domenica 10 luglio 2011

Matrimonio col trucco per Brunetta Cambia sede e beffa i precari

Corriere della sera

Le nozze erano in programma a Villa Rufolo, ma senza preavviso la cerimonia è stata spostata all'hotel


RAVELLO (SALERNO) - Nozze col bluff a Ravello. Nessun anticipo di 24 ore, ma un cambiamento di sala all'ultimo minuto: in questo modo il ministro Brunetta si è fatto beffe dell'annunciata protesta dei precari. Il rito civile, inizialmente previsto a Villa Rufolo, è stato spostato direttamente all'Hotel Caruso (5 stelle, belvedere a picco sul mare, una stanza può costare fino a 9 mila euro), dove era allestito il rinfresco. Delusione tra le centinaia di cittadini che attendevano l'arrivo delle autorità e tra i precari che si erano «appostati» in piazza del Duomo, a una cinquantina di metri dalla villa. Ma lo scherzetto ha causato anche una «vittima» tra gli invitati: il governatore della Campania Stefano Caldoro per qualche disguido non è stato avvertito e si è recato alla location sbagliata. Beffato anche il presidente della provincia di Salerno, Edmondo Cirielli, che adirato anche per un «vergogna» della folla è passato dinnanzi ai precari «transennati» in piazza e ha urlato senza compassione un vibrante «andate aff...». Una finezza.


Arrivati regolarmente all'hotel, vi dimoravano dal giorno prima, invece i ministri Angelino Alfano, Maurizio Sacconi il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto (quest'ultimi due testimoni dello sposo). Presente anche Maria Stella Gelmini arrivata domenica mattina. Il cambiamento di programma, in una Ravello diventata tutta una «rimozione forzata» dalle 14 fino alle 22, era già previsto: alle 12, dopo aver superato i 180 gradini che separano la sua villa a Ravello dalla strada dov'era posteggiata la sua auto, un ansimante Brunetta sorreggeva gli appendini con il suo panciotto blu e Titti, con due aitanti guardiaspalle, uno scatolone con dentro l'abito Versace rosa confetto. Evidentemente già a quell'ora la coppia aveva deciso di coronare il sogno d'amore lontano dal trambusto dei disoccupati. Altro segnale: le ragazze della sala di villa Rufolo alle 18 ancora non sapevano dove posizionare i fiori e come allestire i tavoli. Ignare anche le forze dell'ordine, che presidiavano come niente fosse l'ingresso di Villa Rufolo. «Non è poi così cretino come Tremonti lo dipinge», è stato il commento a caldo di uno dei precari.

Dopo l'annuncio che il rito civile non si sarebbe celebrato a Villa Rufolo i precari hanno abbandonato in corteo la piazza, scandendo slogan contro il ministro. E accompagnati dalle forze dell'ordine hanno insecnato la protesta sotto le insegne dell'Hotel dove gli invitati stavano già attovagliati. Per vederle i precari dalla sala occorreva un binocolo. «Un pacco ben riuscito», commentava un signore della protezione civile che si è arrostito inutilmente a villa Rufolo. Nel «piano B» potrebbe esserci lo zampino di Secondo Amalfitano, ex sindaco di Ravello, passato dal Pd a consigliere del ministro. E officiante del rito civile. A dare la delega ad Amalfitano, l'attuale sindaco, rimasto nel Pd: Paolo Vuilleumier. A lui si deve nel 1999 l'arrivo di Brunetta a Ravello. Fu lui direttamente ad accompagnarlo tra i terreni di Ravello alla ricerca di un rudere da ristrutturare. Totale: circa cinquanta mila euro. Oggi la villa di Titti e Brunetta, dicono i maligni, vale un milione di euro. Così, dopo una breve cerimonia civile, Titti (Tommasa Giovannoni, 48 anni) e Renato (61) si sono detti sì. L'esclusiva è stata venduta per 25mila euro al settimanale «Chi» e sarà destinato in beneficenza ad un'associazione che si occupa di bambini.

I precari, circa 150, aderenti ai Cobas e provenienti da Napoli e Salerno, aveva raggiunto piazza del Duomo intorno alle 17.40. La piazza era stata transennata e i manifestanti tenuti a distanza di una cinquantina di metri da Villa Rufolo. I manifestanti portavano con magliette arancioni con le scritte «Indignati» e «Jatevenne» (in napoletano: «Andatevene») e portavano con sé bandiere rosse e sacchi neri della spazzatura con sopra le foto di Brunetta, Berlusconi, Gelmini e altri ministri. In testa al corteo due «sposi» satirici, lui piccoletto e con una maschera da maiale, lei alta e magra. I precari hanno urlato cori di scherno nei confronti del ministro: «Siamo l'Italia peggiore, abbiamo un sogno nel cuore, Brunetta a San Vittore». Tra gli slogan «Cretino, cretino» e «Fuori la mafia dallo Stato». Numerosi gli striscioni con le scritte «Brunetta fannullone» e «L'Italia peggiore siete voi», che facevano eco a note frasi provocatorie pronunciate dal ministro. In piazza anche alcuni cassintegrati della Irisbus, azienda del gruppo Fiat-Iveco con sede in Flumeri (Avellino) dove a causa dell'avvenuta cessione dell'azienda ci sono 700 posti di lavoro a rischio.

Continua così la sfida tra Brunetta e i precari. Dopo la fuga culminata con lo slogan «Questa è l'Italia peggiore», ecco arrivare un altro «marameo» del ministro. «Ma la partita non è chiusa», afferma un disoccupato arrabbiato. «La prossima volta - assicura - saremo noi a dire "Vieni avanti... Renato!"». E Alessandro D'Auria, portavoce dei Cobas Scuola Salerno, non ammette la sconfitta: «Era proprio quello che volevamo. Rovinargli la festa e impedirgli di occupare un suolo pubblico. Ci siamo riusciti».

Nino Luca
10 luglio 2011 21:03

Puzza misteriosa assedia Bologna, risolto il giallo: è cacca di galline

Il Mattino


ROMA - «Dopo molte ricerche degne di Hercule Poirot e dopo che ho mobilitato il settore Lavori Pubblici, Hera, Arpa e i Vigili del Fuoco, ho finalmente risolto l'arcano: cacca di gallina! Una maldestra concimatura fatta nella pianura nord est. Il resto lo hanno fatto il vento che tirava verso il centro e la cappa di calore».

Così l'assessore ai Lavori pubblici, Sanità e Protezione civile del Comune di Bologna, Luca Rizzo Nervo, ha spiegato sulla propria pagina Facebook ai cittadini l'origine dell'intensa puzza di marcio che ieri ha invaso parte della città e l'hinterland fra Ozzano, Castenaso e San Lazzaro di Savena.

Il fetore aveva spinto molti bolognesi a rivolgersi ai centralini dei vigili del fuoco e delle forze dell'ordine
, tempestati di chiamate. La multiutility Hera aveva già fatto sapere di aver compiuto verifiche sui propri impianti e di non aver trovato riscontri alla causa del cattivo odore. Per i tecnici dell'Arpa la puzza era quella tipica di pollina, il concime ricavato dal letame dei polli; domani l'Arpa segnalerà ai sindaci l'opportunità di fare ordinanze perchè gli agricoltori si attengano al rispetto delle procedure corrette per la concimazione. «Per quelle galline - aggiunge l'assessore sul social network - si apriranno presto le porte del carcere...».


Domenica 10 Luglio 2011 - 19:00


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Gli Stati Uniti alla battaglia delle monete

Corriere della sera


Disputa per 10 esemplari d'oro della serie Double Eagle finiti in mano a un gioielliere: «Appartengono allo Stato»



MILANO - Queste monete d'oro non dovrebbero nemmeno esistere: nel 1933 il presidente americano Franklin D. Roosevelt ordinò di far distruggere la serie «1933 Double Eagle». Per cause non ancora chiarite, tuttavia, alcune monete sfuggirono alla fusione e finirono in circolazione. Dieci di queste sono state scoperte dagli eredi di un gioielliere di Filadelfia, deceduto 21 anni fa. La famiglia ora è in causa con il governo degli Stati Uniti per il lascito stimato in circa 80 milioni di dollari.

L'ORIGINE- Le monete d’oro furono disegnate nel 1933 da Augustus St. Gaudens, scultore di origine franco-irlandese. L'ordine di rifonderle arrivò per porre rimedio alla grave emorragia di oro che rischiava di compromettere la solvibilità e la credibilità del sistema bancario americano.

INTRIGHI - Fino al 2003, furono una decina gli esemplari della «Doppia aquila» a giunti nella mani di privati di cui si aveva conoscenza: nove monete, ritrovate dai servizi segreti, vennero distrutte nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta; si salvò unicamente quella di proprietà di re Farouk d’Egitto. Messa all’asta nel 2002 venne venduta ad un ignoto compratore per 7,6 milioni di dollari, come ricorda il New York Times. Allora i rappresentati del governo ammisero di «aver erroneamente approvato la vendita». Pare che nessuno al Dipartimento del Tesoro e alla Zecca ne fosse venuto a conoscenza.

«PROPRIETÀ DELLO STATO» - Per il governo americano la vicenda avrebbe dovuto concludersì lì, nessun’altra moneta «1933 Double Eagle» doveva dunque trovarsi in circolazione. Fino al 2003: Joan Langbord, la figlia di Israel Switt, un noto gioielliere di Filadelfia, scopre infatti dieci monete d’oro in una cassetta di sicurezza. Lo stupore è stato grande quando dall’US Mint, la Zecca di Stato degli USA, arriva la conferma: si tratta delle monete d’oro che avrebbero dovuto essere fuse settant’anni prima per ordine del presidente. Ma la sorpresa è stata maggiore dopo la chiara e perentoria richiesta di restituzione arrivata dal governo degli Stati Uniti: le monete sono da ritenersi di proprietà dello Stato, al quale sono state rubate.

BATTAGLIA - Il caso è approdato ora in tribunale a Filadelfia. Il processo, un procedimento assai complesso iniziato giovedì, dovrebbe concludersi entro due settimane. I discendenti di Switt affermano che lo Stato non può dimostrare il furto e quindi non ha il diritto di reclamare le monete solamente perché esiste un qualche sospetto. I funzionari del governo statunitense invece sostengono che le monete sono finite in mani private dopo essere state rubate e che «il legittimo proprietario è il popolo degli Stati Uniti d'America». Con ogni probabilità il gioielliere ha acquistato le monete da un collaboratore della Zecca di Filadelfia e questo le avrebbe sottratte sul posto di lavoro.

COLLEZIONISTI - Per molti numismatici negli Usa si tratta di «un caso di fondamentale importanza», scrive il giornale Philadelphia Inquirer. Non solo perché al centro c’è una moneta di altissima rarità e con una grande storia alle spalle ma anche perché, se il governo degli Stati Uniti vincesse la causa, potrebbe vedersi riconosciuto il diritto di recuperare e sequestrare altre monete passate di mano nei decenni scorsi e dichiararle proprietà dello Stato.


Elmar Burchia
10 luglio 2011 16:43



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Olgiata, lettera del marito sui giornali a venti anni dall'assassinio di Alberica

Corriere della sera

Pietro Mattei ha lottato per far riaprire le indagini fino all'individuazione del responsabile: «Quanto ho fatto è nulla rispetto alla gioia che mi ha dato vivere con te»


ROMA - «Cara Alberica, venti anni fa una mano assassina ti strappò alla vita (...) Amore mio proseguiremo il nostro cammino insieme, pieno di quelle dolci parole che ci siamo sempre detti, e che ci diremo ancora quando ci rincontreremo». Lo scrive Pietro Mattei, il marito di Alberica Filo della Torre - la contessa uccisa nella villa di famiglia all'Olgiata il 10 luglio 1991 - in una commovente lettera pubblicata a pagamento sul Corriere (Guarda) e su altri quotidiani italiani. Lo spazio, contenente una foto della moglie sorridente, esce a 20 anni esatti dall'omicidio della nobildonna. Un delitto che, rimasto nel mistero per anni, ha trovato quest'anno la svolta con il fermo e la confessione del l'ex domestico filippino, Manuel Winston Reyes. Reo confesso, l'uomo è in attesa del giudizio immediato.




TORBIDI TEOREMI CROLLATI - «Cara Alberica, venti anni fa una mano assassina ti strappò alla vita - scrive Mattei - distruggendo quel sogno che tanto avevamo desiderato e poi costruito con amore: la nostra famiglia». «In questi anni, da lassù, mi hai dato la forza di proteggere i nostri amati figli Manfredi e Domitilla - prosegue la lettera - e di respingere quanti hanno offeso la tua memoria con assurdi e torbidi teoremi, oggi finalmente crollati».

LA SVOLTA NELLE INDAGINI - A dare la svolta alla riapertura del caso sono gli accertamenti preliminari svolti dal Ris che danno il via libera alla possibilità di sottoporre a nuovi esami una serie di reperti che erano stati oggetto di accertamenti anche nel corso della prima inchiesta: il lenzuolo trovato nella stanza di Alberica Filo della Torre che presenta numerose e vaste tracce ematiche, i jeans di Roberto Iacono e di Winston Manuel, la cannottiera di raso bianca e un completo intimo indossati dalla vittima al momento dell'omicidio, nonchè lo zoccolo trovato accanto alla contessa, che prima di essere strangolata sarebbe stata proprio con quell'oggetto colpita ripetutamente.

IN MANETTE IL DOMESTICO -Il marito, che all'inizio venne anche sospettato del delitto, non si è mai arreso ed è riuscito a far riaprire le indagini fino all'individuazione, alcuni mesi fa, del presunto responsabile dell'assassinio della contessa, l'ex domestico filippino Manuel Winston Reyes. L'uomo ha confessato il delitto. «Quanto ho fatto non è nulla rispetto alla gioia che mi ha dato vivere al tuo fianco» scrive il marito.

PROCESSO - Inizierà il 25 ottobre il processo a al filippino accusato di aver ucciso la contessa Alberica Filo della Torre il 10 luglio del 1991 nella villa della nobildonna all’Olgiata. La Procura ha infatti chiesto e ottenuto il giudizio immediato nei suoi confronti. Il dibattimento si terrà davanti alla I Corte d’assise. Omicidio volontario e rapina i reati contestati dal pm Maria Francesca Loy, convinta che l'ex domestico di casa Mattei (era stato licenziato due mesi prima del delitto), dopo aver assassinato la nobildonna, abbia rubato almeno tre gioielli, per un valore di circa 80 milioni di vecchie lire, che la vittima custodiva in un cassetto del comò nella sua camera da letto.


Redazione online
10 luglio 2011 15:11



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Area 51: gli ufo siamo noi

Il Tempo


Libro e film svelano: per coprire gli aerei spia la Cia inventò la bufala dei dischi volanti

 

Un pilota di caccia «Era perfettamente liscio. Semplicemente incredibile. Potevo prendere l'auto del comando e andare a tutta velocità, non si sarebbe fatta nemmeno un graffio»: questa la descrizione del Groom Lake, una pista di atterraggio naturale in Nevada, negli Stati Uniti. A parlare un uomo anziano dallo sguardo incredibilmente freddo: è il colonnello dell'Aeronautica Militare statunitense Hugh Slater, che ammette senza difficoltà: io sono stato il comandante dell'Area 51.

Un libro negli Stati Uniti ha sconvolto il mondo degli ufologi: «Area 51: una storia senza censura della base militare segreta americana». Gli appassionati delle «teorie del complotto» fanno gli scettici, ma l'autrice è una giornalista di fama: Annie Jacobsen, del Los Angeles Times. Al libro è seguito un documentario: «Inside Area 51» che sarà trasmesso questa sera in esclusiva alle 21,10 su National Geographic Channel, canale 403 di Sky. Il libro e il documentario svelano i segreti dell'Area 51, dagli anni '50 uno dei luoghi più protetti e misteriosi della della Terra.

Per moltissimi ufologi si tratta di una base enorme, tutta sotterranea, dove un'organizzazione segreta americana avrebbe nascosto dei dischi volanti (primo fra tutti quello di Roswell) e i loro occupanti alieni precipitati sul suolo degli Stati Uniti per carpirne i segreti. Sull'Area 51 sono stati scritti decine di libri, girati moltissimi documentari. Ma mai nessuno è riuscito a penetrare il velo di mistero. Fino ad ora. Nel film, per la prima volta, parla chi in questa base segretissima ha lavorato per anni.

E innanzitutto ne viene svelato il vero nome: «Paradise Ranch», forse per smorzarne un po' l'aspetto militare e austero. I visi di ingegneri ed ex piloti intervistati sono sorridenti e un po' incerti: in fondo sono passati tanti anni, non si sentono più vincolati dal segreto, ma parlano con cautela. Dalle loro parole appare chiaro che l'Area era una fabbrica di aerei-spia, velivoli che non potevano essere rilevati dai radar e che servivano per andare a «rubare» immagini in territorio russo. Anche se non potevano essere colti da strumenti elettronici gli aerei però potevano essere visti da terra e da altri aerei.

Fu la Cia ad inventare la storiella dei dischi volanti, molto più comoda della realtà. E uno specialista in velivoli supersonici chiarisce subito: «La Cia non ha ammesso e non ammetterà mai che c'è un'Area 51. Fine della storia». Ma questa base esiste e fu voluta proprio dalla Cia per sviluppare e testare i progetti militari americani più segreti. L'Area 51 fu costruita nel 1955 attorno al letto di un lago prosciugato noto come Groom Lake, un luogo isolato, privo di vegetazione e protetto dalle montagne vicino a Las Vegas.

Qui è stato sperimentato l'aereo spia U2, fornito di telecamere ad alta risoluzione, progettate per scattare fotografie dai limiti della stratosfera e anche il velivolo Oxcart, non rilevabile dai radar e capace di fotografare oggetti da 27mila metri di altezza, viaggiando a 3.500 chilometri orari. Il documentario mostra per la prima volta immagini riprese in volo sulla Corea del Nord, filmate dalla Cia e mai rese pubbliche. E foto dell'interno della base, con i suoi hangar pieni di ingegneri e tecnici al lavoro. Niente ufo, niente alieni, niente complotti. Ma alla fine del documentario l'ex amministratore dell'Area 51 ammette: «Devo essere onesto. Vi ho raccontato solo una parte della storia».


Antonio Angeli

10/07/2011





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Gli eventi in diretta alla Tv si «fissano» nella memoria

Corriere della sera

Sono le «flashbulb memories» le fotografie «interiori»
che scattiamo in noi di fronte a un evento memorabile



L'attacco alle Torri Gemelle: un evento memorabile per tutti noi

MILANO - Dove eravamo e cosa facevamo al momento dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre?È molto probabile che chi ha visto in televisione le immagini di questo drammatico e memorabile evento abbia fissato stabilmente nella memoria la situazione nella quale ci si trovava. Si chiamano flashbulb memories (più o meno traducibile come “memorie flash”), una specie di fotografia interiore che fissa quel momento in cui una persona entra in contatto con un evento socialmente memorabile o riceve una comunicazione personale emotivamente scioccante. Una ricerca realizzata da Evelyn Schaefer e dai suoi collaboratori del Department of Psychology di Winnipeg, in Canada ha dimostrato che queste flashbulb memories sono molto più dettagliate se si è stati precocemente esposti alle immagini dell’evento. Quelle immagini che televisioni e computer portano sempre più frequentemente e precocemente davanti agli occhi delle persone, modificano infatti il modo  in cui queste memorie si formano, influenzandone anche la persistenza nel tempo. 

RICERCA - Pubblicata  sulla rivista Memory,  la ricerca è stata realizzata su un gruppo di una sessantina di studenti di psicologia ai quali già il 12 settembre 2001 è stato chiesto di scrivere un resoconto delle circostanze personali nelle quali hanno appreso dell’attacco alle Torri Gemelle, specificando entro quanto tempo hanno avuto occasione di vedere le immagini dell’evento. A distanza di sei mesi, alle stesse persone è stato chiesto di ridescrivere le stesse circostanze, per verificare come la memoria si fosse intanto modificata, anche in relazione al tempo trascorso tra l’arrivo della notizia e l’esposizione alle immagini scioccanti dell’attacco. Dicono gli autori della ricerca: «E’ stata rilevata una differenza nella qualità del ricordo a seconda della condizione di esposizione alle immagini. I partecipanti che le hanno viste dopo qualche ora hanno fornito racconti significativamente meno elaborati di quelli forniti da coloro che hanno visto le immagini immediatamente o con un ritardo di soli pochi minuti». Dunque “le immagini in diretta” hanno un impatto emotivo tale da modificare in maniera stabile la formazione della memoria relativa all’evento.

IMMAGINI IN DIRETTA - La sempre più frequente esposizione a immagini in diretta, veicolate dalla televisione o dal computer, sta quindi modificando il modo attraverso il quale si formano le memorie delle persone. Ricerche precedenti avevano già dimostrato che queste immagini arrivano addirittura a insinuarsi nei contenuti dei sogni e che possono influenzare attitudini, emozioni e comportamenti degli individui, in una maniera molto più marcata di quanto riescano a fare le notizie non accompagnate da immagini in diretta.  

SOCIAL MEDIA - Le prossime ricerche in quest’area si orienteranno verso il ruolo che può essere giocato nella formazione della memoria di eventi socialmente rilevanti dal “rimbalzo” delle notizie e delle immagini attraverso i messaggi istantanei su Internet e i social media, compresi i contatti via cellulare. Concludono gli autori della ricerca: «Aspettiamo ulteriori indagini sugli effetti dell’immediatezza di accesso fornita dai media visuali e dalla connettività nella formazione sia delle flashbulb memories sia delle memorie personali e collettive relative a eventi memorabili».


Danilo di Diodoro
10 luglio 2011 11:01



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Furti, danneggiamenti e conti non pagati Adesso l’hotel fa la lista nera dei clienti

di Cristina Bassi

I nomi degli ospiti indesiderati finiscono in un database riservato. E gli albergatori rifiutano le prenotazioni di chi ha combinato guai. E' la risposta dei gestori ai siti internet di recensioni




L’ospite, si sa, come il pesce dopo tre giorni comincia a puzzare. Ma se l’ospite in questione è pagante, dovrebbe prevalere un altro principio: il cliente ha sempre ragione. Non però se ruba, devasta, va via senza saldare il conto. Queste cattive abitudini sarebbero tutt’altro che un’eccezione, tanto che gli albergatori sono corsi ai ripari con la «Lista nera» degli ospiti indesiderati.

Come funziona: se un cliente si comporta male durante il soggiorno, il suo nome finisce in un database riservato ai gestori di hotel. Così la prenotazione degli ospiti con la «fedina alberghiera» sporca non verrà accettata. «Book-a-Break.com», portale di prenotazioni online, accanto alla pagina dedicata ai giudizi dati dai clienti agli hotel visitati, fornisce il servizio «Unwelcome guest list». La sezione non è pubblica, ma è consultabile gratuitamente dagli esercenti iscritti al sito. Per finire tra i diffidati, non basta commettere peccati veniali, come mettersi in borsa un souvenir della vacanza, tipo flaconcini di shampoo o ciabatte usa e getta.

Bisogna fare di molto peggio: non pagare il conto, danneggiare le cose, essere offensivi con il personale o con gli altri ospiti, accogliere in camera persone non autorizzate, rubare, frodare, usare dati falsi della carta di credito. 


Gli albergatori ne hanno abbastanza di star e calciatori (ma non solo) che fanno festini e riducono le suite di lusso peggio di campi di battaglia. Spesso non vengono risarciti e ci rimettono di tasca propria. Solo in Gran Bretagna negli ultimi cinque anni sono stati 3 milioni i clienti che hanno creato danni. In particolare hanno rubato accappatoi per un valore di 5 milioni di sterline (più di 5 milioni e mezzo di euro), l’80 per cento di loro ha sottratto qualcosa andando via, 336 mila letti sono stati rotti, così come più di 300 mila televisori, 672 mila articoli elettrici, come caldaie, ferri da stiro, asciugacapelli, hanno richiesto la sostituzione. Nella top ten dei «ricordini» più amati, dopo accappatoi e asciugamani con il logo della struttura, ci sono lettori dvd, quadri, argenteria, lenzuola e coperte, tazze e piatti, lampadine. Persino tv al plasma, assi da stiro, tende e condizionatori.

Sempre nel Regno Unito sono oltre 10 mila le strutture tra hotel e bed&breakfast che hanno aderito al servizio fornito da «Guestscan.co.uk» per tutelarsi dai «nightmare guests», gli ospiti da incubo. Pagando un’iscrizione di 48 sterline gli addetti ai lavori hanno accesso a una lista dei clienti segnalati come molesti, che è molto simile a quelle dei cattivi pagatori stilate dalle banche. L’idea è venuta a Neil Campbell, un uomo d’affari inglese, vicino di casa di un proprietario di bed&breakfast. E che evidentemente ha raccolto le sue lamentele per gli schiamazzi e i comportamenti indisciplinati dei visitatori.

In questo caso però l’ostracismo non è a vita. Esiste una possibilità di appello. Una volta entrati nella black list, si rimane in una sorta di purgatorio per un periodo dai due ai quattro anni. Durante i quali si è sotto osservazione e messi alla prova. Si può cioè essere ammessi in albergo, su concessione del singolo gestore, ma bisogna dimostrare di essere pentiti e guadagnarsi il perdono. Se non si combinano più guai, la «fedina alberghiera» torna immacolata.





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Impariamo da Londra: la libertà di stampa non è libertà di spiare

di Giuliano Ferrara

A Londra nessuno difende i giornalisti che intercettano. In Italia Repubblica & C. farebbero le barricate. Gli inglesi vogliono rispettata la privacy, da noi vengono pubblicati dettagli della vita privata con il timbro dei giudici




Sembra di sognare. L’Inghilterra è travolta dallo scandalo delle intercettazioni illegali. Uomini del gruppo Murdoch trafficavano a colpi di mazzette con la polizia per esercitare il massimo potere possibile nelle società contemporanee: l’attacco mediatico alla privacy delle persone. Il Paese è sconvolto. Il premier è infuriato. Un suo funzionario di primo piano, il portavoce Andy Coulson, è agli arresti da venerdì. Murdoch, il tycoon di News Corporation, chiude per punizione la popolarissima e centenaria testata tabloid News of the World , e cerca di limitare i danni. Una avvenente manager editoriale dai capelli rossi, Rebekah Brooks, tenta di resistere alla testa del gruppo sebbene le sue responsabilità nell’affaire siano giudicate crescenti. Infuriano le indagini e le perquisizioni anche in altri giornali come il Daily Star .

David Cameron, primo ministro di Sua Maestà, dice che la commissione per raddrizzare i torti fatti dai giornali ai cittadini non ha funzionato. Non è abbastanza indipendente dagli editori. John Burns del New York Times scrive da Londra che tutto questo è possibile perché i politici inglesi sono intimiditi dalla stampa che intercetta, non sono stati in grado di far scattare i necessari controlli. Bisogna cambiare tutto, dice Cameron, e stabilire che il potere dei media ha un limite, di decenza e di etica, invalicabile. L’opposizione laburista di Ed Miliband denuncia le responsabilità di omesso controllo del capo del governo ma è ancora più severa, chiede maggior rigore. Non c’è una campagna di post.it contro il bavaglio,c’è il contrario:proteggere i diritti delle persone viene prima di tutto, nella sensibilità dell’opinione pubblica.

Sembra di sognare, dicevo. Da Londra, in testa l’ Economist , ci sono arrivate molte interessanti lezioni di etica pubblica. Basate in gran parte sulla pratica delle intercettazioni all’italiana, sulla caricatura che di questo Paese le intercettazioni hanno realizzato giorno per giorno, faldone per faldone, inchiesta dopo inchiesta, nel serrarsi in un unico circuito ferrigno del giudiziario, del mediatico e del politico. Sono diverse da quelle inglesi, le nostre pratiche di aggressione ai diritti di segretezza e inviolabilità costituzionale delle comunicazioni. Qui i diritti dei cittadini sono violati legalmente.

Non c’è bisogno di dare tangenti alla polizia. Il braccio più o meno violento della legalità fornisce i materiali necessari alle campagne di violazione della privacy nell’ambito di crociate politico-morali. L’atto di intrinseca illegalità, la gogna per figure pubbliche e per il loro giro privato di amicizie e collegamenti, scatta con il timbro della legge. Il pm ardimentoso, militante, fanatico, impianta e incardina indagini vaghe, come è accaduto nel caso di un celebrato nuovo sindaco di Napoli, poi porta il tutto sui giornali e in tv, protetto dall’obbligatorietà dell’azione penale e dalla totale e irresponsabile deregolamentazione di tutta la faccenda. Faccende d’amore, di corna,digiudizi totalmente privati diventano pubbliche in un baleno, e tutto è riportato tra virgolette nel teatrino della privacy offesa e umiliata. Intanto il pm d’assalto diventa famoso, diventa deputato, diventa sindaco. È un modello ormai universalmente riconosciuto di carrierismo politico.

La legge fa da ponte di collegamento delle ambizioni di potere, corporativo o istituzionale, di magistrati, politici e media.

È una legge amministrata dal partito della pubblica accusa, da toghe combattenti che si sentono legate esplicitamente a un progetto di sradicamento neopuritano del male morale dalle abitudini di questo Paese troppo incivilito e dunque troppo corrotto, e la pratica è sostenuta dai loro corifei a mezzo stampa e tv.

Quello che i tabloid di Murdoch hanno pagato illegalmente per ottenere, e ottengono con molte riserve e limiti, da noi i tabloid antiberlusconiani, che ogni tanto fanno anche una puntata su politici di sinistra sgraditi per il loro mezzo garantismo, lo ottengono a titolo più che gratuito. In Gran Bretagna si studia come limitare al meglio la prepotenza, da noi la sola idea di una commissione di inchiesta, per di più indipendente dal potere editoriale della stampa e della tv, suonerebbe come una mannaia sulla libertà. Sembra di sognare.





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Rimborsi elettorali, indennità e auto blu: ecco quanto ci costa mantenere la casta

di Gian Maria De Francesco

Un miliardo e mezzo solo per Montecitorio e Palazzo Madama. Al capo dello Stato 228 milioni in dotazione e un assegno di 260mila euro. E poi rimborsi elettorali, indennità, altre dotazioni, auto blu fanno aumentare i costi della Casta



Ed eccoci arrivati alla «casta», ormai da qualche anno individuata come la causa principale dei mali della Repubblica, come la madre di tutti gli sprechi. Ogni manovra finanziaria che si rispetti cerca di limitare i privilegi della politica limando quanto più possibile i benefit e le prebende sebbene tutte le innovazioni siano rimandate sempre alla legislatura o alla consiliatura successive. E così ogni anno lo stato di previsione del ministero dell’Economia si ritrova ad aver a che fare con oltre 3 miliardi di euro da destinare agli organi a rilevanza costituzionale che naturalmente includono Camera, Senato e Presidenza del Consiglio.

Eppure la prima spesa che si incontra è forse quella più inaspettata. Si tratta della retribuzione del primo cittadino d’Italia, l’unico politico del quale conosciamo esattamente lo stipendio. È il presidente della Repubblica, del quale la legge 372 del 1985 ha fissato in 200 milioni e in 2,5 miliardi di vecchie lire l’assegno e la dotazioni. Di rivalutazione in rivalutazione per il 2011 la previsione dell’Istat dei due capitoli a carico del Tesoro è rispettivamente di 259.513 euro (Irap inclusa) e di 228 milioni di euro.

Seguono Senato (527 milioni circa) e Camera (992,8 milioni). Dei due rami del Parlamento non c’è spesa che non sia stata messa in discussione. A puro titolo esemplificativo si può sottolineare come a fronte di 94,5 milioni di indennità dei deputati vi siano circa 72,7 milioni di rimborsi spese nelle previsioni 2011. Così come certo non fa piacere che per i rimborsi delle spese di viaggio agli ex «frequentatori» di Montecitorio siano stanziati 800mila euro che saranno azzerati dalla manovra estiva. Una cifra analoga a quella che il Senato nel preventivo 2010 aveva stanziato per il noleggio di auto blu (796mila euro). Analogamente non fa piacere che Palazzo Madama destinasse 38 milioni ai gruppi parlamentari.

È la democrazia, bellezza! Forse i nostri rappresentanti ci avranno marciato sopra, ma rappresentare la sovranità popolare e la separazione dei poteri ha un costo: oltre 3 miliardi di euro. Che, a ben vedere, sono inferiori ai 5,2 che i ministeri spendono per agenzie, Authority, commissioni, comitati. I parlamentari, però, sono sotto gli occhi di tutti e la loro inefficienza è direttamente misurabile e proporzionale al tempo passato tra il Transatlantico e i vari talk-show televisivi.

Ma in quei tre miliardi ci sono tanti costi sui quali lo Stato effettivamente può e deve intervenire in virtù della trasparenza delle amministrazioni. Ma diminuire queste spese non può e non deve rappresentare un alibi per sorvolare su altri tipi di costi che nelle prime puntate dell’inchiesta abbiamo osservato, a partire dalle inefficienze della previdenza e dell’assistenza.

Assodato questo, non si può trascurare che 182,3 milioni per i rimborsi delle spese elettorali sono troppi. Si tratta di oltre 3 euro per ogni cittadino italiano e, come si vede ogni anno dai rendiconti dei partiti, non corrispondono alle spese effettivamente sostenute per le consultazioni, di molto inferiori. Si risolvono, perciò, in un contributo per mantenere strutture organizzative più o meno grandi. Nell’epoca di internet bisognerà riflettere sulla permanenza di organismi ottocenteschi.

Ma 180 milioni sono meno della metà dei 400 milioni che il tesoro stanzia per lo svolgimento di elezioni e referendum. La manovra prevede l’election day di modo che non si debbano duplicare costi com’è accaduto quest’anno per Amministrative e referendum.
Quanto costino gli uffici elettorali lo rivela il ministero della Giustizia che per il 2011 ha destinato 173mila euro a presidenti e componenti e 100mila euro per procedure di nomina e funzionamento.
Sono molti? Sono pochi? Su tutto si può opinare.

Sicuramente, sono un po’ ridondanti i tre milioni destinati alle indennità e ai rimborsi delle spese di viaggio dei nostri europarlamentari. E 180 milioni che vanno ai partiti sono la metà dei circa 364 milioni destinati alle spese di funzionamento e obbligatorie della Presidenza del Consiglio. Sono i costi della struttura giacché gli interventi relativi ai singoli dipartimenti senza portafoglio sono a carico degli altri ministeri.

Bisogna inoltre ricordare che sulla somma di 3,1 miliardi impattano per circa 400,5 milioni gli altri organi costituzionali. Avete mai sentito qualcuno lamentarsi per i 52,7 milioni della Corte costituzionale? E lo sapevate che il Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno di giudici e pm, costa 35,3 milioni? In totale fanno 88 milioni ma in pochi ci fanno caso. È altrettanto difficile notare il Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro voluto dai padri costituenti perché politica, sindacati, imprese e lavoratori potessero incontrarsi e supportare l’attività legislativa. Oggi si occupa soprattutto di studi e analisi giacché - giusto per fare un esempio - Confindustria e sindacati parlano direttamente con ministri e premier. Il Cnel costa 18,2 milioni nello stato di previsione del Tesoro ai quali si aggiungono 101mila euro del ministero del Lavoro per integrarne la composizione con membri designati dagli Osservatori del volontariato e dell’associazionismo.

La Corte dei Conti, infine, prevede uno stanziamento complessivo di 294,2 milioni di euro. Non si può rinunciare alla magistratura contabile alla quale spetta la sorveglianza sui bilanci di tutto ciò che riguarda le pubbliche amministrazioni (a partire dal Rendiconto dello Stato). Senza la Corte dei Conti non si potrebbe avere nemmeno quel tipo di giustizia che quantifica i danni eventualmente arrecati all’Erario. Ma su quasi 300 milioni chiedere un po’ di sacrificio forse non è un sacrilegio.




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L’editore-giustizialista che la fa sempre franca

di Stefano Filippi


L’abilità di un finanziere come Carlo De Benedetti si coglie da mille particolari. I soldi. La rete di relazioni. Il cinismo. La capacità di lasciare una poltrona al momento giusto e con sostanziose liquidazioni. La forza di ripartire dopo un rovescio. E anche la fortuna di uscire sempre immacolato dalle vicende giudiziarie in cui finisce coinvolto.

Sarà una coincidenza, una combinazione singolare, una concomitanza casuale; sarà semplicemente che l’imprenditore che si è sempre proclamato «diverso» dai colleghi non aveva commesso quanto gli era stato addebitato. Ma il tarlo di un maligno interrogativo resta: essere l’editore più giustizialista d’Italia, difendere a oltranza i magistrati che indagano su Silvio Berlusconi, è un’assicurazione sulla vita?
Il caso più lontano nel tempo è quello del Banco Ambrosiano, tempio della P2.

iamo negli Anni 80: De Benedetti entrò nell’istituto di credito con il 2 per cento del capitale e la carica di vicepresidente (il numero uno era Roberto Calvi) e ne uscì 65 giorni dopo, alla vigilia del crac, intascando una plusvalenza di 40 miliardi di lire. Fu accusato di concorso in bancarotta fraudolenta ed ebbe una condanna a 6 anni e 4 mesi di reclusione in primo grado, ridotta in appello a 4 anni e 6 mesi, e annullata senza rinvio dalla Cassazione.

Nei primi Anni 90 De Benedetti e altri sette manager furono assolti dall’accusa di elusione fiscale: il pm aveva chiesto per il presidente Olivetti la condanna a due anni e quattro mesi di reclusione e al pagamento di 15 milioni di multa per una presunta evasione di complessivi 37 miliardi di lire. Il sofisticato meccanismo si chiamava «dividend stripping» e consentiva, a certe condizioni, di usare i dividendi azionari come credito d’imposta. Inoltre, come ricordano Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio in «Mani sporche», De Benedetti «ha chiuso con due oblazioni da 50 milioni di lire ciascuna altrettanti processi per le manovre in Borsa sui titoli Olivetti (insider trading) e per i bilanci del gruppo di Ivrea (false comunicazioni sociali)». Sentenza, quest’ultima, revocata dopo la riforma del falso in bilancio voluta dal governo Berlusconi nel 2002.

Ma la vicenda più clamorosa fu il coinvolgimento di De Benedetti in Tangentopoli dopo l’arresto del direttore generale delle Poste, Giuseppe Parrella, e del suo segretario Giuseppe Lo Moro, il quale parlò di mazzette ricevute dalla Olivetti per la fornitura di telescriventi al ministero. Era il 1993, qualche anno dopo la battaglia per il controllo di Segrate sfociata nella sentenza di ieri. In maggio il finanziere anticipò i pubblici ministeri consegnando ad Antonio Di Pietro una memoria in cui ammetteva vari giri di tangenti perché «vittima del sistema»: in particolare oltre 10 miliardi di lire a Dc e Psi per l’appalto postale.

A novembre fu emesso un mandato di cattura a suo carico. De Benedetti si costituì, fu trasferito al carcere di Regina Coeli, interrogato nella notte dal pm Maria Cordova e dal gip Augusta Iannini, ottenendo gli arresti domiciliari e quindi la scarcerazione. Un trattamento di assoluto riguardo: mentre i manager di tante aziende aspettavano giorni prima di essere ascoltati da un magistrato e mesi prima di lasciare il carcere dopo aver vuotato il sacco, all’Ingegnere la rara tempestività della giustizia italiana consentì di evitare la cella. Da questo processo (l’accusa era corruzione) De Benedetti uscì in parte assolto e in parte prescritto.



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Smontato il giudice Mesiano la toga che aveva moltiplicato le cifre

di Stefano Zurlo

Gli esperti chiamati a valutare l'entità dell'indennizzo han ridotto la cifra di un terzo rispetto a quella sancita in primo grado dalla toga 



La beffa dopo il danno. Dieci giorni do­po aver tirato il collo alla Fininvest, impo­nendole un risarcimento di 750 milioni di euro, Raimondo Mesiano era stato pro­mosso dal Csm. Il Consiglio superiore del­l­a magistratura gli aveva tributato una sor­ta di standing ovation , riconoscendogli doti di «indipendenza, imparzialità, equi­librio ». Curioso, perché il magistrato nel­le cui mani era finito un caso così esplosi­vo, aveva stabilito il più alto indennizzo della storia d’Italia affidandosi esclusiva­mente alla propria analisi, senza chiedere aiuto a qualche professore. Strano, per­ché in Italia una perizia non si nega a nes­suno e a nessun argomento, ci si appoggia ai consulenti perfino per valutare il valore del raggio di una bicicletta. Niente da fare, perché Mesiano aveva fatto di testa sua, da solo, nel suo ufficio di giudice monocra­tico.
Adesso si scopre che quella cifra mon­stre era eccessiva: si passa, o meglio si scen­de da 750 milioni a 560. Non che 560 milio­ni siano pochi, ci mancherebbe, i numeri sono sempre da record, ma da primato è anche lo sconto concesso: 190 milioni, un quarto circa del totale. Centonovanta mi­lioni sono trecentosessanta miliardi di li­re, un tesoro che brilla e che potrebbe pu­re fare la differenza nel futuro di Finin­vest, oggi buio. Naturalmente i militanti in servizio straordinario dell’antiberlu­sconismo celebreranno la vittoria e diran­no che giustizia è fatta grazie a Mesiano.
Non solo: ricorderanno che Mesiano fu se­guito, anzi pedinato dalle telecamere di Mediaset persino dal barbiere e, fra una shampoo e un taglio di capelli, si disquisì in tv persino del suo calzino turchese. Tut­to vero, come è vero però che il giudice, a onor del vero poco incline a sfruttare la platea televisiva, fu inserito a forza nel­l’inesauribile galleria degli eroi che han­no­dato una picconata alla presunta ditta­tura berlusconiana. Così funziona l’Italia: invece di preoccuparsi di chiarire la solidi­tà dei pila­stri su cui si reggeva quel verdet­to così devastante, la solita claque portava in trionfo il giudice.
Raimondo Mesiano come Ilda Boccassini e più di Ilda Boccas­s­ini e come tutti quelli che li hanno prece­duti e li seguiranno, in una guerra senza quartiere che dura ormai da diciassette anni e va dall’avviso di garanzia recapita­to a Napoli nel novembre ’94 al processo Ruby. Un catalogo di procedimenti e azio­ni che lasciano sbigottiti: davvero la magi­­stratura milanese ha battuto tutte le stra­de e non si è fatta mancare niente nella guerra a Silvio.
Nemmeno il verdetto astronomico di Mesiano. Subito trasfor­mato in icona dai giornali amici e casual­mente premiato dal Csm che, natural­mente, escluse un qualche collegamento fra la propria valutazione e la sentenza-kil­ler. In realtà la beatificazione di Mesiano è finita quando la Corte d’appello ha chia­mato in causa tre luminari, per calcolare con criteri scientifici la posta in gioco. E il terzetto ha riportato in terra il magistrato più citato d’Italia e il suo verdetto: Luca Guatri, Maria Martellini e Giorgio Pellicel­li hanno trovato almeno due errori nel «so­litario »del giudice:una scivolata,lunga in verità, sui conteggi, stimata fra i 34,5 e i 54,1 milioni di euro; e poi il non aver consi­d­erato la variazione del valore delle socie­tà contese, nel biennio decisivo 90-91. Una disattenzione da 40,3 miliardi di lire, più o meno 20 milioni di euro.

Alla fine i tre tecnici hanno proposto una riduzione del­la stangata di un terzo circa, intorno al 30-35 per cento. Una correzione che a qualcuno, acceca­to dal furore ideologico, parrà un detta­glio di secondaria importanza. E però un terzo di 750 milioni sono 250 milioni. Non proprio briciole se solo pensiamo che og­gi il­valore della quota di Fininvest in Mon­dadori si aggira sui 300 milioni di euro. Dunque, poco di più. 

La Corte d’appello ha ritoccato all’insù il pacchetto ed è stata meno generosa con la Fininvest. I giudici hanno seguito fino a un certo punto le indicazioni dei periti, hanno aggiunto e hanno tolto, spostando paletti. E riducendo lo sconto da un terzo a un quarto. Del resto questi magistrati non arrivano da Marte ma sono vicini di casa di Mesiano. E tanto per dire come la pensano, fra di loro c’è Walter Saresella e Saresella ha scritto, in una causa fra Vitto­rio Sgarbi e il pool Mani pulite, che il prin­cip­io della ragionevole durata del proces­so viene prima di quello dell’imparzialità del magistrato chiamato a decidere il ca­so. Conclusione: condanna confermata per Sgarbi e buonanotte.Ora Mesiano tor­n­erà sul piedistallo dell’Italia anti Cavalie­re. L’importante era assestare una mazza­ta al premier e alle sue imprese, anche se nel darla aveva sbagliato a scrivere il con­to. E non aveva nemmeno fatto controlla­re la «fattura». Una «fattura» mai vista in tribunale.




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Troppi errori, la "scientifica" sotto accusa

di Vincenzo Pricolo


Le polemiche dopo il flop del caso di Perugia. Esperti in rivolta contro Polizia e Ris. E un ex giudice pubblica sul web un catalogo di svarioni



La svolta nel processo d’appello contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito, prossima udienza il 25 luglio, scatena le critiche degli addetti ai lavori contro le indagini e le prove scientifiche. Mostro di Firenze, Unabomber, Cogne, giallo di Garlasco, omicidio di Marta Russo, delitto di Perugia... solo alcuni dei grandi casi di cronaca nera che confermano, insieme con decine e decine di storie meno note all’opinione pubblica, il declino della criminalistica italiana. Autopsie e sopralluoghi reiterati, pratiche investigative e prove di laboratorio infarcite di errori marchiani, omissioni assurde e conclusioni fantasiose; perizie suffragate da teorie scientifiche superate e da... sentenze.
Questo perché polizia Scientifica e Ris dei Carabinieri sul fronte dell’innovazione segnano il passo, essendo sprovvisti di personale in grado di aggiornarsi attraverso la conoscenza diretta delle ultime ricerche scritte in inglese dagli esperti anglosassoni, tedeschi, israeliani...

Edoardo Mori, magistrato in pensione dopo essere stato prima giudice istruttore, poi gip e infine al tribunale della libertà: «I pm che chiedono una perizia alla Scientifica o al Ris - spiega l’ex magistrato che gestisce il sito earmi.it dove raccoglie, fra l’altro, errori e orrori delle indagini scientifiche e non - sono come quelli che sulla salute di un congiunto chiedono informazioni al portantino». Marco Morin, fra i maggiori esperti mondiali di balistica: «A volte sono più fondate le ipotesi investigative elaborate dai poliziotti della Digos delle perizie prodotte dai loro colleghi della Scientifica». Giuseppe Fortuni, docente di Medicina legale a Bologna con quattro decenni di esperienza sul campo: «Nonostante tutte le tecniche scientifiche di indagine si trovano meno colpevoli di prima».
E L’ex generale Luciano Garofano, a lungo responsabile del Ris di Parma, ammette il ritardo culturale: «La polizia giudiziaria ha fatto passi di gigante nella tecnica del sopralluogo e negli esami di laboratorio ma molto resta da da fare. Sulla scena del crimine dovrebbero andare solo specialisti puri che non abbiamo».

Insomma, pm e giudici hanno troppa fiducia nelle indagini prove di laboratorio. E le cosiddette controperizie (le consulenze dei periti di parte) più che a costruire prove alternative sono dirette a «smontare» certezze ritenute incontrovertibili dall’accusa. Non serviranno per trovare il colpevole ma almeno, e non è poco, possono evitare che un innocente finisca in carcere. Pervicacia di pm e giudici permettendo.
Si diceva di grandi casi di cronaca nera costellati di perizie sbagliate. Limitiamoci a due ambiti: i residui di sparo e la prova del Dna. Nel processo contro Pietro Pacciani, siamo nel 1992, la Corte d’assise di Firenze aveva chiesto a tre sedicenti esperti di verificare se un baby-doll e un pannolino da neonato erano stati usati per avvolgere o pulire armi da fuoco e se su di essi vi fossero tracce di polvere da sparo compatibili con munizioni calibro 22 (quelle della pistola del cosiddetto mostro di Firenze, mai trovata).
Rispondendo al primo quesito i periti attribuirono alla volata di un’arma calibro 9 l’impronta nera formata da due centri concentrici neri trovati sul tessuto. E i consulenti di parte ebbero buon gioco nel demolire la perizia in quanto non esisteva alcuna pistola con la canna spessa 4,5 millimetri, ovvero capace di lasciare un’impronta come quella.
Delitto di Perugia.

Ai giudici del processo d’appello contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito, già condannati per l’uccisione di Meredith Kercher, è arrivata nelle scorse settimane una perizia che mette a dura prova le verità sulle quali si basava la sentenza di primo grado. Ma anche, purtroppo, la fiducia dell’opinione pubblica nelle cosiddette evidenze scientifiche capaci di inchiodare il colpevole.
Il Dna trovato sulla cosiddetta arma del delitto potrebbe non essere quello della vittima, sul reggiseno di Mez sono state trovate tracce di più individui di sesso maschile... I periti concludono scrivendo: «Non sono state seguite le procedure internazionali di sopralluogo e i protocolli di raccolta e campionamento». E poi ci meravigliamo se negli Stati Uniti seguono la vicenda con un’apprensione analoga a quella che nutrirebbero verso un processo (contro un americano) celebrato in Sudan o in Malawi.

Perché il limite delle prove scientifiche non è scientifico: se sul luogo del delitto non si osservano protocolli rigidissimi, tutti i test di laboratorio rischiano di essere perfettamente inutili.




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Segrate teme per i posti di lavoro Ma il conto lo pagherà la holding

La Stampa



Tutto tace nella fortezza di Segrate

I dipendenti: «Il problema vero è un altro, sappiamo di non essere più strategici»

EGLE SANTOLINI
MILANO

La verità è che ci manca un bel Ciarrapico. Un mediatore tra i contendenti, come ai tempi del patto dell’acqua minerale. A questo, anche, serviva la vecchia politica. Ma adesso? Che la politica è ridotta a cloaca maxima? E che una delle due parti in causa è il presidente del Consiglio?». Parola di stagionato e sapiente mondadoriano, giornalista di “Panorama”, anonimo per forza, nel sabato in cui arriva la notizia della sentenza d’appello sul caso Cir-Fininvest. Tutto tace nella fortezza di Segrate firmata Oscar Niemeyer, chiusa per il weekend. Immobili le carpe nel laghetto, spettrali le rampe vertiginose che collegano la “foglia”, cioè l’open space dove lavorano le redazioni dei femminili, alle due torri in stile brutalista che sorgono nella campagna lombarda.

Ma le telefonate s’intrecciano nel pomeriggio di afa atroce. Quanto incideranno quei 560 milioni di risarcimento sulle casse e sulla vita dell’azienda? Quanto rischiano i dipendenti, in una Mondadori in cui i periodici sono in stato di crisi fino al prossimo 30 novembre? E dalla quale, anche se non sono mancati gli investimenti, soprattutto sul digitale, sono già usciti, negli ultimi due anni, 82 giornalisti, tra prepensionati e “incentivati”, riducendo il numero dei componenti delle redazioni a circa 500? Nel numero di “Panorama” in edicola, il direttore Giorgio Mulè, scrivendo di una sentenza invero molto annunciata, mette le mani avanti parlando di «ipoteca sul futuro di un’azienda, con tutte le ricadute su occupazione e investimenti».

Ma molti altri, fra il popolo di Segrate, sono propensi invece a un maggior distacco: perché intanto, anche se si fa sempre riferimento a un Lodo che si chiama Mondadori, la questione riguarda i conti e le casse Fininvest. E poi perché, per usare le parole di un altro dipendente dell’impero, «Berlusconi quei soldi ce li ha. Certo tenderà a scucirli il più tardi possibile. Ma i nostri posti non sono in pericolo». L’amministratore delegato Maurizio Costa ha sempre scelto di preservare l’azienda da questo tema, non ponendolo mai all’ordine del giorno nelle riunioni del board. E anche ieri, subito dopo la sentenza, prevaleva l’invito a continuare il lavoro quotidiano nella più assoluta normalità. Per domani sera, ad esempio, resta confermato in via Senato il galà per Grazia International al quale dovrebbe presenziare Marina Berlusconi insieme allo stato maggiore dell’azienda.

Eppure una certa inquietudine serpeggia fra editor e redattori: come si fa a ipotizzare il futuro delle imprese che fanno capo al Premier, visto il clima? «E’ uno spaesamento che accomuna berlusconiani e antiberlusconiani», spiega la redattrice di un femminile, assunta, sottolinea, «ai tempi di Caracciolo»: «Nell’opinione, condivisa da tutti, che se Silvio si prese una Mondadori all’apice dei successi di vendita, oggi il ruolo strategico ed economico dei periodici si è enormemente ridimensionato». Le fa eco un collega: «Parlano le cifre, Mondadori oggi vale in Borsa 609 milioni, con una quota di Fininvest pari alla metà di questa cifra. Se si pensa che il risarcimento è di 560 milioni si capisce quanto l’azienda abbia perso valore».

Lontani i tempi in cui Panorama, con la Guerra del Golfo, superava abbondantemente il mezzo milione di copie: «Dal 1995, con l’arrivo degli allegati per noi e per il nostro concorrente, l’Espresso, somigliamo sempre di più a supporti per i dvd». In conclusione? «Cir vuole i soldi, non l’azienda: la favoleggiata transazione di parte o di tutta l’impresa mi sembra impossibile, visti anche i problemi di suddivisione dell’asse ereditario che preoccupano il presidente del Consiglio. Secondo me, in mancanza di un mediatore alla Ciarrapico, De Benedetti e Berlusconi rischiano di rimanere paralizzati l’uno contro l’altro come i duellanti del film di Ridley Scott. Ma non mi ricordo bene:alla fine uno dei due moriva, vero?». Non esattamente: Féraud, cioè Harvey Keitel, risparmiato all’ultima sfida dall’Armand d’Hubert di Keith Carradine, veniva dichiarato «morto» secondo le regole cavalleresche e gli era impedito qualsiasi altro duello. Se volete, adattate voi la metafora alla rinnovata battaglia di Segrate.




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Cari deputati, approvate subito il lodo Garibaldi

Il Tempo



Nel 1876 l'eroe dei due mondi propose il taglio degli stipendi statali per affrontare la crisi.


Giuseppe Garibaldi «Al Parlamento nazionale. Onorevoli colleghi, quando una fortezza assediata, od una nave in ritardo, si trovano mancanti di viveri i Comandanti ordinano si passi dall'intiera alla mezza razione o meno. In Italia si fa l'opposto: più ci avviciniamo alla bolletta e più si cerca di scialacquare le già miserissime sostanze del Paese. Io sottopongo, quindi, alla sagace vostra considerazione ed approvazione la proposta di legge seguente: finché l'Italia non sia rilevata dalla depressione finanziaria in cui indebitamente è stata posta, nessuna pensione, assegno o stipendio pagati dallo Stato potranno oltrepassare le 5.000 lire annue».

È questa, nero su bianco, la proposta di legge n. 21, sulla limitazione degli stipendi, pensioni e assegni pagati dalla Stato, firmata dal deputato Giuseppe Garibaldi e presentata il 13 maggio 1876, la bellezza di 135 anni fa. Il Tempo la ripubblica oggi - dopo averla scovata all'interno di una pubblicazione Garibaldi in Parlamento che fa parte dell'Archivio della Camera dei deputati - per lanciare un appello ai deputati ed ai senatori italiani di tutti gli schieramenti: nel 150mo dell'Unità d'Italia, al di là delle manifestazioni a cavallo e della retorica - che pure servono - al di là della toponomastica per gli eroi del nostro Risorgimento, al di là delle mostre e della filatelia commemorative, mostrate con un atto di coraggio che siete capaci di autoriformarvi ed approvate il Lodo Garibaldi.

Noi l'abbiamo ribattezzata così quella proposta di legge garibaldina perché in tempi di lodi questo ci pare forse il più azzeccato con lo spirito dei tempi e del Paese reale: la situazione economica richiede sacrifici agli italiani, le tasse non si possono abbassare, le rivalutazioni delle pensioni degli italiani vengono ridotte per la fascia dai 1.428 euro ai 2.380 euro e bloccate oltre quest'ultima cifra, tornano i ticket sanitari e la Camera, tac, vota contro la proposta dell'Italia dei valori di abolire le province.

Quantificate, dunque, quelle 5mila lire del 1876 agli euro di oggi e trasformate in legge la proposta di Garibaldi «finché l'Italia non sia rilevata dalla depressione finanziaria in cui indebitamente è stata posta, nessuna pensione, assegno o stipendio pagati dallo Stato potranno oltrepassare le 5.000 lire annue». Nella presentazione al volume Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera dei deputati ed ex leader di Rifondazione comunista, scrive: «Completa infine il repertorio delle iniziative legislative garibaldine quella forse più evocativa del suo piglio di moralizzatore, relativa alla "Limitazione a lire 5.000 del maximum degli stipendi, pensioni e assegni pagati dallo Stato". Garibaldi interviene, in sostanza, sulla realtà di sua esperienza diretta ed interviene il più delle volte con formulazioni precise, secche, offrendo anche per questa via argomenti alla costruzione del mito».

Noi pensiamo che la costruzione del mito non c'entri e che l'ideatore dello sbarco dei Mille, l'Eroe dei due Mondi, il combattente, insomma l'uomo d'azione, il suo Mito l'avesse già costruito in precedenza, con le numerose imprese. Qui, semmai, è l'uomo del popolo a venir fuori, il Garibaldi popolare - in questo assai diverso dall'azionista Giuseppe Mazzini, uomo dell'élite - che ben conoscendo le sofferenze di gran parte degli italiani scrive che «quando una fortezza assediata, od una nave in ritardo, si trovano mancanti di viveri i Comandanti ordinano si passi dall'intiera alla mezza razione o meno».

Più la leggiamo quella proposta di legge e più ci convinciamo che l'Italia approvandola oggi, nel 2011, celebrerebbe nella maniera più degna il suo 150mo dell'Unità nazionale, con una nuova impresa garibaldina. Oggi per essere patriottica, infatti, alla nostra classe politica e dirigente basterebbe ridurre i privilegi, perlomeno una parte, senza bisogno di sbarcare a Marsala. I tempi cambiano: anni fa il leader del Partito socialista Bettino Craxi, stufo delle domande di un giornalista parlamentare, sbuffò: «Sai cosa scrisse una volta Giuseppe Garibaldi ad un suo amico? "Mio caro, devo confessarti che sto per rompermi i coglioni"». Chissà che stavolta non stiano per romperseli gli italiani.


Massimiliano Lenzi
10/07/2011




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Bossi attacca: "In Libia ci ha mandato Napolitano L'Italia? L'hanno voluta i Savoia, non i Lombardi"

Quotidiano.net


"Il partito della guerra - ha aggiunto il leader del Carroccio - è molto numeroso, quella in Libia la sosteneva anche il Presidente della Repubblica”. Sui 150 anni dell'unità nazionale: "Chi fa troppe feste ha paura della verità"




Giorgio Napolitano e Umberto Bossi (foto Ap/Lapresse)

Trescore (Cremona), 9 luglio 2011


Il leader della Lega, Umberto Bossi, ritiene che il premier Silvio Berlusconi abbia accettato di far partecipare l’Italia alla coalizione internazionale in Libia su pressione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. “Berlusconi c’è andato in Libia perché inviato dal presidente, bisogna dirla la verità” ha detto il capo del Carroccio parlando a un comizio a Trescore in provincia di Cremona.

“Il partito della guerra - ha aggiunto Bossi - è molto numeroso, quella in Libia la sosteneva anche il presidente della Repubblica”.

Il leader della Lega lancia poi messaggi minacciosi ai membri del proprio partito troppo avidi di poltrone o denaro. “Durano poco quelli troppo sensibili ai soldi. Io li metto fuori e li lascio agli altri partiti” ha detto durante un comizio in provincia di Cremona Bossi al quale è accompagnato dai ‘maroniani’ Giancarlo Giorgetti e Andrea Gibelli.

Interpellato sulla questione primarie, Bossi dice: "Quando si fanno le primarie vuol dire che un partito è rotto e non sarebbe in grado di indicare le persone’’.

Quanto alla possibilità che a succedere a Silvio Berlusconi sia Angelino Alfano, il senatur ha ripetuto che non si occupa delle vicende interne del Pdl, perche’ in questo ‘’non conto niente’’.

SECESSIONE - Per Umberto Bossi “i lombardi non volevano” l’unita’ d’Italia e, ora, “chi fa troppa festa” per i 150 anni dell’Unità “è perché ha paura della verità”. “La Padania sta tornando”, ha tuonato il leader della Lega Nord, durante un comizio alla festa del partito, a Trescore Cremasco, nel cremonese.

“Ultimamente, spesso, nelle feste mi gridano ‘secessione, secessione’: quella è la medicina esatta, giusta per un Paese che truffa i suoi cittadini”, ha aggiunto, rivolto agli allevatori che sollevavano il problema delle quote latte.

“L’Italia l’hanno voluta i Savoia - aveva premesso Bossi - i lombardi non la volevano neppure, l’Italia: volevano solo sottrarsi agli austriaci”. Ora “fanno la festa per i 150 anni”, aveva continuato, “chi fa troppe feste è perché ha paura della verita’”.






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La Russa a Mirabello con una maglietta anti-Battisti

Quotidiano.net

Il ministro degli Esteri alla festa del PdL di Mirabello ha mostrato la scritta: "Riconsegnare all’Italia il terrorista Battisti"





La Russa presenta maglietta: Consegnare Battisti all'Italia (AP/lAPRESSE)



Mirabello (Ferrara), 9 luglio 2011



‘Riconsegnare all’Italia il terrorista Battisti. Recita cosi’ la frase stampata sulla maglietta che il coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa, mostra dal palco della festa di Mirabello, ottenendo l’applauso della platea.
La Russa ha poi spiegato ai giornalisti di parlare “come coordinatore del partito, come esponente politico e non come ministro, di una vicenda che sono sicuro sia fonte di indignazione anche per il popolo brasiliano”.
Quanto alla partecipazione dei militari ai Mondiali di atletica, La Russa ha rinviato i giornalisti ad una conferenza stampa che si terra’ nei prossimi giorni. “Vorrei avvertire i turisti italiani che corrono il rischio, andando in Brasile, di trovarsi un pericoloso terrorista come Battisti magari sull’autobus...”, ha concluso.




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Salta la corrente e il cibo in frigo va a male. Ma non è colpa dell'Enel

La Stampa

Enel Distribuzione non è responsabile per i danni provocati da un’interruzione di fornitura di energia elettrica, in quanto il Gestore della rete, che trasmette energia, è un soggetto autonomo e indipendente, e non può essere considerato suo ausiliario. Lo ha stabilito la Cassazione, con l’ordinanza 14700/11 del 5 luglio.

Il caso
Un black-out notturno, l’interruzione di fornitura elettrica e i prodotti alimentari conservati in frigorifero che vanno in avaria: è su questi presupposti che una signora chiede all’Enel il risarcimento dei danni, compreso quello esistenziale. La domanda viene accolta nei due gradi di giudizio, ma la società distributrice di energia elettrica propone ricorso per cassazione e ottiene, infine, ragione.

Chi è il responsabile per l’interruzione di fornitura di energia? La condanna nel giudizio di merito è dovuta al fatto che la responsabilità della società non è esclusa dalla mancata fornitura di energia alla stessa da parte del Gestore della Rete di trasmissione nazionale (GRTN), atteso che questo è un suo ausiliario, del quale l’Enel è tenuta a rispondere. La Suprema Corte è di parere opposto: la GRTN è una società di proprietà del Ministero dell’Economia che svolge, in regime di concessione esclusiva, quindi di sostanziale monopolio, le attività di trasmissione e dispaccio di energia, sotto il controllo dello Stato, fino alle cabine primarie dell’Enel, che si limita a distribuire l’energia ricevuta dalla predetta società. E, soprattutto, Enel non può procurarsi energia da somministrare agli utenti al di fuori della Rete Nazionale.

Il gestore non è ausiliario dell’Enel: è società autonoma e indipendente. Il Collegio fonda il proprio convincimento sui rilievi che precedono nell’accogliere il ricorso e censurare la sentenza impugnata. La società GRTN, infatti, non può considerarsi ausiliaria dell’Enel perchè è soggetto autonomo e indipendente, in posizione di supremazia rispetto agli altri soggetti operanti nel settore elettrico. Infatti, ricorda il Collegio, sono ausiliari sono quei soggetti che agiscono su incarico del debitore ed il cui operato sia assoggettato ai suoi poteri direttivi e di controllo, circostanza che manca nel caso in questione.

Per questi motivi, Enel Distribuzione non può essere ritenuta responsabile per l’interruzione della fornitura di energia e per i danni che questa ha provocato alla donna. Il ricorso, quindi, viene accolto.





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