venerdì 8 luglio 2011

Furto d'identità, la polizia identifica un cinquantenne bergamasco

Il Giorno

Al centro delle indagini della Squadra di Polizia Giudiziaria della Sezione Polizia Postale e delle Comunicazioni di Benevento una serie di episodi di phishing




Un uomo davanti al computer (foto Spf)

Bergamo, 7 luglio 2011



La Squadra di Polizia Giudiziaria della Sezione Polizia Postale e delle Comunicazioni di Benevento ha portato a termine un’articolata attività d’indagine info-telematica riguardante diversi episodi di ‘’phishing’’, ovvero il furto d'identità telematica utilizzata per ottenere l’accesso a informazioni personali o riservate mediante l’utilizzo di messaggi di posta elettronica fasulli o messaggi istantanei. Come responsabile della truffa è stato identificato e denunciato un cinquantenne di Romano di Lombardia, noto alle forze dell’ordine e attualmente irreperibile.

Questi messaggi imitano grafico e logo dei siti istituzionali: l’utente viene ingannato e portato a rivelare dati personali, come numero di conto corrente, numero di carta di credito, codici di identificazione. A far scattare le indagini erano state le denunce di alcuni utenti che si erano visti stornare online cifre, in alcuni casi anche assai considerevoli, dalle proprie carte prepagate.

Le indagini hanno avuto una concreta svolta nelle ultime ore, quando la minuziosa acquisizione di precisi riscontri oggettivi da parte degli investigatori, ha permesso di verificare che molti degli importi sottratti erano stati accreditati sulla medesima carta postepay e immediatamente riscossi presso alcuni sportelli bancomat del bresciano. Il truffatore si è reso irreperibile mentre tuttora sono in corso ulteriori indagini volte ad identificare eventuali complici dell’uomo che avrebbe già rastrellato alcune migliaia di euro.




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Richiede la nuova tessera sanitaria ma all'Asl scopre di essere deceduto

Il Giorno

Tragicomica avventura di un pensionato, vittima di un errore burocratico: i suoi dati erano stati scambiati con quelli del padre





In coda allo sportello dell'Asl

Fara d'Adda, 8 luglio 2011



Un incredibile disguido burocratico. Una vicenda degna di un film dell’assurdo. Protagonista un pensionato di 59 anni, Sebastiano Turchiarelli, ex saldatore, residente a Fara d’Adda, che nei mesi scorsi si è presentato all’Asl di Treviglio per chiedere la nuova tessera sanitaria e ha così fatto una scoperta choccante: per gli impiegati dell’azienda sanitaria risultava deceduto.

Tutto ha inizio lo scorso dicembre, quando l’uomo, in pensione da un anno, si accorge che il documento sanitario è scaduto da 12 mesi, come quello dei suoi familiari, e decide quindi di fare regolare richiesta per ottenerne uno nuovo. Il 3 gennaio la nuova tessera arriva per posta a tutti i suoi parenti, ma della sua non c’è traccia. «Ho aspettato alcuni mesi invano - spiega Turchiarelli -, pensando che si trattasse di un ritardo e che presto sarebbe arrivata anche a me.

Ai primi di marzo, non avendo ancora ricevuto nulla, sono tornato allo sportello dell’Asl per avere chiarimenti in merito. Della mia tessera, però, nessuno sapeva nulla. Sembrava scomparsa, volatilizzata nel nulla. Mi hanno rilasciato un documento provvisorio e mi hanno detto di presentarmi il 24 marzo. Ma anche questa volta mi hanno consegnato un’altra tessera sanitaria provvisoria. Allora ho chiesto all’impiegata di risolvere il problema, anche per non continuare a fare avanti e indietro da Fara a Treviglio. La donna mi ha promesso che avrebbe verificato e che mi avrebbe richiamato qualche giorno dopo».

«In effetti - prosegue il pensionato - tre giorni dopo mi hanno chiamato e con mia grande sorpresa mi hanno comunicato che risultavo morto. Quasi non credevo alle mie orecchie, ho pensato ad uno scherzo. L’impiegata mi ha spiegato che per la Provincia o la Regione, questo particolare non lo ricordo bene, ero deceduto. Quindi mi hanno indirizzato all’Agenzia delle Entrate di Treviglio, dove mi hanno confermato che anche per loro risultavo morto. Ho scoperto che sarei deceduto il 2 dicembre del 2004, proprio la data della scomparsa di mio padre. L’errore è nato proprio da questo, peccato che lui fosse nato nel 1914 e morto a Foggia, mentre io sono nato nel 1952 e vivo in Lombardia da oltre quarant’anni».

Il personale dell’Agenzia delle Entrate - ricorda l’ex saldatore - mi ha riconvocato pochi giorni dopo e mi ha spiegato che in effetti l’errore è stato dovuto proprio alla morte di mio padre. In pratica hanno dato per deceduto anche me. Gli impiegati, però, mi hanno assicurato che a breve tutto verrà risolto e che potrò avere finalmente la mia nuova tessera sanitaria. Speriamo - conclude il pensionato - di non incappare in altre sorprese e di ottenere il documento senza intoppi. In questa storia ce ne sono già stati troppi. Pensi che quando ho messo al corrente della vicenda mia moglie, lei mi ha risposto incredula che le sembrava una barzelletta».
di Michele Andreucci




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La barca, le auto, gli orologi «Ci penso io, ricompensami»

Corriere della sera

L'imprenditore Viscione: era esoso, ma mi portava le intercettazioni





ROMA - «E quindi, se lei dovesse fare un conto delle somme che ha dato?», domanda il magistrato. «In tutto una milionata, non sono preciso... sulle novecentocinquanta, un milione e cinquanta. Con esclusione della barca e dei regali che tra l'altro, soprattutto nella prima ondata, sono stati numerosi e molto costosi. Tipo un paio di gioielli, un paio di orecchini da sette carati di brillanti, che io sono stato costretto a regalargli, perché erano stati prenotati da lui in un negozio di Capri».

Uno «scapocchione fortunato»
Il 19 dicembre scorso l'imprenditore Paolo Viscione, arrestato per truffa e altri reati, decide di denunciare pagamenti e regalie al deputato del Pdl ed ex ufficiale della Finanza Marco Milanese, strettissimo collaboratore del ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Gioielli, orologi, macchine e soldi per essere protetto dalle indagini delle Procure e delle Fiamme gialle, spiega. E il giudice, che vuole arrestare Milanese anche per il reato di associazione a delinquere commesso proprio insieme a Viscione, ritiene il suo racconto «intrinsecamente credibile, non essendovi motivi per dubitare della scelta collaborativa».

Vengono dallo stesso paese, Viscione e Milanese, Cervinara in provincia di Avellino: «Siamo compaesani, ma lui è un ragazzo di cinquant'anni, io ne ho circa settanta, quindi le lascio immaginare in che considerazione veniva preso questo ragazzo, che in effetti sapeva di essere uno "scapocchione" per il padre che io conoscevo, e che a tutti i costi l'ha voluto inserire. Ha avuto un bel successo, perché la fortuna l'ha accompagnato...». Un «ragazzo» che dalla posizione raggiunta, fianco a fianco con il ministro dell'Economia, intorno al 2004 si è ripresentato a Viscione: «Ha cominciato a portarmi notizie e a intimorirmi sulle posizioni mie che sembravano preoccupanti rispetto a indagini da parte della magistratura... Mi venne a dire che ci stava un problema su Napoli... Chiaramente la cosa mi ha impressionato molto, perché già si parlava di associazione a delinquere finalizzata a reati finanziari». Insieme al problema, Milanese offriva la soluzione. Non gratuitamente, però: «Dice "qua ci penso io, ci penso io, ci penso io"... Insomma, c'è stata una richiesta di danaro a cui ho dato soddisfazione... Poi abbiamo cominciato a parlare del leasing di un'automobile, una Aston Martin che gli abbiamo preso usata; si è arrabbiato perché era usata e abbiamo cambiato la macchina».

Negli Usa con la Ferilli e De Sica
Intorno al 2009 c'è quella che Viscione chiama «la seconda ondata», quando Milanese gli si ripresenta in un ristorante della capitale: «Mi incontra... "guarda che hai due indagini in corso, una del dottor Piscitelli di Napoli, l'altra ce l'ha la dottoressa non so chi di Roma"». Le promesse sono sempre le stesse: «Non ti preoccupare, ci penso io... E siamo arrivati al febbraio che lui mi dice "sei intercettato, non si può parlare più"». Anche stavolta, in cambio dell'avviso il deputato pretende un corrispettivo. «Fa delle richieste esosissime, io le adempio gradualmente», confessa Viscione che poi fa qualche conto: «Come soldi gli ho dato quattro e cinquanta (450.000 euro, ndr), che avrei dovuto dargliene seicento...

Tutti in cash, prelevati dalle banche». A prenderli e portarli andava un uomo di fiducia dell'imprenditore, «cento, cento, cento alla volta». In un'occasione Milanese gli avrebbe portato le trascrizioni delle conversazioni registrate, «mi ha fatto leggere proprio i testi delle intercettazioni», ma già prima - a sentire l'imprenditore - il deputato aveva aumentato le sue pretese. Per esempio un viaggio negli Stati Uniti per le vacanze natalizie del 2009: «Questo è volgarissimo, perché si è fatto disdire dieci volte il viaggio, perché doveva partire con la Ferilli, con De Sica... dovevano stare tutti allo stesso piano e si doveva trovare lo stesso albergo...». Il particolare è riscontrato, secondo il giudice, dalle dichiarazioni di Flavio Cattaneo, fidanzato dell'attrice Sabrina Ferilli, e della fidanzata di Milanese, Manuela Bravi, portavoce del ministro Tremonti. E il viaggio negli Stati Uniti risulta saldato da una delle società di Viscione.

La barca, la Ferrari, gli orologi
L'imprenditore pagava e trovava altri che pagavano, riferisce ai magistrati. Come quando Milanese voleva vendere una barca, e lui gli trovò l'acquirente: Fabrizio Testa, poi nominato nel Consiglio di amministrazione dell'Enav e al vertice di una società controllata dall'ente. È Viscione a convincerlo: «Lo faccio portare da me e gli dico... ti compri la barca, la fai comprare da qualcuno e quello ti farà il piacere sicuramente... Cosi è stato... Fabrizio Testa, inquisito nello scandalo famoso delle fatture false Enav... Non lo voleva Matteoli, non lo voleva Alemanno, Tremonti l'ha fatto nominare...». Le indagini hanno accertato che «la barca è stata pagata a un prezzo molto superiore a quello effettivo di mercato» da una società che poi «ha quasi contestualmente versato somme alla Fondazione Casa della Libertà, chiara articolazione di natura politica».

Tra le regalie a cui Viscione si sentiva costretto e alle quali ha deciso di ribellarsi, c'è pure una Ferrari Scaglietti, presa e data a Milanese usando la Aston Martin in permuta «più assegni miei, di portafoglio»: E ci sono «gli orologi, adesso ma anche prima, ci stanno gli orecchini alla moglie...». Gli investigatori hanno rintracciato il venditore di orologi, che conosce anche Milanese, il quale ha ricordato gli acquisti di Viscione per il Natale 2009: «Comprò tre orologi di prestigio, un "Frank Muller" da donna con brillantini e forma a cuoricino e due "Patek Philippe", mod. 5055 con cinturino in pelle e mod. 5035, entrambi da uomo, dal valore complessivo di mercato di circa 50.000 euro... Gli orologi erano destinati a un nostro cliente, il dottor Marco Milanese, che venne personalmente a sceglierli e a ritirarli». Disse che uno era per Tremonti, ma il ministro ha detto ai magistrati di non averlo mai ricevuto.

Le nomine pagate
In cambio di denaro e altre utilità, l'accusa ritiene che Milanese abbia «promesso prima e assicurato poi l'attribuzione di nomine ed incarichi in diverse società controllate dal ministero, ricevendo come corrispettivo somme di denaro e altre utilità». È successo con le due persone messe ieri agli arresti domiciliari: Guido Marchese, «ricevendo dallo stesso la somma di 100.000 euro», con Barbieri Carlo, attraverso «lo stesso modus operandi». A queste conclusioni il giudice è arrivato attraverso conferme autorevoli: il direttore centrale delle relazioni esterne di Finmeccanica, Lorenzo Borgogni, e l'amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti. Il primo «confermava quanto già reso evidente dagli atti acquisiti, e cioè che il nominativo del Marchese gli era stato fornito da Marco Milanese»; il secondo, «pur dichiarando di non ricordare chi gli avesse sottoposto, per raccomandarlo, il nominativo di Barbieri Carlo, confermava però che la sua nomina era stata certamente a lui proposta dall'esterno della società. Precisava, inoltre, che delle nomine per conto del ministero dell'Economia si era sempre occupato il Milanese».


Giovanni Bianconi
08 luglio 2011 08:48




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Gli Stanlio e Ollio socialisti divisi dai tempi del Psi su laurea, Craxi e partito

di Redazione


Giurista snob uno, economista guerrigliero l’altro: dai "calci nel c..." al "cretino", ecco perché Tremonti e Brunetta non si sono mai amati


Una volta l’anno ci giungono alle orecchie gli echi di una lite tra Renato Brunetta e Giulio Tremonti. Niente di elaborato, solo qualche cretino e citrullo, che i due si scambiano in sedi ufficiali, consiglio dei ministri, conferenze stampa, ecc. Non oso immaginare cosa succederebbe se potessimo origliarne i discorsi. A naso, direi che si mandano cordialmente all’inferno anche nell’alcova. Dico «cordialmente» perché penso che tra loro non ci sia odio ma un rapporto alla Stanlio e Ollio da cui entrambi traggono linfa.
L’altro ieri - come avrete visto ieri in tv - Tremonti è stato beffardo con Brunetta. Il ministro della PA stava dicendo la sua ai giornalisti quando il titolare dell’Economia, ignaro che il suo microfono fosse aperto, ha farfugliato ai collaboratori, «è proprio un cretino» e si è aggiustato la cravatta per darsi un contegno innocente. Poi, si è chinato verso Sacconi, il ministro del Lavoro (il parterre era di lusso), bisbigliando: «È scemo eh?». L’altro: «Non lo seguo neppure». Tremonti ha ribadito: «È proprio un cretino». La cosa poi finita è benissimo come sempre in passato. Giulio, saputo che le frasette rubate erano state trasmesse dalla tv di Repubblica - ti pareva! -, si è scusato con Renato e i due si sono abbracciati.
Solo tre annotazioni. Anche stavolta a iniziare è stato Tremonti che dei due è il più aggressivo. Secondo: essendo lui il padrone di casa (l’incontro si è svolto al ministero dell’Economia) ha mancato davvero di tatto. Terzo: mentre dava dello scemo a Brunetta la figura del medesimo l’ha fatta lui che aveva il microfono aperto.
I precedenti sono molti. Quasi sempre dovuti al fatto che Tremonti decide per tutti e lascia a bocca asciutta gli altri ministri. A reagire di più è Brunetta che ha una pepata parlantina veneziana. Ma le vittime di Giulio sono tante. Nel novembre 2009, la siracusana
Prestigiacomo gli chiese in Consiglio dei ministri più soldi. Tremonti inalberò il suo visetto da putto e disse: «Stefania, hai un modo così siciliano di ragionare…». L’altra si inviperì e scoppiò un can can. Poi, indignata, lasciò la sala sibilando: «Me ne vado, sennò alzo le mani».
Giulio, ormai su di giri, si concesse subito dopo l’ennesima litigata con Brunetta che illustrava la sua legge antifannulloni, interrompendolo: «Non si fa la semplificazione con una nuova regolamentazione». Qualsiasi cosa volesse dire, fu l’inizio di un appassionato dibattito su chi dei due fosse più preparato. «Io queste cose le conosco - si agitò Renatino -, Tremonti non è un economista». Infatti, è laureato in Legge. Glielo rimproverano tutti i tecnici - Antonio Martino, Brunetta ecc - che lo considerano un dilettante e sono esasperati che tocchi a lui guidare l’economia nazionale. La lite proseguì per un po’, finché Renatino - che è un bonaccione pronto ad abbracciare e baciare tutti - allungò la mano per fare pace. L’altro tirò indietro la sua con un cavernoso: «Non ti avvicinare, altrimenti ti prendo a calci in c...».
La loro non è una vera rivalità, perché c’è spazio per entrambi. È che da troppi anni costeggiano gli stessi ambienti e inciampano l’uno nell’altro. Tremonti, 64 anni in agosto, è leggermente più anziano di Brunetta, 61. Hanno debutti opposti. Giulio - veneto di origine, lombardo di adozione - è di ricca famiglia liberale, fa studi regolari e diventa socialista durante il servizio militare.

Renatino, figlio di un ambulante veneziano, vive in una casa di novanta metri in cui abitano in nove. Neanche un libro in giro. Però fa il classico, si laurea in Economia e a 31 anni è in cattedra. Aderisce anche lui al Psi, ma per ragioni di status, non per scelta intellettuale come Tremonti.
Anche per questo, gli ambienti psi che frequentano sono opposti. Giulio è accolto nel milieu del marchese Franco Reviglio, gran professore e ministro delle Finanze. I condiscepoli sono giovanotti blasonati: Domenico Siniscalco, futuro ministro, Franco Bernabè (oggi, Telecom), Alberto Meomartini, attuale presidente della Confindustria milanese. C’è anche Vincenzo Visco, più in disparte. Si affaccia spesso Giuliano Amato, quintessenza dell’eminenza grigia.
Tutta gente che ama più il potere dietro le quinte che la politica, anche se alcuni ci approderanno. Brunetta, al contrario, si intruppa con i veneziani: il capo, Gianni De Michelis e il pupillo, Maurizio Sacconi. Sono ruspanti e politici nati che non temono di entrare nelle fabbriche occupate e discutere. I revigliani sono più di sinistra e hanno verso Craxi un atteggiamento snob, ma senza imprudenze. I lagunari gli sono schiettamente vicini. Eppure, come non manca di fare notare Brunetta, lui non ha fatto parte dell’Assemblea del Psi -i «nani e ballerine» per intenderci-, Giulio sì. Come dire: si permette di arricciare il naso ma non si lascia sfuggire l’invito a corte.
Tra i due uomini la differenza è questa. Tremonti prima pensa a sé, poi alla causa. Brunetta, pur amandosi, privilegia il partito. Guardando all’oggi: Giulio, per darsi lustro, manda a fondo la barca del Pdl. Renatino, che ci sta sopra, si incappia. Di qui, le botte.





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Toh, intercettano un generale e spunta subito il Cavaliere

di Gian Marco Chiocci


Il premier nuovamente spiato mentre parla con Adinolfi, l’alto ufficiale delle Fiamme Gialle indagato nell’inchiesta sulla "P4". La conversazione fatta ascoltare da Tremonti sentito dai magistrati


Gian Marco Chiocci - Simone Di Meo


Si dirà (come sempre) che il bersaglio non era ovviamente lui, ma per l’ennesima volta Silvio Berlusconi è stato intercettato nel corso di un’inchiesta. Stavolta la sua voce compare nel procedimento sulla «P4» e sulle fughe di notizie. Il premier è stato ascoltato mentre parlava con Michele Adinolfi, capo di Stato maggiore della Guardia di Finanza (la cui utenza era sotto controllo perché indagato). La telefonata è stata fatta ascoltare a Tremonti nel suo incontro coi magistrati del 17 giugno scorso.

Quattro giorni dopo è toccato al generale rispondere alle domande dei pm interessati, innanzitutto, ai suoi rapporti con Gianni Letta («Lo conosco da tanti anni e con lui ho avuto esclusivamente rapporti istituzionali nella mia qualità di capo di Stato maggiore della GdF»). Adinolfi ha rivelato di aver parlato con Silvio Berlusconi a proposito di alcune presunte «trame» nelle Fiamme Gialle contro Tremonti, che - come scrive il gip nella richiesta d’arresto per Milanese - aveva a sua volta denunciato l’esistenza di cordate interne al Corpo in vista della nomina del nuovo comandante generale.

«Io della vostra indagine non so nulla», dice Adinolfi, «se non quello che ho appreso dal generale Bardi (anche lui indagato, ndr) quando... dopo l’estate del 2010 venne a riferire in uno dei periodici rapporti al comandante generale, generale Di Paolo... ricordo che in tale occasione, caso ha voluto che io fossi presente e che ebbi modo di apprendere che presso la Procura di Napoli pendeva un procedimento penale riguardante Bisignani e l’onorevole Papa nell’ambito del quale erano state effettuate intercettazioni attraverso schede intestate a persone diverse dagli utilizzatori; non ricordo in questo momento se, in tale occasione, caduta nel settembre/ottobre 2010, il generale Bardi parlò anche del merito di questa indagine».

Adinolfi parla poi di Pippo Marra, direttore AdnKronos, anche lui indagato («È il mio migliore amico e abbiamo una consuetudine quotidiana») e di Bisignani, su cui è lapidario: «Non l’ho mai conosciuto né ho mai voluto conoscerlo». Ammette però l’amicizia con Milanese, con cui «fino al novembre 2010 ho avuto cordiali rapporti di consuetudine, vuoi perché ex ufficiale della Finanza vuoi perché buon amico e vuoi perché consulente del ministro Tremonti.

A novembre e dicembre 2010 è venuto meno il corretto rapporto di consuetudine sia personalmente tra me e Milanese che più complessivamente tra il Gabinetto del ministro delle Finanze e il Comando generale. Non so spiegarmi perché da voci diffuse ho appreso che lui mi ritenga responsabile delle sue vicissitudini giudiziarie e mediatiche... oggettivamente posso dire che sia a Natale che a Pasqua ho cercato di fargli gli auguri ma lui né mi ha risposto né mi ha cercato di contattare in seguito».

Sulla data della famosa cena sulla presunta fuga di notizie, precisa: «Escludo di avervi partecipato in quel periodo (Milanese la colloca tra il settembre/ottobre 2010): ricordo che una cena in tale formazione ci fu nel dicembre del 2009 (quando, dunque, non era ancora partita l’indagine P4)… lo ricordo perché il figlio di Pippo Marra, Pietro, non stava bene e quindi la madre del bambino non c’era perché era al Bambin Gesù».

E aggiunge: «Credo di aver incontrato Milanese l’ultima volta a settembre del 2010 in occasione di una cena che ho fatto per Lazio-Milan... e per ciò che riguarda le dichiarazioni rese dal Milanese in ordine al fatto che io avrei mandato il Marra ad avvertire il Bisignani dell’indagine sul suo conto, respingo categoricamente l’addebito».
Quanto a Papa, aggiunge: «Ho visto l’onorevole frequentare il Comando generale; l’ho rivisto intorno al gennaio di quest’anno quando è venuto a trovarmi lamentandosi del fatto che era sotto pressione e che stavano svolgendo indagini sul suo conto».

Poi, quasi en passant, arriva la domanda sul Premier. «Ho conosciuto il presidente del Consiglio Berlusconi da capo di Stato maggiore e con lui ho sempre solo avuto rapporti istituzionali; ho incontrato Berlusconi all’Aquila e prima ancora quando mi sono insediato; l’ho rivisto quindici giorni poiché mi ha mandato a chiamare, dicendomi che il ministro Tremonti gli aveva fatto una “strana battuta” allusiva paventando il fatto che io tramassi ai suoi (del ministro) danni; in tale occasione ha chiamato Tremonti davanti a me e lo ha rassicurato». L’ultima richiesta di chiarimenti è su Bardi: «So che il generale Bardi è stato sentito da voi dal momento che l’ha comunicato lui stesso».





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Aruba di nuovo down, siti non accessibili: la rabbia degli utenti

Corriere della sera


Aruba di nuovo down



La notizia sta iniziando a rimbalzare in Rete: il sito di Aruba, principale provider italiano, è di nuovo giù. E facendo un po’ di ricerche in giro per Internet si scopre che la stessa sorte vale per diversi siti che si avvalgono dei servizi del provider e di sue collegate. Come per esempio Widestore e 9Net. Non è ancora chiaro cosa possa essere successo, ma il timore per chi gestisce siti e per gli utenti in generale è che possa ripetersi quanto accaduto lo scorso aprile. Quando l’incendio nella webfarm di Arezzo ha dato vita a quello che è stato definito il “blackout più grande” della storia del Web italiano.

Su Twitter si stanno scatenando i commenti, alcuni ironici, altri disperati, molti arrabbiati. Abbiamo provato a contattare il servizio clienti di Aruba, ma dopo il primo squillo viene rifiutata la chiamata: immagino siano in molti a provare a telefonare per sapere che accade.

Come segnalano alcuni utenti, sul sito dell’assistenza di Aruba – a tratti non raggiungibile, però – c’è l’avviso di un intervento pianificato che avrebbe potuto causare dei disagi. Il lavoro però sarebbe terminato e si sarebbe svolto nella notte tra il 6 e il 7 luglio. Dunque dovrebbe essere stato chiuso ieri mattina. L’Apcom intanto racconta che l’Adoc sta raccogliendo migliaia di chiamate di protesta e ipotizza una class action in difesa dei diritti dei clienti di Aruba.


Ore 14.35 – Il sito Aruba.it è tornato online, ci sono anche diverse segnalazioni di siti e servizi di posta che stanno tornando a posto. Sembra che la situazione stia dunque tornando alla normalità.

Ore 15.30 – Come confermano alcuni lettori, e si può leggere nella lunga teoria di messaggi su Twitter con  #aruba, l’andamento dei server di Aruba è in realtà ancora molto variabile



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Repubblicani vs. Obama a colpi di messaggi subliminali Scovati da un blog italiano...

La Stampa


MICHELE ANZALDI

Magie della rete. Karl Rove, lo stratega dei repubblicani già spin master della presidenza di George W. Bush, organizza in vista delle prossime elezioni americane una mega campagna negativa da 20 milioni di dollari contro il presidente Barack Obama. Il video prende pezzi dei discorsi di Obama per smentirli con la realtà che sarebbe ben diversa. Lo spot, però, non si limita a questo: a un certo punta affonda il pedale sui democratici con tanto di messaggio subliminale.

E chi lo scopre? Un blog italiano, a oltre 7mila chilometri di distanza. Osservando con attenzione lo spot, che simula un trailer cinematografico, il blog di comunicazione politica “Nomfup” coglie, intorno al secondo 39, l'inserimento per una frazione temporale minima della parola “taxes”, ovvero tasse, sovrapposta alla faccia del presidente. Un modo per associare il leader democratico alle imposte. Una tecnica vietata dalle autorità statunitensi. Un colpo basso. La notizia, dall'Italia rimbalza subito negli States, ripresa dalla bibbia del giornalismo online di Washington, il sito “Politico.com”.

Il blog del commentatore Ben Smith riprende “Nomfup” e arricchisce la notizia con un precedente: nel 2000 contro il democratico Al gore fu utilizzata una strategia simile, uno spot che faceva comparire per un millesimo di secondo la parola “rats” (topi), riferita ai democratici. Navigatori scatenati nei commenti, la rete si mette in movimento, a “Politico” segue un altro sito di punta dell'informazione online, “Salon.com” Repubblicani colpiti e affondati, sulla linea Roma-Washington e ritorno.

E in Italia che succede? E' sufficiente seguire solo i telegiornali o gli spin doctor di casa nostra devono attrezzarsi meglio?







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Ritrova libretto postale del '57 con un saldo di 49mila lire, oggi vale otto milioni

Il Tir delle stelle che costruì la Stazione"

La Stampa


Tante promesse infrante, ma senza la navetta non ci sarebbe la base orbitante

GABRIELE BECCARIA



Un’era si chiude e non è chiaro come sarà la prossima. Giovanni Bignami, lei è presidente del Comitato internazionale per la ricerca spaziale: secondo i critici, nulla del programma shuttle è andato come previsto. E’ così?«Altrochè. Lo dicono i numeri: si sarebbe dovuto fare un volo alla settimana o al mese e invece ci si è ridotti a 135 distribuiti su 30 anni».

Ogni volo doveva costare 7 milioni di dollari e invece si è arrivati a quasi 800.«Lo shuttle era stato pensato come un traghetto a basso costo, ma la frequenza delle missioni è subito scesa di un fattore 7-8, mentre i costi sono cresciuti in parallelo: questo è stato un fallimento, per non parlare dei disastri dell’86 e del 2003, con la morte di 14 astronauti».

Tante ombre. E le luci?«Ci sono anche quelle. Però prima bisogna ricordare come tutto iniziò, nel mondo post-Apollo: dal ‘72 nessuno aveva più lasciato la gravità terrestre e si era aperto un periodo simile a quello che viviamo oggi con il pensionamento degli shuttle. In più c’era l’aggravante che i russi erano ancora il nemico e stavano realizzando la stazione “Salyut”. Così Nixon lanciò il programma di “cheap&frequent access to space”, mentre Reagan, che voleva abbattere l’Impero del Male, pensò che un mezzo fosse una super-stazione spaziale».

Ma non andò come previsto, giusto?«L’avevano battezzata “Freedom”: doveva essere lanciata proprio con gli shuttle e portata su un’orbita inclinata di 28 gradi, vale a dire la stessa latitudine di Cape Canaveral. Ma presto la Nasa si rende conto che da sola non ce l’avrebbe fatta e, caduto il Muro di Berlino, tutto cambia di nuovo: Mosca diventa amica e si decide che la stazione diventerà internazionale. Peccato che una conseguenza imprevista sia il cambiamento della sua inclinazione orbitale, che passa dai 28˚ di latitudine ai 51˚ di Bajkonour».

Con quali effetti?«Senza quella variazione nessun razzo russo sarebbe arrivato a destinazione, perché non è possibile passare da 51˚ a 28˚, ma così si sono tagliate le gambe al futuro: su un’orbita vicino all’equatore o al piano dell’eclittica si sarebbe potuti partire per la Luna o Marte, ma con quella attuale è impensabile».

E quindi a che cosa è servito lo shuttle?«Di certo ad assemblare la stazione Iss, grazie alla sua capacità record di carico. E poi a portare in orbita il telescopio “Hubble”, che, invece, è stato installato a 28˚, in una posizione che, in realtà, si è rivelata molto rischiosa».

Perché molto rischiosa?«E’ lontana dall’Iss e in caso di emergenza lo shuttle non avrebbe potuto agganciarsi alla stazione e aspettare i soccorsi. Ecco perché per l’ultima missione di riparazione di “Hubble”, nel 2009, era stata preparata una seconda navetta: uno sforzo gigantesco».

I critici non risparmiano nemmeno l’Iss: quale sarebbe la sua funzione?«Al di là dell’impatto massmediatico, è vero che gli esperimenti scientifici a bordo si sono rivelati tutt’altro che decisivi. Il vero successo è stato il test ingegneristico rappresentato dalla costruzione dell’Iss stessa e dalla collaborazione internazionale: si è dimostrato che il mondo, a parte i cinesi, è capace di lavorare insieme».

E l’Italia, per una volta, ha brillato.«Sì, se si pensa che metà del volume pressurizzato è stato realizzato a Torino».

Eppure, dopo oltre 100 miliardi spesi, anche l’Iss non è lontana dalla pensione, probabilmente nel 2020.«Il punto, però, è che fare adesso: con l’addio degli shuttle si apre uno scenario di incertezza. La stazione è come un aereo che ha continuamente bisogno di carburante e tanti rifornimenti, oltre che piloti, per stare in posizione. Ma la Sojuz è solo una navicella, pensata negli Anni 70, che a fatica porta tre astronauti, mentre i moduli cargo, come il russo “Progress” e l’europeo “Atv”, sono più piccoli della navette: non c’è ancora un piano definito per la gestione futura della base».

Obama e la Nasa scommettono sul contributo dei privati, che costruiranno le nuove generazioni degli shuttle: c’è da crederci?«Secondo me, è un grande equivoco: è difficile pensare che la Nasa abbandoni il controllo sulla progettazione e sulla realizzazione di un veicolo per il trasporto umano. E’ più probabile che si scelga la strada dei contratti ai privati, non molto diversi da quelli che hanno garantito la nascita delle navette».

L’incertezza riguarda anche gli obiettivi della prossima era spaziale: quali saranno?
«Ci sono due scuole di pensiero: sviluppare un super-razzo, un nuovo Saturno, per andare su altri pianeti oppure limitarsi a un mezzo per andare in orbita. E’ ovvio, però, che conviene puntare sulla prima ipotesi, se si pensa che l’Iss avrà vita limitata. Purtroppo non potrà essere riusata e nemmeno riportata a Terra: dovrà essere fatta cadere nel Pacifico, come un “Titanic” dello spazio».

Finiti gli shuttle e annichilita la stazione, poseremo mai il piede su Marte?
«Si dovrebbe realizzare una nuova stazione, che diventi una specie di cantiere nel “punto di librazione”, dove si eguagliano la gravità terrestre e lunare: lì si arriverà con un razzo a propulsione chimica e si potrà assemblare una “nave” più grande, a propulsione nucleare, per esplorazioni serie. Ma l’obiettivo non sarà la Luna. Sarà prima un asteroide, che servirà da “training”, e finalmente Marte.

I tempi si fanno però lunghissimi.
«I tempi sono soltanto una funzione di ciò che vuole fare: il futuro si costruisce oggi. E l’altra certezza è questa: se si cancelleranno i voli con gli astronauti, nel giro di appena 10-20 anni l’attività spaziale naufragherà».



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Obama, il padre pensò all'adozione

La Stampa

Pur di restare negli Usa era pronto ad affidarlo ai servizi sociali

PAOLO MASTROLILLI


INVIATO A NEW YORK

Ecco una di quelle notizie che avrebbero potuto cambiare la storia: il padre di Barack Obama aveva considerato di dare in adozione il futuro presidente degli Stati Uniti. Non sarebbe cresciuto con la madre Ann Dunham, non avrebbe vissuto alle Hawaii e in Indonesia, e chissà dove sarebbe adesso.

La notizia è fondata, perché la giornalista del Boston Globe Sally Jacobs l’ha trovata nei file dell’Immigration and Naturalization Service, cercando documenti sul padre di Obama per un libro che verrà pubblicato la settimana prossima, con il titolo «The Other Barack, The Bold and Reckless Life of President Obama’s Father».

Il padre del futuro presidente era un kenyano emigrato negli Stati Uniti a 22 anni con un visto da studente. A casa aveva lasciato una moglie, Grace Kezia Obama, e due figli, ma alle Hawaii non si era negato non poche distrazioni. Al punto che l’assistente degli studenti stranieri presso la University of Hawaii, Sumi McCabe, lo aveva messo in guardia dai suoi «comportamenti da playboy». Barack aveva risposto che avrebbe «cercato di stare lontano dalle ragazze», ma poco dopo aveva messo incinta la diciottenne Ann Dunham e nel febbraio del 1961 l’aveva sposata.

All’epoca i matrimoni misti erano legali alle Hawaii, ma erano un reato in 22 Stati americani. Come se il pregiudizio razziale non bastasse, la madre di Barack era una diciottenne e il padre uno studente, senza un dollaro in tasca e con una famiglia da sfamare in Kenya. Questa famiglia, peraltro, Barack senior l’aveva nascosta tanto alla nuova moglie Ann, quanto alle autorità americane. Aveva solo rivelato di essere stato sposato, ma giurava di aver divorziato e non aveva mai menzionato i due figli.

Il problema era che per restare in America, Obama doveva estendere ogni anno il suo visto da studente. Questo comportava un incontro con i funzionari dell’Ins, che dovevano valutare rendimento scolastico e comportamento. Quindi l’amministratore dell’Ins ad Honolulu, Lyle H. Dahling, aveva torchiato Barack senior per capire bene le sue intenzioni. Poi aveva scritto un rapporto, datato 12 aprile 1961, in cui rivelava: «Nonostante siano sposati non vivono insieme, e la signora Dunham sta facendo i preparativi con la Salvation Army per dare via il bambino». Dunque non era solo il padre che voleva darlo in adozione, ma anche la madre.

La sincerità di questo proposito è tutta da verificare. È vero che lo stesso capo della Casa Bianca, nel suo libro «Dreams from My Father», ha scritto che «gli sguardi ostili, i sussurri, avrebbero potuto spingere una donna nelle condizioni di mia madre nel vicolo cieco dell’aborto, o quanto meno verso un convento lontano per l’adozione». Ma questa era un considerazione sociologica di Barack, più che un ricordo, e tutti i suoi parenti ancora in vita negano di aver sentito parlare di un progetto simile. Forse il padre voleva solo calmare l’Ins, mostrando la propria responsabilità al punto di considerare l’adozione, per ottenere la conferma del visto. Obama comunque rimase con la madre, mentre il padre andò ad Harvard e poi sparì dalla sua vita. La Casa Bianca, interpellata sul documento, ha dato una risposta secca: «La madre del presidente non gli ha mai detto di aver considerato l’adozione, e lui è convinto che non l’abbia fatto».



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Rivoluzione in arrivo sugli aerei di linea Fido mette le ali: volo speciale per cani

di Oscar Grazioli


Stiva addio per ottanta esemplari che hanno raggiunto l’expo mondiale di Parigi seduti in aereo con i loro padroni in una sorta di business class riservata. Ma in Italia le regole di trasporto degli animali restano molto rigide



A differenza dei loro simili e poveri «mortali» voleranno in una sorta di business class. Si tratta però di veri Vip, per quanto di piccola taglia, della specie canina, sì insomma la crème dei Volpini, Yorkshire, Pechinesi e Chihuahua, tutti dotati di pedigree stellari, collarini firmati, ciotole di metalli preziosi, alimentazione seguita da un dietista, esercizio fisico studiato dal fisioterapista e il miglior veterinario internazionale al primo starnuto.
Visto che si tratta dei cani che parteciperanno al World Dog Show (Mostra mondiale del cane di razza) di Parigi, in programma fino al 10 luglio e considerato il business che gira attorno a questi «gioielli», se dovesse sorgere qualche dubbio sul grado d’affezione o d’interesse economico dei loro proprietari, non sarei sicuro di poterlo sciogliere. Fatto sta che Fufy e Cloe voleranno comodamente adagiati sui sedili dell’aeromobile, mentre, per i compagni altrettanto blasonati ma di taglia più robusta, si aprirà la solita stiva, magari con qualche cautela in più, visto il carico d’oro.
Sembra dunque sia in arrivo, anche in Italia, la possibilità di viaggiare in aereo assieme al proprio cane, ma, per il momento questo è ancora un progetto rivolto alla cinofilia professionale, ovvero ai Vip di cui sopra. Per i cani «da zuppa» o di sangue blu ma oltre un certo peso, si apre la stiva dove, chi ha cuore per il proprio beniamino, non lo infilerebbe mai. È quanto mi dice al telefono il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla: «Il problema degli animali d’affezione in volo è ai primi posti della mia agenda, ma non è di facile soluzione, perché esistono motivi di sicurezza a bordo sui quali non si può glissare.
Per quanto possibile viaggiate con il cane in auto, camper, roulotte, treno, ma evitate le stive degli aerei, specie se sono previsti scali». Il dinamico e zoofilo ministro ha messo a disposizione, per chi deve viaggiare, un portale (www.turistia4zampe.it) che accoglie informazioni sulle strutture per cani e gatti. Cliccando un apposito riquadro si possono leggere anche le norme imposte dalle principali compagnie aeree per il trasporto di Fido e Silvestro.
Negli Stati Uniti è nata, lo scorso anno, una vera e propria compagnia aerea, la «PetAirways», che trasporta gli animali da una città americana all’altra, con l’assistenza di personale esperto e un veterinario a bordo. Nonostante l’ottimismo di Fabrizio Bocchino, della Prestige International Service, che vede una simile situazione anche per l’Italia, per il momento l’unica possibilità di far viaggiare numerosi cani (ma sempre di piccola taglia) con i proprietari, è quella di noleggiare un aereo o essere possessore di un jet privato.
Viste le regole ferree e spesso eccessivamente ristrette adottate dalle varie compagnie aeree per il trasporto dei nostri beniamini caudati, mi auguro che il sogno di Bocchino, diventi presto realtà, ma prevedere viaggi, personale di bordo, convenzioni con terminal o taxi, strutture alberghiere e quant’altro serve in un normale viaggio d’affari o di piacere, mi sembra un «american dream» (un sogno americano) che solo tra i danarosi petrolieri del Texas si può avverare.




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Camilla, la bambina allergica a tutto «Se sente odori rischia di morire»

Corriere della sera

Fiaccolata per finanziare i viaggi della speranza. Vittima di una rara malattia (non riconosciuta dal Servizio sanitario nazionale), ha cinque anni e non può giocare con la sorellina. «Vive in una bolla»



Un manifesto esposto per raccogliere fondi nel Trevigiano

Un manifesto esposto per raccogliere fondi nel Trevigiano


SAN VENDEMIANO (Treviso) — Questa è la storia di Camilla. La bambina che «non conosce il profumo delle margherite, il sapore forte della cioccolata, il piacere di una passeggiata». Una giovanissima vita racchiusa in una bolla. Quell’impalpabile e fragile calotta di protezioni ed amore con cui prima la sua famiglia, e adesso tutto il suo paese, cercano di difendere la piccina da minacce che possono annidarsi dappertutto. Camilla ha cinque anni. «Ama il colore rosa e i coniglietti di peluche - fanno sapere papà Christian e mamma Marzia - conosce più di venti filastrocche e sogna spesso di volare a testa in giù». Ma Camilla ha anche l’Mcs. Tre sole lettere, capaci però di contenere mille sofferenze. La «sensibilità chimica multipla» («Multiple chemical sensitivity») è infatti una malattia invalidante che rende chi ne è affetto intollerante ad una grande quantità di sostanze di uso comune: dai conservanti agli insetticidi, dagli aromi agli inchiostri, dai detersivi ai deodoranti, dai saponi alle colle, solo per citarne alcune.

Una patologia grave e rara. Il che, come spesso accade per le sindromi che colpiscono nel mucchio, pure nel suo caso ha comportato un lungo percorso diagnostico e tuttora implica una dura battaglia terapeutica. «Il sistema sanitario nazionale non riconosce questa malattia e tutti i tentativi e le spese di cura sono a carico nostro», hanno spiegato i genitori all’associazione Conegliano Sub, che per martedì 12 luglio ha organizzato una fiaccolata di solidarietà in partenza alle 21 dal sagrato della chiesa di San Vendemiano.

Agli appassionati delle immersioni i familiari della bimba si erano rivolti qualche tempo fa, nel tentativo di trovare bombole di ossigeno e apparati di respirazione realizzati con materiali chimicamente neutri ed incontaminati, per permetterle di affrontare il viaggio aereo verso un centro medico dell’Inghilterra senza rischiare di incorrere nell’ennesima crisi d’asma. Una patologia che le è insieme compagna e nemica. Venuta al mondo prematuramente ad appena un chilo di peso, la piccola e coraggiosa Camilla ha dovuto lottare contro l’apparato digerente che rifiutava ogni nutrimento e contro le complicazioni connesse ad una nascita tanto anticipata, ma ancora deve combattere contro le ricorrenti crisi respiratorie che la costringono a lunghi ricoveri ospedalieri in ossigenoterapia.

Da un anno la bambina non vive più nella sua casa, che peraltro suo padre e sua madre sono stati costretti a mettere in vendita, da quando lavora solo lui perché la moglie deve dedicare ogni attenzione alla sua primogenita. Camilla ha anche una sorellina, che però non può vedere quasi mai. Così come non può andare all’asilo, non può giocare con gli altri ragazzini, non può entrare in una gelateria, non può vedere un cartone animato al cinema. Qualsiasi contatto con gli agenti esterni al suo corpo, infatti, rischia di mettere a repentaglio la sua fragile esistenza.

Alla scoperta dell’Mcs la famiglia è arrivata solo da pochi mesi, dopo la certificazione dell’immunologo ed endocrinologo Giuseppe Genovesi, il luminare del policlinico Umberto I e dell’università La Sapienza di Roma che ha diagnosticato così un rarissimo caso di insorgenza in età infantile. Le cure del centro pediatrico di Misurina non bastano più, occorrono delle costose flebo detossificanti opportunamente adattate all’età della piccola paziente, che solo alcune strutture specializzate negli Stati Uniti, in Canada ed appunto in Gran Bretagna possono offrire. La speranza è dunque custodita in uno speciale ago. L’unico che può bucare la bolla dentro cui vive Camilla, la bambina che ha tanta voglia di cominciare finalmente ad annusare il mondo.


Angela Pederiva
08 luglio 2011



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L'Alberto Sordi inedito Pensava a film sul Duce ma venne minacciato

di Massimo Bertarelli

L’attore pensava di interpretare Mussolini facendone venire fuori il lato "domestico": "Dal Sud America mi consigliarono di non farlo"




Ce lo vedete Sordi che fa Mussolini? Certo più di Gassman (troppo alto), di Mastroianni (troppo pacioso) e anche di Tognazzi e di Manfredi. Nessuno degli altri quattro moschettieri della commedia avrebbe potuto impersonare il Duce meglio. O meno peggio. Ma era pura fantascienza, almeno fino a ieri. Quando è venuto fuori che a Sordi, sempre contrario a interpretare personaggi reali, era venuto il ghiribizzo di diventare il Cavalier Benito. Niente a che vedere con la politica, per carità: in vita sua Albertone se ne era sempre tenuto distante, manifestando, massima concessione, una blanda simpatia per la Dc dell’amico Andreotti.

E allora? Sordi intendeva trasformarsi per lo schermo in un Mussolini pantofolaio, tutto casa e famiglia. Lui disse: «Mi venne in mente a Venezia: un giorno sulla spiaggia c’era De Feo che faceva Mussolini che suonava il violino e faceva molto ridere. Qualcuno mi disse se ci avevo mai pensato a fare Mussolini. Risposi che mi sarebbe piaciuto vedere a tavola mentre mangiano che cosa ne pensano i figli di quello che lui ha presentato dal balcone al popolo, che cosa ne pensa la moglie di questa amicizia con Ida, le raccomandazioni che gli faceva la famiglia. Ho saputo che donna Rachele dava anche dei bei “sganassoni”. Io lo avrei arricchito con particolari umani che mi inducevano a pensare che un italiano può, non impazzire, ma diventare un altro con questo consenso di tutto un popolo».

Sembra quasi uno dei ritratti deamicisiani dell’Istituto Luce: neanche l’ombra di un’amante e la guerra ancora lontanissima. Forse il lettore comincerà a spazientirsi: ma com’è che questa gustosa storia salta fuori solo ora? Semplice. Una giornalista, Maria Antonietta Schiavina, in due anni di certosino lavoro ha raccolto in centinaia di nastri le confidenze del grande attore. Molti aneddoti sono stati raccolti in un libro del 2003, Alberto Sordi. Storia di un commediante (Zelig), ma svariati altri sono del tutto inediti, come appunto il Sordi-Mussolini, tenuto nascosto fino a oggi per espressa volontà dell’attore che preferiva non rivelare tutto. Un binomio, a dir poco bizzarro, che sarà certo il piatto forte della serata in calendario domani a Carrara (alle 21, in piazza Alberica). L’idea è venuta al sindaco della cittadina toscana, Angelo Zubbani, che l’ha messa a punto col giornalista radiofonico Igor Righetti. Con loro sul palco il penalista di mille battaglie Nino Marazzita, il paparazzo della Dolce Vita Rino Barillari e, ovviamente, la Schiavina, la quale dovrà rintuzzare le tante domande dei curiosi.

Una delle quali precederà tutte le altre: come mai di quel Mussolini targato Sordi non si fece più nulla? La risposta, che sgorga dalle parole dell’attore, in viva voce su nastro, lascia sconcertati: «Mi arrivarono centinaia di telegrammi dall’America del Sud che mi dicevano di non farlo, minacce». Il periodo della grande tentazione cinematografica non è indicato, quindi gli autori degli imprecisati altolà sono di ancor più ardua individuazione. Comunque, immaginiamo che quei telegrammi furono abbastanza «convincenti» per raffreddare i bollori di Sordi, di cui tutto si può dire tranne che fosse un cuor di leone.

Peccato, perché quel Mussolini con ogni probabilità sarebbe stato davvero godibile. Meno gigione del Rod Steiger diretto da Lizzani nel ’74 (Mussolini ultimo atto) e meno caricaturale del Mario Adorf diretto da Vancini l’anno prima (Il delitto Matteotti).

Nel vastissimo amarcord della Schavina risulta che Sordi pensava a un «Mussolini a casa quando con il cavallo saliva i gradini di Villa Torlonia e la gente sveniva guardandolo, nonché ai rapporti con i figli e la moglie». E invece niente. Così dovremo accontentarci di un Sordi fascista in sedicesimo. Esemplare peraltro. Come il Sasà Scimoni di L’arte di arrangiarsi (Luigi Zampa, 1955) che attraversa mezzo Novecento, saltando sempre, da perfetto italiano, sul carro dei vincitori. Quindi dopo essere stato interventista e prima di passare tra i comunisti, si infila l’orbace e fa il saluto romano. È in Abissinia nel 1941, quando nei panni del capitano De Blasi cattura il maggiore britannico Richardson (David Niven): succede in I due nemici (Guy Hamilton, 1961): finirà lui prigioniero degli inglesi: ma Niven che nella scena finale gli strizza l’occhio resta un pezzo di grande cinema. Anche se lontano dal capolavoro di Luigi Comencini, Tutti a casa (1960), dove il cocciuto tenente Alberto Innocenzi nell’Italietta del dopo 8 settembre non sa più chi sono i nostri alleati, ma continua a combattere come gli è stato ordinato. Anche il Mussolini non più Duce sarebbe stato fiero di lui.





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Arriva anche in Italia il mercatino di Amazon

La Stampa

Offerte per oltre 250.000 prodotti in più di elettronica, software e videogiochi
BRUNO RUFFILLI

Destinato alle aziende come ai privati, Marketplace è già da anni un successo, tanto su questo canale vengono venduti un terzo di tutti gli articoli ordinati sui siti Amazon e i venditori attivi sono oltre due milioni. Molti lo avranno notato: quando si cerca qualcosa sullo store americano, ad esempio, sotto la voce principale compare la dicitura: disponibile usato a partire da…”.

Ecco, le altre offerte riguardano oggetti nuovi, ricondizionati o di seconda mano venduti tramite Marketplace, il mercatino di Amazon. Da oggi è attivo anche in Italia, e così Amazon.it offre oltre 250.000 prodotti in più, nelle categorie Elettronica, Software e Videogiochi, ma il numero è destinato ad aumentare presto. Non è uno scontro diretto con eBay, visto che la politica commerciale delle due aziende rimane molto diversa, ma certo i due colossi dell’ecommerce arrivano a sovrapporsi in certi ambiti di mercato.

“Siamo lieti di poter offrire ai nostri clienti una selezione così ampia”, dice Eric Broussard, Vice President di International Seller Service di Amazon. “I venditori sono un partner molto importante per raggiungere il nostro obiettivo di diventare l’azienda più attenta al cliente del mondo dove i nostri clienti possono trovare tutto quello che desiderano comprare”.

Grazie a Marketplace i clienti possono accedere a una selezione ancora più ampia, sempre con la facilità di utilizzo del sito Amazon.it, compresi i metodi di pagamento e la Garanzia dalla A alla Z di Amazon, che copre tutti gli acquisti effettuati presso i venditori. Con Marketplace parte anche il servizio Logistica di Amazon. FBA (Fulfillment by Amazon) imballa e spedisce i prodotti per i venditori, in modo che gli ordini arrivino al cliente rapidamente, proprio come quelli di Amazon.

Così è possibile scegliere tutti i metodi di spedizione disponibili su Amazon.it, come quella a un giorno o Amazon Prime, anche quando si acquista da venditori privati. Per vendere su Marketplace bisogna inserire i propri prodotti su Amazon.it e spedirli fisicamente al magazzino Amazon. Con l’interfaccia web Seller Central i venditori possono gestire ogni aspetto della transazione, ad esempio aggiungere informazioni riguardanti un prodotto, aggiornare il catalogo, gestire ordini e pagamenti, in Italia e su tutti gli altri siti europei di Amazon come Amazon.de, Amazon.co.uk e Amazon. I venditori pagano una tariffa di 44.85 euro mensili, oppure – se vendono meno di 40 oggetti al mese – di 1,14 euro per ogni articolo.

Info: http://services.amazon.it




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Nella Spagna franchista il supermarket dei bebè

La Stampa

La magistratura iberica sospetta che migliaia di bambini di famiglie ostili al regime siano
stati sottratti ai genitori e poi rivenduti




Per più di 40 anni migliaia di bambini spagnoli sarebbero stati rapiti e poi rivenduti, per ragioni sia politiche che commerciali, facendo del Paese iberico il «più grande supermercato mondiale della vendita di bebè». E' quanto emerge dalle indagini avviate dal procuratore generale dello Stato Antonio Barroso Berrocal, che ha già aperto 849 fascicoli relativi a casi sospetti che risalgono al periodo della dittatura franchista.

Si tratta di una delle pagine più oscure della Storia spagnola, che ricorda da vicino le barbare pratiche in voga nell'Argentina dei generali. Il giudice Baltasar Garzon, che due anni fa aveva avviato una indagine sugli scomparsi del franchismo, poi archiviata, aveva parlato di 30mila casi potenziali. Le associazioni che si dedicano alla ricerca di familiari scomparsi non escludono che il numero dei bebè rubati possa essere 10 volte più alto.

All’inizio, negli anni 1940-1950, fu uno strumento di repressione politica della dittatura. I bebè venivano tolti alle madri considerate ostili al regime, repubblicane, socialiste, anarchiche, in carcere o al momento del parto, e affidati a famiglie politicamente e religiosamente correttè. La pratica poi si era poi trasformata in una pratica commerciale, prolungandosi per una decina di anni anche dopo la morte del dittatore Francisco Franco nel 1975 e l’avvio della transizione democratica morbida spagnola.

Stando ai primi dati delle investigazioni, spiega Abc, anche «molti cittadini stranieri sono venuti in Spagna per comprare neonati in forma illegale», ma il traffico di bebè si è sviluppato soprattutto all’interno delle frontiere del paese, con la complicità di medici, infermiere, suore, levatrici. In molti casi, spiega Barroso, i compratori venivano ingannati, dicendo loro che pagavano spese mediche, o che i bimbi erano figli abbandonati, di prostitute o di tossicomani. La tattica più frequente era annunciare alla madre dopo il parto che il figlio era morto, indicando un luogo di sepoltura fittizio.

Le donne vittime del macabro imbroglio erano spesso socialmente, economicamente o psicologicamente deboli, meno in grado di reagire. Molti i casi citati dai giornali. Come quello di Dolores Diaz Cerpa, che nel 1973 partorì due gemelli: ma i medici le dissero che solo uno era sopravvissuto. O dello stesso Barroso, 42 anni, cui un amico ha rivelato solo due anni fa che
entrambi erano figli adottivi. La donna che considerava sua madre gli ha allora confessato di averlo «comprato» ad una suora.

Centinaia di presunti familiari di bimbi rubati hanno donato campioni di Dna, ora conservati in una banca dati presso l’Istituto nazionale di tossicologia, per contribuire alle ricerche della procura. A Cadice i magistrati negli ultimi giorni hanno ordinato le prime esumazioni nel cimitero di Linea de la Concepcion per verificare se vi erano effettivamente sepolti dei neonati, come affermato dai medici alle madri.

I casi risolti col ritrovamento di figli o fratelli rapiti sono ancora pochi. Ma, spiega Maria Luisa Rodriguez, che ritiene le sia stato «rubatò un figlio» nel 1976 all’ospedale di Malaga, sotto il franchismo «semplicemente non si poteva contestare quanto ti diceva un' autorita».



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Animali maltrattati tra sagre e feste «Il ministro fermi queste crudeltà»

Corriere della sera

L'Enpa pronta ad appellarsi a Vittoria Brambilla: «Non c'è solo il palio di Siena. Oche, asini, maiali rischiano la vita in tenzoni di paese. Stop alle gare più assurde»

 

ROMA - Asini e maiali, mucche ed oche, ma anche serpenti oppure rane. E soprattutto, cavalli. Sono i protagonisti di palii, tenzoni, gare di abilità e fiere secolari nell'Italia degli 8 mila campanili, quella che non rinuncia alle tradizioni anche quando queste mettono seriamente a repentaglio la vita degli animali al centro di simili manifestazioni. Non solo strali contro il Palio di Siena dunque: a distanza di pochi giorni dall'ultimo incidente che ha mosso a critiche dure lo stesso ministro Brambilla, gli animalisti se la prendono ora - preventivamente - con tutte le sagre che fanno uso (cattivo) di animali.

 

ESTATE DA BESTIE - Triste spettacolo soprattutto d'estate, quando il calendario di eventi si arricchisce a dismisura per offrire insolite scene agli occhi dei turisti. Riti di matrice pagana, religiosa, o puramente ludici: talvolta crudeli - «con maltrattamenti che rasentano la tortura», altri forse più innocenti, ma che vedono sempre gli animali offerti al pubblico ludibrio, spesso senza un veterinario accanto, in condizioni al limite della sopravvivenza. A censire il fenomeno, denunciando i casi più estremi, è impegnato da sempre l'Ente nazionale per la protezione degli animali, consapevole di trovarsi di fronte ad un mare magnum di iniziative, alcune consolidate e regolari, altre estemporanee, sospese per qualche tempo e poi riproposte.

MATTANZA DI CAVALLI - A riportare l'attenzione verso il fenomeno è stato l'ultimo incidente al palio di Siena - una cinquantina i cavalli morti dal 1970 ad oggi - che sull'onda emotiva ha suscitato il prevedibile radicalizzarsi di posizioni. Ma le cronache non smettono di raccontare vicende analoghe. Come quella del palio di Ronciglione, nel viterbese, dove a marzo 2011 un cavallo si è trafitto con una transenna. Dopo gli esposti sono stati indagati gli organizzatori, ed il ministero della Salute ha annunciato di volersi costituire parte civile. Basterà?
Il bollettino riportato dall'Enpa è assai drammatico. «Al palio di Ferrara solo nel 2006 muoiono due cavalli e uno rimane ferito, al palio di Asti muoiono dieci cavalli dal 2003, al palio di Savigno (Bologna) nel maggio 2010 si assiste alla morte di un cavallo. A Buti (Pisa) nel 2004 muore un cavallo e ne rimane ferito un altro e nel 2007 si registra la morte del cavallo Guffanti della Pievania e del ferimento di un altro». Prosegue il resoconto: «Durante il Palio di Belpasso (Catania) nel settembre 2006 un cavallo si è schiantato contro un'automobile pochi metri dopo la linea d'arrivo ed è caduto a terra morente, causando anche il ferimento di alcuni spettatori travolti. Si scoprì successivamente che il cavallo era stato anche dopato».

PORCI E MUCCHE DA COMPETIZIONE - Non sarà difficile, nelle settimane a venire sino all'autunno, imbattersi in fiere locali dove le bestie, con o senza cavalieri, si fronteggiano in maniera assurda quando non crudele. E' attesa per il 26 luglio a Bassiano, 1600 anime in provincia di Latina, la tradizionale corsa dei porci in occasione della sagra del prosciutto. I maiali vengono legati alla zampa posteriore con una corda e incitati, strattonati, trascinati con forza per correre più veloci. La denuncia di un gruppo animalista pare aver convinto il Comune a rivedere il regolamento. Ben diverso è quanto accade in Val D'Aosta, tra primavera e autunno: è la «Bataille des Reines» - ultima edizione lo scorso 7 maggio a Villeneuve - , un vero e proprio campionato regionale (niente a che vedere con le corride, però) che prevede secondo l'Enpa «atroci combattimenti tra mucche rigorosamente gravide» e che si conclude con una vera e propria finalissima.

VOLATILI SACRIFICATI - Ad ottobre il palio dei Paperi di Balcovenisi a San Miniato ( Pisa) è forse la più innocua delle feste in cui i volatili sono protagonisti quando in altre - manco a dirlo - ci rimettono sul serio le penne. E' il caso del macabro rito di iniziazione che si svolge a Stigliano. Ridotto alla semi clandestinità, prevede che i neo diciottenni del paesino veneto tentino di staccare il collo di un oca morta e appesa ad una impalcatura. La sua origine medievale configurava l'animale come un prezioso dono del signore locale a chi sapeva conquistarsela con l'abilità. E poi naturalmente se ne cibava insieme alla famiglia.
Lo stesso pennuto è protagonista, stavolta in Sicilia, di un altro triste spettacolo. Ad agosto, durante il palio di Butera (Caltanissetta), la folla cerca di conquistare il collo dell'oca appesa ad una corda e grondante di sangue. Da Sud a Nord per il piemontese Palio delle Oche di Castellazzo Bormida (Alessandria): un'analoga corsa di pennuti si teneva in passato anche a Mortara, con gli animali in gara per difendere i colori delle contrade.

SERPENTI CATTURATI E RANE - Arruolati senza nessun compenso troviamo anche anfibi e rettili. A Paganico (Grosseto), si tiene anche quest'anno il palio della Granocchia, che consiste in una vera e propria gara di corsa. Le rane vengono sistemate a gruppi di tre su alcune carriole di legno che vengono spinte dai partecipanti: non è raro che qualcuna di esse rimanga schiacciata.
Suggestiva la festa dei Serpari, celebrata a maggio a Cocullo (l’Aquila). Nei giorni precedenti la manifestazione, i rettili vengono catturati per essere offerti al santo patrono, San Domenico, nel corso della processione a lui dedicata. Si tratta di serpi innocue, ma nella celebrazione di quest'anno, un simpatico buontempone ha pensato di presentarsi in piazza con un pitone. E' stato denunciato dalla guardia forestale.

 

Michele Marangon
08 luglio 2011 08:25

L’albero genealogico della "mucca Carolina" ci costa 7,5 milioni

di Gian Maria De Francesco

Le voci di bilancio del ministero delle Politiche agricole: 81 milioni di euro liquidati per l’irrigazione dei campi




L’albero genealogico della mucca Carolina? L’imprenditore agricolo è in grado di realizzarlo. Può approfittare dei circa 7,5 milioni che il ministero delle Politiche agricole mette a disposizione delle associazioni e dei singoli operatori per adottare tecniche che consentano di migliorare la qualità delle razze come i libri genealogici.

È un errore pensare che l’Unione Europea sia il solo soggetto a finanziare la nostra agricoltura tramite la politica comune. Che per l’Italia vale ogni anno circa 4 miliardi. Ed è altrettanto erroneo pensare che al nostro ministero delle Politiche agricole, pertanto, spetterebbe solamente un compito di coordinamento e di ulteriore difesa delle produzioni italiane in un ambito ormai soggetto alla concorrenza globale. Basti pensare agli attacchi concentrati del «Parmesan» sul nostro Parmigiano Reggiano.

La tradizione e la storia prevalgono su tutto il resto. Può un ministero sopravvissuto al referendum abrogativo limitarsi all’ordinaria amministrazione? Ovviamente no. C’è sempre quella straordinaria. Come l’infrastratturazione delle reti irrigue. Un capitolo di bilancio che vale complessivamente 81 milioni di euro. Chi mette in pratica il piano irriguo? I vecchi consorzi di bonifica che però sono di competenza delle Regioni, cioè di quelle che li hanno mantenuti in vita.

Contribuisce all’assegnazione di questi interventi anche l’ex Agensud, la parte ancora vivente sebbene commissariata della Cassa per il Mezzogiorno. A queste cifre si devono poi aggiungere i contributi per l’Ente irriguo di Puglia, Lucana e Irpinia e quelli per l’Ente Umbro Toscano che valgono complessivamente 319mila euro.
Circa 24 milioni di fondi sono poi destinati alle Regioni a statuto speciale perché li impieghino per le politiche di settore. E poi c’è la voce più importante (117 milioni circa): il fondo di solidarietà nazionale. L’assicurazione contro le calamità naturale porta il totale di queste risorse a 227 milioni.

Non è finita. Il ministero è dotato di una serie di agenzie e commissioni che si occupano dei problemi agro-zootecnici. C’è l’Agea (120 milioni nel bilancio del Tesoro) che funge da organismo pagatore dei contributi comunitari. Si era anche diffusa la voce di un commissariamento, vista la propensione tremontiana ai tagli, ma il presidente leghista Fruscio ha fatto fuoco e fiamme in Parlamento e per ora ha evitato la chiusura. Lamentandosi ovviamente della diminuzione delle risorse.

C’è il Consiglio per la ricerca in agricoltura (100 milioni circa) che si occupa soprattutto di studiare il menoma e le patologie di frutta e verdura. E infine c’è l’Unire (150 milioni) che si occupa dei cavalli sia della loro selezione che dell’allevamento e infine del loro impegno nello sport compresa previdenza e assistenza di fantini e allenatori. Unire è pure la concessionaria delle frequenze sulle quali si trasmettono le corse e beneficia pure di parte dei proventi delle scommesse ippiche. Il totale è di 370 milioni e forse, visti i tempi, qualche ulteriore risparmio si potrebbe conseguire.

Non poteva mancare il settore ittico che tra uno sgravio e l’altro assomma oltre 57 milioni di euro. La spesa maggiore è per gli incentivi per la salvaguardia dell’occupazione (44 milioni) che servono a evitare le periodiche rivolte che si organizzano nei nostri porti quando la domanda cala oppure quando la normativa europea diventa più restrittiva e ostacola l’attività tradizionale. Altri 4,5 milioni vanno ai programmi di sviluppo della pesca e 3,4 milioni alle imprese che la esercitano.

Tutto normale, si direbbe, ma fuori da questo calcolo restano alcune voci di spesa un po’ singolari.

Come definire, infatti, i 475mila euro per la promozione dell’associazionismo sindacale? E i 775mila euro per lo sviluppo dell’associazionismo? E gli 1,1 milioni per la realizzazione di centri servizi promossi dalle organizzazioni sindacali? Sono 2,3 milioni di euro dedicati alla funzione «cuscinetto» del sindacato. E sono oltre il doppio dei 900mila euro dedicati alle statistiche e alle rilevazioni congiunturali del mercato ittico.

In fondo, gli operatori del settore primario sono per la maggior parte microimprese, come le aziende industriali. Più restano tali più questa invasività del ruolo di supplenza dello Stato resterà tale.




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Ecco dove buttano le nostre risorse: spreco bestiale per balene e pipistrelli

di Gian Maria De Francesco

Continua l'inchiesta nelle follie dello Stato. Le strane spese del ministero dell’Ambiente: per "Ciro", il dinosauro vissuto attorno a Benevento servono 243mila euro. Quanti soldi buttati pure sui binari morti: nell'ultima Finanziaria del governo Prodi 2 milioni per le tratte ormai dismesse



Attenzione! Rischiamo di perdere il Santuario dei mammiferi marini, altrimenti detto dei cetacei. L’allarme è stato lanciato nel maggio scorso dagli assessorati all’Ambiente di Liguria e Toscana perché il segretariato esecutivo dell’organizzazione si sta trasferendo a Montecarlo.

L’appello è rivolto al ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, già incalzata più e più volte sul tema da Legambiente. Eppure ben a guardare lo stato di previsione 2011 del ministero non si può dire che l’Italia non faccia niente. Ci sono oltre 119mila euro per questo capitolo: 94mila euro per la sua attuazione e 25mila euro per il comitato di pilotaggio. D’altronde si tratta dell’esecuzione di un accordo internazionale per preservare lo spazio marittimo compreso tra Sardegna, Toscana, Liguria, Costa Azzurra, Provenza e Principato di Monaco. L’area più densa di cetacei del Mediterraneo: delfini, capodogli e similari. E il ministro è così sensibile che l’anno scorso ha pure bloccato una competizione motonautica in Toscana per evitare che il rumore delle imbarcazioni disturbasse i mammiferi marini...

Pacta sunt servanda, dicevano gli antichi romani. «Gli accordi si devono rispettare». Come l’accordo Eurobats che all’Ambiente costa altri 45mila euro. Cos’è Eurobats? Lo dice la parola stessa: è l’accordo europeo per la tutela e lo studio dei chirotteri, cioè dei pipistrelli. Sapevate che in Italia ce ne sono 34 specie? Dal Molosso di Cestoni all’Orecchione sardo. Grazie a Eurobats, ai ricercatori e ai volontari italiani lo sappiamo. D’altronde, gli obblighi connessi alla sottoscrizione di accordi internazionali pesano per circa 48 milioni di euro. Non sarà certo Eurobats a mandare in rovina i conti pubblici.
Siamo un Paese ambientalista, lo hanno dimostrato i referendum sul nucleare.

Quindi cosa importano i 32 milioni di partecipazione al Fondo per il protocollo di Kyoto o gli 1,5 milioni per le campagne di informazione e sensibilizzazione sull’accordo per la biodiversità di Rio de Janeiro? E poi non sono proprio pochi 163mila euro per il trattato sulla conservazione degli uccelli acquatici migratori?

Conservare la natura ha il suo costo. Che non è poi così eccessivo. I contributi agli enti parco ammontano a poco più di 12 milioni di euro. Il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise riceve 2,3 milioni ché la tutela dell’orso marsicano e del lupo è un fiore all’occhiello dell’ambientalismo «made in Italy». Ma tra gli enti che ricevono sovvenzioni c’è anche il Parco geominerario del Sulcis-Iglesiente, una sorta di memoria storica delle miniere dismesse.

Tra le prime delibere del 2011 del commissario straordinario dell’istituzione 3mila euro per il Terzo torneo nazionale di balestra antica, 5mila euro al comune di Orani per la partenza della tappa del Giro di Sardegna e l’acquisto di 100 copie del volume Le laverie delle miniere di Monteponi dal 1960 al 1965 per 2.028 euro Iva compresa. Alla fine sembra quasi un’ingiustizia che all’Ente geopaleontologico di Pietraroja, provincia di Benevento, vadano solo 243mila euro. In fondo, si deve preservare «Ciro», il nomignolo affibbiato al fossile dello Scipionyx Samniticus, un piccolo dinosauro morto dopo poche settimane di vita e uno dei pochi resti al mondo visibile nelle sue parti molli. Altro che balestre!

Ambiente vuol dire anche mobilità sostenibile. E mobilità sostenibile vuol dire recupero delle tratte ferroviarie dismesse, una «genialata» dell’ultima Finanziaria del governo Prodi che trovò 2 milioni per dodici tratte ferroviarie dismesse compresa la Gioa del Colle-Palagiano e la Lagonegro-Castrovillari.

In cassa risultano 500mila euro e in quattro anni risulta avviato il recupero ciclopedonale della Voghera-Varzi. Altra eredità dei tempi di Pecoraro Scanio è il fondo per la potabilizzazione delle acque di rubinetto. Lo stanziamento 2011 è di un milione: servirebbe per bere meno acqua imbottigliata e inquinare meno. Infatti si finanzia in parte con un contributo di 0,005 euro su ogni bottiglia di materiale plastico.
La tecnologia delle celle combustibili, rivoluzione «verde» del futuro? A disposizione un milione di euro che sono meno dei 7 milioni per il fondo rotativo per la riduzione delle emissioni di gas serra, ma bisogna pur accontentarsi. Non sono grandi cifre ma sono pur sempre significative.

Il fondo per la mobilità sostenibile nelle aree urbane, invece, vale 40 milioni di euro. Con questi si possono promuovere il car sharing, il bike sharing, l’utilizzo di veicoli a basso impianto ambientale e anche le piste ciclabili e la pedonalizzazione di alcune strade. Poi ci sono 24 milioni circa per l’efficienza energetica dei quali 20 milioni destinati al solare termodinamico.
Con tutto questo daffare bisogna anche pianificare gli interventi.

Infatti ben 1,8 milioni sono destinati agli studi e alle ricerche per la riduzione dell’inquinamento e 1,7 milioni alla «progettazione di interventi ambientali e promozione di figure professionali». E poi c’è l’Ispra, l’istituto che per conto del ministero si occupa delle tematiche ambientali. Costa circa 78 milioni di euro e lo ha creato la manovra triennale tremontiana del 2008 accorpando tre enti e dunque risparmiando. Si occupa di tutto ciò che ambiente: dal bollettino dei pollini alla cartografia alle certificazioni ambientali europee (Emas ed Ecolabel).

E c’è pure un Comitato ecolabel ed ecoaudit per il quale sono stanziati 300mila euro. D’altronde, adeguarsi alle normative europee ha un costo. E poi quell’1,35 milioni per l’Agenzia per la sicurezza nucleare in cassa non saranno spesi tutti. Magari si recupererà qualcosa per altri capitoli come corsi di formazione e convegni attualmente a quota 341mila euro o per rifinanziare l’attività del Magistrato alle acque di Venezia per quanto riguarda Garda e Mincio (883mila euro). Anche se volendo si potrebbero trovare un po’ di risorse per i musei sommersi di Baia e La Gaiola nelle acque napoletane. Con gli attuali 235mila euro non si può certo scialare.





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