sabato 9 luglio 2011

Milano, vivere e morire a Palazzo di Giustizia "Quanti errori commessi con i malati psichici"

Quotidiano.net


Drammi senili, giovanili, rei che delinquono senza sapere di farlo. Se quei muri potessero parlare, oserebbero rimbeccare i giudici che troppe volte hanno mandato in carcere persone bisognose di cure psichiatriche

di Gildanna Marrani




palazzo di giustizia di milano



Milano, 9 luglio 2011

Se le aule del Tribunale di Milano avessero un’anima ed una voce, di sicuro lamenterebbero i troppi errori giudiziari commessi per erronea superficialità o mala giustizia ma soprattutto oserebbero rimbeccare giudici e pubblici ministeri per aver troppe volte commesso quell’abitudine che tanta parte ha e ha avuto nel sovraffollamento delle case circondariali del capoluogo lombardo: condannare uomini e donne troppo spesso bisognosi di cure psichiatriche ma non di periodi di detenzioni come avviene e deve per forza (assai giustamente) avvenire verso tutti i “sani” di mente che decidono di delinquere, di “staccarsi” dalla legalità per fini tra i più laidi ed equivoci.
Troppo spesso il delitto, finanche la contravvenzione, il reato non sono frutto di menti lucide, di fredde anime allo sbando abituate all’inganno, alla frode, alla rapina, a reato contro la persona e le cose; troppo spesso il delitto non nasce da una volitiva scelta del male, laddove quest’ultimo sembra avere i crismi di un maggiore fascino rispetto al bene, alla legalità, alla correttezza umana e professionale. Spesso il giudice, quale perito dei periti, commette questo grande e al tempo stesso grossolano errore: condanna giovani, vecchi, uomini, donne, anziani, non coscienti di se e delle proprie azioni, non consapevoli né animati da quel dolo, cioè dalla precisa coscienza e volontà di commettere un crimine, che è uno dei pilastri sui quali si fonda il giudizio accusatorio del PM e la scelta di condanna del giudice.
Ma se diamo una breve ma intensa occhiata a chi popola le carceri milanesi attualmente, vedremmo con sommo dispiacere come una buona percentuale dei detenuti e condannati sia soggetto a cure psichiatriche e clinico-psichiche profonde, come una buona parte degli “abitanti delle carceri” non siano stati condannati soltanto ma debbono anche sopportare il peso di una malattia mentale latente o espressa, di un disagio psicologico senza fine. Ma l’imputabilità del reo, di chi commette un delitto o manifesta disordini e violenza verso il sociale non dovrebbe essere la pietra angolare su cui ruota l’intero meccanismo della giustizia italiana?

Forse dietro molte condanne e molti giudizi c’è l’errore commesso dagli operatori della giustizia consistente nel non aver sufficientemente valutato condizioni psico-fisiche e disagio sociale del reo, di chi ha sbagliato e deve comunque pagare di fronte alla società. Ed i casi umani e giuridici all’interno del sistema penale e carcerario si sommano e si moltiplicano, rendendo vane le speranze di chi vorrebbe una maggiore solidarietà sociale, anche in virtù dell’articolo 2 della Carta Costituzionale.
Non posso fare a meno di leggere di quante volte il medico si sostituisce al magistrato nella tutela personale del reo o di chi non rientra nella quotidiana “normalità”. Come quel caso di quel giovane ventiquattrenne accusato di coltivare marjiuana all’interno della sua abitazione. Disagio mentale o abile spacciatore? Non si sa, fatto stà che questo giovane uomo, che presentava un passato di solitudine e un trauma per la morte recente del padre, rischiava il carcere, e molto probabilmente per un periodo di grossa durata.
Ma il rischio del tentativo di suicidio e l’intervento rapido di un medico attento e scrupoloso ha permesso di far virare il PM verso un ricovero all’Ospedale Fatebenfratelli di Milano, prima dell’accertamento giudiziario del caso. Scelta giusta, credo, che ha tenuto conto non solo della pericolosità del presunto reo e del reato imputatogli ma anche e soprattutto della condizione infelice e disagiata del suo passato e di turbe psichiche che probabilmente sono state una delle tante cause a spingerlo a coltivare droga.
Il ricovero in Ospedale si è dimostrata una scelta più consona alle reali esigenze del giovane, senza nulla togliere alla sua colpevolezza ed alla doverosa persecuzione della stessa da parte della giustizia milanese. Ma perseguire un malato psichico non è solo contro ogni decenza umana e giuridica ma è anche sintomo di una giustizia disattenta e latitante, che rischia di sfociare nella più grossolana arbitrarietà.
O come quel caso di un anziano signore che sempre a Milano si è presentato all’udienza di separazione con vent’anni di ritardo, rischiando un TSO e incarnando a pieno un vero dramma dell’età avanzata, un vero dramma senile. Anche in questo caso l’intervento dello specialista ha bloccato sul nascere un provvedimento

coatto che avrebbe potuto portare al peggio.
Si è preferito riaccompagnare l’uomo ai servizi sociali per la cura del caso. Drammi senili, drammi giovanili, rei che delinquono senza sapere di farlo, spinti più da un demone interiore di oscura provenienza che da una reale volontà dolosa di danneggiare la nostra società.
Forse solo un più attento esame da parte degli inquirenti su casi apparentemente “piccoli” ma in realtà contornati da una pesante carica emotiva e sociale può salvare tante vite dall’autodistruzione e da una proverbiale emarginazione. Perché se un uomo delinque va punito, se l’azione penale va esercitata il PM ha l’obbligo di farlo, senza sconti né discriminazione.
Ma di fronte al dramma profondo di menti sconvolte nelle file della nostra caotica società l’esercizio dell’azione penale deve inderogabilmente andare di pari passo con l’accertamento della reale imputabilità del sospettato e del reo. Solo così le nostre carceri saranno davvero popolate da chi ha scelto il crimine, e non da chi non ha potuto scegliere perché seguiva solo la sua triste, disperata, contorta patologia interiore.



Powered by ScribeFire.


Militari si fingono testimoni di Geova e arrestano il capoclan dei«Veneruso»

Corriere del Mezzogiorno

Vincenzo Pagano si nascondeva in una casa a Varese
Il camorrista ha aperto la porta senza sospettare nulla




NAPOLI - Hanno bussato alla porta fingendo di essere dei testimoni di Geova intenti alla predicazione. Così Vincenzo Pagano, 44enne boss latitante, ha aperto tranquillamente la porta e li ha fatti entrare. Ma in realtà erano carabinieri venuti per arrestarlo. L'uomo, uno degli esponenti di punta del clan«Veneruso» operante a Volla e a Casalnuovo di Napoli, è stato arrestato dai militari del nucleo investigativo di Castello di Cisterna. L'uomo si trovava in un appartamento di Cislago in provincia di Varese, affittato sotto falso nome dal camorrista. Quando i carabinieri hanno fatto irruzione nell'abitazione, l'uomo, solo in casa e disarmato, ha esibito un documento falso continuando ad affermare di essere un' altra persona. Arrestato è stato rinchiuso nella Casa di Lavoro di Saliceto San Giuliano, in provincia di Modena.

Pagano ha riportato numerose condanne per associazione a delinquere di stampo mafioso, violazione della legge sulle armi, sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e ricettazione. Si era dato alla macchia dal 23 aprile 2003, non facendo più ritorno, dopo un permesso premio, nella Casa Circondariale «Vallette» di Torino. Per tale evasione Pagano era stato condannato dal tribunale di Avellino nel 2007 alla pena di 4 mesi di reclusione e dichiarato latitante. Pagano, che risulta residente a Monteforte Irpino nell'avellinese, è reggente del clan per conto dello storico capo Gennaro Veneruso, attualmente detenuto e destinatario di un ordine di esecuzione emesso nel 2008 dall' Ufficio di Sorveglianza del Tribunale di Avellino, con cui lo si dichiara socialmente pericoloso, in quanto affiliato al clan.


Cristina Autore
09 luglio 2011




Powered by ScribeFire.

Addio a Rubino Romeo Salmonì, l'ebreo di Auschwitz che ispirò Benigni

Corriere della sera

Scomparso a 91 anni uno degli ultimi sopravvissuti romani alla Shoah: «Alla fine ho sconfitto Hitler»
Dai suoi racconti nacque «La vita è bella»



ROMA - Fece «un lungo viaggio verso la morte», dal quale però alla fine riuscì a tornare. Uno dei pochi. Perciò per tutta la vita testimoniò quello che tutti gli altri non potevano più raccontare. E la sua storia ispirò Roberto Benigni per La vita è bella. Rubino Romeo Salmonì è morto sabato mattina a Roma. Aveva 91 anni ed era nato nella Capitale il 22 gennaio 1920.

SOPRAVVISSUTO ALLA SHOAH - Nel campo di sterminio arrivò che aveva 18 anni. Sfuggito alla razzia nazista del 16 ottobre del 1943 nel Ghetto di Roma, era stata la polizia fascista a catturarlo poi nell'aprile del 1944. Fu portato prima in Via Tasso e quindi a Regina Coeli. Da lì cominciò quello che lo stesso Salmonì definì il «lungo viaggio verso la morte», ovvero la deportazione a Fossoli e poi ad Auschwitz. «Ad Auschwitz non ero più Rubino Romeo Salmoni ma... l'ebreo A 15810 da eliminare...».

TESTIMONE - Lo raccontò quel viaggio tante volte. Nelle scuole soprattutto. Ricordi di quei giorni vissuti nel campo di sterminio assistendo alla morte di adulti e soprattutto bambini. E racconti agli studenti: « Tutte le mattine si vedevano dei poveri esseri attaccati alle reti con i fili ad alta tensione elettrica, erano stanchi di soffrire e si abbandonavano alla pietà di Dio per porre fine all'inferno di tutti i giorni alla fame, al freddo, alle sevizie dei Kapò alle selezioni diurne e notturne che duravano ore e ore sotto la neve che penetrava dentro le ossa prive di carne, anche l'appello diurno e serale era un modo per soffrire perché durava ore e ore e non veniva mai l'esatto numero per i morti durante la conta, e si ricominciava da capo, tra il freddo, la fame e la stanchezza, la paura di non farcela».

IL RITORNO A CASA - Romeo Salmonì però riuscì a tornare a casa. Uno dei pochi romani sopravvissuti ad Auschwitz-Dachau. Rimise piede a Roma alla fine di agosto del 1945. Nella Capitale ritrovò i genitori, ma non i fratelli Angelo e Davide, uccisi dai nazisti. Di quell'esperienza scrisse Ho ucciso Hitler, libro di testimonianze e ricordi presentato pochi mesi fa in occasione della Giornata della Memoria.

IL CORDOGLIO - Messaggi di cordoglio sono arrivati da molti rappresentanti del mondo politico e istituzionale. Ma Romeo Salmonì viene ricordato con affetto e gratitudine soprattutto dalla sua città. Il sindaco Alemanno lo definisce «un grande uomo con il suo coraggio e la sua forza è riuscito a salvarsi dall'inferno di Auschwitz-Birkenau. Romeo è stato un esempio per i giovani e per l'intera città». E il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, che ha partecipato alla pubblicazione del suo libro, lo ringrazia: «Grazie ai suoi racconti, alla sua ironia e al suo libro Ho ucciso Hitler, molti ragazzi delle scuole hanno conosciuto la sua voglia di sopravvivenza, non finirò mai di ringraziarlo per il meraviglioso regalo che ci ha fatto, tramandando a tutti noi il suo atto di coraggio e la sua memoria».

«SONO ANCORA QUI» - Nei suoi incontri di racconti e testimonianze, Salmonì con orgoglio e soddisfazione concludeva: «Io sono ancora qui sano e salvo. Ho fatto i miei conti: sono uscito vivo dal Campo di sterminio di Auschwitz, ho una bella famiglia, ho festeggiato le nozze d'oro, ho 12 splendidi nipoti, credo di aver sconfitto il disegno di Hitler!»

Claudia Voltattorni
cvoltattorni@corriere.it
09 luglio 2011 16:45

Titanic, le immagini 3D riaprono il caso

Corriere della sera


Nel centenario dell'uscita dai cantieri, nuove rivelazioni per risolvere il mistero della nave affondata nel 1912



MILANO – Nel tribunale di Norfolk, Virginia, la scorsa settimana un giudice ha dovuto indossare gli occhialini per la vista a tre dimensioni. Doveva ispezionare alcune nuove e strabilianti prove fotografiche tridimensionali del relitto del Titanic, il cui mistero del naufragio è ancora irrisolto e che vede ancora in causa diverse parti. In aula si combatte per la vendita e i relativi guadagni delle memorabilia ritrovate a 3mila metri di profondità, dove qualche resto della nave da crociera ormai centenaria – pregiato e prezioso – ancora giace. E dove diverse navi e spedizioni si alternano per fare studi, raccogliere dati e cimeli. A 100 anni esatti dal varo del transatlantico, e a 99 dalla sfortunata crociera inaugurale, alcune immagini incredibili riaprono uno dei casi più discussi della storia mondiale.

SPEDIZIONE FOTOGRAFICA – L’ultima spedizione scientifica, datata agosto 2010, ha raccolto le immagini tridimensionali più dettagliate e di alta risoluzione mai scattate negli ultimi 26 anni, da quando cioè l’oceanografo Ballard localizzò il relitto più cercato della storia navale, al largo delle coste del Canada. Le foto, scattate da una macchina fotografica collocata su un robot-sottomarino spedito nei fondali, hanno documentato ogni singolo centimetro del relitto in fondo al mare e sono state anche ricostruite e riunite per fornire una mappa totale dei resti della nave in 3D.

I PARTICOLARI Alcuni scatti rivelano particolari emozionanti: uno di questi mostra nel dettaglio la vasca da bagno del comandante Edward J Smith, che si era imbarcato per quella che avrebbe dovuto essere l’ultima traversata prima della pensione. Altri scatti mostrano chiaramente le piccole gru usate per calare in acqua le scialuppe di salvataggio, che non furono riempite a pieno carico perché molti passeggeri non realizzarono fino in fondo la gravità della situazione. Oltre 1.500 turisti infatti rimasero a bordo e morirono risucchiati dall’acqua. E ancora, più interessante per i ricercatori tutt’oggi alle prese con i misteri del Titanic, altre immagini mostrano la sezione di prua della nave, dove, nella parte destra, è ben visibile lo squarcio responsabile del naufragio. La poppa della nave giace invece sul fondale a molte miglia di distanza.

CENTO ANNI DI MISTERI – A 100 anni esatti dal suo varo, avvenuto a Belfast ai cantieri Harland & Wolff (tuttora esistenti e attivi) il 31 maggio 1911, i misteri legati all’incidente della nave nel corso del suo viaggio inaugurale ancora non sono stati risolti. Gli studiosi continuano a interrogarsi sulle dinamiche dell’incidente avvenuto quell’aprile del 1912: come mai il comandante non credette all’allarme ricevuto e lanciò la nave diretta verso l’iceberg che l’avrebbe squarciata? E per quale motivo la compagnia White Star, proprietaria della nave e della sua gemella Olympic, non spedì sul luogo dell’incidente una nave di soccorso che navigava in zona? E ancora, per quale motivo la compagnia teneva nascosta la gemella Olympic in porto, quando il Titanic partì? Non fu forse la gemella a partire e affondare, scambiando rapidamente i due equipaggi in quella misteriosa notte prima della partenza da Southampton?

ANNIVERSARIO IN CROCIERA Mentre Belfast, in Irlanda, ha commemorato i cento anni dal varo un mese fa nel suo porto, l’Inghilterra e gli Stati Uniti si preparano a ricordare il centenario della crociera inaugurale la prossima primavera. L’evento è per pochi (le cabine costano anche 5mila dollari l’una) e soprattutto è riservato ai meno scaramantici. Gli itinerari commemorativi sono due: il primo, più breve, parte da Southampton ed è diretto verso i cantieri di Belfast; il secondo con porto di partenza New York prevede soste nel punto in cui il Titanic affondò, per poi approdare ad Halifax, in Canada, dove il Titanic non arrivò mai.

Eva Perasso
09 luglio 2011 16:05

Dentro Area 51, la base del mistero

Corriere della sera

Tra extraterrestri e guerra fredda: test atomici, voli sperimentali, collaudi di nuovi prototipi


Una delle immagini dell'autopsia di un alieno nella base supersegreta «Area 51» (archivio Corriere)
Una delle immagini dell'autopsia di un alieno nella base supersegreta 

 «Area 51» (archivio Corriere)

MILANO - Il nome di «Area 51» è ben noto a tutti gli appassionati di Ufo. È una base militare segreta nel Nevada, che sorge presso il letto di un antico lago salato, Groom Lake, distante 150 km da Las Vegas. Si dice che là siano stati trasportati i resti di un disco volante, comprese le salme dei suoi passeggeri alieni, precipitato a Roswell (New Mexico) nel luglio 1947. In effetti le versioni ufficiali delle autorità americane sulla vicenda non sono mai apparse del tutto convincenti. E sulle attività di Area 51 grava ancora una cappa di mistero. Ma non è detto che dietro ci sia una vicenda di contatti con gli extraterrestri.

DOCUMENTARIO - Il documentario «Inside Area 51», in onda domenica su National Geographic Channel (canale 403 di Sky, ore 21.10), punta piuttosto i riflettori sul lato nascosto della guerra fredda. Per la prima volta si confessano davanti alle telecamere piloti, tecnici, ufficiali e agenti segreti operanti nella base, tra cui l’ex comandante di Area 51, Hugh Slater, e l’ex vicedirettore della Cia, Albert Wheelon. Si parla di test atomici, voli sperimentali, collaudi di nuovi prototipi (dal famoso U2 al misterioso Oxcart) per lo spionaggio ad alta quota sull’Unione Sovietica. Venne sperimentato a Groom Lake anche un mezzo a quattro ruote poi usato dagli astronauti sulla luna. Realizzata con la consulenza di Annie Jacobsen, autrice del saggio investigativo «Area 51», uscito in maggio negli Stati Uniti e recensito dal New York Times, la trasmissione fornisce molte informazioni interessanti. Ma non pretende di dire una parola definitiva sugli enigmi di Groom Lake. Anzi termina con le dichiarazioni di due protagonisti che ammettono di aver rivelato «solo una parte della storia». Viene da pensare che abbiano taciuto proprio gli aspetti più intriganti. Che magari potrebbe davvero riguardare gli alieni.


Antonio Carioti
08 luglio 2011(ultima modifica: 09 luglio 2011 09:21)

L'Italia delle fortune dimenticate nel comò

La Stampa

Vecchi libretti bancari: c'è chi rivuole i soldi (con gli interessi)

PIERANGELO SAPEGNO


TORINO

Ci è passata sopra un po’ della nostra vita. Ma l’altro giorno il maresciallo dei carabinieri in pensione Virginio Oro, 80 anni portati abbastanza bene, rovistando nei cassetti della casa di suo papà a Castagnole di Paese, Treviso, ha ritrovato una vecchia carta ingiallita che neanche si ricordava più, un libretto di risparmio postale che suo padre aveva aperto nel 1943 e che tutti insieme avevano perso e dimenticato nel 1957, quando Humphrey Bogart era morto da dieci giorni e Arturo Toscanini da appena una settimana, mentre nasceva la 500, la macchina per tutti, velocità massima 85 chilometri all’ora.

In quell’Italia così rurale e così lontana, con gli schermi quasi bombati dei televisori, con tutte quelle strade vuote e le luci spente delle notti, il giovane carabiniere Virginio Oro aveva smarrito un libretto che aveva ancora 49.182 lire. Ha pensato di andare a chiedere gli interessi. E il suo avvocato, Lorenzo Amore, di Trento, gli ha fatto i calcoli: 8 milioni di euro. Sedici miliardi delle vecchie lire. Tutta la vita che è passata, tutta l’inflazione, tutte le crisi, tutta la prima e la seconda Repubblica, la nostra lenta e inesorabile esistenza nascosta dietro al tempo che scorreva con quel libretto di risparmi, vale alla fine questa cifra quasi assurda nella sua grandezza.

Bisognerà vedere adesso quanto certificherà il Tribunale di Trento. Ma nei meandri inspiegabili dei corsi monetari dovrebbe restare comunque una cifra importante, perché a dispetto di quelli che hanno consumato i loro averi restando a mani vuote, la ricchezza di quei conti sta proprio nel loro smarrimento, come le sorprese che capitano quando non ci pensi più. Così, è appena successo che un signore di Agrigento avesse ritrovato dopo 64 anni un libretto in cui aveva depositato 7000 lire nel 1947, quando il Grande Torino vinceva il suo terzo scudetto di fila e il segretario di Stato americano George Marshall annunciava un piano per la ricostruzione dell’Europa, e che oggi avessero quantificato quella cifra in un milione e 600 mila euro. Certo, 7000 lire allora non erano poche, ma riesce difficile credere che fossero così tante: la loro crescita è dovuta agli interessi accumulati, agli anni passati, come se fosse il tempo a valere più del danaro.

Sta di fatto che queste storie hanno già innescato effetti a catena. Angelo Peritore, 56 anni, originario di Licata, emigrato in Germania nel 1990, una vita da autista di autobus prima di ammalarsi e tornare a casa senza lavoro, è andato a portare il suo libretto di 4388 lire aperto presso la Cassa Centrale Vittorio Emanuele nel 1965, quando i Beatles facevano il loro primo concerto italiano al Vigorelli di Milano, mentre moriva Winston Churchill e Malcolm X veniva assassinato. Ha detto il signor Peritore che vuole anche lui rivolgersi a un legale per riavere il denaro che gli spetta. Ha detto così. «Non so a quanto ammontino ora i miei risparmi, ma ne ho bisogno e non ci rinuncerò». È il tempo che conta, è quello l’oro. Nel tempo che è passato, è scomparsa pure la sua vecchia banca dove aveva aperto il libretto di risparmi, assorbita negli anni dall’Unicredit. Ma nemmeno questo importa.

Anche una signora di Alessandria ha ritrovato i suoi vecchi risparmi e adesso vuole riavere indietro quel piccolo tesoro cresciuto nel tempo. Si chiama Flora Castellari, 50 anni, imprenditrice. Pure lei si è rivolta a uno studio legale. Aveva smarrito un deposito di 1500 lire che le avevano aperto quand’era nata. Dice che ne ha fatto stimare il valore e oggi chiede 400 mila euro, tramite una class action. Il suo avvocato, Marco Angelozzi, spiega che il calcolo del valore attuale «è stato fatto sommando i coefficienti di rivalutazione degli Anni Sessanta a oggi, gli interessi, e la capitalizzazione per 51 anni di giacenza in banca. L’abbiamo stimato per difetto in circa 400 mila euro. Il fatto è che per ora in Italia non esiste nessuna sentenza relativa a casi simili». E se la prima sentenza dovesse riguardare il maresciallo in pensione Virginio Oro sarebbero legnate terribili per tutti quelli che devono versare questi soldi.

Il signor Virginio era un ragazzino quando suo padre aveva deciso di depositare tutti i suoi risparmi su un libretto postale. Erano 150 mila lire dell’epoca, una bella somma. Erano diventati 49.182 il 24 gennaio del 1957, perché è quella la data in cui viene smarrito il libretto. In un Paese di risparmiatori come il nostro queste sono favole. Il 21 gennaio cominciava a Venezia il processo Montesi. Pochi giorni dopo la campionessa mondiale di ballo Anna Mariani veniva investita da un treno e perdeva tutt’e due le gambe. Federico Fellini vinceva l’Oscar con il film «La strada» e Umberto Agnelli comprava Omar Sivori dal River Plate, cambiando la storia della Juve e anche un po’ dell’Italia. Perché è tutto quello che è avvenuto dopo che vale un tesoro.





Powered by ScribeFire.

Ora è reato penale danneggiare orsi, cicogne e piante protette

La Stampa

Danneggiare la natura protetta in Italia è reato penale. Non più solo contravvenzioni, quindi, per chi colpisce orsi, cicogne, linci e altri animali tutelati dalle leggi, ma anche piante rare inserite nelle liste rosse o habitat particolarmente vulnerabili ma sanzioni penali e responsabilità delle persone giuridiche. È arrivato infatti il via libera definitivo da parte del Consiglio dei Ministri di due decreti di recepimento di due direttive Europee, 2008/99 e 2009/123, che danno seguito all’obbligo imposto dall’Unione europea di «incriminare comportamenti fortemente pericolosi per l’ambiente».

Le associazioni ambientaliste, però, avanzano alcune critiche. Secondo Legambiente sono solo due le fattispecie incriminatorie introdotte, quindi (lo afferma il presidente Vittorio Cogliati Dezza) «si è persa l’occasione di intervenire adeguatamente e fornire una legge penale efficace a tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini». Per il Wwf Italia (Massimiliano Rocco, responsabile specie), «spesso l’Italia ha ratificato norme nella sua completezza ma poi il tutto è stato vanificato nella loro applicazione».

Le norme approvate prevedono due nuove fattispecie di reato introdotte nel codice penale per sanzionare la condotta di chi uccide, distrugge, preleva o possiede, fuori dai casi consentiti, esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette e di chi distrugge o comunque deteriora in modo significativo un habitat all’interno di un sito protetto.

Nel mirino possono finire le escursioni «pericolose» per i nidi dell’Aquila del Bonelli in Sicilia o per l’Aquila reale, per fare solo un esempio. Per difendere il patrimonio naturale nel nostro Paese sono state create le "zone di protezione" (tra protocolli e convenzioni): 2.564 siti che ricoprono una superficie di 6.194.451 ettari, pari al 20,6% del territorio nazionale. Inoltre ci sono le 871 aree protette che occupano una superficie a terra di oltre 3 milioni di ettari (10,5% del territorio nazionale), quelle a mare sono 27 e coprono complessivamente 296.000 ettari. Le zone umide sono invece 53 e coprono oltre 59.000 ettari. Le specie protette sono oltre 58 mila per gli animali e 5.600 per le piante. Sono 266 le specie italiane che rischiano di sparire, riferisce il Wwf. Al top squali, razze, cetacei, uccelli palustri, pesci di fiume, tartarughe marine e fiori rarissimi.



Powered by ScribeFire.

Haber: rovinato da un bacio ma ero posseduto da Otello

Corriere della sera

L'attore licenziato dopo la lite con Lucia Lavia sul palco: «Credo nel mio metodo, mi hanno linciato»




Alessandro Haber, 64 anni, e Lucia Lavia, 19
Alessandro Haber, 64 anni, e Lucia Lavia, 19
MILANO - Cacciato dall'Otello del Teatro Romano di Verona per una prova troppo realistica e focosa con Lucia Lavia, la sua Desdemona, Alessandro Haber dopo una settimana di angustie psicologiche replica all'incubo «per parlare al pubblico che chissà cosa pensa. I colleghi mi hanno già dimostrato solidarietà, ma sono una bestia ferita che ha dato al palcoscenico tutti i giorni della sua vita». Sanguigno, appassionato interprete di Bukowski e Craxi, Woyzeck e Pasolini, attore per Monicelli, Avati e altri, 45 anni di carriera, Haber dice che quell'incidente è da mettere in conto allo studio del personaggio: «Ci si concentra e immedesima, era la prima volta che provavamo col regista Garella l'ultima scena. Inizia con quattro baci come da copione: sulla guancia, uno schiaffetto, nei limiti. Poi Otello è montato dentro di me, quel nero col complesso di inferiorità verso il mondo civile, europeo, borghese, incredulo che quella ragazza lo voglia davvero sposare. E a un certo punto, irrazionalmente, mi è scappato un bacio vero ma niente di più e lei mi ha spinto a terra e poi gli schiaffi. Lo giuro, non avevo alcun altro fine se non trovare la chiave del ruolo. Ma si è scatenato l'inferno forse per la inesperienza della mia partner».

Tutti però dicono: lo sai com'è Haber... Ma com'è Haber? «Uno che vive solo per il suo lavoro, in teatro. Ogni personaggio nasce lentamente in me come un bambino che poi cammina, parla, diventa autonomo. Con Otello avevo problemi di memoria col copione perché volevo capire chi è davvero, trovare implicazioni nuove e così il suo essere animalesco mi ha posseduto. Non provavo piacere, Otello è un disperato ed io potevo avere davanti il Papa invece di Desdemona che era la stessa cosa. È un ruolo faticoso, ero stanco, avevo pensato di rinunciare. Poi mi hanno curato con la papaya come Wojtyla quando stava male, mi sono ripreso, iniziavo a divertirmi.

Ed ecco quella dannata prova col bacio, gli schiaffi, gli spintoni e poi certo la confusione, le parole che volano, come in teatro. Quante volte ho litigato con Carmelo Bene, che nella «Cena delle beffe» mi dava 70 schiaffi per sera, ma alla fine di nuovo amici. Se fosse tornata Lucia Lavia, la sera dopo ne avremmo riso a tavola. In «Platonov» baciavo tre donne, nessuna ha fatto tragedie. Ho recitato quattro ruoli gay baciando intensamente i miei partner, fa parte del gioco. Ho chiesto scusa subito davanti a tutti, ma si è alzato un pandemonio, Jago mi ha assalito e nonostante i miei tentativi di pace si è voluta linciare la mia onorata carriera. A questo massacro non ci sto perché sono innocente, ero dentro la strategia di attore e non pensavo alla signorina Lavia, inesperta, psicologicamente non pronta. Ma è stato tutto molto sproporzionato».

Umiliato e offeso («non una telefonata da Branciaroli che mi ha sostituito e che stimo molto»), Haber aveva un piano per il suo Moro: «Ognuno ha il suo metodo, chi se ne frega se Laurence Olivier diceva che basta recitare. Io ho il metodo Haber e pensavo nell'ultima scena di soffocarla e nello stesso tempo possederla - per finta, sia chiaro - come un epilettico fuori di sé che ha iniziato a regredire quando Jago inizia con la gelosia. Collegato al subconscio, mi sembrava un Otello moderno: non c'è solo un senso unico, ognuno trova la sua strada per arrivare». Lei come ha reagito dopo la denuncia di Lucia Lavia? «Ho mandato sms di scuse a tutti, spiegando che facevo il mio lavoro, certo sono esuberante, creativo e non ho regole ma dicono anche che sono persona dolce e leale. Ho fatto di tutto in scena, ma poi è il teatro stesso che con i suoi anticorpi razionalizza e stabilisce il limite da non superare». Maurizio Porro

09 luglio 2011 10:00



Powered by ScribeFire.

Uccise il tassista che investì il cane Il pm chiede la condanna a 30 anni

La Stampa

L'accusa: omicidio volontario con crudeltà e per futili motivi.
La sentenza è attesa per giovedì

MILANO


Luca Massari, il tassista milanese picchiato a sangue solo per aver investito un cane e per essere sceso dalla macchina per scusarsi, è stato massacrato di botte da degli «assassini» che hanno messo in mostra tutta la loro «crudeltà» e «ferocia». Per questo uno di loro, Morris Ciavarella (quello che, secondo l’accusa, ha sferrato «gli ultimi due micidiali colpi») merita, per il pm di Milano Tiziana Siciliano, di essere condannato a 30 anni di carcere.

Il pubblico ministero, stamani, ha concluso il suo intervento, davanti al gup di Milano Stefania Donadeo, con una dura richiesta di condanna: pena base l’ergastolo, ridotta a 30 anni per lo sconto del rito abbreviato. Ciavarella, infatti, 31 anni, è stato l’unico dei tre aggressori a scegliere il rito alternativo. Gli altri due componenti di quello che gli investigatori hanno definito un vero e proprio «clan familiare» - la fidanzata di Ciavarella, Stefania Citterio e il fratello di lei, Pietro - hanno scelto, invece, il rito ordinario e il pm nei giorni scorsi ha insistito per il rinvio a giudizio.

Per tutti e tre e per un quarto imputato, accusato di favoreggiamento, a testimonianza di quel clima di omertà che si creò dopo il fatto di sangue, la decisione del gup è prevista per giovedì prossimo. Per il pm Siciliano, Ciavarella deve essere condannato per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi e con la stessa accusa gli altri due devono andare a processo in Corte d’Assise. Il magistrato, infatti, ha ricostruito davanti al giudice le «tre fasi» del brutale pestaggio, avvenuto il 10 ottobre scorso in via Ghini, in un quartiere ’difficilè alla periferia sud di Milano.


Stando alle indagini, Massari, 45 anni, investì inavvertitamente col suo taxi il cane della fidanzata di Pietro Citterio, che era senza guinzaglio. Scese per scusarsi ed la prima a picchiarlo ed insultarlo fu Stefania Citterio, 28 anni. Poi, secondo la ricostruzione del pm, arrivarono prima il fratello Pietro, 26 anni, e in seguito Ciavarella. Tutti e due lo avrebbero picchiato con violenza, mentre la giovane gli gridava in faccia «ti ammazzo». Il tutto accadeva davanti a molti testimoni che non aiutarono i poliziotti nelle indagini e chi parlò si ritrovò la macchina bruciata.

Fu Ciavarella, secondo l’accusa, a colpire con una ginocchiata in pieno volto il tassista e a spingerlo con violenza fino a buttarlo a terra. Sbattè la testa sul marciapiede, entrò in coma e morì un mese dopo, l’11 novembre scorso. «E caddi come corpo morto cade»: è un verso di Dante contenuto nell’Inferno e usato dal pm per spiegare al giudice che quando il tassista venne scaraventato a terra era ormai come un «corpo morto», già provato dalla «furia» del pestaggio.

Da qui la contestazione dell’omicidio volontario, mentre la difesa (l’avvocato Andrea Locatelli) ha chiesto la derubricazione in omicidio preterintenzionale, sostenendo che il giovane non voleva uccidere. Il legale ha chiesto anche la concessione delle attenuanti generiche perchè «è reo confesso e ha chiesto scusa», spiegando inoltre che Ciavarella arrivò sul posto per ultimo con l’intenzione di «difendere» la sua ragazza.



Powered by ScribeFire.

Lodo Mondadori, una guerra legale lunga vent'anni

La Stampa

Accordi, retromarce e processi


Un risarcimento pesante come un macigno per Fininvest, nell'autunno del 2009, aveva fatto vincere alla Cir di Carlo De Benedetti il primo round della battaglia di una 'guerra' legale lunga vent'anni. A decretare l'esito, era stato il giudice Raimondo Mesiano, con tanto di indicazione di una cifra record: 750 milioni di euro. Un capitolo, questo, che si è aperto come conseguenza in sede civile di un procedimento penale finito nel 2007 con le condanne definitive, per corruzione in atti giudiziari, del giudice Vittorio Metta e degli avvocati Cesare Previti, Giovanni Acampora e Attilio Pacifico.

L'inchiesta avviata dalla procura di Milano aveva preso spunto nel pieno di Tangentopoli: un testimone aveva parlato di mazzette pagate dalla Fininvest ai giudici romani che nel 1991 avevano emesso sentenza d'appello sfavorevole a De Benedetti nelle cosiddetta "battaglia di Segrate".

Era quello l'anno in cui Berlusconi sembrava aver ripreso il controllo della Mondadori, perso 12 mesi prima, quando De Benedetti aveva ottenuto un lodo arbitrale che gli dava il 50,3% del capitale ordinario Mondadori. Gli arbitri avevano così deciso sulla controversia nata dopo che l'altro azionista di riferimento della casa editrice, la famiglia Formenton, nonostante la precedente 'promessa' di vendere le proprie quote a Cir, si era accordato con Berlusconi. Dopo alterne vicende, nell'aprile 2001 Fininvest e Cir-De Benedetti raggiungeranno un accordo che nella sostanza attribuisce la proprieta della "vecchia" Mondadori e di Panorama a Berlusconi, e quella dello scorporato gruppo Repubblica-Espresso a Cir-De Benedetti.

Le indagini meneghine ipotizzavano che la sentenza d'appello del 1991 fosse stato 'comprata', corrompendo il giudice Metta con almeno 400 milioni di lire provenienti dai conti esteri di Fininvest. Nel 2001 era seguito l'assoluzione per tutti, perchè "il fatto non sussiste", ma non era mancata l'impugnazione da parte della procura.

Mentre nel novembre dello stesso anno Silvio Berlusconi veniva prosciolto per prescrizione in modo irrevocabile, sei anni dopo sarebbe arrivato il bilancio finale per gli altri: le condanne definitive. Nell'aprile del 2004 si avvia la causa civile che il 3 ottobre del 2009 è arrivata al giudizio di primo grado. Cir "ha diritto", ha stabilito il giudice Mesiano, al risarcimento da parte di Fininvest "del danno patrimoniale da perdita di 'chance' di un giudizio imparziale". La cifra quantificata: 749 milioni 995 mila euro circa, da cui sono escluse le spese del giudizio e gli onorari, due milioni di euro circa.

Dopo il ricorso di Fininvest, la sentenza è rimasta 'congelata' fino all'appello con una fideiussione bancaria da 806 milioni di euro. Nel settembre 2010 intanto sono arrivate le conclusioni di un pool di esperti che i magistrati avevano nominato per valutare "se e quali variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio fra le parti siano intervenuti tra il giugno del 1990 e l'aprile del 1991, con riguardo agli andamenti economici delle stesse e di evoluzione dei mercati dei settori di riferimento". Pur stabilendo che il danno alla holding della famiglia De Benedetti esisteva, la quantificazione era minore a quella del tribunale.

Per questa sentenza Silvio Berlusconi non sembra aver nascosto preoccupazione. "Dove trovo i soldi se i giudici mi condanneranno?", avrebbe detto il premier in una conversazione con un gruppo di ex compagni di scuola sul sagrato della Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, al termine dei funerali del senatore Romano Comincioli il 15 giugno scorso. "Ne parliamo tutti i giorni, è una cosa che incombe", aveva invece risposto Berlusconi, a fine maggio, a chi gli chiedeva se la vicenda fosse stata oggetto di un incontro avuto con i figli. Infine la polemica sulla norma 'salva-Fininvest' che è stata introdotta nell'ultima manovra finanziaria, per congelare l'effetto delle sentenze di questo tipo (superiori ai 20 milioni di euro) fino alla pronuncia della Cassazione. Dopo la sua eliminazione in seguito alle fortissime polemiche sorte, Berlusconi non ha escluso che questa norma possa essere reintrodotta durante l'iter parlamentare.



Powered by ScribeFire.

L'ente abolito ci costa 10 milioni

di Gian Maria De Francesco

Ad agenzie e dipartimenti oltre 5 miliardi all'anno. E per l'Isae, benché sia soppresso, ancora ingenti finanziamenti. E l'Agenzia delle entrate, paradossalmente, è il carrozzone più pesante per le casse statali



Se pensate che basti sopprimere un ente, una commissione o un comitato ritenuti inutili per risparmiare di conseguenza tutte le spese connesse alla loro sussistenza, siete fuori strada. La dimostrazione più lampante ne è la Commissione tecnica per la finanza pubblica.

Istituita dalla Finanziaria 2007 del governo Prodi per aiutare il ministro Padoa-Schioppa e il suo vice Visco a riformare la legge di bilancio e le politiche di spesa e presieduta dall’economista Gilberto Muraro, ha avuto vita brevissima perché soppressa nel 2008 dalla prima manovra triennale di Giulio Tremonti. Credete che sia scomparsa? No. Comunque per i tecnici e i funzionari che vi lavoravano si deve trovare una ricollocazione all’interno del ministero dell’Economia che a tale scopo ha istituito un capitolo di spesa che per il 2011 prevede un fondo di circa 955mila euro. Un po’ come il Comitato per l’emersione del lavoro non regolare, che ha perso molte delle sue prerogative iniziali ma per il quale sono stanziati ancora 101.923 euro.
Lo stesso dicasi per gli enti soppressi dalla manovra 2010. Per l’Isae, confluita nell’Istat, sono stanziati 10 milioni di euro. Per l’Ispesl, diventata la costola tecnico-scientifica dell’Inail, il ministero del Lavoro ha appostato in bilancio 57,9 milioni. Mentre per l’Ipi, l’istituto di promozione industriale, il ministero dello Sviluppo versa circa 14,7 milioni. D’altronde, al dicastero guidato da Paolo Romani ci sono ancora 9.300 euro per le funzioni della vecchia Agensud.
Va da sé che i risparmi previsti dall’ultima manovra con la razionalizzazione di Enit (budget 20,5 milioni) e Ice (74 milioni di trasferimenti oltre ad altri 37,5 per la promozione del «made in Italy») saranno sicuramente inferiori alla somma algebrica degli stanziamenti. Come per gli enti soppressi dei quali abbiamo parlato.
Il discorso, in fondo, è sempre quello: si pensa che dare un taglio alla casta risolverebbe miracolosamente molti problemi del Paese. E invece non è cosi: istituti, agenzia, autorità di vigilanza, commissioni e comitati dipendenti dai ministeri ci costano ogni anno quasi 5,1 miliardi di euro, ben due miliardi in più di tutti gli organi a rilevanza costituzionale. Ma nessuno si sognerebbe mai di abolirli anche perché molti sono sconosciuti al grande pubblico.
Innanzitutto bisogna precisare che circa la metà di questa spesa è impiegata per i trasferimenti all’Agenzia delle Entrate, il primo «pilastro» sul quale il Tesoro poggia il contrasto all’evasione. Il secondo è Equitalia con cartelle e ganasce annesse. Ma senza l’Agenzia la loro individuazione sarebbe più difficile. Le Entrate sono anche il sancta sanctorum del contribuente con tutto il loro scadenzario e la diramazione di circolari che spiegano il perché e il percome su come pagare un’imposta.
Nel 2011 questa macchina dovrebbe costarci 2,3 miliardi di euro. Con questi denari si tiene in vita un organico di 33.548 unità (dato 2009) delle quali 514 in posizione dirigenziale. Ottenere cifre record di recupero dell’evasione come i 25 miliardi del 2010 con questo potenziale di fuoco è il minimo.
Alle altre agenzie del Tesoro (Dogane, Demanio e Territorio) sono assegnati complessivamente 1,3 miliardi. Su 3,6 miliardi complessivi forse qualche razionalizzazione ulteriore è possibile salvaguardando le funzioni necessarie.

Analogamente di necessità bisognerebbe parlare quando si esamina il costo della gestione della burocrazia. Abbiamo un’agenzia per la formazione dei dipendenti pubblici (Forme Pa, 20,5 milioni), una per la valutazione delle spese e della performance (Civit, 4 milioni), una per la digitalizzazione (DigitPa, 7,5 milioni), una per la contrattazione (Aran, 3,3 milioni).
Ovviamente non poteva mancare l’education attraverso la Scuola superiore per la pubblica amministrazione (7 milioni). Esistono naturalmente anche la Scuola superiore dell’economia e delle finanze (3,7 milioni) e quella di amministrazione dell’Interno (3,6 milioni). Per risparmiare si potrebbero fondere in unico istituto che prepari i futuri dirigenti a seconda dell’indirizzo scelto.
Che dire poi della sicurezza. Esistono due distinte agenzie: una per il trasporto aereo (Ansv, 1,8 milioni) e una per quello ferroviario (11,9 milioni). Senza contare l’Enac che presiede a tutta l’aviazione civile: 114 milioni di budget che rappresentano più della meta dei circa 190 milioni assegnati alle varie Authority, incluso il Garante degli scioperi e quello della privacy.
Anche la statistica ha un costo e l’Istat senza i suoi 141 milioni (a cui si aggiunge un contributo di 200 milioni per i censimenti) non potrebbe funzionare. Ma qualche ministero fa da sé, come lo Sviluppo economico che pur avendo l’Ice destina 46mila euro all’Osservatorio sul commercio estero e i Beni culturali che stanziano 387mila euro per l’Osservatorio sullo spettacolo. Costa pure sostenere i «giovani»: per la loro Agenzia nazionale il Tesoro quest’anno ha stanziato 279mila euro, mentre le Politiche agricole destinano 192mila euro all’Osservatorio per l’imprenditorialità giovanile.
Con tutto questo «osservare» gli occhi si stancano, ma il ministero della Salute viene in soccorso con il Centro nazionale prevenzione e controllo malattie che vale circa 20,5 milioni. Non si tratta di uno spreco, certo. Peccato che nel budget 2011 del ministro Fazio compaia un tristissimo zero per il Registro italiano dei donatori di midollo osseo. Alla sua tenuta ci pensano i volontari, eppure trovare un midollo compatibile per coloro che ne hanno bisogno non è una passeggiata.




Powered by ScribeFire.

Scampia, indagine choc: il 70% dei ragazzini non frequenta la scuola

Corriere del Mezzogiorno


Sotto la lente 14 istituti. Più colpite le medie superiori mentre alle elementari il forfait si ferma al 50%



NAPOLI — A Scampia oltre il 50% degli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado, va a scuola a singhiozzo, ossia la frequenta saltuariamente con una media annuale di assenze che va dai 60 agli 80 giorni. Alla secondaria si raggiungono anche percentuali più alte, fino al 70%. In pratica bambini e ragazzi saltano mezzo anno scolastico e di conseguenza abbandonano. L’allarme è stato lanciato dal dirigente dell’Istituto ‘‘Virgilio IV’’ di Scampia, Paolo Battimiello che ha svolto un’indagine su circa 5.000 alunni delle scuole dell’obbligo del quartiere, nel corso del triennio 2007-2010. L’indagine è stata realizzata con fondi ministeriali da un’équipe formata dal preside Battimiello e dalla docente Paola Cortellessa della ‘‘Virgilio IV’’ e da Massimo Maciocia e Lucia Veneruso della direzione scolastica regionale. I risultati sono stati presentati ieri mattina nel corso di un incontro cui hanno partecipato, tra gli altri, l’assessore comunale all’Istruzione Annamaria Palmieri, il presidente dell’VIII Municipalità Gianni Pisani, i responsabili di Istat, Arlas, Ires, i servizi sociali.

A loro docenti e dirigenti hanno chiesto aiuto per una situazione che se non risolta, potrebbe portare danni irreversibili. I risultati dell’indagine condotta in 14 scuole ha fatto registrare nel triennio considerato, sia nelle scuole primarie che nelle scuole secondarie di primo grado, una progressiva diminuzione del numero degli alunni con una frequenza scolastica regolare (fino a 30 giorni) ed un corrispondente aumento del numero degli alunni con un numero di assenze pari o superiori a 60 giorni. Il trend negativo si manifesta già nelle prime 3 classi della scuola primaria. «Se si volesse tenere presente quanto disposto dalla legge Moratti sul numero di assenze consentite — denuncia la docente Paola Cortellessa — saremmo costretti a bocciare circa il 70% per cento degli alunni, il che ovviamente non è possibile, ma portandoli avanti continuiamo a sfornare una massa di ignoranti o di ragazzi che poi non riescono a completare nemmeno il ciclo dell’obbligo». L’incremento del numero di assenze, inoltre, sembra essere direttamente proporzionale all’età dell’alunno e, diventando sempre più importante nel corso degli anni, produce un fenomeno che incide sul successo scolastico e sul tasso di abbandono. A conferma di questo dato, è stato somministrato alle scuole superiori un questionario per monitorare l’esito finale di tali alunni.

Ebbene, solo il 36% degli alunni provenienti dalle scuole medie di Scampia viene ammesso al 3° anno della scuola superiore. Il restante 74% non continua. «Gli elementi raccolti evidenziano un chiaro rapporto tra la frequenza saltuaria durante il primo ciclo di istruzione e l’abbandono scolastico precoce - commenta il preside Battimiello - noi abbiamo voluto dire a tutte le forze che operano sul territorio che la scuola a Scampia è in grave sofferenza e che bisogna intervenire al più presto. Altrimenti la percentuale di abbandono scolastico salirà ancora». Diversi sono i motivi dell’abbandono: da quei bambini che hanno il colloquio con il padre in carcere, una volta alla settimana il che significa già oltre 30 assenze all’anno, ai piccoli che non vengono accompagnati dalle mamme che fanno tardi la sera e alle bambine che si devono occupare dei fratelli più piccoli. Risposte da parte delle istituzioni presenti? . «Ci hanno ascoltato — replica Battimiello ed è importante —ma aspettiamo atti concreti: potenziamento del servizio mensa, aperture pomeridiane, attivazione del trasporto scolastico».


Elena Scarici
09 luglio 2011




Powered by ScribeFire.

Sud Sudan, poveri ma indipendenti

La Stampa

Nasce dopo 50 anni di conflitti il 54˚Stato africano. L’Onu invierà 7 mila caschi blu

PAOLO MASTROLILLI



INVIATI A NEW YORK

Il nuovo Stato del Sud Sudan non era ancora nato, quando ieri mattina il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità l’invio di una missione di pace nel suo territorio. Circa 7000 soldati e 900 poliziotti, che dovranno garantire la tenuta della fragile pace con il Nord. Già questo dovrebbe bastare a capire quanto sia complicata la situazione, ma in realtà c’è di più, perché la guerra continua anche in altre regioni ai confini dell’ultimo, il 54˚, Stato africano.

Il Sud Sudan è nato ufficialmente alla mezzanotte di ieri, salutato anche da un messaggio di auguri del Papa, dopo circa vent’anni di guerra civile. È grande più di Spagna e Portogallo messi insieme, ha meno di 10 milioni di abitanti e buone risorse petrolifere, ma è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo: basti sapere che ha il peggior tasso di mortalità infantile e l’84% delle donne è analfabeta. Le differenze tra Khartoum e gli ex ribelli del Sudan People’s Liberation Army erano etniche e religiose, perché il Nord è arabo e musulmano, mentre il Sud ha una buona presenza cristiana; ed economiche, perché il 75% delle risorse petrolifere sono nelle regioni meridionali e costituivano un terzo del Pil nazionale. Su queste divergenze hanno giocato anche gli interessi internazionali, perché l’Occidente ha un rapporto molto difficile con il presidente sudanese Omar al-Bashir, già alleato di Osama bin Laden e ora incriminato per genocidio nel Darfur, e quindi vedeva bene un suo indebolimento.

La pace era stata firmata nel 2005, e prevedeva che un referendum decidesse il futuro del Sud. Nel frattempo una missione Onu chiamata Unamis avrebbe garantito la stabilità durante la transizione. Il referendum si è tenuto a gennaio e il 99% degli abitanti ha scelto l’indipendenza. Già ieri Khartoum ha riconosciuto il nuovo Stato, promettendo relazioni amichevoli, ma questo non vuol dire che i problemi sono finiti. Per evitare subito nuovi conflitti, l’Onu avrebbe voluto estendere il mandato di Unamis, a cui partecipano anche osservatori italiani. Il Nord però ha detto no, e quindi ieri il Consiglio di Sicurezza ha approvato la nuova missione Unamiss, o piuttosto ristrutturato la precedente: in sostanza ha aggiunto la S di South Sudan e spostato il raggio d’azione sotto il confine tra i due Paesi, nel solo territorio della nuova nazione.

La paura di atti ostili da parte del Nord, peraltro, non è l’unica minaccia alla stabilità della regione. L’Onu infatti ha appena autorizzato l’invio di una missione separata, composta da 4200 soldati etiopi, per favorire la pace nel vicino territorio di Abyei, mentre un altro conflitto che richiederebbe un intervento è quello in corso nel Sud Kordofan, l’ultima regione petrolifera rimasta nelle mani di Khartoum ma tentata dalla secessione.



Powered by ScribeFire.

La Rai strapaga Fazio per poi prestarlo a La7"

di Paolo Bracalini

Il consigliere di centrodestra di viale Mazzini Antonio Verro: "Troppi due milioni per vederlo su una rete rivale, spero che non diventi un precedente"



Roma

Consigliere Verro, finalmente vi siete liberati di Santoro.
«No, pardon. È stata una separazione volontaria e consensuale».
«Una grave perdita per il servizio pubblico», dicono i suoi colleghi di minoranza.

«Santoro è un gran professionista, però è l’emblema della faziosità. I programmi che fa, a mio avviso, non sono servizio pubblico. Travaglio non è servizio pubblico, Vauro tantomeno». 

E la Gabanelli?
«Report è una trasmissione di successo, ma va avanti a teoremi precostituiti. Le inchieste andrebbero fatte in altro modo». 

Ma allora quali sono i programmi di servizio pubblico?
«Sul versante informativo dico Bruno Vespa e anche Floris, con qualche riserva sulla selezione degli ospiti di Ballarò. Poi Piero Angela, Alle falde del Kilimangiaro, Voyager, questi sono prodotti da servizio pubblico». 

I Tg Rai?
«Criticano il Tg1 ma io trovo che il Tg3 sia fazioso in modo molto più subdolo. Minzolini ci mette la faccia come editorialista. Il Tg3 invece è molto schierato ma meno dichiarato nelle sue intenzioni». 

Dove la vede la faziosità del Tg3?
«Nei servizi, nella scelta delle notizie. Di questo però purtroppo non si parla. Vede, noi del centrodestra siamo troppo signori... troppo buonisti ecco!». 

Ma scusi, non siete i padroni della Rai anche grazie alla vostra famosa struttura Delta?
«Questa struttura Delta esiste solo sulle pagine di Repubblica. Da 5 anni a questa parte non è cambiato niente. Guardi Santoro, è andato via perché lui ha deciso di andare via. Punto e fine». 

Fazio invece ve lo tenete, e gli date 2 milioni all’anno per andare a fare un programma su La7. Bell’affare.
«Come lei sa io mi sono astenuto perché per quanto io ammiri Fazio, che è una risorsa Rai, non condivido affatto questo tipo di contratto. Spero che non faccia da precedente». 

Ma perché avete accettato che un vostro big faccia un programma su una rete concorrente?
«Fazio è stato tenuto in naftalina e quindi lui e Saviano si sono mossi per trovare alternative. Poi, quando la direzione generale ha ripreso le trattative, Fazio ha posto quella condizione per restare. Ma la Rai non si può presentare col cappello in mano». 

Garimberti dice che Santoro può tornare come collaboratore....
«Santoro deve rispettare le regole. C’è un ordine del giorno votato un anno fa dal Cda che dice che i dipendenti Rai che usufruiscono dell’incentivo all’esodo non possono avere rapporti di collaborazione con l’azienda a meno che il Cda non approvi una deroga». 

Deve passare da voi.
«Naturalmente, sono le regole». 

Ma fosse per lei cosa cambierebbe in Rai?
«Punterei più sui giovani volti, sperimenterei di più, fare una tv di qualità». 

Troppo prudenti i vostri direttori di rete?
«Forse sì, ci vorrebbe un po’ più di coraggio». 

Le danno carta bianca per portare un big di un’altra tv in Rai: chi prende?
«La De Filippi». 

Ma non ha detto «tv di qualità»?
«Eh sì, ma al 50% siamo anche una tv commerciale...».




Powered by ScribeFire.

Non si lasci l'antipolitica ai Savonarola come Grillo

di Marcello Veneziani

Il comico e i suoi cavalcano il disagio. Ma le energie di chi non sopporta la Casta servirebbero al Cav per una scossa



È tornato il tempo dell’antipolitica. Il clima è saturo, il tenore di vita è in pericolo, la politica inganna e cresce il disgusto della gente. Stiamo tornando al clima che produsse la svolta del ’93 e del ’94 che fu definita - a torto o a ragione - come la fine della prima Repubblica. Bisogna tornare alle origini. Si avverte nel­l’aria che un ciclo sta finendo, ma è troppo sbrigativo e superfi­ciale pensare che il ciclo riguardi solo Berlusconi. La gente non si fida più del ceto politico, da sinistra a destra, non si aspetta nulla di buono dal parlamento e il voto sulle Province da abolire è stata solo una conferma. Si è riaperto il fossato tra i Palazzi e gli italiani.

L’Ita­lia è stanca del teatrino pro e contro Berlusconi, capisce che la realtà non si modifica a colpi di sentenze o di manovre e dif­fida delle macchine del fango e dell’incenso; così protesta con ogni mezzo, compresi le defe­zioni e i referendum. E quando vota, il metro di giudizio è in­verso rispetto alla politica: vin­ce chi tra i concorrenti appare più lontano dal potere e dalla politica. L’hanno vagamente capito Di Pietro e De Magistris, Ven­dola, che pure si ciba di pane e politica, Beppe Grillo e i No Tav. L’antipolitica non va però confusa con l’estremismo. Un conto è prospettare rimedi estremi e cure radicali, un altro è usare mezzi estremi e perse­guire fini estremi.

L’estremi­smo è velleità di scopi e schia­mazzo permanente nei toni. Stile esagitato per fini irrag­giungibili. Qui invece occorre una risposta composta, reali­stica, lucida seppure radicale. È tempo di dissotterrare l’ascia dell’antipolitica. Quan­do la politica non sa più inter­pretare il proprio tempo e il proprio popolo, quando bal­betta, arranca, sposta le atten­zioni su obbiettivi secondari o surrettizi, allora è tempo che si ritorni a estrarre le energie dall’antipolitica. Proteste e raccolte di firme, pressing sul­le istituzioni e sui Palazzi, mo­bilitazioni civili, desiderio di riprendersi la sovranità popo­lare.

Senza farsi sviare da finti propositi. Come quello di cac­ciare Berlusconi fino a indire una santa crociata, come se tutti i problemi nascessero da lui. Ma Berlusconi è vittima e beneficiario ma non è l’artefi­ce della situazione che risale al torvo declino della politica. Togliendo lui resta intero il problema dell’inefficacia delle risposte politiche, del malaffa­re politico e anche del males­sere italiano. Lui non è il ga­rante, semmai è il mancato ri­formatore della malapolitica. Un altro falso obbiettivo è quello indicato dai referendari della legge elettorale che usa­no lo specchietto per le allodo­le di restituire ai cittadini il di­ritto di scegliersi i propri rap­presentanti, istanza sacrosan­ta; ma poi di fatto puntano a restituire l’Italia al putrido e paralizzante sistema propor­zionale.

Distruggono il premio di maggioranza e dunque le premesse di stabilità per go­verni di lunga durata con mag­gioranze nette e coese (che pu­re siamo riusciti a traviare, grazie a un parlamento imbot­tito di gente infida e mercena­ria). Il vero obbiettivo che unisce il popolo, da destra a sinistra, è di tagliare le unghie, i profitti e i posti a sedere della casta. So­prattutto ora che si esigono sa­crifici da tutti. E selezionare sulla base delle capacità chi può guidare il Paese. L’antipo­litica è preziosa se serve come tabula rasa dopo una brutta stagione politica. Allora è di­struzione creatrice per genera­re un ordine e una nuova sta­bilità, dopo un effettivo ricam­bio. Ma l’antipolitica è una fa­se di passaggio, è provvisoria, serve a rigenerare la politica, a re-suscitare le sue passioni, ma scompaginando la sua agenda, i suoi agenti e i suoi canoni. L’antipolitica non può esse­re un punto d’arrivo ma di partenza.

Siamo in una di quelle fasi in cui bisogna favo­rire la scossa, ci sono vaghe ef­fervescenze e impulsi civili e politici che non trovano alvei di risposta. Un Paese non può restare a lungo aggrappato al suo passato presente. Deve propiziare, cercare, tentare nuove strade. Quando le rifor­me non decollano, non funzio­nano, sono deviate e annac­quate, è tempo di ripartire con le rivoluzioni. Mentre il gover­no porta a termine il suo man­dato, occorre dar vita a due anni di scosse d’assestamento. E poi la svolta.



Powered by ScribeFire.

Zuppa di porro. Ecco chi è il saggio che incalza i poteri forti

di Nicola Porro

Per l’Italia circola a piede libero e schiena dritta un saggio che quando il governo ne combina una delle sue (e quante ne combina), apre bocca e ci rega­la una perla di buon senso



La zuppa si è accorta di un fenomeno che vale la pena riprendere. Per l’Italia circola a piede libero e schiena dritta un saggio che quando il governo ne combina una delle sue (e quante ne combina), apre bocca e ci rega­la una perla di buon senso. Ci mostra la strada. L’uomo non se ne fa sfuggire una. E posto che il governo, i suoi ministri, regalano ogni giorno un prezio­so spunto, il saggio è costretto ad intervenire sempre più spes­so. Zac, con una stilettata mette tutti al loro posto. Ieri non ha avuto dubbi: «Gli italiani e le tante eccellenze del nostro Pae­se non si meritano lo spettacolo indecoroso che sta offrendo la politica». Perbacco, parole san­te anche per i non eccellenti.

Ma tra i tanti spettacoli e i tanti decori a quali esattamente si riferisse il saggio non è dato sapere. Abbiamo un sospetto sul caso Tremonti-Milanese. Ma si sa, gli oracoli vanno un po’ interpretati. Il 23 giugno però abbiamo ascoltato musica per le nostre orecchie: «Nelle con­dizioni in cui versa il Paese, l’aiuto di tanti è neces­sario, ma nessuno può e deve sentirsi indispensabi­le ». Avete capito furbacchioni, non siete indispen­sabili. Ognuno poi riempia la casella come crede: Tremonti, Berlusconi... È anche vero che se serve l’aiuto di tanti, tocca trovarli. E oplà il saggio li ha già individuati. 13 giugno: «Il fatto più positivo di questi referendum è la grande affluenza».

È la gente, è il popolo, ecco chi sono i tanti. Già nel lontano 2007 ci aveva ammoniti: «È inaccettabile il moltiplicarsi sul territorio di aziende pubbliche locali». Sì, certo, grazie ai referendum i mostri municipali continue­ranno a crescere, ma il nostro saggio è così. Va al sodo, ai principi: i dettagli li affida alla cronaca. Il saggio è uno dei nostri, il 23 maggio sbeffeggia queste supponenti agenzie internazionali: «Non ci voleva Standard & Poor’s per dire che il Paese non cresce e che ha bisogno di scelte coraggiose». In ef­fetti bastano e avanzano le esternazioni del saggio, che un mese dopo ci ricorda che non si può fare spesa in deficit, o il 15 giugno ci dice che il Paese è fermo. Insomma, ha ben ragione il nostro oracolo: banalità per banalità, meglio tenersi le sue, che quelle di questi prezzolati americani.

Fermi tutti, il saggio il 13 maggio mentre la politica cazzeggiava prende carta e penna e le canta: «Non è accettabile che la classe politica venga giudicata solo in base a parole, risse e incapacità di affrontare i problemi veri del Paese». Ops, ma chi giudica la politica solo in base alle parole, o peggio le risse? Non saranno mica gli stessi dell’affluenza, del referendum, del­l’acqua? No, no, evidentemente quelli sono quelli buoni. Quelli cattivi, sono quegli sciocchini che giudicano solo in base alle parole. E il saggio le pa­role le usa come pietre. Sentite questa, sempre il 13 maggio, giorno benedetto per i discepoli: «Dobbia­mo uscire da questa fase di denuncia, e anche giu­sta lamentela, per essere protagonisti del cambia­mento.

Dobbiamo passare all’azione. Sento una grande mancanza di una politica economica, di co­raggio, di scelte e una grande mancanza di saper affrontare, non solo in campagna elettorale, i veri problemi dei cittadini e delle imprese». Porca mise­ria, quando si parla chiaro: azzzzzzione. Forza. Dal 13 maggio il nostro per la verità ha continuato nella sua opera di denuncia. Ma non facciamo confusio­ne. Se la denuncia viene dal nostro è attiva, se l’azione viene dagli altri è da denunciare. Il 20 aprile scopriamo che «solo con la crescita si crea il lavoro», il 1º aprile ci tuffiamo nell’illuminazione: «La prima cosa da fare è rifiutare l’apatia» e il 21 febbraio la scoperta: «I giovani sono il futuro di questo Paese».

Ben detto. Qualche disinformato lettore della zuppa si do­manderà chi è il saggio. Ma come. Chi in Italia è per la meritocrazia, chi è vicino ai bisogni della gente, chi non ha mai offerto alcuno spettacolo indecoro­so, chi è fuori dai giochi, chi disdegna l’establish­ment e si confronta ogni giorno con il mercato, chi ha fatto della serietà il suo stile, e della rettitudine la propria andatura, chi chi chi? Ma è ovvio, Luca Cordero di Montezemolo. È lui il nostro saggio. In attesa della prossima perla lo preghiamo: tutto giu­sto, tutto vero, tutto sacrosanto, ma domani ci fac­cia vincere la Ferrari.




Powered by ScribeFire.

La spartizione dei posti in Finmeccanica

Corriere della sera

Ecco le liste con i nomi di politici e manager


NAPOLI - Manager sponsorizzati dai politici che così si spartiscono i posti nei consigli di amministrazione delle aziende di Stato. Foglietti con le indicazioni da eseguire consegnati, alla vigilia delle nomine, da ministri e parlamentari per accaparrarsi almeno una poltrona nelle società controllate da Finmeccanica.

Sono le carte dell'inchiesta condotta dal pubblico ministero Vincenzo Piscitelli sulla presunta corruzione di Marco Milanese - deputato pdl ed ex consigliere del ministro Giulio Tremonti - a svelare i retroscena della divisione tra partiti che consente anche il controllo degli appalti. E a rivelare quanto forte fosse l'influenza dello stesso Milanese e cospicua la contropartita che sarebbe riuscito a ottenere dai suoi «protetti»: auto di lusso, gioielli, soldi in contanti, ma anche splendide ville in Costa Azzurra. Un «tesoro» che comprende pure conti all'estero.

I «consiglieri» della Lega e di La Russa
È l'esame dei computer del responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica Lorenzo Borgogni - indagato per corruzione in un'altra indagine - a far emergere le trattative per la designazione di alcuni consiglieri. Ci sono schemi, appunti, anche alcune mail ritenute «interessanti» dagli investigatori. Durante la perquisizione nel suo ufficio è stato trovato un foglietto con una lista di politici scritti a penna: «Giorgetti, Milanese, Romani (Guerrera), Fortunato (Mef), Galli, Squillace x La Russa».

Per saperne di più Piscitelli convoca Barbara Corbo, la segretaria di Borgogni. E l'11 marzo scorso la donna chiarisce: «Il file trovato nel mio computer denominato "Membri esterni controllate giu10 x Milanese.doc" tratto dalla cartella C:Borgogni 2010 e 2011, è un documento che ho redatto io recependo le indicazioni e le informazioni del dottor Borgogni... La denominazione "Lega" che compare accanto ai nomi Maffini, Ghilardelli, Belli e Vescovi, presenti nello stesso file, presumo sia riferibile al partito politico. Il nominativo La Russa che compare accanto ai nomi di Plinio, Politi e Gatti presumo sia quello dell'attuale ministro della Difesa ma tali circostanze potranno essere confermate solo da Borgogni».

Il giorno dopo l'alto dirigente di Finmeccanica viene interrogato. E conferma: «Per le nomine di terzo livello dove gli emolumenti sono molto bassi, concordo con l'ad delle società controllanti quelle dove effettuare le nomine all'interno dei curricula che arrivano o dal mondo della politica soprattutto del territorio dove sono insediate le società o dai consiglieri di amministrazione di Finmeccanica.

Naturalmente le nomine di questi sette consiglieri, benché provengano formalmente dal ministero del Tesoro, sono il prodotto di una mediazione politica all'interno delle componenti della maggioranza di governo, dove il tavolo di compensazione è a Palazzo Chigi e dove confluiscono le richieste dei ministeri di riferimenti come Difesa e Sviluppo Economico con i quali Finmeccanica ha rapporti. Per le nomine di primo livello in previsione della scadenza io preparo un prospetto e lo mando ai tre ministeri, a Palazzo Chigi e ai consiglieri espressione della politica».

Le indicazioni di Scajola e Giovanardi
Borgogni si sofferma poi su chi è ancora in carica. E afferma: «Per quanto riguarda gli ultimi tre anni, Squillace è espressione del ministro La Russa, il consigliere Galli della Lega, mentre per lo Sviluppo Economico (Scajola) il riferimento è stato il consigliere Alberti, anche se formalmente espressione dell'azionista Mediobanca.

Per quanto riguarda il Tesoro la lista la consegnavo a Milanese. Naturalmente da ciascuna parte ci sono state richieste per il maggior numero di persone e per il 2010 c'è stato un tavolo di compensazione e di coordinamento dove erano presenti Letta, Milanese, Giorgetti per la Lega e io che avevo ricevuto due, tre nomi da La Russa che non poteva partecipare.

In questa riunione si decise poi quale parte politica doveva presentare i curricula e per quale società (per esempio la Lega a mezzo Giorgetti chiese che un posto fosse senz'altro riservato a quel partito in Ansaldo Energia riservandosi di farmi avere un curriculum forse già datomi nell'occasione) e così via... Ricordo per esempio che il nominativo di Adolfo Vittorio per Elsag Datamat me lo diede Letta per conto di Giovanardi che poi mi chiamò in prima persona...

Ricordo che il nominativo di Marchese (Guido, arrestato due giorni fa, ndr ) fu proposto da Milanese nelle caselle che spettavano al Tesoro, per la presidenza del Cs di Oto Melara e per il cda di Ansaldo Energia dove fu registrata l'incompatibilità ai sensi del codice civile. Quando sorse il problema rilevammo che era stato nominato anche l'anno precedente, sempre su indicazione del Tesoro, nel Cs di Ansaldo Breda».

Tra le nomine finite nell'indagine anche quella di Giovanni Alpeggiani in rappresentanza del ministro della Salute Ferruccio Fazio nel cda del policlinico San Matteo di Pavia. Si tratta di uno dei soci di Milanese in alcuni investimenti immobiliari in Costa Azzurra, ma nel suo interrogatorio nega che a proporlo sia stato il parlamentare. «Sono stato designato - afferma - dopo che in prima battuta era stato designato Paolo Cirino Pomicino, ma poiché quella prima scelta sollevò un vespaio di critiche, il ministro designò me. Non ne ho mai parlato con Milanese e credo che neanche lo sappia».

Le ville in Francia, i conti esteri, le carte «gold»
È Sergio Fracchia a rivelare al pm Piscitelli gli affari immobiliari del parlamentare sui quali si concentra adesso l'indagine soprattutto per accertare l'origine del denaro utilizzato per gli acquisti: «Ho lavorato come venditore di immobili su "Antenna3", una Tv libera lombarda, e il legale di questa società era l'avvocato Maria Taddeo. Diventammo amici anche con il marito di allora Marco Milanese. Divennero anche miei clienti comprando una casa a Cap Martin nel 96/97.

Questa casa è stata poi venduta, sempre attraverso di me, e ne hanno comprata un'altra più grande con una camera in più, sempre a Cap Martin. Anche questa seconda casa è stata poi venduta, sempre mio tramite. Qualche anno dopo mi hanno chiesto un investimento più consistente e hanno comprato, nell'anno 2006/2007, una villetta a Cannes, ricorrendo ad un mutuo, pagandola poco sopra il milione di euro. Inoltre, devo precisare che nella mia attività ci sono molte persone che vogliono investire nel settore immobiliare ma non hanno la disponibilità sufficiente per comprare un intero immobile.

Per venire incontro a questa esigenza, si costituiscono delle società immobiliari, sempre di diritto francese, e si vendono le quote di partecipazione per importi che possono oscillare da 50.000 a 150.000 euro massimo. Milanese, oltre le villette di cui ho parlato, nel 2007/2008, se ben ricordo, in occasione dell'acquisto dell'ultima villetta, aveva comprato quote in due di queste società, una era "Rivarma Srl" e l'altra "Castello Srl". Se ben ricordo per quanto riguarda la prima Milanese aveva pagato tra 135.000/160.000 euro circa, per la seconda tra i 40.000/50.000 euro.
Per quello che è noto a me, Milanese conserva ancora una partecipazione in una terza società francese per 15.000 euro».

La perizia contabile svela invece la movimentazione bancaria di Milanese e della sua fidanzata Manuela Bravi, portavoce del ministro Giulio Tremonti. E nelle conclusioni il consulente Luigi Mancini scrive: «Milanese, oltre ad avere avuto vari "corrispondenti" esteri, è sicuramente titolare di un conto bancario estero presso il Crédit Agricole, agenzie di Draguignan. Sarebbe necessario acquisirne la relativa documentazione essendovi transitati moltissimi bonifici disposti sia dal conto acceso presso il banco di Napoli, sia dal conto presso il Credito Artigiano. Un ulteriore approfondimento meriterebbe il rapporto di debito intercorso con American Express sul conto accesso presso il banco di Napoli. Nei 57 mesi esaminati la somma complessiva è ammontata a 448.637 euro con una media mensile di circa 8.000 euro e con una punta di spesa di circa 23.000 euro in un solo mese!».

Fiorenza Sarzanini
09 luglio 2011 09:13

Milanese, la Ferilli e il cinepanettone

Corriere della sera
Vicende gravi e miserabili
di P. Battista

L’ultimo volo dello shuttle

Corriere della sera

Con Atlantis STS-135 si chiudono trent’anni di storia spaziale iniziata con grandi entusiasmi il 12 aprile 1981


MILANO - L’ultimo momento nella storia dello shuttle è arrivato. Con Atlantis STS-135 che vola in orbita si chiudono trent’anni di storia spaziale iniziata con grandi entusiasmi il 12 aprile 1981. Quel giorno si celebravano i vent’anni dal primo volo di un uomo nello spazio, il russo Yuri Gagarin. E proprio in due decenni si è passati da una semplice capsula sferica che ritornava in caduta libera sulla Terra ad uno spazio-plano che rientrava come un aeroplano e con le ali governate dai computer.


L'ultimo lancio dello Shuttle

MALERBA - Atlantis è lo shuttle che ha portato in orbita anche il primo astronauta italiano Franco Malerba nel luglio del 1992 ma che nella sua lunga storia iniziata con il primo volo nel 1985 ha segnato altri passi importanti. E’ stata, ad esempio, la prima navetta ad agganciarsi alla stazione spaziale russa Mir nel 1995 ed è stata protagonista nel 2009 dell’ultima riparazione e ammodernamento del telescopio spaziale Hubble allungandone significativamente la vita di molti anni.Con le sue 33 missioni, Atlantis è lo shuttle che ha volato di più dopo Discovery arrivata a 35. A bordo ci sono quattro (di solito erano sette) astronauti veterani, tutti cinquantenni, con l’esperienza di più voli sulle spalle. Tra questi la signora Sandra Magnus, ingegnere e con una residenza sulla stazione di 4 mesi. Il loro sarebbe un volo senza storia, di routine, se non fosse appunto l’ultimo della prima astronave riutilizzabile mai costruita. Nella stiva c’è il modulo di rifornimento italiano Raffaello costruito a Torino da Thales Alenia Space, riempito con quattro tonnellate di materiali (da apparati tecnici ad altri elementi utili alla vita sulla stazione)che dovrebbero servire almeno per un anno fino a quando il primo traghetto automatico americano riuscirà ad entrare in servizio. Poi alla fine della missione di 12 giorni lo riempiranno di due tonnellate e mezzo di altri materiali da recuperare e portare a casa.


LE AMBIZIONI - Pur non avendo soddisfatto le ambizioni iniziali (un volo alla settimana, bassissimi costi e cento voli per ogni velivolo) lo shuttle nelle sue 135 missioni ha consentito grandi esperienze e la più importante è certamente la costruzione della stazione spaziale internazionale: 37 lanci sono stati dedicati alla imponente architettura cosmica. In trent’anni, a bordo degli shuttle, sono saliti 355 astronauti di varie nazioni, dall’Europa all’Ucraina al Messico oltre gli Usa e alla Russia, naturalmente, e alcuni dei quali hanno volato più volte. A bordo sono stati condotti oltre duemila esperimenti scientifici molti dei quali grazie all’aggiunta nella stiva del modulo-laboratorio Spacelab costruito dall’Esa europea. Purtroppo la storia è stata segnata anche da due tragedie con la distruzione di Challenger e Colombia nel 1986 e nel 2003 e la perdita di 14 vite umane. Dagli anni ottanta abbiamo seguito numerosi lanci da Cape Canaveral e avendo seguito spesso l’integrazione nel Vertical Assembly Building ci rendevano conto della complessità della macchina spaziale. Solo quando decolla si mettono in azione 2,5 milioni di parti. E tutte le volte che sale in cielo sembra quasi un miracolo. Ma è stato un miracolo dell’ingegneria riuscire a costruirla anche se la sua debolezza tecnologica intrinseca l’ha costretto ad un ritiro forzato per evitare altri gravi rischi.

Giovanni Caprara
08 luglio 2011 19:47

Caraffe filtranti, primi indagati «Peggiorano la qualità dell'acqua»

Corriere della sera


Accuse della Procura di Roma. I produttori: nessun rischio. Problema del deterioramento del filtro





ROMA - Sulla guerra per l'acqua potabile (minerale o filtrata?) che ormai investe una decina di procure - da Torino a Sassari, passando per Terni, Velletri e Santa Maria di Capua Vetere - la prima iniziativa viene da Roma. Tre mesi dopo la denuncia di Mineracqua contro i marchi di caraffe filtranti Brita, Auchan e Viviverde (Coop), i magistrati romani hanno deciso l'iscrizione nel registro degli indagati dei produttori del filtro di ultima generazione, una sorta di depuratore in dotazione alle ormai popolari brocche filtranti che, dalla Germania dove sono nate, hanno ampliato la loro fetta di mercato. Malgrado la discreta fama di qualità delle acque di rubinetto nostrane, finora avrebbero venduto circa un milione di esemplari complice un design accattivante e prezzi popolari.

L'iniziativa del pm Mario Dovinola è supportata da una perizia eseguita dal nucleo antisofisticazione dei carabinieri il cui contenuto resta al momento segreto. La decisione assieme all'annuncio che per il momento non ci sono altri provvedimenti annunciati «non abbiamo previsto sequestro») si annuncia tuttavia controversa. Sia perché i produttori del filtro potrebbero essere più d'uno (quanti?) e non solo la tedesca Brita leader del settore ma anche perché tra i reati ipotizzati inizialmente - commercio di sostanze dannose alla salute, violazione della normativa sullo smaltimento dei rifiuti, frode in commercio - quella di violazione delle norme sugli alimenti sembrava solo una fra le tante e neppure, forse, la più probabile. Esempio: dalla perizia commissionata qualche mese fa dal pm torinese Raffaele Guariniello risulterebbe altro. Che cioè il filtro delle caraffe non migliorerebbe la qualità dell'acqua di per sé potabile. Al contrario la impoverirebbe di calcio (ad esempio) e altri sali ai quali siamo abituati o che ci sono necessari. Dalle prove effettuate fra settembre e novembre 2010 dai ricercatori dell'università La Sapienza di Roma, affiorava poi il problema del deterioramento progressivo del filtro. Inutile o addirittura dannoso? Inefficace o veicolo di colture batteriologiche? Insomma la questione è complessa.

Intanto, alla notizia di un primo indagato per le caraffe filtranti Ettore Fortuna il presidente di Mineracqua, chiamata a difendere un business di circa 194 litri pro capite all'anno (l'Italia è in vetta ai Paesi consumatori di minerale) dice: «Evidentemente il nostro esposto è fondato su analisi serie». Assistito dal suo legale Giovanna Corrias, Fortuna segue l'evoluzione delle indagini anche in altre procure d'Italia (alcune delle quali hanno commissionato analisi approfondite al Cnr). Nei giorni scorsi Brita aveva reso noto di aver ricevuto l'autorizzazione alla divulgazione del parere del Consiglio superiore di sanità. Parere «che non rileva nessun rischio per la salute a seguito dell'utilizzo delle caraffe filtranti» si legge nel comunicato. I filtri delle caraffe, si era difesa Brita mesi fa, «dispongono delle autorizzazioni ministeriali di Germania e Austria». Ma a questo punto la vera preoccupazione è un'altra: l'iniziativa dei magistrati romani condizionerà le decisioni di altre procure?

 Ilaria Sacchettoni
09 luglio 2011 08:37



Powered by ScribeFire.