martedì 19 luglio 2011

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito

I segreti della casta


Alle reazioni isteriche e polemiche dei politicanti nostrani e dei comunicati dei loro sgherri, al loro tentativo spasmodico di individuare l'identità e "personalizzare" spider truman, non posso che rispondere rispolverando il vecchio detto: QUANDO IL SAGGIO INDICA LA LUNA, LO STOLTO GUARDA IL DITO.





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SpiderTruman non esiste. Come avevamo subito intuito. Dietro c'è Gianfranco Mascia del Popolo Viola e dell'IDV

Valigia blu


In una intervista rilasciata da Gianfranco Mascia, Popolo Viola e IDV, pubblicata oggi da Il Fatto Quotidiano, viene fuori che SpiderTruman non esiste ed è un'operazione di marketing politico contro la casta. Bene, avevamo ragione. I nostri sospetti si sono rivelati fondati. E la migliore risposta agli insulti che ci sono stati rivolti in questi giorni è la semplice verità che è venuta fuori.

Ora però vogliamo andare fino in fondo e chiediamo in nome della trasparenza della relazione tra il cittadino e la politica se l'Onorevole Di Pietro, che ha tempestivamente lanciato una manifestazione anticasta (una manifestazione mai vista, a detta del leader dell'IDV) per fine settembre a poche ore dall'apertura della pagina "I segreti della Casta di Montecitorio", in qualche modo, direttamente o indirettamente, sia dietro a questa macchinazione. 

Perché questa operazione non ci piace? Ve lo spieghiamo con l'analisi fatta da Galatea Vaglio su tutta la vicenda:

"Al momento in cui scrivo questo post questa pagina di Facebook conta più di 200mila fan. E’ stata aperta, si legge nelle informazioni, da un sedicente “precario”, ossia un portaborse, il quale, licenziato dopo quindici anni di onorato servizio, dice di aver deciso di svelare “tutti i segreti della Casta”. Di segreti, in realtà, ce ne sono pochini. Le agevolazioni, le offerte e i canali privilegiati di cui parlamentari e politici godono in virtù del loro ruolo sono in realtà già noti da tempo, grazie a libri e inchieste sui giornali. 

Il fantomatico “portaborse” si limita infatti a scrivere dei post in cui riassume questi privilegi: sconti su auto, tariffe telefoniche agevolate. Tutte cose che in periodi di crisi economica ammetto che facciano un po’ arrabbiare i privati cittadini che si devono pagare tutto, ma che poi, comparate con analoghe tariffe e sconti offerte dalle varie società ai normali dirigenti d’azienda non sono così scandalose. Poco più interessanti i post in cui si spiega come alcuni parlamentari ottengano una scorta non dovuta, o portino mogli e amanti in giro sulle auto blu. Ma anche qua, nulla che non si sapesse: basta dare una scorsa ai libri di Stella e si viene a conoscenza di particolari ben peggiori, e sono citati anche nome e cognome dei politici coinvolti, mentre qui, c’è da dire, nomi e cognomi tragicamente mancano: non solo quelli dei politici, ma anche quello dell’autore dei post. 

Mentre la stampa ha dato gran risalto alla pagina di Facebook del sedicente ex portaborse, affrettandosi a dichiaralo “il nuovo Assange anticasta” e pare dare per scontato la veridicità della storia da lui raccontata (qui il Corriere e qui la Stampa) la Rete, quella che è sempre accusata di saper creare solo bufale, dimostra invece di avere una straordinaria capacità di creare anche gli anticorpi alle stesse: Arianna Ciccone subodora qualcosa che non torna nell’operazione, e altri giornali, messi sull’avviso dal tam tam web si chiedono se non vi sia dietro qualche abile manovra di marketing. 

Il sedicente ex portaborse, intanto, apre un blog ed un account su Twitter, dicendosi spaventato che lo si voglia “zittire” a causa di presunte minacce a lui giunte di chiusura della pagina di FB. Si fa accenno ad imprecisate “violazioni del copyright”, ma non è chiaro a cosa ci si possa mai riferire. Il precario stesso, per quanto invitato nei commenti a chiarire, non risponde; anzi, per la verità, a parte le comunicazioni tramite lo status e i link a nuove note, non replica proprio e non interagisce con i suoi fan. 

Da qualche accenno sparso in rete su altri siti e sui SN, però, pare che i commenti in cui alcuni esprimano dubbi o chiedano maggiori informazioni vengano anzi prontamente cassati. Quelli rimasti in calce ai post sono numerosissimi e tutti entusiasti. I fan del “precario” infatti si distinguono per l’assoluta mancanza di dubbi su quanto viene loro raccontato. Non tanto sulla sostanza dei post, ma sull’identità di chi racconta questi fatti. In breve, la storia del precario licenziato scritta sul box viene presa per vera senza alcuna ulteriore verifica. A nessuno dei fan viene in mente che, non essendoci un nome e un cognome, né nessun indizio riguardante la regione di provenienza, non vi è la minima certezza né alcuna maniera di verificare che l’autore della pagina sia davvero un ex portaborse di Montecitorio e non una parrucchiera bontempona di Trento, per dire. 

Alcuni, più sgamati, dimostrano in realtà di non considerare importante se la biografia raccontata dal precario sia vera o falsa. In altri blog o pagine di google+, come la mia, dove si apre un dibattito, arrivano a dire che non è importante sapere se il precario esista o meno, perché l’importante è che serva a far scoppiare una sommossa popolare, a svegliare le coscienze. Se per far questo bisogna ricorrere all’espediente di qualcuno che racconta una biografia falsa in rete, è a fin di bene. Man mano che i fan aumentano, sulla pagina di Facebook si assiste ad una deriva nei commenti: mentre i primi erano solo di schifo profondo per quanto veniva raccontato, negli ultimi si arrivano ad invocare “ghigliottine”, “rivoluzioni”, e c’è chi definisce il fantomatico precario un “eroe”, uno “con le palle”. Il tutto senza che ancora sia stata data dall’”eroe” una sola prova della sua esistenza reale. 

In pratica, potrebbe davvero trattarsi di una parrucchiera di Trento che ha letto e riassunto bene i libri di Gian Antonio Stella, di Pansa e qualche altra inchiesta affine, anche se il sospetto più fondato, dato l’aggiornamento costante della pagina, la velocità con cui le redazioni dei giornali sono state avvertite della “messa on line” del materiale ancora prima che il precario sbarcasse su Facebook, fanno pensare ad un collettivo di persone che si san muovere bene su internet e tengono monitorata costantemente la rete. 

Ieri alle 13 Spider Truman – che nel frattempo si è scelto come avatar la foto di V per Vendetta – esce con questo post, in cui dice di voler svelare la sua identità, ma poi, in realtà, in pratica svela la beffa: Spider Truman non esiste, o meglio dovrebbe incarnare (non si sa a che titolo) tutti gli “sfruttati” della società. Con un tono apocalittico ma ingiustificato – dato la pochezza delle “rivelazioni” fatte – evoca una rivoluzione vaga e di là da venire. Alcuni dei commenti cominciano ad essere fortemente critici, ma la maggior parte è entusiasta.

In certuni si continua a far riferimento ad una fantomatica “censura” da parte di Facebook, addirittura chiedendo il boicottaggio di FB. Censura che però non è mai avvenuta, e non ci sono nemmeno prove che sia nemmeno stata mai minacciata, ma ormai, per taluni fan, è diventata un dato di fatto incontrovertibile. Nonostante il fantomatico precario non abbia dato indicazioni su cosa praticamente voglia fare, si moltiplicano nei commenti anche i suggerimenti a organizzare manifestazioni e occupazioni. Suggerimenti che per ora cadono nel vuoto, perché il “precario” non risponde. 

La Rete e le bufale. Stando a quanto è avvenuto, è per lo meno impreciso dire che “la rete” ha appoggiato in modo acritico il “precario”, o si è bevuta senza controllo la storia. In realtà, come si è visto, le prime voci scettiche ed inchieste serie sulla vicenda sono partite proprio dalla “rete” stessa, o meglio da alcuni blogger, mentre la stampa tradizionale si è dimostrata molto più propensa a riportare la storia senza alcun controllo reale su quanto veniva affermato, più interessata, forse, sulle prime, all’aspetto “folkloristico” della cosa che ad una indagine seria su quello che veniva detto dagli autori della pagina facebook.

La “rete” intesa come entità omogenea, non esiste: esistono persone che scrivono e si muovono sulla rete. Alcuni di questi, come il gruppo dietro al “precario”, conoscendo i meccanismi pubblicitari li sfruttano per creare storie acchiappaaudience. Ma le tecniche usate, anche se declinate sul web, sono simili a quelle che vengono usate dal marketing per qualsiasi altro ambito. 
La “rete” semmai – o meglio: alcuni blogger che operano in essa – hanno capito ben prima dei media tradizionali che qualcosa non tornava nelle affermazioni proposte e si sono mossi più speditamente ed in maniera più incisiva dei giornalisti “professionisti” (distinzione peraltro anche difficile da fare: Arianna Ciccone è una giornalista). 

La credibilità dell’eroe
Fra i fan del precario in larga parte però si nota l’assoluta incapacità di distinguere fra una storia “falsa” e una “verificata”. Il grosso pubblico – formato, si noti, anche da persone mediamente “colte” – dimostra di prendere per oro colato le affermazioni del “precario” sulle presunte pressioni o possibili censure e rischi da lui corsi, nonostante l’assurdità di queste affermazioni sia palese (la pagina di FB non è stata chiusa, è ancora là; i post vaghi che ha pubblicato, pieni di notizie ampiamente pubbliche, non possono in alcun caso essere oggetto di querela da parte di nessuno, il precario non ha alcun bisogno di postare da sconosciuti internet point come un agente segreto braccato, eccetera). Una volta assunto il “precario” come eroe, i fan in pratica abdicano ad ogni filtro razionale sulle sue affermazioni, ed anzi paiono affascinati quanto più queste si colorano di aspetti da fumetto o da romanzo d’appendice.

La Rivoluzione non è un pranzo di gala, ma è affascinante solo se sembra una brutta puntata della Primula Rossa. I fan, inoltre, sembrano del tutto insensibili al fatto che il presunto loro eroe in realtà non ha ancora fatto nulla di “eroico”: non ha rivelato scottanti segreti, non ha rischiato nulla, non ha neppure proposto e fatto girare un qualche “programma” concreto. Neppure risponde in pratica alle loro sollecitazioni o idee. In questo il “precario” è una sorta di Beppe Grillo all’ennesima potenza. Beppe Grillo, infatti, è una persona reale che ha messo in piedi un movimento reale partendo dalla rete; il “precario” è una figura totalmente virtuale e senza back ground, e nemmeno interagisce con i fan. Eppure è incredibile come sul sito si moltiplichino i commenti di chi “vuole dare una mano” e si offre per mobilitarsi. Per cosa, non si sa. 

Il complesso della collana della Regina
Altrettanto interessanti sono coloro che, pur subodorando che si tratti di una bufala, però dicono che è meglio, perché tutto quanto serva a far scoppiare l’ira contro la casta, anche una manifesta operazione montata ad arte, va bene. Qua siamo dalle parti dei pamphlet rivoluzionari contro Maria Antonietta, che spesso inventavano ad usum populi incredibili storie di corruzione alla corte di Francia, tipo la vicenda della Collana della Regina.

Anche qua, il “virtuale” vince il reale: in un momento in cui per trovare vere storie di malaffare, molto più pesanti di quelle citate dal fantomatico precario e con tanto di nomi e cognomi verificabili, basta guardare le prime pagine dei giornali, la storia che conquista è quella del fantomatico precario, non tanto per quello che racconta, ma per come è raccontata e impacchettata. L’indignazione è vincolata ad una narrazione affascinante creata da un personaggio con tratti avventurosi. 

Il disprezzo intrinseco per le masse. 
C’è da domandarsi però se coloro che plaudono a questo tipo di spettacolarizzazione come “mezzo” per calamitare le masse e portarle verso una “rivoluzione anticasta” si rendano conto che così agiscono esattamente come coloro che odiano: manipolano il consenso popolare, spingendo una torma di individui a mobilitarsi per una narrazione fasulla. 
A voler fare una analisi politica, usare la falsa storia del precario per suscitare indignazione anziché usare una storia reale è una operazione che denota una un dispregio totale nella capacità del “popolo” di sapersi mobilitare per le cause “giuste”. Più che una rivoluzione dal basso, chi usa una storia simile per creare attorno a sé consenso si dimostra parte di una élite che vuole usare la massa per arrivare ad una qualche forma di potere. Insomma, è una operazione che, nei suoi tratti distintivi di fondo, non è pensata per abbattere “la casta”. Solo per sostituire una casta ad un’altra, semmai".



@valigia blu - riproduzione consigliata




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Noi attacchiamo la casta... e i pm ci indagano.

Libero





La Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, per il reato di "offesa all'onore o al prestigio del Capo dello Stato". L'iscrizione è stata decisa dal Procuratore Capo, Edmondo Bruti Liberati, in relazione alla pubblicazione di una vignetta dal titolo 'Assedio ai papponi di Stato', in prima pagina su Libero di oggi, martedì 19 luglio, dove è raffigurato, tra gli altri, proprio il volto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La Procura ha trasmesso al ministro della Giustizia, richiesta di autorizzazione a procedere come prevede il reato contestato al giornalista.


19/07/2011





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Dentro il palazzo un'oschestra sinfonica di pianisti, fuori tante voci isolate e stonate: UNIAMOCI E LOTTIAMO

I segreti della casta

(parte 1)


E' bastato poco per farli intimorire.
Tante voci isolate di indignazione non fanno paura, ma se diventano un coro unico e assordante, allora i potenti iniziano a tremare.


In questi giorni il vento sta cambiando, ora forse è giunto finalmente il momento  che - per citare Thomas Jefferson - "non sono più i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli".

Spider Truman c'entra poco e nulla.

E' la loro tracotanza che ha provocato quest'ondata di indignazione.
Hanno deciso, in modo unanime, di rispondere alle aspettative degli avvoltoi della finanza internazionale con la stessa intensità con la quale hanno ignorato e continuano a ignorare le aspettative e i bisogni del popolo.

Hanno deciso di rastrellare 70 miliardi dalle tasche della povera gente: tagli alla spesa sociale, alle pensioni, agli stipendi, senza intaccare minimamente nè i loro privilegi, nè le rendite stramilionarie loro e dei loro amici, di quella  "casta" di intoccabbili che pagano meno tasse di un pensionato al minimo, avendo conti correnti, yacht e titoli azionari nei loro sicuri e protetti paradisi fiscali.

In questi giorni sgomitano davanti alla televisione per dire che loro sono sempre stati contro i privilegi, il solito fumo senza arrosto: la proposta di riforma del ministro Calderoli è l'ennesima dimostrazione della loro ipocrisia.

Questi signori tentano di truffare e imbrogliare, sperando di far leva sull'ignoranza, ma contro la potenza orizzontale della comunicazione telematica possono far poco e nulla.
In sintesi: visto che non vogliono tagliare i loro stipendi, propongono di tagliare i parlamentari.

Un poco di penoes in meno, per calmare le acque.

C'è uno squallido tentativo di confondere i costi della politica con i costi della democrazia: il problema non è il numero dei deputati, ma quello che fanno (o meglio quello che non fanno) e quello che guadagnano per questo "servizio" sempre meno pubblico e sempre più privato.

Vogliono giocare sull'indignazione popolare per favorire un ulteriore svolta autoritaria: "basta con 630 fannulloni che rubano lo stipendio, bastano pochi e buoni, anzi ne basta anche uno solo!", capovolgendo una battaglia per la trasparenza e la democrazia, in una battaglia per il plebiscitarismo autoritario di cui questo paese ha già avuto, in tempi passati e in tempi recenti, modo di saggiare i disastri che comporta.

caro Calderoli non è questo il punto: non è tanto un problema di quantità dei deputati, ma della quantità delle loro indennità (e dei loro privilegi) e ancor più della loro qualità.
C'è una degenerazione nella classe politica parlamentare del nostro paese che non trova fine: io sono sempre stato affascinato dai nostri padri costituenti, gente semplice ma anche colta, senza frinzoli per la testa se non i loro ideali di qualunque colore politico, gente che viaggiava di notte nelle cuccette dei treni per raggiungere Roma e non nelle auto blu, che prima di sedere in parlamento ha combattutto sui monti con le armi in pugno per la democrazia, che ha vissuto il carcere, l'esilio, la lotta clandestina.

Oggi siamo a un parlamento di nominati la cui forza è data dalla compravendita dei proprio voto, dalle tangenti che riescono a incassare e dalle clientele che riscono a dispensare, dai favori sessuali che al vecchio potente depravato riescono stomachevolemnte a regalare alle guerre delle "tessere" dei partiti che riescono a scatenare.
Il problema non è ridurre i parassiti in parlamento da 1000 a 500: certamente questo comporterebbe un risparmio di svariati decine di milioni di euro, ma la vera "ciccia" (i 70 miliardi di euro tanto per intenderci) la continueranno a pagare i poveri e non i ricchi.

Insomma 500 o 1000, cambia poco e niente: noi li vogliamo cacciare via tutti, a calci nel sedere.
Que se ne vayan todos, come gridavano nelle piazze argentine dopo il fallimento del paese nel 2002. Que se ne vayan todos, prima che sia troppo tardi.
Ancor più ridicola la seconda parte della proposta Calderoli, dove pretende di agganciare le indennità all'effettiva partecipazione ai lavori parlamentari.
In questo caso non siamo più al vecchio detto "fatta la legge, trovato l'inganno", perchè qui l'inganno già c'è e nemmeno troppo velato.



il difficile mestiere del pianista.

Parlare della proposta di riforma costituzionale di Calderoli è sicuramente una perdita di tempo, visto l'iter legislativo particolarmente complesso che richiede una riforma del genere.
Ma a Calderoli piace recitare al "teatro montecitorio" e finito lo sketch teatrale sul trasferimento dei ministeri a Milano, eccone pronto uno nuovo.

Nello specifico colpisce l'ipocrisia di Calderoli quando parla di un' "indennità in misura corrispondente alla loro effettiva partecipazione ai lavori parlamentari".
Già esiste allo stato attuale il taglio dell'indennità in base alle assenze giornaliere.
Ma non solo esiste già la norma, ma già esiste anche l'inganno.

Lo conosciamo tutti, abbiamo visto tutti le foto dei deputati che votano su due, se abbastanza scaltri, anche su tre diversi scranni parlamentari.
Non devono nemmeno farlo tutto il giorno, basta il 30% delle votazioni giornaliere, per fare in modo che non venga decurato di duecento euro lo stipendio parlamentare del deputato assente.
In pratica un deputato in aula può "coprire" 5 colleghi parlamentari, se abbastanza scaltro addirittura 8! inizia su due o tre scranni,  poi va su altre due o tre scranni, e finisce su altri due o tre: 33%, 33%, 33% e il gioco è fatto.

Per votare però devi inserire il mitico "tesserino parlamentare" (di cui tratteremo in un altro posto sul suo potere magico) nello scranno, altrimenti non funziona la postazione.
Lo stesso tesserino che però ti serve da mostrare al controllore dell'Alta Velocità o in aereoporto per viaggiare gratis. Come risolvere quest'impasse?
Niente di particolarmente complesso.

A disposizione all'entrata dell'emiciclo ci sono i tesserini parlamentari giornalieri: se il deputato "per caso" non hai il tesserino con sè, ecco un tesserino usa e getta a sua disposizione (alcuni portaborse ne hanno una collezione di tutte le legislature, io dovrei averne qualcuno da qualche parte, domani lo cerco e lo scannerizzo).
Per cui quando leggete che i deputati hanno lavorato solo 500 ore quest'anno, oppure 67 giorni, dovete prendere questo dato e dividerlo per 6 o per 9!
Ora io non sò se di questa storia dei tesserini giornalieri ci sia traccia in rete, in qualche libro o su qualche articolo di giornale. Se l'avete già letta da qualche parte e mi mandate il link, ve ne sarei particolarmente grato.










Pensione da 9mila euro? Veltroni smentisce Grillo: "Falso, io sono in carica"

di Redazione

Secca smentita dell'esponente Pd al blog del comico genovese che lo accusa di incassare una pensione da oltre 9mila euro. Ma Walter lo smentisce subito


Roma - In periodi di anti politica vale un po' tutto. Purché i dati denunciati siano esatti, però. Beppe Grillo sul suo blog pubblica, tra gli altri, l’importo della pensione di Walter Veltroni (indicata oltre i 9mila euro) ma l’interessato smentisce. Uno scivolone, quello del comico genovese, che suono ridicolo.
Veltroni smentisce Grillo "Signor Grillo - si legge in un post inviato al sito - la 'notizia' riportata nel suo blog secondo la quale Walter Veltroni prende una pensione di 9mila euro è del tutto falsa. Veltroni, in quanto parlamentare in carica, non prende nessuna pensione. La preghiamo di correggere subito una informazione". La nota, inoltre, aggiunge che Veltroni "come dimostrano le sue posizioni assunte da tempo, si è pronunciato a favore di un intervento deciso sugli emolumenti e i vitalizi dei parlamentari".




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Tito, socialismo per tutti e dolce vita per sé

di Fausto Biloslavo


Il Maresciallo collezionava Borsalino e cravatte Hermes. La moglie Jovanka gioielli e completi Chanel. A Belgrado esposte foto e oggetti di lusso della coppia presidenziale jugoslava



Dal completo bianco Panama allo smoking degno di Churchill, cravatte Dior o Yves Saint Laurent, mutande di seta comprate a Trieste e Milano, cappelli italianissimi di Borsalino, scarpe inglesi su misura svelano il lato più borghese e alla moda occidentale di Josep Broz Tito.

Del maresciallo fondatore della Jugoslavia, nel sangue del secondo conflitto mondiale, conoscevamo soprattutto le uniformi degne di un monarca o i metodi da boia contro gli oppositori e gli esuli italiani. Non certo il Tito glamour e uomo di mondo. Della moglie Jovanka, ancora viva e caduta in disgrazia, ci si ricordava le fattezze non proprio da modella della mezza età dimenticando i gioielli che sfoggiava a fianco del marito.

Grazie all’Album d’oro, una mostra aperta a Belgrado, si scopre, invece, un'altra vita, pubblica e privata, della coppia presidenziale jugoslava fra il 1952 ed il 1968. Trecento foto inedite scelte su oltre 150mila e gli abiti indossati, oltre a cravatte, capelli, scarpe dei signori Broz ed i sigari preferiti dal maresciallo. Non certo una plumbea istantanea del socialismo reale dell’epoca, ma una specie di «Dolce vita» di Tito e compagna, sempre ben vestiti, attenti alla forma e pronti a stappare una bottiglia di champagne.

A dire il vero il capo partigiano ha sempre amato i dettagli dell’eleganza, a cominciare dai cappelli. «Lo faceva fin dai tempi di Mosca, quando gli agenti del Komintern vestivano come i gangster di Chicago. Oltre la metà dei cappelli Borsalino che aveva li ha fatti ordinare da un negozio di Trieste» racconta a Il Giornale, Dusica Knezevic, che cura la mostra, esposta nel Museo della storia jugoslava, assieme a Momo Cvijovic.

Tito aveva una grande collezione di cravatte firmate Dior, Yves Saint Laurent, Hermes, ma pure da sarti di casa sua, che magari le disegnavano per lui con i colori della Yugoslavia. Dall’Italia, oltre ai cappelli, faceva acquistare i guanti di cuoio Graziella, calzini finissimi e mutande di seta.

Per i ricevimenti di gala all’estero sfoggiava un frac su misura con papillon bianco e per le serate più «mondane» aveva una sfilza di smoking e di sigari cubani. Come cappotti amava gli eleganti Chesterfield britannici. Dallo Shah di Persia, all’imperatore Hailé Selassié, alla regina Elisabetta amava non sfigurare. A Belgrado, nel 1957, Simone Signoret, lo definì «un gentleman molto raffinato (...) con un diamante sulla cravatta».

Alla faccia del socialismo reale e della lotta per la libertà dei popoli, anche se Tito non aveva problemi a passare dai panni del «dandy» a quello del maresciallo in alta uniforme o cacciatore di tutte le latitudini. La mania per le divise inventate per lui, con grandi alamari, decorazioni varie e colori a tono, gli servivano come «arma» psicologica o diplomatica.

Ad un suo biografo confessò che «in un Paese contadino c’è grande rispetto per il leader in battaglia e le sue divise». Quando accolse i russi a Belgrado nel 1955, durante una visita di riconciliazione, il New York Times scriveva come «la sua sfavillante divisa blu con alamari d’oro» facesse un figurone di fronte ai «grigi completi dei leader sovietici».

Nella mostra di Belgrado non manca la storia dei completi di cacciatore di Tito. Per la sua grande passione il protocollo curava i dettagli degli abiti da safari a seconda che si trattasse della caccia alla tigre, oppure al coccodrillo.

Se Tito amava l’eleganza, il maggiore Jovanka Budisavljevic, ex eroina partigiana appese senza problemi la divisa al chiodo.
La signora Broz non disdegnava i completi Chanel, ma Dior custodiva il busto di Jovanka nel suo atelier di Parigi. E lo stesso faceva Klara Rothschild a Budapest. «Dopo il matrimonio con Tito cambiò radicalmente. Nuove eccezionali acconciature, il trucco a cominciare dal rossetto di Dior, moltissimi gioielli ed una serie di ottimi vestiti. Era l’unica in Jugoslavia a quel tempo che portava dei cappellini», spiega la curatrice della mostra. Sembra che la moglie di Tito passò mesi nell’ambasciata Jugoslava a Roma per assumere una postura impeccabile.

Jovanka amava le tinte leggere in contrasto a dettagli forti colorati di violetto, rosso, giallo o arancio. Scarpe di lusso e borsette in pelle di serpente erano un altro vezzo. In qualche maniera provava a coniare una specie di stile alla Hollywood in salsa socialista: la sua eleganza, i gioielli, le acconciature ed il trucco si mescolavano alle uniformi guascone del marito, che sapeva fare anche il damerino. Soprattutto agli occhi del mondo esterno, perchè in patria gran parte delle fotografie della mostra e dello sfavillante guardaroba titino non si era mai visto.

I vestiti furono impacchettati e messi da parte su ordine di Mira Markovic, la consorte e zarina di Slobodan Milosevic, quando la nuova coppia presidenziale si insediò nella villa di Tito a Belgrado. Ci sono voluti quasi dieci anni per rispolverare, oltre alla immagini inedite, una dozzina di vestiti, 15 cappelli, 40 cravatte, 20 paia di guanti, 15 paia di scarpe, due cilindri ed una bombetta dei coniugi Broz. 


La mostra attira ogni giorno un centinaio di visitatori sia dell’ex Yugoslavia che turisti stranieri sulla sfondo di una rinnovata nostalgia. «Tito e Jovanka non avevano limiti di spesa: ville, isole, cavalli, zoo, collezioni d'arte e vestiti - osserva Knezevic - Per molta gente lui era un Dio, un liberatore, un potente padrino e al tuo signore non fai i conti in tasca. Chi aveva dubbi a proposito finiva a Goli Otok o altri posti del genere». I lager dove il maresciallo jugoslavo faceva marcire gli oppositori, anche italiani.

www.faustobiloslavo.eu




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Legge sull'omofobia, la minaccia di Mancuso: "Se non passa, faremo i nomi dei politici gay"

di Redazione


Se la legge contro l’omofobia non verrà approvata, la comunità gay reagirà con forza. Il presidente di Equality Italia: "Smaschereremo tutti quegli omosessuali invisibili, politici, preti, uomini e donne di potere, che per nascondersi si accaniscono pubblicamente contro le libertà e i diritti delle persone omosessuali"



Roma - Se la legge contro l’omofobia non verrà approvata, la comunità gay reagirà con forza. "Smaschereremo tutti quegli omosessuali invisibili, politici, preti, uomini e donne di potere, che per nascondersi si accaniscono pubblicamente contro le libertà e i diritti delle persone omosessuali". E' questo il ricatto lanciato oggi dal presidente di "Equality Italia" Aurelio Mancuso. Oggi pomeriggio Equality Italia, insieme a tante associazioni, parteciperà al sit in davanti a Montecitorio organizzato in vista della discussione della legge. Il primo scoglio saranno le pregiudiziali di costituzionalità presentate da Lega, Pdl e UdC.
La minaccia di Mancuso "Ciò che c’è scritto in quelle orribili pregiudiziali - commenta Mancuso - è offensivo della dignità di milioni di cittadine e cittadini italiani, che a differenza di tutto il resto d’Europa, in Italia sono trattati come dei pericolosi pervertiti". "Non è più sopportabile - aggiunge - dopo quarant’anni di battaglie continuare ad essere pazienti e corretti, mentre ogni giorno si viene aggrediti e discriminati". "Se saranno approvate le pregiudiziali di costituzionalità, è pronta una campagna che tenendo conto delle leggi in vigore, attuerà una forma intelligente di outing per far comprendere all’opinione pubblica quanta violenta ipocrisia sia presente nella classe dirigente italiana - conclude Mancuso - l'operazione non sarà promossa nè gestita da Equality Italia, rete trasversale per i diritti civili, ma da siti gay indipendenti".






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Se un lapsus di Bersani fa riesumare il vecchio Pci E il Pd esce allo scoperto

di Redazione

Bersani confonde Pd con Pci. Ed è subito polemica. Il Pdl: "Dopo anni e anni di fatica a parlare di svolte e nuovi inizi, il Pci, nonostante tutto, resta nella testa e nel cuore, e riaffiora anche sulle labbra..."


Roma - Un lapsus o una rivelazione? Difficile a dirsi. Eppure una piccola disattenzione di Pier Luigi Bersani apre un vero dibattito: gli è bastato confondere il Pd con il Pci che il centrodestra gli ha subito consigliato di leggersi l'agile saggio freudiano Psicopatologia della vita quotidiana. Il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, osserva che "non è difficile comprendere che quando Bersani dice Pci al posto di Pd, esprime un desiderio profondo, un’intenzione latente, una nostalgia antica, una verità neppure troppo nascosta e che infatti ritorna a galla".
Nichi Vendola preferirebbe usare il termine "amici" invece che "compagni". Bersani resta, invece, legato alle origini e oggi, nella riunione in direzione, ha riesumato per un lapsus il Pci invece di dire Pd. Bersani stava descrivendo le varie posizioni dentro il Pd sulla riforma della legge elettorale e, riferendosi ai promotori del referendum per il Mattarellum, si è confuso e ha detto che il quesito è stato presentato "da dirigenti e parlamentari del Pci", alludendo ai promotori del referendum tra i quali Walter Veltroni e Arturo Parisi. 
"Dopo anni e anni di fatica a parlare di svolte e nuovi inizi, il Pci, nonostante tutto, resta nella testa e nel cuore, e riaffiora anche sulle labbra...". Si apre un vero caso, anche perché lo fa alla direzione del partito. "Benvenuto questo lapsus - conclude Capezzone - che aiuta a fare chiarezza sulla situazione del Pd. E auguri sorridenti al compagno Bersani...". Molto dura anche la vicepresidente del gruppo del Pdl alla Camera, Isabella Bertolini: "La responsabilità del Pd, o Pci come l’ha chiamato Bersani, espressa nei confronti dell’approvazione della manovra finanziaria, è durata 24 ore".
Secondo la Bertolini, "Bersani ha già dimostrato il suo fallimento politico alla guida del Paese e sembra stia facendo di tutto per dimostrarlo anche alla guida dell’opposizione". D'altra parte, il tentativo (conscio o inconscio) di voler riesumare il Partito comunista fa già ridere...




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Io, ex addetto stampa vi racconto fisime e privilegi del "mio" deputato»

Corriere del Mezzogiorno


Spidertruman fa scuola. Ecco un altro "pentito"
«Scattavo anche foto segnaletiche ai comizi...»




La maschera di V per Vendetta, simbolo degli «anonymous» di tutto il mondo


Precario vero o patacca del mese? Spidertruman è il fenomento web del momento con le sue rivelazioni sulla "casta", ma un obiettivo l'ha raggiunto, quello di far ritrovare un po' di coraggio ai tanti precari, quelli in carne e ossa, che sanno bene cosa significa lavorare per i politici. Eccone uno: 40 anni, molisano, due figli, università a Napoli, poi il trasferimento a Roma, ha provato a fare il giornalista prima di entrare nell'azienda di famiglia. Dieci anni come addetto stampa di un parlamentare, poi ha appeso la borsa, che tanto nemmeno era la sua, al chiodo, dopo averla portata in giro per l'Italia per un decennio e essere stato "defenestrato" senza tanti fronzoli. "La talpa" racconta al corrieredelmezzogiorno.it la sua esperienza. Eccola.

Quanti anni hai lavorato?
«Circa 10. Se ci penso che ne sono trascorsi così tanti un po’ ne vado fiero (per aver saputo resistere) un po’ provo vergogna per me stesso, nell’esser stato dietro alla casta a fare l’elemosina a dispetto della mia laurea e del mio percorso di studi e di lavoro».

Eri a nero?
«Facciamo solo le domande utili, su quelle superflue e scontate passiamoci sopra...»

Quanto prendevi?
«Se andava bene 700 al mese, ma non essendo pagamenti regolari ma dilazionati fai tu i conti».

Quanto "beccava" per il rimborso il tuo deputato?
«Non vorrei sbagliare ma credo circa 4mila al mese per le spese definite generiche di segreteria politica o di collegio».

Perchè sei stato licenziato?
«Te lo dico appena lo so. Ad oggi ancora non mi è stato spiegato il motivo».

Quante ne hai viste?
«Tante, troppe purtroppo. La cosa che trovo più orrida è la mancanza di pudore, il non provare vergogna dinanzi a nulla».

Raccontacene qualcuna.
«Allora: visita del ministro “Tizio” o del capo corrente “Caio” nel nostro collegio. Il "mio" deputato ovviamente sale in auto con l’ospite, io sono costretto a fare l’autista della sua auto, una macchina normale, non di servizio, e pur dovendo seguire il corteo di auto ufficiali non sono “autorizzato” a farmi seminare. Risultato: per stare dietro allo stesso devo improvvisarmi Michael Schumacher, infrangere sistematicamente ogni regola del codice della strada, inveire contro chi non mi fa strada e via dicendo. Il tutto per l’intera durata della visita politica e condensato dai commenti degli agenti di scorta al politico in visita “ufficiale” che mi dicevano “Ah, ammazza che guida spericolata…”. Questa cosa mi è capitata due-tre volte. Oggi posso dirti di sentirmi meno giornalista ma sicuramente più autista».

Un'altra?
«Eccola: in occasione di una visita politica del capopartito, siccome l'organizzatore dell'incontro è "chiacchierato" sul territorio, vengo investito di una missione “top secret”, diciamo pure di intelligence. Mi mettono a “pedinare” i vari comizi con l’obbligo di dover scattare fotografie “segnaletiche” dei presenti così da poter poi studiare chi c’era, chi mancava, chi si nascondeva, ecc. vuoi che continuo? Certo, procedi pure… Il “mio” deputato aveva la qualità ed al tempo stesso il difetto di scrivere lettere a tutti. Il problema non era questo ma la spedizione. Sai, in questo ambiente, si fa la cresta anche alla posta. E quindi quelli come me nel tempo imparano anche a fare i fattorini. Ubi maior…».

Che pensi di spidertruman e delle sue "rivelazioni"?
«Nel nostro ambiente si sparla sempre un po’ di tutti, poi non si agisce quasi mai. Lui invece lo ha fatto, questo gli rende onore e merito. Non conosco le sue motivazioni, ma il risultato non cambia. Come si vede dalle sue “segnalazioni” la casta oggi per l’Italia è un problema importante perché anche nelle piccole cose il politico che ne approfitta e non si perde d’animo neanche dinanzi a cose infime o puerili. Le denunce via fb o via blog dello "sputtanatore" evidenziano la parte meno conosciuta dei privilegi o meglio dell’approfittare senza ritegno dei privilegi che ogni giorno si fa nei corridoi del Parlamento».



Carlo Tarallo
19 luglio 2011




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Finanziaria prestava soldi a tassi da usura Imprenditore "strozzato" denuncia tutto

Corriere del Mezzogiorno

Sant'Anastasia, arrestati i fratelli Arturo e Luigi Coppola



NAPOLI – Sotto la copertura di una società finanziaria, la “Fineuro srl” di Sant’Anastasia, elargivano prestiti a tassi usurari variabili tra il 50 e il 400 per cento annui. La Guardia di Finanza di Casalnuovo su ordine della Procura di Nola ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei due titolari della società, i fratelli Arturo e Luigi Coppola. Le indagini sono partite circa un anno fa a seguito di una denuncia presentata alla procura di Nola da un imprenditore edile di Sant’Anastasia, che negli anni per far fronte agli impegni con i fratelli Coppola ha dovuto mettere in vendita buona parte del suo patrimonio immobiliare. Nel corso dell’operazione delle fiamme gialle sono stati posti sotto sequestro beni per un valore di 15 milioni di euro.

LE MODALITA’ DEL PRESTITO – Il soggetto in difficoltà economiche che si rivolgeva alla finanziaria per ottenere un prestito consegnava assegni postdatati ricevendo in cambio denaro contante in quantità inferiore al valore nominale del titolo, che veniva decurtato dell’interesse applicato anticipatamente. La decurtazione era del 50 per cento del valore nominale con l’ulteriore imposizione che potessero essere incassati entro sei mesi o dodici in caso di cambiali. Qualora allo scadere del termine il titolo non fosse stato onorato, secondo gli inquirenti, i Coppola imponevano il pagamento dell’intera somma nominale più le spese legali, fermi restando gli interessi applicati anticipatamente. Naturalmente a conferma della illiceità degli accordi nessun contratto di finanziamento risultava essere stipulato dalla finanziaria di famiglia.

L’IMPRENDITORE VESSATO - L’imprenditore che ha permesso di svelare con la sua denuncia le pratiche usuraie dei fratelli Coppola, era stato protestato proprio a seguito di un ritardo nella copertura di assegni dati agli usurai per ottenere il denaro contante. Da qui l’ impossibilità per l’uomo di potersi rivolgere al circuito bancario legale, continuando in mancanza di alternative a sottostare alle richieste vessatorie degli usurai. L’opera dei finanzieri ha consentito di ricostruire la totalità dei rapporti di debito/credito intercorsi tra la finanziaria e l’imprenditore facendo emergere con chiarezza la sproporzione, nell’arco di un ventennio, tra quanto è stato ricevuto a titolo di prestito e quanto è stato restituito.

I BENI SEQUESTRATI – Agli indagati sono stati sequestrati trentotto immobili, tra cui ville e appartamenti di pregio nei comuni di Sant’ Anastasia, Pomigliano d’Arco, Torre del Greco, Volla, Cardito e Santa Maria di Castellabate. Oltre a 14 terreni adibiti a frutteti e vigneti nei comuni di Santa Maria di Castellabate, Torre del Greco e Sant’ Anastasia. Le fiamme gialle hanno inoltre sottoposto a sequestro le quote delle società riconducibili agli indagati. Il valore dei beni risulta essere non inferiore a 15 milioni di euro.



Francesco Parrella
19 luglio 2011




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Un pomodoro spunta dalle melanzane L'«enigma» di casa Gabanelli

Corriere della sera

La giornalista, inizialmente allarmata, si rivolge all'Ateneo che la tranquillizza: «È un innesto». Lei sorride: «Vorrà dire che mangerò tutto con gusto»


Milena Gabanelli mostra la pianta di melanzane che ha prodotto anche pomodori
Milena Gabanelli mostra la pianta di melanzane che ha prodotto anche pomodori

MONGARDINO (BO) - Nella villa di Milena Gabanelli, immersa nella quiete di Mongardino, vicino a Zola Predosa, crescono pomodori e melanzane. E molti altri ortaggi che la conduttrice televisiva ama coltivare sui terrazzamenti di un piccolo orto che l’amico Antonio Albanese una volta definì scherzosamente «una pista da bocce». Questo è il buen retiro collinare dove la giornalista e conduttrice di Report, da cinque anni a questa parte, si rifugia per purificarsi dai successi e dalle scorie dell’annata televisiva.

LA STRANA PIANTA - Mai si sarebbe aspettata di trovare proprio qui una sorpresa che le ha fatto drizzare le antenne. Qualche giorno fa, da un’innocente pianta di melanzane sono spuntati fuori anche quattro pomodori. «Ho acquistato la piantina in un consorzio di Sasso Marconi. Le melanzane erano buonissime, però mi sono chiesta: come mai dalla stessa pianta crescono anche i pomodori?». Abituata a scavare nel torbido, appassionata di filiera alimentare e indagatrice delle speculazioni che l’industria del cibo nasconde, Gabanelli si chiede se i pomodori cresciuti assieme alle melanzane siano figli degeneri di un omg impazzito, frutti velenosi della botanica da laboratorio oppure un miracolo di madre natura. E così, contatta l’Università di Bologna.

Lo «strano caso» nell'orto di Milena


LA SPIEGAZIONE DELL'ATENEO - La spiegazione che ottiene le regala alla fine un sorriso. Francesco Orsini, ricercatore della facoltà di Agraria spiega che il fenomeno, se non proprio all’ordine del giorno, ha comunque un fondamento scientifico: «Si tratta di una pianta innestata — spiega Orsini — Chi vuole ottenere in vivaio una pianta di melanzane, di solito la innesta sulle radici del pomodoro perché queste sono più resistenti. Stavolta probabilmente non avevano tagliato bene l’apice e, assieme alle melanzane, è cresciuto anche un rametto di pomodori. È un inconveniente che può succedere, ma non ci sono rischi per la salute. Gli ortaggi possono essere tranquillamente mangiati». Dopo aver scoperto la verità Gabanelli si lascia andare: «Vorrà dire che mangerò anche i pomodori, le melanzane erano già buonissime».

NELLA VILLA IN COLLINA - Sfumato il materiale per un’inchiesta fatta in casa, alla Gabanelli non resta che «consolarsi» con la quiete della villa. «Ci vengo quando posso — racconta — Stavolta spero di poterci passare tutta l’estate. Ma questo, più che un luogo di cene, è un luogo di lavoro. Qui incontro spesso i mie collaboratori per mettere a punto le inchieste». Brianzola di nascita, bolognese d’adozione, la giornalista vive sotto le Due Torri dai tempi dell’Università. Solo cinque anni fa ha scoperto Mongardino che accoglie lei, la figlia e il marito nei momenti di relax: «Questo posto mi piace perché si trova a mezz’ora dalla città. Non era facile trovare una casa in collina che fosse così vicina. Già faccio la spola tutto l’anno tra Roma e Bologna: non ho voglia di spostarmi troppo per la villeggiatura».

LA PASSIONE PER L'ORTO - E la passione per il giardinaggio, come nasce? «Mah, è un modo per staccare, così invece di prendermela con la mia famiglia me la prendo con l’orto. Ma in realtà io scelgo che cosa piantare e poi mi dedico alla raccolta. Alla cura dell’orto e all’innaffiamento ci pensa mio marito».



Pierpaolo Velonà
19 luglio 2011






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Al Sant'Orsola due gemelle siamesi unite dal cuore e dal fegato

Corriere della sera

Sono nate poche settimane fa. I medici si interrogano sul rischioso intervento di separazione. La situazione è molto rara, chiesto il parere del comitato etico



La nuova sala operatoria mini invasiva del Sant'Orsola
La nuova sala operatoria mini invasiva del Sant'Orsola
BOLOGNA - Due gemelline siamesi unite attraverso il torace, con un solo cuore e un solo fegato. Sono nate alcune settimane fa al Sant’Orsola-Malpighi. Un caso delicatissimo, estremamente complesso anche per le implicazioni etiche, unico probabilmente nella storia del policlinico e della sanità bolognese, ma non in Italia e nel mondo.


IN OSPEDALE - Al momento la condizione delle due neonate è, per quanto possibile, buona. Sono attentamente monitorate e seguite dai medici e dagli infermieri del policlinico, e amorevolmente coccolate dai genitori, una coppia che risiede nella nostra regione. A coordinare tutte le azioni è Mario Lima, che guida la chirurgia pediatrica e dirige il dipartimento Salute della donna, del bambino e dell’adolescente dell’azienda ospedaliero-universitaria.

CASO RARO - Il problema dei sanitari (e non solo) è: che fare? Sono arrivati a Bologna proprio per essere seguiti dai migliori specialisti del settore i genitori delle due bambine. È stato chiaro fin dall’inizio quanto fosse delicata e complicata questa nascita. Le due piccole sono infatti nate attaccate dalla parte del torace, con un unico cuore e un solo fegato.

Un caso rarissimo, che però in Italia si era già verificato almeno una volta. Era l’ottobre del 2001 quando all’ospedale Civico di Palermo nacquero due bimbe siamesi, Sara e Maria Eleonora, con caratteristiche analoghe alle sorelline nate a Bologna. Per loro si parlò di un complesso intervento chirurgico per la separazione e di un doppio trapianto cardiaco. Purtroppo non ce la fecero a superare il terzo mese di vita.

ACCERTAMENTI - Al Sant’Orsola le due neonate vengono sottoposte in queste ore ai numerosi accertamenti post-natali che serviranno a precisare la loro complessa situazione anatomica. Aiutando i medici a capire cosa sia possibile fare per garantirne la sopravvivenza. La direzione ospedaliera non commenta, nel pieno rispetto della riservatezza richiesta dai genitori. Il personale del reparto che ospita le due bambine ovviamente tutela al massimo la privacy della famiglia che segue con comprensibile apprensione l’evolversi della situazione.

COMITATO ETICO - È indubbio che all’orizzonte si profili un caso limite di ordine etico prima ancora che medico. Tanto è vero che oggi dovrebbe discuterne anche il comitato etico del policlinico, interpellato sulla vicenda dagli stessi medici.

PRECEDENTI - Era il maggio del 1985 quando Bologna si trovò sotto i riflettori per un altro caso di gemelli siamesi, quella volta nati uniti per la testa. Per la prima volta in Italia i neurochirurghi dell’ospedale Bellaria, guidati dal noto primario Giulio Gaist, tentarono il difficile intervento di separare i due gemelli craniopagi. Un’operazione lunga e complessa che purtroppo non consentì ai due piccoli di sopravvivere.

Più recentemente c’è stato il caso già citato di Sara e Maria Eleonora a Palermo che avrebbero dovuto essere operate dal cardiochirurgo Carlo Marcelletti che due anni prima aveva tentato di separare, sempre all’ospedale di Palermo, due siamesi peruviane, Marta e Milagros, unite dal torace e con un unico cuore, che però non sopravvissero all’intervento. Nel marzo 2010 finirono sui giornali inglesi (e non solo) due gemelline di tre anni, Emma e Taylor Bailey, con un solo cuore e un solo fegato. I medici dissero che andavano operate, perché quell’unico cuore non avrebbe potuto reggere ancora a lungo. Un tentativo in extremis per salvare entrambe che non ebbe l’esito sperato. Sarà questo quadro delicato e drammatico che i genitori e i medici dovranno affrontare nel prendere qualunque decisione futura per salvare le due piccole.



Marina Amaduzzi
19 luglio 2011



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Vietnam, l'odissea del pedone Kamikaze sulle strisce pedonali

Corriere della sera
Il pedone-kamikaze
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L’onorevole? Vive gratis Parola di ex deputato

di Stefano Zurlo


Tessere. Corsie preferenziali. E ristorante con i camerieri in livrea. Non è niente male la vita del deputato, fra facilitazioni e privilegi a scandire con ritmo sontuoso il metronomo della quotidianità. È un’esistenza in discesa quella che racconta Roberto Poletti, giornalista infiltrato nella casta e poi acuminato autore di un reportage sul quotidiano Libero, trasformato in un libro dal titolo irriverente: Papponi di Stato. Ogni problema, quello che per il comune cittadino è un ostacolo faticoso, ha la soluzione. Nel senso che l’ipotesi migliore è già diventata realtà per la gioia di chi ha frequentato in precedenza Palazzo Madama e Montecitorio.

«La prima tessera da ritirare - spiega Poletti, eletto con i Verdi nel 2006 e deputato fino al 2008 - è quella con cui si vota in aula». Però, verrebbe da pensare, che rigore. Vero, ma quel documento è un passepartout per entrare nell’esclusivo club a cinque stelle. «La stessa tessera - prosegue Poletti - serve anche per mangiare e bere al ristorante di Montecitorio, al self-service, oppure alla buvette, il mitico ristorante extralusso dai prezzi di una trattoria di ultima classe.

Il conto te lo scalano dallo stipendio, il trattamento riservato ai deputati è di 10 euro, ma il conto per le casse statali è di circa 90 euro a pranzo». Non basta: «La tesserina in questione serve anche per volare gratis, basta esibirla in qualunque biglietteria per fissare il volo senza sborsare un centesimo. Altrimenti c’è l’agenzia di viaggi interna al parlamento, che è anche più comoda». Sul biglietto, tanto per non farsi mancare niente, «è stampata anche la tariffa: Linate-Fiumicino andata e ritorno costa 625 euro». E’ il principio della solidarietà: 625 euro per le casse dello Stato, zero per il deputato. Altro che voli low cost: questo è un salasso. Quasi una ricerca scientifica delle tariffe più costose. Ma personalizzate: la lista d’attesa è un insulto.

La rete degli aiuti è un domino senza fine che proietta il parlamentare in un altro mondo. Un mondo in cui non ci sono più le code, i ritardi, i duelli per ottenere quel che non si riesce ad avere, i moduli rebus della burocrazia che ottenebrano anche i migliori cervelli. È già tutto predisposto, è già tutto organizzato, è già tutto risolto. Così se il deputato arriva all’ultimo minuto a Linate o a Fiumicino, non c’è problema: «A proposito di aeroporti, anche il parcheggio auto in appositi spazi è gratuito». Scendi dall’auto e sali sull’aereo. «Naturalmente anche il treno è gratis, e l’autostrada? Serve il tesserino Aiscat e la barra si alza senza pagare, volendo si può richiedere pure il telepass ...e lo puoi installare su qualsiasi automobile, anche quella della nonna».

La vita del parlamentare si svolge su una passatoia rossa. Prendiamo il capitolo abbigliamento: «C’è la sartoria che si offre di confezionarti l’abito su misura con lo sconto del 40 per cento, l’ottico invece ha pensato ad una riduzione del 30 per cento, l’associazione parlamentare delle nuove tecnologie garantisce uno sconto del 10 per cento su cellulari e palmari». Quello sì è uno sconticino col braccino corto.
Più morbidi i gradini per chi vuole scalare le lingue straniere: «Le lezioni sono private e individuali, con insegnante madrelingua, a qualunque orario e in qualunque luogo, anche a casa. Si può scegliere l’inglese, il francese, il tedesco, il russo e il giapponese». Tutto per otto euro l’ora. Un quinto, a spanne, di quel che il signor Rossi versa al docente di Milano o Roma.
E lo sport? Montecitorio è meglio di un villaggio olimpico.

Un incrocio fra una polisportiva e un resort. «C’è la tessera Coni per andare gratis allo stadio». E poi ci sono le attività organizzate dal Circolo Montecitorio... un club di lusso. Campi di calcetto, golf, palestra, piscina, basket, tennis. Ristorante e club house». L’iscrizione? «Gratuita: gli ex deputati, invece, pagano la modica cifra di 24 euro al mese». Poveretti. Ma vuoi mettere: «Non mancano i festini con una di quelle ballerine di lap-dance che si esibiscono dimenandosi intorno al palo. Dulcis in fundo, il corso di Pilates... che quando c’è da votare altroché se è importante». Il benessere prima di tutto: per il popolo, o meglio per i suoi rappresentanti.



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Posti gratis allo stadio per 320 politici

di Alberto Giannoni


Un posto in prima fila: primo anello settore rosso al «Meazza». Sono 320 i biglietti che vengono gratuitamente riservati all’Amministrazione comunale, allo stadio, per ogni manifestazione di San Siro. Lo prevede la convenzione sottoscritta fra le società calcistiche e il Comune di Milano, per la concessione d’uso e la gestione degli impianti.

L’accordo prevede che il carnet di biglietti sia destinato a «esigenze di rappresentanza» del Comune, e stabilisce anche dettagliatamente la ripartizione dei posti: 50 in Tribuna autorità, 140 nella tribuna centrale settore rosso, primo anello, 40 nella tribuna centrale settore arancio (primo anello), 35 nella tribuna laterale settore blu, primo anello, 35 nella tribuna laterale settore verde, primo anello. E, per finire, 20 posti nel terzo anello.

È il consigliere comunale del gruppo «Radicale Federalista europeo», Marco Cappato, a rendere noto il contenuto della convenzione, del 2000. «Personalmente - dice Cappato - sono a conoscenza dei 96 biglietti (primo anello settore rosso) attribuiti ai Consiglieri comunali. Ho fatto richiesta di conoscere le rimanenti attribuzioni, nella convinzione che la nuova amministrazione saprà dare un segnale di discontinuità rispetto a un meccanismo finora opaco».

Cappato aveva già sollevato la questione dei biglietti, regalando quelli ricevuti in omaggio per i concerti-rock. «Ho appena restituito ai cittadini - ha detto ieri - due biglietti per il concerto dei Take that dopo gli otto biglietti del concerto di Vasco Rossi». «L’iniziativa - spiega - è volta innanzitutto a rendere pubblico il sistema di attribuzione dei biglietti e del loro utilizzo, e se possibile riformarlo nel senso di una maggiore aderenza alle funzioni di servizio pubblico che il Comune è chiamato ad assolvere».

E ci tiene a precisare che la sua non è anti-politica: «Noi non facciamo lotta anti-casta contro le istituzioni ma a loro difesa, io ho posto il problema degli strumenti a disposizione per i servizi alla politica, e parlo di assistenza, pareri, documenti, tutte cose da potenziare. Diverso è il discorso dei privilegi. A me interessa la riforma del sistema e, prima della riforma, la sua trasparenza».

Al di là dei 96 biglietti per i consiglieri comunali, il resto è assegnato dall’ufficio Cerimoniale, in base a un elenco comprendente anche una serie di associazioni, e un certo numero di amministratori, comunali e non, fra cui i presidenti di zona. Indiscrezioni raccolte a Palazzo Marino parlano di una gran numero di richieste ricevute, per una sorta di attività anche «diplomatica» di Palazzo Marino, che comprende per esempio l’omaggio a colleghi amministratori comunali. Insomma se l’Inter gioca con la squadra di un’altra città, lombarda o meno, è possibile che qualche amministratore di questa città si rivolga ai suoi colleghi politici per avere più comodamente un biglietto.

Per il Comune non è un costo, è vero, ma l’impressione è quella di una certa opacità del sistema, che può essere funzionale alla gestione di un piccolo strumento di potere. Questo è quel che conferma per esempio Gianluca Boari, consigliere di Zona 3 per il Pdl: «I presidenti di Zona hanno a disposizione i biglietti. Io non li ho mai chiesti, non li ho mai avuti, ma ricordo ogni settimana una questua. Sì, diventa un piccolo strumento di potere per tenersi buoni consiglieri o amici».

Altri parlano di una probabile attribuzione di biglietti anche a dirigenti comunali: «Io non ho mai avuto un biglietto, non ne so niente» ci ha detto però il dirigente di un ufficio importante.
Da Palazzo Marino nessuna dichiarazione ufficiale sulla vicenda, ma sarebbe intenzione dell’attuale amministrazione rivedere l’intero meccanismo.



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La testimonianza Parola di deputato

di Redazione

di Paolo Guzzanti

Mentre domenica sera a Viareggio vedevo montare la collera del pubblico che era venuto alla presentazione di un mio libro mi è tornata alla mente la celebre frase «in mancanza di pane, perché non mangiano le brioches?» assolutamente falsa e attribuita alla povera Maria Antonietta, regina destinata al patibolo. La gente era infuriata: io davanti a loro rappresentavo in carne e ossa i privilegi (per lo più presunti) del parlamentare e simboleggiavo l’ottusa resistenza della casta aristocratica che tenta di difendersi dalle accuse con argomenti razionali, logici, storici, e non vede che i carpentieri stanno già montando la macchina che, come scriveva il Giusti, «fa la festa a centomila, messi in fila».

E mi è tonata alla mente una strofa che cantava Paolo Poli in un antico spettacolo, Il Diavolo e che diceva: «Ghigliottina, medicina sopraffina: malvagità, tirannide e viltà, in un colpo fa cadere in un paniere». Brioche di Maria Antonietta ed elogio della decapitazione mi sono tornate in mente man mano che vedevo come ogni richiamo alla ragione e ai fatti nella loro storicità oggi è totalmente inutile perché si è generata una ferita profondissima e quella ferita sta generando un umore pre-insurrezionale. E molti segnali lasciano ben vedere che con quel lievito pre-insurrezionale, emotivo e di massa, si sta cucinando una strategia politica extraparlamentare molto subdola e pericolosa.

Vale la pena ricordare che in una democrazia parlamentare viva e vegeta come la nostra (e che lo sia lo dimostrano proprio i recenti risultati delle amministrative e dei referendum) un governo può cadere esclusivamente per verdetto degli elettori o per il verdetto del Parlamento chiamato ad esprimere sfiducia all’esecutivo. Chi scrive ricorda lealmente di aver tentato di far cadere questo governo votandone la sfiducia il 14 dicembre scorso, per poi constatare che non esiste uno straccio di maggioranza alternativa.

Non c’è nelle Camere e neanche nel Paese, dove non esiste del resto una nuova leadership politica. Questo è il motivo per cui riterrei una sciagura il ricorso alle elezioni anticipate e questo è il motivo per cui ritengo che il governo confortato dalla maggioranza del Parlamento debba governare per affrontare la più micidiale crisi economica che si sia abbattuta sull’Europa e sull’Italia.

Per questo mi ha fatto una certa impressione leggere il fondo di Eugenio Scalfari di domenica su Repubblica, perché con quel fondo sembra dettare la nuova linea della spallata, sostenendo che, votata la manovra economica, il governo debba andarsene per pagare la cambiale alle opposizioni che hanno ascoltato Napolitano non ostacolando l’approvazione della manovra. E poiché si dà per scontato che non voglia andarsene con le buone, suggerisce di farlo sloggiare con le cattive.

Come? Con una manovra a tenaglia formata dall’opposizione parlamentare che, riconosce, «da sola non basta» unita a quella della piazza, sostenuta dalle «istituzioni», alludendo al Quirinale. Lo dice così: «Per uscire dallo stallo è necessario un più vasto concorso di popolo e di istituzioni, ciascuna nell’ambito della propria competenza». E, entrando nel dettaglio, elenca i soggetti: «La classe dirigente, le forze sociali, la società civile sono chiamate a dare un fondamentale contributo». Poi, concludendo con un riferimento sdegnato al testamento biologico, avverte: «La libera stampa parteciperà a questa mobilitazione. Noi di Repubblica certamente ci saremo».

È così spiegata la strategia e la tattica: la strategia è far cadere il governo con strumenti extraparlamentari e la tattica è quella di soffiare sul fuoco dell’unico vero soggetto di massa oggi disponibile, che è quella «società civile», ieri popolo dei fax e oggi del web, che esprime la sua «indignazione» sulla scia dell’Indignez-vous di Stéphane Hessel che ha scosso la Francia e cui ha risposto con maggiore saggezza un grande vecchio ed eretico della sinistra italiana, Pietro Ingrao con il suo «indignarsi non basta».

L’indignazione è una categoria etica, non politica ed è anche uno strumento spesso drogato. Ma è all’indignazione che la politica oggi deve rispondere se si vuole evitare la catastrofe sociale, quella su cui conta chi pensa di usarla per aggirare le regole della democrazia.

Oggi l’indignazione dilaga e non senza ragione: il ticket sanitario di dieci euro per qualsiasi disgraziato costretto a ricorrere al pronto soccorso indigna se messo al confronto con il rimborso totale che ricevo io parlamentare quando presento le ricevute di visite e terapie. Né importa ad alcuno se in realtà verso mensilmente una barca di soldi per pagarmi quel «privilegio» perché quel che conta è l’aspetto emotivo, cioè l’indignazione.

E che la gente sia più infuriata che indignata, non c’è dubbio, a destra non meno che a sinistra. E usare le sottigliezze della verità, è tempo perso: occorre invece dare risposte visibili, forti e immediate per dimostrare che chi fa le leggi non è un privilegiato rispetto a chi è chiamato ad obbedire alle leggi.

E allora che fare? Io credo che occorra tagliare brutalmente questo famoso vitalizio ai parlamentari che fu voluto dal vecchio Pci per mettere a carico dello Stato i suoi alti funzionari dopo un paio di legislature e poi ricondurre gli stipendi dei parlamentari alla media europea e mandare se necessario tutti in bicicletta. Questa indignazione per le auto blu (sia ben chiaro: i parlamentari non hanno auto blu, ma soltanto i membri del governo) deve essere saziata e occorre dare segnali di profondo rispetto per i milioni di cittadini colpiti dalla manovra economica.

Inoltre il governo deve capire che la polpetta avvelenata è pronta, che cortei e grandi atti di protesta si stanno per scatenare subito dopo la fine della calura e che il loro scopo è quello di far cadere l’esecutivo a furor di popolo contando, non si sa con quanta ragione, sulla neutralità operosa del Capo dello Stato. È l’ora insomma in cui i forni dei panettieri si mettano a lavorare ventiquattro ore al giorno per produrre brioches e non rancide pagnotte: le brioches del nostro tempo sono i gesti forti, i segnali chiari, le concessioni aperte al senso di giustizia violata che la maggior parte dei cittadini avverte, non importa quanto alimentato da campagne ipocrite e col pelo sullo stomaco.

Il punto è: se si chiedono sacrifici a chi non ha soldi, coloro che sono ritenuti privilegiati devono pagare un alto e visibile pedaggio. Non farlo significherebbe non soltanto suicidarsi, ma essere condannati alla damnatio memoriae, all’esecrazione del ricordo e al disonore.




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Il mistero dei 400 missili spariti dalla Maddalena

Corriere della sera

Portati via dalla base con un intero arsenale.




La base di Santo Stefano alla Maddalena
La base di Santo Stefano alla Maddalena
TEMPIO PAUSANIA - Missili, razzi anticarro e katiuscia, kalashnikov e munizioni: ne erano piene le gallerie-bunker della Marina militare scavate nell'isola di Santo Stefano, arcipelago della Maddalena. Tanti da armare un esercito. Partite dall'ex Unione Sovietica, destinazione i Balcani in guerra, nel 1994 le armi furono intercettate su una nave nel Canale d'Otranto e sequestrate. Devono essere distrutte, aveva ordinato il tribunale di Torino. Invece due mesi fa missili, razzi e kalashnikov sono stati portati via dal bunker, consegnati dalla Marina all'Esercito, sbarcati nel Lazio, spariti nel nulla. E la magistratura di Tempio, che aveva cominciato a squarciare il mistero - finiti in Libia e in Afghanistan? - è da qualche giorno davanti al muro del segreto di Stato: la presidenza del Consiglio ha imposto l'alt a ogni accertamento sulla destinazione finale delle armi.

INTRIGO INTERNAZIONALE - Fin dall'inizio un intrigo internazionale: trame da 007 fra Ucraina e Croazia, «soffiate» ai servizi di sicurezza di Gran Bretagna e Italia, i fili del traffico manovrati da una rete di uomini d'affari dei Paesi dell'Est, in carcere anche uno degli oligarchi della nuova Russia, Alexander Borisovich Zhukov. Ora è «giallo»: 4 container, scortati da mezzi dell'Esercito, sono stati imbarcati su un traghetto della compagnia Saremar dalla Maddalena a Palau e da Olbia su una nave della Tirrenia (con 600 passeggeri a bordo) per Civitavecchia. Quante armi sono state portate via dal bunker? Era il primo viaggio o l'ultimo? Missili nelle navi con passeggeri, un rischio: perché?

OGIVE NUCLEARI - L'isola di Santo Stefano per 36 anni è stata base Usa di sommergibili nucleari, gli americani sono andati via nel 2008. Vicino all'ormeggio della nave-officina dei sottomarini si apre una galleria nella roccia, deposito (si diceva, mai però una conferma) anche di missili con ogive nucleari. Lì era custodito l'arsenale sequestrato nell'Adriatico: 400 missili Fagot con 50 postazioni di tiro, 30 mila mitragliatori AK-47, 5 mila razzi katiuscia, 11 mila razzi anticarro, 32 milioni di proiettili per i mitragliatori. Contenuti in casse, accatastate su più file, inventariate in un lungo elenco, l'originale al tribunale di Torino, le copie presso i comandi militari.

007 UCRAINI - La Jadran Express, bandiera maltese, portava le armi in Croazia, marzo 1994. Ai servizi di sicurezza britannici e italiani la «soffiata» giusta: Volodymir Kulish, capo degli 007 ucraini, aveva collocato a bordo un segnalatore satellitare; gli impulsi furono raccolti da una corvetta inglese e da un pattugliatore italiano, la Jadran costretta ad attraccare a Taranto. Alla trama internazionale si arrivò qualche anno dopo e per caso: in Piemonte la direzione antimafia aveva scoperto l'enorme giro d'affari di due società fantasma (attività di facciata, cartolibrerie) e ripercorso il filo dei collegamenti con il manager ucraino Dmitri Streslinky, amministratore di Sintez e Global Tecnology, holding di finanza e petrolio controllate da Alexander Zhukov. Zhukov, nipote del maresciallo Giorgij, capo dell'Armata rossa nella Seconda guerra mondiale, e padre di Dasha, compagna di un altro oligarca, Roman Abramovic, è stato il solo (9 ordini di carcerazione) a essere arrestato. Andarono a prenderlo a Porto Cervo, aprile 2001, nella villa che aveva da poco acquistato per 8 miliardi di lire dal costruttore romano Giulio De Angelis, padre di Elio, pilota di formula 1.Ma dichiarando in tribunale che non erano previsti scali in porti italiani, il comandante della Jadran ha smantellato le accuse: traffico d'armi estero su estero, difetto di giurisdizione, Zhukov e gli altri 8 assolti, ordinanza di distruzione delle armi.

INCHIESTA - L'inchiesta del sostituto procuratore di Tempio Riccardo Rossi è partita proprio da qui: perché non sono state distrutte e invece portate via? A chi sono finite? Nel bunker di Santo Stefano ne sono rimaste ancora? L'indagine era vicina a una svolta, con i primi echi in Parlamento (interrogazioni dei pd Gian Piero Scanu e Giulio Calvisi e dell'idv Elio Lanutti). Ora il segreto di Stato, un passo che il governo compie soltanto in casi eccezionali.


Alberto Pinna
19 luglio 2011 09:31



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Avevano promesso: non vi metteremo le mani in tasca

La borsa affonda la casta: riecco i papponi di stato.

Libero



Internet e Borsa assediano la Casta. Che prova a rispondere (in clamoroso ritardo). La rivolta anti-privilegi sta assomigliando sempre più ad una valanga che travolge tutto e tutti, indipendentemente da colori e responsabilità. E così, mentre su Facebook continua a spopolare la pagina che mette alla gogna le furberie degli inquilini di Montecitorio, Piazza Affari affossa la manovra (lunedì -3%, martedì apertura in leggera ripresa) e soprattutto cede allo scetticismo: non basta colpire famiglie e imprese, diminuendo gli sgravi fiscali, per rilanciare il Paese.

Se si vuole cambiare volto all'Italia serve un'operazione profonda, col bisturi. Non basta un po' di cipria e maquillage. Ci prova il governo, con il pacchetto delle riforme costituzionali presentate dal ministro Calderoli: dimezzare i parlamentari e legare i loro stipendi alle presenze effettive in Aula è un buon punto di partenza, non l'approdo finale. Nei Palazzi romani tutti parlano di nuova moralità, di esigenze di snellimento. Peccato che, come anticipato domenica da Libero, il buon esempio non arrivi nemmeno dal presidente Giorgio Napolitano, il cui stipendio da quando è stato eletto è salito di 2.000 euro al mese.

Non basta: il Quirinale spende più di tutti gli altri palazzi presidenziali europei e per mantenerlo occorre un budget di 228 milioni all'anno, il doppio rispetto all'Eliseo di Parigi. Con una differenza: Sarkozy è la guida esecutiva della Francia, Napolitano svolge semplicemente un ruolo di supervisione e rappresentanza. E così non si può non pensare a quanto scrivevano Andrea Scaglia e Roberto Poletti oltre tre anni fa, nel 2008: "Papponi di Stato" era l'inchiesta di Libero sugli sprechi dei parlamentari. Talmente attuale (purtroppo, e tragicamente) che vale la pena riproporla a puntate.
19/07/2011




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Lo scrittore portoghese Luis Miguel Rocha: "Emanuela Orlandi è viva, l'ho incontrata"

Quotidiano.net

Lo ha affermato nel corso della manifestazione ‘Tabularasa’, la rassegna sulla legalita’ in corso a Reggio Calabria. "Ho percepito nei suoi occhi l’angoscia di un’anima che ha vissuto un’esistenza terribile"



Un manifesto con la foto di Emanuela Orlandi, scomparsa nel 1983 mentre tornava a casa (Ansa)

Reggio Calabria, 19 luglio 2011



Secondo lo scrittore portoghese Luis Miguel Rocha: "Affermare che Emanuela Orlandi sia sparita e’ un insulto a tutti gli italiani. Io so che lei e’ viva; so che e’ cosi’ perche’ l’ho incontrata".

Lo ha affermato nel corso della manifestazione ‘Tabularasa’, la rassegna sulla legalita’ in corso a Reggio Calabria.

‘’Ho percepito nei suoi occhi - ha aggiunto Rocha - l’angoscia di un’anima che ha vissuto un’esistenza terribile. Adesso mi diranno che sono un pazzo, ma ormai sono vaccinato. Sono sicuro di quello che dico’’.




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Imbarcazione francese della Freedom Flotilla 2 circondata da motovedette israeliane a 50 km da Gaza

Quotidiano.net

Il Dignite’/Karama era salpato domenica dal porto greco di Kastellorizo, vicino al confine con la Turchia. A bordo vi sono 14 attivisti pro-palestinesi




La 'Rachel Corrie' scortata dalle navi israeliane (Ansa)

Gerusalemme, 19 luglio 2011



Lo yacht francese Dignite’/Al Karama, in navigazione verso Gaza per portare aiuti umanitari, e’ stato circondato da unita’ della Marina militare israeliana.

Lo ha riferito un organizzatore della Freedom Flotilla 2, di cui fa parte la nave. Il Dignite’/Karama era salpato domenica dal porto greco di Kastellorizo, vicino al confine con la Turchia. A bordo vi sono 14 attivisti pro-palestinesi.

“L’imbarcazione e’ circondata da almeno tre navi israeliane e dalle 9.06 (ora locale) tutte le comunicazioni sono state interrotte. Non riusciamo a metterci in contatto con loro, ne’ via telefono ne’ via internet”, ha riferito Julien Rivoire da Parigi. Secondo la radio israeliana, lo yacht si trova 50-60 chilometri da Gaza. Gli organizzatori prevedevano di arrivare in un porto dell’enclave palestinese intorno a mezzogiorno.




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Quei boss dottori con laurea comprata

di Redazione


L’inchiesta sulla compravendita di esami nell’ateneo Magna Grecia di Catanzaro, che vede indagate 97 persone tra allievi, funzionari e professori, oltre a scoperchiare il meccanismo della laurea "facile" sta facendo emergere la presunta "corsia preferenziale" concessa ad alcuni pezzi grossi della criminalità


Gian Marco Chiocci - Luca Rocca

L’università della ’ndrangheta. L’inchiesta sulla compravendita di esami nell’ateneo Magna Grecia di Catanzaro, che ha preso il via nel 2007 e che vede indagate 97 persone tra allievi, funzionari e professori, oltre a scoperchiare il meccanismo della laurea «facile» sta facendo emergere la presunta «corsia preferenziale» concessa ad alcuni pezzi grossi della criminalità organizzata calabrese. Nel procedimento dei pubblici ministeri Curcio e Petrolo spunta infatti il nome di Nicola Marando, detto «Capobastone», arrestato nell’operazione «Stupor Mundi» che portò al sequestro di 267 chili di cocaina. Tre anni prima di finire in galera Marando si era laureato in Giurisprudenza in appena due anni, sostenendo tutti e venti gli esami tra il 28 gennaio del 2002 e il 21 gennaio del 2004.
Nell’ultimo giorno riuscì a superare sia diritto penale che procedura penale: un genio dei codici. Secondo i pm, il laureato Marando, la cui stirpe mafiosa è nota alle cronache ben oltre i confini nazionali, s’è portato a casa l’attestato corrompendo con 60mila euro Francesco Marcello, responsabile della segreteria didattica dell’ateneo, figura cardine dell’intera indagine poiché - sempre a detta dell’accusa - tirava fuori «falsi verbali degli esami (e false veline di colore giallo a ricalco dei verbali d’esame in originale)» per promuovere i presunti corruttori.
A tentare di laurearsi con lo stesso metodo e la medesima rapidità, senza riuscirci, c’ha provato anche l’indagato Salvatore Cordì, figlio di Antonio «’u ragiuneri», defunto capocosca dell’omonima ’ndrina, coinvolto nell’inchieste «Primavera» e «Shark». Duemila euro a disposizione del solito responsabile di segreteria, ipotizzano gli inquirenti, per superare brillantemente quattro esami in una botta sola tra il luglio 2004 e il febbraio 2006: istituzioni di diritto romano, diritto commerciale, procedura penale e diritto amministrativo.
Purtroppo per il rampollo dei Cordì l’inchiesta Magna Grecia s’è messa di traverso sul più bello così che l’impegno e gli «studi» del boss laureando si sono rivelati vani. L’inchiesta dei pm catanzaresi, che nei giorni scorsi ha portato alla revoca cautelativa di una decina di lauree in giurisprudenza, colpisce anche alcuni avvocati che, sulla base di titoli di studio che si presume siano stati comprati, hanno già avviato la loro carriera forense. Fra questi ce n’è uno particolare che assiste un importante testimone al processo sull’omicidio di Meredith Kercher.
Nelle 160 pagine di avviso di conclusione delle indagini notificate agli indagati si parla di un vero e proprio tariffario per ogni esame taroccato: dai 300 ai 500 euro, con studenti che avrebbero «acquistato» l’intero pacchetto di laurea (in un paio di casi su 30 esami c’è chi ne ha «acquistati» 25) o singoli esami per i quali, stando al quotidiano locale Calabria Ora, in precedenza, erano stati sempre respinti.
Al binomio boss-università a volte si accosta anche la politica. Come’è accaduto per l’inchiesta della Dda di Reggio Calabria sui presunti condizionamenti che la cosca «Pelle» di San Luca esercitava sulla facoltà di Architettura dell’università Mediterranea dello Stretto. Antonio Pelle, studente «modello» solo grazie all’influenza esercitata dalla sua famiglia, poco prima di essere arrestato aveva infatti un ruolo di primo piano nelle elezioni universitarie.

Si era dato da fare per creare una propria lista, «La Fenice» (poi esclusa dal voto) il cui presentatore ufficiale era l’allora segretario giovanile del Partito democratico della provincia di Reggio Calabria, Pasquale Massimiliano Tramontana, almeno fino al commissariamento dei giovani Pd avvenuto in seguito allo scoppio dello scottante scandalo. Con lista della «Fenice» del boss Pelle era candidato anche Vincenzo Primerano, dell’Udc, vicinissimo al consigliere regionale Pasquale Tripodi, espulso dai centristi pochissime settimane fa.




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