truffaldino. Per quanto mi riguarda Tedesco non doveva neanche portare l'Aula ad esprimere un voto. La richiesta di votare a favore dell'arresto dimostra già che non vi è stato un fumus persecutionis. Per questo avrebbe dovuto dimettersi e affidarsi alla magistratura. Invece prima ha captato la benevolenza dei colleghi trasformandoli in complici, poi se ne è approfittato. Questo "doppio gioco" è offensivo nei confronti del Parlamento e dei cittadini».

Crede che anche il Pd abbia un po' "giocato"? «Mi sembra che le decisioni prese abbiano dimostrato una certa trasversalità. Alla Camera una parte della maggioranza ha votato con l'opposizione. Al Senato una parte dell'opposizione ha votato con la maggioranza. Colpisce, però, che quell'area del Pd che si definisce moderata e garantista lo sia stata per Tedesco, ma non per Papa. Io rispetto il garantismo, ma deve valere per tutti. Diciamo che lo è stata dove le è convenuto».

E i cittadini? Come pensa leggano questo "doppio gioco"? «Come un regolamento di conti. Purtroppo si è trasformata una vicenda prettamente giudiziaria, in una decisione di tipo politico. Si è generalizzato. Un po' come fa il Capo dello Stato».

Si riferisce alle parole di Napolitano sulla «guerra» tra magistratura e politica? «Credo che non esistano guerre tra bande. Ci sono politici che fanno il loro dovere e altri che non lo fanno. Così come ci sono magistrati che lavorano bene e altri no. Generalizzare mi fa pensare al grido di craxiana memoria "tutti colpevoli, nessun colpevole". C'è il rischio di assolvere comportamenti penalmente perseguibili. Ho trovato le parole di Napolitano, nonostante il rispetto che ho per il suo ruolo, fuori luogo e fuori tempo».

Ma lei non pensa che qualcuno, all'opposizione, abbia usato Papa per colpire Berlusconi? «Non parlerei dell'opposizione. Piuttosto direi che la Lega, con un atto che io chiamo di "resipiscenza operosa", si sia resa conto dello scollamento terribile che esiste tra ciò che proclamano il sabato e la domenica a Pontida, e ciò che fanno a Roma».

Crede che questo voto cambierà qualcosa? «Non è tanto questo voto. Siamo alla vigilia di una rivolta sociale che potrebbe sfociare in un atto di violenza. Siamo alla vigilia delle monetine. Mi sembra di rivivere i tempi del crollo della Prima Repubblica».

Cosa può fare la politica per evitarlo? «Tutti dobbiamo impegnarci per ridare credibilità alla politica. Bastano due piccole regole: tutti i condannati non possono essere candidati, chi è sottoposto a processi, anche se innocente fino a prova contraria, non può ricoprire incarichi né locali, né nazionali. Lei lo sa che il 12% di chi siede in Parlamento ha problemi con la giustizia? Nemmeno nelle peggiori periferie della nostre città si registra una percentuale simile».


Nicola Imberti
22/07/2011




Powered by ScribeFire.

Lo strano caso di Renzo Bossi, delfino chiamato Trota. Eletto al pirellone con la Lega, ma no è militante.

Libero




Renzo Bossi non è un militante della Lega Nord. Incredibile ma vero: solo il 14 luglio scorso la segreteria provinciale di Varese ha ricevuto i documenti con la richiesta di adesione del consigliere regionale. Una domanda che per ora ha superato due ostacoli su tre (cioè il sì della sezione di Gemonio e quello della circoscrizione 2 di Luino) e che adesso attende il via libera definitivo. A dirla tutta, il figlio del leader Umberto s’è iscritto come semplice sostenitore solo nel 2009 - tessera numero 56994 - confermando la scelta l’anno scorso (negli archivi di via Bellerio corrisponde allo 061498). Proprio nel 2010 è stato eletto al Pirellone con quasi 13mila preferenze raccolte in provincia di Brescia. Roberto Libertà, uno dei fratelli minori di Renzo e nato nel 1990, è militante da circa un anno.

Il Carroccio s’è sempre vantato di selezionare con criteri rigidi i suoi seguaci: i militanti, come stabilisce l’articolo 30 dello statuto, «hanno il dovere di partecipare attivamente alla vita associativa del movimento (…). Essi godono del diritto di parola, di voto e di elettorato attivo e passivo» negli organi interni. Renzo non ha avuto corsie preferenziali, precisa il segretario della sezione di Gemonio Andrea Tessarolo, d’altronde «si è sempre impegnato e viene spesso in sede». Il ragazzo ha portato lì la documentazione, ad aprile.

A maggio ha avuto l’ok. Quindi la pratica è finita alla circoscrizione numero 2, che nella geografia lumbard comprende anche il paese di residenza del leader padano e della sua famiglia. La richiesta del rampollo è stata approvata dal direttivo l’8 giugno ed è stata trasmessa al provinciale: «La militanza non è un regalo ma una cosa seria» chiarisce il segretario di circoscrizione Antonio Sala, quindi «è normale» che Bossi junior stia seguendo tutta la trafila.

Il consigliere regionale, soprannominato Trota dal padre Umberto, scrive nero su bianco di meritarsi la militanza perché ha fatto «volantinaggio», oltre alla «partecipazione attiva al movimento». Per il futuro, fa sapere che vuole «sviluppare e far progredire le idee politiche del movimento per raggiungere gli scopi che la Lega Nord vorrà raggiungere». Ricorda di essere diplomato. E come professione annuncia: sono «consigliere regionale presso la Regione Lombardia».

Chissà cosa ne pensa il Senatur. Perché se il riccioluto consigliere classe 1988 non sta ricevendo favoritismi per ottenere la militanza, di sicuro non ha trovato ostacoli nella corsa al Pirellone. Anche se l’anno scorso Bossi senior aveva deciso una stretta sui candidati. In un documento datato 18 ottobre 2010 e trasmesso da via Bellerio con la firma di Gianfranco Salmoiraghi per la segreteria organizzativa federale, il leader stabiliva che per presentarsi al giudizio degli elettori era necessaria «un’anzianità di militanza» che per Regionali e Politiche è stata fissata addirittura a tre anni. Due anni per i comuni con più di 15mila abitanti e le Province. Dodici mesi per i paesi più piccoli.

Renzo è un raccomandato, quindi? Macché. Ribadisce Sala: «Di solito avviene che se una persona ha lavorato bene viene premiata lo stesso con la candidatura», e comunque il giro di vite imposto dal leader «è successivo» alla discesa in campo del Trota. Per il segretario provinciale Stefano Candiani, «come tutti gli altri iscritti, anche Renzo Bossi ha il diritto di chiedere la militanza». Certo, «il suo nome farà scattare le solite speculazioni giornalistiche…». Il giovane non è neanche fortunato, perché la sua richiesta piomba in un momento incandescente.

Entro la fine dell’anno ci sarà il congresso per scegliere il nuovo leader locale e il resto del direttivo. In tutto, diciassette persone. Fino a questo momento, la Lega varesina è stata in mano al maroniano doc Candiani, ferocemente avversato dai fedelissimi del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, esponente del cosiddetto cerchio magico che circonda il Senatur e che fa capo alla moglie Manuela Marrone. Attualmente, i numeri sono dalla parte di Candiani, con 15 persone contro 2.

Ma al congresso, salvo sorprese, i rapporti di forza saranno più equilibrati. Proprio per questo è già scattata una lotta sotterranea: i vertici hanno deciso che chi è diventato militante all’ultimo minuto (come Renzo) non avrà diritto di voto. Ma alcuni leghisti che non si sono ricordati di chiedere il rinnovo della tessera entro la fine di giugno sono stati stoppati e rischiano di restare fuori dai giochi. Un intoppo burocratico che al momento ha messo nel freezer quasi cento militanti sui circa mille in tutta la provincia. Una situazione esplosiva. Dove è precipitato il Trota.


di Matteo Pandini

22/07/2011




Powered by ScribeFire.

Pannella e Bonino, contro il carcere ma per l'arresto Caso Papa: i Radicali calpestano i loro ideali.

Libero




Non siate schematici, non cadete nell’errore di quei buzzurri che dal caso Papa-Tedesco hanno tratto conclusioni affrettate. Allora. I Radicali si battono storicamente contro la carcerazione preventiva, ergo, mercoledì scorso, hanno votato a favore della carcerazione preventiva per Alfonso Papa. Ma forse è una sintesi becera. Riproviamo: dal 20 aprile Marco Pannella faceva lo sciopero della fame per protestare contro la situazione delle carceri, ma ha interrotto lo sciopero, mercoledì, nel giorno in cui il suo partito spediva in carcere Alfonso Papa.

Un po’ brutale anche questa: anche perché Pannella, ufficialmente, ha ripreso a mangiare in ossequio al convegno «Giustizia! In nome della legge e del popolo sovrano» che ci sarà la settimana prossima, e che i Radicali hanno organizzato «per superare l’attuale condizione delle carceri italiane», quelle in cui hanno spedito Alfonso Papa mercoledì scorso. Uhm. Ritentiamo: l’onorevole radicale Rita Bernardini, mercoledì, ha detto che in Italia c’è un uso inaccettabile della carcerazione preventiva e che il Governo in sostanza se ne frega - così come se ne frega che quasi metà dei carcerati sono in attesa di giudizio, e che metà di essi probabilmente verrà assolta - dopodiché ha votato perché tra quei migliaia di carcerati si aggiunga anche Alfonso Papa. Ecco. Forse va aggiunto che ieri Marco Beltrandi e Rita Bernardini - due dei Radicali, quelli che hanno votato a favore del carcere per Alfonso Papa - hanno detto che nei giorni prossimi andranno in carcere a trovare Alfonso Papa. 

Non fosse chiaro - e non è chiaro per niente - va detto che lo schema ha un illustre e dimenticato precedente: proprio il giorno prima del Raphael e delle famigerate monetine contro Craxi, il 29 aprile 1993, Marco Pannella fece un complicato discorso parlamentare in cui disse che i Radicali avrebbero votato per l’autorizzazione a procedere contro il leader socialista: questo dopo averlo strenuamente difeso - nel discorso - e soprattutto dopo che Craxi aveva annoverato Pannella e i Radicali tra i pochi voti sicuri a suo favore. Bettino a quel punto si voltò verso le tribune e allargò le braccia come a dire che era finita: non sapeva che proprio la Lega, nel segreto dell’urna, avrebbe votato a suo favore prima di estrarre cartelli e volantini già preparati. 

Ma tutto questo ora non c’entra, e come detto non bisogna essere schematici. La versione seria e ufficiale dei pannelliani, rispiegata durante la rassegna stampa di Radio Radicale, è che hanno votato a favore dell’arresto perché loro hanno letto le carte, cosa che molti altri non avrebbero fatto. Lo ha spiegato ancora meglio un arrabbiato Benedetto Della Vedova, radicale infiltrato in Futuro e Libertà: «Non accetto lezioni garantiste dal partito della galera», ha detto prima di definire il centrodestra come «ubriacato da una demagogia securitaria e manettara di cui il presidente del Consiglio scopre la crudeltà solo quando ad esserne vittime sono gli amici».

E sin qui, circa il «garantismo trasformistico del centrodestra», tutti i torti Della Vedova non li ha. Poi però dice: «L’Assemblea di Montecitorio non è un Tribunale del Riesame, una sede di appello rispetto alla decisione del giudice competente. Alla Camera spetta invece di verificare e motivare la sussistenza di un fumus persecutionis». E basta. Ed è vero, come aggiunge Dalla Vedova, che difficilmente può esserci sempre. Ma come lo si stabilisce, se c’è o no questo fumus persecutionis? Non solo genericamente «leggendo le carte», ma verificando, giocoforza, che i magistrati abbiano rispettato la lettera della legge, cioè che ci fossero i presupposti per chiedere una carcerazione: i soliti pericolo di fuga, di inquinamento probatorio e di reiterazione del reato.

Dalla Vedova, al pari dei Radicali, ha ricordato di aver presentato una mozione - peraltro approvata dalla Camera - che impegna il governo a proporre «una più severa limitazione del ricorso alla custodia cautelare in carcere». Dimenticando, però, che il ricorso alla custodia cautelare sarebbe già severamente limitato dai cosiddetti principi di adeguatezza (il carcere dev’essere usato solo come extrema ratio) e di proporzionalità (il carcere preventivo, nel caso, dev’essere proporzionato alla sanzione prevista) e che se invece non è così, è un’altra cosa: per esempio potrebbe essere fumus persecutionis. Ma la stiamo facendo difficile. Benedetto della Vedova ha detto che «il garantismo non è un occhio di riguardo per i potenti e uno sguardo distratto per i pezzenti». Il rischio, però, di questi tempi, è che sia uno sguardo distratto per tutti.


di Filippo Facci

22/07/2011




Powered by ScribeFire.

Spider truman? Non capiva nulla di internet, gli ho dato una mano»

Corriere del Mezzogiorno


Caruso, ex deputato: mi ha chiamato oggi per implorarmi di mantenere il riserbo sulla sua identità




Caruso e Spidertruman
Caruso e Spidertruman

«Io non sono Spider Truman». Francesco Caruso smentisce, e lo fa con una nota «ufficiale» su Facebook: non è lui il precario della Camera che svela su internet i privilegi della Casta politica. L'ex deputato comunista sostiene però di aver conosciuto il vero Spider truman ai tempi (2008) in cui era parlamentare a Montecitorio con Rifondazione. «Da allora siamo rimasti in contatto per molto tempo. L'ultima volta che ci siamo visti, tre o quattro mesi fa - racconta l'ex leader no global sannita, oggi ricercatore - stava messo veramente male: dapprima aveva un contratto regolare, poi 900 euro al mese a nero, poi alla fine nemmeno quelli. Era irritato, incazzato, aveva deciso di fargliela pagare. Mi contatta per mail un paio di settimane fa, mi spiega il suo progetto, non capisce molto di internet ma vuole denunciare il suo "datore di lavoro", poi decide che vuole denunciare tutto il marcio del palazzo. Un po' eccessivo nella pretesa, ma non gli dico nulla per non demoralizzarlo».


«PERICOLO POPULISMO» - Il «V per vendetta» tricolore era un po' a digiuno di tecnologia web. Perciò Caruso gli ha dato una grossa mano «per fare il blog, il profilo Facebook», ma, ammette, «non pensavo che avrebbe combinato tutto questo casino». Aggiunge: «Mi ha chiamato oggi per implorarmi di mantenere il massimo riserbo sulla sua identità. Io posso solo dire che ritengo la sua battaglia sacrosanta, anche se rischia di scivolare verso una banalizzazione demagogico-populista. È vero che i deputati guadagnano troppo ed è vergognoso che chiedano sacrifici a tutti tranne che a loro stessi. Tuttavia - conclude - ritengo che siano sempre sbagliate le facili generalizzazioni».

Yoani Sanchez
Yoani Sanchez

LE DENUNCE SUI BLOG, DALLA CINA A CUBA - La denuncia del precario mascherato italiano ricorda le iniziative, coraggiose, di altri blogger nel mondo. Dalla Cina a Cuba.


Yoani Sanchez svela da anni le contraddizioni del potere castrista (celebre il suo post: «Ci avete fatto caso? Siamo un'isola ma non ci sono barche in mare»), svenandosi per pagare la connessione, che all'Avana è praticamente riservata ai turisti e costa un occhio della testa. Nel 2007 a Pechino venne arrestato il blogger 34enne Hu Jia, per «sovvertimento del potere dello Stato». Il primo di una lunga serie di militanti web minacciati e fermati dal regime.

Alessandro Chetta
22 luglio 2011



Powered by ScribeFire.

Libri, stop agli sconti selvaggi on line: nuova legge vieta quelli superiori al 15%

Il Mattino

Senato vara provvedimento per disciplinare prezzi e tutelare piccole librerie. Penalizzati i grandi siti come Amazon e Ibs



ROMA - L’obiettivo è tutelare l’editoria e le piccole librerie; ma ad essere penalizzati potrebbero essere soprattutto coloro che acquistano libri on line, con risparmi a volte non trascurabili. Una nuova legge approvata dal Senato a larghissima maggioranza disciplina il prezzo dei libri, e prevede in particolare il divieto di applicare sconti superiori al 15 per cento, salvo limitate eccezioni in caso di campagne promozionali. Inoltre le promozioni non saranno possibili nel mese di dicembre, cioè quello in cui si vendono più libri. Saranno esenti dal tetto solo i libri usati, quelli antichi e quelli posti fuori catalogo.

Le nuove regole entrano in vigore il primo settembre: è probabile che abbiano un impatto soprattutto sui siti come Amazon, Ibs etc. che oggi praticano sconti spesso superiori al 15 per cento, e che lanciano frequentemente promozioni. Il comma 2 dell'articolo 2 specifica infatti che il tetto del 15 per cento riguarda "la vendita dei libri ai consumatori finali, da chiunque e con qualsiasi modalità effettuata, compresa la vendita per corrispondenza anche nel caso in cui abbia luogo mediante attività di commercio elettronico".

Giovedì 21 Luglio 2011 - 20:31




Powered by ScribeFire.

Tribuna d'Onore? ma quale onore....

I segreti della casta

venerdì 22 luglio 2011


Ammettiamo che pure che i treni, l'autostrada, gli aerei gratis servono al deputato per muoversi per tutto il territorio nazionale al fine di poter esercitare il proprio mandato parlamentare liberamente (e gratuitamente!). Ma qualcuno è in grado di spiegarmi quale sarebbe l'esercizio delle funzioni parlamentari che costoro dovrebbero svolgere attraverso l' "accesso alle Tribune d'Onore in tutte le manifestazioni sportive che si svolgono in Italia".

Non possono pagare il biglietto allo stadio, come tutti  noi comuni mortali??
In questo caso non si tratta di risparmiare qualche milioncino di euro, qui si tratta di avere un briciolo di dignità: riconsegnate queste tessere, invece di fare comunicati stampa dalla Camera dei deputati per balbettare qualche smentita.


spider truman






Powered by ScribeFire.

La sinistra vuole trasformare Giuliani in un eroe Da Pisapia a Vendola, chi vuole la santificazione

di Andrea Indini

La sinistra si ricompatta nel memoriale dei disordini che nel 2001 devastarono Genova. Per Pisapia Carlo Giuliani è un ragazzo innocente che lottava per un futuro migliore. In piazza anche Vendola che l'anno scorso aveva definito il no global morto in piazza Alimonda un eroe al pari di Falcone e Borsellino




Roma - Genova, dieci anni dopo. La sinistra si ricompatta per santificare Carlo Giuliani e trasformarlo in una bandiera della lotta di piazza e di libertà. Un memoriale durato un'intera settimana e che culminerà nella manifestazione di domani alla quale non mancherà il leader del Sel Nichi Vendola. "La sinistra deve uscire dal letargo e deve raccogliere le istanze dei giovani -  ha detto martedì Giuliano Giuliani, padre di Carlo, durante le celebrazioni per il decennale del G8 - il futuro è brutto per questi giovani, ma c’è la voglia di cambiarlo e farlo diventare migliore. I giovani devono diventare protagonisti del cambiamento". Il cambiamento, appunto. Come quello auspicato a Milano dal sindaco Giuliano Pisapia, ex legale della famiglia Giuliani, che vede tutt'oggi nel no global, che ha perso la vita a Genova mentre prendeva d'assalto una camionetta delle forze dell'ordine, un "ragazzo che sognava un futuro migliore". Ed è proprio così che la sinistra cerca di trovare in Giuliani un nuovo vessillo contro il potere.

Con buone probabilità a Giuliani, che in piazza Alimonda indossava un passamontagna e brandiva un estintore per sfondare un defender, questa sinistra di governo non sarebbe piaciuta così tanto. Un'opposizione pronta a votare le missioni all'estero e così poco anarchica fatica ad andare a braccetto con la sinistra radicale e antagonista. Lo sa bene Pisapia che si trova stritolato tra i poteri forti che gli hanno permesso di vincere la corsa a Palazzo Marino e i rifondaroli che vorrebbero azzerare lustri di governo di centrodestra. Far coabitare queste due anime (che di frazionano in una continua lotta tra bande) diventa estremamente difficile. Eppure sembra che il memoriale di Giuliani le abbia inesorabilmente avvicinate. "Verità e giustizia per Genova", è stato lo striscione che ha aperto ieri sera la fiaccolata organizzata per ricordare, a dieci anni di distanza, il sanguinoso biltz della polizia all’interno della scuola Diaz, al tempo sede del Genoa Social Forum. "Ci vuole una rivoluzione culturale - ha detto don Andrea Gallo, fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto - una svolta epocale, quella della scelta della non violenza attiva".

In questi anni, Giuliani è divuto il simbolo dell'escalation di disordini avvenuti mentre i capi di governo dei Paesi industrializzati si riunivano in occasione del G8. "Giuliani non è un esempio nè tantomeno un eroe", tuona il senatore del Pdl Riccardo De Corato invitando Pisapia a chiarire se è i no global sono "il cittadino modello che vuole proporre". Eppure una sinistra sempre meno no global e sempre più globalizzata e globalizzante cerca di farsi scudo dietro alle celebrazioni della resistenza al G8 per rilanciare, in un momento in cui la congiuntura economica è sempre più instabile, la rivolta sociale. Ne è profondamente convinto Vendola che l'anno scorso aveva paragonato Giuliano ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, definendoli "eroi dei giorni nostri". Il leader di Sel parla di un "eroe ragazzino" morto a Genova quando "una generazione perse l'innocenza e fece i suoi conti con la morte". Dopo aver accusato la politica e la magistratura di non aver mai fatto luce sui fatti, anche Oliviero Diliberto si lascia andare all'amarcord: "Con Giuliani se ne andarono le ragioni di quelle centinaia di migliaia di ragazze e ragazze che a Genova chiedevano una società più giusta ed un mondo migliore".

Il centrodestra non ci sta e accusa la sinistra di dimenticare le vere vittime degli scontro del 2001, cioè le forze dell'ordine che in quesi giorni hanno difeso la città dalla guerriglia dei black bloc. Mentre infatti, il sindaco Marta Vincenzi conferisce la cittadinanza onoraria a un giornalista inglese ferito durante l’irruzione alla Diaz, il Pdl torna a chiedere a gran voce di ricordare anche gli agent. "Solo quando si userà pari trattamento a tutte le vittime del G8, servitori dello Stato in primis - spiega il responsabile sicurezza pdl, Gianni Plinio - sarà possibile aspirare a diventare un Paese normale.





Powered by ScribeFire.

Contrordine, presidente! Napolitano ora difende le toghe

di Redazione

Giorgio Napolitano fa marcia indietro e precisa di non aver mai invaso uno spazio diverso da quello che il suo ruolo istituzionale gli chiede. Il richiamo pronunciato ieri sulla riforma della giustizia e sulle intercettazioni, quindi, non era affatto riferito all’autorizzazione all’arresto di Alfonso Papa concessa dalla Camera: "Non commentavo libere decisioni del Parlamento che sempre rispetto. Ho richiamato a comportamenti che non offuschino la credibilità e il prestigio dei magistrati e non indeboliscano l’efficacia dei loro interventi a tutela della legalità"




Roma - Giorgio Napolitano fa marcia indietro e precisa di non aver mai invaso uno spazio diverso da quello che il suo ruolo istituzionale gli chiede. Il richiamo pronunciato ieri sulla riforma della giustizia e sulle intercettazioni, quindi, non era affatto riferito all’autorizzazione all’arresto di Alfonso Papa concessa dalla Camera: "Non commentavo libere decisioni del Parlamento che sempre rispetto. Ho richiamato a comportamenti che non offuschino la credibilità e il prestigio dei magistrati e non indeboliscano l’efficacia dei loro interventi a tutela della legalità".

Gli attacchi ai magistrati Il monito del presidente della Repubblica quindi era solo un invito ai giudici che devono essere "inappuntabili" per contrastare "attacchi inammissibili alla magistratura", disinnescando così "un fuorviante conflitto" con la politica. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante la cerimonia del Ventaglio al Quirinale.





Powered by ScribeFire.