mercoledì 6 luglio 2011

Due domande ai campioni della schiena dritta

Corriere della sera

 

Santoro, Mentana e i rispettivi collaboratori berlusconiani

di Aldo Grasso

Hacker, università sotto attacco

Corriere della sera


L'operazione nella notte: rubati i dati sensibili di 18 atenei, tra questi anche indirizzi email e password


MILANO- Dal Politecnico di Milano alla Bocconi. Passando per le università di Bologna, Pavia, La Sapienza e Torino. Il sistema informatico di diciotto atenei italiani è stato attaccato nella notte dagli hacker che hanno rubato indirizzi email, password, codici fiscali di professori e studenti. Tutti i dati sono poi stati messi in rete su file scaricabili da torrent Monova e filesharing Mediafire.


TWITTER- La rivendicazione è arrivata su Twitter dall'account LulzStorm. «Questo è un grande giorno per tutti noi e uno pessimo per le università italiane i loro siti sono pieni di debolezze. Alcuni di loro pensano di essere sicuri [...] Voi, italiani, date tutti i dati a questi idioti? È uno scherzo? Cambiate le password, ragazzi. Cambiate il concetto di sicurezza, università. Avremmo potuto diffondere molti più dati, avremmo potuto distruggere database e il vosto network. Eravate pronti a questo?». La polizia postale sta indagando sulla vicenda. L'attacco arriva il giorno dopo l'arresto di cinque Anonymous italiani. La notizia è stata data anche da Punto Informatico.

GLI ATENEI- Intanto le università corrono ai ripari. Dalla Bicocca fanno sapere che «il sistema di autenticazione non è stato violato». L'attacco riguarderebbe «il sito della facoltà di Psicologia che è gestito in outsourcing, hanno preso indirizzi email e nominativi». Ancora «non è chiaro quale sia lo scopo». Situazione simile a Bologna. Anche qui l'ateneo spiega che «sono informazioni molto generiche sulla didattica e sono state prese dal sito di un dipartimento ormai poco utilizzato». E non solo: «Le password che appaiono nel file degli hacker, che in qualche caso sono state decodificate, non sono quelle istituzionali». Intanto Luigi Frati, rettore de La Sapienza aggiunge che «l'attacco è stato respinto. E i dati rubati non sono rilevanti». Ma la guerra informatica non finisce qui: «Le università sono solo l'inizio».


Benedetta Argentieri
06 luglio 2011 21:19



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Sopranos» di Busto Arsizio, si pente il boss Rosario Vizzini

Corriere della sera

L'uomo ha fatto ritrovare i resti di un «picciotto» ucciso nel 2008. Potrebbe svelare altri segreti di Cosa Nostra


MILANO – Si è pentito il capo dei Sopranos di Busto Arsizio: Rosario Vizzini, il boss che non esitava ad affittare una limousine bianca e un ristorante top gourmet per il battesimo della figlia, è diventato un collaboratore di giustizia e come prima prova dell’autenticità delle sue confessioni ha fatto ritrovare i resti di un «picciotto» di cui si erano perse le tracce nel 2008 e che era stato assassinato dal clan. Per la lotta alla criminalità organizzata in Lombardia si tratta di un passo decisivo, perché Vizzini è considerato il reggente al Nord della cosca dei Rinzivillo di Gela: un «capo», insomma, depositario di molti segreti sulle trame dell’economia illegale in Lombardia. La fredda cronaca dice che nei giorni scorsi la Squadra Mobile di Varese ha individuato in un campo di Vizzola Ticino, a pochi passi dall’aeroporto di Malpensa, la tomba di Rosario D’Aleo, un piccolo malavitoso locale legato alla famiglia dei gelesi. L’esame del dna ha consentito di stabilire con certezza l’identità di quei poveri resti.


Il fatto più importante è però che quel ritrovamento è stato possibile grazie al racconto di Rosario Vizzini, che si trova in carcere dal 2009 colpito da due ordinanze per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Ma chi è Vizzini? Cinquantuno anni, ufficialmente titolare di alcune attività immobiliari, alle cronache è conosciuto per via di un’intercettazione ambientale effettuata due anni fa dalla Mobile: gli agenti filmarono in quell’occasione una limousine bianca mentre varca il cancello di un lussuoso ristorante sul lago d’Orta. Dall’auto ecco scendere Vizzini che tiene in braccio la figlioletta, appena reduce dalla cerimonia di battesimo. La ricchezza esibita, la pacchianeria della cerimonia aveva fatto guadagnare a Vizzini e ai suoi accoliti il nomignolo di «Sopranos di Busto Arsizio». Più prosaicamente Vizzini è ritenuto il fondatore di una filiale al Nord delle famiglie malavitose di Gela.


«E’ la prima volta che un appartenente a questo specifico clan decide di collaborare con la giustizia» così il capo della Mobile Sebastiamo Bartolotta sottolinea l’importanza dell’indagine. Secondo alcune indiscrezioni, Vizzini ha davanti a sé la prospettiva di rimanere in carcere per circa 20 anni e, anche per il legame stretto con la famiglia (quella di sangue, beninteso) avrebbe deciso di raccontare quello che sa per poter beneficiare di sconti di pena. Ovvio, dunque, che nei primi interrogatori non avrebbe parlato solo dell’omicidio D’Aleo. Il suo percorso collaborativo, viene sottolineato, è solo all’inizio e potrebbe svelare altri segreti sul radicamento di Cosa Nostra al Nord.

Claudio Del Frate
06 luglio 2011 16:45

Padre Fedele condannato a 9 anni e 3 mesi

Corriere della sera

Per violenza sessuale su una suora. La reazione: «Vergognatevi tutti, sono innocente»


MILANO - Nove anni e tre mesi di reclusione: è questa la condanna inflitta dal tribunale di Cosenza a padre Fedele Bisceglia, ex frate francescano fondatore dell'Oasi dei poveri, giudicato colpevole di violenza sessuale su una suora. Il collegio dei giudici del tribunale di Cosenza, presieduto da Antonia Gallo, ha condannato anche il segretario, Antonio Gaudio, a 6 anni e 3 mesi per lo stesso reato.


RICHIESTE DELL'ACCUSA - I pubblici ministeri Adriano Del Bene e Salvatore De Maio avevano chiesto una condanna ad otto anni di carcere per Bisceglia e sei anni di reclusione per Antonio Gaudio, segretario del frate ed imputato per lo stesso reato. Padre Fedele Bisceglia finì in carcere il 23 gennaio 2006 per i cinque stupri denunciati dalla suora. La donna riferì di essere stata costretta ad assumere dei farmaci, che l'avrebbero resa completamente succube dei suoi presunti violentatori. L'accusa ha incentrato il processo sull'esuberante personalità dell'ex frate missionario, noto per la sua passione calcistica, da vero ultrà, per la squadra del Cosenza e per avere convertito una pornostar, mentre la difesa ha puntato sulla mancanza di prove consistenti che confermino le violenze.

«INNOCENTE» - «Vergognatevi tutti, magistrati, suore e preti, perchè è stato condannato un innocente». Sono la parole gridate dall'ex frate subito dopo la condanna: «Avete infangato un sacerdote onesto, si tratta di un complotto messo in piedi ai miei danni - ha aggiunto - È la pagina più dolorosa mai scritta dalla magistratura di Cosenza». Già nei giorni scorsi, a conclusione delle arringhe difensive, era stato lo stesso Bisceglia a ribadire la propria innocenza leggendo in aula una lettera in cui invitata la suora a dire la verità e chiedeva, provocatoriamente, all'ex questore e all'ex dirigente della mobile che l'arrestarono cinque anni fa, dove fossero le prove lampanti e i filmati che dovevano provare la sua colpevolezza. Nell'ottobre 2007, padre Fedele Bisceglia fu espulso dall'Ordine generale dei frati minori cappuccini non per la vicenda processuale, ma per le intemperanze che gli erano già costate tre ammonimenti. L'espulsione scaturì dopo l'ennesima partecipazione del frate ad una partita del Cosenza, seduto in curva con gli ultrà con una sciarpa rosso-blu legata al collo.

(Fonte: agenzie)
06 luglio 2011 17:08

Arrestato Nicoletti, l'ex cassiere della banda della Magliana

Corriere della sera

Coinvolto nell'operazione «il gioco è fatto» l'anziano pregiudicato avrebbe tenuto le fila di un giro di truffe


ROMA - Torna in manette Enrico Nicoletti, 74 anni, ex cassiere della Banda della Magliana. L'arresto è scattato mercoledì 6 luglio anella Capitale. A carico dell'anziano pregiudicato pende l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di millantato credito, truffa, usura, falso, riciclaggio e ricettazione. Nicoletti è stato catturato nel corso dell’ultimo atto dell’operazione «Il Gioco è fatto» che già nell’ottobre 2010 aveva portato gli uomini della Questura di Roma ad eseguire una prima serie di misure cautelari. La scorsa settimana, poi, nell'ambito della stessa inchiesta, la Divisione Anticrimine aveva eseguito un sequestro preventivo di beni per un valore di circa 2, 5 milioni di euro.


RITORNO ALLA TRUFFA - Secondo gli inquirenti, Nicoletti sarebbe stato a capo del sodalizio criminoso che, millantando conoscenze e crediti, truffava ignare vittime interessate all’acquisto di beni immobili oggetto di aste giudiziarie. Proprio a lui erano destinati i proventi dell’attività illecita, poi reinvestiti in attività commerciali e beni immobili.
In manette, nella stessa mattinata di mercoledì è finito anche il braccio destro dell'ex cassiere della Magliana, Alessio Monselles, 68 anni, questa volta arrestato dagli uomini della Guardia di Finanza, che hanno condotti nei suoi confronti accertamenti di natura patrimoniale.

Nicoletti in occasione di un precedente arresto
IL FACTOTUM - All’interno dell’organizzazione per Monselles era stato disegnato il ruolo di factotum che fungeva anche da uomo di collegamento tra Enrico Nicoletti e gli altri associati, con compiti ben precisi nella raccolta dei proventi ricavati e nella relativa consegna allo stesso capo dell’organizzazione. Ancora una volta, nel corso delle indagini, si è rivelato determinante l’asse tra gli organi investivi della Questura e l'impegno dellla Procura rappresentata dal sostituto procuratore della Repubblica Ceniccola e dal procuratore aggiunto Capaldo, che hanno seguito l’intera vicenda giudiziaria.

Redazione online
06 luglio 2011 18:57

Tour de France: Sorensen trascinato a terra da una moto

Corriere della sera

 

Sorensen trascinato a terra dalla moto

 

Week end, arriva il grande caldo al Sud

Corriere della sera

 

Temperature anche oltre i 35 gradi e umidità ai massimi

 

MILANO - Eravamo sotto la media, qualche grado in meno rispetto alle temperature di stagione. Questo week end, però arriva, l'estate. Dopo la tregua di questi ultimi giorni, con le nuvole e la pioggia che hanno abbassato le temperature in tutta la Penisola, torna a grandi passi il grande caldo.

 

 

GLI ESPERTI - Secondo gli esperti del portale 3bMeteo, già da oggi le temperature saliranno. Nei prossimi giorni ci attende un flusso di aria calda direttamente dal Sahara, che è in procinto di invadere l'Italia dove alimenterà una bolla anticiclonica che, nel fine settimana, porterà un'ondata di calore soprattutto al centrosud. Sarà un week end di caldo africano, dunque, con afa e alti tassi di umidità, e temperature superiori alla media, oltre i 35 gradi.

 

Redazione online
06 luglio 2011 17:55

Diritto d'autore, approvato lo schema Non ci sarà l'inibizione dell'accesso ai siti

Corriere della sera


L'Agcom dà il via libera alla regolamentazione del copyright nella rete. Rimozione dei contenuti tutelati


ROMA

L'Agcom, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ha approvato con sette voti a favore un astenuto e un voto contrario lo schema di regolamento sul diritto d'autore che nell'attesa dei giorni scorsi aveva scatenato la protesta della rete, e che viene posto ora ad una consultazione pubblica di 60 giorni, nel corso della quale tutti i soggetti interessati potranno fare pervenire proposte e osservazioni al testo che al momento è dunque solo provvisorio. Lo schema prevede che per la rimozione dei contenuti coperti da copyright, «la procedura dinanzi all'Autorità è alternativa e non sostitutiva della via giudiziaria e si blocca in caso di ricorso al giudice di una delle parti». La procedura, inoltre «non prevede alcuna misura di inibizione dell'accesso ai siti internet».

IL COPYRIGHT - Lo schema del provvedimento si divide in due parti. La prima è relativa alle misure da sviluppare per favorire l'offerta legale e la promozione effettiva dell'accesso ai contenuti da parte degli utenti. La seconda partecontiene una serie di misure a tutela del diritto d'autore e si articola in due fasi: una relativa al procedimento dinanzi al gestore del sito, la seconda al procedimento dinanzi all'Autorità.

Nella prima fase, se riconosce che i diritti del contenuto oggetto di segnalazione sono effettivamente riconducibili al segnalante, il gestore del sito può rimuoverlo lui stesso entro 4 giorni, accogliendo la richiesta rivoltagli (notice and take down).

Nella seconda fase, qualora l'esito della procedura di notice and take down non risulti soddisfacente per una delle parti, questa potrà rivolgersi all'Autorità, la quale, a seguito di un trasparente contraddittorio della durata di 10 giorni, potrà impartire nei successivi 20 giorni (prorogabili di altri 15) un ordine di rimozione selettiva dei contenuti illegali o, rispettivamente, di loro ripristino, a seconda di quale delle richieste rivoltegli risulti fondata.

La procedura dinanzi all'Autorità è alternativa e non sostitutiva della via giudiziaria e si blocca in caso di ricorso al giudice di una delle parti. Inoltre, come tutti i provvedimenti dell'Agcom, anche le decisioni in materia di diritto d'autore potranno essere impugnati dinanzi al TAR del Lazio.

LE ECCEZIONI - La procedura non riguarda (sulla base del principio del fair use): i siti non aventi finalità commerciale o scopo di lucro; l'esercizio del diritto di cronaca, commento, critica o discussione; l'uso didattico e scientifico; la riproduzione parziale, per quantità e qualità, del contenuto rispetto all'opera integrale che non nuoccia alla valorizzazione commerciale di questa.

«TESTO SENZA AMBIGUITA» - «Abbiamo messo a punto un testo attentamente riconsiderato, dal quale sono state eliminate ambiguità e possibili criticità, fugando così qualsiasi dubbio sulla proporzionalità e sui limiti dei provvedimenti dell'Autorità e sul rapporto tra l'intervento amministrativo e i preminenti poteri dell'Autorità giudiziaria». Questo il commento del presidente dell'Agcom Corrado Calabrò, dopo l'approvazione da parte dell'Autorità dello schema di delibera sul diritto d'autore.

L'ATTACCO DI DI PIETRO - Il numero uno dell'Idv, Antonio Di Pietro, attacca però l'Agcom all'interno di una lettera aperta ai leader di Pd e Sel, Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola, in cui propone anche la convocazione degli «stati generali dell'informazione». L'Authority, secondo l'ex pm, «pone un bavaglio alla Rete, unico baluardo della democrazia in questi tempi bui e strumento fondamentale che ha veicolato le informazioni sui referendum. Ha confermato ancora una volta di non essere fuori dal gioco ma di farne parte. Anche per questo occorre rivedere la composizione e la natura stessa di questo organo che potrebbe essere costituito da un garante unico e indipendente dalla politica».


Redazione Online
06 luglio 2011 18:36



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Calci e pugni contro l'auto di Caldoro I carabinieri fanno scudo

Corriere del Mezzogiorno

 

Santa Lucia, presa d'assalto la vettura del governatore . I precari: volevamo solo parlargli, ci hanno colpiti

 

NAPOLI - Calci e pugni contro l'auto del presidente della Regione Campania Stefano Caldoro. L’episodio si è verificato intorno alle 17, mentre il governatore stava uscendo a bordo della propria automobile di servizio, dalla sede della giunta regionale di Santa Lucia. La vettura è stata circondata dai manifestanti della casa di cura «Villa Russo» (400 dipendenti) e Villa Alba (altri 80) che da mesi protestano perchè non percepiscono lo stipendio e vogliono avere risposte in merito ad un loro ricollocamento in altre strutture sanitarie. Stando a quanto raccontano alcuni testimoni, l’auto con a bordo il presidente Caldoro è rimasta ferma almeno cinque minuti perché qualunque movimento avrebbe potuto provocare pericoli per i lavoratori che circondavano la vettura.

 

 

Corrado Gabriele: come mai era in un'Audi?

 

PARAPIGLIA - Calci e pugni contro le lamiere, pressanti inviti a Caldoro a uscire dalla vettura, e anche, sempre stando alle prime testimonianze, ripetuti tentativi di aprire le portiere dell’auto hanno caratterizzato l’episodio. I manifestanti sono stati immediatamente allontanati dalle forze dell’ordine e Caldoro si è allontanato. Il parapiglia si è verificato mentre all’interno della sede della Regione era in corso un incontro tra una delegazione sindacale dei lavoratori e rappresentanti della Regione. Diversa la versione dei manifestanti, che invece denunciano che la vettura del governatore ha tentato comunque di oltrepassare il blocco. Alcuni lavoratori si sarebbero fatti medicare dalle ambulanze (due) che sono arrivate sul posto.

I MOTIVI DEL SIT-IN - Una lunga giornata, quella dei cassintegrati e precari di Villa Russo e Villalba e dei loro delegati sindacali. Racconta Massimo Salvatore (Fp Cgil): «Abbiamo atteso per ore che Danilo Del Gaizo (capo di gabinetto di Caldoro, ndr) o l'assessore Nappi ci ricevessero. Alla fine, verso le 5, ci sono venuti incontro Coppola e Morlacco, commissari delle Asl». Incontro interlocutorio, con relativo aggiornamento al 12 luglio. Salvatore contesta l'atteggiamento della giunta. «Va bene incontrare i «tecnici», ma l'impasse è politico e possono risolverlo solo i politici. Perché non si sono fatti vedere?». La crisi dei cassintegrati di Villalba e Villa Russo si acuisce nel dicembre scorso. Col taglio dei posti letto, quattrocento lavoratori, molti specializzati, dovevano essere trasferiti, come previsto dal piano ospedaliero, in altre strutture private. L'accordo però viene emendato a giugno dal governo centrale. Da sette mesi i lavoratori sono a meni conserte: oltre agli operatori sociosanitari , ci sono anche biologi e ostetrici. «La violenza non è mai una risposta - conclude il sindacalista - ma la rabbia della gente è davvero tanta: la politica non può giocare a nascondino. Deve dare risposte».

LA CISL CONVOCA RIUNIONE D'URGENZA - In merito all'aggressione all'auto di Caldoro, il segretario regionale della Cisl Campania, Lina Lucci, ha convocato d'urgenza una riunione con i lavoratori della struttura ospedaliera, tutt'ora in corso, a cui partecipa anche il segretario generale Fp Cisl, Salvatore Altieri, per verificare l'accaduto e delineare le azioni future «nell'ottica - si legge in una nota - di responsabilità e collaborazione che ha sempre distinto i rapporti tra le parti in causa».

«AGGRESSIONE» - In una nota diffusa in serata, Palazzo Santa Lucia parla di "aggressione" all'auto del governatore proprio mentre si "lavorava" alla soluzione della vertenza e di un «grave episodio di intolleranza nei confronti del presidente della Regione».

 

Alessandro Chetta
Carlo Tarallo

05 luglio 2011
(ultima modifica: 06 luglio 2011)

Mangia genuino, compra clandestino. Contro lo strapotere dei grandi marchi

Corriere della sera

 

Un documentario sul mondo dei neocontadini, che guarda al diritto di mangiare sano e produrre «umano»

 

MILANO - Primi piani sulla terra. Primi piani su volti e mani che lavorano. Zolle di terra e cipolle, zolle e scarpe infangate. Il ritmo è quello documentaristico che corre veloce, enuncia, denuncia. E si ferma per lasciare voce ai protagonisti della storia. Genuino clandestino è titolo del documentario, che si presenta il 6 luglio in anteprima a Napoli e il 15 luglio a Bologna. Ed è il nome del movimento di contadini (200 nella campagna romana, 100 a Bologna, una sessantina in Campania) che, da una decina d’anni, organizzano mercatini autogestiti anche nelle grandi città del nord come forma di resistenza ai mercati generali e alla grande distribuzione.

 

 

BUDGET COLLETTIVO - La regia è di nicola angrisano (minuscolo) identità collettiva di registi, filmaker, «medi attivisti» che usano la video-narrazione per fare un’informazione che produce insieme ai suoi protagonisti. Genuino clandestino è stato prodotto da insu^tv-produzioni dal basso, nata come telestreet partenopea e passata poi alla rete delle micro-webtv su Internet, e 500 persone che hanno pre-acquistato le copie del documentario creando quindi il budget necessario a produrre i 70 minuti di girato. Un modello su cui in Usa gruppi di interesse e persone qualunque, che vogliono maggiore informazione su argomenti specifici, si coalizzano intorno a gruppi di giornalisti creando collette per finanziare inchieste e servizi giornalistici e che in alcune città come Seattle ha preso il posto dei giornali locali che erano praticamente spariti.

CONTAMINAZIONE CONTADINI-CITTADINI - nicola angrisano e insu^tv usano la grammatica documentaristica e la tecnologia digitale per «contaminarsi con le esperienze dei singoli e delle comunità», dice uno degli anonimi del collettivo. Lo hanno fatto, nel 2009, con Una montagna di balle, docufilm sui rifiuti in Campania, che ha partecipato a diversi festival e continua a girare nei territori ancora coinvolti dall’emergenza. Strumento di racconto, denuncia, azione di resistenza. «Non ho mai fatto scelte agricole che abbiano pensato prima a quanto posso realizzare», dice un contadino laziale, «penso che cosa mi piace fare. E con la mia zappa mantengo la famiglia e sostengo la lotta ai diserbanti». «I nostri mercati si basano sull’alleanza tra contadini e cittadini», dice un produttore agricolo. «Uniti per il diritto a mangiare sano. E se passasse il nostro messaggio, verrebbe rivoluzionato il modello di produzione agricola e della trasformazione».

CICORIA DEMOCRATICA - In Genuino clandestino parlano giovani o meno per i quali la spesa alimentare è l’inizio di una catena di scelte consapevoli, quelli che la grande distribuzione definirebbe consumatori, ma che si definiscono co-produttori per sottolineare l’alleanza con produttori e trasformatori di materie prime che hanno data vita al movimento. E c’è la voce di coltivatori, allevatori, pastori e artigiani. Spesso non sono contadini di prima generazione ma precari, disoccupati, ex insegnati che hanno scelto di tornare alla terra con un progetto politico. «Bastano poche battute per capire che dietro anche a una testa di cicoria presente in uno di questi mercati si nasconde la volontà di resistenza di contadini che lottano contro politiche europee, l’agroindustria italiana e modelli di consumo incoerenti e anti-ecologici», dice ancora uno degli “anonimi” produttori del documentario. «Ma soprattutto contro il potere della grande distribuzione, dei marchi multinazionali che grazie alle economie di scala hanno fatto business perfino della cosiddetta “agricoltura biologica” stravolgendone spesso il significato».

AUTOCERTIFICAZIONE DI BONTA' - Pani cotti al forno al legna, marmellate, insaccati. Lavoro della terra e trasformazione corrono nelle immagini per mostrare come un altro modello possa esistere. Un modello che ritorna, soprattutto per difendere la libera lavorazione dei prodotti, l’agricoltura contadina, il patrimonio di saperi e sapori della terra. Quella tradizione che a volte le leggi non contemplano. E che i “genuini” (riuniti in associazioni che si chiamano terra terra, a Roma, Campi Aperti, a Bologna, la Ragnatela Autoproduzioni a Napoli, Etain ed il mercatino itinerante a Gubbio e la Terra trema a Cosenza) rispondono bollando e autocertificando la loro ribellione all’omogeneità. Genuino clandestino è diventato il marchio dei loro prodotti

 

Luisa Pronzato
06 luglio 2011 13:11

Moto e disabilità: l'odissea di Andrea

di Redazione

Andrea Lostaglio, appassionato di motociclismo, racconta il suo tentativo di coronare il sogno di una vita, diventando un biker nonostante la sua disabilità




Il motociclismo e la disabilità possono sembrare - e per molti lo sono - mondi decisamente distanti. Le leggi in materia sono confuse e piuttosto generiche, le informazioni vaghe. Per una persona portatrice di disabilità, l'idea di diventare un centauro può sembrare destinata a rimanere semplicemente un'utopia.
Poi ci sono le eccezioni. Eccezioni come la storia di Andrea Lostaglio, un lettore che potrebbe non essere così lontano dal diventare un harleyista.

“Vorrei riuscire a dare un po' di visibilità” - racconta Andrea – “ad una categoria, quella dei diversamente abili, di cui faccio parte e che ho particolarmente a cuore. Per un disabile le sfide da affrontare quotidianamente sono numerose, anche per i gesti più semplici. Fare la patente per la moto è decisamente una prova ulteriore. Quella per il motociclismo è una mia passione da sempre. Arrivato a quasi quarant'anni ho cercato di darle un seguito, scontrandomi con una serie di problematiche non indifferente. Fare la patente per la macchina era già stato sufficientemente complesso, soprattutto per le modifiche che aveva richiesto adattare il veicolo alle mie necessità. Fare la patente alla moto sembrava anche meno realizzabile, almeno fino a quando la legge ha permesso anche ai "diversamente abili" di tentare la strada della patente motociclistica”.

Andrea soffre di un disabilità all'arto sinistro, che gli rende impossibile guidare un motoveicolo senza l'utilizzo di un'ortesi, un'apparecchiatura ortopedica in grado di aiutarlo nella guida.
“Avevo già fatto un tentativo di prendere la patente qualche anno fa”- continua Andrea- “poi avevo rinunciato all'idea. Nel 2007, ho deciso di provare di nuovo e ho iniziato a raccogliere informazioni su cosa fosse necessario fare. La situazione che ho scoperto, dal punto di vista legislativo, era a dir poco confusa.

Inoltre La DisaBike, associazione che prima si occupava di aiutare i disabili nelle modifiche necessarie ai motoveicoli, nel frattempo aveva chiuso i battenti. In sostanza, le cose dal mio primo tentativo, se possibile, erano persino peggiorate. Ho passato diverso tempo cercando informazioni su internet e ho scoperto per caso la DalBo Mobility, una piccola azienda trevigiana che si occupa proprio di modificare moto per disabili. Li ho chiamati e dopo avere parlato con Alessandro Dalbo, il proprietario dell'azienda, ho deciso di provare a fare la patente, appoggiandomi a un'autoscuola locale e cercando nel frattempo di capire quali modifiche erano necessarie al mezzo, per far fronte alla mia condizione”.

Andrea è da sempre un fan della Harley. Una volta capito che qualcosa si poteva fare per dare seguito al suo desiderio di cavalcare una moto, gli restava da capire cosa.
“Ho sempre amato la Harley Davidson e così ho provato a contattarli” ci racconta Andrea- “ per capire se era possibile adattare una delle loro moto alle mie esigenze. Non contavo nella loro attenzione, invece nel giro di poco tempo ho ricevuto una risposta sia dalla divisione europea di Harley, sia dal mio concessionario di zona. Si sono mostrati assolutamente disponibili a farmi provare uno dei loro mezzi modificati, un gioiellino di cui in Italia esistono davvero pochi esemplari. L'approccio con la moto, almeno all'inizio, non è stato dei più semplici. Utilizzare il pulsante che di fatto sostituisce la frizione ha richiesto un po' di pratica, ma non mi sono lasciato scoraggiare dalla cosa e, dopo qualche tentativo, ho iniziato a capire il meccanismo.

Parlando con Alessandro Dalbo, ho scoperto poi che esiste la possibilità di modificare ulteriormente la moto, rendendo la frizione semi-automatica. La cosa porterebbe dei grandi vantaggi estetici e renderebbe il mezzo molto più guidabile, ma il pezzo che mi servirebbe è ormai fuori produzione da tempo. E resta sempre da capire se mi daranno la patente o meno”.
Insomma, per Andrea la peripezie sono appena all'inizio, ma se non altro il sogno di diventare motociclista è un passo più vicino alla sua realizzazione grazie alla sua perseveranza e forza di volontà che dimostrano che motociclismo e disabilità non sono due realtà inconciliabili.




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Abusi su una suora, condannato padre Fedele: 9 anni e 3 mesi al frate, 6 anni al suo segretario

di Redazione


Sentenza di primo grado del tribunale di Cosenza per le accuse al religioso, riconosciuto colpevole di abusi sessuali su una suora. Padre fedele Bisceglia è stato condannato a 9 anni e 3 mesi. Insieme a lui anche il suo segretario, Antonio Guadio, che dovrà scontare 6 anni e 3 mesi per lo stesso reato




Cosenza - Nove anni e tre mesi di reclusione: è questa la condanna inflitta dal tribunale di Cosenza a padre Fedele Bisceglia, giudicato colpevole di violenza sessuale su una suora. Il tribunale ha condannato anche il segretario, Antonio Gaudio, a 6 anni e 3 mesi per lo stesso reato.




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La sovrintendente: la «Madonna del Divino Amore» va attribuita a Raffaello

Corriere del Mezzogiorno


Le certezze di Mochi Onori dopo le nuove indagini sul dipinto. Una mostra nella primavera 2012



Il dipinto «assegnato» a Raffaello in precedenza considerato opera di Giovan Francesco Penni

Il dipinto «assegnato» a Raffaello in precedenza considerato opera di Giovan Francesco Penni


NAPOLI - «Un’opera non di scuola, ma in cui appare evidente la mano del maestro» . Ne è convinta la sovrintendente per il Polo museale di Napoli Lorenza Mochi Onori, che ieri mattina ha presentato a Capodimonte le nuove indagini sul dipinto «Madonna del Divino Amore», riattribuito così a Raffaello in seguito nuovi studi. E come spesso accade nelle indagini storico artistiche, affidabili tecnologie scientifiche possono cambiare destino di un quadro, il suo valore, la sua collocazione espositiva.

LE INDAGINI - Dopo averlo spiegato già il 25 giugno al Louvre di Parigi in occasione della Giornata di studi su «Raffaello a Roma: gli ultimi anni», la Mochi Onori ci è tornata su ieri, annunciando per la primavera del 2012 anche una mostra su «Raffaello nelle collezioni di Capodimonte e il suo influsso a Napoli» . «Questi due dipinti della collezione Farnese— ha spiegato la sovrintendente, che ha collaborato con Angela Cerasuolo e Marina Santucci, ovvero «La Madonna del Divino Amore» e «La Madonna detta della Gatta», erano attribuiti, la prima, a Giovan Francesco Penni, e la seconda a Giulio Romano. Analizzando la ‘‘ Madonna del Divino Amore’’ e i disegni ad essa collegati e grazie alle indagini che abbiamo eseguito, abbiamo nuovi fondamentali elementi, con cui ribadire su nuove basi l’intervento di Raffaello anche nell’esecuzione dell’opera». Tutta la riflessione deriva infatti dall’organizzazione della bottega del maestro urbinate nei suoi ultimi anni di attività Roma, con riferimento al ruolo degli allievi. «In particolare, sta chiarendo il carattere di emuli e fedeli interpreti delle sue invenzioni che ebbero Giulio Romano e il Penni. A cui sono stati attribuiti numerosi dipinti del periodo romano, già considerati di Raffaello».

LA STORIA - La titolatura della «Madonna del Divino Amore» si è affermata nell’Ottocento a partire da una denominazione tradizionale, poi riutilizzata da Crowe e Cavalcaselle nel 1882. «Pedretti — continua la studiosa — ha suggerito un rapporto con l’istituzione dell’Oratorio del Divino Amore di Santa Cecilia del 1516. Un cenacolo di umanisti cari a Raffaello come Sadoleto, Bembo e Castiglione e di convinti sostenitori della riforma che animava allora il mondo cattolico, come Gian Pietro Carafa, Gaetano Thiene, Pico della Mirandola e Alberto Pio da Carpi.

Il dipinto di Capodimonte rispecchia questo clima, grazie all’intima spiritualità devozionale» . Committente fu proprio il cardinale Leonello, noto per i suoi contrasti con l’umanista e diplomatico Erasmo, che aveva ricevuto nel 1515 la rocca di Meldola, raffigurata nel dipinto, da Leone X. Vasari vide il dipinto a Roma nelle collezioni del cardinale Rodolfo Pio, nipote di Leonello, e fu il primo parlarne nelle «Vite» con elogi che considerano il dipinto miracolosissimo di colorito e di bellezza singulare … condotto di forza e d’una vaghezza tanto leggiadra io non penso che è si possa far meglio» .

Un giudizio che lo inserì fra i capolavori dell’urbinate, poi acquistato nel 1564 per 453 scudi dal cardinale Alessandro Farnese. «Durante questa permanenza — continua la Mochi Onori— il dipinto fu ammirato e copiato. Se ne conoscono infatti numerose copie su tela, su tavola su rame e svariate incisioni. Poi fu trasferito a Parma nel 1662 e nel 1734 raggiunse Napoli con il resto della collezione Farnese al seguito di Carlo di Borbone». E fra le curiosità c’è da ricordare quella di Ferdinando IV che lo scelse assieme ad altri tredici dipinti, ritenuti i più preziosi, per la sua fuga a Palermo, da cui ritornò nel 1816 grazie alla Restaurazione.

Ma quando si deve la messa in discussione della paternità del grande maestro marchigiano? «Fu considerato di Raffaello per tutto l’Ottocento — risponde la sovrintendente — e poi ritenuto da Crowe e Cavalcaselle opera di bottega, mentre nel 1895 il Dollmayr avanzò per primo il nome del Penni, assegnando a Raffaello solo l’ideazione» . Si è pensato, inoltre, che il cartone del dipinto, anch’esso a Capodimonte, dovesse ritenersi opera del Fattore. «Il disegno — sostiene la Mochi Onori — alla luce delle indagini, si è invece rivelato una copia su carta tratta dal dipinto e non un cartone preparatorio» . Un bel ribaltamento a cui hanno contribuito anche altre indagini. «Le riflettografie del maggio scorso ci consentono di spostare i termini del problema dallo schema ideazione-esecuzione alla questione della responsabilità del maestro nelle opere che uscivano di bottega, proponendo così per il dipinto di Capodimonte un grado alto di autografia».

I CAMBIAMENTI - Questo approfondimento è stato realizzato dall’Istituto nazionale di Ottica di Firenze e ha prodotto una successione di immagini monocromatiche perfettamente sovrapponibili. «Il disegno soggiacente rivelato dall’indagine riflettografica— spiega ancora la Mochi Onori—, eseguito per noi da Raffaello, aggiunge infatti un elemento determinante alle nostre conoscenze, condizionando ogni valutazione sulla partecipazione del maestro alla sua realizzazione. Perché le trasformazioni del dipinto rispetto al disegno sono radicali e testimoniano una continua modifica in corso d’opera» . Ma quali sono allora i cambiamenti? «Al paesaggio del dipinto, con corso d’acqua, ponti, imbarcazioni, animali e steccato, nel disegno si aggiungeva una balaustra sbalzata. E poi la figura di San Giuseppe non era prevista in questa fase e solo in una seconda fu deciso di coprire gran parte del paesaggio, il cui unico elemento rimane la rocca visibile in alto. Quindi se Raffaello si servì senza dubbio di collaboratori per la realizzazione di dipinti e disegni, ci sembra difficile che delegasse loro parti importanti e creative, come tutte le modifiche sostanziali che risultano apportate in corso d’opera al gruppo centrale» . La sovrintendente si riferisce alle figure di Santa Elisabetta e San Giovannino, inizialmente più in basso, con la gamba sinistra inclinata all’infuori. Anche se la trasformazione più radicale interessa Sant’Elisabetta, la cui testa è stata ruotata in posizione frontale, mentre il suo sguardo si dirige sul Bambino.


Stefano De Stefano
06 luglio 2011




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Su Facebook si spacciano per il ministro Tremonti Ora rischiano un anno di reclusione

La Nazione


I due ladri di identità, trentenni, sono stati rintracciati dalla Guardia di Finanza, uno in provincia di Torino e l'altro in provincia di Firenze


Fenomeno Facebook (FOTOFIOCCHI)

Firenze, 6 luglio 2011

In 5mila ci sono cascati e hanno creduto di essere diventati amici virtuali, su Facebook, del ministro dell'Economia Giulio Tremonti. I due ladri di identità, trentenni, sono stati rintracciati dalla Guardia di Finanza, uno in provincia di Torino e l'altro in provincia di Firenze. Ad attirare i primi sospetti sono stati alcuni messaggi che le Fiamme gialle definiscono "fuori protocollo".

I collegamenti al social network sono avvenuti da luoghi sempre diversi, ma il Nucleo Frodi Telematiche ha ricostruito ogni singolo passaggio e schedato la configurazione dei computer utilizzati. Con l'aiuto dei piani alti di Facebook sono stati individuati i due giovani, che ora rischiano un anno di reclusione.

Le indagini della Procura di Roma, coordinate dal Procuratore Aggiunto Nello Rossi e dirette dal Sostituto Giuseppe Corasaniti, hanno visto impegnate le fiamme gialle del GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche, del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma e della Tenenza di Pontassieve che hanno dato nome e volto ai 'finti' Tremonti.





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Il signor Giovanni e l'Inps : una bella lezione di «non ordinaria» civiltà

Corriere della sera


Per un banale errore di trascrizione non riceveva la pensione di invalidità: caso risolto grazie al Corriere



Sono Giovanni Guerra sulla cui vicenda (una pratica di invalidità ferma per un errore di trascrizione del nome, ndr) Lei ha scritto, sul Corriere Salute del 5 giugno scorso, l'articolo: «Come ci si difende da una burocrazia miope e per di più pigra?». A tal proposito Le voglio comunicare con mia grande gioia che l'Inps mi ha inviato tramite raccomandata sia il verbale di invalidità civile, sia quello relativo alla legge 104/92. È implicito il fatto che senza il suo intervento la mia pratica sarebbe ancora bloccata presso gli uffici dell'Inps in attesa del "cambio di una vocale"! La ringrazio moltissimo per quello che fa a difesa dei diritti degli invalidi civili nel nostro Paese.


Risponde 


Franco Bomprezzi
Giornalista, esperto in diritti delle persone disabili


Caro signor Guerra, ci siamo quasi commossi leggendo la sua lettera. Sono rare le circostanze nelle quali un giornalista e un giornale - anche un grande quotidiano nazionale come il Corriere della Sera - possono gioire per avere concretamente e celermente contribuito alla risoluzione di una ingiustizia. Quindi, grazie per averci scritto subito. Ne siamo felici.

Ricordo rapidamente il suo caso: per un banale errore di trascrizione del nome, lei risultava all'Inps come "Giovanna" e non come effettivamente lei è, ossia il signor Giovanni. Un inceppamento burocratico che ha messo in crisi, incredibilmente, la conclusione di un iter già di per sé complesso e tortuoso, come quello legato alla certificazione di invalidità ai fini pensionistici. Comprensibile il suo scoramento di fronte alla constatazione che il buon senso sembrava non potesse farsi largo e individuare una soluzione pratica, che riallineasse l'identità e sbloccasse la "pratica". E così lei ha scelto di scrivere a noi, che abbiamo deciso di scegliere proprio la sua storia, fra le tante, di varia umanità, che segnalano piccoli o grandi incomprensioni fra il cittadino e la pubblica amministrazione. Dobbiamo però vedere, di questa vicenda, la parte decisamente positiva. L'Inps, infatti, il giorno dopo la pubblicazione della sua lettera nell'edizione di Corriere Salute del 5 giugno, si è rivolta alla nostra redazione non per limitarsi a fornire una risposta asettica e formale, ma per mettersi invece in contatto direttamente con lei, colmando in un attimo quel distacco fra diritti del cittadino e istituto, che a lei pareva ormai un fossato insuperabile.

La situazione dunque si è risolta positivamente, perché le sue ragioni erano evidentemente oggettive, ma anche perché l'Inps non si è arroccato a difesa di una decisione difficile da comprendere ed accettare. È infatti sempre possibile l'errore umano, e perfino la difficoltà di porvi rimedio. Ma esistono, nel nostro ordinamento, e nella prassi della comunicazione, strumenti di cittadinanza attiva che sono a disposizione di tutti. L'Inps, grazie a lei e al Corriere della Sera, ha fatto una bella figura, e soprattutto ha sanato una palese ingiustizia. Ogni tanto una buona notizia, diciamolo pure, non guasta. È importante però non perdere la fiducia nel dialogo fra cittadino e sportelli pubblici, a ogni livello. Il personale degli uffici, infatti, molto spesso è sottoposto a pressioni, a stress, a difficoltà pratiche e a responsabilità legali che ne rallentano, a volte, la capacità di rispondere correttamente e celermente alle osservazioni e alle proteste degli utenti. Nel suo caso, ad esempio, l'educazione e la correttezza del reclamo hanno sicuramente favorito una positiva soluzione del problema. Auguri!

Franco Bomprezzi
06 luglio 2011



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Meno distributori prezzi più bassi"

La Stampa

Saglia: alzare le accise sulla benzina non è stata una buona idea, ma utile per i conti pubblici


LUIGI GRASSIA


Aumentare le accise sulla benzina non è stata una buona idea» ammette Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico con delega per l’Energia, alla luce degli aumenti di prezzo. «Ma mi rendo conto che è stata una scelta dolorosa necessaria per la tenuta dei conti pubblici. Del resto, una decina di giorni fa l’Italia ha accettato di intaccare le riserve petrolifere per abbassare i prezzi internazionali. Questo ha funzionato per una settimana, ma adesso c’è un movimento al rialzo, perché il mercato scommette sulla ricostituzione delle scorte».

Quindi per abbassare davvero il prezzo dei carburanti servono piani di lungo termine. La manovra economica prevede una riforma complessiva del settore. Di che cosa si tratta?

«La riforma prevede innanzitutto la riduzione del numero dei distributori, per passare dagli attuali 24 mila a circa 12/13 mila. L’aumento dell’erogato medio e la chiusura degli impianti più inefficienti dovrebbero portare a un taglio del prezzo della benzina. Del resto in Francia i distributori sono solo 16 mila e in Germania 15 mila».

Però in Italia a rilasciare le licenze sono le Regioni, e non il governo italiano, e ce ne sono alcune che stanno aumentando il numero dei distributori.
«Noi non possiamo imporre le chiusure per decreto. Mettiamo a disposizione le risorse per chi vuol chiudere. Per esempio ci sono molti gestori che hanno impianti inefficienti e vorrebbero chiuderli, ma non possono farlo perché dovrebbero affrontare i costi di bonifica. E poi vogliamo chiudere gli impianti troppo vicini uno all’altro o collocati nei centri storici».

Basterà a tagliare i prezzi della benzina?
«I gestori potranno governare direttamente, o affidare a terzi, la vendita di alimenti e bevande, giornali e altri prodotti. Inoltre si diffonderà ovunque la possibilità della doppia modalità del rifornimento di carburante, servito o self-service. Anche questo diminuirà i prezzi, e col tempo abituerà il pubblico italiano a servirsi da solo, come succede nei Paesi stranieri dove ci sono molti impianti “ghost”, cioè senza addetti, completamente automatizzati».

Altre misure previste dal decreto?
«Diventerà più stringente il controllo sui prezzi. Finora c’è il sistema dei prezzi “consigliati”, invece i gestori dovranno dichiarare i loro prezzi al ministero. Poi daremo la possibilità di stipulare contratti con nuove tipologie nel rapporto fra compagnia petrolifera e gestore. Finora c’è un tipo di contratto unico, il comodato, ma io considero questo un anacronismo, e così diamo la possibilità di ricorrere ad altre forme, come il franchising o qualunque altra prevista dal codice civile. Lo scopo è far diventare i gestori sempre più imprenditori».

«Una domanda sugli incentivi alle rinnovabili. Avete tagliato quelli al fotovoltaico a marzo ma avete respinto il taglio generale del 30% proposto da Calderoli. A che punto siamo?
«Siamo in una fase di transizione ma non bisogna scoraggiare gli investimenti delle aziende del settore abbiamo detto no a interventi “spot” intesi a cambiare tutto un’altra volta. Gli incentivi stanno decrescendo in base a regole chiare e trasparenti, con lo scendere dei costi di generazione dell’energia verde. Per il fotovoltaico il quadro è già definito, per le altre fonti metteremo in discussione un decreto entro fine mese e lo approveremo a settembre».



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La guerra totale? Colpa del pacifismo

di Carlo Lottieri


Si deve rileggere Carl Schmitt per capire come l’idea di "bene assoluto" rischi di generare solo il conflitto totale. Uno studio sul giurista riflette sulle anime belle che peggiorano l'uomo



Nei giorni scorsi l’hanno scritto a chiare lettere sul New York Times due politologi america­ni, Nikolas Gvosdev e Andrew Sti­gler, rilevando il paradosso di un’epoca (la nostra) durante la quale la guerra è scomparsa di no­me ma non di fatto, con la conse­guenza che si continua a combatte­re, a uccidere e a bombardare, ma si preferisce parlare di «polizia in­ternazionale » o «interventi umani­tari ». Non è solo un problema di terminologia: alla base c’è la nega­zione della guerra come possibilità. Il dramma è che da tutto questo di­scende il venir meno di ogni limite e garanzia. Anche il fatto che oggi le ostilità non siano formalmente di­chiarate attesta un imbarbarimen­to giuridico su cui è indispensabile riflettere.
Di questo si è fatto carico Ema­nuele Castrucci con un volume di notevole densità intitolato Nomos e guerra. Glosse al Nomos della terra di Carl Schmitt (La scuola di Pitago­ra, pagg. 180, euro 14). L’autore si confronta da anni con il grande giurista tedesco e, per Adelphi, ha curato in italiano proprio quel lavo­ro del 1950 che oggi è al cuore di queste pagine, volte a riattualizzare una ricerca che nasceva all’indo­mani della catastrofe bellica con l’obiettivo di interrogarsi su quanto permaneva dello jus gentium nel­l’epoca delle democrazie di massa e dei totalitarismi.
Se spesso le riflessioni più acute sulla guerra si devono proprio agli sconfitti, che nell’analisi trovano una terapia per fare i conti con il fallimento, una conferma l’aveva data lo stesso Schmitt, che al termi­ne di una fase che l’aveva visto su­bire processi di varia natura per il suo coinvolgimento con il Terzo Reich, con Il Nomos della terra ha esaminato le ragioni e le difficoltà dell’età contemporanea.
Ai suoi occhi, se la situazione è drammatica ciò lo si deve in primo luogo al pacifismo della cultura li­beraldemocratica e alla sua spinta (kantiana, e poi wilsoniana) a rea­lizzare un unico ordine politico. Quelle che Schmitt sviluppa sono variazioni di intonazione interna­zionalistica dell’aforisma di Pascal, al cui spirito giansenista già era ap­parso ben chiaro che «l’uomo non è angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vuol fare l’angelo fa la be­stia ».
Il venir meno di ogni possibili­tà di regolare i conflitti e l’imporsi di guerre totali, che si concludono so­lo con l’annientamento del nemico, sono la diretta conseguenza di uno spirito da «anime belle» che ha im­maginato un’umanità pacificata. Purtroppo, com’è caratteristico degli autori realisti, il fatto inconte­stabile secondo cui, storicamente, il potere prescinde in larga misura dalla giustizia tende a slittare dal piano descrittivo a quello normati­vo. Insomma: non solo l’ordine vi­gente è ingiusto, ma nemmeno ha senso pretendere che non lo sia. Basti considerare che mentre in Locke solo a seguito del lavoro si ha un’occupazione dello spazio in senso autentico, in Schmitt la tra­sformazione della terra fa seguito alla conquista (collettiva, da parte del popolo occupante) e alla «divi­sione del bottino».
Il nomos deriva dalla semplice presa di possesso di un territorio e solo da essa; e se in Marx il dominio dell’uomo sull’uo­mo si spiega a partire dal controllo dei mezzi di produzione e del mer­cato del lavoro, in Schmitt- come in qualche post-marxista contempo­raneo - è l’egemonia proprietaria sulla superficie terrestre che genera il diritto quale sovrastruttura. In questo orizzonte, si compren­de lo «sfondamento a sinistra» del pensiero schmittiano e, al tempo stesso, l’assenza in tale autore di ogni esplicito riferimento a criteri di giustizia.
Sebbene egli stesso non manchi, ma solo per via indiretta, di esprimere inquietudine e ango­scia di fronte a un ordine che alla fi­ne gli appare - difficile reperire altri termini- sostanzialmente ingiusto. Castrucci rilegge Schmitt con spi­rito simpatetico, ma utilizzando l’antropologia giuridica egli ne svi­luppa talune intuizioni, specifican­do come l’illusione di abolire la guerra discenda dall’incompren­sione del ruolo che il capro espiato­rio gioca in ogni società. Il tema fu già al centro degli studi di René Gi­rard, persuaso però che il sacrificio del Figlio di Dio - la morte di Cristo sulla croce - potesse indicare un percorso per superare questa esi­genza di periodici olocausti.

Ca­strucci non la pensa così e anzi ri­tiene che il pacifismo pretenda pro­prio di «eliminare il negativo sem­plicemente ignorandolo: il suo pro­gramma di abolire la guerra corri­sponde all’illusione di abolire la ra­gionevole necessità del sacrificio ». Esiste, pur rifuggendo ogni ireni­smo, una possibile composizione di tali esigenze? Si può accettare l’uomo quale «legno storto» e al tempo stesso, senza fughe in avan­ti, ritenere che ordini istituzionali più ragionevoli possano limitare il ricorso al sacrificio di innocenti? In fondo, una delle ragioni alla base del nostro affannarci sul diritto e sulla giustizia deriva proprio da qui. E anche la riflessione di Castrucci sulle incongruenze del diritto inter­nazionale contemporaneo punta proprio, riscoprendo una vecchia saggezza, a limitare la guerra. E a li­mitarla grazie al diritto.



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Ora Michael Jackson è un mito "post mortem"

di Massimiliano Parente


Elogio (poco musicale) dell’artista che provò a sovvertire le regole della natura. Tragicamente. Era diventato una statua di se stesso. E copriva i difetti con alibi banali. Il suo "Live in Bucarest" testimonierà per sempre l'amore dei fan



Michael Jackson è morto il 25 giugno del 2009 ed era una persona fantastica. Io non festeggio il 25 aprile, non festeggio il 25 dicembre, ma da due anni celebro il lutto ogni 25 giugno e lo ricorderò anche domani, giorno del funerale), riguardando per la centesima volta Live in Bucarest. Era una persona fantastica, Michael: quando saltava fuori da una botola con un balzo, materializzandosi sul palco grazie a un meccanismo a molla e restando immobile, completamente immobile, come una iperrealistica statua di se stesso.
Dopo il primo scatto della testa, nell’istante in cui, trovandoti nel pubblico, là sotto, realizzi che non solo sei davanti a Michael Jackson ma lui è vivo, si muove, eppur si muove, in quell’istante molti fan isterici si strappano i capelli e urlano e piangono e cominciano a svenire uno dopo l’altro per l’emozione, e anch’io, se ci penso, mi sarei strappato i capelli e avrei urlato e pianto e sarei svenuto per l’emozione.
È vero che Michael Jackson, se lo sentivi parlare, sembrava un imbecille: passava da una religione all’altra e a me già ne basta una per togliermi la stima di chiunque, ultimamente era perfino diventato ebreo, organizzava campagne per salvare il pianeta terra, era pacifista, e un ambientalista dei più sciocchi, ma io ero affascinato dagli aspetti interessanti, eccezionali della sua vita.
Come il fatto che fosse morto per un’overdose di Propofol, che si fosse depigmentato per diventare più bianco dei bianchi, che uscisse nascondendosi il volto dietro mascherine e occhiali neri e si coprisse con ombrelli per proteggersi dalla luce solare, che avesse trasformato la sua casa in un gigantesco Luna Park, che non si riuscisse a dire se fosse più uomo o più donna ma quasi un superamento dell’idea stessa di sessualità, che non si riuscisse a dire se fosse più adulto o bambino ma quasi un superamento stesso dell’idea di adulto e bambino, che si fosse sottoposto a decine di interventi di chirurgia estetica fino a consumarsi del tutto la cartilagine del naso, tutto questo per diventare la sua idea di Michael Jackson.
Quando è morto Michael Jackson aveva nello stomaco solo un cocktail di farmaci, così ha detto il referto dell’autopsia, e su questo particolare hanno ricamato sfilze di articoli i moralisti dei giornali per sostenere che era un fuori di testa. Aveva le sopracciglia tatuate, il trucco permanente, e sulla testa calva indossava una parrucca, e sotto la parrucca, probabilmente all’inizio della calvizie, si era tatuato perfino il cuoio capelluto, ma anche questo non aveva niente a che vedere con la banalità dei lifting delle donne di oggi, niente a che vedere con i patetici espedienti per standardizzarsi le facce per camuffare la vecchiaia e la morte sotto una pelle di plastica.
Così, per la stessa ragione, mi ha sempre infastidito la tesi secondo cui si sarebbe sottoposto al trattamento di depigmentazione solo perché aveva la vitiligine, tanto per dargli un alibi mediocre. Per me faceva parte del suo processo di trasformazione da comune bambino negro dei Jackson Five nell’utopia di Michael Jackson. Michael Jackson era fantastico perché rappresentava un tentativo di incarnazione dell’idea di essere davvero Michael Jackson, e al contempo la sua irrealizzabilità. Michael Jackson era fantastico perché rappresentava l’impossibilità di essere Michael Jackson.
Quando, all’inizio dei concerti, diventava per due minuti la statua vivente di se stesso, concretizzava una metafisica astratta nella fisica tangibile, tridimensionale, illusionistica del proprio corpo umano.
Perché purtroppo anche Michael Jackson era solo un uomo, come chiunque, e divenne presto una figura profondamente tragica, che tentava di sovvertire le spietate regole della natura. Come quando si inventò l’anti-gravity trick, un sofisticato meccanismo all’interno di speciali scarpe da usare durante il balletto di Smooth Criminal, per poter restare sospeso lì, dal vivo.
La parte più bella di Live in Bucarest è il momento in cui sul palco fanno salire una ragazza del pubblico, alla quale è concesso di abbracciare Michael. La parte più crudele di Live in Bucarest è il momento in cui la ragazza deve staccarsi da Michael, il tempo è scaduto, il sogno è finito, e devono portarla via i body-guard perché la ragazza, giustamente, non vuole più staccarsi, e piange disperata tendendo il braccio a Michael come un’ebrea separata dalla famiglia per essere caricata su un treno e deportata in un campo di concentramento.
È davvero un gioco sadico, a pensarci, prendere una ragazza, farle abbracciare Michael, e riportarla giù. Ogni volta che riguardo Live in Bucarest penso che anche io mi sarei comportato come quella ragazza e avrebbero dovuto portarmi via di peso, deve essere stato terribile poter toccare Michael e essere strappati via vivi da Michael senza anestesia e tornare per sempre tra gli altri, nel campo di concentramento della vita senza Michael.
È terribile perché un vero Michael Jackson non è mai esistito, come non può esistere la felicità. Come il bicchiere, l’uomo, la gallina dell’artista Gino De Dominicis, che espose un bambino Down alla Biennale di Venezia del 1972. Un bicchiere, un uomo, una gallina, scrisse Gino De Dominicis, non sono veramente un bicchiere, un uomo, una gallina, ma solo la verifica della possibilità di esistenza di un bicchiere, di un uomo, di una gallina, perché per esistere veramente le cose dovrebbero essere eterne, immortali. Non aveva torto, Gino De Dominicis, perché tutto ciò che finisce in assoluto non esiste, e vale tanto per le trilobiti di cinquecento milioni di anni fa che per Michael Jackson o chiunque di noi.
Così se io dovessi pensare alla possibilità di essere felice penso che avrei voluto essere la ragazza che abbracciava Michael Jackson e non staccarmi più da lui, oppure, se non fossi stato Massimiliano Parente, avrei voluto essere Michael Jackson. Ma avrei voluto essere davvero Michael Jackson, perché Michael Jackson è solo stato un tentativo della possibilità di esistenza di Michael Jackson, il tentativo fantastico di non essere un bicchiere, un uomo, una gallina, ma di essere davvero Michael Jackson, un uomo fantastico.




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Romeni volevano il pizzo da una donna italiana per restare nel campo

di Redazione

Tre romeni, tra cui una ragazza, Pretendevano 100 euro a settimana per lasciare la roulotte in cui vive parcheggiata nell’area del campo nomadi di Casal Lombroso



Pretendevano 100 euro a settimana per lasciare la roulotte in cui vive parcheggiata nell’area del campo nomadi di Casal Lombroso, a Roma. I carabinieri della stazione Monte Mario hanno arrestato tre cittadini romeni tra i 17 ed i 43 anni, tra cui una ragazza, con l’accusa di estorsione. La vittima è una donna romana di 37 anni. È quanto si legge in un comunicato del Comando provinciale dell’Arma.

Gli estorsori avevano avvicinato tempo addietro la donna, che si era posteggiata con il proprio caravan nella zona del campo, e si facevano pagare per non distruggerle il mezzo e cacciarla dall’insediamento. La vittima alla fine si è rivolta ai carabinieri, che hanno organizzato un finto appuntamento per la consegna del pizzo. Nascosti nei pressi del luogo dell’incontro, i militari hanno atteso che avvenisse la consegna dei soldi per piombare sui tre malviventi e porre fine all’incubo della 37/enne. Dopo il fotosegnalamento, il minore è stato accompagnato nel Centro di prima accoglienza di via Virginia Agnelli, mentre i due complici sono stati portati nel carcere di Rebibbia, dove attenderanno di essere sottoposti al rito direttissimo.




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I black bloc uguali alle Br? Hanno gli stessi bersagli

di Redazione


I teppisti no global megafono della medesima propaganda dei terroristi rossi: esaltazione della violenza contro la proprietà privata e le forze dell’ordine



Alessandro Orsini*

Nella società italiana esistono forze rivoluzionarie di cui la stampa e i politici di professione si occupano soltanto in occasione degli scontri di piazza. Esistono ragazzi e ragazze che rifiutano la modernizzazione capitalistica in tutte le sue forme e che odiano profondamente tutto ciò che è rappresentato dalla società borghese. Il loro problema è l’organizzazione e la propaganda. Ignorati da tutti, hanno bisogno di far conoscere la loro esistenza per attirare proseliti.

Per riuscire in questa impresa, utilizzano ciò che negli ambienti eversivi è detta «strategia della provocazione». Come scrive un black bloc: «La violenza che esercitiamo sui simboli del potere globale dà visibilità alle nostre sacrosante proteste. Ci interessa che il movimento contro la globalizzazione si rafforzi e si estenda; a questo scopo pensiamo di continuare a usare dove sia necessario le nostre forme di lotta».

I black bloc provocano la reazione delle forze dell’ordine nella speranza che i manifestanti pacifici passino dalla loro parte. La strategia della provocazione ha successo quando i governi picchiano duro e demonizzano tutti i contestatori.

Come i brigatisti rossi, i black bloc vogliono distruggere il capitalismo, la proprietà privata e abbattere la società borghese. Con i rivoluzionari delle Brigate rosse sembrano avere in comune anche il linguaggio. Qualche giorno fa, ho incontrato un brigatista irriducibile tornato recentemente in libertà dopo trent’anni di carcere. Quest’uomo, dotato di un’intelligenza acuta, rivendica tutto ciò che ha fatto, spera nel ritorno di una nuova stagione di conflitti e scrive: «Il mercato è una giungla nella quale devi sbranare per non essere sbranato.

Sono i rapporti sociali imposti dal Capitale che, nella sua folle circolazione, si autoalimenta con l’unico scopo del massimo profitto senza alcuna considerazione delle devastazioni umane e ambientali. Il segno di queste relazioni primarie, nevrotiche e violente, contagia tutti i comportamenti umani producendo razzismo, xenofobia e sopraffazione verso i più deboli. Questa è la realtà».

Sotto il profilo dell’analisi culturale comparata, questo testo presenta gli stessi contenuti ed è sovrapponibile al seguente documento firmato da un black bloc: «Nel pianeta sta succedendo questo. Tutti i colori della vita stanno per essere risucchiati dalla forza gravitazionale terribile e immensa del capitalismo globale. Tutte le costellazioni delle forme di vita gravitano verso il buco nero dell’implosione societaria mondiale». È ciò che nel mio libro, Anatomia delle Brigate rosse, ho chiamato «catastrofismo radicale»: il capitalismo ha precipitato il mondo in un abisso di sofferenza e di dolore, da cui si può uscire soltanto attraverso un uso spropositato della violenza rivoluzionaria. Il black bloc conclude invitando a incendiare supermercati, magazzini e depositi: «Il vero inquinamento è l’inquinamento attraverso la merce universalizzata, estesa a tutti gli aspetti della vita. L’incendio di un grande magazzino non è un atto terrorista».

Tuttavia, i black bloc presentano numerose e importanti differenze rispetto ai brigatisti rossi, di cui detestano la disciplina e la gerarchia interna. Esaltano la violenza, ma soltanto contro le cose e non contro le persone (non accettano, dunque, l’omicidio premeditato delle Br). Rifiutano pistole, bombe, capi e organizzazioni. Dal canto loro, i brigatisti rossi sono critici nei confronti dei black bloc. Anche se ne condividono l’odio contro il capitalismo e l’invito alla violenza contro la società borghese, li considerano privi di disciplina e di una strategia d’azione di lungo periodo basata su una robusta teoria di riferimento che sappia illuminare i meccanismi profondi dello sviluppo capitalistico. A differenza degli omicidi mirati - dicono i brigatisti rossi - un magazzino bruciato non destabilizza il sistema.
Le forze rivoluzionarie si muovono, oggi, in un contesto poco favorevole. Ma non è detto che la crisi del capitalismo mondiale non muti tale contesto, rilanciandone l’azione.

*Docente Sociologia politica nell'Università di Roma Tor Vergata e nell'Università Luiss Guido Carli. È autore di Anatomia delle Brigate rosse (Rubbettino), vincitore del Premio Acqui Storia.





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Macchina del fango di Travaglio contro Orsini "Adesso tutti i suoi fan mi insultano sul web"

di Jacopo Granzotto


Il professore bersagliato sul web per l’articolo sugli scontri in Val di Susa pubblicato dal Giornale: "Mi accusa di cose che non ho scritto, c’è un clima da inquisizione"



«Travaglio è un cattivo giorna­lista e mi ha rovinato la vita». È preoccupato il professor Alessan­dro Orsini. Da quando Marco Travaglio lo ha accusato sul suo blog di paragonare i No Tav alle Br la sua posta elettronica pullula di insulti. C'è poco da stare allegri anche perché l'attacco è stato ri­preso da Beppe Grillo. Eppure, il vanitoso opinionista avrebbe pre­so un granchio. L'analisi apparsa lunedì sul Giornale , riguardava infatti Brigate Rosse e black bloc. Bella differenza. E grave leggerez­za per un addetto ai lavori che, invece di soffermarsi sul richiamo in prima, avrebbe dovuto leggere bene il commento a pagina 4.

Professor Orsini, lei è stato du­ramente attaccato da Marco Travaglio per il suo articolo sui black bloc. Perché?
«Perché Travaglio non ha letto nemmeno una parola di ciò che ho scritto, fornendo un esempio di cattivo giornalismo».

Qual è stata l'accusa di Trava­glio?
«Avrei affermato che i No Tav sono come i brigatisti rossi. Mai detto. Nel mio articolo non com­pare mai la parola No Tav. Trava­glio se l'è inventata».

Allora perché questo attacco?

«Perché Travaglio ragiona in maniera primitiva: se scrivi un ar­ticolo per il Giornale sei moral­mente corrotto. Sei sul libro paga di Berlusconi. Tengo a precisare che non ricevo compensi per i miei articoli. Il fatto che debba precisarlo mi fornisce una misura precisa del clima da inquisizione in cui siamo precipitati. Se avessi scritto le stesse cose su il Fatto Quotidiano , Travaglio mi avrebbe applaudito».

Ma lei è un uomo di sinistra?

«Sono un uomo di sinistra da sempre, ma questo non ha niente a che vedere con i miei studi. Uno studioso ha il dovere di dire ciò che pensa, anche se questo può danneggiarlo. La prima regola che un giovane studioso dovreb­be imparare è quella di non aver paura. Soprattutto di quelli come Travaglio. Io affermo un princi­pio: la cultura è libera. La cultura è di tutti. Se un giornale di destra mi chiede un'analisi sulla violen­za politica, accetto. Se uno stu­dioso arriva a dire: "Io con te non parlo perché stai dall'altra parte", la cultura non è più libera. Diven­ta una cosa per te e per i tuoi ami­ci e si costruisce un detto».
Dopo l'attacco di Travaglio che cosa è successo?
«Ho ricevuto tante mail di in­sulti. Molti mi hanno criminaliz­zato per una cosa mai detta, mi hanno dato del corrotto, del cri­minale, del porco, del servo di Berlusconi...».

Il suo libro «Anatomia delle Brigate rosse» è considerato un classico. Una rivista di Har­vard lo ha definito "libro di al­to prestigio intellettuale". Per­ché è così inviso alla sinistra?
«Non a tutta la sinistra. È inviso alla sinistra più legata alla storia del Pci perché documenta il ruolo pedagogico del Partito comunista nella nascita delle Br. Un ruolo fondamentale».

Che cosa non le piace della si­nistra?
«La faziosità e la tendenza di una certa sinistra a demonizzare l'avversario. La cultura dei roghi accomuna il fascismo e il comu­nismo. Ma queste cose le diceva Filippo Turati, non affermo nien­te di nuovo. È documentato negli atti congressuali del partito socia­lista. Ecco, la sinistra italiana do­vrebbe tornare a Filippo Turati ed essere più critica con Palmiro To­gliatti, che su Turati scrisse cose orribili nel giorno della sua mor­te. Per non parlare di Antonio Gramsci, uno dei più grandi mae­stri della pedagogia dell'intolle­ranza. Un uomo che invitava a odiare gli avversari politici. È il te­ma di un mio saggio che verrà pubblicato sulla rivista



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Se De Benedetti la spunta passa subito all’incasso

di Luca Fazzo


MilanoIl conto alla rovescia è quasi finito. Ancora una manciata di giorni, poi - forse già prima di questo weekend - si conoscerà la sorte della gigantesca causa civile che vede contrapposti Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti: e che la norma «salva-aziende», introdotta e poi ritirata dalla maggioranza nella manovra finanziaria, era stata accusata di voler neutralizzare. È la causa d’appello sul Lodo Mondadori, quella che deve decidere se confermare il megarisarcimento da 750 milioni di euro stabilito l’anno scorso dal giudice Raimondo Mesiano a favore della Cir dell’Ingegnere. A tanto, secondo Mesiano, ammontavano i danni subìti da De Benedetti, oltre vent’anni fa, per la sconfitta nella guerra con Berlusconi per il controllo della casa editrice Mondadori: una guerra che la Fininvest vinse - secondo una sentenza penale passata in giudicato - corrompendo un giudice.

«La Corte d’appello mi darà ragione», ha detto ieri il Cavaliere, mostrando sicurezza. In realtà, la decisione della Corte è stata sicuramente già presa, e per il suo deposito mancano solo alcune rifiniture, ma sull’esito non circolano indiscrezioni. Circolano, invece, previsioni di ogni genere. Le più insistenti danno per probabile una conferma del risarcimento a favore di De Benedetti, che però verrebbe sensibilmente ridotto: l’Ingegnere incasserebbe tra i 400 e i 500 milioni, in linea con la valutazione stilata dai periti nominati dalla Corte. Il terzetto di consulenti, capitanato dall’ex rettore dell’Università Bocconi Luigi Guatri, ha analizzato - attraverso formule di matematica finanziaria decisamente ostiche - l’andamento dei valori del pacchetto di azioni su cui nel 1990 si scontrarono Berlusconi e De Benedetti. Ed è verosimile che, di fronte alla estrema complessità della materia, i giudici della Corte scelgano di tenere buono il parere dei saggi.

A quel punto cosa accadrà? Se la sentenza d’appello confermerà il diritto di De Benedetti a un risarcimento, all’editore di Repubblica servirà ben poco tempo per passare all’incasso. L’anno scorso, infatti, dopo la clamorosa sentenza di Mesiano, i legali del Cavaliere e dell’Ingegnere avevano raggiunto un accordo. La Cir rinunciava a chiedere l’immediato pagamento della somma, e la Fininvest ricambiava stipulando una fideiussione bancaria a favore del gruppo debenedettiano in attesa del processo d’appello. In sostanza, un gruppo di banche capitanato da Unicredit si è impegnato a liquidare immediatamente la somma che la Corte d’appello dovesse decidere a favore di De Benedetti. L’esborso si appoggerebbe su garanzie che la Fininvest ha già fornito alle banche. La fideiussione è «a prima richiesta», nel senso che Unicredit è costretta a versare subito i soldi.

Ma la battaglia, comunque, non sarebbe conclusa definitivamente. Fininvest, come ribadito anche ieri da Berlusconi, sostiene che nessun risarcimento è dovuto alla Cir: perché in realtà la «guerra di Segrate» per il controllo della Mondadori approdò a un armistizio, con la spartizione consensuale della casa editrice. A Berlusconi andarono il settore libri e le riviste, ma a De Benedetti restarono Repubblica, L’Espresso e la rete dei giornali locali.

È questa la linea che i legali del Cavaliere intendono far valere fino in Cassazione, se nei prossimi giorni la Corte d’appello milanese - presieduta da Luigi de Ruggiero e composta dai giudici Giovan Battista Rollero e Walter Saresella - darà in tutto o in parte ragione a De Benedetti. Il problema è che, da quel momento in avanti, lo scontro proseguirà con la Cir in una posizione di forza, con già materialmente in mano le centinaia di milioni che la sentenza di secondo grado le avrà attribuito. E che, in caso poi la Cassazione ribalti tutto, la Fininvest teme di non riuscire più a farsi restituire.



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Sicuri e veloci senza radar Sugli aerei arriva il Gps

Corriere della sera


Il piano all'esame del Congresso americano






NEW YORK - Il progetto «radar addio» è praticamente pronto. Le vecchie stazioni di controllo, dopo sessant'anni di servizio, potrebbero essere già smantellate o trasformate in reperti di archeologia industriale. Gli aerei sarebbero già in grado di viaggiare guidati dai segnali satellitari del Gps, spostandosi con maggiore sicurezza e consumando meno carburante.

È il programma NextGen, messo a punto e gestito dall'Agenzia federale sul trasporto aereo (la Faa, Federal Aviation Administration). Secondo gli esperti rappresenta una svolta epocale, in grado di plasmare un nuovo modello di traffico aereo per i prossimi 75 anni. Il piano, però, affronta proprio in questi giorni un passaggio difficile, forse decisivo. Il Parlamento americano sta valutando se e come coprire i 22 miliardi di dollari necessari per renderlo pienamente operativo entro il 2020. Una spesa consistente, cui si devono sommare i 20 miliardi di dollari di investimenti a carico delle compagnie private, da qui al 2025.

Il punto è che lo scontro tra democratici e repubblicani sul bilancio (meno spese o più tasse?) vive la sua fase più aspra e nessuna voce, nessun intervento pubblico può considerarsi al sicuro. Il risultato è doppio: a Washington le lobby industriali stanno intensificando le pressioni su deputati e senatori, mentre diverse compagnie hanno rallentato l'installazione della nuova strumentazione di bordo.
Ancora oggi negli Stati Uniti le 50 mila rotte giornaliere corrono lungo corridoi fissi, sorvegliati a terra da 15 mila stazioni radar (erano solo 15 nel 1951).

Ogni aereo attraversa questa ragnatela, affidandosi alle istruzioni e ai segnali in arrivo dalle torri di controllo. L'idea del NexGen è semplice quanto lo sono le vere rivoluzioni: montare in cabina un impianto Gps, «liberando» il pilota dai radar, mettendolo in condizione di guidare il velivolo quasi fosse un'auto in grado di scegliere la strada migliore, quella più corta o meno affollata; di avvistare con largo anticipo le «perturbazioni» e di prepararsi per l'atterraggio a pochi chilometri dalla pista e non con venti minuti di discesa lenta e dispendiosa.

Oggi il comandante «vede» solo la striscia di cielo che si apre davanti al lunotto, non conosce la posizione degli altri aerei e quindi mantiene ampi margini di movimento. Certo, il cielo «navigabile» è grande, ma non infinito. Specie se le previsioni segnalano, solo per gli Stati Uniti, un aumento del traffico di circa il 30% nei prossimi dieci anni. Del resto «l'effetto Gps» è già stato sperimentato da alcune compagnie. La Alaska Arlines lo usa per gli atterraggi nel difficile scalo di Juneau, affossato tra le montagne e spesso nascosto dalla nebbia. Ebbene i portavoce della compagnia, citati dal Washington Post, sostengono che senza il Gps lo scorso anno avrebbero dovuto cancellare 729 voli.

Gli americani detengono una quota del 40% del traffico mondiale e vogliono essere i primi a entrare nell'epoca del post-radar. Ma questa volta gli europei sono pienamente in corsa. Nel marzo scorso è stato presentato il sistema di potenziamento satellitare «Egnos» e si continua a lavorare al progetto «Galileo». Tanto che le lobby ripetono ai politici di Washington: attenti, rischiamo di farci sorpassare.


Giuseppe Sarcina
06 luglio 2011 07:58



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