sabato 16 luglio 2011

Napoli, ritrovato un "Leonardo" nelle cantine di San Domenico Maggiore

Il Mattino

di Paolo Barbuto

NAPOLI - La mano destra in atteggiamento di benedizione, la sinistra regge il globo trasparente, simbolo del potere universale: «È opera di Leonardo», scrivevano gli storici narratori delle vicende artistiche napoletane nel ’600 e nel ’700, svelando i particolari di San Domenico Maggiore. Quel «Salvator Mundi», acquistato da Antonio Muscettola, segretario di Carlo V nella prima metà del ’500, era rimasto al suo posto per quattro secoli. Poi, misteriosamente, è stato ingoiato dai depositi della chiesa ed è stato dimenticato. Ora è tornato alla luce e l’attribuzione alla mano di Leonardo sembra probabile.

La tavola l’ha riscoperta Nicola Barbatelli, napoletano, studioso di opere di Leonardo e direttore del Museo delle antiche genti lucane, a Potenza. Dopo aver visto l’unica foto disponibile, antichissima e in bianco e nero, di quell’opera, s’è presentato a San Domenico Maggiore e ha chiesto di poterla studiare: ci sono voluti cinque mesi per averla qualche minuto in visione.



Barbatelli ha scattato foto, preso appunti e s’è messo a studiare, partendo dalle certezze degli antichi narratori, per cercare di dare una precisa attribuzione all’opera.

Il «Salvator Mundi», è stato dipinto a Milano poco prima della caduta degli Sforza: dell’originale si sono perdute le tracce, molti «cartoni» di studio invece sono stati ritrovati e conservati nel castello di Windsor.

La ricerca della tavola originale appassiona da sempre gli studiosi che condividono notizie e suggerimenti per rintracciarla.

Così, mentre Barbatelli studiava la pittura di Napoli e condivideva con gli altri i particolari dei suoi studi, a New York è stato presentato un «Salvator Mundi» spuntato fuori da una collezione privata. È stato subito attribuito alla mano di Leonardo ed è già stato prenotato dalla National Gallery di Londra per una mostra che si terrà a novembre.

La diffusione della notizia proveniente dagli Usa ha fatto cadere il velo di riservatezza sulla tavola napoletana: «I miei studi sono ancora in corso - ha detto Nicola Barbatelli - ma se esistono certezze che l’opera newyorkese è di Leonardo, allora non v’è dubbio che lo sia sicuramente quella di San Domenico Maggiore. Basta avvicinare le sole fotografie delle due opere per scoprire che il confronto è improponibile».

Barbatelli, già al centro di una disputa dopo il ritrovamento di un autoritratto di Leonardo del quale alcuni studiosi hanno contestato l’attribuzione, non avrebbe voluto diffondere notizie su questa opera fino al termine degli studi: «Fino ad ora ero orientato a una semplice attribuzione alla scuola leonardiana, pensavo a Cesare da Sesto e alla sua Madonna con bambino dell’Hermitage, perché certi particolari come la squisita dolcezza delle linee fisiognomiche, le mani leggermente accarezzate dallo sfumato, il dettagliato racconto delle linee dorate sul panneggio, sembrano ricordare la grande passione per la ”ripresa” da parte dei seguaci del Vinci».

Adesso, però, tutto è cambiato: la notizia del ritrovamento e dell’attribuzione a Leonardo della pittura di New York, muta completamente gli scenari e consente di azzardare maggiori certezze. Nel frattempo chi vuol mettere in mostra il «Salvator Mundi» americano può farlo pagando un milione e duecentomila dollari; chi vuol vedere l’omologo napoletano («di fattura decisamente superiore», sostengono gli esperti) è costretto ad arrendersi.

La tavola è tornata nel buio dei depositi. Non c’è un progetto per valorizzarla e metterla in mostra. È come se non esistesse.

Sabato 16 Luglio 2011 - 17:11    Ultimo aggiornamento: 17:19




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La Coin non si fa dettar le regole dalla Cgil "I modelli restano in vetrina fino a domani"

di Redazione

L'azienda replica alle critiche del sindacato: "Non ci sono i motivi per toglierli". E ricorda di non esser nuova a iniziative simili che permettono di dar lavoro a ragazzi "retribuiti nel rispetto di tutte le normative".



Milano - Nonostante le proteste della Cgil, la Coin non si ferma e terrà oggi e domani i "manichini vivi" - due modelli in costume da bagno - nelle vetrine del suo negozio in piazza Cinque Giornate. Ieri l'iniziativa era stata duramente contestata dal sindacato che la definisce "mercificazione del corpo umano", ma il gruppo Coin "non ha affatto ritirato i modelli dalle vetrine, non ravvisando alcun motivo per farlo".
L'azienda sostiene che "la vetrina di un department store è il medium per eccellenza che permette di presentare brand e prodotti ricorrendo, a volte, all’interazione con i clienti". La Coin aggiunge che, per comunicare le nuove aperture nelle varie città italiane, ad esempio, il Gruppo ha fotografato i cittadini di Parma, di Pisa, di Ravenna, di Reggio Calabria e ha "ospitato in vetrina" gli scatti dei loro volti. "Spesso - spiegano ancora - le vetrine di Coin sono state teatro di performance di artisti, che hanno realizzato dal vivo la loro opera. Molti marchi di moda e di abbigliamento, in tutto il mondo, usano persone e non manichini per presentare, in vetrina o dentro al negozio, le loro collezioni o promozioni".
Il gruppo, insomma, non è nuovo a iniziative simili, che anzi ricorda di aver così "dato lavoro a un elevato numero di ragazzi e ragazze, selezionati regolarmente tramite agenzia e retribuiti nel rispetto di tutte le normative, offrendo quindi opportunità addizionali di lavoro. Pertanto la promozione del prodotto che prevede questo genere di animazione continua oggi e domani secondo programma».

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Crolla in diretta la torre della tv

Corriere della sera
Si spezza e collassa a terra dopo un cortocircuito
l cedimento dopo un cortocircuito. Disagi anche a linee telefoni

Arrestato il «ladro dei fedeli»

Corriere della sera

Fingeva di uscire dalla sala di preghiera dell'aeroporto. Ma non era un devoto. E rubava i bagagli a chi pregava


MILANO - La Polizia di Frontiera aerea di Fiumicino ha individuato e arrestato l'autore di diversi furti consumati nell'aerostazione ai danni di cittadini stranieri, mentre erano intenti a pregare all'interno della cappella nel Terminal 3. In particolare, gli agenti - comunica una nota - ricostruendo le modalità dei furti attraverso le denunce presentate, sono riusciti ad individuare le caratteristiche somatiche del responsabile utilizzando le telecamere di videosorveglianza aeroportuale.


MODUS OPERANDI - Sono così riusciti a rintracciare tutti gli spostamenti dell'uomo e di accertare il suo particolare «modus operandi». Si tratta di un trentunenne pregiudicato kossovaro, soprannominato dagli investigatori «il ladro dei fedeli», che dissimulava la sua presenza nell'area di raccoglimento spacciandosi per un devoto musulmano che fingeva di essere appena uscito dalla sala. Attendeva, quindi, che qualche fedele entrasse nella sala e che si raccogliesse in preghiera per mettere a segno il furto. Gli investigatori della Polaria, dopo numerosi servizi di appostamento effettuati nei pressi della stanza dedicata al raccoglimento, hanno individuato l'uomo bloccato dopo un inseguimento. Gli agenti hanno accertato che poco prima , insieme ad altri due complici, l'uomo si era reso responsabile di altro furto consumato in danno di un diplomatico saudita. I fotogrammi acquisiti dagli investigatori hanno consentito di operare il fermo del cittadino kossovaro che, non potendo negare l'evidenza delle immagini, ha confessato.

Redazione online
16 luglio 2011 16:57

Quella del magnate della Segway fu morte accidentale

Il Tempo

Il proprietario dell'azienda precipitò in fiume dopo una manovra con uno dei veicoli elettrici che commercializzava.


Persone in Segway A dieci mesi dall'incidente un'inchiesta ha stabilito che la morte del patron della Segway Jimi Heselden è stata accidentale. L'uomo d'affari inglese, alla guida di uno dei veicoli a due ruote da lui stesso commercializzati, cadde in un fiume il 26 settembre del 2010. Insieme al suo Segway volò per 13 metri prima di schiantarsi sulle acque del Wharfe, nel nord dell'Inghilterra.

L'imprenditore 62enne aveva incontrato su un sentiero di montagna un uomo con il suo cane, Sean Christie. Questi ha raccontato di aver visto Heselden indietreggiare per lasciargli il passo e poi precipitare. La morte accidentale è stata confermata dai rilievi el medico legale David Hinchcliff. Heselden, proprietario della compagnia di demolizioni Hesco Bastion, aveva acquistatto la Segway nel 2009.



15/07/2011




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Incubo a Messina: larve di moscerino nascono nel naso di uomo in rianimazione

Il Mattino


MESSINA - Larve di moscerini nel naso e sul volto. È accaduto a un paziente di 55 anni, di origini palermitane, ricoverato da due mesi nel reparto di Rianimazione del Policlinico di Messina per un'emorragia celebrale causata da un aneurisma.
Le larve, minuscole e bianche, sono state scoperte dai congiunti dell'uomo che hanno avvertito il direttore dell'unità operativa, Angelo Sinardi, e hanno presentato una denuncia alla polizia segnalando il degrado igienico sanitario nel reparto.

«Da 10 giorni vedevamo volare dei moscerini nella stanza dove si trova ricoverato mio marito, ma nonostante avessimo chiesto più volte un intervento dei sanitari loro non hanno fatto nulla» , dice Maria Napoli, moglie del paziente.

«Avevo chiesto - prosegue la donna - insieme a mia figlia di coprire con una garza il naso e la bocca di mio marito per evitare che questi insetti deponessero uova o si appoggiassero su di lui ma siamo state quasi derise. Poi ieri sui peli interni del naso abbiamo notato le larve. È stata una scena agghiacciante, mio marito sembrava un morto. A quel punto abbiamo chiamato la polizia che subito ieri pomeriggio è intervenuta». «Il direttore dell'Unità operativa il prof. Sinardi ha poi asserito di aver tolto le larve dal naso di mio marito e di aver fatto intervenire un otorino per una visita. Si è poi scusato con noi. Siamo esterrefatti - conclude la donna - e chiediamo giustizia, non è possibile che ci siano in un ospedale condizioni igienico sanitarie da terzo mondo. Ancora oggi anche se le condizioni igieniche erano migliorate abbiamo notato un moscerino nella sala dove sono ricoverati i pazienti, ci auguriamo di non vedere più scene di questo tipo».

Sinardi ha detto: «È vero erano presenti delle piccole larve sul naso di un nostro paziente ricoverato, ma subito siamo intervenuti eliminandole. L'uomo è stato sottoposto ad una visita da parte di un otorino che ha escluso la presenza di altre larve».

«La disinfestazione dell'area antistante il reparto - ha proseguito Sinardi - era stata fatta il giorno prima, comunque ci siamo scusati con i familiari perchè queste sono cose che non dovrebbero accadere mai. Tengo a precisare però che non ci sono state conseguenze per la salute del paziente».

Sabato 16 Luglio 2011 - 19:09    Ultimo aggiornamento: 19:10




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Miss Introd, uno scheletro di 5000 anni ad Aosta

La Stampa


E' stata soprannominata la "Signora di Introd" e dopo 5000 anni la sua sepoltura è ancora perfetta. Lo scheletro di questa donna ancora misteriosa e ancora senza età, è stata ritrovato all’interno di una tomba ad Introd, paese alpino di poco più di 600 abitanti, non lontano da Aosta. Rannicchiata sul fianco destro e con il capo rivolto a nord ovest, non ha attorno nessun oggetto di corredo funebre. I resti della signora sono già stati trasferiti in laboratorio, dove nei prossimi giorni saranno oggetto di analisi approfondite per determinarne l'età, le abitudini alimentari e la causa di morte. L’Assessore all’Istruzione e Cultura Laurent Viérin esprime“grande soddisfazione per questo importante ritrovamento, unico nel suo genere, che testimonia la ricchezza e la qualità del patrimonio archeologico valdostano e della nostra storia.”

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Troppi schiamazzi, vietato il calciobalilla

Corriere della sera


A Campobello di Licata il sindaco emette un'ordinanza per proibire le partite a biliardino per le vie del paese



Niente calciobalilla (di notte) a Campobello
Niente calciobalilla (di notte) a Campobello
MILANO - È uno dei sollazzi preferiti degli italiani d'estate. Partite indiavolate all'ultimo sangue, rossi contro blu, non si può rullare, si arriva ai sette, chi perde paga da bere. In mancanza di pallone (vero) è l'innocuo calcetto, calciobalilla, biliardino, ognuno lo chiami come vuole, a tener banco nelle afose serate tra amici - e non si tratta solo di ragazzini. Il problema è che magari qualcuno si fa prendere dalla trance agonistica e magari, via, un po' schiamazza. Non deve troppo gradire questo popolare scacciapensieri (e soprattutto i suoi esagitati fruitori) il sindaco di un paese dell'entroterra agrigentino, Campobello di Licata. E gli ha dichiarato guerra.
AL BANDO - Michele Termini, così si chiama il temibile primo cittadino, evidentemente non molto impegnato nel torrido e siculo luglio, ha emesso la seguente ordinanza: «Alcuni residenti lamentano la collocazione di biliardini ed altri giochi all'esterno dei locali pubblici e di ritrovo, posti nelle pubbliche piazze, sui marciapiedi e sulle strade, i cui avventori creano continui schiamazzi». E quindi la definitiva messa al bando di giocatori in miniatura - e simili - «si fa divieto di collocare i biliardini o altri giochi similari all'esterno dei locali pubblici e di ritrovo oltre le ore 21». Insomma, per le partite in notturna, ai poveri calciobalillisti campobellesi toccherà emigrare nei comuni vicini.



Matteo Cruccu
16 luglio 2011 15:11



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Marocchino palpeggia due adolescenti Finisce in manette e rischia il linciaggio

Corriere del Mezzogiorno

L'episodio a Fuorigrotta: l'uomo avvicina una 14enne e una 15enne. Schiaffi e insulti durante l'arresto


NAPOLI - Si è salvato dal linciaggio solo grazie all'intervento della polizia, ma dopo il suo arresto la folla inferocita ha continuato a prenderlo di mira, colpendolo con schiaffi e insulti.


Parliamo di un uomo, originario del Marocco, che nella serata di ieri nel quartiere napoletano di Fuorigrotta, nei pressi della stazione della Cumana, ha avvicinato due ragazzine di 14 e 15 anni. Ha iniziato a palpeggiare la più grande e dopo anche la 14enne quando quest'ultima è andata in soccorso della sua amica. La scena è stata notata da alcune persone che hanno rincorso l'uomo, che si è rifugiato all'interno di un bar. Le urla hanno richiamato le attenzioni di alcune persone che hanno avvisato la polizia.
In manette è finito un marocchino 38enne, Zaccaria Adii, che ora deve rispondere di violenza sessuale. L'uomo è stato anche denunciato perché sprovvisto di documento di riconoscimento e per soggiorno in Italia.

Redazione online
16 luglio 2011

Battisti, emozioni senza copyright

Corriere della sera

Il programma su Lucio e la querelle sui diritti




Battisti e Mogol
Battisti e Mogol
Un nuovo programma su Lucio Battisti, l'ennesimo. Una bella biografia con musica e reperti storici quella proposta dal contenitore «Emozioni», un format originale (format?) della Greed scritto da Simona Ercolani con Andrea Felici, Tommaso Marazza, Claudio Moretti (Raidue, giovedì, ore 21.05). La rivisitazione di Battisti (in chiave mogoliana, però) arriva nel pieno di una bufera sollevata dalla vedova, Grazia Letizia Veronese. Prima ha chiesto alla Rai di non trasmettere un inedito di Lucio, scritto con Mogol, «Il paradiso non è qui», canzone mai registrata alla Siae. Poi, con sentenza del tribunale, ha vietato al comune di Molteno, paesino della Brianza lecchese dove Battisti ha vissuto e dove è sepolto, di organizzare altre edizioni di «Un'avventura, Le emozioni», la celebrazione nata nel '99 per ricordare il cantautore. Poi, ancora, ha annunciato querele contro il Pdl che ha intitolato i vari giorni della Festa della Libertà di Mirabello ispirandosi alle canzoni di Lucio Battisti: «Nessuno lo può usare, tanto meno un partito. Sono io la titolare dei diritti e della persona».

Non voglio entrare nel merito della questione, registro solo una bella dichiarazione di Dori Ghezzi: «Fabrizio è di tutti. E se anche si volesse controllare tutto quello che viene fatto in suo nome ci vorrebbe l'esercito. Che facciamo, andiamo anche sulle spiagge a bloccare chi si trova attorno al fuoco?».

In realtà, da tempo, le popstar vivono della nostra sostanza e noi della loro. Non più relegata nell'Olimpo, ai confini dell'umanità, la popstar fa il suo ingresso nella consuetudine domestica, vive di una sua vita autonoma in una metamorfosi senza fine, è il simbolo di un presente eterno, di un interminabile fermo-immagine


Si può essere titolari dei diritti, ma nessuno ha il copyright del simulacro. Il Battisti di «Emozioni», con le interviste a Maurizio Mandelli, a Roby Matano, a Mogol, a Renzo Arbore appartiene solo a chi lo ha guardato e a nessun altro.



16 luglio 2011 08:30



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Casta, secondo colpo gobbo: più lavoriamo, più guadagna.

Libero



Sono riusciti a mettere al sicuro il portafoglio della casta per legge. Deputati e senatori hanno blindato nella notte fra il 13 e il 14 luglio scorso le loro indennità parlamentari messe a rischio da Giulio Tremonti grazie a un geniale emendamentino approvato in commissione bilancio del Senato verso le due del mattino e poi ripreso dal maxi-emendamento su cui ieri anche la Camera ha votato la fiducia. Il blitz è servito a legare le proprie indennità, gli unici stipendi italiani che non vengono toccati dalla finanziaria, al Pil del Paese e alla media ponderata degli altri Pil europei. L’emendamento porta la firma di due senatori del Pdl.

Il primo  è un ingegnere palermitano, Mario Ferrara.  Il secondo è un giornalista catanese, Salvo Fleres. Grazie alla loro trovata gli stipendi dei parlamentari italiani sono stati legati a doppia mandata con il Prodotto interno lordo. Il risultato è una doppia beffa: in questo modo i parlamentari italiani non faranno alcun sacrificio, come invece aveva chiesto Tremonti e loro stessi avevano promesso agli italiani. Ma soprattutto se gli altri italiani si rimboccheranno le maniche e lavoreranno sodo facendo crescere il Pil del  Paese, i primi a beneficiarne diventeranno deputati e senatori che potranno starsene in panciolle ad aspettare le fatiche altrui: alla fine con il Pil cresceranno i loro stipendi.

Nell’attesa comunque l’indennità parlamentare non rischierà alcuna sforbiciata. Tremonti infatti aveva scritto: paragoniamola, aggiungendoci tutti i benefit goduti, a quella della media dei parlamentari degli altri paesi. Siccome sarà superiore, la tagliamo di quel che c’è in più. Legandola al Pil invece questo non avverrà. Perché con il trucco approvato di notte e in poche ore trasformato in legge lo stipendio-base (senza benefit che sono stati esclusi) degli onorevoli italiani potrà essere inferiore a quello di Francia, Germania e Gran Bretagna (e lo è sia pure di poco), perché  quei paesi hanno Pil più alti. Dovrà essere superiore e di molto a tutti gli altri membri della Ue che hanno Pil inferiori a quelli italiani. Con questo criterio lo stipendio degli italiani potrà essere superiore alla media Ue e va a finire pure che dovrà essere aggiustato verso l’alto.

Una scelta che rischia di provocare roventi polemiche e acuire ancora di più il distacco fra elettori ed eletti. Ieri avevamo pizzicato i senatori mettere paletti interpretativi ai tagli dei costi della politica. Una bella presa in giro già in quella formula soft. Ma cristallizzare la propria immunità economica per legge proprio quando si fa tirare la cinghia a tutti gli altri italiani, verrà vissuto come una prepotenza difficile da digerire. Non a caso quell’emendamento che era sfuggito ieri a noi di Libero (il testo della seduta notturna della commissione bilancio della Camera non era ancora stampato), ieri mattina è stato scovato proprio da un nostro lettore, Filippo Salone,  che ce lo ha inviato per posta elettronica con un  amaro post scriptum:  «Da elettore del centro destra storico, direi che è arrivata l’ora di un sano passo indietro».

Non osando parlare agli elettori maggioranza e opposizione si sono sfogati nel chiuso delle commissioni durante le sedute notturne in cui è stata approvata la legge finanziaria. Si sentono vittime perfino dei loro elettori, che pure dovrebbero essere la risorsa principale per un uomo politico. Ce l’hanno con i giornali e con quella che chiamano “antipolitica” e banalmente è la reazione degli elettori alla evidente incapacità degli eletti di fare il mestiere per cui sono stati votati e vengono pagati più che bene. Nella migliore delle ipotesi si nascondono dietro fili d’erba, come fa oggi il senatore Pd Francesco Sanna che scrive a Libero per dire che lui certo è favorevole a tagliare i costi della politica, ma che l’idea di legare al Pil è solo del Pdl. Sanna aveva di fatto proposto la stessa formula: legare l’indennità alla popolazione dei paesi. Il risultato sarebbe stato identico.

Quel che i politici di centrodestra e centrosinistra non capiscono è che i loro stipendi appaiono agli italiani eccessivi non solo in sé, ma in rapporto alla qualità e alla quantità del lavoro che stanno remunerando. Il Parlamento da anni fa poco o nulla. E quel che poco che riesce a fare, normalmente peggiora la vita degli altri italiani. Con questi risultati lo stipendio dovrebbero darlo i politici a tutti gli italiani che li sopportano, e guardarsi bene dal chiederlo a loro. Non è antipolitica, questa. È la giusta protesta di un datore di lavoro (il popolo italiano) che vede i suoi dipendenti (i parlamentari) starsene con le mani in mano e combinare un pasticcio dopo l’altro. O li licenzia - e ci siamo assai vicini - o almeno spera di risparmiare qualcosa sugli stipendi che così butta via.


di Franco Bechis

16/07/2011




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Scatta lo stop ai massaggi in spiaggia «Pericolosi per la salute e l'igiene»

Corriere della sera

Primo weekend di divieti tra i lettini degli stabilimenti o sugli arenili liberi: pubblicata il 13 luglio l'ordinanza del sottosegretario Martini. Fermato giro di prostituzione



ROMA - Primo weekend senza massaggi «cinesi» in spiaggia. L’ordinanza del sottosegretario alla Salute Francesca Martini, annunciata a maggio, è stata pubblicata il 13 luglio e prevede in particolare che i gestori, pubblici o privati, di tratti di litorale siano tenuti a segnalare ogni violazione. Si intitola: «Tutela dell’incolumità pubblica dal rischio derivante dall’esecuzione di massaggi lungo i litorali» e farla rispettare dovranno essere i sindaci dei Comuni dei litorali italiani in collaborazione con le Asl e i gestori degli stabilimenti balneari.
Il sottosegretario Martini sottolinea i rischi e la necessità di prevenire «effetti pericolosi» che possono essere originati dalla pratica sulle spiagge da parte di «soggetti ambulanti, di prestazione presunte estetiche o terapeutiche». «Siamo pronti», spiega il comandante del Gruppo di Ostia Angelo Moretti che già nei giorni scorsi aveva guidato un'altra operazione di sicurezza: quella contro i finti massaggi che coprivano un giro di prostituzione fra le dune di Capocotta.


FINO A 2500 EURO DI MULTA – In particolare, si legge in una nota del ministero, «l’ordinanza prevede il divieto di offrire a qualsiasi titolo prestazioni riconducibili a massaggi estetici o terapeutici da parte di soggetti ambulanti al fine di salvaguardare la salute dei cittadini derivante da prestazioni effettuate da soggetti che non sono in possesso di comprovata preparazione e competenza, nonché in luogo non idoneo allo scopo». Pesanti le sanzioni previste che possono arrivare anche ad un massimo di 2500 euro, la stessa somma che - almeno in teoria – pagano i parcheggiatori abusivi se trovati senza permesso per sostare sulla strada.

GIRO DI PROSTITUZIONE - Le massaggiatrici in genere hanno regolare permesso di soggiorno: «I clandestini difficilmente vengono pizzicati per strada», spiegano al commissariato di Ostia. Dove ricordano che accanto a normali operatrici del benessere ci sono anche numerose ragazze coinvolte in un giro di prostituzione bordo mare. Anche quattro giorni fa la polizia municipale ha scoperto sulla spiaggia di Capocotta un giro di prostituzione sia maschile sia femminile, denunciando tre persone di origine asiatica. Ragazze cinesi offrivano, oltre al massaggio rilassante sul lettino, sesso a pagamento al riparo della macchia mediterranea sulla duna, per 20 euro. Sono state le ripetute segnalazioni dei bagnanti, insospettiti dall'andirivieni, a far scattare il blitz dei vigili urbani. Si sospetta che nel giro di prostituzione fossero attivi anche alcuni ragazzi di origine asiatica.

MIRACOLOSO BALSAMO DI TIGRE - Nei giorni scorsi, comunque, a Capocotta e ai «cancelli» di Castelporziano, le vere massaggiatrici cinesi continuavano ad operare come se nulla fosse. Arrivano annunciate da un profumo tipico, quello del Balsamo di Tigre, crema miracolosa, dicono, capace di lenire ogni dolore, che loro usano per il massaggio. In spiaggia sembrano infastidire i più, che dai lettini le allontanano con un «no grazie». Ma hanno un discreto successo, tanto che sono molti i clienti – ammette qualche gestore - che le chiamano: pagare 20 euro anziché i 50 di un massaggio in città è una tentazione, anche se talvolta può andare a scapito della salute.

Redazione online
16 luglio 2011 09:08

Incidente domestico per Berlusconi «Sono scivolato e ho battuto la testa»

Corriere della sera

Piccola disavventura per il premier che sarebbe caduto in bagno. «Stasera rientro a Milano per fare un controllo»


MILANO - La voce che Silvio Berlusconi avesse avuto un piccolo incidente domestico girava alla Camera da alcune ore. La conferma sarebbe arrivata poi proprio dal premier, presentatosi a Montecitorio con un leggero gonfiore sulla fronte.

IL RACCONTO - Berlusconi è scivolato in bagno, procurandosi una leggera ferita alla testa. «Stanotte sono scivolato, c'era qualcosa di viscido per terra, e ho battuto la testa. Ho un dolore alla mascella e questa sera rientro a Milano per fare un controllo, forse una tac, e comunque per farmi controllare da Zangrillo». Il premier ha raccontato la sua disavventura ad alcuni parlamentari del Pdl a margine del voto sulla manovra. Come testimoniato da alcune riprese televisive e da alcune foto, in Aula il Cavaliere ha anche mimato il dolore alla mascella e il colpo alla testa.


TAC NEGATIVA - In serata, il presidente del Consiglio si è recato all'ospedale San Raffaele di Milano, appena rientrato da Roma dopo il varo della manovra finanziaria, per verificare le conseguenze del piccolo infortunio domestico. «Berlusconi è caduto in doccia e ha battuto la testa. Era stanco. È sempre molto stanco», ha spiegato in serata il professor Alberto Zangrillo, medico personale del premier. «Prima di coricarsi ha picchiato la testa in bagno e ha subito un piccolo trauma cranico», ha aggiunto Zangrillo. «In seguito alla caduta abbiamo effettuato una visita traumatologica per valutare il fatto infiammatorio che si verifica sempre dopo un trauma, ma - ha sottolineato - Berlusconi sta bene. È tutto a posto - ha concluso -, la tac è negativa».

Redazione online
15 luglio 2011 22:33

Cattura

Tac

Scritto da: G.Fregonara e M.T.Meli alle 17:48 del 15/07/2011


Silvio Berlusconi ha presentato il certificato medico per una "lieve caduta in bagno" e si ritira in casa. Non è licenziabile (da premier) finchè tornerà dalla malattia. A meno che Brunetta gli mandi la visita fiscale.

Dove sono i compagni e gli amici?

Il Giorno

Blog di Giovanni Morandi

Con tutti i problemi che abbiamo le sembra normale che la sinistra si occupi se sia meglio chiamarsi compagni e amici, solo perché Vendola ha sollevato il «problema», e lo scrivo tra virgolette, perché tutto è meno che un problema. E dopo la proposta di abolire il termine compagni si è aperto naturalmente un dibattito.

Maurizio Dominioni, Monza


Aprire un dibattito a sinistra è la cosa più semplice del mondo e non è questo il problema. Capisco le sue perplessità o forse il suo sgomento, se proprio vuole sapere come la penso le dirò che il dibattito provocato dalla proposta di Vendola mi ha indotto a riflettere sull’etimologia di queste due parole, compagni e amici, facendomi arrivare ad alcune conclusioni. Compagni deriva dal latino “cum panis” e fa riferimento a persone che condividono la stessa tavola, che mangiano la stessa minestra, potremmo dire, o per estensione del significato che lavorano per la stessa pagnotta, la stessa causa. La parola amico invece deriva dal verbo amare e dunque ha certamente un significato più alto. Guardo a sinistra e sono tentato dal dire che vedo pochi compagni e ancor meno amici.




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Ma la macchina dei debiti a Parma non l'ho inventata io»

Corriere della sera

La difesa del sindaco Vignali: «Volevo trasformare la città. A opere finite , sarà un centro di rango europeo»


dal nostro inviato  DARIO DI VICO


PARMA - Il sindaco di Parma, Pietro Vignali, chiede di parlare. Non ci sta a passare come l'inventore della «macchina dei debiti» e vuole replicare numeri alla mano. Il senso di ciò che dice è chiaro: mi sono mosso nel rispetto formale delle leggi e non ho inventato la finanza creativa. Le grandi opere che hanno causato la parte principale dei debiti sono state fatte dalla precedente giunta guidata da Elvio Ubaldi, prima che la grande crisi cambiasse le carte in tavola e «allora ero sì assessore, ma mi occupavo di ambiente».

La domanda sulle dimissioni non gliela faccio nemmeno, tanto la risposta la so. Non si muove da lì. Parliamo dei debiti. A quanto ammontano?
«L'indebitamento del Comune di Parma nel 2006, prima che fossi eletto sindaco, era di 141 milioni di euro, alla fine del 2011 sarà di 161 e alla fine del 2013 scenderà a 133. Il debito pro capite dei parmigiani è di soli 851 euro, il 56esimo in Italia. Città più importanti hanno sforato nella misura di 3 mila euro per cittadino».

Ma ad oggi, luglio 2011, a quanto ammontano i debiti?

«A 170 milioni».

Questi sono i debiti del Comune. Ma quelli delle controllate? L'opposizione dice che viaggiano attorno a quota 600 milioni...
«Quella cifra si ottiene tutt'al più sommando, non correttamente, Comune più controllate. Il debito delle società partecipate oggi è di 419 milioni di euro, ma si tratta di società che non sono al 100% di proprietà nostra. Quindi va calcolato il debito quota parte e alla fine la somma dà soli 238 milioni di euro». (Ad onor di cronaca in un documento del Comune di Parma del dicembre 2010 si leggeva che «i debiti delle controllate a carico al Comune a fine 2009 sono di 319,992 milioni», ndr).

Comunque anche i 238 sommati a quelli del Comune danno 408. Questi numeri chi li certifica?
«Organi societari e revisori delle società controllate. Non le bastano?».

Non sarebbe meglio produrre un bilancio consolidato del Comune?
«Nell'ultimo consiglio comunale abbiamo approvato con il concorso dell'opposizione un regolamento che prevede il consolidato. Comunque l'indebitamento è bilanciato da una robusta patrimonializzazione di tutte le controllate pari a 457 milioni».

Di recente la Corte dei conti ha criticato le operazioni infragruppo fatte dal suo Comune. Avete patrimonializzato le società girando loro asset di proprietà comunale. In questo modo le spa irrobustite si sono potute indebitare con le banche. E avreste fatto tutto ciò per aggirare il patto di stabilità interno.
«Non abbiamo infranto nessuna legge. Abbiamo agito per fare di Parma una città di rango europeo. E lo vedrà, quando saranno finite tutte le opere! La scelta di creare le società miste non è stata mia, ma della giunta che mi ha preceduto. Oggi se si vogliono realizzare grandi progetti bisogna muoversi così».

Torno alla Corte dei conti. Sostiene che: a) avete usato i proventi di cessioni del Comune, oltre 47 milioni, per coprire il disavanzo corrente; b) che avete firmato lettere impegnative di fidejussione nei confronti delle partecipate; c) che avete fatto operazioni di leasing immobiliare che non si giustificavano. E mi fermo.
«Sono rilievi per singoli episodi. Ho trasferito proventi da alienazione di cespiti comunali sul bilancio solo per 20 milioni in tre anni, rispettando sempre le norme. Le lettere fidejussorie impegnative sono due per un totale di 16,8 milioni di cui 14 milioni sono stati firmati dall'amministrazione precedente. Quanto al leasing immobiliare lo usano tutti gli enti locali».

Si rende conto che nella grande Milano ci si accapiglia sull'ipotesi che il Comune abbia un disavanzo di 140 milioni mentre nella più piccola Parma siamo comunque da 400 in su?

«Se Milano conteggiasse l'indebitamento di tutte le controllate quella cifra verrebbe ampiamente superata, mi creda».

All'assemblea degli industriali il presidente Borri ha espresso preoccupazione per l'indebitamento del Comune. Le è dispiaciuto?
«Certo, mi è dispiaciuto perché i debiti sono stati accesi per finanziare le opere che l'Unione industriali ritiene utili per lo sviluppo. Non per altro».

Insomma, gli industriali sono degli ingrati?
«Rilevo solo una contraddizione. E comunque Borri non mi ha rivolto solo critiche. Sono stato io il vero argine dell'indebitamento di Parma. Se non avessi detto no alla costosissima metropolitana, allora sì che sarebbero stati guai. L'amministrazione Ubaldi, in un contesto economico diverso da quello attuale, aveva deciso di farla e io, diventato sindaco, mi sono opposto. Oggi avremmo almeno altri 100 milioni di euro di debiti in più».

Ma lei nella giunta Ubaldi è stato assessore ai Lavori pubblici per nove anni!
«Mi occupavo di ambiente e trasporti, non di opere pubbliche. E comunque prima la metro era una scelta ambiziosa, oggi sarebbe insostenibile».

È stato lei ad autorizzare la controllata Stt a finanziare il film di Salemme sui vigili urbani di Parma?
«No. Non mi risulta che la Stt abbia finanziato Salemme. Il regista è venuto da me chiedendo un contributo e so che il presidente della Stt l'ha indirizzato verso imprenditori privati che potevano essere interessati».

Come è andata la vicenda dei 180 mila euro spesi per delle rose che non sono mai apparse sui ponti di Parma?
«È stata responsabilità di un dirigente del Comune, che c'entra il sindaco? Quanti stretti collaboratori di politici hanno problemi con la magistratura, penso a chi ha lavorato vicino a Vendola o a Bersani. Non potevo sapere che combinassero un pasticcio con le rose, io avrei sicuramente speso di meno e le rose sarebbero arrivate a destinazione».

A proposito di magistratura gli arresti di suoi collaboratori le hanno procurato amarezza o paura?
«Amarezza. Ho totale fiducia nella Procura. Le responsabilità penali sono personali e quindi non ne rispondo come sindaco. Per il posto di comandante dei vigili ho assunto un ex carabiniere, che ne potevo sapere che sarebbe andato a vendere informazioni in giro per guadagnare qualche euro? Di dirigenti ne ho 40, non posso controllare tutto quello che fanno».



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Affaire Montecarlo, parla il vicino Fabrizio Torta "La casa di Tulliani vale oltre un milione di euro"

di Gian Marco Chiocci

Il proprietario dell'appartamento "gemello" di quello del cognato di Fini: "Io vendo al triplo di quanto incassò Alleanza nazionale". Al metro quadro, infatti, gli appartamenti viaggiano tra i 20 e i 30mila euro. Poi Torta rivela: "Nel palazzo sono diverse le persone che hanno visto Fini"


Quest’intervista può aiutare co­loro che ancora credono alle favole, che pensano davvero che il prezzo pagato da una off-shore ad An nel 2008 (300mila euro) per l’acquisto della nota casa di Montecarlo fosse congruo.Può chiarire le idee a quan­ti ancora non si capacitano del per­ché, a un anno dalla nostra inchie­sta sull’appartamento donato dalla contessa Colleoni e in uso al cogna­to di Gianfranco Fini, scaviamo an­cora in quest’affaire immobiliare che grida vendetta per un’infinità di ragioni: le modalità di alienazione attraverso società caraibiche, il ruo­lo del cognato di Fini, le proposte da più di un milione snobbate dal parti­to, i lavori di ristrutturazione seguiti dalla compagna di quel presidente della Camera che si disseall’oscuro della presenza di Giancarlo Tulliani nell’immobile.
E soprattutto la certi­ficazione al ribasso operata «politi­camente» dalle autorità monega­sche che ha comunque evidenziato come la cifra richiesta per l’apparta­m­entodiBoulevardPrincesseChar­lotte corrispondesse a quasi un ter­zo del suo reale valore. L’intervista può tornare utile per ragionare sul­l­’inchiesta dei pm romani che inda­gavano sulla congruità del prezzo e chehannorichiestocomunquel’ar­chiviazione di fronte alle evidenze delle stime immobiliari sollecitate, per rogatoria, ai sudditi del principe Alberto. L’intervista al Giornale di Fabrizio Torta, dirimpettaio di casa Tulliani, va in soccorso di tutti quelli che si ostinano a fare spallucce della ricerca della verità.

La casa di Torta confina con quel­la in uso a monsieur Tulliani. È iden­tica. Stessa metratura. È in vendita a un milione di euro o poco più, nono­stante sia penalizzata – rispetto a quella dell’inquilino eccellente ­dall’affaccio rumoroso sulla strada, dalla mancanza di un terrazzino, dal carico economico che il compra­tore è chiamato a sopportare essen­do completamente da ristrutturare.
Torta accetta di parlare nonostan­te una brutta diffi­da inviata per tele­gramma dai legali di Giancarlo Tulliani: «È una iniziativa che mi ha sor­preso non poco, questa degli avvo­cati del signor Tulliani, col quale ho avuto sempre rapporti di buon vici­nato. Una diffida a non parlare? E perché? Che cosa ho fatto di male?» si chiede Torta mentre ci spalanca la porta dell’abitazione gemella.
Allora, signor Torta, ha vendu­to?
«Per scaramanzia non parlo ma diciamo che sono a buon punto. Re­centemente l’ho messa in mano a una persona che quando ha saputo il prezzo che chiedevo mi ha detto: “Tranquillo,a questa cifra te la ven­do subito”».
Di quale cifra stiamo parlan­do?
«Un milione di euro, qualcosina in più. Dopo poco tempo mi ha por­tato un cliente interessatissimo a comprare. Siamo andati dal notaio perché la persona interessata ha vo­luto mettere delle condizioni. Entro il 30 settembre si dovrebbe chiude­re la pratica».
Il suo immobile quanto è gran­de?
«Sessantacinquemetriquadri, ta­le e quale a quello di là ( il signor Tor­ta indica l’appartamento di Tullia­ni, ndr ). Solo che rispetto a quello io non ho il terrazzino e il mio affaccio dà sulla strada ed è meno conforte­vole rispetto al suo che invece dà su una corte interna, è silenzioso, mol­to più tranquillo. Sembra un detta­glio ma a Monaco queste cose han­no un peso».
Ed è da ristrutturare.
«Beh, si.

Ci sono da rifare le mura che gli operai di Tulliani mi hanno danneggiato durante i lavori di ri­strutturazione (Torta indica le top­pe provvisorie messe dagli operai, ndr ). Vanno fatti il pavimento, il ri­scaldamento, l’impianto elettrico, le porte... insomma sono parecchi i lavori da fare».
Un milione, da ristrutturare, il suo. L’appartamento accanto ceduto per trecentomila euro.
«Che vuole che le dica... quando l’ho saputo non ci volevo credere. Diciamo che chi ha comprato ha fat­tounaffaroneperchéoggi, conlacri­si, e i prezzi al ribasso,cosi com’è va­le minimo un milione e trecentomi­la euro».
Come minimo?
«Già. Nel Principato, a seconda dei momenti e delle oscillazioni di mercato, si viaggia fra i 20 e i 30mila euro a metro quadro. In questo mo­mento conviene comprare».
Il «vicino» non le ha mai fatto proposte per l’acquisto?
«No. Con lui avevo un ottimo rap­porto, era educato e gentile, si preoc­cupò personalmente quando ripor­tai tutti quei danni nella parete del­l’appartamentooffrendosidimette­re le cose a posto al più presto, mi sembra che parlò di settembre. Poi, però,a fine luglio è scoppiato lo scan­dalo e non l’ho visto più. L’ho rivisto per puro caso a inizio anno all’hotel Hermitage quindi una volta in rue de la Costa (dove Tulliani ha la ban­ca, ndr). Ogni tanto sentivo rumori nella casa, poi più niente. Feci alcu­ne interviste a seguito delle quali mi fu recapitata la diffida a non parlare più di quell’appartamento».
Alcuni esperti del settore immo­biliare ci riportano la voce di una vendita della casa abitata da Tulliani. Ne sa niente?
«Non posso aiutarvi. Se dovesse­ro vendere credo, ma è una mia sen­sazione, che non facciano ricorso al­le agenzie immobiliari ufficiali. Se l’hanno acquistata a quel modo è possibile che la rivendano seguen­do la stessa trafila evitando anche di farla visitare. In questi mesi, là den­tro, non vola mosca».
Scusi, ma nei giorni precedenti lo scoppio dello scandalo lei Gianfranco Fini lo ha visto nel palazzo?
«Io personalmente no, ma altri certamente. A cominciare dall’inge­gner Giorgio Mereto, che poi ritrat­tò quando lesse quanto da voi ripor­tato (e registrato, ndr ). Non so se lui abbia ricevuto diffide del tipo di quelle inviate a me. Elisabetta, la so­rella di Giancarlo, l’ho intravista sul finire del 2009 anche se Bocchino ha detto che forse mi sono confuso con la fidanzata bionda di Tulliani. In quel palazzo Fini lo hanno visto, cosi almeno mi hanno detto alcuni miei coinquilini».
Fini ha sempre negato di esser­ci stato.
«Non so che dirvi. La gente qui a Montecarlo non vuole problemi, teme ripercussioni. Però se è passato anche fugacemente nel palazzo è stato molto fortunato perché quel condominio è uno dei pochi a non avere telecamere di sicurezza. So che Fini l’ha visto anche l’inquilino disopra, però mi ha detto che ha pre­ferito non dire niente ai giornalisti per paura, perché ha temuto di per­dere il lavoro. E quando gli ho fatto vedere il telegramma la sua scelta di stare fuori da questa vicenda s’è rin­forzata. Voi non potete neanche immaginare cosa sono stati quei giorni d’estate dell’anno scorso...».





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Lodo Mondadori e tutela di chi paga Ma a me Mannino non ridà i soldi

Corriere della sera

Caro direttore,

«e se poi De Benedetti perdesse in Cassazione e non desse i soldi indietro al Cavaliere?». Per giorni, prima che Mediaset facesse sapere che avrebbe pagato, i parlamentari berlusconiani hanno posto questo pensoso interrogativo. E c'è stato chi ha teorizzato la necessità di una leggina, già tentata nella manovra, per evitare che un cittadino condannato debba versare un centesimo prima della conferma in Cassazione. A me è successa una cosa curiosa: un parlamentare al quale avevo disciplinatamente dato 15.752 euro dopo aver perso una causa civile in primo grado, da oltre due anni non mi restituisce quei soldi, come gli imporrebbe la legge, dopo avere perso lui l'Appello, che ha riconosciuto che avevo ragione io. Coerenze...


Il galantuomo in questione è Calogero Mannino, che nel libro Lo spreco edito nel 1998 da Baldini & Castoldi, citavo come uno degli sponsor, in quanto patriarca politico dell'area, del progetto di fare di Sciacca la «Marienbad del Mediterraneo». Un progetto così megalomane da aver lasciato in eredità, tra l'altro, un galoppatoio dove mai ha corso un cavallo, un orribile teatro perennemente incompiuto, una piscina con una vasca non di 25 o 50 metri regolamentari ma 33 (!) poi prolungata con un nuovo appalto, un corso professionale per 290 sguatteri, portieri e banconisti così spropositato che ogni cameriere addestrato venne a costare 53 milioni dell'epoca (circa 150 mila euro d'oggi) manco dovesse pilotare un elicottero e così via... Per non dire dell'acquisto di due orche marine tenute a pensione per anni in Islanda, in attesa di costruire il parco acquatico poi mai fatto, al modico prezzo di 121 mila euro attuali al mese di vitto e alloggio. 


Dichiarandosi diffamato, Calogero Mannino chiese un miliardo e 650 milioni di risarcimento. Il giudice Domenico Bonaretti, della I sezione del Tribunale civile di Milano, gli diede parzialmente ragione. E mi condannò a pagare al parlamentare oggi passato ai «Responsabili», come risarcimento e spese di giudizio varie, 15.752 euro e 50 centesimi. Gli avvocati Laura Cavallari, che tutelava la casa editrice, e Caterina Malavenda, che tutelava me, nella convinzione che la condanna potesse essere ribaltata in Appello, chiesero la «sospensiva». La stessa concessa, per una cifra immensamente più alta, al Cavaliere nei confronti di De Benedetti. Risposta: no. Rispettoso della legge, nonostante ritenessi quella condanna ingiusta, pagai senza tirarla lunga. E così fece per la sua metà la Baldini & Castoldi.

Quattro anni di lunga attesa e finalmente, il 29 aprile 2009, arrivò la sentenza della II sezione civile della Corte d'appello di Milano. Che, sulla base di tutti i documenti che avevamo presentato, ribaltò il verdetto di primo grado e riconobbe che «effettivamente sullo sfondo della vicenda Sitas vi era anche Mannino, che aveva il duplice interesse di favorire lo sviluppo della sua città e, nel contempo, stante la coincidenza con il suo collegio elettorale, di beneficiare politicamente, come sostenitore dell'iniziativa, dell'effetto di ritorno della stessa». Oltretutto «ben poteva esprimere il proprio appoggio politico anche interessandosi ai possibili finanziamenti pubblici - che in effetti poi risultano essere stati erogati - tanto più in considerazione dello specifico ruolo di assessore regionale alle finanze all'epoca rivestito». Il parlamentare fu quindi condannato a pagare le spese processuali. A quel punto avrebbe dovuto ovviamente restituire quel che gli era stato versato per un totale di 65.609 euro. A me verrebbero, e ci dovrei pagare l'avvocato, 31.872,66 euro.

Da quel momento ogni sollecitazione telefonica, ogni lettera ufficiale, ogni richiamo alla legge che prevede sì la sospensiva (a me, ripeto, non concessa) per chi deve pagare, ma non per chi deve restituire, se perde, quanto ha già incassato (anche se fa ricorso in Cassazione, come lui) sono stati totalmente inutili. Cosa dovevo fare: avventurarmi nella richiesta di sequestro di qualche suo bene? Troppo dispendioso, vista l'aria che tira. Tanto più che lo stipendio da parlamentare, poco meno di 15 mila euro netti al mese con l'accumulo di indennità e rimborsi vari, non è pignorabile. Piccolo e ulteriore privilegio della casta. Dimmi tu, caro direttore: con quale spirito leggeresti al posto mio certi interventi di questi giorni intorno ai destini di quell'altra lite giudiziaria, interventi gonfi di una insopportabile ipocrisia? Io, dopo la prima (e a mio avviso ingiusta) sentenza, pagai senza fiatare. Lo diceva la legge: fine. Il signor Mannino, che come parlamentare della Repubblica le leggi è chiamato a farle, pensa di esserne esentato?


16 luglio 2011 09:49



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Obama riceve il Dalai Lama, la Cina protesta Ma Pechino è più preoccupata per il debito Usa

Quotidiano.net

L’incontro tra il presidente americano e il premio Nobel avviene in un momento delicato, infatti Pechino è il principale creditore e se il Congresso non prenderà correttivi sul debito, rischia di perdere mille miliardi di dollari




Il Dalai Lama (Ap/Lapresse)



Pechino, 16 luglio 2011 -

Ha scatenato per l’ennesima volta la furia del regime di Pechino la decisione di Barack Obama di ricevere oggi a Washington il Dalai Lama, al culmine di una visita di dieci giorni negli Stati Uniti da parte del leader spirituale tibetano, che ha da tempo rinunciato a qualsiasi potesta’ politica sul proprio popolo.

L’incontro tra il presidente americano e il vincitore del premio Nobel per la Pace 1989 era stato annunciato ieri dalla Casa Bianca, ed e’ suonato come una sfida alla Repubblica Popolare, che la settimana scorsa aveva gia’ protestato vibratamente quando il Dali Lama era stato ricevuto dai capigruppo alla Camera dei Rappresentabnti dei due prinmcipali partiti Usa, il repubblicano John Boehner, che presiede l’assemblea, e la democratica Nancy Pelosi, di cui Boehner e’ successore.

“Questo incontro sottolinea il forte sostegno del presidente Obama all’identita’ unica del Tibet, sotto i profili religioso, culturale e linguistico, e alla tutela dei diritti umani dei tibetani”, recitava il comunicato ufficiale diffuso a Washinhgton.

“Noi”, ha replicato a stretto giro Hong Lei, portavoce del ministero degli Esteri cinese, “ci opponiamo fermamente a qualsiasi incontro di alti esponenti governativi stranieri con il Dalai Lama, in qualsiasi veste”. Il portavoce ha quindi sottolineato che la Cina “sollecita gli Stati Uniti ad annullare al piu’ presto la decisione di Obama di incontrare il Dalai Lama, e a non fare nulla che possa interferire negli affari interni cinesi, o danneggiare le relazioni bilaterali”.

Niente di nuovo in realta’, giacche’ si tratta di dichiarazioni reiterate ogni qual volta il leader tibetano ottenga una pur minima attenzione da autorita’ di Paesi terzi: nel caso specifico pero’ la situazione e’ ulteriormente complicata dall’irritazione di Pechino per la grave crisi in atto del debito sovrano Usa: la Repubblica Popolare e’ infatti il principale creditore di Washington e, se al Congresso non si riuscisse a raggiungere entro il termine perentorio del 2 agosto prossimo un accordo sui provvedimenti correttivi da adottare di concerto con l’amministrazione Obama, rischia seriamente di veder andare in fumo gli oltre 1.000 miliardi di dollari in titoli del Tesoro americano che detiene nel suo portafoglio.

L’odierna riunione tra Obama e il Dalai Lama, che non si vedevano dal febbraio 2010, si terra’ come allora a porte chiuse nella ‘Map Room’ della Casa Bianca, e durera’ quanto meno una mezz’ora. Fonti governative statunitensi in via riservata hanno altresi’ confermato che si discutera’ anche della questione tibetana.


ACCORDO SUL DEBITO, I TEMPI SI STRINGONO - La strada per un accordo sul debito Usa si fa stretta, mentre il tempo stringe in vista della scadenza del 2 agosto. Oggi il presidente, Barack Obama potrebbe convocare i leader del Congresso alla Casa Bianca per una nuova tornata di colloqui. Intanto i repubblicani fanno sapere che martedi’ alla Camera voteranno la loro proposta di aumento del tetto del debito, abbinata a un piano di riduzione del deficit da 2.400 miliardi, che non contiene aumenti fiscali e che Obama ha gia’ detto di non gradire.

Il dibattito su questo provvedimento catalizzera’ gran parte della prossima settimana e potrebbe costituire la base per costruire un’intesa al Congresso. Ieri, in una lunga conferenza stampa, Obama ha detto che gli Usa stanno andando fuori tempo massimo e ha chiesto ai repubblicani di farsi avanti con un “piano serio”.

“Mostratemi un piano - ha detto - che mi faccia capire cosa proponete in termine di debito e deficit. Se tireranno fuori un piano serio sono pronto a prenderlo in considerazione, anche se dovesse costarmi in termini decisionali”.




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In una telefonata lo scoop dell'anno

di Redazione


È trascorso quasi un anno dal giorno in cui ho ricevuto la telefonata da cui ha avuto avvio il cosiddetto affare Montecarlo: la vendita da parte di An di un appartamento nel Principato, ricevuto in eredità dalla contessa Colleoni «per la buona causa», a una misteriosa società offshore per circa un terzo del suo valore reale. Per tutta l’estate scorsa la vicenda ha dominato la scena politica, e a mano a mano che risultava chiaro che i 70 metri quadri di Boulevard Princesse Charlotte erano in realtà finiti nelle mani del «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani, e che la compagna del presidente della Camera Elisabetta si era occupata personalmente della ristrutturazione, anche i giornali che nei primi giorni avevano ignorato la storia hanno dovuto occuparsene.

Per settimane Fini si è chiuso in un imbarazzante mutismo, poi ha cominciato a lanciare accuse di «dossieraggio», poi ha ammesso di essersi comportato con leggerezza, infine, pur protestando la propria estraneità all’operazione, si è impegnato a dimettersi se veniva provato in maniera inoppugnabile che l’acquirente beneficiato dal megasconto era suo cognato. Ma è passato un anno e non è successo nulla. Ormai, chi abiti l’appartamento incriminato e quale ruolo abbiano avuto i famosi «mediatori» non sembra interessare più; e per quanto le prove dell’inghippo siano state ampiamente raggiunte, Fini continua a sedere sullo scranno più alto di Montecitorio.

Giorni fa mi è capitato di fare qualche riflessione sul tema con Mr. X, l’amico che, al ritorno da un viaggio nel Principato, mi aveva informato dell’esistenza di questa casa e che poi aveva assistito, un po’ attonito, agli sviluppi dello scandalo che aveva innescato. La prima reazione è stata banale: tutti sanno che una notizia scaccia l’altra, e l’affare Montecarlo non poteva sfuggire alla regola. Ma la spiegazione non ci soddisfaceva: è vero che a un certo punto la vicenda, dal punto di vista cronistico, era arrivata a conclusione. L’inchiesta del Giornale era stata riconosciuta anche da un a avversario politico come Padellaro come «esemplare» e aveva risposto a tutti gli interrogativi. Tuttavia, alla resa dei conti, sul piano politico la storia è passata come l'acqua sul marmo.

Se (almeno nella interpretazione della magistratura romana) la vendita della casa del partito a una «offshore» a un prezzo di liquidazione non costituiva reato penale, sul piano morale era decisamente squalificante. Fini aveva prima negato tutto, poi preso un solenne impegno e lo aveva ignorato. «In decenni di giornalismo sul campo, non avevo mai incontrato un’autorità istituzionale arroccata, almeno a parole, su una linea tanto eversiva. Fini deve aver pensato che i giornali erano soltanto un potere di carta» ha scritto Pansa nel suo «Carta straccia».

Dopo una tale serie di figuracce, in un Paese normale il presidente della Camera sarebbe stato costretto alle dimissioni a furor di popolo. In Italia ha trovato anche chi lo ha difeso, spesso a colpi di menzogne, perché dopo la rottura con Berlusconi era diventato una specie di eroe, comunque una pedina importante per fare saltare la maggioranza. Flectar non frangar, mi piego ma non mi rompo, è stata la sua tattica vincente, mentre si trasformava (sempre secondo Pansa) «da esternatore indefesso nel muto di Montecitorio»: e oggi, se qualcuno chiede ancora le sue dimissioni, non è per la squallida storia di Montecarlo, ma per il doppio ruolo di presidente della Camera e politico superimpegnato.

Alla fine della nostra chiacchierata, il mio amico era sconsolato: «Come già disse Shakespeare, molto rumore per nulla». «Per nulla proprio no» ho cercato di consolarlo. «Perché se Fini, da protagonista della politica con l’ambizione di fondare un nuovo centro-destra è diventato una figura di secondo piano il cui partitino perde pezzi ogni giorno è anche perché la storia dell’appartamento lo ha reso poco credibile. Forse, se nel luglio scorso tu non mi avessi fatto quella telefonata, la storia avrebbe preso una piega diversa».



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Rifiuti, in Calabria manifesti anti-Napoli: «Attenti, rischiamo di fare la stessa fine»

Corriere del Mezzogiorno

La provocatoria iniziativa dell'azienda «Ased» di Melito di Porto Salvo, per promuovere la raccolta differenziata



«I napoletani invece di sentirsi offesi dovrebbero darsi una mossa» . Non retrocede di un passo Rosario Azzarà, amministratore unico della ditta Ased di Melito di Porto Salvo in provincia di Reggio Calabria, che ha l’appalto per la gestione del sistema igienico ambientale del Comune. Per promuovere la raccolta differenziata, ha diffuso un volantino dove ammonisce i cittadini a non fare come i napoletani, altrimenti è allarme «indecenza e fetore» . L’aver puntato il dito contro Napoli non lo mette in difficoltà. Al contrario sembra sorpreso del disappunto che starebbe per giungere dalla capitale partenopea.

Ed è pronto a rincarare la dose: «È chiaro a tutti — ha ribadito — che quando pensa alla cattiva gestione dei rifiuti la mente si sposta a Napoli. Intesa come cattivo esempio da non seguire. Ed è inutile gridare allo scandalo. Non penso proprio d’aver detto niente di eccessivo se non descrivere la realtà, vissuta lungo le strade napoletane» . Poi, come se nulla fosse, prova a spiegare il suo buon intendimento: «Il nostro obiettivo è quello di spingere i cittadini di Melito di Porto Salvo a fare la raccolta differenziata e ad osservare le regole dell’intero sistema. Forniamo servizi all'avanguardia e puntiamo anche a diffondere buoni messaggi culturali» .

La ditta Ased srl è specializzata nella gestione dei servizi ambientali. Opera nel settore della pulizia e dell'igiene nei luoghi industriali, commerciali, ospedalieri, scolastici e dei servizi pubblici. Iscritta all’Albo nazionale smaltitori presso Ministero dell’Ambiente, fa parte di diverse associazioni di settore. A tutto questo aggiunge anche un’attività di educazione ambientale: «Nei vari Comuni in cui operiamo mettiamo a disposizione un sito internet in cui spieghiamo le buone regole e il perché bisogna rispettarle. — ha continuato Azzarà —. Forniamo informazioni a 360 gradi e persino i modelli per i reclami» . Senza lasciare nulla al caso, sembra di parlare con attenti cultori della materia. Del resto, nel periodo della recente campagna elettorale, hanno puntato il dito contro quei politici che hanno affisso i manifesti elettorali fuori dagli appositi spazi. E con tanto di materiale fotografico, hanno diffuso l'immagine dei candidati intenti ad imbrattare i muri del paese.

A tutto questo hanno associato la pubblicazione di una rivista «Vivere bene a Melito» dove si e l a r g i s c o n o consigli e si denuncia il mal costume ambientale. E così Rosario Azzarà, dall’alto della sua cattedra, invece, di pensare che, magari, i cittadini di Napoli potrebbero sentirsi offesi da queste sue considerazioni, manifesta la sua perplessità: «La verità fa male, è chiaro. Ma dovrebbero arrabbiarsi con sé stessi e non con me che dico loro le cose come stanno.

Li invito a rimboccarsi le maniche. Del resto si sa che a Napoli non viene praticata la raccolta differenziata, che è un ottimo strumento per non arrivare a quel disastro» . Poi, quasi trasecolato, aggiunge: «Ma perché in loro non scatta un moto d'orgoglio. Perché non pensano che, oltre i confini della loro Regione, si sta diffondendo nell'immaginario collettivo una brutta considerazione della città che potrebbe invece essere molto bella e pulita» . Delle sue poche visite a Napoli gli è rimasto un ricordo: «Ero alla guida della mia auto targata Rc, un giornalaio, dopo aver adocchiato la targa, per vendermi il giornale ha urlato una notizia sulla mia città, poi risultata inventata.

Hanno una furbizia innata, tutta napoletana. Che può anche divertire. Conoscono l'arte dell'arrangiarsi ma questo è sinonimo del tirare a campare e non del volersi migliorare» . Di fronte, però, ai tanti napoletani che da mesi protestano in piazza contro le montagne di rifiuti per strada, ha aggiunto: «È chiaro che sono dalla loro parte. Io sto sempre accanto a coloro che vogliono vivere bene in città pulite e decorose. Ma devono dimostrare coi fatti quello che pensano di fare. Il volantino, ripeto, dovrebbe essere inteso come una sana provocazione e una forma di sprono a cambiare quello stato di degrado. Per i cittadini di Melito di Porto Salvo, invece, serve da ammonimento a non andare verso quel disastro. Oggi rappresentato, chiaramente, da Napoli. Sfido chiunque a negare questa evidenza»


Concetta Schiariti
16 luglio 2011




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Banche attente ai conti correnti: se li usano i terroristi la colpa è vostra

Corriere della sera

Bank Of China condannata a indennizzare le vittime
di Hamas: non avrebbe fatto nulla per impedire
il trasferimento di denaro


MILANO - Avviso alle grandi banche: controllate bene i conti correnti dei vostri clienti. O potreste fare la fine della Bank of China. La Corte suprema dello Stato di New York ha emesso una sentenza che in molti definiscono storica: le vittime israeliane degli attacchi terroristici organizzati dagli estremisti di Hamas potranno procedere contro l’istituto di credito cinese. La Bank of China viene accusata dall’Israel Law Center e dai suoi clienti di non aver fatto nulla per bloccare il trasferimento di denaro verso i gruppi terroristici della Striscia di Gaza. Soldi che, poi, sono stati usati per acquistare i razzi Qassam e i missili sparati poi verso lo Stato ebraico, soprattutto dalle parti della cittadina di Sderot.



I PERCORSI DEL DENARO - I procuratori statunitensi sostengono che la Bank of China ha permesso dal 2003 ai terroristi palestinesi di effettuare svariati bonifici da diversi milioni di dollari. Nella decisione della Corte suprema americana viene ricostruito il percorso del denaro: «I leader del terrorismo islamico hanno effettuato bonifici dall’Iran e dalla Siria verso una filiale della Bank of China di Pechino – scrivono –. Da lì il denaro è stato spedito nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania». Nonostante le proteste ufficiali d’Israele che chiedeva alle autorità cinesi di bloccare i trasferimenti finanziari, la BoC avrebbe continuato con i trasferimenti verso Gaza. Quel denaro, sostengono i giudici americani, è stato utilizzato per comprare il materiale bellico da usare per gli attentati. L’attacco suicida di Eilat, nel 2007 e i lanci di razzi verso la cittadina di Sderot sarebbero stati realizzati proprio con quella polvere da sparo acquistata con quel denaro. Sono oltre 80 le vittime israeliane e i loro famigliari ora cercano una forma di risarcimento.
I LEGALI: «LA BANCA NON È RESPONSABILE» - I legali della Bank of China hanno respinto ogni accusa e sostengono che l’istituto non può essere ritenuto responsabile per le azioni dei terroristi di Hamas. Non solo. La difesa ha anche chiesto di trasferire il caso in Cina, ma la Corte di New York ha respinto la richiesta. I primi dettagli sull’ammontare del risarcimento richiesto dai famigliari delle vittime si avranno solo il 14 settembre, in una conferenza stampa che si annuncia «storica». Dal processo contro la Bank of China, infatti, le associazioni ebraiche si aspettano ulteriori richieste di risarcimento danni nei confronti anche di altri istituti di credito.



Leonard Berberi
16 luglio 2011 10:21



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Caserta, in vendita le reliquie del Papa «Può comprarle chi chiede una Grazia»

Il Mattino

CASERTA - Una reliquia «ex-indumentis» – dei vestiti – di papa Giovanni Paolo II è esposta, fino a stasera, sull’altare della chiesa di Maria Ss.ma del Carmine e S. Giovanni Bosco a Parco degli aranci, nella frazione di Falciano. Di proprietà dell’associazione Accollatori di Sant’Anna che l’ha comprata al Vicariato di Roma, «Servizio Santini e Reliquie», ottenuta con il lasciapassare di monsignor Slawomir Oder, postulatore della causa di beatificazione di Karol Wojtyla, fa parte di una triade che vede le gemelle esposte nella cattedrale della città e nella basilica di sant’Anna.


«Iniziamo con questa particolarità – ha detto don Massimo Sgritto, vicario parrocchiale – il triduo dedicato alla Madonna del Carmine che si concluderà domenica con i festeggiamenti solenni. Per la nostra comunità l’arrivo della reliquia è stato del tutto casuale. Sono stato sollecitato a chiederla da un fedele e mi sono subito attivato. Resterà esposta in chiesa fino a dopo la messa delle 19».

Per ottenere la reliquia l'offerta è libera, tant’è che don Marco Fibbi, portavoce del vicariato, ha precisato: «Non è un'operazione commerciale, ma i frammenti sono destinati a chi chiede una grazia per intercessione del pontefice». Le richieste sono state migliaia da ogni parte del mondo. «Pensiamo – ha continuato il parroco – che avere una reliquia di un papa così amato sia di incentivo per le persone a farsi portatrici del messaggio evangelico. Papa Giovanni Paolo II fu esemplare incarnazione della pastorale umana, era umile tra la gente, aveva interrotto le distanze che pure il suo ruolo gli faceva avere. Ecco, a quell’esempio ciascuno di noi dovrebbe ispirarsi».

Nella chiesa non gremita, le donne hanno recitato il rosario all’ostensione dell’immaginetta con un micro pezzetto del mantello rosso indossato dal vicario di Dio. «Certo – ha puntualizzato don Sgritto – bisogna fare attenzione e far sì che la venerazione delle reliquie non sia solo fine a se stessa ma diventi qualcosa di più. Dobbiamo educare i fedeli a vedere oltre l’oggetto, ad andare al di là di quello che è stato esposto. Le reliquie servono come insegnamento e come monito».

Per avere una reliquia il procedimento è semplice: si compila un modulo che si può richiedere all’indirizzo di posta elettronica postulazione.segreteria@vicariatusurbis.org e si riceve un brandello della veste indossata dal papa, accompagnata da un Santino con un'invocazione per richiedere una grazia. Il pagamento può essere effettuato con bonifico, carta di credito, conto bancario della sede di Roma della Banca di Credito Artigiano e conto corrente intestato alla Postulazione per la causa di beatificazione e canonizzazione di Wojtyla.

Ad occuparsi della spedizione sono i responsabili di «Totus Tuus», i Wojtyla-boys. «Ho incontrato papa Giovanni Paolo II – ha concluso don Massimo – quando ero ancora in seminario dai Gesuiti, a Napoli. Nell’udienza del mercoledì. Ne serbo un ricordo intenso e assai bello anche se allora era già ammalato e sofferente». Il culto delle reliquie nasce ai tempi dei primi cristiani, ma non è una prerogativa di questa religione. Le reliquie ex indumentis (come quelle esposte a Caserta) sono pezzi di abiti, brandelli di vestiti, indossati da un santo o da un beato, come nel caso di Giovanni Paolo II.

Vengono utilizzate come fonte di ispirazione per chiedere grazie. L'iniziativa proposta dalla chiesa romana per sostenere il percorso di beatificazione del papa polacco ha avuto subito grande successo registrando una moltitudine di richieste, spesso affiancate da certificazione medica attestante la necessità di ottenere un’intercessione dell’aspirante santo. Chissà cosa avrebbe detto Wojtyla di questo percorso di fede.

Nadia Verdile
Sabato 16 Luglio 2011 - 10:37    Ultimo aggiornamento: 10:37




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Gli scontri in Val di Susa

Corriere della sera
No-Tav trascinato e preso a calci

Usata per incastrare Silvio"

Libero



"Mi hanno obbligata a parlare per ricattare Silvio Berlusconi". La rivelazione-boom è di Patrizia D'Addario, la donna che nell'estate del 2009 fece esplodere il sexy-gate pugliese. Una brutta storia, mai chiarita del tutto, che la D'Addario vuole riscrivere. Intervistata in esclusiva dall'inviata di Libero Cristiana Lodi, chiede in lacrime di poter andare in tv, in diretta, per spiegare la sua versione e chiedere in qualche modo scusa al premier.

Complotto contro Berlusconi - Al centro di tutto la notte trascorsa insieme con lui a Palazzo Grazioli, sul lettone di Putin, il  4 novembre 2008. Non nega la notte di sesso col presidente, Patrizia, ma vuole smascherare chi a suo dire l'avrebbe obbligata a compiere azioni che non avrebbe mai voluto compiere.

E perfino a rivelare i dettagli  sulle due cene e "il" dopocena a Palazzo Grazioli, tutto col preciso scopo di cancellare Silvio Berlusconi dalla vita politica. Un disegno studiato a tavolino dai suoi nemici, stando al racconto di lei. "Sono stata usata dai nemici di Berlusconi, a mia insaputa ovviamente. Si sono serviti di me.

Strumentalizzata e poi gettata via. Ma adesso è venuto il momento di parlare - ha detto alla Lodi -. Avevo quelle registrazioni sulle serate passate a Roma, e questo a Bari lo sapevano in tanti. Ma l'idea di rendere pubblici i miei due incontri con il primo ministro italiano e di consegnare i nastri  ai magistrati, non è stata mia. Non l'ho mai nemmeno pensato e non lo avrei fatto se non mi avessero messo paura. Tentai di ribellarmi, ma fu inutile. Mi convinsero buttandomi addosso il terrore.

Mi sentivo confusa, non capivo niente e impaurita seguivo consigli sbagliati". Di chi la colpa di tutto? "Fu il mio avvocato, Maria Pia Vigilante, a dire che dovevo consegnare quel materiale  per difendere la mia vita. Sosteneva  che dovevo farlo per proteggere mia madre e mia figlia".

Ma l’Aula dimentica il pd Tedesco: da 5 mesi tutto fermo

di Stefano Zurlo

Il Parlamento ha messo la freccia. E il caso Papa ha scavalcato il caso Tedesco. Tradotto, vuol dire che Alfonso Papa ha fatto un passo verso il carcere e l’ha fatto pure in fretta perché la Giunta per le autorizzazioni a procedere ha deciso di volata. Il dossier riguardante il senatore del Pd Alberto Tedesco si è invece impantanato in una piazzola d’emergenza, fra tecnicismi procedurali e incertezze politiche. Risultato: sono passati quasi cinque mesi da quando il gip di Bari ha chiesto al Senato l’ok a spedire in cella Tedesco, ma il destino del parlamentare è tuttora in alto mare.

Insomma, Papa rischia di ruzzolare in galera, senza se e senza ma, mentre il Parlamento si è impegnato in un’estenuante battaglia per difendere il collega, chiamato in causa per la gestione clientelare della sanità pugliese.

Tedesco è assessore alla Sanità della giunta Vendola fra il 2005 e il 2009. Poi il sistema Puglia viene passato ai raggi x dai magistrati di Bari che aprono indagini a raffica e scoperchiano un pentolone senza fondo: ruberie, tangenti, nomine pilotate nelle Asl. Il nome di Tedesco compare e ricompare nei dossier; il Pd pensa bene di paracadutarlo al Senato e di salvarlo dalle inchieste che vanno avanti. Tedesco prende addirittura uno strapuntino in corsa: un collega viene dirottato al Parlamento europeo e lui si sistema a Palazzo Madama.

Ora per eseguire un’eventuale ordinanza di custodia ci vuole il sì dell’Aula. Le voci e le indagini si susseguono, poi la magistratura scopre le carte: è il 23 febbraio 2011. Il Gip di Bari dispone le manette per il senatore accusandolo di corruzione, concussione, frode. Tedesco è considerato, a torto o a ragione, il deus ex machina di un sistema marcio. Lui dice di avere la coscienza a posto, nega ogni responsabilità.

La palla passa alla Giunta e poi all’Aula. A febbraio, tanto per proporre un paragone, l’affaire Papa-P4 incombe, ma è ancora sottotraccia. La vicenda Tedesco, invece, si arriccia come un fregio barocco. Il primo step tocca alla Giunta che deve dare il suo parere all’assemblea di Palazzo Madama. Il Pd è spaccato, malpancisti contro giustizialisti. Il Pdl chiede il no all’arresto, ma tutte le previsioni saltano e a sorpresa, di stretta misura, 10 contro 9, la Giunta dice no alla proposta Pdl. In pratica, - si scusi il bisticcio - il no al no all’arresto va letto come un sì alle manette. Semaforo verde al carcere. Con il centrodestra che semina dubbi, mette in evidenza i limiti dell’indagine, contesta la validità dell’impianto accusatorio. Ma il Pd, cui si accoda la Lega, non vuole dare l’impressione di creare una corsia preferenziale per i propri membri e così sacrifica Tedesco sull’altare dell’egualitarismo.

Ma è un vero sacrificio quello di Tedesco? La questione si complica e si confonde nel momento in cui pareva risolta. Succede infatti che il pericolante senatore peschi il jolly, o meglio ottenga una vittoria sul piano giudiziario. Il Tribunale del Riesame rilegge le carte e cambia lo status di Tedesco: il parlamentare non deve più andare in cella, ma ai domiciliari. La sua situazione diventa così, in aprile, meno pesante e lui segna un punto a suo favore. Quel punto diventa un ostacolo, un masso che blocca l’iter verso un sì o un no alla richiesta fatta dal Gip.

In teoria ora è l’aula che dovrebbe decidere. Ma la parola intanto dovrebbe tornare alla Giunta perché le accuse contro Tedesco sono cambiate. A complicare il quadro c’è un altro ricorso della Procura al Riesame: i Pm chiedono che a Tedesco sia contestata anche l’associazione a delinquere e che per questo reato sia spedito in cella.



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