giovedì 21 luglio 2011

C'è Caruso dietro «Spider Truman»

Corriere della sera

L'ex deputato di Rifondazione Comunista ha ammesso di aver dato una mano al blogger anti-Casta



MILANO - Ore 14.21. Francesco Caruso gira voce che «Spider Truman» sia lei, conferma? «Io?». Pausa. Lunga pausa. «No, non sono io. In questo momento sono in Spagna e ammetto di non saperne molto di questa cosa». Però c’è un blogger che l'avrebbe smascherata. Ha fatto tutto un giro sulla sua casella di posta e alla fine dice di essere risalito al suo profilo Facebook. Ancora una pausa. «Ah sì? Mah, guardi, io in realtà non c’entro nulla. Se vuole ci vediamo e ne parliamo a Genova, in occasione della commemorazione per i fatti del G8».

PRIMA CHIAMATA - Clic. La telefonata finisce così. Sul web, intanto, le voci si fanno sempre più insistenti. Francesco Caruso, «no global», ex parlamentare di Rifondazione comunista, compirà 37 anni il prossimo mese e con lo «Spider Truman» intervistato da questo giornale condivide l’età, le origini meridionali e la presenza nel capoluogo ligure questo fine settimana.

E allora insistiamo ancora. Ore 15.50. Francesco, lo ammetta, è lei «Spider Truman». Sospiro. «Io questo qui in effetti lo conosco, ci siamo incontrati la prima volta a Montecitorio, è un disgraziato». Ma prima ha detto di non saperne nulla. «Eh sì, ma non potevo dirglielo perché non l’avevo chiesto ancora a lui se potevo rendere nota la nostra amicizia». Quindi «Spider Truman» non è lei, ma uno che conosce. «Sì, sì. È un disgraziato, lo ripeto.

Uno che non conosce bene le tecnologie e non è molto alfabetizzato». Però scusi, Francesco, le frasi scritte su Facebook sono abbastanza dotte per uno che tu considera poco alfabetizzato. «Eh, ma infatti io gli ho dato una mano a tirare su tutta 'sta roba». Ah, quindi c’entra anche lei in questa cosa. «Sì, sì. È che lui non è bravo con Internet e allora gli ho dato una mano». Francesco, insistiamo, «Spider Truman» sembra essere proprio lei. Dall’altra parte c’è il silenzio. Lungo, almeno una quindicina di secondi. Poi un altro sospiro. «Senta, facciamo così: mi chiami per le 17.30». Clic.

MEZZA AMMISSIONE - Ore 17.32: il cellulare dell’ex parlamentare risulta spento. Ore 17.38: ancora spento. Ore 17.49: il telefonino dà segnale occupato. Ore 17.50: la voce di una compagnia italiana avverte che il numero non è raggiungibile. Ore 18.02: cellulare ancora spento. Ore 18.11: il cellulare squilla. Pronto, Francesco, finalmente raggiungibile. «Eh sì, mi dica».

Allora possiamo confermarlo: «Spider Truman» è lei. «Eh, ma… Senta io ho solo scritto i post sul blog e su Facebook». Quindi è lei. Quindi non è vero che si tratta di un precario che ha lavorato per quindici anni a Montecitorio e che poi è stato cacciato. «Eh…». Clic. Qui il segnale s’interrompe. Il cellulare è spento. Fino alle 19.15. Quando Caruso, tornato in Italia nel giro di un’ora, promette di farci parlare in serata con il vero «Spider Truman».

Intanto alle accuse del blogger «anti casta» ha replicato Nunzia De Girolamo, la parlamentare 35enne del Popolo della Libertà. «Caro Spider Truman, ti scrivo mettendoci la "faccia", come tutte le persone che stanno commentando i tuoi “segreti”», esordisce in una lunga lettera al Corriere della Sera. «Io pago le multe, non ho auto blu e ho acquistato la mia autovettura usata senza sconti».

E ancora: «La mia famiglia e i miei amici non hanno mai beneficiato di alcun privilegio, non hanno fatto viaggi gratis né altro. Non ho mai denunciato la perdita di alcunché, sebbene mi sia capitato di smarrire qualcosa». «C’è sicuramente chi abusa del suo ruolo politico o istituzionale», ammette la parlamentare pdl, «ma fortunatamente ci sono tantissime persone perbene che fanno politica per passione e, consentimi la presunzione, tra questi mi ci metto anch’io».



Leonard Berberi
21 luglio 2011 20:02



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Svelato Spider Truman: è Francesco Caruso In rete sono tutti sicuri

di Clarissa Gigante

Sul web spunta una nuova ipotesi: il precario che promette di svelare i segreti della casta è in realtà il no global napoletano




Chi c'è dietro la maschera di SpiderTruman, il sedicente precario che promette da giorni di svelare tutti i segreti della casta di Montecitorio? Secondo la blogosfera altri non è che Francesco Caruso, il no global napoletano e ex parlamentare di Rifondazione auto-definitosi "sovversivo a tempo pieno".
I segreti sono sembrati fin da subito per nulla esclusivi e il precario pare fin troppo esperto di comunicazione e nuovi media per aver passato ben 15 anni da semplice collaboratore dentro Montecitorio. E così in questi giorni le ipotesi si sono susseguite senza sosta: una provocazione, un nuovo progetto editoriale, l'esponente Idv Giacomo Mascia, il Popolo viola... Supposizioni finora senza fondamento, né conferme.
Ora un altro blog - Il mio pensiero, il cui autore resta ugualmente anonimo - prova a dire la sua. Ma stavolta sfrutta la tecnologia (e qualche pecca nella sicurezza di un internet provider) per argomentare con delle prove la sua ipotesi.


Il blogger è riuscito a risalire al nome con un metodo apparentemente semplice: il blog I segreti della casta di Montecitorio, infatti, appare registrato all'indirizzo email rotellinarotta@libero.it. A questo punto, sfruttando un buco nella sicurezza di Libero, è possibile (o meglio era, visto che ora l'indirizzo è un altro) risalire all'indirizzo frontedelparco@libero.it. Quando viene registrato un indirizzo, il provider chiede un indirizzo secondario a cui inviare una nuova password in caso di smarrimento della propria. Nel caso di Libero, però, l'indirizzo secondario è visibile. Inserendolo nella barra di ricerca di Facebook, poi, il risultato è proprio il profilo di Caruso.
Dopo la rivelazione de llmiopensiero, però, Caruso avrebbe cambiato tutti gli indirizzi di riferimento, impedendo a chiunque di ripetere le ricerche. Le immagini pubblicate dal blogger - sempre che non siano state manipolate - lasciano adito a pochi dubbi. Che sia la volta buona? O è un altro buco nell'acqua?
L'ipotesi di Caruso sembra comunque verosimile, anche perché lo stesso SpiderTruman si era dichiarato appartenente all'area no global: "Se volete cercarmi, potete trovarmi a Genova per i 10 anni dal G8".





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Crisi greca: in caso di fallimento la Finlandia vuole il Partenone in garanzia

Corriere della sera

Fonti diplomatiche: Atene possiede 300 miliardi di beni da dare in garanzia tra cui anche l'Acropoli


MILANO - «La storia si ripete due volte, la prima volta come tragedia la seconda come farsa» sosteneva il filosofo Karl Marx in una frase ormai diventata celebre. Il salvataggio della Grecia dalla crisi ha ormai raggiunto sicuramente questo secondo stadio se quello che trapela da fonti diplomatiche è stato mai messo veramente sul piatto.
PRESTITI - Per dare nuovi prestiti alla Grecia, la Finlandia ha, a un certo punto dell'estenuante negoziato europeo, chiesto garanzie in particolari beni dello Stato ellenico: per la precisione l'Acropoli di Atene, il Partenone e alcune isole. Secondo quanto si apprende da fonti diplomatiche, i finlandesi avrebbero posto come «red line» la concessione di garanzie affidabili, e hanno fatto il conto che la Grecia possiede 300 miliardi di euro di beni dello Stato che potrebbero soddisfare questa richiesta. Non è chiaro però ancora cosa succederebbe in caso di default della Grecia. Il Partenone verrebbe venduto o semplicemente trasferito ad Helsinki?



21 luglio 2011 17:09




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Aldo Moro, Imposimato: c'era commando pronto a salvarlo, missione fu annullata

Il Messaggero

«Doveva entrare in azione l'8 o 9 maggio, arrivò contrordine dopo che era stato fatto un sopralluogo in via Montalcini»




ROMA - Ferdinando Imposimato in qualità di legale di Maria Fida Moro, parte offesa nel processo sulla strage di via Fani e il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978, si oppone alla richiesta di archiviazione, chiedendo la prosecuzione delle indagini.

L'ex magistrato racconta all'AdnKronos che esisteva un piano militare per liberare Moro, che doveva essere attuato l'8 o il 9 maggio del 1978 con un blitz pianificato dopo aver ispezionato l'appartamento sopra a quello in cui era prigioniero lo statista, in via Montalcini 8. Ma un contrordine, arrivato all'ultimo momento, blocca l'operazione. Una pista che sembrerebbe legare il caso Moro all'organizzazione Gladio.

«La verità sul caso Moro è più vicina - spiega Imposimato- e vogliamo conoscerla, anche per onorare la memoria dei martiri di via Fani. Senza paura e con fiducia nella giustizia. Ma non c'è giustizia senza verità. La vicenda Moro si riapre perchè esiste una denuncia fatta da un brigadiere della Guardia di Finanza, G.L., che appare persona attendibile. È stato militare dei bersaglieri presso il Battaglione Valbella, di stanza ad Avellino, insieme ad altri 40 commilitoni. Una parte di questi fu portato a Roma, con lo scopo di liberare un “importante uomo politico”. Questo accadeva durante il sequestro Moro, dopo il 20 aprile 1978, data in cui i militari del commando sarebbero arrivati a Roma».

«Quando ho letto la denuncia che mi fu consegnata dallo stesso brigadiere il 7 ottobre 2008 - ricostruisce l'ex magistrato - in presenza di altri due sottufficiali inviati da un colonnello della Finanza di Novara, sono rimasto perplesso, data la gravità delle affermazioni del brigadiere, e ho detto che senza avere dei riscontri al suo racconto, quella storia non poteva essere credibile. Spiegai loro che non ero in grado di fare una verifica, anche perchè -mi fu riferito dal sottufficiale - nel frattempo il Valbella era scomparso, smantellato. Penso che questo Battaglione Valbella poteva essere una struttura di Gladio. Ritengo ci sono tutti gli elementi per fare ulteriori indagini, oltre quelle svolte puntalmente dalla procura della Repubblica di Roma e dalla procura di Novara».
In quella sede «sottolineai anche che bisognava identificare i commilitoni che secondo il brigadiere avevano partecipato alla missione nella capitale. Ho quindi consegnato la denuncia al procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Pietro Saviotti, il 20 novembre 2008, per chiedere una verifica delle circostanze riferite dall'uomo. Ho chiesto che il brigadiere G.L. fosse sentito e di essere informato in caso di una eventuale archiviazione. Allo stesso tempo ho cercato, tra altri atti di cui ero venuto in possesso regolarmente, riguardanti un'altra richiesta di archiviazione disposta dal gip, eventuali conferme o smentite al racconto del sottufficiale della Guardia di Finanza. E ho letto anche gli atti della commissione stragi riguardanti l'inchiesta su Gladio».

«Ho poi esaminato gli atti - spiega l'ex giudice - regolarmente da me acquisiti su autorizzazione del gip di Roma, che riguardavano sia la vicenda di Pierluigi Ravasio
, ex carabiniere paracadutista, che prima aveva parlato, per poi ritrattare, di un mancato intervento per impedire il sequestro Moro, e del colonnello Camillo Guglielmi, presente in via Fani la mattina del 16 marzo '78. Ho analizzato anche i documenti che riguardavano Nino Arconte, che aveva compiuto una speciale missione per andare in Libano e prendere contatti con un agente speciale, in vista della liberazione di Moro. Arconte ha prodotto un documento che è stato ritenuto falso dagli investigatori, ma che io invece reputo fondamentale sottoporre a una perizia tecnico-grafica per stabilirne l'autenticità o meno».

«Altro elemento che ho acquisito - rimarca il Imposimato - riguarda la presenza a Roma della Sas, Special Air Force inglese, durante il sequestro dello statista. Secondo Francesco Cossiga, allora ministro dell'Interno, doveva essere impiegato per la liberazione di Moro. Un riscontro alle dichiarazioni del brigadiere della Guardia di Finanza, che non può aver tratto questa ricostruzione dal mio libro Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il racconto di un giudice, nè può aver preso dagli atti dei processi che non fanno in alcun modo riferimento alla presenza di agenti inglesi nella vicenda Moro».

«Il brigadiere G.L. - spiega Imposimato - viene a sapere che la sua presenza a Roma, insieme ad altri militari, anche stranieri, era finalizzata alla liberazione di questo importante uomo politico. A Roma questa presenza si protrae per 15-20 giorni. Era stato loro detto che l'operazione doveva essere fatta l'8 o il 9 maggio 1978, e avevano capito che lì c'era Moro. Anzi, uomini di questo commando erano stati anche portati in via Montalcini, in un altro edificio vicino a quello in cui era stata individuata la prigione del politico Dc».

Il sottufficiale, sottolinea l'ex giudice, «sostiene di aver visto anche la famiglia che abitava nell'appartamento sovrastante quello in cui era prigioniero Moro. Ma l'8 maggio arriva un ordine superiore: il blitz viene annullato e tutti gli agenti e i militari devono tornare nelle strutture di origine. Nel momento in cui i militari vengono a sapere che l'operazione era stata annullata hanno una reazione perchè avrebbero voluto liberare l'ostaggo. Fu detto loro di dimenticare quello che era successo. E calò il silenzio su tutto».

«A mio avviso - spiega Imposimato - bisogna eliminare qualunque tipo di segreto di Stato sulla vicenda. Un segreto che, invece, è stato posto dall'autorità militare all'elenco dei commilitoni del brigadiere. Occorre poi interrogare gli altri uomini del commando, nel contraddittorio delle parti, come previsto dall'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dall'art. 111 della Costituzione. E bisogna sentire anche tutti i vertici di Gladio per conoscere la sua reale struttura, e se sia possibile che di essa abbiano fatto parte soldati dell'esercito o di altre forze armate, oltre agli agenti del Sismi».

«L'obiettivo - rimarca Imposimato - è capire se era possibile salvare Moro durante la sua prigionia, con un blitz analogo a quello che scattò per liberare il generale Dozier, senza cedere al ricatto delle Brigate Rosse. Ero e sono d'accordo con la linea della fermezza e con quello che ha detto il Presidente Cossiga, ma prova di maggior fermezza sarebbe stato intervenire manu militari per liberare Moro. È questa la pagina che manca e che la famiglia dello statista e direi tutta l'Italia, attende di conoscere per sgomberare il campo da ogni dubbio su quella che, per dirla con il Presidente Ciampi, è stata la più grande tragedia che ha colpito il Paese dalla nascita della Repubblica».

E a chi gli chiede perchè Moro doveva morire, Imposimato replica: «Perchè il suo progetto politico era in contrasto con la strategia dell'America e dell'Unione Sovietica
. Gli americani non potevano accettare un governo con i comunisti nè i sovietici consentire il dialogo comunisti-cattolici, perchè questo avrebbe scardinato il modello dell'Est. A distanza di 33 anni dall'omicidio Moro bisogna avere il coraggio di accettare degli aspetti che non erano conosciuti dagli inquirenti al tempo delle indagini. Ma ora la verità è più vicina».

Giovedì 21 Luglio 2011 - 13:49




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Bimbi tolti ai genitori per un disegno, tutti assolti. La madre: «Che schifo»

Corriere della sera


Il pm aveva chiesto l'assoluzione: «Tutti commisero errori, ma non fu commesso nessun reato penale»




MILANO - I giudici della quinta sezione penale del tribunale di Milano hanno assolto «perché il fatto non sussiste» tutti gli imputati nell'ambito del processo avviato sui fratellini di Basiglio, tolti alla famiglia per un disegno osè. L'assoluzione era prevedibile dopo che lo stesso procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno l'aveva chiesta per i cinque imputati: una preside, due maestre, uno psicologo e un'assistente sociale. Erano accusati, a vario titolo, di falsa testimonianza, falso ideologico e lesioni colpose per i traumi che avrebbero provocato, in particolare al ragazzino di 13 anni. Il pm aveva chiesto l'assoluzione spiegando, nella requisitoria del processo a porte chiuse, che l'allontanamento dei due bambini dai loro genitori è stato profondamente sbagliato e che sono stati commessi tutti gli errori possibili in questa vicenda. Però, aveva sottolineato il magistrato, questi errori non hanno un rilievo penale. Alla lettura della sentenza erano presenti quattro degli imputati, alcuni dei quali sono anche scoppiati a piangere per la gioia e si sono abbracciati.

LA RABBIA DELLA MAMMA - «Non esiste, che schifo, che schifo la legge italiana. Scusatemi eh?!». Così, subito dopo la lettura del dispositivo, la mamma dei due bambini ha commentato la sentenza di assoluzione. «Ma come si permettono? - si è sfogata la mamma -. Hanno rovinato due bambini questi signori qua». In particolare il figlio maggiore, portato via da casa proprio il giorno del suo compleanno, era rimasto traumatizzato. «Il bambino non ha dimenticato il volto di chi l'ha sbattuto in auto, strappato all'abbraccio della madre, minacciato, obbligato — senza riuscirci — a confessare pensieri e azioni mai fatti», aveva raccontato il padre. Più pacato, ma dello stesso tenore, il commento del legale della famiglia, Stefano Toniolo: «Siamo amareggiati, anche se temevamo questo verdetto, fatichiamo a capacitarcene. Leggeremo le motivazioni della sentenza».

LA VICENDA - Il 14 marzo del 2008 la bambina, di 9 anni, e il fratello di 13 anni erano stati tolti ai loro genitori per 69 giorni ed erano strati costretti a vivere in due diverse case d'accoglienza. Gli insegnanti della scuola frequentata dalla piccola, infatti, avevano segnalato ai servizi sociali di aver trovato un mese prima un disegno con allusioni erotiche sotto il banco della bambina. Tra gli operatori scolastici era nato il sospetto di relazioni malsane tra lei e il fratello, ed era partita una segnalazione alle autorità. Poi però, dopo che i bambini erano stati allontanati dalla famiglia, su disposizione del Tribunale per i minorenni, era emerso che a realizzare quel disegno era stata un'altra alunna e attorno al caso dei bimbi di Basiglio si erano mobilitate associazioni e politici, con fiaccolate ed altri eventi. Stando alle indagini coordinate dal pm Marco Ghezzi (poi andato in pensione), la preside e le due maestre avrebbero testimoniato il falso davanti ai magistrati, non raccontando che il disegno era stato fatto da un'altra alunna, pur sapendolo. Secondo il procuratore Forno, invece, gli inquirenti in realtà non glielo avevano mai domandato. Lo psicologo e l'assistente sociale, sempre secondo l'accusa, avrebbero costretto il fratello a confermare i sospetti sul disegno. Da qui l'accusa di lesioni colpose. Per il procuratore Forno però non è stato dimostrato il nesso causale tra le frasi dette dai due imputati al ragazzino e un eventuale trauma psicologico subito.

«NON SOLO PER IL DISEGNO» - «Capisco che è triste, però bisogna uscire dalla banalità con cui è stato trattato questo caso, perché si è parlato di questa vicenda come se l’allontanamento fosse stato disposto sulla base di un disegno e non è così», ha dichiarato l’avvocato Vinicio Nardo, difensore della preside. «La preside viene accusata di non aver parlato del disegno nella relazione ai servizi sociali e nella testimonianza, ma la vicenda è più complicata perché il disegno era solo il corollario necessario all’allontanamento - ha proseguito il legale -. Il comportamento della preside è stato legittimo. Se altri hanno sbagliato... lei non ha sbagliato nel fare quella relazione». Per Nardo, in ogni caso, «la vicenda è triste», ma va considerato che «c’è anche chi ha subito anni di processi».


Redazione online
21 luglio 2011 15:53



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La legge non è uguale per tutti

di Andrea Indini

Nella giustizia italiana valgono due pesi e due misure a seconda che l'esponente sia di centrodestra o di centrosinistra. Lo dimostrano gli ultimi casi. Sebbene le ipotesi di reato fossero ben più pesanti, il pd Tedesco viene salvato (anche grazie ai votoi dell'opposizione). Papa invece è già nel carcere di Poggioreale. A Milano Penati viene accusato di aver preso mazzette per 4 miliardi di lire. Anche Prosperini viene accusato di corruzione, ma lui finisce agli arresti domiciliari 



Roma - In Italia la legge non è uguale per tutti. Se sei del centrodestra sono tutti d'accordo a sbatterti in galera, se sei del centrosinistra invece ti graziano. E' questa la triste verità che emerge dai voti di ieri pomeriggio che hanno spalancato le porte del carcere di Poggioreale per il deputato Pdl Alfonso Papa e hanno salvato il senatore pd Alberto tedesco. Ed è la stessa triste verità che ispira il diverso trattamento concesso a Piergianni Prosperini, l'ex assessore lumbard finito questa mattina ai domiciliari perché accusato di aver ricevuto delle tangenti per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la promozione di eventi in Valtellina, e Filippo Penati, capo della segreteria politica di Bersani indagato perché avrebbe preso mazzette fino a 4 miliardi di lire. Questa è la giustizia all'italiana.
"Ho dimostrato a tutti di essere un uomo, chiedendo di votare per il mio arresto. Ma ora ho il dovere di restare al mio posto, in Senato". A Tedesco non lo sfiora nemmeno l'idea di lasciare la poltrona a Palazzo Madama. Assicura che andrà avanti, puntualizza che aspetterà che la magistratura faccia il suo lavoro e fa sapere che in futuro si batterà per l'abolizione della custodia cautelare. E, mentre il senatore piddì resta in parlamento, Papa ha già passato una notte in carcere. Eppure, come spiega il vicepresidente della Camera Antonio Leone, "a carico di Tedesco sussiste un impianto accusatorio ben più pesante di quello messo insieme per Papa dai pm napoletani".
Finito nell'inchiesta che ha sconvolto la sanità in Puglia, l'ex assessore di Vendola è accusato di corruzione, concussione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio e falso. Nel mirino dei pm di Bari ci sono i presunti appalti truccati e le nomine dei vertici dell'Asl: dal 2005 al 2009 la sinistra pugliese avrebbe, infatti, imposto i primari e gli imprenditori che avrebbero poi dovuto vincere le gare d’appalto. "La prassi politica dello spoil system - si legge nell'ordinanza del gip Giuseppe de Benedictis - era talmente imperante nella sanità regionale da indurre Vendola, pur di sostenere alla nomina a direttore generale di un suo protetto, addirittura a pretendere il cambiamento della legge per superare, con una nuova legge a usum delphini, gli ostacoli che la norma frapponeva alla nomina della persona da lui fortemente voluta".
Di tutt'altro spessore le accuse rivolte a Papa, finito nell'inchiesta P4 portata avanti dai pm Henry Woodcock e Francesco Curcio della procura partenopea. I reati contestati sono: corruzione, concussione, estorsione e favoreggiamento personale. Secondo il gip di Napoli Papa, Luigi Bisignani, Enrico La Monica e Giuseppe Nuzzo "promuovevano, costituivano e prendevano parte a una associazione per delinquere, organizzata e mantenuta in vita allo scopo di commettere un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione e contro l'amministrazione della giustizia". Insomma, per la procura di Napoli Papa avrebbe fatto parte di "un sistema informativo parallelo" al fine di acquisire informazioni sulle indagini e usarle per avanzare "indebite pretese e indebite richieste" sugli indagati.
Per i due politici indagati sono state usate due pesi e due misure diverse. Mentre il Pdl si è dimostrato garantista con entrambi i parlamentari, a Palazzo Madama i numeri ci dicono che tutti i 34 suffragi necessari a negare i domiciliari provengono dalle fila della sinistra.

Insomma, l'opposizione ha usato, come al solito, due pesi e due misure. Proprio come viene fatto dalla magistratura. Risulta infatti emblematico le indagini che, in questi giorni, hanno investito la Lombardia. Filippo Penati ieri, Piergianni Prosperini oggi. Il capo della segreteria politica di Bersani ed ex presidente della Provincia di Milano è indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. L'accusa è di aver preso tangenti per circa 4 miliardi di lire tra il 2001 e il 2002 per la riqualificazione di due ex aree industriali e per i servizi di trasporto dei comuni dell'Alto milanese. Un illecito che Penati avrebbe proseguito fino a dicembre dell'anno scorso. Il decreto di perquisizione firmato dai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia parla di "gravi indizi di colpevolezza", eppure su Penati non grava alcuna misura di custodia cautelare. Gli arresti domiciliari, invece, sono stati dati per la seconda volta all'ex assessore lombardo Prosperini, accusato di corruzione e false fatturazioni in relazione alle tangenti "incassate" per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la promozione di eventi in Valtellina. 
"Il voto di ieri ha dato la conferma della doppia morale della sinistra che vota contro gli avversari politici e salva i suoi sodali". Con queste parole il viceministro Roberto Castelli ha sintetizzato il film andato in scena ieri in parlamento. "Ora si capisce perché i capigruppo Pd si sono lamentati del voto segreto: temevano giustamente che in tanti disobbedissero agli ordini - fa eco il Pdl Lucio Malan - sempre che non fosse tutta una sceneggiata finalizzata a salvare l’ex assessore alla Sanità". D'altra parte, a questo punto, è solo il leader Idv Antonio Di pietro a chiedere a Tedesco di dimostrare un po' di coerenza e dimettersi. Il Pd tace.




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Papponi di stato, puntata 3. Uffici si, lavoratori no.

Libero




Questa storia degli uffici dei deputati è davvero curiosa. Si trovano a Palazzo Marini, tre minuti a piedi da Montecitorio. Per mantenerli, lo Stato paga circa 30 milioni di euro all’anno soltanto di affitto. Una decina di anni fa, il già grande complesso è stato addirittura ampliato, adesso è arrivato a 60mila metri quadrati. E ci credo: il fatto è che i parlamentari non confermati non ne vogliono sapere, di mollare le stanze, dunque passano mesi prima che i nuovi eletti possano avere a disposizione lospazio. Così succede anche a me, Poletti Roberto, onorevole di fresca nomina: «E il mio ufficio?» chiedo. «Un po’ di pazienza, adesso salta fuori». Poi scopro che l’ex titolare deve ancora liberarlo, e nessuno si può permettere di impacchettargli le scartoffie: lo farà lui, quando avrà voglia e tempo.

Gli uffici sono assegnati dai gruppi parlamentari. Ed è un litigio continuo: riunioni su riunioni, trattative estenuanti che sembra la Finanziaria, «a me ne serve uno un po’ più grande», «non datemi quello vicino ai bagni, per favore» e via dicendo. Problemi e lamentele finiscono tutte sul groppone di Giampiero Spagnoli, funzionario storico del gruppo dei Verdi e anche di quello misto, bresciano cui Roma non ha rubato l’accento né la voglia di lavorare: è lui che tranquillizza, media, propone, risolve che neanche Gianni Letta. In ogni caso, l’ufficio assegnato me lo liberano dopo l’estate, a tre mesi dall’elezione. All’inizio, mio vicino di stanza è Massimo Fundarò, ma capisco che la situazione è ancora in evoluzione.

L’onorevole Arnold Cassola, infatti, non la manda giù: dice che il suo, di ufficio, proprio non va bene, pare sia troppo rumoroso, soprattutto a causa di una caldaia sistemata nei paraggi. E insomma, Cassola si mette a far la posta agli altri, controlla le frequenze, cronometra i tempi, conclude che Fundarò il suo lo usa poco e invece per lui sarebbe perfetto. Tra l’altro Cassola è stato eletto in una circoscrizione estera, e questi hanno un po’ la fissa di essere discriminati dai deputati “indigeni”, «ma almeno a noi le preferenze ce le hanno date votando il nostro nome, mica come voi». Alla fine, più che altro per sfinimento generale, la spunta. E trasloca nell’ufficio accanto al mio.

E allora, parliamo del mio nuovo stanzone da deputato: non è niente male. È al terzo piano, stanza numero 321. Due scrivanie, due computer, fax e telefono e stampante, una televisione, un frigorifero. E poi tre armadioni, due sedie-poltroncine di quelle comode, una finestra che dà sul cortile interno. Di cancelleria ce n’è a strafottere: penne, matite, colle stick, forbici, fermagli e graffette e graffettine da graffettare il mondo, sbianchettatori, evidenziatori, persino le gomme blu, quelle per cancellare la penna (e mi chiedo: ma chi è che oggi cancella le cose scritte a penna con la gomma blu, che se non stai attento ti buca anche il foglio? Non lo fanno più nemmeno alle elementari).

E poi carta, un mare di carta, fogli, buste grandi medie e piccole, bloc notes, cartelline: d’istinto, mi vengono in mente le proteste della Polizia, che più volte si è lamentata perché non ne hanno nemmeno per fotocopiare i verbali, o le mamme costrette a portare le risme di carta alla scuola del figlio. Qui invece siamo sommersi, alla faccia dei boschi rasi al suolo, e meno male che siamo i Verdi. Peraltro, scoprirò poi che la fornitura di cancelleria viene rinnovata ogni tre mesi: ti arrivano gli scatoloni pieni di questa roba e non sai dove metterla, perché del resto ne hai usato un decimo se va bene. E gli scatoloni con i ricambi te li spediscono a qualunque indirizzo, anche a casa. Oppure, se hai un’urgenza, vai direttamente al magazzino, nei sotterranei di Montecitorio. E fai scorta.

Il punto è che questi uffici non li usa nessuno. O si è in Aula, oppure in Commissione, magari in trasferta di lavoro, altre volte semplicemente a casa. Senza contare che c’è l’ufficio del gruppo parlamentare, che sbriga pratiche a richiesta. Oppure quello del partito nazionale, che volendo svolge le stesse mansioni. O l’altro del partito regionale, infine il partito cittadino. È così, la politica italiana è tutta un doppione del doppione del doppione. Risultato: ti aggiri per gli eleganti piani di Palazzo Marini, percorri i corridoi arredati con tappeti e quadri e piante, e subito sei immerso nel paradosso di un dedalo di uffici senza alcuna traccia di lavoratori.

Di deputati ne vedi uno ogni tanto, e in genere perché lì ha dato appuntamento all’insegnante di lingua o deve ritirare qualche fax o magari schiacciare un pisolino. I commessi fanno capannello attorno alle scrivanie, scattano in piedi e si danno un contegno quando passa qualcuno, il più delle volte sono costretti a ripiegare sul sudoku. E non si dica che sono io, scansafatiche, a essere allergico alla onorevole scrivania gentilmente messa a disposizione dallo Stato: in questo senso, basta citare tra gli altri un ordine del giorno presentato dalla Rosa nel Pugno, che sottolinea come “ogni deputato dispone di un ufficio ubicato a Palazzo Marini, ma è praticamente impossibile il suo utilizzo durante le giornate di lavoro parlamentare, e per tali uffici, di norma scarsamente utilizzati, la Camera sostiene un costo esorbitante”.

Appunto, è quello che dico anch’io. Per di più, una gentile circolare interna ha il piacere di informarmi che, “per consertirti di svolgere con il supporto di adeguati strumenti tecnologici il mandato elettivo”, lo Stato è pronto a coprire una spesa “per l’acquisto di strumentazioni e materiali informatici inerenti la dotazione di una postazione di lavoro” di 3.000 euro. In sostanza, ci regalano il computer portatile più costoso che ci sia. Poi si sussurra che qualcuno, in quella cifra, riesca a farci stare anche il lettore Dvd o la lavatrice, magari strizzando l’occhio al negoziante mentre compila la ricevuta. Ma questa è certamente un’ignobile insinuazione.

Tra le “dotazioni da ufficio” a disposizione dei deputati c’è poi il collaboratore personale, meglio noto come “portaborse”, termine che non mi piace perché offensivo nei confronti di persone spesso sfruttate, pagate in nero, e magari poi sono loro che redigono i comunicati “contro il precariato” poi diffusi da coloro che si presentano come paladini dei lavoratori senza contratto. Non che io voglia fare il moralista: infatti ne assoldo uno (assumo, in questo caso, è una parola grossa), bravissimo, uno dei tanti studenti che si propongono per arrotondare. Ma mi accorgo che davvero posso farne a meno, e dopo cinque mesi interrompo il rapporto. Interrogativo: faccio bene perché smetto di uniformarmi a una prassi vergognosa, o sono uno stronzo perché lascio a casa lo studente?

Non sono riuscito a rispondermi. Tra l’altro, dopo che la trasmissione Le Iene fa esplodere lo scandalo e tutti fanno gli gnorri, «chi, io? chi, lui?», e Bertinotti tuona, «questi vanno messi in regola!», ecco che subito arriva la segnalazioncina, con il solerte onorevole Evangelisti, dell’Italia dei Valori, che gira a tutti i deputati e senatori “la comunicazione indirizzatami dallo Studio Interlandi che considero in grado di proporre una consulenza professionale adeguata ad affrontare le problematiche inerenti la regolarizzazione del rapporto di lavoro tra i parlamentari ed i propri collaboratori”. Un bel grazie a Evangelisti dai parlamentari e dallo Studio Interlandi.

Dimenticavo: un altro gadget essenziale per il duro lavoro d’ufficio dell’onorevole è il timbro autoinchiostrante. Io non lo sapevo, poi un giorno vedo due deputati che scherzano, lasciano il marchio dappertutto, «guarda il mio», «ma va, io ci ho messo pure capogruppo», sembrano ragazzini. Incuriosito, m’informo. Mi viene spiegato che va richiesto «giù al magazzino» e te lo fanno avere. Ora, non è che la spesa per i timbri dei deputati sia determinante per incrinare ulteriormente il malmesso bilancio statale, ma a che cosa serve? Forse per evitarci anche la fatica di firmare? Dice: ma allora tu ci hai rinunciato. Io? E perché? Chi sono, il più sfigato? E allora, vai col timbro: “On. Roberto Poletti”. E lo piazzo lì, sulla scrivania. L’avrò usato due volte.

A proposito di timbri, alla Camera c’è anche un ufficio postale, si trova vicino all’Aula. E come funzionano bene le Poste, per noi parlamentari: impiegati gentilissimi, quel cartello con scritto “gli onorevoli deputati hanno la priorità”, chissà mai che qualche dipendente si metta in testa di farci fare un minuto di fila. Ogni deputato ha la sua casella, ti mandano un avviso, “c’è posta per lei”, tu vai e ritiri. Se devi inviare a te stesso lettere o plichi o raccomandate fuori sede, francobolli e tasse varie non si pagano. E a Natale, sono gratis anche i biglietti d’auguri, con il simbolo della Camera dei deputati e un’illustrazione d’epoca: “Caro collega, abbiamo il piacere di comunicarti che per le prossime festività natalizie potrai, come di consueto, richiedere la dotazione annuale a te spettante di n. 100 biglietti medioevalis a colori e n. 100 biglietti medioevalis color seppia”. Scopro poi che nel caso non mi piacessero, ho a disposizione 800 euro da spendere entro l’anno per farmi stampare dalla tipografia interna qualunque cosa voglio.

Mica finisce qui: per Palazzo Marini, quello dove si trovano gli uffici, c’è un servizio postale specifico. Nel senso che se per esempio devi ritirare le fondamentali “agende della Camera dei deputati” e ti tocca andare fino a Palazzo Valdina, che si trova a una distanza di metri seicento circa, basta segnalare il problema, e l’agenda la va a prendere e te la porta l’incaricato della società privata che gestisce il servizio. «Ma dài, per un’agenda?». Eh no, perché - come ci comunica la consueta circolare - “la dotazione [ma quante dotazioni abbiamo?] consiste in un’agenda da tavolo personalizzata, un’agendina semestrale in pelle personalizzata e due agendine in pelle”. Cioè, di agende ce ne danno quattro. Quattro a testa, che per 630 deputati fanno 2.520 agende. Poi uno dice che i politici hanno perso il contatto con la realtà: è che noi, con i problemi che fanno imbestialire i normali cittadini, non ci scontriamo mai. La realtà ce la siamo dimenticata.
21/07/2011




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Protagonisti e comprimari, vent'anni di politica giocata sull'area ex Falck

Corriere della sera


Giordano Vimercati, Pietro Di Caterina, Giuseppe Pasini, Pasqualino Di Leva


Bisogna far caso alle carriere. Politiche e imprenditoriali. Più o meno intrecciate. Quelle che sbocciano, si affermano e prosperano su quella che sembrava una sola onda in ascesa, da metà degli Anni Novanta in poi. Carriere di uomini che oggi, quindici anni dopo, si ritrovano tutti insieme di nuovo, con i propri nomi in colonna nell'elenco degli indagati. Protagonisti dell'epoca penatiana delle origini, quella che coincide con la dismissione industriale e il nuovo boom edilizio delle «riqualificazioni». In quell'epoca di rinascita del mattone sulla ruggine delle fabbriche, affonda le radici la carriera politica di Filippo Penati, sindaco di Sesto San Giovanni dal '94 al 2001.



Appena un passo dietro Penati, si dipana l'ascesa dell'uomo che ne sarà storico braccio destro, colui che per via del carattere burbero e del barbone folto negli ambienti della politica locale sarà soprannominato «Rasputin»: Giordano Vimercati. È stato presidente del Consorzio trasporti pubblici di Sesto, poi del Consorzio di recupero degli energetici (Core), infine capo di gabinetto con Penati in Provincia. Al settore trasporti incrocia un altro imprenditore oggi indagato, l'uomo che per la sua azienda di bus ha puntato scelto il nome «Caronte»: Pietro Di Caterina, storicamente legato a Penati e Vimercati. La sua impresa ha conosciuto un lungo momento d'oro, che sempre dalla metà anni Novanta s'è prolungato per un buon decennio. Negli ultimi tempi Di Caterina ha differenziato gli affari, con investimenti nell'edilizia, e la sua «Caronte» è entrata in conflitto con l'Atm sull'assegnazione di alcune linee.

Ambiente chiuso, sistemi di potere stabili, sono anni in cui l'antica teoria del «collateralismo» arriva a una sorta di estremo compimento. Politica ed economia viaggiano sotto braccio, una grande rete dove tutto si tiene e a cui la deindustrializzazione consegna l'area industriale dismessa più grande d'Europa, l'ex Falck. Un nome si impone, Giuseppe Pasini, con una qualche ironica deferenza detto «farfallino» per il vezzo del papillon che non abbandona mai. Ex muratore come i fratelli, poi fonda un'aziendina edile, nell'epoca penatiana si consacra immobiliarista e, con il sostegno delle banche, è il primo acquirente della ex Falck. In passato grande sostenitore di Penati, alla fine si è candidato sindaco contro Oldrini e, oggi, è il grande accusatore nel sistema di tangenti ipotizzato dai magistrati.

Una storia che annovera un altro protagonista, Pasqualino Di Leva, personaggio di lunghissimo corso politico a Sesto, memoria storica del Comune, intelligente e acuto, tifoso del Napoli. Oggi anche lui indagato, come uno degli architetti più influenti della città, Marco Magni: qualche anno fa, i due furono al centro di un dossier anonimo recapitato a tutti i consiglieri comunali, nel quale si indicava un supposto conflitto di interessi perché proprio la figlia di Di Leva lavorava nello studio di Magni. Così le carriere di questi uomini sono scivolate negli anni insieme alla storia di Sesto. Dalla fabbrica al cantiere, da «Stalingrado d'Italia» a «Cementograd» (come dicono i più critici).


Gianni Santucci
21 luglio 2011 12:39



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Hubble scopre una nuova luna di Plutone

Il Messaggero

ROMA - La famiglia dei satelliti che orbitano intorno a Plutone si arricchisce di un nuovo componente: dopo Caronte, Notte e Idra, il teklescopio Hubble ha scoperto una nuova luna, la più piccola, con un diametro compreso tra i 13 e i 34 chilometri, ribattezzata per il momento P4.


La nuova luna, che si trova tra le orbite di Notte e Idra, è stata fotografata per la prima volta il 28 giugno grazie alla nuova Wide Field Camera numero 3 di Hubble. L'avvistamento è stato poi confermato da due osservazioni successive (una il 3 luglio e l'ultima lunedì 18 luglio), suscitando grande entusiasmo tra gli astronomi della Nasa. Il telescopio Hubble, infatti, ha potuto mostrare tutte le sue potenzialità, rendendo visibile un oggetto così piccolo ad una distanza superiore ai 5 miliardi di chilometri.

Per conoscere meglio i dettagli di questo nuovo satellite bisognerà attendere fino al 2015, quando la sonda Nasa New Horizons raggiungerà i dintorni di Plutone per studiare da vicino questi corpi ai confini del Sistema solare. Al momento, comunque, gli astronomi ipotizzano che P4 possa avere una composizione simile a quella dei suoi tre fratelli maggiori. Questi satelliti, infatti, si sarebbero formati agli albori del Sistema solare in seguito all'impatto di Plutone con un altro corpo celeste di simili dimensioni.

Mercoledì 20 Luglio 2011 - 18:31    Ultimo aggiornamento: 18:32




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Le suore del «Buon Pastore» non perdonano il Comune moroso

Corriere del Mezzogiorno

Il credito vantato ammonta a 1,5 milioni. Si cerca di risolvere il problema entro gli inizi di settembre



La media Belvedere
La media Belvedere

NAPOLI - Cercasi scuola disperatamente. Occorre un nuovo edificio, e al più presto possibile, per il plesso «Belvedere» al Vomero. L'istituto è stato sfrattato in maniera improrogabile dai proprietari, le suore del «Buon Pastore», che hanno anche rifiutato di riaprire una nuova trattativa. Il debito ammonterebbe a centinaia di migliaia di euro provocati dal mancato pagamento della precedente amministrazione.

La questione si trascina da mesi con appelli e proteste per consentire ai ragazzi di poter frequentare regolarmente le lezioni. Ora si cerca di risolvere il problema che riguarda 800 bambini e bisogna farlo entro gli inizi di settembre. In campo sarebbero due ipotesi: i locali della Fondazione Martuscelli o l’accorpamento con la succursale in vico Acitillo. La questione della ‘‘ Belvedere’’, però, è la punta di un iceberg che riguarda l’edilizia scolastica cittadina. Nella commissione consiliare congiunta, Scuola e Patrimonio, è emersa una vera e propria emergenza dei fitti passivi. Come afferma il consigliere Alessandro Fucito, ex presidente della commissione, «il debito ammonterebbe complessivamente a circa un milione e mezzo di euro».
Il Vomero rappresenta il quartiere a maggior rischio a causa dell’assenza di strutture pubbliche e l’alta concentrazione di edilizia privata. Un altro istituto a rischio è la scuola materna «Cantico della creature» di via Luca Giordano. Già lo scorso aprile l’ex presidente della Municipalità e attuale presidente del Comitato Valori collinari, Gennaro Capodanno, che aveva fatto appello al cardinale Crescenzio Sepe: «Purtroppo le iniziative messe in campo sinora dai genitori degli allievi e dal corpo docente e non docente perché il quartiere collinare non perda questa struttura, non sembrano aver sortito alcun risultato operativo». Da qui la decisione di creare una pagina sul social network Facebook per dire no alla paventata chiusura del plesso scolastico. Anche nella municipalità Chiaia-San Ferdinando le cose non vanno bene. Alcuni plessi vivono situazioni di sofferenze che fanno preoccupare in vista dell’inizio dell’anno scolastico: «A Chiaia c’è un problema sulla distribuzione degli asili nido», aggiunge Fucito, «o casi come quello del primo circolo statale che ha una succursale in un palazzo affidato alla società della metropolitana. Oppure come a San Ferdinando un primo circolo comunale, eccellenza sul territorio, che non ha richiesto i fondi regionali e si trova in criticità. Serve il coinvolgimento della Provincia e delle Fondazioni».



Giuseppe Manzo
21 luglio 2011




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Voto (non) segreto I deputati non si fidano di se stessi

Corriere della sera

L'ostentazione del sì nel caso Papa evidenzia la malfidenza in Aula

di P. Battista

Il prefetto: vademecum per il turista Via orologi, gioielli e attenzione ai falsi

Corriere del Mezzogiorno

Entro novembre, centro sorvegliato da 15 telecamere e più controlli. «Solo comportamenti prudenziali»




NAPOLI - Telecamere, poliziotti, attraversamenti sicuri, infopoint e un pacchetto di consigli. «A tutti sarà raccomandato di togliere i gioielli e di fare attenzione ai venditori di merci contraffatte e ai cambiavalute». Il prefetto Andrea De Martino sintetizza così le misure messe in campo per la sicurezza dei crocieristi in arrivo nel Porto di Napoli. Il Prefetto di Napoli li definisce «comportamenti prudenziali». «Si tratta - spiega Andrea de Martino - di una serie di consigli che diamo ai turisti che, arrivando a Napoli, faranno bene a togliersi gioielli e orologi importanti, tipo Rolex. Ma dovranno anche evitare di cambiare valuta presso punti non segnalati o acquistare merce presso rivenditori non autorizzati. Merce spesso contraffatta, il che costituisce reato».

Consigli che fanno un po’ sobbalzare, se pronunciati da un rappresentante delle istituzioni e che arrivano al termine di una riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza che si è svolta ieri in Prefettura. All’ordine del giorno la sicurezza e il decoro del Porto. Presenti Polizia (c’è il questore Merolla), Carabinieri, Guardia di Finanza, l’Autorità portuale, il capo di Gabinetto del Comune, l’assessore provinciale Gennaro Ferrara, i rappresentanti degli armatori, Nicola Coccia, amministratore della Terminal Napoli e poi la Camera di Commercio, con Maurizio Maddaloni, e l’Ascom. «In tutte le grandi città occorre essere prudenti, non solo a Napoli», avverte Prefetto che continua, «siamo arrivati alla elaborazione di un progetto che coinvolge attori diversi, che hanno lavorato in sinergia per mettere in sicurezza il Porto».

A ciascuno la sua parte. La Camera di Commercio ha stampato in 150mila copie il vedemecum per il turista dove, fra l’altro, sono contenute le indicazioni per sopravvivere nella giungla metropolitana partenopea. E in quattro punti accoglierà i visitatori per guidarli e assisterli. Sono previsti quindi nuovi occhi elettronici per garantire la sicurezza di turisti e crocieristi, da installare nell'area in prossimità del porto e sul lungomare. Telecamere la cui installazione è finanziata con fondi Pon 2007-2013 che andranno in funzione entro la fine di novembre. Quindici le telecamere nell'area prospiciente al porto e lungo gli itinerari più battuti dai turisti: piazza Municipio, via Duomo, via Medina. Dodici quelle che andranno a rafforzare il sistema nella zona di Mergellina e del lungomare. «Dopo la conclusione della bonifica interna alla stazione marittima - dice il prefetto De Martino - oggi compiamo un ulteriore passo avanti. Si tratta di misure partite in nome della grande capacità di accoglienza della città e che dopo l'aeroporto e il porto, a breve, interesseranno anche la stazione ferroviaria».

Accanto alla videosorveglianza, un incremento della presenza di tutte le forze dell'ordine, sia all'interno che all'esterno del porto nelle zone più turistiche, cui si aggiunge il miglioramento dell'attraversamento pedonale di via Acton dove, da lunedì, partiranno lavori per la realizzazione di una banchina salvagente e l'installazione di segnaletica di sicurezza con segnale luminoso di pericolo, cui si affiancherà cartellonistica con informazioni turistiche. Ai tour operator e alle compagnie di navigazione il compito di fornire ai crocieristi, a bordo della navi, una serie di «dritte». A loro sarà ricordato che avvicinandosi ai venditori abusivi all’esterno del Porto ci si espone a più rischi. Il turista si distrae, si crea confusione e si verificano così una serie di circostanze che rendono il turista più visibile ed esposto al tentativo di borseggio. Un vademecum che, più che rassicurare il viaggiatore, gli fa pensare di essere finito a Kabul. E visto che c’è, forse non vale la pena di scendere in città. La si può sempre osservare - in sicurezza - dal belvedere della nave.


Anna Paola Merone
21 luglio 2011




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Forca e forcone

Il Tempo

La Camera dice sì all’arresto di Papa Tedesco si salva. Ieri abbiamo visto la maggioranza di governo ballare il penultimo tango, il Pdl in preda alla febbre gialla, Berlusconi perdere il controllo della maggioranza che lo sostiene e la Lega di Bossi tramontare per sempre.


Il deputato del Pdl Alfonso Papa Quelli che esultano per la carcerazione di un uomo mi fanno orrore. Alfonso Papa finisce in carcere tra urla e strepiti della piazza mediatica, ma è sempre un presunto innocente a cui viene tolta la libertà, un padre di due bambini che non tornerà a casa ad abbracciare i propri cari. Cosa c’è da esultare per tutto questo? Niente. Mi hanno insegnato ad avere pietas per chi perde. E non lo dimentico. Come non dimenticherò il senatore del Pd Tedesco dire: «Sono innocente, arrestatemi». Sembrava di stare ai tempi del Baffone in cui i condannati dal regime comunista andavano a morire urlando «Viva Stalin». Pazzesco.


La Camera dei deputati ha deciso che le manette per Papa sono cosa buona e giusta, ma non sono le carte investigative ad inchiodarlo, per quelle ci sarà il processo. Le ragioni per cui quel deputato va in prigione sono politiche. Ieri abbiamo visto la maggioranza di governo ballare il penultimo tango, il Pdl in preda alla febbre gialla, Berlusconi perdere il controllo della maggioranza che lo sostiene e la Lega di Bossi tramontare per sempre. L’epicentro del terremoto è al Nord, nel Carroccio, nella leadership consunta del Senatur. Roberto Maroni e il suo gruppo di fedelissimi con il sì all’arresto di Papa ha spezzato definitivamente il «cerchio magico» del padre padrone del partito, sancito l’inizio della fine di Bossi, aperto ufficialmente una nuova stagione nella Lega. La crisi di Bossi ha un riflesso immediato su Berlusconi. L’asse del Nord, le cene ad Arcore tra lui e l’Umberto non sono più sufficienti a garantire ordine e disciplina. D’ora in poi il Cavaliere, se vuole sopravvivere, dovrà tener in buon conto quel che dice e pensa Maroni.


Ora il problema numero uno è quello di evitare di capitolare sulla forca e a colpi di forcone. La forca di un giustizialismo cieco e furente, di una magistratura che riempie il vuoto lasciato da istituzioni moribonde, incapaci di sintonizzarsi con l’elettorato e prive di una reale proposta politica. Il forcone è quello di un’opinione pubblica che ha deciso di rititare la cambiale in bianco data alla maggioranza e all’opposizione parlamentare, di una massa informe che grida il suo scontento, di una protesta contro la Casta che sembra inarrestabile. Un vento di antipolitica che questa classe dirigente non ha voluto ascoltare.


Stanno scorrendo i titoli di cosa. E non sarà un happy end.

 

Mario Sechi

21/07/2011





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Santo Domingo espelle Cacciapuoti In settimana rimpatrio per il manager

Dichiarato fallito il pastificio Amato troppi debiti, l'azienda passa ai curatori

Riesumato e cremato il corpo di Rudolf Hess "Basta pellegrinaggi neonazisti sulla tomba"

Quotidiano.net

Dopo un accordo con gli eredi, i resti dell’ex delfino di Adolf Hitler sono stati riesumati e le ceneri disperse in mare. Ogni 17 agosto, data del suicidio di Hess, c'erano marce nostalgiche sulla sua tomba



La tomba di  Rudolf Hess (Reuters)

Berlino, 21 luglio 2011



La tomba di Rudolf Hess non sara’ piu’ meta di pellegrinaggi di neonazisti. Dopo un accordo con gli eredi, i resti dell’ex delfino di Adolf Hitler sono stati riesumati all’alba di mercoledi’ nel cimitero di Wunsiedel, in Baviera, per essere cremati e dispersi in mare. Lo ha rivelato la Sueddeutsche Zeitung.

La decisione di eliminare la tomba dell’ex gerarca nazista e’ stata presa per evitare le annuali marce nostalgiche nell’anniversario del suicidio di Hess, avvenuto il 17 agosto 1987 nella fortezza berlinese di Spandau dove era rinchiuso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in seguito all’ergastolo comminatogli a Norimberga.

 Per anni la Chiesa evangelica, proprietaria del cimitero in cui Hess era sepolto accanto ai genitori, aveva cercato senza successo di far rimuovere la tomba. Cosi’, con l’imminente scadenza del contratto di locazione ha deciso di non rinnovarlo, favorendo di fatto la dispersione dei resti del luogotenente del Fuehrer.

Una nipote di Hess ha inizialmente protestato contro questa decisione, ma il resto della famiglia ha poi dato il via libera. Il 10 maggio 1941 Rudolf Hess era stato protagonista di un misterioso volo con un aereo Messerschmitt, che l’aveva condotto in Scozia con l’obiettivo di convincere gli inglesi a fare una pace separata con la Germania. Una volta imprigionato dalle autorita’ britanniche, Hess era stato dichiarato malato di mente dai nazisti. I maggiori storici, tra i quali figura il britannico Ian Kershaw, autore di una monumentale biografia di Hitler, ritengono che il volo di Hess venne compiuto all’insaputa del Fuehrer.
agi




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Tangenti, arresti domiciliari per Piergianni Prosperini

Il Giorno

Ordinanza di custodia cautelare anche per un imprenditore della Valtellina. Indagate altre due persone: un dirigente della Regione Lombardia e un funzionario del Consiglio Regionale




Piergianni Prosperini, 64 anni (Newpress)

Milano, 21 luglio 2011

Un nuovo arresto per Piergianni Prosperini. L'ex assessore al Turismo della regione Lombardia è finito ai domiciliari con le accuse di corruzione e false fatturazioni. Ma l'ordinanza di custodia cautelare è stata eseguita anche nei confronti di un imprenditore della Valtellina. Gli arresti sono stati disposti dal gip Andrea Ghinetti.

Nel corso delle indagini, coordinate dai pm Alfredo Robledo e Paolo Storari, ai due è stata contestata l’ipotesi di corruzione legata ad appalti per la costruzione di stand fieristici in occasione della Borsa Internazionale del Turismo (Bit). Sono indagati anche altri due soggetti, entrambi in passato collaboratori del politico, già colpito da un provvedimento di arresto per un altro filone dell’inchiesta. Il primo, attualmente dirigente della Regione Lombardia, è accusato di truffa aggravata ai danni della Regione; il secondo, funzionario del Consiglio Regionale, è stato denunciato per ipotesi di corruzione.  Contestualmente, sono in corso anche sequestri di disponibilità finanziarie nei confronti di due emittenti televisive locali per aver ricevuto commesse regionali dal politico, a seguito di appalti manipolati.

Prosperini era finito in carcere nel 2009 e aveva patteggiato una condanna a 3 anni e 5 mesi per altre vicende di tangenti.




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Cattivo esempio da Fini: paghe aumentate alla camera. E così il risparmio per il prossimo triennio è limitato

Libero



E' cute; le cifre non saranno scritte nero su bianco nei bilanci di Camera e Senato è difficile fidarsi. Anche i tagli sbandierati da Giulio Tremonti sembravano cosa fatta. Poi, sfogliando la manovra, si è scoperto che se ne parla solo dalla prossima legislatura. Anche la correzione di bilancio doveva essere tutta sul lato della spesa, poi la Ragioneria dello Stato ci ha spiegato che il 60% delle risorse arrivano da nuove entrate (in altri termini: tasse) e solo il 40% da sforbiciate alle uscite.

Intendiamoci, con i tagli ai costi della politica non ci si ripiana il debito pubblico, ma sapere che nessuno può permettersi di toccare i ricchi vitalizi di ex parlamentari che, in alcuni casi, hanno lavorato per ben zero giorni non aiuta davvero a condividere l’austerity imposta dal governo. Il concetto, che in questi giorni frulla nella testa di molti italiani, è stato espresso in maniera chiara da Emma Marcegaglia. «È inaccettabile che tutti facciano sacrifici tranne la politica», ha incalzato la presidente di Confindustria. I tagli ai costi della politica vanno «affrontati subito», perché «nel momento in cui si chiedono sacrifici a tutti, la politica deve dare il buon esempio».

Ben vengano, insomma, le proposte che in questi giorni si sono affrettati a presentare sia il presidente della Camera sia quello del Senato. Purché abbiano un seguito. Il balletto sui vertici e controvertici annunciati nei giorni scorsi non promette troppo bene. Prima si era parlato di un conclave bicamerale per tagliare tutto senza pietà. Alla fine, però, si è deciso che ognuno farà da solo. Sia Gianfranco Fini sia Renato Schifani ieri hanno sottoposto i piani ai questori delle rispettive Camere. L’ufficio di presidenza di Montecitorio si riunirà oggi, quello di Palazzo Madama la prossima settimana.

Sulla carta, i progetti sono entrambi ambiziosi. Nel prossimo triennio (includendo tagli già effettuati nei mesi scorsi) Fini promette di risparmiare 170 milioni, Schifani 120. Tenuto conto delle differenti entità dei bilanci dei due rami del Parlamento (quello di Montecitorio è più del doppio, nel 2010 1.224 milioni contro 545), però, la stretta messa in atto da Palazzo Madama appare ben più corposa. Non solo. Tra i risparmi elencati dal Senato risultano anche 10 milioni recuperati grazie al mancato aumento delle retribuzioni del 3,2%, che invece alla Camera, in barba al blocco degli adeguamenti deciso lo scorso anno, è scattato alla fine di giugno (e andrà a regime nel 2013) in base ad un accordo sindacale sulla produttività. Per il resto, entrambe le Camere congeleranno la crescita delle dotazioni (l’adeguamento automatico del bilancio in base all’inflazione), introdurranno il blocco del turn over e quello dell’adeguamento delle pensioni e delle indennità.

Sia Fini sia Schifani, infine, introdurranno anche per i parlamentari la norma di cui si è tanto discusso negli ultimi giorni. E cioè il contributo di solidarietà previsto dalla manovra per le pensioni d’oro. Anche ex senatori ed ex deputati che prendono assegni sopra i 90mila euro si vedranno, da subito, applicare una decurtazione del trattamento del 5%. Per chi è sopra i 150mila euro lordi l’anno il taglio sarà del 10%.

di Sandro Iacometti

21/07/2011




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Tagli alla Casta, Napolitano impari dal "pazzo" Cossiga: L'Espresso lo insultava, lui faceva finta di nulla.

Libero



Il martedì 20 agosto 1991, poco prima delle otto di mattina, il mio telefono di casa cominciò a squillare. Stavo scrivendo e chiesi infastidito: «Chi parla?». Mi rispose un ruggito: «Parla il presidente della Repubblica!». Pensai allo scherzo di un amico e replicai. «Mi rompi le scatole a quest’ora? Lasciami perdere che sto lavorando!». Ma lo sconosciuto si mise a ridere: «Quale scherzo? Sono Cossiga. A Giampà, non riconosci la mia voce?».

 Era davvero il capo dello Stato. Balbettai: «Certo che la riconosco, signor Presidente». Cossiga: «Ci siamo sempre dati del tu e adesso usi il lei? Torniamo al tu. Ti spiego subito: ti ho telefonato per dirti che sei un uomo fortunato!». Domandai: perché fortunato? Cossiga: «Perché stamattina sono di buonumore. E così non mi sono arrabbiato leggendo il tuo articolo sull’Espresso. Quello intitolato “Parola d’ordine: ciccia”. Una vera schifezza!».

 Indagai con cautela: «Perché è una schifezza?». Cossiga: «Perché hai sostenuto  che anch’io mi sono iscritto al Tac, al partito del Tirare a Campare, quello inventato da Andreotti. Puoi dirmi di tutto, Giampà, ma non che ho aderito al Tac o che intendo aderirvi. Stampalo pure sul vostro  Espresso, il giornale di quel megalomane dell’Ingegnere.

Così i lettori vedranno se ti racconto delle balle o no!».
 Il presidente della Repubblica mi chiamava da Pian del Cansiglio, il suo accampamento militare per le battaglie dell’estate. E da quel martedì, il giorno successivo al golpe contro Gorbaciov a Mosca, le battaglie cossighiane ripresero con violenza. Presentando una stupefacente estensione degli obiettivi. Ma sì, Cossiga non raccontava balle. E non si era per niente iscritto al Tac. Anzi, dimostrava di essere entrato in una nuova fase esistenziale: quella del Picconatore.

Cossiga era stato eletto presidente della Repubblica il 24 giugno 1985, al primo scrutinio, quando stava per compiere 57 anni. Veniva dopo Sandro Pertini e il suo settennato iniziò quasi in sordina, da Presidente Notaio. Tanto che il suo gesto più clamoroso apparve quello di restituire la tessera della Dc, il partito nel quale era nato e cresciuto. Trascorsero quattro o cinque anni e Cossiga iniziò a togliersi  “i sassolini dalle scarpe”. Ma non si trattava di un comportamento bizzarro.

“Francè” nutriva un’ambizione: preparare il passaggio dalla repubblica parlamentare, soffocata dal caos partitico, a quella presidenziale. S’illudeva di poter fare il Traghettatore. E cominciò con l’attaccare proprio la Dc. Dipinta come un partito gonfio di estrogeni da potere, incapace di governare l’Italia secondo ideali cristiani. Un conglomerato che a Cossiga ricordava il Pcus, il Partito comunista dell’Unione sovietica. Con una nomenklatura altrettanto intramontabile e arrogante.

Lo strappo vero di Cossiga si manifestò nell’estate 1991, quella della telefonata a me. Dal campo militare sul Cansiglio, il luogo delle sue vacanze, il presidente, bardato da comandante della Forestale, cominciò a menare colpi non soltanto contro la Dc, ma contro tutti.

Spiegò agli inviati dei giornali: «Nella società dello spettacolo, per far sentire la verità, bisogna creare scandalo. Molti penseranno che sono diventato una macchietta. Non è così. Fingo di esserlo pur di far giungere alla gente i miei messaggi». Ci riuscì, parlando quasi tutte le sere alla televisione. E seguendo un copione che doveva aver meditato a lungo.

Cossiga ce l’aveva anticipato nel marzo 1991: «È  venuto il momento di passare dalla commedia al dramma, dalla farsa alla tragedia». In aprile ci ammonì: «Non sono un generale come De Gaulle. Non sono un eroe. Non ho poteri finanziari. Posso soltanto parlare. E parlerò, parlerò, parlerò!». In maggio avvertì il sistema dei media: «Siamo solo agli inizi. Se voi giornalisti pensate di restare disoccupati per causa mia, vi sbagliate di grosso».

All’Espresso  dove lavoravo dal luglio 1991 insieme a Claudio Rinaldi, questo nuovo Cossiga non piaceva per niente. Ci sembrava un presidente di continuo sopra le righe, troppo eccitato, nemico di tutti e amico soltanto di se stesso. E capace di cattiverie feroci nei confronti dei big politici. Ciriaco de Mita era soltanto un giocatore di scopone. Achille Occhetto, Fabio Mussi e Walter Veltroni gli sembravano dei nani, i nipotini falliti di Stalin. Di Andreotti disse: «Spero che frequentare Gheddafi abbia un’influenza benefica su Giulio». Paolo Cirino Pomicino, ministro del Bilancio, era «un analfabeta, dovremmo regalargli una biografia di Keynes, ma prima bisognerebbe fargliela tradurre in napoletano».

Del Pds guidato da Occhetto disse. «Il suo vero programma oscilla tra i campi di concentramento e i campi di rieducazione». E di Stefano Rodotà: «Un ragazzino che dice parolacce per darsi arie da grande». E di Luciano Violante: «È  un piccolo inquisitore sovietico, un Vysinskiy minore». Tralascio le battute al vetriolo sui giornalisti. A noi di via Po regalò questa stoccata: «È  tutta la mattina che chiedo un espresso e mi fanno bere la vostra brodaglia che mi fa venire l’acidità di stomaco».

Dall’Espresso  replicammo a Cossiga con gli interessi. Senza risparmiargli nulla. Una delle nostre copertine lo effigiava urlante. Il titolo diceva: “Fuori controllo”. Anch’io gli dedicai articoli roventi con definizioni ingiuriose. Il Pazzo del Colle. Un Pazzo in motocicletta. Una figura comica, il Super Gabibbo nazionale. Un Sacrestano arrogante. Un matto o un golpista. Il Grande Martello reazionario. Lo Zombi del Quirinale.

Scrivevo del presidente senza nessun riguardo. Volete una citazione? «Cossiga ormai assomiglia a un frenetico samurai che cala a ogni istante la sua spada. O a un dottor Stranamore voglioso di scatenare un conflitto nucleare. In passato avevo difeso il suo diritto di parlare, di non vedersi staccare la spina. Ma oggi da quella spina passa una corrente a centomila volt che brucia tutto, Cossiga per primo. Non ci resta che attendere allibiti che cosa farà per testimoniare la sua disperazione di solitario Uomo del Piccone».

E continuavo così: «Il presidente può bruciarsi sulla piazza del Quirinale come il bonzo di Saigon. O farsi ammazzare in diretta televisiva come il predicatore pazzo di  “Quinto potere”. Ma può anche lasciar libero del tutto il fanatico che vive dentro di lui. Sarà quel demonio interno a suggerirgli il passo finale. Che lo farà entrare nella storia d’Italia come il simbolo di un regime capace soltanto di distruggere se stesso».

Il vertice dell’Espresso, ossia Rinaldi, il sottoscritto, Antonio Padellaro, Toni Pinna e Bruno Manfellotto, si aspettava una denuncia per vilipendio del capo dello Stato. Ma quella ritorsione giudiziaria non arrivò mai. A Cossiga non importava nulla di querelarci. E non autorizzò nessuno a iniziare la procedura per metterci sotto accusa. Gli piaceva battersi ad armi pari. Si considerava un combattente politico, in grado di tutelare da solo la propria immagine, con gli strumenti della polemica politica.

Cossiga lasciò il Quirinale il 28 aprile 1992, con due mesi di anticipo sulla scadenza del settennato. Ma non si ritirò a vita privata. Nominato senatore a vita, seguitò a battagliare in Parlamento e sui media, da uomo libero com’era sempre stato, pure nei momenti più infuocati del suo ruolo di Grande Picconatore.

Devo dargli atto che non serbò nessun rancore ai giornalisti che lo avevano avversato. Con me si comportò con grande generosità. E quando nel 2003 pubblicai “Il sangue dei vinti” fu uno dei rarissimi big politici che difese i miei libri revisionisti sulla guerra civile.

In quegli anni domandai a Cossiga perché non ci avesse denunciati per vilipendio. Lui mi squadrò con un sorriso sornione. E replicò: «Giampà, vuoi una risposta schietta? Se mi fossi deciso a quel passo, avrei fatto un grande favore a Rinaldi, a te e alla banda dell’Espresso. Vi avrei regalato una pubblicità gigantesca e gratuita. E dopo una condanna sareste diventati degli eroi per una buona fetta di opinione pubblica. Non sono mica un fesso: io mi chiamo Francesco Cossiga».


di Giampaolo Pansa

21/07/2011





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No è Libero a ispirare alla gente l'odio per il palazzo. Sono i politici che promettono e non mantengono.

Libero



Come i lettori di Libero sanno, alla Casta non abbiamo mai fatto sconti, anche a prezzo di qualche denuncia come quella di cui abbiamo dato conto ieri. E quando è stato necessario oltre ai nemici abbiamo messo nel mirino anche gli amici, sfidando l’impopolarità fra gli stessi onorevoli del centrodestra, molti dei quali, dopo i servizi dei giorni scorsi, ci considerano alla stregua di traditori passati al servizio del nemico. Qualcuno addirittura ci ha accusato di aizzare la folla contro il Parlamento, dimostrando di non aver capito  che l’opinione pubblica non ha bisogno di nessuno che la solleciti a disprezzare i privilegiati della Casta: sa farlo benissimo da sola.

Ma non è delle denunce e delle inimicizie guadagnate che vi vogliamo parlare: di quelle ce ne siamo fatti e continueremo a farcene una ragione. Diciamo che si tratta di rischi del mestiere, il quale impone un solo rispetto: quello per i lettori, gli unici veri padroni che abbiamo.

Ciò detto veniamo al sodo, ovvero alle furbizie di alcuni esponenti politici che si propongono come leader anti Casta quando in realtà - volontariamente o meno - ne fanno gli interessi più di altri. A chi alludiamo? Tanto per non fare nomi ma solo cognomi, a Di Pietro e soci, i quali strillano contro la politica che occupa troppe poltrone, ma nella pratica riescono a sabotare qualsiasi serio tentativo di mettere alla porta i partiti dalla gestione della cosa pubblica. Prendete per esempio il referendum sull’acqua, quello che il leader dell’Italia dei valori ha appena tenuto a battesimo vincendolo.

Se la norma sulla privatizzazione degli acquedotti non fosse stata abrogata, oggi potremmo sollecitare l’uscita di scena della politica dalle municipalizzate. Ciò vorrebbe dire che alcune migliaia di persone messe ai vertici delle società di servizi pubblici quasi sempre senza averne alcuna competenza, oggi dovrebbero cercarsi un altro lavoro. E lo stipendio non sarebbe più a carico della collettività.

Ma non c’è solo il plebiscito sull’acqua. Insieme alla sinistra, l’ex pm cinque anni fa si batté per cancellare la riforma del centrodestra che riduceva i parlamentari e riformava il bicameralismo perfetto. I progressisti dissero che le norme avrebbero provocato la secessione in quanto ridisegnavano i poteri delle Regioni, ma era una balla buona per i gonzi, i quali abboccarono in massa. Non fosse stata abolita, quella legge oggi avrebbe prodotto un taglio vero alla Casta, che da mille parlamentari sarebbe scesa a poco più di seicento. Sempre troppi? Certo. Ma almeno la riduzione non sarebbe stata solo sulla carta come tuttora è.

I due casi, la privatizzazione dei servizi pubblici e la riforma costituzionale della scorsa legislatura, dimostrano una cosa. Che la Casta non ha colore e tra quanti si battono contro i privilegi ci sono anche tanti furbi. Sarà per questo che ieri una giornalista dell’Unità ha chiesto a Di Pietro se non teme di vedersi tirare le monetine come accadde a Craxi nel 1992. Una domanda alla quale l’ex pm ha risposto: «Noo, io sto dalla parte di chi fa sentire la sua voce. Anche se sto nel Palazzo». Come dicevano i contadini che Tonino ama tanto: scarpe grosse e cervello fino.

di Maurizio Belpietro


21/07/2011




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Caserta, torna a casa la ciocca di capelli di Garibaldi

E in Europa scoppia la guerra del foie gras

di Oscar Grazioli

Scontro sulle pratiche d’allevamento. La Fiera alimentare di Colonia bandisce il paté d’oca e ai ministri di Parigi viene un "fegato così"



I tedeschi sono riusciti a rovinare la festa del 14 luglio ai francesi. Proprio in quel giorno, l’Anuga, uno dei maggiori saloni dell’alimentazione d’Europa che si terrà nella città tedesca di Colonia il prossimo ottobre, ha fatto sapere che non ha nessuna intenzione di ospitare, né per la pubblicità né per la degustazione, padiglioni dove siano esposti prodotti a base di foie gras, il ben noto alimento francese ottenuto tramite il «gavage» di oche e anatre. Si tratta di una procedura d’alimentazione forzata al punto da rendere il fegato malato di steatosi (il cosiddetto fegato grasso), cosa che crea notevoli sofferenze agli animali interessati. La decisione degli organizzatori della rassegna è stata coraggiosamente comunicata dai tedeschi alle autorità francesi e ha sollevato la collera di un’intera nazione, animalisti a parte, che fa di questo fegato, «spappolato dal grasso», uno dei suoi vanti gastronomici e non solo.
Sono subito arrivate poderose le proteste dei produttori presso il ministero dell’Agricoltura francese il quale le ha girate immediatamente ai colleghi di Germania. Non avendo alcuna risposta, si è mosso Bruno Le Maire, ministro francese dell’Agricoltura, che ha indirizzato una velenosa lettera ai colleghi germanici, chiedendo di ritirare il loro divieto. «È molto importante - ha scritto La Maire alla suo collega Ilse Aigner - per i produttori francesi che il foie gras sia presente al salone, anche perché essi rispettano le regole del benessere animale imposte a livello europeo. Sappia che se non sarà revocato il divieto, io stesso non parteciperò all’inaugurazione del salone di Colonia».
E pare proprio che, un po’ per le spinte dei potenti Grünen (i Verdi) e un po’ per gli umori di una popolazione molto avanzata, per quanto riguarda il benessere animale, i tedeschi non ci stiano per nulla ripensando e non tengano in gran conto le minacce del ministro francese. Ora, si stanno muovendo i presidenti delle regioni del Sud Ovest di Francia, dove ci sono gli allevamenti più numerosi e la faccenda sta pian piano degradando verso un potenziale incidente diplomatico.
In Germania da quasi vent’anni il gavage è proibito, nonostante non lo sia la vendita del foie gras, mentre in moltissimi altre nazioni non esiste neanche una legislazione ad hoc, perché è sufficiente ricorrere a quella sul maltrattamento degli animali. Piantare un tubo nella gola di un gatto e farlo mangiare fino a fargli «scoppiare» il fegato è un reato e così lo è per oche e anatre. Esiste peraltro una direttiva dell’Unione europea nella quale si raccomanda la cessazione della pratica del gavage ovunque essa sia ancora praticata. Gli unici paesi europei dove l’alimentazione forzata di oche e anatre è ancora possibile sono Francia, Spagna e Ungheria e, extra Unione europea, Turchia.
Fuori d’Europa, gli Stati Uniti, Israele e la stessa Argentina hanno ritenuto i diritti degli animali prevalenti sulla gola dell’uomo.
Per quanto i cugini d’oltralpe si affannino a dimostrare di seguire le norme del benessere animale, un fegato che aumenta di dieci volte perché un tubo piantato nel gozzo gli porta un pastone semiliquido e ipercalorico ogni giorno, è un fegato malato che non dovrebbe neanche essere messo in commercio. Quanto all’oca, vi lascio immaginare la sua gioia.




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Usa, giustiziato il 'vendicatore' dell'11 settembre Anche una delle sue vittime aveva chiesto clemenza

Quotidiano.net

Subito fopo gli attentati del 2001, Mark Stroman sparò a persone che riteneva originarie del Medio Oriente, uccidendone due. Il terzo, sopravvissuto per miracolo, aveva lanciato un appello perché fosse salvato



New York, 11 settembre

Roma, 21 luglio 2011



Mark Stroman, un americano di 41 anni condannato a morte per due omicidi commessi dopo gli attentati dell’11 settembre, è stato giustiziato in Texas con un’iniezione letale, nonostante l’appello alla clemenza lanciato da una delle sue vittime, sopravvissuta all’aggressione.

Subito dopo gli attentati dell’11 settembre, Stroman prese di mira tre diversi negozi della zona di Dallas, sparando a persone che riteneva originarie del Medio Oriente: uccise così un musulmano pachistano e un indù indiano, mentre una terza persona, originaria del Bangladesh, sopravvisse per miracolo.

Proprio Rai Bhuiyan, che nell’aggressione ha perso l’uso di un occhio, ha lanciato lunedì scorso un appello alla clemenza dall’emittente Usa Cbs, in nome della sua fede islamica. Bhuiyan ha anche accusato il governatore repubblicano del Texas di aver violato i suoi diritti, per non avergli concesso il permesso di visitare Stroman.
Mark Stroman è l’ottava persona giustiziata quest’anno in Texas.




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