giovedì 7 luglio 2011

Arrestato il neomelodico Raffaello Le sue hit celebri per il film «Gomorra»

Corriere del Mezzogiorno

 

Avrebbe aggredito un pompiere e poi minacciato con due coltelli agenti di polizia. Sarà processato per direttissima

 

Il neomelodico Raffaello

Il neomelodico Raffaello

 

NAPOLI - Ha aggredito un vigile del fuoco, senza una ragione apparente, ed è stato arrestato con l'accusa di violenza e porto abusivo di coltelli. Dieci minuti di furia costati molto cari al neomelodico Raffaello, 24enne, nome molto conosciuto tra gli amanti del genere, e non solo: un suo brano «La nostra storia» ha fatto il giro del mondo insieme al film Gomorra di Matteo Garrone, inserito nella colonna sonora (è il primissimo pezzo che si sente nella celebre sequenza iniziale del solarium). Il giovane, domani mattina, venerdì, sarà processato con rito direttissimo.

 

 

IL FATTO - Una girandola scatenata dalla rabbia del cantante che ha coinvolto, in buon ordine, vigili del fuoco, pompieri, guardie giurate, vigili urbani, infermieri.

«La nostra storia sembra uscita da un cartone alla tv...» canta Raffaello nel suo brano più famoso. E in effetti anche questi dieci minuti e passa di furia sembrano scritti per la sequenza di un film d'azione. Stando alla ricostruzione effettuata dalle forze dell'ordine, tutto inizia con un violento alterco con un pompiere, che rientrava a casa dopo il turno di servizio, avvenuto stamattina in via Sant'Anna dei Lombardi, al centro storico di Napoli. Raffaele Migliaccio (vero nome del cantante) avrebbe aggredito l'uomo senza alcun motivo apparente. Lite violenta, sedata solo grazie all’intervento di una guardia giurata. A quel punto, il cantante è scappato in Vico Secondo della Quercia, trovando rifugio nel residence dove soggiornano alcune amiche francesi. Pochi minuti dopo, arrivano gli agenti del commissariato «Dante». Bussano più volte alla porta del residence. Migliaccio sbuca improvvisamente dall'abitazione brandendo due coltelli con lame di 20 centimetri, minacciando i poliziotti. Dopodichè, posati i coltelli, avrebbe iniziato a colpirli in più parti del corpo. A fatica gli agenti riescono ad immobilizzarlo.

DIECI MINUTI DI FURIA - Non è finita: prima di entrare nella volante della polizia, il neomelodico avrebbe anche colpito un infermiere del servizio 118, giunto sul posto per medicare il vigile del fuoco, ferito precedentemente. In seguito il 24enne avrebbe pure tentato, invano, di impossessarsi della pistola di ordinanza riposta nella fondina di un vigile urbano, accorso sul posto. Infine, condotto negli uffici del commissariato, il cantante ha continuato a minacciare ed aggredire qualsiasi agente che tentava di riportarlo alla ragione.

LE ACCUSE - Le accuse a suo carico, dalle quali è scaturito l'arresto, si possono ben immaginare: reati di oltraggio, minacce, lesioni, violenza e resistenza a pubblico ufficiale e porto abusivo di arma da taglio. Domani sarà processato per direttissima.

Alessandro Chetta
07 luglio 2011

No Tav, convalidati i quattro arresti

La Stampa

Gli attivisti fermati per i disordini di domenica restano in carcere.




torino


Il gip di Torino Federica Bompieri ha convalidato stamani gli arresti dei quattro attivisti coinvolti negli scontri di domenica scorsa in valle Susa. Arrestati alla Maddalena di Chiomonte, restano dunque nel carcere torinese delle Vallette Marta Bifani, 32 anni, di Parma, Salvatore Soru, 31 anni, di Maranello (Modena), Roberto Nadalini, 32 anni, di Modena, e Gianluca Ferrari, 33 anni di Marghera (Venezia).

I quattro arrestati sono tutti appartenenti all'area anarco-insurrezionalista. Tutti hanno alle spalle un considerevole numero di denunce accumulate per altre "battaglie" contro le forze dell'Ordine.

Il veneto Gianluca Ferrari arriva dall’area dei Disobbedienti, dalla galassia delle ex tute bianche di Luca Casarini, frequenta il centro sociale «Rivolta» di Marghera. Le ultime tre denunce sono per interruzione di pubblico servizio durante una manifestazione contro l’arrivo di Berlusconi a Venezia nel dicembre 2010. Nell'agosto precedente una segnalazione per violazione di sigilli e invasione di terreno durante un corteo contro il sindaco leghista di Treviso e nell'anno precedente la denuncia per tafferugli durante una manifestazione contro la Biennale.

Roberto Nadalini era già stato in carcere. Soru e la Bifani arrivano dal giro bolognese. Il riferimento è il centro sociale «Fuoriluogo». Il gruppo, nato in una stamperia clandestina, è già al centro di un’inchiesta che ha portato all’accusa di associazione a delinquere.





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Giallo in Messico: Ufo o meteorite? Un video divide gli utenti di YouTube

Il Mattino


CUERNAVACA - Un video che avrebbe catturato il volo di un presunto UFO nel cielo sopra il Messico sta spopolando su Youtube. Un oggetto misterioso, seguito da due scie di fuoco, è stato filmato mentre precipita verso la terra vicino a Cuernavaca.

Il filmato, girato il 29 giugno , è stato caricato su YouTube da un utente di nome Kimdragon1. C'è chi ipotizza che, invece che un UFO, l'oggetto del video potrebbe essere un meteorite.




Slackattack69, un utente, scrive dopo aver visto il filmato: «Ho visto esattamente la stessa cosa al 29 giugno dalla Grecia alle 23.00 ora locale».


Mercoledì 06 Luglio 2011 - 10:50    Ultimo aggiornamento: 13:27



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Pianura, la Madonna dei cavatori appare nella grotta dei tesori

Il Mattino


di Paolo Barbuto

NAPOLI - Caldo, fatica, sudore, fiato corto e maledizioni al fisico ingombrante; l’ascesa sul versante pianurese della collina dei Camaldoli sembra la scalata dell’Everest a chi non sa cos’è il trekking. Ma il premio vale tutta la fatica : nel punto in cui anche la vegetazione si arrende al tufo che sale vertiginoso fino al vertice della collina, nascosta da rovi, rami e tronchi si apre una piccola grotta all’interno della quale è custodita una antichissima cappella.



Riempitevi gli occhi con le fotografie che vedete in questa pagina e andatevi a guardare anche il video e la fotogallery: fatelo, perché potrebbe essere l’ultima volta che vedete queste meraviglie. Lo stato di degrado e di abbandono di questo piccolo gioiello è imbarazzante. Gli affreschi alle pareti si sfaldano e alzano bandiera bianca di fronte all’umidità; gli stucchi meravigliosi che adornano il soffitto sono spaccati e vengono giù a pezzi giorno dopo giorno; gli arredi sacri, quei pochi che hanno resistito all’abbandono e alle razzìe sono così fragili che sembrano pronti a sbriciolarsi solo guardandoli.

La storia di questa cappellina ricavata dentro la roccia è antica e oscura. Gli stessi abitanti della zona non ne conoscono l’esistenza e l’unica memoria del luogo è legata alla chiesetta dedicata a Sant’Antonio che venne costruita nella seconda metà dell’800 dal conte di Pianura Giuseppe De’ Grassi. Era una piccola struttura edificata in uno spiazzale poco distante dalla grotta: nel giorno dedicato a Sant’Antonio, il 17 gennaio, lassù si arrampicavano i contadini e gli allevatori del borgo di Pianura; portavano il bestiame, chiedevano la benedizione per gli animali e per il raccolto al santo protettore dei contadini.




Fino all’ultimo dopoguerra il rito era vivo, poi venne abbandonato, così anche la chiesetta del conte di Pianura rimase deserta, così oggi è ridotta a un cumulo di macerie. Attirati dai resti di quel luogo sacro, un paio di anni fa, alcuni appassionati pianuresi guidati da Gianni Palmers si fecero strada tra i rovi e i tronchi, raggiunsero i resti dell’edificio e scoprirono anche la piccola cappella nella roccia. Ma anche quella volenterosa missione non è riuscita a produrre i risultati sperati.

Intorno alla chiesa nel tufo la natura continua a riprendersi il suo spazio: le piante invadono ogni cosa, gli animali si sono impossessati della grotta; c’è, in particolare, una immensa colonia composta da centinaia di cavallette del buio (le Dolichopoda) che ricopre una intera parete. Raggiungere il luogo, nonostante il lavoro di riapertura del sentiero, è decisamente difficile. Bisogna inerpicarsi alle spalle della «Piccola Lourdes», il luogo di culto amato dagli abitanti di Pianura, attraversare un crepaccio sul quale sono appoggiate assi malferme di legno, e non aver paura di camminare, in salita, tra arbusti e rovi dalle spine appuntite e taglienti: l’abbiamo fatto assieme a Carmine Sanges, un pianurese fiero della sua terra e a Mario Alamaro, attento studioso della storia di Napoli e delle sue cavità.

La cappella con ogni probabilità era dedicata alla Vergine, lo testimonia innanzitutto l’affresco principale, alle spalle dell’altare, che raffigura certamente la Madonna. Proprio quell’affresco, però, è completamente oscurato da un contenitore di legno all’interno del quale è custodita una statua della Vergine che sembra di fattura decisamente più recente rispetto agli affreschi, probabilmente è ottocentesca, salvata dal crollo della chiesa antistante.

Sulle pareti della cappella, poi, sono incise scritte di epoche differenti (le prime sembrano settecentesche, le ultime risalgono al 1966) nelle quali ci sono continui riferimenti alla beata Vergine.
Una trascrizione completa di tutte le scritte lasciate dai fedeli contribuirebbe probabilmente a scrivere una storia completa e particolareggiata della cappella. Occhi esperti riuscirebbero anche a dare una precisa datazione agli affreschi che si stanno sgretolando sulle pareti. Sarebbe sicuramente necessario anche uno studio sui segni che emergono al di sotto delle pitture.

Alcune delle porzioni di stucco che si sono staccate, lasciano intravedere tracce di disegni precedenti che potrebbero essere studiati e, magari, potrebbero raccontare una storia molto più antica di quella che fino ad ora è stata ipotizzata. C’è anche un particolare che, allo sguardo inesperto di un giornalista appare singolare: la parete alla sinistra dell’altare mostra il segno lasciato da una grande rappresentazione del giglio. Si tratta del simbolo storicamente attribuito agli angioini e potrebbe consentire di far arretrare la datazione della cappella a un periodo tra il 1200 e il 1400.

Del resto proprio i documenti storici attestano la grande attenzione dei sovrani D’Angiò per quel territorio che frequentavano spesso e per il quale chiedevano interventi. Nel 1307, ad esempio, Carlo II impone di ripristinare la strada che conduce al casale di Pianura «ruinata ex tempestate aquarum», rovinata da una tempesta di pioggia; e una identica richiesta viene fatta qualche anno dopo dal successore Roberto. Ma per considerare reale il legame tra la cappella nella grotta e gli angioini è meglio attendere l’intervento di un esperto.

La presenza della cappella realizzata nel tufo e dedicata alla Vergine Maria ha risvegliato anche la memoria di alcuni anziani di Pianura che ricordano nei racconti dei loro nonni la presenza di una «Madonna dei cavatori», una immagine alla quale si votavano gli uomini che andavano a scavare il piperno prima di entrare nelle viscere della terra. Ipotesi, teorie e racconti antichi, però, si scontrano con la durissima realtà. Quel luogo sacro, abbandonato e degradato non resisterà ancora a lungo se non ci saranno interventi di recupero e di conservazione.

E se fino a ieri l’esistenza di quel gioiello incastonato nella roccia era una notizia riservata a pochi, d’ora in poi nessuno potrà dire che non sapeva. Le foto e i filmati parlano chiaro: c’è un altro pezzo della storia della città che va in rovina, bisogna salvarlo al più presto prima che scompaia del tutto.

Giovedì 07 Luglio 2011 - 16:45    Ultimo aggiornamento: 17:35






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Dipendente in un autolavaggio o narcos?

Corriere della sera

La procura: «gestisce il mercato della coca tra Italia e Spagna». Ma il console iberico:« Non è mai stato da voi»

Scambiato per narco, in cella per otto mesi


Oscàr Sanchez Fernandez (a sinistra) e il capo della mala uruguayana Marcelo Roberto Marìn (a destra)

MILANO - Una donna e una carta d'identità smarrita. Forse rubata. Otto anni di tranquillità, poi in poco tempo la sua vita cambia. Lo prelevano con la forza due agenti della Guardia Civil. Hanno in mano la richiesta di arresto emessa dai magistrati di Reggio Calabria e l'estradizione immediata disposta dalla Procura di Napoli. Gli inquirenti sono sulle tracce di un narcotrafficante. Otto anni di indagine e alla fine arrivano a lui.
LA STORIA - Oscàr Sanchez Fernandez lavorava da anni in autolavaggio a Montgat, nell'hinterland barcellonese. E' dislessico - ed è un dettaglio che tornerà utile per capire lo sviluppo della vicenda - e soprattutto anni fa denunciò il furto (o lo smarrimento?) della sua carta d'identità da parte di una donna che si avvicinò a lui con una scusa qualsiasi. Eduardo Iglesias, il console spagnolo in Italia, è convinto - riporta l'edizione elettronica de El Pais - che si tratti di uno scambio di persona: "è un uomo buono e assicura che non è mai stato in Italia".
LA CONDANNA - Ma intanto la giustizia fa il suo corso e a maggio 2010 arriva la sentenza di primo grado: 14 anni di carcere per narcotraffico. In attesa dell'appello la Spagna si mobilita e grida allo scambio di persona. E la polizia scientifica iberica - conducendo delle indagini per suo conto - sembra aver individuato il presunto colpevole. Si tratterebbe di Marcelo Marìn, esponente di spicco della mala uruguaiana e arrestato alle Canarie due anni fa per traffico di droga e falsificazione di documenti. Le autorità spagnole affermano che Marin ha mostrato per tre volte i documenti di Sanchez, persino una volta all'Hotel Jolly Midas di Roma (febbraio 2006), e questo avrebbe tratto in errore gli investigatori italiani. Eppure gli interrogativi restano, come segnala il pm di Napoli, Luigi Alberto Cannavale, il quale assicura che la perizia audio per incastrare Sanchez è stata realizzata dal "migliore tecnico di Napoli", e aggiunge "che hanno un modo di parlare molto simili, perché entrambi sono dislessici".



Fabio Savelli
07 luglio 2011 18:34




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San Francisco, ruba un Picasso e scappa a piedi: immortalato dalla telecamere

Corriere della sera

 

Aveva staccato il quadro dalle pareti della galleria Weinstein e si era dileguato, ma è stato ripreso

 

MILANO - Un furto clamoroso per la sua semplicità. Anche se forse, presto il suo autore potrebbe finire in prigione. Grazie alle telecamere di sorveglianza infatti, i proprietari di un ristorante di San Francisco hanno le immagini dell'uomo che ha rubato il disegno a matita di Pablo Picasso «Tête de femme» dalla galleria d'arte Weinstein.

 

 

LE IMMAGINI - Il locale Lefty O' Doul's ha diffuso le immagini in cui si vede il ladro camminare su un marciapiede con la cornice sotto il braccio. Il ristorante è a pochi metri dalla galleria d'arte dove martedì mattina è stato rubato il disegno, risalente al 1965 e del valore di centinaia di migliaia di dollari. Dopo aver staccato la cornice dal muro, il ladro è scappato su un taxi che lo attendeva fuori.

La polizia lo aveva descritto come un uomo sui 30 anni che indossava giacca e pantaloni neri, grossi occhiali scuri e mocassini senza calzini. L'uomo del video è vestito in maniera simile alla descrizione.

Redazione online
07 luglio 2011 17:16

Santoro, confermato l'addio alla Rai Resta in piedi l'ipotesi collaborazione

Corriere della sera


Caso Gabanelli: il Tribunale di Milano respinge la richiesta di risarcimento danni da parte di Ligresti




Michele Santoro mentre conduceva Annozero

MILANO - Michele Santoro resta fuori dalla Rai. Il Collegio dei Sindaci ha ritenuto perfettamente valido l'accordo tra la tv pubblica e il conduttore di Annozero per l'uscita del giornalista dall'azienda (con una buonuscita di 2,3 milioni di euro). Secondo il Collegio l’intesa rientrava nelle competenze del direttore generale Lorenza Lei e pertanto è valido. I Sindaci, su richiesta esplicita del presidente Paolo Garimberti, erano appunto chiamati a chiarire se quel potere appartenesse al Direttore generale o del Consiglio di amministrazione. Votazione negativa anche per l’Ordine del giorno presentato dal Consigliere di amministrazione Rodolfo de Laurentiis, di area Udc, con il quale si impegnava comunque il direttore generale Lorenza Lei a tenere Santoro in azienda.
LA VOTAZIONE - Messo ai voti è stato respinto: hanno votato contro i cinque consiglieri di maggioranza di centrodestra mentre il presidente Paolo Garimberti si è astenuto. Resta l’ipotesi di una possibile collaborazione esterna, così com’era previsto nel contratto di uscita: ma restano da stabilire modalità, tempi e condizioni. Il Consiglio è ancora in corso e non sono escluse novità anche sugli altri contratti. Intanto una novità su Milena Gabanelli: Il Tribunale di Milano ha respinto la richiesta di risarcimento danni avanzata da Salvatore Ligresti nei confronti della conduttrice di Report e della giornalista Giovanna Corsetti. Ligresti riteneva diffamatorie alcune affermazioni contenute in un servizio andato in onda su Report il 15 ottobre 2006. La notizia ha un suo peso nel momento in cui alla Rai si discute proprio se concedere o meno la copertura legale alle nuove puntate della trasmissione di Milena Gabanelli.


Paolo Conti
07 luglio 2011 15:51



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Dopo 15 anni denuncia i suoi usurai: aveva pagato fino al 2000% all'anno

Corriere del Mezzogiorno


L'imprenditore del Nolano ha versato oltre un milione ai suoi usurai a fronte di un prestito iniziale di 80 mila euro





NAPOLI - Dopo 15 anni ha trovato la forza di denunciare. Si tratta di un imprenditore del Nolano, attivo nel settore dello smaltimento dell'amianto, costretto a versare interessi altissimi ai suoi aguzzini per restituire prestiti richiesti nei momenti difficili della sua azienda. A seguito della denuncia, avvenuta dopo ben 15 anni di usura, gli uomini della Guardia di Finanza di Torre Annunziata hanno eseguito due misure cautelari, emesse su richiesta dei pm di Nola, a carico di Ciro Maddaluno, detto «'o cavallaro», suocero del boss «Angioletto» Cuccaro, e di Luigi Martinelli. Le Fiamme Gialle avevano accertato che un prestito iniziale di 80 mila euro era cresciuto, in virtù di interessi astronomici praticati, fino a un milione.

BLOCCATO CON GLI ASSEGNI IN MANO - Dopo ben 15 anni di vessazioni, l'imprenditore ha trovato il coraggio di denunciare e di liberarsi dal giogo. Martinelli è stato bloccato dopo aver riscosso dalla vittima assegni per un importo di 13.500 euro e arrestato in flagranza. Dopo poche ore, è finito nella rete anche il suo complice Maddaluno.

Dalle indagini è emerso che i tassi applicati alla vittima variavano dal 150% al 400% mensile, con picchi del 2000% annui. L'usuraio, utilizzando la tecnica del cambio assegni, applicava interessi istantanei sul valore nominale del titolo consegnatogli. Addirittura l'uomo era stato costretto a presenziare al matrimonio della figlia del suo usuraio inserendo nella classica «busta-regalo» una somma altissima. «Un gesto fatto per ingraziarsi quello che ai suoi occhi, in quel momento, appariva come un benefattore», sottolinea il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Nola, Paolo Mancuso.


Cristina Autore
07 luglio 2011




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Gli Usa lanciano l'allarme per i voli: "Al Qaeda prepara bombe sotto pelle"

La Stampa






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L'intoccabilità della Dandini

Corriere della sera

L'uscita dalla Rai. Ma l'entrata?

di Aldo Grasso

 

No alla catena corta per i cani

Rozov giù dal Monte Bianco con tuta alare

Corriere della sera

Il salto da 4243 metri di quota

La Santa Sede salva il San Raffaele

Corriere della sera


Quattro uomini del Vaticano nel consiglio di amministrazione. 200 milioni garantiti dallo Ior



Don Luigi Verzè
Don Luigi Verzè

MILANO - Quattro uomini del Vaticano nel consiglio di ammministrazione della Fondazione San Raffaele Monte Tabor, che governa il gruppo ospedaliero fondato negli anni Settanta dal prete manager don Luigi Verzè. Sono il presidente dell’ospedale Bambino Gesù di Roma Giuseppe Profiti (49 anni), il presidente dello Ior (la banca vaticana) Ettore Gotti Tedeschi (66 anni), l’imprendiore Vittorio Malacalza (74 anni) e il giurista e politico Giovanni Maria Flick (71 anni). La loro nomina avverrà venerdì nel corso di un cda straordinario dell’Associazione Monte Tabor, il soggetto giuridico che fu creato per promuovere la costruzione dell’ospedale, che ora fa i conti con quasi un miliardo di debiti. E’ il primo passo concreto verso l’entrata della Santa Sede nel San Raffaele.

CONSIGLIERI IN USCITA - L’interessamento del Vaticano a salvare il San Raffaele dai debiti era emerso già giovedì scorso nel corso dell’ultimo cda della fondazione. Oggi il presidente è don Luigi Verzé: resterà sempre lui al comando della sua creatura? Alla domanda al momento non ci sono risposte certe: la Santa Sede, infatti, potrebbe puntare su un suo uomo, come Gotti Tedeschi. Usciranno, invece, di certo dal cda il braccio destro del prete manager, Mario Cal, i banchieri Carlo Salvatori ed Ennio Doris, nonché Roberto Cusin (ex titolare della Gemeaz Cusin, ristorazione collettiva). Da vedere quale sarà il futuro delle altre due fedelissime di don Verzé, Laura Ziller (66), responsabile dell’ospedale brasiliano São Rafael, e Gianna Zoppei (60), sovrintendente sanitario del polo ospedaliero.

DUECENTO MILIONI - La Santa Sede sarà affiancata, con ogni probabilità, da una charity internazionale, disposta a investire tramite l’Università Vita Salute del San Raffaele, un miliardo di dollari in tre/cinque anni. Il piano a cui sta lavorando il Vaticano, assistito da Vitali e Associati e dallo studio legale D’Urso Gatti, Bianchi, prevede un intervento da 200 milioni garantiti dallo Ior. Al momento, però, non c’è ancora nulla di ufficiale. Altri 150 milioni arriveranno dalle banche.


Simona Ravizza
06 luglio 2011 22:59



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Scimmie di mare»: i Nas sequestrano uova di crostacei vendute come giocattoli

Corriere della sera

Ribattezzati «Skifidol», gli animali d'acquacoltura erano importati dalla Cina da una ditta in provincia di Monza


La pubblicità d'epoca: guarda

MILANO - Ricordate le «Scimmie di mare»? Quelle che negli anni Settanta venivano reclamizzate sui giornaletti come «L'Intrepido», accanto agli occhiali «a raggi X» e ad altri improponibili gadget? Recentemente erano state rimesse in commercio, furbescamente ribattezzate «Skifidol di mare» per un maggiore appeal sui ragazzini di oggi, da un'azienda del Monzese che le importava dalla Cina. Ma oggi per fortuna la commercializzazione delle uova di crostacei - perché di questo si tratta in realtà - è regolamentata da precise normative. E così i carabinieri del Nas di Milano hanno sequestrato 150mila confezioni di uova di crostacei, vendute addirittura in edicola come se fossero giocattoli, per un valore complessivo di circa un milione di euro.


Da tempo in diversi negozi era possibile acquistare scatole contenenti appunto uova di crostacei, dalle quali, in acquario, si sviluppano esemplari di Artemia Salina (le cosiddette «scimmie di mare»). Le confezioni in questione, prodotte in Cina, venivano importate come giocattoli da un'azienda che le distribuiva a edicole e negozi specializzati in articoli da gioco, con il nome di «Skifidol di mare», per la successiva vendita al consumatore. Però questi non sono giocattoli, bensì animali vivi, e c'è una normativa nazionale e comunitaria di settore che «sottopone a vigilanza veterinaria l'importazione di animali vivi d'acquacoltura, a qualsiasi grado di sviluppo, vietandone il commercio in negozi non specificatamente autorizzati o riconosciuti a tale scopo dalle autorità sanitarie locali». Insomma, niente di male a commerciarli, ma con le dovute autorizzazioni e controlli veterinari. Il Ministero della Salute ha prescritto il ritiro dal commercio ed il sequestro dei prodotti, sequestro che i carabinieri hanno eseguito nel magazzino della ditta importatrice.

La pubblicità d'epoca delle «Scimmie di mare», citata in un divertente articolo sul sito Pagine70, era molti simpatica, anche se decisamente ingannevole: «Sempre attivissimi ed allegri, questi animaletti scherzano e giocano tra di loro. Si possono perfino ammaestrare». E ancora: «Vi mostreremo come insegnare loro ad obbedire ai vostri ordini ed eseguire esercizi come le foche ammaestrate!». Nelle illustrazioni in bianco e nero, poi, i crostacei erano raffigurati come un incrocio fra tritoni e sirenette: abbastanza per far sgranare gli occhi ai ragazzini di una volta, e per farli rimanere delusi davanti al vero aspetto dell'Artemia Salina, ammesso che qualcuno sia riuscito nell'impresa di far nascere per davvero in casa sua le «Scimmie di mare».

Sara Regina 07 luglio 2011 14:27

Tremonti su Brunetta: «È un cretino» Poi le scuse e l'abbraccio

Il Mattino


ROMA - «È proprio un cretino». Giulio Tremonti esplicito nel giudicare Renato Brunetta. È un fuori onda della conferenza stampa sulla manovra di ieri, pubblicato sul sito di "Repubblica.it". Il ministro della Pa prende la parola per illustrare i provvedimenti che lo riguardano e Tremonti non nasconde , nemmeno a gesti e espressioni, la sua insofferenza: «Questo è il tipico intervento suicida», dice il ministro dell'Economia al ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio, che gli siede accanto. Poi aggiunge: «Proprio...è proprio un cretino». Ad un certo punto, Tremonti si allunga verso Maurizio Sacconi: «Maurizio, è scemo eh?», chiede. Il ministro del Welfare replica: «Io non lo seguo neppure».

«È venuto Giulio e mi ha abbracciato, chiedendomi scusa. Io, però, non ho ancora capito cosa sia successo. Ma si sa, non sono veloce di comprendonio». È quanto si legge in una nota del ministro della Pa, Renato Brunetta, dopo la pubblicazione del video in cui il ministro Tremonti rivolge - fuori onda - pesanti critiche al suo colleha di governo.




Giovedì 07 Luglio 2011 - 11:26    Ultimo aggiornamento: 11:46



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Pacchia finita per Nanni Moretti e i registi se sinistra. Niente premi qualità: devono ridare 250 mila a testa.

Libero




Cosa accomuna Moretti, Bellocchio e Amelio? E poi Olmi, Tornatore e Sorrentino? Facile. Tutti sono registi. Sono tra i migliori in Italia. Oltre al successo dei loro film, hanno anche altro in comune. La militanza politica: sono esponenti della sinistra cosiddetta radical-chic e anti-berlusconiana, ma da ieri hanno qualcosa in più che li accomuna. Qualcosa, però, che non gli farà piacere. Devono restituire dei soldi presi con un premio cinque anni fa.

Gli esponenti del miglior cinema nostrano sono fra le vittime, infatti, della sentenza dei giudici del Tribunale amministrativo del Lazio. Il Tar ha annullato i Premi di qualità, assegnati per il 2006, a dieci film dalla commissione del Ministero per i beni culturali. Dovranno restituire i 250 mila euro incassati per opere come “Il caimano”, “La sconosciuta”,  “Il regista di matrimoni”, “Centochiodi”, “L’amico di famiglia” e “La stella che non c’è”. Una sentenza, ancora appellabile, che vede coinvolti con loro anche molti loro collaboratori.

Quei soldi ottenuti con il premio di cinque anni fa erano destinati per il 71% ai produttori e il restante 29% a registi, soggettisti, sceneggiatori, autori di musiche, fotografia, scenografia e montaggio. E se pensate che quasi tutti questi artisti oltre a dirigere il proprio film, lo producono, ne scrivono anche il soggetto e la sceneggiatura e qualcuno (vedi Moretti nel Caimano) lo interpreta anche capite che, se il provvedimento amministrativo dovesse essere confermato, dovranno restituire una bella cifra.

Ma che cosa è successo? Perchè questa sentenza di un tribunale come il Tar interviene su un premio di qualità del Ministero dei Beni culturali? Alla base c’è il ricorso presentato da una casa di produzione: Luna Rossa. Quest’ultima si era vista negare il riconoscimento all’ultimo film di Mario Monicelli, Le rose del deserto. Nel ricorso si contestava la validità della dichiarazione dei giurati «di aver visto o di conoscere, comunque, tutte le opere concorrenti» che erano in totale 80.

Ma è stato un decreto ministeriale a prevedere che, «la dispensa dall’obbligo di assistere alla proiezione dei film in concorso dei componenti che dichiarino di averli già visionati». Praticamente, secondo la casa di produzione a cui il Tar ha dato ragione, gli 80 film dovevano essere visti dai giurati tutti insieme in una unica sala e non ciascuno in proprio e in cassetta o dvd, come avvenuto e dichiarato finora.

Quindi si ricomincia da capo. I giurati dovranno fare quello che non hanno fatto cinque anni fa. Assistere tutti quanti, non solo e di nuovo ai 10 film vincitori, ma anche agli altri 70 che concorrevano nel 2006 ai premi di qualità.

Un pastrocchio bello e buono che vede coinvolte alcune delle case di produzione, tra le più importanti in Italia. Tra i colpiti ci sono nomi altisonannti come Rai Cinema, coproduttrice, con quote di diversa entità, di quattro film (Il regista di matrimoni, Centochiodi, Nuovomondo di Emanuele Crialese La stella che non c’è) Fandango, con due (L’amico di famiglia e La terra di Sergio Rubini), Medusa per La sconosciuta, Cattleya con il film di Amelio, ma anche piccoli produttori indipendenti come la società di Moretti (Sacher Film).

C’è chi non ci crede e si ribella e c’è chi la prende con filosofia e umorismo citando anche un recente film italiano di successo. «Sembra Immaturi (dove i protagonisti devono ripetere l’esame, di maturità, ndr)», commenta divertito, ma non troppo, Riccardo Tozzi, fondatore di Cattleya e presidente dell’Anica. Tra l’altro il produttore spiega che già sapeva che sarebbe successo qualcosa: «Infatti i premi di qualità sono finiti proprio in quell’anno. Dopo la presentazione del ricorso il ministero non li ha più assegnati. Io l’avevo capito subito che sarebbe andata così». E alla fine si concede anche una battuta. Per lui l’obbligo di ripetere la valutazione degli 80 film in gara, con i membri della commissione che dovranno vederli tutti insieme in una sala, sarà «un esperimento antropologico interessante».


di Giampiero De Chiara

07/07/2011




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Quello all'Inter nel 2006 scudetto di m...»

Corriere della sera
Mughini a Radio 24

Scampia: attacco al fortino dei narcos Trenta pusher presi nelle «Case dei puffi»

Corriere del Mezzogiorno

 

Era l'ultima piazza di spaccio stabilmente attiva nel supermarket della droga insieme al «Lotto T»

 

NAPOLI - Attacco frontale alle piazze di spaccio, questa mattina nel quartiere di Scampia, probabilmente il più grande supermarket della droga nel Vecchio Continente. Gli agenti del commissariato locale, guidato dal primo dirigente Michele Spina, hanno eseguito oltre trenta ordinanze di custodia cautelare in carcere ai danni di altrettanti pusher e vedette. Tutto ciò, all’interno del Lotto P (conosciuto come “le case dei puffi”), e del «Lotto T», le due grandi piazze che erano riuscite a resistere – fino ad oggi – agli innumerevoli interventi di polizia che già hanno portato alla chiusura di tutte le altre. Fatta eccezione, e ovvio, per eventuali riaperture “flash” della durata di qualche giorno.

 

 

Quella delle «case dei puffi», insieme con il «Lotto T» era, l’unica piazza stabilmente aperta, dotata di una conformazione tale da rendere praticamente inattaccabili le postazioni dei pusher. E quindi, nonostante gli arresti, i sequestri, i blitz quotidiani delle forze dell’ordine, il cuore della “base” rimaneva sempre integro. Ora, con l’esecuzione dei provvedimenti nell’ambito dell’operazione che la polizia ha voluto chiamare «Murena» per simboleggiare proprio la difficilissima entrata nella tana dell’animale più protetto del mondo, i narcos di Scampia sono stati messi praticamente in ginocchio. Il blitz, successivo a un’attenta indagine preparata per messi e mesi sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Giovanni Melillo della Procura di Napoli, è stato illustrato dettagliatamente dallo stesso Melillo, nel corso della mattinata, insieme con il questore di Napoli, Luigi Merolla. Ora la polizia è impegnata a tagliare pali e cancelli che impedivano l’ingresso delle forze dell’ordine nel fortino dei narcos.

 

Ste. Pie.
07 luglio 2011

Un grizzly inferocito uccide un visitatore

Corriere della sera

MILANO - Una passeggiata per i sentieri incontaminati del parco di Yellowstone si trasforma in tragedia. Una coppia stava camminando nei pressi del lago Wapiti, quando si è imbattuta in un orso (un esemplare femminile) grizzly con il suo cucciolo. Probabilmente intimorita dai due, ha creduto che l'uomo potesse essere una minaccia e lo ha aggredito e ucciso, nonostante le urla della donna, che ha anche chiesto aiuto al telefono.


PARCO CHIUSO - Sentieri e siti per i camping della zona sono stati chiusi e le guardie hanno allontanato tutti i visitatori. Si tratta della prima vittima in 25 anni nella riserva naturale, conosciuta nell'immaginario collettivo per Yoghi e Bubu.

Redazione online
07 luglio 2011 11:10

Su Facebook arriva la videochiamata

Corriere della sera

Dalla chat del social network si potranno videochiamare gli amici collegati o lasciar loro un videomessaggio



MILANO – Dopo tanto rumore, è arrivata la conferma ufficiale. Da mercoledì 6 luglio la chat di Facebook diventa una succursale di Skype, da cui avviare in automatico una videochiamata agli amici collegati e disponibili. Un passo in avanti per Skype nel mondo web, e un'ulteriore marcia verso il monopolio dei servizi internet tutti riuniti nello stesso luogo (il social network) per Facebook. Con lo zampino di Microsoft, che dopo l'annuncio del suo investimento in Skype lavora a pieno ritmo per contrastare l'ascesa del social network di casa Google.

IL SERVIZIO – Per chiamare, occorrerà ovviamente essere registrati a Facebook. È da qui che – se il contatto a cui vogliamo telefonare è disponibile a chattare – si potrà lanciare la conversazione voce e video. I due luoghi da cui partire saranno o l'apertura della chat di Facebook, e della finestra dell'amico prescelto, o direttamente la pagina del profilo del nostro contatto. Qui, in alto a destra, un nuovo pulsante «videocall» («chiama») si aggiungerà alle informazioni in comune tra noi e lui. La telefonata (con o senza video) sarà gestita da Skype. Per poterla effettuare, sarà necessario scaricare un plug-in: massimo 10 secondi, giura Zuckerberg in persona da Palo Alto, dove ha presentato in diretta web tutte le novità. E se l'amico contattato non risponde, si potrà registrare un videomessaggio che, in perfetto stile segreteria telefonica, verrà visualizzato non appena la persona sarà nuovamente disponibile. La chat di Facebook poi si arricchirà anche di nuovi strumenti: arrivano le chat di gruppo tanto care agli istant messenger tradizionali, e un accesso rapido per visualizzare immediatamente gli amici con cui si mandano più messaggi, una sorta di bacheca dei “più importanti” come già avviene nella pagina principale delle notizie di Fb.


SOCIAL SKYPE – Di certo Skype non sta a guardare: il suo obiettivo finale resta quello di portare la videochiamata ovunque, sul Pc, sul cellulare, alla tv e, ovviamente, nella rete sociale. L'accordo con Facebook infatti va oltre la fornitura del VoIP (voice over internet protocol) per chiamare e videochiamare ed è un mutuo scambio di tecnologia (la migliore gratuita sul mercato delle telefonate internet) e traffico sociale (una rete da 750 milioni di utenti). Dalla propria homepage di Skype infatti già da qualche tempo è possibile connettersi a Facebook e controllare gli aggiornamenti di stato degli amici, leggere le news che condividono, aggiornare il proprio stato e commentare quello altrui. Nella versione di Skype 5.5, ancora in beta, si potrà anche controllare dal sistema VoIP quali amici sono online e mandare loro messaggi istantanei.

IL TRIANGOLO SÌ - Dunque la collaborazione tra Microsoft, proprietario di Skype, la stessa Skype e Facebook inizia a dare i suoi primi frutti. E il triangolo legato da investimenti finanziari, sembra allineato anche nella lotta alla supremazia del web contro Google, rivale di Bing-Microsoft per le ricerche e rivale di Facebook con il nuovo bottone +1, che ricalca le funzioni del «mi piace» tanto usato e abusato su Fb. Per gli analisti, si tratta solo di un primo passo verso qualcosa che probabilmente ancora non è neppure nella testa di Zuckerberg. E d'altronde è stato proprio il fondatore di Facebook a esordire nel corso della conferenza stampa con una frase possibilista: «Questo è solo l'inizio di una grande stagione di nuovi lanci».

Eva Perasso
07 luglio 2011 10:09

Acciaroli, una spiaggia riservata ai cani Si realizza il sogno del sindaco Vassallo

Rignano Flaminio, torna il giudice Il processo non si azzera

L'ora di uscire dal Palazzo

Il Tempo


Caro presidente Berlusconi, non si può più dire "non abbiamo mai messo le mani nelle tasche degli italiani". Sta avvenendo. E i suoi elettori se ne sono accorti. Siamo sommersi da una valanga di lettere e mail dicono una cosa sola: "Dovevano tagliare le tasse, stanno facendo le stesse cose di Visco e Prodi. Non li votiamo più".

Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi Cosa pensiamo della manovra l’abbiamo già detto nei giorni scorsi: non ci piace. Con buona pace dei parrucconi che ci vogliono spiegare le leggi del rigore senza aver mai letto Adam Smith e neppure aver visto una sala trading. Con tutto il rispetto, vorremmo giocare un altro campionato e, caro presidente Berlusconi, non si può più dire «non abbiamo mai messo le mani nelle tasche degli italiani». Sta avvenendo. E i suoi elettori se ne sono accorti. Esca dal Palazzo.

Ascolti il suo popolo. Siamo sommersi da una valanga di lettere e mail che dicono una cosa sola: «Dovevano tagliare le tasse, stanno facendo le stesse cose di Visco e Prodi. Non li votiamo più». È una rivolta che ha il sapore della delusione e viene dal blocco sociale che ha scelto il Pdl e il centrodestra nelle ultime elezioni. Non sono di sinistra, ma senza un cambio di rotta, quel voto non ci sarà più. Per questo mi auguro che la manovra venga seriamente emendata. Toglie senza dare, tassa senza redistribuire, deprime senza far crescere.

I famosi tagli annunciati ai costi della politica sono virtuali. Dovevano spezzare le unghie e i denti alla casta, aspettiamo Godot. La manovra è un’occasione persa e un boomerang elettorale. Non abbiamo pregiudizi, facciamo solo i cronisti, raccontiamo quel che vediamo, ascoltiamo i nostri lettori. Non sono felici di quel che accade. Facciamo qualche modesta proposta: Marlowe auspica un referendum per l’abolizione delle province. Il direttore de Il Tempo è d’accordo e lo appoggia. Chi si farà vivo avrà il nostro piccolo aiuto, ma soprattutto la spinta ben più grande dei milioni di italiani che sono stufi di vestire i panni dei fessi che pagano il conto per i furbi. Avanti con le firme.


Mario Sechi

07/07/2011





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Pensioni, rivalutazioni bloccate ma soltanto oltre quota 2.300 euro

Corriere della sera

Adeguamento intatto per i redditi fino a cinque volte il minimo. Camusso: «Fidarci? Vediamo prima il testo»


ROMA - Via il tetto alla rivalutazione delle pensioni più basse. Il governo sta già preparando un emendamento alla manovra sulla previdenza appena pubblicata in «Gazzetta Ufficiale». E l'ipotesi è quella di far saltare tutti i tagli sugli assegni previdenziali più bassi, quelli compresi tra tre e cinque volte il minimo, cioè tra 1.402 e 2.337 euro, scaricando tutto l'onere, oltre un miliardo di euro tra il 2012 e il 2013, sulle pensioni più alte.
SACCONI - «Sulla rivalutazione delle pensioni siamo pronti a fare delle modifiche. Verificheremo il modo di produrre un effetto finanziario analogo, ma diversamente da come è disposto oggi» ha detto ieri il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. «Non dimentichiamo che le fasce più basse sono indicizzate al 100%. Si tratta di guardare alle fasce medie e alte, senza dimenticare - ha aggiunto - che norme di questo tipo sono state fatte da tutti i governi di centro-sinistra».


POTERE D'ACQUISTO - Ed è proprio la «soluzione Prodi» quella a cui stanno lavorando i tecnici del ministero dell'Economia e del Welfare. Tutte le pensioni fino a cinque volte il minimo avrebbero infatti la piena rivalutazione annuale per tener conto dell' inflazione, mentre gli assegni superiori a quel limite non avrebbero alcun tipo di perequazione. Mentre oggi, per come è scritta la norma che figura nella manovra, anche gli assegni più alti avrebbero la garanzia di una rivalutazione, anche se minima.
Anche per una pensione da 10 mila euro al mese, il testo attuale prevede che la rivalutazione sia del 100% per i primi 1.402 euro, al 45% la parte di pensione compresa tra 1.402 e 2.337 al 45%, e nulla per la quota eccedente. Con l'emendamento allo studio, invece, tutti gli assegni superiori a cinque volte il minimo, nei prossimi due anni, rimarrebbero invariati al livello attuale, senza recuperare la perdita del potere d'acquisto.
SINDACATI - Bisognerà vedere se l'emendamento in preparazione riscuoterà il consenso dei sindacati, molto critici sulla decisione di "spuntare" anche assegni previdenziali non certo ricchi, come una pensione da 2.000 euro lordi mensili. Le reazioni all'apertura del governo sono positive, ma prima di esprimersi nel merito i sindacati voglio vedere le carte del governo. «Spero lo facciano davvero, ma vorremmo vedere il testo prima di dire che ci fidiamo degli impegni» dice il segretario della Cgil, Susanna Camusso. Non diversa la posizione di Raffaele Bonanni. «Sono contento, prima si fa e meglio è. Ma chiariamo subito un aspetto: sarà un segnale senza dubbio positivo, ma è bene a questo punto - dice il segretario della Cisl - andare subito alla verifica».
IL VINCOLO - Non è escluso che il passaggio parlamentare non riservi altre sorprese sul fronte delle pensioni. L'unico vincolo imprescindibile posto dal governo è quello del rispetto dei saldi di bilancio utili a conseguire il pareggio nel 2014, e molte misure in campo previdenziale declinano i loro effetti (anche modesti) solo nel medio e lungo periodo. Margine per qualche ulteriore intervento, dunque c'è. E la maggioranza sembra pronta a coglierlo. «Il gruppo Pdl alla Camera ha rivendicato la possibilità, d'intesa con gruppo Pdl al Senato, di lavorare per qualche modifica alla manovra, specie per quel che riguarda le pensioni» ha detto ieri il capogruppo Fabrizio Cicchitto.


Mario Sensini
07 luglio 2011 08:27



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Stragi naziste, 9 ergastoli ad ex militari

Corriere della sera


Il tribunale di Verona ha inflitto nove ergastoli per gli eccidi del 1944 lungo l'Appennino tosco-emiliano




FIRENZE - Sono passati 67 anni da quelle stragi. Oggi sono tutti novantenni, nove ex ufficiali e sottufficiali tedeschi. Il tribunale militare di Verona li ha condannati in primo grado per gli eccidi nazisti del 1944 lungo l'Appennino tosco-emiliano; furono almeno 350 le vittime. La sentenza è stata letta mercoledì in tarda serata dal giudice Vincenzo Santoro, dopo una lunga camera di consiglio. La corte ha deciso il «non luogo a procedere» per altre tre persone perchè nel frattempo decedute.

L'ergastolo è stato inflitto a Ferdinand Osterhaus 93 anni, all'epoca sottotenente, Alfred Luhmann, 86 anni (caporale), Fritz Olberg, 89 anni (sottotenente), Wilhelm Karl Stark, 90 anni (sergente), Helmut Odenwald, 91 anni(capitano), Hans Georg Karl Winkler, 88 anni (sottotenente), Erich Koeppe di 91 anni (tenente), Karl Friedrich Mess di 89 anni e Herbert Wilke 92 anni. La sentenza riguarda in particolare le stragi di Monchio, Costrignano e Susano nel modense, di Cervarolo nel reggino e Vallucciole di Arezzo.

Risarcimenti sono stati stabiliti per i parenti delle vittime, l'Anpi, i Comuni interessati, la Provincia di Modena e la Regione Emilia Romagna. I condannati facevano parte della divisione «Hermann Goering» una sorta di corpo di spedizione per spezzare la Resistenza ma che colpì anche la popolazione civile. Vennero distrutti almeno cinque paesi: Monchio, Costrignano e Susano nel modenese, Cervarolo nel reggino e Vallucciole ad Arezzo e furono trucidate, nel solo modenese, 140 persone. «Una pagina sanguinosa che si chiude finalmente, è stata fatta giustizia per le vittime e per i loro familiari», ha commentato il presidente del Consiglio provinciale di Modena, parte civile a processo, Demos Malavasi. «Purtroppo - ha aggiunto - sono dovuti passare 67 anni, ma almeno non sono passati invano. Anche questo processo ha affermato il principio che questi reati non vanno mai in prescrizione».

Il sindaco di Villa Minozzo, Luigi Fiocchi ha commentato: «La nostra cittadina pagò il suo tributo con 24 civili, praticamente la frazione perse tutto e l'eccidio lasciò intere generazioni nella miseria più completa». «Questa sentenza dà pace ad una comunità che da quasi 67 anni si porta dietro questa macchia - ha sottolineato il sindaco di Stia (Arezzo), Stefano Milli - è una ferita ancora aperta, sia perchè ci sono ancora dei superstiti, molto anziani, sia perchè è stata una ferita per tutta la comunità». Ancora il sindaco di San Godenzo (Firenze), Alessandro Manni: «Abbiamo puntato molto su questo processo perchè riteniamo che sia un modo di lasciare testimonianza con atti veri anche a chi tra 50 anni potrà ricordare questi momenti così tremendi».

I familiari delle vittime hanno atteso pazientemente per ore nello spazio riservato al pubblico nell'aula del tribunale militare di Verona, dove sono arrivati anche in pullman assieme ai loro sindaci. Hanno ascoltato in silenzio la sentenza letta alle 21 dal presidente Santoro. «Una sentenza storica - ha detto Italo Rovali, presidente dell'Associazione Vittime di Cervarolo (Reggio Emilia) - ritengo che le testimonianze che abbiamo fornito siano state determinanti. Siamo stati forti, non abbiamo mai mollato e la nostra tenacia ha vinto». «Dobbiamo dare atto a tutti i familiari delle vittime - ha concluso Fabio Braglia, sindaco di Palagano (Modena) - che hanno seguito il processo fin dalle prime battute e si sono costituiti parte civile insieme a noi».

06 luglio 2011




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Direttori dei penitenziari in piazza "Anche noi siamo dietro le sbarre"

La Stampa

Prima manifestazione a Roma: «Per venire qui ci siamo messi in ferie»


RICCARDO BARENGHI


ROMA

Detenuti in piazza, solo che si tratta dei direttori delle carceri che però un po’ detenuti si sentono anche loro: «Entriamo in carcere alle otto di mattina e usciamo alle nove di sera, praticamente più di metà della nostra vita trascorre dietro le sbarre», racconta Carmelo Cantone che dirige il nuovo complesso di Rebibbia. Ma fosse solo questo il problema, si tratterebbe semplicemente di superlavoro. Il problema, anzi i problemi, sono molto più grossi e più gravi, non a caso hanno deciso di protestare ieri mattina davanti al ministero della Funzione pubblica (quello di Renato Brunetta).

Erano un centinaio, arrivati da tutt’Italia, magliette alla spagnola con la scritta sono indigNato, vestiti di nero nel senso del lutto: «Diamo sicurezza ma non abbiamo sicurezza» sui cartelli. Vogliono un contratto per loro che finora non hanno mai avuto essendo equiparati ai funzionari di polizia. E per questo hanno ottenuto l’apertura di un tavolo a metà luglio. Ma si sa, un tavolo non si nega a nessuno, quindi lasciano la piazza non proprio soddisfatti. Prima però raccontano la loro vita, o meglio la vita dei loro detenuti. Costretti come si sa a vivere (vivere?) ammucchiati in celle costruite per contenere la metà di quelli che ci stanno. A Spoleto per esempio, spiega il direttore Leo Giacobbe, abbiamo 700 persone quando il massimo consentito sarebbe di 350: «Siamo stati costretti a riempire le sale giochi di detenuti, stipati in dodici, tredici con un solo bagno, finestre minuscole...».

La soluzione, l’unica secondo Giacobbe, sarebbe «un’amnistia che consenta al sistema di ripartire rendendo tutto più umano e razionale. E’ demagogico promettere nuove carceri che tanto non si possono fare perché mancano soldi e personale». Per non parlare di quelli chegestiscono le pene alternative al carcere, come Rita Andreucci e Vincenzo Petrella: «Da dieci anni non riceviamo nulla, il personale è stato ridotto di quasi il 40 per cento, mancano assistenti sociali, psicologi, non abbiamo la benzina per controllare i detenuti... Eppure solo il 19 per cento torna a commettere reati, mentre in carcere siamo al 70 per cento di recidivi». Basterebbe questa cifra per incentivare le pene alternative, invece non basta: attualmente sono solo 16 mila contro i 70 mila rinchiusi nelle celle. Se uno pensa al direttore di un carcere magari gli viene in mente un aguzzino, per esempio quello di «Quella sporca ultima meta» con Burt Reynolds oppure quello di «Fuga da Alcatraz» con Clint Eastwood.

Invece a vederli lì sul marciapiede aguzzini proprio non sembrano, semmai brave persone. Non sono nemmeno in sciopero, tutt’altro: si sono presi un giorno di ferie per protestare. Perché non hanno la carta igienica, i dentifrici, i materassi per i loro detenuti: «Ci dobbiamo indebitare per ottenerli, firmiamo e non paghiamo, poi si vedrà...», spiega Cantone. Si arrangiano come possono, associazioni, volontari, enti locali. Come a Brescia dove la direttrice Francesca Gioiemi racconta che il Comune governato da una giunta Pdl-Lega «ci compra materassi, frigoriferi, televisori. Un lavoro straordinario». Parola di una persona che certo non vota centrodestra. Così suppliscono alla carenza di risorse che dovrebbero arrivare dall’amministrazione penitenziaria, ossia dal ministero della Giustizia, ma che non arrivano.

«Hanno tagliato via via montagne di risorse - denuncia Gianni Rizza che dirige il penitenziario di Catania - in dieci anni siamo vicini al 50 per cento». Nessuno ha più soldi per tentare di recuperare i detenuti, fargli imparare un lavoro, farli studiare, cercare di avviarli a una vita diversa una volta usciti, sempre che nel frattempo non si siano suicidati. Il carcere ormai è un deposito di uomini e donne buttati lì ad aspettare la fine della pena. E che di pena si tratti i direttori non hanno dubbi: «Il carcere è sempre più un contenitore - continua Rizza - e il direttore è costretto spesso e malvolentieri a fare il domatore. Ma il nostro sistema penitenziario era nato con un altro scopo, quello di fornire ai detenuti l’opportunità di entrare in contraddizione con la loro subcultura e magari di farli uscire un po’ diversi da come sono arrivati. Non voglio dire angioletti, ma insomma...».



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Carrara, cane veglia per due giorni padrona e la salva

Sprechi, buchi e parassiti: aboliamo le provincie

Libero



Centodieci province, per 17 miliardi di euro di spese di gestione all'anno, aumentate dal 2000 del 70%. Circa 61mila dipendenti  (stipendio annuo da 2,5 miliardi), una classe politica da 4.200 unità (pagati 15 milioni all'anno), un costo complessivo dell'apparato burocratico di 4,1 miliardi. Non bastano questi numeri a convincere Camera e Senato a dare finalmente un taglio agli enti più inutili che ci siano nella macchina-Stato. Anzi, si continua con l'andazzo che ha caratterizzato la storia d'Italia dal Dopoguerra. Anzichè abolirle, le si moltiplica. E poi le si difende coi denti, dopo aver sbandierato in varie campagne elettorali la volontà di tagliarle. Così ha fatto il governo Berlusconi, smemorato.

Così ha fatto anche il Pd, che aveva presentato una proposta 'anti-Province' ma al momento concreto, il voto di una medesima proposta targata Idv, ha deciso per l'astensione mandando all'aria i buoni propositi di Antonio Di Pietro. C'è chi parla di scompensi sociali dovuti al licenziamento dei dipendenti. Balle. Come ha scritto Andrea Scaglia su Libero in edicola oggi, giovedì 7 luglio, Nessuno si sogna di buttare in mezzo alla strada i circa 61mila dipendenti degli enti provinciali, che costano circa 2,15 miliardi di euro ogni anno e sarebbero naturalmente riassorbiti in altri organismi statali - anche se, come faceva notare Oscar Giannino dopo aver incrociato dati Upi (Unione delle Province) e Inps, vista l'elevata età media dei lavoratori in questione, il blocco del turnover porterebbe a un risparmio di circa 600 milioni nei primi cinque anni.

Tagli? Macchè. L’anno scorso - scrive Scaglia - s’era parlato perlomeno di sopprimere quelle con meno di 220mila abitanti, ma poi niente, come di consueto s’è preferito soprassedere. Col risultato di mantenere situazioni paradossali come la Provincia sarda dell’ Ogliastra - meno di 60mila abitanti, praticamente un quartiere di Roma -, e la recente “secessione” di Fermo da Ascoli Piceno - era una sola provincia da soli 200mila residenti, ora sono due da 100mila l’una, e però invece che un solo Consiglio da 30 componenti se ne sono formati due da 24 ciascuno -, e l’istituzione della paradossale Bat, Barletta-Andria-Trani.

C'è poi tutto il corollario di sprechi del caso. Giusto tre esempi, riportati da Francesco Pecchia. Nella callida Venezia, febbraio 2010, l’opposizione alla giunta provinciale denunciò i 9.240 euro spesi per il lampadario in vetro di Murano del Palazzo (sede dell’ente) di Cà Corner. Il pregevole manufatto ora fa bella mostra vicino la sala di rappresentanza. La presidentessa leghista Francesca Zaccariotto così commentò l’acquisto: «Nulla di scandaloso. C’era bisogno di un lampadario, mica potevamo metterci un neon». E luce fu. A Bolzano, terra dall’italiano riottoso, ecco un corso di retorica da 9.030 euro complessivi, sulle orme ars oratoria di Cicerone, che -si sa- era uno Schützen.

Il corso era destinato solo ad una decina di fortunati dirigenti dell’amministrazione provinciale . Relatore “Hannes Müller, affermato regista molto apprezzato in tutta Europa per seminari sul tema”. Molto, molto apprezzato. A Napoli l’amministrazione Cesaro (centrodestra) ha promesso agli elettori sobrietà nelle spese, ma ha portato l’importo per contributi ad associazioni amiche fino 3, 1 milioni  di euro. Tra le iniziative  fondamentali: “Cogli l'attimo”, euro 9.800,  “C'è di più per te” o  “Sognando di diventare campioni tirando la fune” euro 5.000. E Sant’Antimo, città di origine di Cesaro, batte tutti con aiuti per euro 125.832. Atr’che munnezza, San Gennà...


A questo punto, non rimane che sfidare Di Pietro: forza Antonio, fai una proposta di legge popolare.
07/07/2011




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Riecco la passeggiata al molo Luise

Corriere del Mezzogiorno

Ultimati i lavori dell'Autorità portuale a Mergellina . Ma sui muri tinteggiati compaiono già le scritte a spray



NAPOLI - Mergellina si gode di nuovo la sua «passeggiata» al molo Luise. Peccato che sui muretti tinteggiati di fresco già compaiano enormi scritte realizzate con lo spray (guarda il video in pagina). L'Autorità Portuale di Napoli l'ha ripristinata dopo una serie di lavori di manutenzione della banchina esterna sul molo. Opere costate 160mila euro ed effettuate dall'ufficio tecnico dell'Autorità per il recupero e la riqualificazione dell'area situata sul lato destro della diga foranea. In particolare sono stati recuperati i muretti lungo il molo, la ringhiera posta in testa al muretto (lato pontile Luise), sono state realizzate anche una nuova pavimentazione e illuminazione oltre che installate delle panchine. «Con il recupero della passeggiata - ha dichiarato il presidente dell'Autorità Portuale di Napoli, ammiraglio Luciano Dassatti - abbiamo riconsegnato alla città una passeggiata destinata ai residenti e ai turisti. Al contempo abbiamo provveduto a eliminare i pericoli derivanti da una sede stradale danneggiata a causa soprattutto delle mareggiate».


06 luglio 2011

E Travaglio attacca i giudici per aiutare Santoro

di Paolo Bracalini

Pur di favorire l’amico nel contenzioso con Viale Mazzini spara sulla Cassazione: "Una corte à la carte". Fuoco sulle toghe: "Si fanno dettare i tempi del procedimento da una delle parti in causa". Ma il guru di Annozero fa la banderuola e punta a rientrare nel servizio pubblico



Roma - Una «Cassazione à la carte», che «si fa dettare l’agenda dalla Rai», e che «decide incredibilmente di seguire tempi non propri», cioè quelli indicati «da una delle due parti in lite di questa causa civile di lavoro». Che poi è la causa del suo amico e datore di collaborazione Michele Santoro, che è l’altra parte in causa in quella causa. Accipic­chia ma è proprio Marco Travaglio quello che fa lo shampoo alla su­prema corte, come fossero dei bu­rattini che decidono in base a logi­che di potere? Sì, passaparola. Ohi­bò, la stessa tesi dei berluscones, qui sposata in pieno dal loro massi­mo accusatore, forse perché stavol­ta c’è di mezzo il caro Michele, e in fondo anche lui stesso, collaborato­re di Annozero.
Siamo su Current tv e alziamo l’audio perché non ci fi­diamo delle nostre orecchie. Ma in effetti Travaglio sta dicendo pro­prio questo. In soldoni: la Cassazio­ne ha favorito la Rai e sfavorito San­toro, anticipando di due anni, «in­credibilmente », l’udienza sul ricor­so dell’azienda contro la famosa sentenza di reintegro di Santoro. Questa corte «à la carte» (Santoro avrebbe dovuto avvalersi del legitti­mo sospetto?), spiega il vicediretto­re del Fatto , ha seguito «tempi non propri», e invece di attendere la da­ta fissata per la sentenza, cioè il 2013, l’ha spostata due anni avanti, impedendo a Santoro di «comple­tare la legislatura».
A quel punto il conduttore - ci informa il suo cen­travanti di sfottimento - «annusa puzza di bruciato», «capisce che potrebbe esserci qualcosetta che non quadra», sì insomma che non c’è troppo da fidarsi di questi magi­strati della Cassazione, noti comu­nisti pappa e ciccia con Mauro Ma­si e col cavallo di Viale Mazzini. Eh sì, ragiona codice alla mano l’avv. Travaglio, «basterebbe che la Cas­sazione cambiasse un punto e vir­gola della sentenza d’appello, ma­gari annullandola con rinvio a un nuovo processo d’appello», uno de­gli innumerevoli trucchetti di que­ste toghe politicizzate, «perché la Rai abbia il pretesto per chiudere Annozero e tenere lì a bagnomaria Santoro e tutta la sua squadra senza fare niente, bloccati!». Come tenere «una Ferrari in garage» riassume Travaglio, in pieno slurp slurp. Di sfuggita il giornalista informa che ha la Rai ha saldato anche il conto con lui e Vauro, pagando tut­te le puntate arretrate (si dice, ma sono rumors, 2mila lordi ciascuna per Travaglio e 1500 euro per il vi­gnettista), e questo «per evitare una causa che sarebbe costata alla Rai molto più di quello che ci era dovu­to ».
Il teorema su Santoro però è deboluccio. Gli stessi avvocati che hanno seguito la causa per Viale Mazzini erano piuttosto scettici sul possibile accoglimento del ricorso, che in Cassazione non può riguar­dare il merito (cioè l’assurdità, al­meno secondo la Rai, di un condut­tore «per legge» in prima serata) ma solo la correttezza formale della sentenza d’appello. Poi, l’anticipo della sentenza di due anni rispetto alla data fissata al 2013, che puzze­rebbe «di bruciato», è prassi che si verifica spesso, «perché la corte quando può sveltire il processo lo fa, anche in base ad una recente ri­forma sull’ammissibilità del ricor­so » spiega uno dei giuristi consulta­ti da Viale Mazzini. Inoltre «non è affatto detto che la sentenza sareb­be stata depositata qualche giorno dopo, magari sarebbero passati 50 o 60 giorni». E quindi sembra die­trologia pura spiegare l’uscita di Santoro come l’effetto di un mezzo inciucio tra gli avvocati di Masi e la Cassazione, prevenuto da Santoro con la risoluzione del suo contratto.

Che invece è stata una «proposta irrevocabile di risoluzione incenti­vata », cioè una iniziativa del gior­nalista che ha sfruttato l’incentivo (30 mensilità) offerto dall’azienda per chiudere il suo rapporto e fare altro.
Però dopo i capricci con La7, Santoro sta ripensando alla Rai. E in Rai c’è chi ripensa a lui. Il consi­gliere del Pd, Nino Rizzo Nervo, e pare anche il presidente Paolo Ga­rimberti, hanno chiesto un parere del collegio sindacale Rai per verifi­care se l’atto del direttore generale (con cui ha transato col dipendente Santoro) non dovesse passare dal Cda. Lorenza Lei ha messo gli atti della transazione a disposizione del Consiglio, che oggi si riunisce an­che su questo odg. Se i sindaci di­ranno che toccava al Cda esprimer­si, l’accordo su Santoro tornerà in Consiglio, ancora e di nuovo. Inau­gurando così (ma è abbastanza im­probabile, perché le competenze del dg sono chiare...) la fiction giu­diziaria più duratura mai andata in onda in Rai.




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Risparmia soldi, abolisci il PowerPoint»

Corriere della sera

In Svizzera nasce un partito che chiede l'abolizione nelle aziende dell'uso del programma di casa Microsoft




Il logo dell'Anti PowerPoint Party (Internet)
Il logo dell'Anti PowerPoint Party (Internet)
MILANO – Danno economico, noia, pochi stimoli alla creatività. Gli svizzeri mettono sotto accusa il PowerPoint e, per far sul serio, fondano anche un partito politico. L’Anti PowerPoint Party è un movimento internazionale, nato nel maggio del 2011, contro il programma più usato al mondo nelle università e negli uffici per presentare progetti di lavoro. La sua dichiarazione d’intenti è chiara: «Frenare il fenomeno del tempo perso nella economia, nell’industria, nella ricerca e nelle università». Con particolare attenzione al danno economico causato dalle presentazioni con il famoso programma di casa Microsoft.

NOIA - Secondo l’APPP sono oltre 250milioni le persone nel mondo che ogni giorno sono costrette a ricorrere a presentazioni in PowerPoint. In alcuni paesi, gli studenti che non espongono con l’apposito programma del pacchetto Office, ricevono dei brutti voti: «Ma le presentazioni in PowerPoint sono noiose», sentenziano dal partito. Di conseguenza, le motivazioni invece di crescere, vanno scemando. Il ppt (sigla che caratterizza l’estensione del file) inoltre non è solo una perdita di tempo. Le cifre parlano chiaro: 110.000 milioni di euro buttati al vento ogni anno in Europa.

ALTERNATIVA - Eppure secondo gli svizzeri un’alternativa economica e divertente ci sarebbe: il flip-chart. La vecchia e cara lavagnetta con grossi fogli bianchi permette di esprimere con maggiore convinzione e creatività le proprie idee, senza annoiare il pubblico e senza perdere preziose ore di lavoro per prepararsi. Il ritorno al sistema «analogico», insieme a una buona capacità oratoria, potrebbe essere risolutivo nel 95% dei casi, assicurano dal partito. «Il nostro partito si basa sulla convinzione che il lavoro, in tutti i suoi aspetti, debba essere divertente, compreso il tempo speso per una presentazione da esporre in pubblico», si legge nel manifesto.

REFERENDUM - Il partito, che conta di diventare la quarta forza politica della Svizzera, si presenterà con una propria lista alle prossime elezioni del 23 di ottobre con l’obiettivo di proporre un referendum per l’abolizione del’uso del PowerPoint nelle presentazioni, a favore di altri metodi. Il leader è Matthias Poehm, un ex ingegnere informatico esperto di comunicazione. Poehm sostiene che le spiegazioni correlate da una presentazione elettronica sono molto meno efficaci di quelle che ne fanno a meno. L’ingegnere è anche autore di un libro, best seller, dal titolo «The PowerPoint Fallacy» (L’errore del PowerPoint). Ma non si tratterà, per caso, solo di una trovata pubblicitaria?



Maddalena Montecucco 
06 luglio 2011(ultima modifica: 07 luglio 2011 09:33)



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