giovedì 14 luglio 2011

Roberto messaggero di pace» Berlusconi diserta i funerali di Marchini

Corriere della sera

Alla Basilica di Santa Maria degli Angeli presenti anche Fini e Schiani per le esequie del militare ucciso


ROMA - «Roberto resta messaggero di pace, discepolo di quella civiltà dell'amore, che rende possibile ciò che è giusto. L'amore lo ha chiamato in un deserto». Monsignor Vincenzo Pelvi, ordinario militar, nella sua omelia ricorda così il caporal maggiore Roberto Marchini ucciso martedì scorso nell'esplosione di un ordigno in Afghanistan. Ai funerali di Stato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, a Roma, sono presenti il presidente del Senato Renato Schifani, il presidente della Camera Gianfranco Fini, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, il ministro della Difesa Ignazio La Russa ed il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta.


BERLUSCONI IN SILENZIO - Assente, invece, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi che ha disertato le esequie solenni proseguendo così il silenzio che dura da tra giorni. La sua presenza era data per certa. Ma Berlusconi ha scelto all'ultimo momento di non presenziare e, in seguito, ha annullato la visita ufficiale a Belgrado, prevista per la giornata di venerdì. «E' rimasto per tutto il giorno nella sua residenza romana, chiuso 'in ritirò a palazzo Grazioli - spiegano fonti del Pdl- Poche le visite ricevute, poche le telefonate a cui il presidente del Consiglio ha risposto».

COMMILITONI - La bara, dopo gli onori militari, è entrata all'interno della basilica a spalle da sei commilitoni e sistemata davanti all'altare. Sopra, una foto con la faccia sorridente del giovane parà dell'8/o reggimento Genio guastatori di Legnago, che avrebbe compiuto 29 anni tra qualche giorno. Su un cuscino, le decorazioni e il basco amaranto La Basilica è gremita di forze dell'ordine e di semplici cittadini venuti a dare l'ultimo saluto al militare originario di Caprarola, in provincia di Viterbo. Tra i presenti, in prima fila, anche l'on. Gianfranco Paglia, ex paracadutista della Folgore costretto su una sedia a rotelle dopo essere stato ferito in Somalia.


CAPRAROLA -Al termine del rito verrà trasferita proprio a Caprarola, dove rimarrà esposta fino al pomeriggio di venerdì nella chiesa di Santa Maria della Consolazione. Alle 18 di venerdì saranno celebrati i funerali privati, officiati dal vescovo di Civita Castellana monsignor Romano Rossi.

CAMERA ARDENTE- La salma di Roberto Marchini è stata esposta dalle 16 alle 17 nella camera ardente allestita nell'ospedale militare del Celio.


L'ARRIVO DELLA SALMA - In un clima di silenzio e di profonda commozione, il feretro, avvolto nel tricolore, è stato fatto scendere dal C130 da 6 commilitoni del primo caporal maggiore, Roberto Marchini, come lui dell'Ottavo Reggimento Genio Guastatori di Legnago (Verona). Pochi istanti dopo la benedizione da parte dell'Ordinario militare, arcivescovo Vincenzo Pelvi, e l'omaggio del Ministro La Russa che ha toccato la bara con la mano destra la bara. Subito dopo, sulle note del 'Silenziò gli onori militari resi dal Picchetto d'onore dell'Ottavo Reggimento Genio Guastatori di Legnago e da un picchetto Interforze.

Tra i presenti ad accogliere la salma, anche il sindaco di Caprarola Eugenio Stelliferi ed il parroco, Don Mimmo Ricci. Affranti dal dolore, stretti l'un l'altro il papà, la mamma, sorretta da un a psicologa dell'Esercito e la sorella, hanno seguito il feretro e il cuscino rosso con il basco d'ordinanza portato da altri due commilitoni di Roberto Marchini. Quindi, appena il mesto corteo con le autorità si è fermato a pochi metri dal carro funebre, i familiari si sono avvicinati al feretro, sostandovi alcuni minuti. Qui alcuni di loro sono scoppiati in un pianto a dirotto. Subito dopo il carro funebre ha lasciato lo scalo militare, intorno alle 10.36.


Redazione online
14 luglio 2011 21:37

Tassista ucciso per un cane, aggressore condannato a 16 anni

Corriere della sera

La condanna per omicidio volontario aggravato. Rinviati a giudizio gli altri imputati, fratello e sorella

 

MILANO - È stato condannato a 16 anni di carcere per omicidio volontario aggravato dai futili motivi Morris Ciavarella, 31 anni, uno dei tre aggressori che lo scorso 10 ottobre pestarono a sangue il tassista milanese Luca Massari, morto dopo un mese di coma. La sentenza è stata emessa con il rito abbreviato dal gup di Milano Stefania Donadeo, che ha anche rinviato a giudizio gli altri due imputati, la fidanzata di Ciavarella Stefania Citterio (28 anni) e il fratello di lei, Pietro (26). I due fratelli hanno scelto il rito ordinario, mentre Ciavarella ha optato per l'abbreviato. La difesa aveva chiesto la derubricazione in omicidio preterintenzionale, sostenendo che l'uomo non voleva uccidere. Il giudice ha riconosciuto il giovane colpevole di omicidio volontario aggravato dai futili motivi, ma ha «cancellato» l'aggravante della crudeltà. Questo, oltre allo sconto per il rito abbreviato, ha praticamente dimezzato la pena di 30 anni che invece era stata chiesta dal pm Tiziana Siciliano. La stessa contestazione è formulata nei confronti degli altri due imputati. Pietro Citterio risponde anche di incendio per aver dato fuoco all’auto di un testimone e di minacce e percosse a un fotografo che riprendeva appunto la vettura bruciata. Con i due fratelli è, inoltre, stato rinviato a giudizio anche Davide Lagreca, accusato di favoreggiamento perché avrebbe cercato di depistare le indagini.

 

 

Tassista aggredito

 

LA FAMIGLIA - Esprime soddisfazione Cristiana Totis, l'avvocato della famiglia Massari, parte civile nel processo. «Lo scopo della famiglia era ottenere una risposta dell'ordinamento - spiega il difensore - e questa risposta c'è stata, perché è stato riconosciuto l'omicidio volontario e non è stato derubricato in preterintenzionale. Per questo non faremo appello». Presente alla lettura della sentenza anche il fratello di Luca Massari, che non ha voluto rilasciare commenti. «Siamo contenti che siano state riconosciute le attenuanti generiche, per lo spirito con cui Ciavarella ha partecipato al processo e gli è stata invece tolta l'aggravante della crudeltà», è invece il commento di Andrea Locatelli, legale dell'imputato, che aggiunge: «Tuttavia la qualificazione corretta del reato resta a nostro avviso quella di omicidio preterintenzionale; faremo appello dopo aver letto le motivazioni. In ogni caso quella di oggi è una condanna severa, è comunque dovuto il nostro rispetto a chi ha perso un familiare». Il giudice si è riservato di decidere sulla richiesta di concedere gli arresti domiciliari a Ciavarella, come richiesto dalla difesa.

PISAPIA: GIUSTIZIA COMPIUTA - «Pensando in questo momento al grande dolore dei familiari di Luca, che abbraccio idealmente a nome di tutta la città, condivido con loro il sentimento di una giustizia finalmente compiuta di fronte a un’uccisione barbara e assurda», scrive il sindaco Giuliano Pisapia in una nota. «Milano è vicina alla famiglia e ai colleghi di Luca Massari, che resterà nella nostra memoria per sempre», aggiunge Pisapia.

 

Il tassista ucciso per un cane

 

IL PESTAGGIO - Luca Massari, 45 anni, fu pestato in via Luca Ghini, periferia sud di Milano, il 10 ottobre 2010, dopo essere sceso dal suo taxi per scusarsi per aver inavvertitamente investito un cane. Tre donne l'avevano affrontato per prime: le sorelle Stefania ed Elisabetta Citterio e la loro amica Sara Panebianco, la proprietaria del cocker. Fra le tre, però, solo Stefania aggredì fisicamente Luca Massari, a quanto riferito da coraggiosi testimoni nonostante le intimidazioni ricevute (ebbero l'auto bruciata). Stefania ha sempre negato di aver colpito per prima il tassista, sostenendo di aver avuto «uno scatto d'ira», di essersi «lanciata contro di lui» ma di essere stata «fermata prima di colpirlo». Richiamati dalle urla delle donne, arrivarono Piero Citterio (fratello di Stefania e Elisabetta) e Morris Ciavarella (fidanzato di Stefania) che, a loro volta, cominciarono a sferrare calci e pugni ai danni del tassista. Piero Citterio, 26 anni, ha raccontato di essere stato lui a innescare l'aggressione violenta, mentre Ciavarella ha ammesso di aver preso tra le braccia la testa di Massari e di avergli dato una ginocchiata in faccia, tanto da rompergli i denti. Dopo aver tramortito il bersaglio della loro furia, i due uomini fuggirono, lasciando solo le donne accanto al corpo esanime. Quando arrivarono gli agenti delle forze dell'ordine, si scontrarono inizialmente, come riportato dal magistrato, con «un clima desolante di omertà, giustificabile solo dalla fama di violenza che gli aggressori hanno nel quartiere». Un muro di silenzio poi crollato grazie al coraggio dei testimoni, premiati anche con l'Ambrogino d'oro.

 

I funerali del tassista ucciso

Kosovo: chiusi in casa da 17 mesi per sfuggire alla vendetta di clan

Corriere della sera


Dal febbraio 2010 45 persone sfuggono alla ritorsione dei parenti di un uomo ucciso. Minacciati anche i minori




MILANO - Non un segno di vita, non un rumore. Eppure in queste tre case nascoste da un muro a Gracke, al sud di Pristina, un'intera famiglia di 45 persone, di cui sette bambini, è murata vita da 17 mesi. Minacciata di morte dalla tradizione della vendetta.

PRIGIONIERI IN CASA - Il capo del clan, Haki Neziri, 77 anni, mette fuori la testa, ma costantemente controlla con lo sguardo le vie intorno. «La mia famiglia non può uscire da 17 mesi», racconta. «Le donne e gli uomini non vanno neppure a lavorare nei campi, i ragazzi non frequentano la scuola». L'ossessione dei Neziri è che i membri della famiglia Veseli compia un «crimine d'onore». Un crimine atteso. E contro di loro.

VENDETTA ASSICURATA - Tutto ha avuto inizio nel febbraio 2010, quando una vecchia questione tra le due famiglie si è conclusa con la morte di Brahin Veseli, 40 anni. Quattro fratelli Neziri sono stati arrestati. E sono ancora nella mani della giustizia. Ma i Neziri si aspettano un'altra giustizia. Quella della vendetta trasversale, che prevede di ripulire l'onta con altro sangue. Una tradizione albanese da cui non si scappa. E tradizione vuole che non si possa consumare nella casa dell'assassino. Sarebbe disonorevole. I Neziri si sono per questo tutti riuniti nel solo luogo che resta, la casa del capofamiglia. Che non lasciano mai sapendo che, se si avventurassero fuori, rischierebbero la vita. Per sopravvivere hanno venduto poco a poco terre, bestiami, ogni bene.



IL CODICE E LA PROMESSA - I delitti d'onore sono ancorati da secoli nella società albanese. E trovano origine in un insieme di leggi medioevali, il «Kanun», elaborato durante l'occupazione ottomana. Secondo questo codice «se un uomo ne uccide un altro, un membro maschio della famiglia della vittima deve replicare alla stessa maniera, con la famiglia dell'assassino». Non c'è scampo. Lo stesso codice d'onore contempla, tuttavia, che la famiglia dell'assassino possa chiedere alla famiglia della vittima la sua parola o «besa» che alcuni membri siano risparmiati. Nel caso dei Neziri, però, i Veseli hanno rifiutato di prendere tale impegno, persino rispetto ai ragazzi. «Non ci hanno accordato il "besa"», dice Arijan 13 nipote di Haki guardando con occhio sospetto chiunque si avvicini alla casa, «mi piacerebbe andare a scuola, ma non posso farlo».

INTERCESSIONI INUTILI - Le famiglie influenti della città hanno provato a intervenire chiedendo ai Veseli di escludere i ragazzi dalla vendetta. Ma senza risultati. Lo stesso ha tentato il preside della scuola. «Con l'aiuto delle autorità locali sono andato dai Veseli più volte» racconta il preside. «Volevo mediare per una riconciliazione e risolvere il problema ai mie allievi. Ma del "besa" non hanno neppure accettato di parlare». Impossibile trovare soluzioni pure per la polizia. «Nella lotta contro il "Kanun" siamo impotenti perché nella maggior parte dei casi è impossibile provare il reato», dicono. «Sono vestigia del passato», aggiunge Behxet Shala, militante kosovaro di una associazione per i diritti umani. «È una pratica tornata a galla perché lo stato di diritto in Kosovo è ancora instabile». Gli osservatori esterni aggiungono che il numero dei crimini d'onore è recentemente aumentato nonostante non esistano cifre ufficiali a confermarlo.

UNA VITA IN CAMBIO - A questo punto Shyqeri, 49 anni primogenito dei Neziri ha preso una decisione. «Voglio inviare loro una lettera», dice. «Lascerà a loro la scelta del posto e dell'ora. Li incontrerò. Voglio incontrarli. E se questa è la condizione perchè la mia famiglia sia liberata, che mi ammazzino pure. La mia famiglia li perdonerà».


Redazione online
14 luglio 2011 14:19



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Fratellini Basiglio, il procuratore chiede l'assoluzione per preside e maestre

Corriere della sera

Furono allontanati dalla famiglia per un disegno osé. Il pm: tutti commisero errori, ma nessun reato penale


MILANO - Il procuratore aggiunto di Milano, Pietro Forno, ha chiesto l'assoluzione perché il fatto non sussiste per i cinque imputati, tra cui una preside, due maestre, uno psicologo e un assistente sociale, nel processo milanese legato alla vicenda dei due bambini di Basiglio (Milano) che nel 2008 vennero allontanati dall'affetto dei loro genitori per 69 giorni e furono costretti a vivere in due diverse case di accoglienza, a causa di un disegno osè trovato sotto il banco della scuola, disegno che poi risultò realizzato da un'altra alunna. I cinque imputati erano accusati, a vario titolo, di falsa testimonianza, falso ideologico e lesioni colpose per i traumi che avrebbero provocato, in particolare al ragazzino di 13 anni. Il pm ha chiesto l'assoluzione spiegando, nella requisitoria del processo che si tiene a porte chiuse, che l'allontanamento dei due bambini dai loro genitori è stato profondamente sbagliato e che sono stati commessi tutti gli errori possibili in questa vicenda. Però, ha sottolineato il magistrato, questi errori, non hanno un rilievo penale.

PRESIDE E MAESTRE - Tutto era cominciato con un disegno trovato sotto il banco della bambina, allora di 9 anni: raffigurava due bambini in atteggiamenti sessuali con sotto la scritta «Giorgia (nome inventato, ndr) tutte le domeniche fa sesso con suo fratello, per 10 euro. A lei piace». Alcuni giorni dopo una compagna di classe aveva ammesso di aver fatto lei quel disegno. Nel processo, che si concluderà il prossimo 20 luglio, sono imputate per falsa testimonianza la preside Graziella Bonello, direttrice della scuola elementare frequentata dalla bambina, e due maestre, Teresa Naso e Barbara Mazziotti. Stando alle indagini coordinate dal pm di Milano Marco Ghezzi (poi andato in pensione) le tre donne avrebbero testimoniato il falso davanti ai magistrati, perché non avrebbero raccontato subito che il disegno era stato fatto da un'altra alunna, pur sapendolo. Secondo il procuratore Forno, invece, in realtà gli inquirenti non glielo hanno mai domandato.

GLI ASSISTENTI SOCIALI - Tra gli imputati anche lo psicologo Luca Motta e l'assistente sociale Federica Micali, i quali, secondo l'accusa, avrebbero costretto il fratello della piccola a confermare i sospetti sulla natura e l'origine del disegno. Da qui l'accusa di lesioni colpose, per il trauma psicologico che avrebbero causato al ragazzino. Per Forno, invece, non è dimostrato il nesso causale tra le frasi dette dai due imputati al ragazzino e un eventuale trauma subito. Inoltre, per il magistrato la relazione consegnata dalla preside ai servizi sociali, che le è costata l'accusa di falso ideologico, era sì sintetica ma in sostanza corretta nel contenuto.


Redazione online
14 luglio 2011 15:58



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Ministeri del Nord» a Villa Reale Ma i mobili arrivano da Catania

Corriere della sera

Poco importa se la Brianza è considerata la patria del mobile: sedie e scrivanie arrivano da Scordia



MONZA - Arrivano dalla Provincia di Catania i mobili per i ministeri «monzesi». Poco importa se la Brianza è considerata la patria del mobile, la Lega Nord, per portare a termine l'operazione di decentramento annunciata a metà giugno a Pontida, sembra avere preferito un'azienda siciliana a oltre 1300 chilometri di distanza. I pacchi contenenti sedie, scrivanie e cassettiere sono stati scaricati mercoledì mattina sul piazzale d'onore della Villa Reale, destinata a ospitare le sedi periferiche a partire dal prossimo 23 luglio, e sono stati montati da operai di una ditta di Gallarate.

L'annuncio che Monza, a costo zero per le casse dello Stato, sarebbe diventata «sede periferica di rappresentanza operativa con funzioni di sportello a disposizione dei cittadini» è stato dato lunedì dal ministro alla Semplificazione normativa Roberto Calderoli. Così, un minuto dopo il via libera all'operazione, sono iniziati lavori di sistemazione di alcuni locali della Cavallerizza della Villa. Secondo quanto spiegato da Calderoli, a Monza saranno aperti uffici decentrati del suo ministero, di quello di Bossi (Riforme) e anche di quello di Tremonti (Tesoro). I decreti arrivati sul tavolo del sindaco, Marco Mariani, sono però solo per due uffici (Semplificazione e Riforme) e anche ieri i locali arredati sono stati solo due. Ma al di là di questa vaghezza sui numeri, a tenere banco in queste ultime ore è stata l'origine degli arredi. «Siamo di fronte a una vera e propria commedia», commenta il consigliere regionale del Pd, Pippo Civati.


Testo di Riccardo Rosa - Video di Roldano Radaelli

Tabloid, informazione e gossip

Corriere della sera
Il format tette e delitti
di Aldo Grasso – CorriereTv

Greenpeace denuncia: il tessile cinese avvelena il Fiume Azzurro

Corriere della sera



L'associazione ecologista invita le aziende occidentali a imporre «l'eliminazione dell'uso delle sostanze pericolose»




Fabbriche lungo il Fiume Azzurro
Fabbriche lungo il Fiume Azzurro
MILANO - I fornitori di importanti multinazionali occidentali sono i principali inquinatori del Fiume Azzurro e del Fiume delle Perle, due dei più grandi corsi d'acqua che attraversano la Cina. La denuncia arriva da Greenpeace che per oltre un anno ha analizzato le acque degli affluenti e in essa avrebbe riscontrato la presenza di diversi agenti chimici altamente tossici proibiti sia Europa sia negli Stati Uniti. L'associazione ecologista nel rapporto intitolato Dirty Laundry: Unravelling the corporate connections to industrial water pollution in China (Panni sporchi. Il segreto tossico dietro l'industria tessile) accusa il Textile Complex di Youngor e il Well Dying Factory Ltd di Hong Kong, due complessi industriali cinesi del tessile, di scaricare nei corsi d'acqua sostanze velenose e svela il legame commerciale che unisce i due impianti con celebri brand sportivi e dell'abbigliamento occidentali come Nike, Adidas, Puma, Converse, Calvin Klein, Lacoste e Abercrombie & Fitch.
LA RICERCA - I risultati presentati da Greenpeace dimostrano «un inquinamento diffuso di questi fiumi da alchilfenoli e composti perfluorurati», sostanze che possono alterare il sistema ormonale. Inoltre nelle acque è stata riscontrata «la presenza di altri tipi di contaminanti pericolosi per l'ecosistema e per la salute umana fra cui metalli pesanti come cromo, rame e nichel e composti organici volatili quali il dicloroetano, il tricloroetano (cloroformio) e il tetracloroetano». I due fiumi forniscono acqua potabile a milioni di cinesi (solo il Fiume Azzurro è la principale risorsa idrica per 20 milioni di cittadini) e la presenza di questi veleni è altamente dannosa per la salute di tantissime persone.
DIVIETI - Greenpeace dichiara che molte multinazionali considerate «leader della sostenibilità» in Occidente, non si preoccupano di come sono realizzati i loro prodotti a livello locale e sebbene abbiano identificato una lista di composti prioritari pericolosi esse le limitano solo nei loro prodotti finiti. Alla fine del rapporto l'associazione ecologista invita le multinazionali a esercitare la propria influenza economica e chiede di imporre ai due complessi industriali cinesi «l'eliminazione dell'uso delle sostanze pericolose» come già avviene nei paesi occidentali.
REPLICA - A poche ore dalla pubblicazione del rapporto multinazionali citate nello studio hanno replicato: «La possibilità che vi siano alte concentrazioni di prodotti chimici è davvero bassa», è scritto nel comunicato Adidas. Mentre Nike, dopo aver confermato di acquistare prodotti dai complessi tessili, nega che i suoi fornitori orientali utilizzino sostanze inquinanti. Da parte sua Greenpeace che già l'anno scorso aveva denunciato il disastroso inquinamento del Fiume Azzurro e la presenza di pesce tossico nelle sue acque, condanna l'atteggiamento poco collaborativo delle multinazionali occidentali. «Nessuna delle grandi aziende citate nel nostro rapporto ha una politica chiara e trasparente che impone ai propri fornitori l'eliminazione dell'uso di questi agenti chimici pericolosi - dichiara Li Yifang, la ricercatrice dell'associazione ecologista che ha guidato la ricerca - Queste multinazionali fanno grandi affari con gli inquinatori. Non le accusiamo certamente di essere il diavolo, ma senza il loro intervento, i complessi tessili cinesi continueranno a scaricare nei fiumi orientali sostante inquinanti e tossiche».



Francesco Tortora
13 luglio 2011 14:40



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La Thailandia non paga un debito Sequestrato l'aereo del principe

Corriere della sera

Trenta milioni reclamati da una ditta tedesca


MILANO - Il principe thailandese resta a terra: Maha Vajiralongkorn, 58 anni, erede naturale e unico figlio di re Bhumibol Adulyadej - il regnante più longevo del pianeta - non può risalire a bordo del suo Boeing 737 e ripartire alla volta di Bangkok. All’aeroporto di Monaco di Baviera l’ufficiale giudiziario ha infatti pignorato l’apparecchio della Royal Thai Air Force su cui vola l’eccentrico sovrano a causa di un debito non saldato oltre vent’anni fa.



SIGILLI AL BOEING DEL PRINCIPE - Le autorità tedesche hanno spiegato che il governo thailandese si è rifiutato di pagare un debito di 30 milioni di euro a una ditta di costruzioni della Germania, il gruppo Walter Bau, nel frattempo insolvente. L'apposizione dei sigilli sull’apparecchio del principe rappresenta l'ultima ratio, ha sottolineato al Financial Times Deutschland Werner Schneider, il curatore fallimentare della società tedesca. Il Boeing 737 si trova fermo da martedì su una pista dello scalo bavarese. «Siamo molto preoccupati per quanto è accaduto», ha detto Thani Thingphakdi, portavoce del ministero degli Esteri di Bangkok. «Ci deve essere stato un malinteso - ha continuato Thingphakdi - le autorità ritengono che l'aereo sia di proprietà del governo thailandese, ma in realtà appartiene a sua altezza reale il principe ereditario. Ci auguriamo che la questione possa essere risolta nel più breve tempo possibile».
IL CONTO NON PAGATO - La società per azioni Walter Bau AG è stata una delle più grandi imprese edili tedesche con circa 10.000 dipendenti. Una storia centenaria che si è conclusa nel 2005, anno nel quale è stato dichiarato lo stato di insolvenza. Nel anni ‘90 Walter Bau aveva creato una joint venture con lo Stato thailandese per la costruzione di un’ autostrada tra la capitale e l’aeroporto Don Muang. Tuttavia, durante l’esecuzione dei lavori del «Tollway Project» erano sorte controversie sull’ammontare del pedaggio. Per Walter Bau erano stati violati palesemente i contratti precedentemente firmati. Nel 2009, infine, un tribunale internazionale a Ginevra aveva fissato in circa 30 milioni di euro l’ammontare della compensazione a favore della società tedesca. Il governo tailandese si è sempre rifiutato di pagare.


IMPOPOLARE E STRAVAGANTE - Maha Vajiralongkorn è una delle figure meno amate in tutta la Tailandia ed è considerato tra i piú eccentrici nel Paese. In passato è salito agli onori delle cronache per aver concesso un rango speciale al suo barboncino Fu Fu che, talvolta, siede a tavola tra gli invitati durante i galà di palazzo. Il principe ereditario ha trascorso almeno sette degli ultimi dodici mesi in un hotel di lusso a Monaco di Baviera. Viaggia con un seguito di 40 fra dignitari, amici e servitori. Il più delle volte è lo stesso principe che si mette ai comandi del Boeing 737-400, un velivolo con almeno 16 anni di servizio. Recentemente è volato a Dresda per fare visita ad uno stabilimento per la produzione di porcellane.



Elmar Burchia
14 luglio 2011 13:57

renta milioni reclamati da una ditta tedesca









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Tagli a tutte le agevolazioni fiscali Colpite famiglie, istruzione e asili

Corriere della sera


Da lunedì si pagano 10 euro per le visite 25 sui codici bianchi


Da lunedì, a carico di tutti i cittadini non esenti, scatta il ticket di 10 euro sulla ricetta per l’assistenza ambulatoriale specialistica e di 25 euro (oltre agli esenti in questo caso non pagano i bambini fino a 14 anni) per le prestazioni di Pronto soccorso col codice bianco, quelle per le necessità meno gravi. Previsto dalla Finanziaria 2007 del governo Prodi, il ticket nazionale sulla diagnostica è stato di anno in anno rinviato trovando coperture alternative.

L’emendamento presentato ieri dal relatore di maggioranza alla manovra prevede invece che il ticket di 10 euro entri ora in vigore, riducendo l’incremento del finanziamento del Servizio sanitario nazionale per il 2011 dai 486,5 milioni di euro previsti originariamente dal decreto legge della manovra ai 105 milioni dell’emendamento, con un risparmio di 381,5 milioni. In realtà, secondo l’ultimo monitoraggio effettuato lo scorso aprile dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, la compartecipazione alla spesa per le prestazioni specialistiche è già applicata con proprie disposizioni in tutte le Regioni, con un importo massimo di 36,15 euro che sale a 45 euro in Calabria e a 46 euro in Sardegna e fino a 46,15 euro in Campania. Ogni Regione inoltre prevede specifiche regole sulle esenzioni. Il rischio, adesso, è che questi ticket aumentino ancora.

Il ticket sul Pronto soccorso, invece, veniva in alcune Regioni applicato già da prima della Finanziaria 2007 e oggi esiste ovunque, secondo l’Agenas, tranne che in Basilicata. Si calcola che su 30 milioni di accessi annui al Pronto soccorso circa 7 milioni e mezzo richiedono prestazioni classificate col codice bianco, il più leggero, che non richiede il successivo ricovero. Anche in questo caso ogni Regione segue sue regole sia sulla misura del ticket sia sulle esenzioni. Nel dettaglio alcune Regioni (Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Provincia autonoma di Trento, Umbria, Marche, Abruzzo, Lazio, Molise, Sicilia e Sardegna) hanno previsto solo l’applicazione della quota fissa nazionale, 25 euro per l’appunto, mentre nella Provincia autonoma di Bolzano e in Campania la quota fissa è il doppio: 50 euro.

Con 40 anni di contributi un mese più tardi


Si andrà in pensione più tardi e le pensioni d’oro saranno gravate da un contributo straordinario. L’emendamento del relatore di maggioranza contiene diverse cattive notizie per chi deve andare in pensione o per chi lo è già. Per la prima volta vengono toccati anche i lavoratori con 40 anni di contributi che, finora, potevano lasciare immediatamente il lavoro, indipendentemente dall’età anagrafica, al raggiungimento del requisito contributivo. Dal 2012 dovranno invece aspettare un mese. Coloro che matureranno i 40 anni nel 2013 due mesi e infine tre mesi quelli che raggiungeranno la soglia nel 2014.

Non cambia nulla per chi matura i 40 anni di contributi entro il 31 dicembre 2011. Questa norma, stima la relazione tecnica all’emendamento, riguarderà 68 mila lavoratori privati e 11 mila dipendenti pubblici e 34.500 lavoratori autonomi. Dal ritardo del pensionamento per chi raggiunge 40 anni di contributi i tecnici stimano risparmi pari a 201 milioni di euro nel 2013, 433 milioni nel 2014 710 milioni nel 2015 e 790 milioni nel 2016.

Arriva inoltre un contributo di solidarietà del 5-10% sulle pensioni d’oro. Da agosto 2011 e fino a tutto il 2014 sugli importi delle pensioni eccedenti i 90 mila euro lordi e fino a 150 mila euro si applicherà un prelievo del 5%, che salirà al 10% per la parte eccedente i 150 mila euro l’anno. È importante sottolineare che, secondo l’emendamento, a formare il trattamento pensionistico complessivo sul quale scatta il contributo di solidarietà concorrono anche i trattamenti erogati da forme pensionistiche integrative.

Secondo le stime contenute nella relazione tecnica che accompagna l’emendamento del relatore di maggioranza il maggior gettito derivante dal contributo non è ingente. Si tratta di 18 milioni di euro quest’anno, che si riducono a 12 milioni al netto delle ritenute fiscali. Le maggiori entrate salgono rispettivamente a 44 milioni di euro al lordo del fisco (24 al netto) nel 2012 e negli anni successivi.

Rendite, bloccati gli adeguamenti oltre i 2.300 euro


Sulle pensioni c’è però anche una piccola buona notizia, dovuta alle pressioni che nei giorni scorsi sono state fatte sul governo sia dall’opposizione e dai sindacati sia da settori della stessa maggioranza. Un emendamento del relatore prevede infatti una correzione del congelamento dell’indicizzazione delle pensioni al costo della vita che era contenuto nel testo originario del decreto legge per i prossimi due anni. Sempre per il biennio 2012-2013, sale infatti dal 45% al 70% l'adeguamento all’inflazione delle pensioni medie, quelle fino al triplo degli assegni minimi (attorno ai 1.428 euro al mese). Resta confermata la piena indicizzazione per le pensioni inferiori e l'azzeramento per quelle superiori a cinque volte il minimo, pari a circa 2.380 euro mensili, per due anni.

La stretta, sia pure attenuata rispetto all’impianto iniziale della manovra, comporterà ugualmente risparmi consistenti: 420 milioni di euro nel 2012, 680 nel 2013 e altrettanti nell’anno successivo. La relazione tecnica stima infatti nel 22,3% la quota percentuale del monte pensioni relativo a trattamenti pensionistici complessivamente superiori a cinque volte il trattamento minimo.

La sorpresa finale sul capitolo previdenziale dell’emendamento del relatore è pero ancora di segno negativo. Ci sarà infatti un ulteriore anticipo della norma che fa aumentare automaticamente per tutti l’età pensionabile in rapporto all’allungamento della speranza di vita. Il meccanismo scatterà infatti dal primo gennaio 2013 e non più dal 2014. In base alla norma, precisa la relazione tecnica, si stima che si andrà in pensione più tardi di 3 mesi dal 2013, mentre per i successivi adeguamenti triennali la previsione è di altri 4 mesi in più dal 2016 e così (4 mesi ogni tre anni) fino a circa il 2030 e intorno a tre mesi in più ogni tre anni fino al 2050. Tirando le somme, significa che, rispetto a oggi, nel 2050 si andrà in pensione 3 anni e 10 mesi più tardi.

Deposito titoli, prelievo da 34,20 fino a 680 euro


Per chi ha azioni, obbligazioni o titoli di Stato arriva la rimodulazione dell’imposta di bollo, dovuta sull’ammontare del deposito titoli. Non sarà più di 120 euro come previsto in un primo momento, ma di importo diverso a seconda della consistenza del dossier. Intanto dal 2013 ci sarà un inasprimento delle aliquote rispetto a quest’anno. Se il valore nominale degli investimenti finanziari detenuti è inferiore al 50.000 euro non cambia nulla: sull’estratto conto titoli inviato annualmente dalla banca viene applicata un’imposta di 34,2 euro o di 17,1 euro se l’invio è semestrale, di 8,55 se inviato ogni tre mesi o di 2,85 euro se mensile.

Diverso il discorso per chi detiene titoli il cui valore nominale è superiore ai 50 mila euro. Il governo ha previsto sette diverse fasce: da 0 a 50.000 euro, da 50.000 a 150.000 euro, da 150.000 a 500.000 euro e oltre i 500.000. Per la prima fascia, come detto, non cambia nulla. Chi ha invece un deposito titoli il cui valore arriva fino a 150.000 euro quest’anno pagherà 70 euro per l’estratto conto annuale, 35 euro se la comunicazione è semestrale, 17,5 se trimestrale e 5,83 euro se è mensile. Dal 2013 l’imposta aumenta. E non di poco: sull’estratto conto titoli annuale si pagherà una tassa di 230 euro o 115 se è mensile e così a scalare a seconda della periodicità.

Quindi il bollo sarà di 57,5 euro se la banca invia l’estratto ogni tre mesi o 19,17 se mensile. Salendo oltre i 150.000 euro e fino a 500.000 l’imposta annuale prevista quest’anno è di 240 euro, o 120 per semestre, 60 per trimestre e 20 se mensile. Dal 2013 si passa a 780 euro di bollo per le comunicazioni con cadenza annuale, 390 quando è semestrale, 195 euro se trimestrale oppure 65 euro se è mensile. Infine la fascia più alta, ovvero oltre i 500.000 euro. Quest’anno pagheranno 680 euro per ogni dossier, secondo la modalità a scalare previste per le altre fasce. E quindi: 390 euro su ogni estratto conto semestrale oppure 195 euro a trimestre o 65 euro al mese. Dal 2013 le aliquote cambiano così: 1.100.000 l’anno per singola posizione, oppure 550 euro per le comunicazioni semestrali, 275 se trimestrali e 91,67 euro se mensile.


14 luglio 2011 08:03

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Il riscatto della Juve Stabia «Noi campioni d'Italia nel 1945 La Figc ci deve dare quello scudetto»

Il Mattino

di Pino Taormina - Inviato

CASTELLAMMARE - Tornata in serie B dopo 50 anni, la Juve Stabia intende battere un altro record: vuole subito lo scudetto. Chiamatelo pure uno scudetto ”d’onore”, ma pur sempre un titolo italiano.
Morale ma di alto valore simbolico: il tricolore del campionato 1945.



Direte: ma quel torneo non si è mai disputato e non c’è traccia neppure negli almanacchi. Risposta: avete ragione. Ma solo in parte. Il punto è un altro: c’è un’altra squadra, quella dei Vigili del Fuoco di La Spezia che nel ’44 vinse un mini-torneo in quella parte d’Italia occupata dai nazisti e a cui, nel febbraio 2002, la Federcalcio ha riconosciuto il diritto di fregiarsi di quel titolo di campione sulle maglie. «E allora perché non riconoscerlo pure a quei ragazzi dello Stabia che vinsero un campionato regolarmente organizzati nel Sud liberato?», replica Gianfranco Piccirillo che con l’associazione StabiAmore guida da anni la crociata revisionistica.

E che ora dopo la promozione ha trovato nel presidente della Juve Stabia, Franco Manniello, un valido alleato: «Sarebbe bellissimo, quasi un sogno. Ma deve esserci anche un gesto di volontà da parte dell’ammnistrazione», spiega il numero uno del club gialloblù. E così, quelli del comitato, hanno raccolto le firme e il 23 giugno scorso hanno presentato in Comune la petizione. Regolarmente protocollata. «Chiediamo alla Figc, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il riconoscimento della vittoria di quel campionato».

Anche il sindaco Luigi Bobbio ha saputo e si prepara a mettersi alla testa dell’iniziativa per lo scudetto del ’45: «So che c’è una mobilitazione bipartisan, sono pronto a recitare la mia parte». E così, già nel prossimo Consiglio, previsto il 22 luglio, dovrebbe approdare nella sala dell’assise l’agognata richiesta.
La revisione storica è un percorso lungo. Nella vita di tutti i giorni come nel calcio. Ma le prove del torto, dell’ingiustizia sportiva che Castellammare dice di aver subito «è nelle carte accumulate che siamo pronti a inviare alla Figc», ribadiscono pure quelli di un’altra associazione «Orgoglio stabiese», guidati da uno dei tifosi storici, Tonino Ercolano. Il sollecito alla Federcalcio per l’assegnazione dello scudetto è pronto a partire. A 66 anni di distanza da quella vittoria.

Il precedente dello Spezia fa ben sperare. Ed è quello a cui si aggrappano a Castellammare. Franco Carraro, appena insidiato al vertice della Figc riconobbe ai Vigili del fuoco «lo scudetto ad honorem» del 1944 (il cosidetto scudetto della guerra). Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 l’Italia era divisa in due tronconi marcati dalla linea gotica: al di là gli alleati, al di qua i tedeschi. E in quella situazione geografica era difficile organizzare un campionato unico. E infatti non venne organizzato. Si disputò un triangolare nel nord all’Arena civica di Milano. Gli spezzini sconfissero il Venezia e il Grande Torino (quello di Mazzola e Loik, Gabetto e Ossola).

La Figc, però, non lo omologò come scudetto.
Nel resto del Paese successo più o meno lo stesso. Mentre lo Spezia vinceva in Alta Italia, il Montecatini vinceva in Toscana e il Conversano in Puglia. E lo Stabia in Campania, dopo aver messo in riga dodici avversarie come Napoli, Salernitana, Scafatese, Internaples e così via. Campionato lungo sei mesi. Lo Stabia tutto era, dicono le cronache raccolte, tranne che una squadretta. Quell’undici che il presidente Mario Benedetti, di professione ragioniere, affidò all’allenatore Lenzi era un’inesorabile macchina da punti: in quel campionato regionale a 12, iniziato il 28 maggio del ’45 e terminato il 23 giugno (all’Orto Botanico, con il 3-3 con il Napoli che valse il successo del campionato), disputò 18 partite, vincendone 14 e pareggiandone tre.

Una sola sconfitta, contro la Frattese. Romeo Menti era l’elemento di maggiore spicco, il capitano era l’eroe di casa Dario Ciccone. Una squadra che a settembre vinse anche la Coppa Coni (con Napoli, Livorno e Fiorentina). Giocava nel vecchio campo del San Marco, sul quale poi negli anni ’50 venne edificato l’attuale stadio.

Giovedì 14 Luglio 2011 - 11:01    Ultimo aggiornamento: 12:13




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Carceri, dossier choc: quasi 6 suicidi al mese E ogni giorno in tre tentano di togliersi la vita

Quotidiano.net

E’ il bilancio dei primi sei mesi del 2011 della Uil. Il dramma dell'affollamento: ci sono oltre 23mila detenuti in più della capienza prevista

Detenuti in carcere (Foto Newspress)

Roma, 14 luglio 2011 


Trentaquattro suicidi, 532 tentati suicidi, 2.583 atti di autolesionismo e 3.392 proteste. E’ il bilancio dei primi sei mesi del 2011 nelle carceri italiane dove, alla mezzanotte di ieri, erano rinchiusi in tutto 66.929 detenuti, di cui 64.081 uomini e 2.848 donne, a fronte di una disponibilità reale di posti detentivi pari a 43.879.

Un surplus di 23.050 detenuti in più rispetto alla massima capienza, che determina un indice medio nazionale di affollamento pari al 52,5%. A tracciare il quadro è la Uil Pa Penitenziari che ricorda come, in dieci regioni italiane, il tasso di affollamento vari dal 15% al 50%. In nove dal 51% all’80%.

L’unica regione italiana che non presenta una situazione di sovraffollamento è il Trentino Alto Adige. Capofila, per sovraffollamento, la Puglia (79,4 %), seguita da Marche (71,8%), Calabria (70,6%), Emilia Romagna (69,7%) e Veneto (68,0%). L’istituto con il più alto tasso di affollamento si conferma quello di Lamezia Terme (186,7%), seguito da Busto Arsizio (152,17%), Brescia Canton Mombello (146,6%), Varese (145,3%) e Mistretta (143,8%). Il 50% (102) delle strutture penitenziaria presenta un affollamento dal 50% all’80%; il 35% (72) un affollamento dal 2% al 49%.

Il segretario generale del sindacato, Eugenio Sarno, spiega che dal 1 gennaio al 30 giugno del 2011 si sono verificati 34 suicidi in cella. Nello stesso arco temporale in 135 istituti sono stati tentati 532 suicidi, dei quali oltre duecento sventati in extremis dal personale di polizia penitenziaria.

Il maggior numero di tentati suicidi si è verificato a Cagliari (28). Seguono Firenze Sollicciano (25), Teramo (19), Roma Rebibbia, San Gimignano e Lecce con 18 tentati suicidi. In 160 istituti si sono verificati 2583 episodi di autolesionismo grave. Il triste primato spetta a Bologna (112), a seguire Firenze Sollicciano (106), Lecce (93), Genova Marassi (77) e Teramo (66).

Ad aggravare il quadro complessivo concorrono i 153 episodi di aggressioni in danno di poliziotti penitenziari, che contano 211 persone ferite. Sempre dal 1 gennaio al 30 giugno 2011 in 175 istituti si sono verificate 3392 proteste individuali (scioperi della fame, rifiuto del vitto, rifiuto della terapia). Proteste collettive (battiture, rifiuti del carrello) invece in 126 istituti.





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Scandalo Metropolitana-2 Da Gianturco a Pozzuoli un'ora e mezza Venti minuti più che da Roma a Napoli

Il Mattino

di Paolo Barbuto

NAPOLI - «Si avvisano i signori passeggeri che a causa di perturbazioni sulla linea tra Cavalleggeri e Pozzuoli, i treni potrebbero subire ritardi». Perturbazioni? C’è un sole che brucia la pelle e cuoce le cellule grigie e l’altoparlante dice che ci sono perturbazioni?

«Signore? Signore? Si vede che non siete pratico - donna Luisa, settant’anni portati con gioia, sorride materna - Quando dicono che ci sono perturbazioni significa che il treno non passa più almeno per un paio d’ore».

Inizia male il viaggio sulla Linea 2 della metropolitana. Inizia proprio come aveva raccontato Luigi C. in una lettera inviata in redazione: «Per arrivare da piazza Garibaldi a Pozzuoli spesso si impiega più tempo che per andare da Napoli a Roma». Esagerato, abbiamo pensato in tanti, e abbiamo deciso di provare personalmente l’avventura.



Mercoledì 13 luglio (ieri), ore 10,31, ingresso della stazione di Pozzuoli. Sulla banchina una scia di pesci mezzi spiaccicati e una decina di persone che diventano trenta, poi cinquanta con l’avvicinarsi dell’orario di partenza della metro in direzione Gianturco. Alle undici meno un quarto dovrebbe partire il treno.

Alle undici l’altoparlante avvisa delle «perturbazioni», gli habitué capiscono al volo e vanno a protestare nella sala dove ci sono gli addetti delle Ferrovie che siedono davanti a un avveniristico pannello sul quale è disegnata una parte della rete ferroviaria. Forse un tempo quell’aggeggio segnalava qualcosa, oggi al centro dello schermo campeggia un cartello su un foglio A4 «pannello fuori servizio».

Gli addetti la buttano sul ridere: «facevate meglio a prendere il bus per Napoli», sarà un linguaggio in codice perché gli habitué comprendono che bisogna trovare una alternativa e attrezzarsi presto.
Attrezzarsi significa raggiungere la stazione di Campi Flegrei dalla quale (chissà perché) i problemi di «perturbazione» spariscono. Donna Luisa chiama il figlio che l’aveva accompagnata alla stazione, gli chiede di «allungarsi» fino a Cavalleggeri, offre un passaggio ai più disperati.

In macchina c’è aria da gita scolastica. Tutti vogliono raccontare, tutti concordano sul fatto che situazioni del genere avvengono spessissimo, almeno due volte alla settimana, sostengono.

Alle undici e venti l’auto si ferma davanti alla stazione di Campi Flegrei. Saluti e ringraziamenti al figlio di donna Luisa e corsa verso i binari dove sembra che ci sia una metro pronta a partire. È vero. Dopo qualche minuto si parte in direzione Gianturco. A Mergellina la carrozza si affolla, i due ragazzi stranieri con i giganteschi zaini da campeggiatori non accennano a liberare i posti che hanno occupato con i bagagli.

Ci sarebbe l’aria condizionata ma i finestrini sono aperti. Un signore cerca conforto nella folla «se chiudiamo i finestrini ci rinfreschiamo con il condizionatore». Però molti vetri portano i segni scivolosi della saliva: qualcuno s’è divertito a sputarci sopra, nessuno ha il coraggio di toccarli, meglio morire di caldo.

A Montesanto nuovo vorticoso cambio di passeggeri. Sono più quelli che salgono di quelli che scendono. L’effetto-sardina è fastidioso, la mano sul portafogli è fissa per paura dei borseggiatori. Nel tunnel prima di arrivare a piazza Garibaldi il treno rallenta, poi si ferma. Solo chi non è abituato (il sottoscritto) si fa prendere dal panico, a tutti gli altri sembra normale rimanere bloccati lì sotto. Dopo quattro minuti si riparte, la gente commenta «è durato poco stavolta»: chissà abitualmente quanto dura quella sosta vietata ai claustrofobici.

A «Garibaldi» il treno si svuota quasi del tutto. Per l’ultimo tratto è disponibile anche un sediolino lurido e umidiccio. L’arrivo a Gianturco avviene esattamente alle 11,58: un’ora e mezza dopo l’ingresso nella stazione di Pozzuoli. Il Frecciarossa collega Napoli con Roma in un’ora e dieci minuti, il lettore Luigi C. aveva ragione.


Giovedì 14 Luglio 2011 - 10:47    Ultimo aggiornamento: 10:49




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L'ultima beffa di Tulliani: nascosto dietro la contessa.

Libero





Archiviare, come ha fatto la procura di Roma. Far sparire le tracce, anche se le impronte ci sono, chiare e ben riconoscibili. Facilitare l’oblio, se possibile, e lasciare che la polvere sotterri quel che la folla è meglio non tenga a mente. Così, un anno dopo, all’apparenza, restano solo le ragnatele a nascondere un’icona ingombrante, l’appartamento in Boulevard Princesse Charlotte al civico 14 noto a tutta Italia come “la Casa di Montecarlo”.
 
Sembra il titolo di un giallo da quattro soldi, di quelli un po’ rinsecchiti dal sole che si comprano d’estate, e in effetti la trama ha iniziato a districarsi circa dodici mesi fa, nel pieno della stagione balneare. Che giallo è stato, anzi un noir, data l’ambientazione in terra francese. E con che personaggi. Primo fra tutti il Cognato, cioè Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, il ragazzo della bella vita, fotografato alla guida di una Ferrari nera e lucida, fresca di fabbrica.

Non poteva mancare, nella storia, la Contessa, cioè Anna Maria Colleoni, discendente del condottiero Bartolomeo, vissuto nel XV secolo. Poi lei, la Compagna, Elisabetta, la bionda con un passato televisivo che ha fatto perdere la testa all’uomo potente. Quindi il Presidente, cioè Gianfranco Fini, seduto sullo scranno più alto della Camera. Infine i Segugi, cioè i cronisti del Giornale e poi di Libero che alla fine di luglio del 2010 hanno svelato i contorni della vicenda.

NOBILI REGALI
Per farla breve: la Contessa è figlia di un gerarca fascista, si fa rapire il cuore dal Msi, poi da Alleanza Nazionale e dal suo leader, Fini. Gli promette, durante una cena, che gli lascerà il suo patrimonio poiché non ha eredi. E così avviene il 12 giugno 1999, quando la Colleoni muore a 65 anni. Nel novero dei beni è compreso l’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte nel principato di Monaco. Una cinquantina di metri quadri, senza vista sul mare, ma a pochi passi dalla bella stazione e in posizione favorevole per raggiungere il Casinò.

Nel 2010, il Giornale rivela che di quell’abitazione beneficia Giancarlo Tulliani: c’è il suo nome sul campanello. Salta fuori, nel corso dell’inchiesta, che il quartierino nel 2008 è stato venduto da An a una società con sede ai Caraibi, chiamata Printemps. Prezzo: trecentomila euro, pochino per un immobile del genere. Poco dopo, la Printemps lo ha ceduto, a un costo appena superiore, a un’altra società offshore, la Timara, con sede nello stesso luogo.

Fatto sta che nell’appartamento abita, nonostante gli intrugli caraibici, il cognato di Fini. Il quale Fini, dopo che perfino il Corriere della Sera lo ha invitato a chiarire la vicenda, diffonde un video allo scopo di mostrare la sua estraneità a qualsiasi malaffare. Dice di non saperne niente, di aver provato un certo disappunto nello scoprire che suo cognato disponeva dell’appartamento. E promette che se si appurerà che la casa è di proprietà del Tulliani, si dimetterà dalla presidenza della Camera (passo richiestogli da migliaia di lettori di Libero tramite raccolta firme, che furono consegnate dal sottoscritto durante la festa di Fli a Mirabello). Beh, secondo un documento fornito a un certo punto dal ministro degli Esteri dell’isoletta di Saint Lucia nei Caraibi, sarebbe proprio il Tulliani il titolare delle varie società offshore che si sono passate la casa. E qui inizia il putiferio: i giornali di sinistra berciano contro la macchina del fango, gridano al complotto berlusconiano.

DENUNCE

Nel frattempo, emergono testimoni che dicono di aver visto Elisabetta Tulliani arredare personalmente l’appartamento, spunta anche una cucina Scenery della Scavolini che sarebbe stata acquistata dalla signora proprio per Montecarlo (dunque poteva Fini non sapere?). Ma anche qui tutto viene marchiato d’infamia: “La macchina del fango!”.

Ben presto si scoprirà che non c’era nessun fango, e saranno proprio dei giudici ad accertarlo. Dopo la denuncia di due esponenti della Destra di Storace - già componenti del partito che la contessa Colleoni intendeva sostenere e dunque potenziali truffati - la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta, poi archiviata in fretta e furia, senza nemmeno interrogare il Tulliani, del quale però si sono perse le tracce, tanto che da allora nessuno l’ha più rivisto. Secondo la Procura, non ci sono gli estremi della truffa, ma la casa è stata venduta sottocosto. Sempre nelle carte romane, ben sepolto sotto le anticaglie burocratiche, si trova un tassello fondamentale del giallo. Scrivono infatti i magistrati: «Il contratto di locazione intervenuto fra il locatore Timara Ltd, priva della indicazione della persona fisica che la rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani reca sotto le due diciture “locatore” e “locatario” due firme che appaiono identiche».
Significa che a firmare è il medesimo Cognato: una sigla per la società e una per sé. A questo punto, non sembrano esserci molti dubbi su chi sia il proprietario dell’appartamento. Ma Gianfranco Fini, che pure lo aveva promesso, non ha dato le dimissioni.

Poi che è accaduto? Che il tempo ha cominciato a passare e pare che in Italia nella memoria resistano solo i guai giudiziari di Berlusconi. Quale mossa migliore, allora, di agevolare il lavoro al vento che spazza via i ricordi? A Montecarlo, in Boulevard Princesse Charlotte, al piano terra, ci sono solo finestre tappate. Il balcone è sporco, i muri un po’ sfatti, trascurati. Non che l’anno scorso fossero uno splendore, per carità. Si vede, ripiegata, una branda. A fianco, un contenitore di cartone che avvolge forse un tappeto. Ma il marchio del destino è nel citofono: il cognome Tulliani, all’esterno, non c’è più. Rimangono segni di colla, probabilmente l’hanno grattato via. Svelando la beffa finale: ora campeggia in rosso il cognome Colleoni, come se la casa fosse ancora della contessa e per dodici mesi avessimo raccontato barzellette.

CHI L'HA VISTO?
Eppure all’interno, sul pianerottolo, un residuo del passato. Vicino alla porta blindata il campanello riporta il nome Tulliani scritto a mano. Dunque una traccia rimane. Mi imbatto in una donna delle pulizie, le chiedo notizie dell’inquilino: «Non viene mai nessuno», mi dice imbarazzata e s’affretta a precisare che lei non sa nulla. Sta dicendo la verità oppure anche a chi vive e lavora qui fa comodo dimenticare, fingere che la bufera sia stata un brutto sogno? Chi lo sa.

Suono alla porta a fianco, quella col cognome di Fabrizio Torta, il testimone che aveva visto la sciura Elisabetta arredare la casa. Nessuno apre. Provo altri vicini. Alcuni si spazientiscono, le risposte sono un coretto: «No, no, no». Un signore anziano mi dice che in quel palazzo il Tulliani non lo vedono da un anno, è svanito. Ma l’uomo ha fretta di rientrare, rigira con ansia la chiave nella toppa per liberarsi del fastidioso interlocutore. Che c’entra lui con Tulliani, che gliene importa? Un’altra donna, al citofono, conferma: «Non c’è più, non è tornato». Saggia decisione, dopo tutto, sempre che sia la verità.  L’appartamento sembra disabitato: il campanello non squilla, forse la luce è staccata. Possibile che il vero proprietario non l’abbia affittato, in tutti questi mesi? Possibile che le famose società non lo abbiano ceduto? Eppure gli acquirenti non dovrebbero mancare, un commerciante mi dice che nel palazzo di fronte, zeppo di abitazioni di gran lusso, non è rimasto nemmeno un vano libero. Questa casa è realmente vuota per sempre o solo per qualche tempo, giusto finchè il polverone non sia sceso?

Poco distante, sul Boulevard, si trova un bel bar di italiani. Il ragazzo al bancone mi dice che sono passati in tanti, anche semplici curiosi, a chiedere notizie della dimora del Tulliani. «Potrebbero farne un’attrazione turistica o un museo», ride. Bella idea. Museo della Casa di Montecarlo, patrimonio nazionale, monumento alla tristezza della politica italiana. Sul campanello che suona a vuoto, un cognome nobile: Colleoni. Dentro, oltre la porta d’ingresso, il nulla.

di Francesco Borgonovo

14/07/2011





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Cuffaro: qui in carcere ho una nuova vita

Il Tempo

L'intervista esclusiva all'ex senatore Udc: "Leggo, studio e ho fede. Ho perso 20 chili ma ho guadagnato umanità".


Totò Cuffaro nel arcere di Rebibbia (foto Frattarelli) «Qui dentro ho un pezzo di libertà che non ho mai avuto fuori. Lo so che sembra paradossale. Ma anche in carcere puoi scegliere di essere quello che vuoi». Ha un cappellino blu in testa, Totò Cuffaro. Il sole picchia a Rebibbia sul campo di calcio in terra in cui i detenuti stanno giocando. L'ex senatore Udc, già presidente della Regione Sicilia, condannato a 7 anni per favoreggiamento aggravato a cosa nostra e violazione del segreto istruttorio, si guarda intorno.

Ogni tanto qualcuno lo ferma e lo saluta. Lo chiamano «dottore» perché Cuffaro è medico e spesso gli inquilini del carcere romano gli chiedono consigli. «Mi ha salvato da un infarto», dice uno dei suoi compagni di cella, Santino. Totò sorride. Sono quasi sei mesi che sta a Rebibbia. A vederlo da lontano non parrebbe nemmeno lui: «In questi mesi ho perso venti chili ma sto bene. Le sentenze si rispettano, ed eccomi qui. Sono sempre stato un uomo delle istituzioni e continuo a comportarmi come tale, soprattutto rispetto me stesso e i miei princìpi».

Ha mocassini blu ai piedi, i jeans e una polo con due bottoni slacciati. «Mi manca la mia famiglia. La posso incontrare per quattro ore al mese. Mia moglie ha deciso di venire qui con i miei figli da Palermo un giorno a settimana. Parliamo per un'ora, poi tornano in Sicilia. Ci diciamo che va tutto bene, che stiamo bene. È una bugia, lo sappiamo, ma continuiamo a ripeterla per andare avanti». La vita a Rebibbia scorre, anche meglio che nelle altre carceri: «Noi ci immaginiamo brutti ambienti, con gente che si nasconde dietro l'angolo ed è pronta ad accoltellarti.

Non è così - continua a raccontare Cuffaro - In carcere ci sono storie e rapporti di incredibile umanità. Scrivo lettere per alcuni detenuti che non lo sanno fare, per altri invece le leggo. Ricevo tantissima posta, da quando sono qui tremila lettere. C'è una persona, si firma Antonella, che mi ha mandato una cartolina quando sono entrato assicurandomi che me ne avrebbe mandata una per ogni giorno che avrei passato qui dentro. L'ha fatto veramente. E io cerco di sforzarmi di capire chi è. Sicuramente viaggia molto, visto che le cartoline mi arrivano da ogni parte del mondo».

La sveglia è alle 5.15, «le cornacchie non ti lasciano dormire ma a Rebibbia si sta benissimo. Poi corro qui in cortile, faccio 40 giri di questo campo di calcio, sono 7 chilometri. Infine la doccia e torno in cella a leggere e a studiare». S'è messo in testa di laurearsi in giurisprudenza. «Pochi giorni fa ho fatto l'esame di diritto costituzionale. È venuto un professore della Sapienza, eravamo otto a sostenere il test. Non mi ha riconosciuto. Alla fine, dopo aver risposto a tante domande, mi ha detto: "Io le faccio i complimenti, raramente ho trovato questa proprietà di linguaggio".

Stavo per rispondere: ma lei lo sa quante volte ho sollevato il conflitto di attribuzione tra Stato e Regione? Ma ho preferito dire: sono già laureato in medicina». La fede. «Ti dà il desiderio di speranza - dice Cuffaro - Non so come avrei fatto senza. Anche se provo sempre a tenermi occupato. Qui il tempo è strano». Già il tempo. In carcere. Cuffaro ha ancora sei anni e mezzo da scontare. Ma sorride lo stesso. «Il tempo in carcere non riesci a coglierlo. Cerco di essere sempre occupato: leggo moltissimo, rispondo alle lettere». I politici?

«Una trentina mi sono venuti a trovare i primi tempi, poi tutti si dimenticano. Ma non voglio dire che non va bene. È semplicemente normale, non mi stupisco. Di certo in carcere posso fare cose che non avrei fatto fuori, poi qui a Rebibbia abbiamo spazi e un ottimo trattamento. Un po' mi sento libero. Il futuro? «La politica no, basta - dice Cuffaro - Voglio fare l'agricoltore, coltivare i miei fichi d'india e preparare il vino che mia moglie, da sola, non riesce più a fare». Intanto ci sono i ciambelloni che cucina Santino: «Sono buonissimi.

Qui in carcere ci si industria a fare tutto, pure la pasta al forno, adagiandola sopra le scatole di cartone del latte». Non sarà un albergo. Ma a vedere Cuffaro che legge e studia, mette in imbarazzo professori universitari e crea capannelli con i detenuti, il carcere riflette un'umanità inaspettata. È sovraffollato, certo, come dovunque in Italia, ma gli agenti sono gentili e hanno rapporti cordiali con i detenuti, che li rispettano. Almeno in questa parte, nel reparto G8 del Nuovo Complesso, dove c'è anche il parco con i gazebo per le mamme e i bambini.

Ieri c'era una partita di calcio, in campo anche l'ex giocatore di Lazio e Inter, Cesar. Tutto organizzato dai ragazzi del «Gruppo Idee Rebibbia», guidati da Zarina Chiarenza, e dalla radio «Manà Manà». Fanno anche un giornale che si chiama «Dietro il cancello», sospeso da qualche mese. Ma ripartirà. All'iniziativa ha partecipato anche la più giovane consigliera regionale del Lazio, Chiara Colosimo, rimasta alcune ore a parlare con i detenuti. Una giornata particolare sia per loro sia per gli esterni, anche grazie all'attenzione dell'ispettore della Polizia penitenziaria Giannelli e del comandante Cardilli, oltre che della direttrice del reparto G8, Covelli, vice del direttore del Nuovo Complesso, Cantone. Per l'occasione c'era un rinfresco con tanto di cannoli. «Ma sono veramente siciliani?» ha chiesto un carcerato all'ex senatore Udc. Risposta secca: «I cannoli li fanno in Sicilia». «Bè li fanno pure a Roma», ha sorriso il detenuto. «No, i cannoli li fanno in Sicilia», ha replicato Cuffaro. E ha sorriso anche lui.


Alberto Di Majo

14/07/2011





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Diritto d'autore online: le risposte di un musicista alle 10 domande della Siae

La Stampa
Anna Masera

Massimo Piscopo, pianista e tastierista compositore, spiega su Facebook perchè la Società italiana autori ed editori è superata nell'era del Web
«Perchè il diritto d’autore che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?». È questa la prima delle dieci domande poste da oltre seicento autori, editori di musica, cinema, teatro, radio-tv aderenti alla Siae, associazioni, insieme a Confindustria Cultura Italia, per chiedere maggiore tutela per il diritto d’autore sul web. Un appello è apparso oggi in una pagina a pagamento sul Corriere della Sera, completo di tutti i firmatari. La risposta non si è fatta attendere.

Così, mentre oggi è arrivata la notizia che
nel caso BtJunkie i pm di Cagliari stanno indagando i provider (Fastweb e Nge) perchè "non inibirono l'accesso ai pirati" (e la Fimi plaude, sic), Massimo Piscopo, pianista e tastierista compositore di musica con licenza Creative Commons, ha risposto alle dieci domande della Siae - che è sbarcata ieri su Facebook - a chi contesta il provvedimento Agcom in difesa del diritto d'autore online. Ecco le risposte, rilasciate sotto licenza Creative Commons su Facebook. Le sue risposte sono talmente chiare e belle così, che - anche se leggermente lunghe rispetto ai nostri standard giornalistici - preferisco riportarle per intero. 


1. Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?


R: La presenza della rete ha cambiato completamente le dinamiche, rendendo obsoleto anche il solo concetto che c'è dietro l'esistenza dell'editoria e della filiera distributiva. Oggi chiunque può autoprodursi musica, libri, film e software, senza bisogno alcuno di avere degli editori alle spalle; la rete mette a disposizione degli strumenti potentissimi che permettono a tutti i nuovi autori non solo di fare a meno dell'industria editoriale e distributiva, ma anche di non andare contro gli utenti stessi, trovando nuovi modelli di business che non siano il chiedere soldi per delle copie, ma piuttosto per offrire le proprie conoscenze ed il proprio talento, facendo contratti di assistenza, di personalizzazioni, di creazioni di opere su misura, facendo concerti o rappresentazioni teatrali, facendo mostre e conferenze, vendendo manoscritti o altre creazioni uniche, piuttosto che semplici copie. Il successo di tanti autori, ma anche di intere aziende, che letteralmente vivono con l'open source, con le licenze cosiddette copyleft, e con i concerti, lo dimostra in modo inequivocabile.

Il diritto d'autore (diritto dell'autore a poter dire "questo l'ho fatto io e non altri") peraltro, dalla stragrande maggioranza del "popolo della rete", è sempre stato riconosciuto. Quello che oggi è contestato da tutti è il copyright ("diritto di copia" e non "diritto d'autore"). Copyright che, peraltro, a differenza del diritto d'autore (che è inalienabile e incedibile), quasi mai è in mano all'autore dell'opera, ma in mano alle corporazioni (SIAE e simili) e agli editori.

2. Perché coloro che criticano il provvedimento AGCOM non criticano anzitutto il furto della proprietà intellettuale? Perché impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere considerata una forma di censura?

R: Rispondiamo alla prima parte. La copia non è un furto,Perché la copia non è un furto, questa è la spiegazione schematica. A sinistra il furto: si rimuove l'originale, che non è più presente nel luogo dove si trovava. A destra la copia: l'originale viene copiato, e rimane disponibile a chi l'ha pagato. La pirateria non è un furto: il furto rimuove l'originale impedendo a chi vuole usufruirne di continuare a farlo, la pirateria invece crea una copia e lascia l'originale al suo posto. perché la copia si crea sempre da un originale e sarà l'originale (lavoro unico e non replicabile) a dover essere retribuito da chi dovesse commissionarlo.

Pensiamo ad un pittore: sarebbe giusto pagare un pittore per avere una fotocopia di un suo quadro? Naturalmente no: chiunque paga un pittore si aspetta che in cambio gli venga consegnata la tela; è quella ciò che ha comportato il lavoro del pittore, quello su cui ha lavorato, ed è quello che va giustamente retribuito. La fotocopia, viceversa, così come qualunque copia meccanica o elettronica, è un processo meccanico o digitale che non ha comportato sforzo da parte di nessuno (a meno che non sia dimostrato uno sforzo il premere il tasto "start" su una fotocopiatrice). Motivo per cui, una copia meccanica o digitale, che non ha richiesto nessuno sforzo da parte di chi l'ha creata, ha valore pari a zero. Come si può definire furto qualcosa che abbia valore pari a zero?

Peraltro non viene sottratto nulla: chi copia, in generale, lo fa col consenso di chi ha pagato quella copia. E a chiarirci ogni dubbio al riguardo è intervenuta la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza 44840 del 2010, definendo in maniera inequivocabile che «è da escludere la configurabilità del reato di furto nel caso di semplice copiatura non autorizzata di "files" contenuti in un supporto informatico altrui, non comportando tale attività la perdita del possesso della "res" da parte del legittimo detentore» nonché che «i dati e le informazioni non sono compresi nel concetto, pur ampio, di "cosa mobile"» ed anche che «la sottrazione di dati quando non si estenda ai supporti materiali su cui i dati sono impressi altro non è che una "presa di conoscenza" di notizie, ossia un fatto intellettivo, rientrante, se del caso, nella violazione dei segreti». Chi continuasse a sostenere che la copia sia un furto non solo sarebbe un bugiardo ma rischierebbe anche di commettere il reato di diffamazione, andando contro le dichiarazioni espresse dalla Suprema Corte, che ha chiarito in modo inoppugnabile come il furto preveda lo "spossessamento" del bene da parte del detentore, cosa che la copia non comporta assolutamente.

Rispondiamo ora alla seconda parte. Impedire non la messa in rete di opere protette, ma l'accesso alla rete dove possono esserci ANCHE opere protette (perché è questo ciò che vuole fare l'AGCOM), in modo peraltro da scavalcare l'Autorità Giudiziaria, è una forma di censura sic et simpliciter, per il semplicissimo motivo che nel momento in cui venisse impedito l'accesso ad un sito estero come (ad esempio) Megavideo, non verrebbe solo impedito (o comunque complicato) l'accesso alle eventuali opere protette ivi presenti, ma anche a tutto ciò che non è affatto protetto da copyright, quali possono essere i video creati dagli utenti, i video i cui diritti siano scaduti, o i video creati con licenze libere. Quindi un impedimento al sito (che avvenga tramite DNS o blocco IP) impedirebbe, almeno per tutti quegli utenti incapaci di scavalcare il blocco, anche l'accesso a contenuti assolutamente legittimi.

Inoltre, la relazione di Google ad AGCOM  ha dimostrato come sul suo popolare portale Youtube almeno il 60% delle violazioni accertate da parte dei detentori dei diritti vengano da questi non solo non cancellate, ma addirittura sfruttate a proprio vantaggio, monetizzando quindi parte dei ricavati pubblicitari per chi visualizza quei video in favore dei detentori dei diritti stessi e non limitando, allo stesso tempo, il concetto di "fair use" che è uno dei pilastri del DMCA statunitense.

3. Perché dovrebbe risultare ingiusto colpire chi illegalmente sfrutta il lavoro degli altri?

R: Perché, com'è stato spiegato sopra, la rete permette nuovi modelli di business, incentrati innanzitutto sul non far pagare agli utenti finali ciò che potrebbe essere finanziato in altre forme, in primis con la pubblicità. SIAE e detentori dei diritti si lamentano che la pirateria sfrutta il loro lavoro, quindi ci guadagna: perché non creano un sistema legale di distribuzione basato esclusivamente sulla pubblicità e non sul far pagare all'utente finale, sullo stile di http://www.film-review.it/filmgratis , sito italiano legale che già sfrutta questo modello di business in favore dei detentori dei diritti ma senza far pagare agli utenti? In questo modo gli utenti non sono costretti a pagare per una copia (che ha costo zero e che quindi sarebbe ridicolo chiedere di pagare) ma i detentori dei diritti continuano a percepire le royalties. Certo, in questo modo la filiera distributiva sparisce, così come sono spariti venditori di ghiaccio, maniscalchi, venditori di olio per lampade, ciabattini, sarcitori e altri lavori che avevano un senso quando nacquero ma che oggi non ce l'hanno più.

4. Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai gratis, ed ingiusto pagare i contenuti? E perché non ci si chiede cosa sarebbe la rete senza i contenuti?

R: SIAE non si è accorta che siamo nel web 2.0. La stragrande maggioranza dei contenuti presenti in rete (blog, portali di condivisione, social network, interi portali del software libero, come sourceforge) sono già gratuiti per gli utenti. Si paga la connessione alla (non "della") rete come si paga l'accesso al telefono, all'energia elettrica o il gas o la benzina. Questo perché stiamo parlando di beni non infiniti: la banda internet non è infinita, ed è il motivo per cui si paga. La corrente elettrica non è infinita, ed è il motivo per cui si paga. Il gas e la benzina non sono infiniti, ed è il motivo per cui si pagano.

Viceversa, i contenuti della rete, quelli sì sono infiniti, in quanto nel momento in cui vengono scaricati dalla rete, non vengono affatto sottratti dal "server" che li contiene, ma viene creata una nuova copia in locale. In realtà un costo ce l'hanno anche loro (dovuto all'usura dell'hard disk e alla capienza del supporto) e questo costo l'utente lo paga già nel momento in cui acquista il supporto, peraltro proprio pagando, insieme al supporto, il cosiddetto equo compenso, quindi finanziando gli autori di opere protette da copyright e non, come invece potrebbe essere, finanziando l'utente stesso che su quei supporti ci può mettere le proprie foto, la propria musica, i propri documenti, i propri programmi, i propri filmini delle vacanze. E qui veniamo alla domanda successiva.

5. Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni, chiamato tassa? Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc.?

R: Perché l'equo compenso è dovuto a prescindere dal motivo per cui si usano quei supporti. Posso non chiamare un idraulico se sono capace di riparare da solo il lavandino. Sono tenuto invece a pagarlo se lo chiamo e se quindi gli occupo tempo, capacità e materiali per mettere queste tre cose (che si racchiudono nella sua persona e nella sua professionalità) a mia disposizione per un certo periodo. Viceversa, l'equo compenso lo paghiamo alla SIAE (e quindi, in primo luogo agli editori, ed in secondo luogo ad alcuni -mica tutti- autori iscritti SIAE) anche se usiamo quei supporti per mettere materiale che con la SIAE e con i suoi iscritti non ha niente a che vedere. Come altrimenti chiamare questo se non "tassa", allo stesso modo di come paghiamo, ad esempio, quell'altra tassa chiamata canone RAI e questo lo facciamo solo per il fatto di avere un apparecchio "atto o adattabile alla ricezione di programmi radiotelevisivi" indipendentemente se guardiamo o meno i canali della RAI?

La legge sul diritto d'autore non permette di scaricare opere coperte da copyright. Per quanto riguarda la copia di sicurezza, tale eccezione è già concessa dalla legge e il diritto d'autore si è già pagato al momento dell'acquisto della "copia originale" (bell'ossimoro), quindi non si capisce per quale motivo si dovrebbe pagare l'equo compenso: cioè devo dare i soldi a Vasco Rossi per mettere sui miei supporti la mia musica (visto che la sua non posso metterla). E perché Vasco Rossi deve prendere soldi dalla mia musica? Cosa ha fatto nella mia musica Vasco Rossi da poter prendere soldi? Visto che si parla tanto di "furti", sarebbe interessante sapere le risposte a questa domanda. Non rispondete, però, che si può avere il rimborso dell'equo compenso: questo è possibile, sì, ma solo per le aziende.

6. Perché Internet, che per molte imprese rappresenta una opportunità di lavoro, per gli autori e gli editori deve rappresentare un pericolo?

R: Lo rappresenta solo per quegli autori incapaci di sfruttarla a proprio vantaggio. Numerosi singoli e gruppi musicali sono su Youtube con un proprio canale ufficiale da cui gli utenti possono ascoltare tutta la musica che vogliono senza dover pagare nulla di tasca loro (gli autori guadagnano grazie ai banner). Quelli hanno imparato a sfruttare la rete. Per quanto riguarda invece gli editori, incapaci di aver sfruttato la rete quando avrebbero potuto, la loro scomparsa sarebbe positiva in quanto favorirebbe gli artisti emergenti che, mancando la promozione di massa fatta dagli editori sui media tradizionali, avrebbero le stesse opportunità di guadagno alla pari coi cosiddetti "grandi autori", lasciando e demandando all'utente finale chi premiare sia con il solo visualizzare/ascoltare le opere attraverso il loro canale ufficiale, sia con il premiare direttamente l'artista andando ai suoi concerti o alle sue rappresentazioni teatrali.

7. Perché nessuno si chiede a tutela di quali interessi si vuole creare questa contrapposizione (che semplicemente non esiste) tra autori e produttori di contenuti e utenti?

R: E chi l'ha detto che nessuno se lo chiede? La contrapposizione attuale è tutta sbilanciata a favore degli editori e non degli autori. Come disse uno dei più famosi cantautori italiani iscritti alla SIAE, Lucio Dalla, in un'intervista a "Report" nel 2001 http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-52fcc1de-37ce-4f9c-961c-a67408c02ee0.html alla domanda "chi comanda in SIAE" risponde: "Mah, in teoria dovendo esprimere, non dare una risposta tecnica, ma dare una risposta utopistica, dovrebbero comandare gli autori. Non è mai stato così."

8. Perché dovremmo essere contro la libertà dei consumatori? Ma quale libertà? Quella di scegliere cosa acquistare ad un prezzo equo o quella di usufruirne gratis (free syndrome) solo perché qualcuno che l’ha “rubata” te la mette a disposizione?

R: La libertà dei consumatori si traduce anche nella libertà di accesso a quelle opere non protette, che la direttiva AGCOM e quella promossa dalla SIAE e dalle associazioni di categoria tende ad oscurare. Il "rubata" lo rimando al mittente visto che si tratta di chi, attraverso la tassa dell'equo compenso, lucra sul Free Software, sul Creative Commons, sulle opere i cui diritti sono scaduti, sulle opere create dagli utenti stessi. Ma ritorniamo ancora sul concetto di copia. Perché si dovrebbe pagare per avere una copia? Perché dev'essere il consumatore a pagare per la copia, quando è possibile che chi voglia guadagnare possa già farlo oggi con altri sistemi (pubblicità) senza dover ricadere sulle tasche del consumatore? Rimando, ancora, alle risposte precedenti.

9. Perché nessuno dice che l’industria della cultura occupa in Italia quasi mezzo milione di lavoratori e le società “over the top” al massimo qualche decina? E perché chi accusa l’industria culturale di essere in grave ritardo sulla offerta legale di contenuti, poi vuole sottrarci quelle risorse necessarie per continuare a lavorare e dare lavoro e per investire sulle nuove tecnologie e sul futuro?

R: Tante industrie impiegano e occupano milioni di italiani, ciò non toglie che molti stiano in cassa integrazione, e che le industrie si stiano spostando all'estero dove la manodopera costa meno. Magari se mettete il naso fuori dagli uffici della SIAE vi accorgete che l'industria in generale, e non certo solo quella dei contenuti, è in piena crisi. Sono le conseguenze della globalizzazione, una globalizzazione che ha fatto comodo (e continua a fare comodo) all'industria stessa allo scopo di minimizzare le spese e massimizzare i profitti. Il lavoratore dell'industria cosa fa? Se ha alte specializzazioni e professionalità, come può essere un tecnico del suono di una sala discografica, non avrà problemi a lavorare quando l'artista, che non avrà più bisogno dell'industria, avrà bisogno di un tecnico del suono per fare il concerto come si deve.

Se invece stiamo parlando di una persona addetta al replicatore, che si limita a premere "start" sulla fotocopiatrice, mi dispiace per lui ma il suo lavoro è diventato come il ciabattino e come il venditore di ghiaccio. Non si tratta nemmeno di globalizzazione, si tratta di puro e semplice progresso. L'era dei contenuti digitali ha bisogno di figure come il webmaster, il procacciatore di sponsor, l'amministratore di sistema (sysadmin). Il supporto fisico, e tutto quello che ne consegue, è destinato inevitabilmente alla scomparsa. Questo è cominciato nel momento stesso in cui l'industria è passata al digitale: supporto comodo ed economico, e soprattutto facile da copiare senza spese. Facile per l'industria, ma anche per l'utente. Così non era per il vinile e per la pellicola, dove l'unica pirateria esistente era quella industriale perché non tutti potevano permettersi all'epoca un incisore di vinili in casa.

L'arrivo dei masterizzatori, prima CD, poi DVD e oggi anche BD, dovrebbe far capire all'industria che ormai la possibilità di copia, prima loro quasi esclusiva, oggi è in mano agli utenti. All'epoca dei primi videoregistratori, l'industria del cinema americano (la famosa MPAA) fece causa alla Sony. Dopo 6 anni e il fallimento commerciale del progetto Betamax, i tribunali decisero che gli utenti avevano pieno diritto di usare i supporti come meglio volevano. E l'industria cominciò a vendere anche le videocassette preregistrate nonostante molti registrassero da soli i film dalla TV. Oggi il business è internet, e internet è basata sulla gratuità per l'utente e sui banner per far guadagnare i webmaster e i produttori: lo dicono i successi dei siti come Facebook, Twitter, Youtube e lo stesso Google.

L'industria si evolva promuovendo un sistema gratuito per l'utente ma che riesca a far guadagnare i produttori. Sarà quello l'unico modo per far abbassare di molto (non eliminare perché sarebbe impossibile) la pirateria. Gli utenti stanno aspettando un sistema simile dal 1999, cioè dall'arrivo di Napster, cioè da quando è stato dimostrato che la rete può funzionare senza doverci investire grosse spese.

10.Perché, secondo alcuni, non abbiamo il diritto di difendere il frutto del nostro lavoro, non possiamo avere pari dignità e dobbiamo continuare a essere “ figli di un Dio minore”?


R: Difendere è molto diverso da pretendere. Se io, che creo musica in Creative Commons, riesco a guadagnare ugualmente scrivendo musica su commissione e suonando dal vivo, non vedo perché altri, che magari percepiscono anche i soldi dall'equo compenso, non dovrebbero riuscire a fare altrettanto. Vuoi sfruttare il frutto del tuo lavoro: giustissimo e sacrosanto. Non attaccare chi ti apprezza, non chiamare "ladro" chi si prodiga per diffondere la tua opera e pubblicizzarti; al contrario, ringrazialo e invitalo ad ascoltarti dal vivo, in modo che tu possa dimostrargli le tue capacità da vicino e non attraverso un autotuner.

Dimostra di saper suonare, cantare, recitare, fallo davanti ad un pubblico, e il pubblico apprezzerà e ti farà recensioni positive su internet, e altra gente ti conoscerà e verrà ad apprezzarti. Questo è l'unico modello distributivo accettabile: ogni altro modello, in primis quello basato sul far pagare l'utente finale per avere delle registrazioni e quindi delle copie dell'opera (che è unica e irripetibile e si esaurisce nel momento in cui hai finito di suonare), è, ripeto, destinato al fallimento. Lo stesso dicasi per attori e registi: dimostrate di saperci fare, andate nei teatri. Attori esperti, come il grande Eduardo de Filippo, o Massimo Troisi, ma oggi potremmo dire Massimo Ranieri, Luca de Filippo, Vincenzo Salemme (scusate se cito solo napoletani ma ovviamente il discorso è mondiale), sono innanzitutto attori di teatro (e che attori). Questo avrà anche un piacevole effetto collaterale: sarà la fine di quegli attorucoli da strapazzo, magari usciti da qualche reality, che per girare una scena la ripetono 30 volte. Se sbagli così spesso a teatro, nessuno verrebbe più a vederti. Conosco attori di compagnie amatoriali che darebbero molto filo da torcere a certi attori di cinema ben più famosi di loro. In teatro si premia il talento e la capacità, più che una bella presenza. E scusate se preferisco talento e capacità alla bella faccia di qualcuno che però artisticamente non vale niente.


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