lunedì 4 luglio 2011

Origine mozzarella di bufala? Svelata da fossile spagnolo.

Libero







Appartiene a un animale erbivoro di un milione e mezzo di anni fa, ritenuto l'antenato delle bufale da latte da cui si produce la mozzarella, il frammento di cranio ritrovato nel 1990 nel giacimento di Venta Micena del comune di Orce, nei pressi di Granada, in Andalusia, uno dei più antichi del continente. Lo ha rivelato oggi il direttore dell'equipe dell'Istituto di Paleoecologia Umana ed Evoluzione sociale (Iphes), Bienvenido Martinez-Navarro, che per 15 anni ha studiato il frammento di 15 centimetri, tentando di identificare la specie a cui apparteneva l'animale.

Il risultato della ricerca è stato pubblicato questa settimana dall'equipe di Martinez-Navarro sulla rivista Quaternary International. Ribattezzato VM9000, il frammento di cranio conserva la parte frontale e parientale ed è stato comparato con fossili simili ritrovati in Asia, Africa ed Europa, prima di essere attributo alla specie 'Hemibos aff.gracilis'. Finora, secondo quanto riferisce l'edizione on line de El Mundo, nessun esemplare di tale specie bovina era stato riscontrato in Europa. In Asia, invece, un ritrovamento analogo è avvenuto nel giacimento cinese di Longdan, dove è stato descritto nel 2004.

In Italia sono stati recuperati fossili simili, ma molto più recenti, che risalgono a 700mila anni fa. I resti riscontrati a Orce sono di un esemplare divorato da una iena gigante della specie 'Pachycrotuta brevirostris', di cui sono stati recuperati i fossili. L"Hemibos è più piccolo dei bisonti e, anche se non si conosce esattamente la struttura dello scheletro, si stima che pesasse sui 400 chili. Attualmente" - ha spiegato Martinez-Navarro in dichiarazioni ai media - si stanno separando i suoi resti da quelli di un bisonte, ritrovati sempre nel giacimento di Venta Michena. È un ritrovamento importante, perché unico in questa parte di Eurasia - ha osservato il palentologo -. E con ciò si dimostra che la fauna della penisola iberica non era isolata, ma uguale a quella di altri luoghi lontani di Asia e Afric".

Per arrivare a tali conclusioni, Martinez-Navarro ha dovuto percorrere mezzo mondo. Inizialmente attribuito ai resti di un'antilope di origine africana, il frammento di cranio non ha retto il confronto con quelli conservati in Kenya dalla Fondazione Leakey. Durante una visita a Firenze, nel 2002, il paleontologo spagnolo si rese conto delle similitudini con un bovino primitivo ritrovato in Italia; una pista, questa, che l'ha portato al Museo di Storia Naturale di Londra, dove si conservano fossili della stessa specie ritrovati in India durante la colonizzazione. La prova definitiva, durante un viaggio in Cina, dove nel 2004 furono rinvenuti resti di un esemplare di bufalo della stessa specie. 

04/07/2011





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Annunziata: «La Rai tenga i suoi divi» E giovedì si decide sul ritorno di Santoro

Corriere della sera

 

La giornalista dopo le dimissioni: «Non so cosa farò, non ho progetti. Per ora vado in vacanza»

 

MILANO - «La Rai deve tornare a vivere di pubblicità. Per questo deve tenere tutti i suoi divi nei palinsesti a cominciare da Santoro: questo è fondamentale». Forse da questa frase si può immaginare cosa pensi la giornalista Lucia Annunziata delle sue dimissioni. Basta capire se si considera una diva. Nulla da fare. L'ex conduttrice del programma «In mezz'ora» glissa i giornalisti. «Non posso dire niente», ha risposto a chi le chiedeva un commento a riguardo a margine del dibattito «C’e’ un futuro della Rai?» organizzato dalla scuola di politica Democratica. Lucia Annunziata, «del partito Rai, in senso buono» come si apostrofa lei stessa, propone 3 mosse prima di rimettere sul mercato l’azienda: un netto segnale di discontinuità con il passato, «date anche le ultime intercettazioni», tornare a vivere prioritariamente di pubblicità e riformare la governance prendendo distanza dalla politica. Poi alla luce dello scenario emerso dalle intercettazioni sulla cosiddetta P4 ha aggiunto: «La Rai ha bisogno di una ripulita generale: nessun'altra azienda accetterebbe dei dirigenti infedeli».

 

LE DIMISSIONI - L'ex presidente dell'azienda di viale Mazzini si è dimessa denunciando che a Rai3 ci sono «piccole mafie, rapporti non chiari, privilegi attribuiti non secondo il merito». Quella dell'Annunziata era stata una reazione a quello che Ruffini aveva definito un semplice «refuso»: cioè alla presentazione dei palinsesti della rete il programma dell'Annunziata era sparito. Così la conduttrice contrariata aveva lasciato immediatamente la sala dove si svolgeva la serata. Poi sono arrivate le dimissioni. «Cosa farò adesso? Andrò in vacanza». Senza sapere nulla del suo futuro? «Sì, non ho progetti e nessuno mi ha contattata». Ma se non spiega la gente penserà che vai via perché è un po' permalosa... «Non m'importa nulla di cosa si possa pensare. Mi sono dimessa e basta». Un atto così definitivo per un refuso grafico? In fondo il suo nome c'era in elenco ma mancava solo dentro la brochure. «Il mio nome non c'era nella brochure e neanche in elenco».

 

 

RIZZO NERVO - Arrivata con un imbarazzato Gad Lerner che a sua volta non ha voluto proferire parola sul caso Santoro-Mentana-La7, Lucia Annunziata è andata via con il consigliere d'amministrazione Nino Rizzo Nervo che ha parlato di «polemica interna alla rete incomprensibile». Più in generale Rizzo Nervo ha sostenuto che è necessario «fare pulizia in Rai, questo è uno di quei momenti topici, il momento della svolta». Il membro del cda Rai poi si è detto possibilista su un eventuale ritorno Rai-Santoro dopo la rottura del conduttore di Annozero con La7: «Volendo l'azienda potrebbe ancora trattenere Santoro». La decisione nel cda di giovedì.

 

 

CUSANI - Nel corso dell'incontro Sergio Cusani, ha riassunto le analisi del bilancio della Rai come risulta da un'analisi della Slc/Cgil. «Per una normale azienda ci sarebbe da dichiarare lo stato di crisi. Nel solo 2010 la perdita è stata di 98 milioni di euro, ma dal 2006 ad oggi - ha spiegato Cusani - è avvenuto un declino continuo che ha portato ad un processo di mortificazione delle risorse interne e di dequalificazione sia tecnologica che professionale». E in questo quadro economico lasciar andar via Santoro che scelta è? «Faccia lei, Annozero porta nelle casse dell'azienda ben 16 milioni di euro».

 

Redazione online
04 luglio 2011 21:09

Frodi piramidali con soldi veri e solidarietà finta

La Stampa

Le Ruote: "Più ricchezza a chi aiuta gli altri"

SANDRA RICCIO


torino

Le prime segnalazioni arrivano dalla Svizzera, anche se secondo qualche partecipante è stata inventata in Germania, nel 2008 o forse nel 2007. In Italia la «ruota dell’abbondanza o della solidarietà» arriva poco dopo, con un messaggio di reciproco aiuto nel momento del bisogno, del «dono» da dare che torna indietro moltiplicato per otto. Le versioni in circolazione sono molte. Qualcuno la chiama anche «scatola magica» o «scatola della fortuna». E’ solo l’ultima versione della vecchia truffa a piramide: finché siamo in pochi va bene e funziona, poi quando si diventa troppi o il meccanismo s’inceppa lo schema crolla.

E’ successo in Albania nel 1997, quando il crac dei sistemi piramidali ha fatto cadere il governo. O in Colombia nel 2008, quando per la stessa ragione si ebbero tumulti di piazza in alcune città del Paese. L’ultima versione, adattata al momento storico, si maschera da mutuo soccorso e fa leva sulla reciproca solidarietà. Ogni partecipante ne deve portare altri due, ma per «incassare» ne servono un numero variabile tra otto e sedici.

Questo significa che in cinque o sei passaggi, grazie alla progressione geometrica, il numero dei partecipanti necessari per far girare la ruota o le ruote è pari al numero degli abitanti di una città come Torino.

Se ne parlava già nel 2009 nelle Marche dove, ad Ancona, si tenevano le riunioni per proporre questa catena. Viene segnalata lo scorso anno in Sardegna, con quote di 500 euro per partecipante. In Piemonte e Lombardia è arrivata da poco, ma si sta diffondendo rapidamente, con ruote ben più sostanziose: tra 5 e 10 mila euro, con la promessa di incassarne 80 mila alla fine della ruota.

La novità sta proprio nel fatto di accompagnare alle solite modalità anche un progetto di solidarietà che in questo modo sposta l’attenzione dei partecipanti su un meccanismo di aiuto reciproco che, nella teoria, è stato pensato per portare ricchezza a tutti e che allo stesso tempo si oppone a un sistema economico corrotto che non aiuta chi ha bisogno. Entrando invece in questo «progetto» è possibile dare una mano a chi oggi ha bisogno e un domani arriverà la ricompensa. Per fare un esempio, su Facebook Cristina racconta delle riunioni nelle Marche e spiega che «gli organizzatori cercavano di convincerti i presenti a partecipare dicendo che i cinesi riescono a comprare i loro negozi, gli immobili e quant’altro, proprio grazie a questo sistema di prestito solidale e che quindi funziona bene».

Nei blog specializzati non mancano i difensori – anonimi - della «ruota»: gli argomenti vanno dal «non c’è niente di male, ci stiamo solo aiutando», fino al più duro «ce l’hanno con noi perché diamo fastidio alle banche che perdono guadagni».

Abbondano però anche gli avvertimenti di chi direttamente o indirettamente si è ritrovato in questo tipo di meccanismo. «Conosco un sacco di ruote che sono sciolte, e altre che invece sono ferme da anni», spiega un utente della rete a chi è in cerca di aiuto per capire in che razza di «affare» si stia per cacciare. In molti Paesi queste piramidi sono vietate. Da noi l’alt è arrivato nel 2005 con la norma che ha messo fuori legge gli schemi piramidali e le Catene di Sant’Antonio. Per chi li organizza e per chi cerca nuovi adepti è previsto un anno di carcere.

Il divieto è pensato però soltanto per le società e non per le persone fisiche. E così il vuoto legislativo lascia spazio ai tanti furbi sempre a caccia dei polli pronti ad abboccare.



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Militare ucciso a Herat, la salma è in Italia Camera ardente al Celio, domani i funerali

di Redazione

Arrivata all'aereoporto militare di Ciampino la salma del caporalmaggiore scelto Gaetano Tuccillo ucciso due giorni fa in un attentato in Afghanistan. Ad accoglierla il comandante della Brigata "Ariete" e le più alte cariche dello Stato. La Procura di Roma apre un fascicolo 

 

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Roma - E' arrivata all'aereoporto militare di Ciampino la salma del caporalmaggiore scelto Gaetano Tuccillo ucciso due giorni fa in un attentato in Afghanistan. Sulla pista si è schierato il picchetto interforze per rendere omaggio alla salma del caporalmaggiore. A rendere omaggio all'arrivo della salma, sono arrivati i familiari del caporalmaggiore Gaetano Tuccillo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta e Ignazio La Russa. Il ministro della Difesa ha reso omaggio alla bara che ha poi ricevuto gli onori militari. All’aeroporto erano presenti tutti i familiari di Tuccillo 

Il dolore dei familiari E' un dolore composto quello della moglie olandese Evelyn, il padre Tommaso e la mamma Rosa Piccola, le sorelle Marianna e Giovanna, incinta al settimo mese, accompagnate rispettivamente dal fidanzato e dal marito, che hanno seguito il feretro fino al carro funebre. Qui la moglie di Tuccillo si è chinata ad accarezzare più volte il cappello d’ordinanza posto su un cuscino rosso e poi la bandiera tricolore che avvolgeva la bara. Dietro di lei anche tutti gli altri famigliari, che, assistiti e seguiti sempre da psicologi dell’Esercito, si sono avvicinati al carro funebre, sostando qualche minuto e toccando anch’essi il feretro. Subito dopo il carro funebre ha lasciato l’aeroporto di Ciampino diretto all’Istituto di medicina legale di Roma dove verrà effettuata l’autopsia. 

Aperta la camera ardente Per il militare è stata allestita una camera ardente nel Policlinico Militare "Celio" a Roma, fino alle 20.30. Domani i funerali solenni nella Basilica di S. Maria degli Angeli a Roma alle 11.30 e nel pomeriggio quelli in forma privata nella chiesa di Maria Santissima del Rosario, a Nola, dove il caporalmaggiore si era sposato appena un anno fa. 

La Procura di Roma apre un fascicolo La procura di Roma ha aperto un fascicolo processuale sulla morte di Tuccillo, ucciso sabato scorso in Afghanistan. Attentato con finalità di terrorismo il reato per cui procede il pm Francesco Scavo. Uno degli atti che il magistrato eseguirà non appena possibile sarà l’audizione del militare ferito nell’esplosione.

Morto Nathan Clark, inventò la desert boot

di Redazione

Addio all’inventore di un mito: Nathan Clark, erede dei fondatori dell’azienda di calzature Clarks ma soprattutto l’ideatore della "scarpa del deserto", è morto negli Stati Uniti a 94 anni. Nel 1949 inventò la desert boot, una scarpa che divenne un mito




Londra - Addio all’inventore di un mito: Nathan Clark, erede dei fondatori dell’azienda di calzature Clarks ma soprattutto l’ideatore della "scarpa del deserto", è morto negli Stati Uniti a 94 anni. Quando presentò la desert boot al mondo nel 1949, Clark non stava cercando di creare una leggenda o di iniziare una rivoluzione: aveva semplicemente progettato un comodo stivaletto basato su quelli che i suoi colleghi nell’Esercito indossavano in Birmania, una calzatura in camoscio molto comoda con la suola di gomma fabbricata per i militari dell’Ottava Armata nei bazar della vecchia Cairo.

Nathan portò i disegni delle sue Desert Boot nell’azienda fondata a Street (Somerset) negli anni venti dell’Ottocento dai suoi antenati quaccheri James e Cyrus Clark, ma si sentì rispondere dal consiglio di amministrazione che quel modello "non sarebbe mai stato venduto". Le ultime parole famose: da allora 12 milioni di Desert Boots sono stati accaparrati da clienti di ogni età, ma soprattutto giovani, per non parlare delle imitazioni. Radicale nell’animo - aveva studiato alla progressista Odenwaldschule in Germania prima di andare a Oxford - Nathan andò al settimo cielo vedendo in tv le scene del Maggio francese con le sue scarpe ai piedi dei manifestanti sulle barricate parigine del Sessantotto. Il no dell’azienda non aveva fatto dare Nathan per vinto: rientrato in patria dopo la guerra Clark realizzò un prototipo per conto suo e lo presentò alla Chicago Shoe Fair: era al posto giusto nel momento giusto.

In America, grazie a un servizio illustrato su Esquire, fu un successo istantaneo e una macchina macina dollari per gli impianti di Street che in quegli anni - era pieno baby boom - avevano concentrato la produzione per uscire dalla crisi del dopoguerra sulle calzature per bambini. Esportate in Europa Occidentale, le "scarpe del deserto" divennero parte dell’uniforme dei giovani maschi negli anni Cinquanta e Sessanta. Da allora è storia: rivali in Gran Bretagna alla fine degli anni Sessanta degli stivaletti alla Beatles, le scarpe del deserto divennero semplicemente "le Clarks", indossate da outsider che facevano tendenza come Bob Dylan e Steve McQueen, Liam Gallagher degli Oasis e oggi anche Sarah Jessica Parker di Sex and the City.

Entrati nel 2009 tra "le cinquanta scarpe che hanno cambiato il mondo" del Museo del Design, le Desert Boots sono oggi prodotti in Vietnam, Cina e Brasile ma l’azienda di Street resta di famiglia. Clark è morto a New York, la città dove aveva passato gli ultimi anni in una casa di Gramercy Park con vista sul parco di cui serve la chiave: negli ultimi tempi si aggirava appoggiandosi a due ornati bastoni sotto i ritratti degli antenati, a un piede una Desert Boot, all’altro un Chupplee, il sandalo ispirato alle calzature dei Pashtun da lui introdotto, anche quello, nell’universo Clarks.






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Roma, cinema occupato e scoppia la bagarre tra Capezzone e Guzzanti

di Redazione

L'ex cinema di San Lorenzo diventerà una sala giochi, ma è occupato da un centro sociale. Il portavoce Pdl fa una conferenza sull'esproprio proletario e la comica irrompe in sala. 

 

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Roma - Quella che doveva essere una conferenza stampa per denunciare "l'occupazione abusiva" dell'ex cinema Palazzo del quartiere San Lorenzo a Roma. ha rischiato di trasformarsi in rissa.
Il cinema è affittato dalla società Camene spa che vorrebbe trasformarlo in una sala giochi, ma da tre mesi nell'edificio di piazza dei Sanniti è nato uno spazio culturale non autorizzato intitolato a Vittorio Arrigoni. E stamattina, mentre nell'hotel Nazionale in Piazza Montecitorio, Daniele Capezzone raccontava ai giornalisti la vicenda e presentava un dossier sull'"esproprio proletario" insieme al deputato del Pd Francesco Aracri, all'esterno gli occupanti del cinema protestavano e contestavano il portavoce del Pdl. 

A guidare la protesta, Sabina Guzzanti, che vive proprio nello storico quartiere romano. Ma la comica non si è limitata a manifestare: è entrata nella sala conferenze dell’albergo ed ha iniziato a battibeccare con Capezzone. "Se i centri sociali si sono sollevati è perchè aprire un Casinò in un quartiere come San Lorenzo vicino all’università è illegale", ha esordito la Guzzanti con una certa foga. Durissima la replica di Capezzone. "Lei deve dire in quale in base a quale legalità occupa illegalmente un locale". Tra le urla dei due, la conferenza è stata sospesa per qualche minuto. Il diverbio, durante il quale sono volate anche delle offese, è stato ripreso dalle telecamere di Uniroma.tv

"Siccome nel dossier vengo chiamata in causa - ha spiegato la Guzzanti dopo aver lasciato la sala - sono entrata a spiegare le mie ragioni. Capezzone non mi ha fatto parlare. La protesta contro la sala giochi è di tutto il quartiere, non solo dei centri sociali. Le macchinette che rovinano economicamente le persone in realtà servono soltanto per riciclare denaro. Penso che non ci sia bisogno di spiegare perché siamo contrari a far entrare in un quartiere studentesco un’attività legata alla criminalità organizzata". 

Inoltre, ha aggiunto la comica, "il piano regolatore vieta di aprire in quella zona sale per videogiochi. Quindi chi gli ha dato la licenza, gliel’ha data illegalmente". E la Guzzanti lancia frecciatine anche contro Camene spa, definita "una società losca perché non dice il nome del fiduciario" contravvenendo alla "normativa sulla trasparenza che prevede che qualsiasi società sia riconducibile a persone con nome e cognome. Senza questa trasparenza non possono chiedere nemmeno il certificato antimafia". Infine, ha spiegato ancora, "quel locale è a destinazione culturale e la licenza per l’uso commerciale non è mai stata data". 

L’occupazione che dura da circa tre mesi, ha sostenuto invece Capezzone, "continua a danni di un privato che paga 15mila euro di affitto al mese. Si tratta di una grave illegalità, di un’occupazione abusiva, che peraltro provoca un grave rischio per la salute". All’interno del locale sono presenti oltre 150 mq di copertura in eternit di cui la Asl ha intimato la rimozione, un montacarichi che arriva a 14 metri e una cabina di alta tensione elettrica non presidiata. Secondo il portavoce del Pdl inoltre impedendo l’apertura della sala giochi "si impedisce di dare lavoro legale a 30-40 persone. Ecco la differenza. C’è chi, da comunista miliardario, difende gli occupanti illegali, e chi, invece, difende chi potrebbe creare decine di posti di lavoro regolari".

Separazione, divorzio e mantenimento

La Stampa


germano palmieri

Se moglie e marito si separano, alle pressoché immancabili ripercussioni sentimentali e psicologiche, soprattutto a danno dei figli qualora vi siano, si aggiungono più o meno complessi e gravi problemi di natura economica: assegnazione della casa familiare all’uno o all’altro coniuge, divisione dei beni mobili e immobili, quantificazione dell’assegno di mantenimento da porre a carico del coniuge economicamente più forte.

Quando poi, trascorso il periodo di legge (tre anni dalla comparizione dei coniugi davanti al Presidente del Tribunale per la procedura di separazione), si passa dalla separazione al divorzio, si ripropone in questa sede il problema del mantenimento del coniuge più debole e degli eventuali figli.
Prima di addentrarci nella materia, però, è opportuno chiarire la differenza fra due istituti giuridici fra loro simili ma quantitativamente diversi: quello di alimenti e quello di mantenimento.

Gli alimenti

Gli alimenti (art. 433 del codice civile) si fondano sul vincolo di solidarietà che lega, o almeno dovrebbe legare, le persone fra le quali corre taluno dei rapporti indicati dalla legge: per esempio coniugio, parentela e affinità entro certi gradi. Qualora si verifichi lo stato di bisogno dell’avente diritto (si deve trattare di persona compresa fra quelle indicate dalla legge e comunque non in grado di provvedere a se stessa), l’obbligato - o, se vi sono più obbligati, ciascuno in proporzione alle proprie sostanze - può scegliere fra il corrispondere all’alimentando un assegno a questo titolo, oppure accoglierlo e mantenerlo nella propria casa.

L’obbligo di somministrare gli alimenti viene meno, fra l’altro, se muore l’obbligato o se cessa lo stato di bisogno dell’avente diritto.
Il diritto agli alimenti ha natura patrimoniale (ossia ha un contenuto economicamente valutabile), ma a differenza degli altri diritti patrimoniali non è cedibile, essendo intimamente connesso, come già detto, allo stato di bisogno del titolare.

Il mantenimento

Concetto più ampio di alimenti è quello di mantenimento, consistente non nel somministrare all’avente diritto di che vivere, ma nell’assicurargli un tenore di vita proporzionato alla propria condizione economica; rientrano così nel concetto, per esempio, l’abbigliamento, l’istruzione, i mezzi di trasporto e di comunicazione (Cassazione 11/12/2008, n. n. 45809). Di regola in sede di separazione o di divorzio quello che rileva è il mantenimento; al coniuge, però, cui sia addebitabile la separazione e che versi in stato di bisogno, spettano soltanto gli alimenti.





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Orienta il lettore in chiave colpevolista: condannato il cronista giudiziario

La Stampa


Il cronista giudiziario può riportare fatti e dichiarazioni contenute negli atti delle indagini, ma senza suggestionare – in chiave colpevolista – la collettività. Ad affermarlo è la Cassazione (sentenza 3674/11) "bacchettando" un giornalista che chiedeva l'assoluzione dal reato di diffamazione.

Il caso

La Corte d’appello dichiara estinto il reato per prescrizione; tuttavia il cronista ricorre per ottenere la piena assoluzione, per mancato riconoscimento dell’esimente del diritto di cronaca, in quanto ha riportato considerazioni tratte da altre dichiarazioni di soggetti, coinvolti nell'inchiesta su presunti finanziamenti della mafia a un gruppo industriale, tali da orientare, ad avviso dei giudici di merito, il lettore in chiave colpevolista.

La Suprema Corte afferma che rientra nell'esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tali attività. Ciò in quanto è diritto della collettività ricevere informazioni su chi sia stato coinvolto in un procedimento penale o civile, specialmente se i protagonisti abbiano posizioni di rilievo nella vita sociale, politica o giudiziaria.

E' quindi in stridente contrasto con il diritto/dovere di narrare fatti già accaduti, senza indulgere a narrazioni e valutazioni "a futura memoria", l'opera del giornalista che confonda cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire. così facendo, egli prospetta e anticipa l'evoluzione e l'esito di indagini in chiave colpevolista, a fronte di indagini ufficiali né iniziate né concluse, senza essere in grado di dimostrare la affidabilità di queste indagini private e la corrispondenza a verità storica del loro esito: si propone ai cittadini un processo agarantista, dinanzi al quale il cittadino interessato ha, come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione.

La Cassazione boccia il ricorso del cronista: il giornalista ha integrato le dichiarazioni della fonte conoscitiva con altri dati di riscontro, realizzando la funzione investigativa e valutativa rimessa all'esclusiva competenza dell'autorità giudiziaria. L'assenza di verità dei fatti narrati - finanziamenti di provenienza mafiosa all'ascendente manager - comporta l'evidente carica diffamatoria della narrazione e la totale assenza di evidenza del corretto esercizio del diritto di cronaca giudiziaria.



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Il teste romeno: «Lo hanno picchiato in tanti, anche con il manganello»

Corriere della sera

 

L'amico del muratore ha cambiato versione: «Colpito finché è caduto a terra». Martedì l'autopsia

 

MILANO - «Lo hanno picchiato in tanti, e alla fine Michele è caduto a terra...». Con queste parole Emilian Nicolae, 45 anni, romeno amico della vittima e testimone oculare, ha risposto alle domande del pm Gaetano Ruta. Nell'interrogatorio di lunedì mattina il romeno ha modificato una sua prima versione fornita agli inquirenti che si occupano delle indagini sulla morte di Michele Ferrulli, deceduto dopo un controllo di polizia, giovedì scorso, in via Varsavia a Milano. «Mi sentivo confuso», ha spiegato il rumeno alla richiesta di giustificare il motivo per cui non aveva parlato di pestaggio nel corso della sua prima testimonianza. L’uomo ha detto di aver visto gli agenti usare anche il manganello e che le percosse avrebbero provocato la caduta a terra di Ferrulli. Non si è soffermato, però, su quanto avvenuto una volta che Ferrulli si è ritrovato steso sulla strada. Il testimone ha raccontato inoltre di aver sentito Ferrulli chiedere aiuto.

 

 

SI CERCA AUTORE DEL VIDEO - Secondo gli investigatori, il filmato dimostra che gli stessi agenti hanno prestato immediato soccorso dopo che l’uomo ha accusato il malore. Sarà l’autopsia, in programma martedì mattina alle 8, a rivelare se Ferrulli è morto d'infarto o a causa di percosse. Il passante che ha ripreso parte della scena con un cellulare, hanno spiegato oggi gli inquirenti, non è ancora stato identificato. La sua testimonianza, al di là del video arrivato in Procura attraverso un doppio se non triplo passaggio di mano, sarà fondamentale. Gli inquirenti sottolineano l’importanza per l’inchiesta di acquisire la registrazione originale del video diffuso dal legale della famiglia, nonché la testimonianza del suo autore. Solo l’acquisizione della registrazione originale servirà a escludere eventuali dubbi sull’autenticità delle immagini e l’audizione di chi le ha registrate potrebbe aggiungere dettagli utili a chiarire i dubbi su quello che mostrano. Sono in tutto una decina le persone ascoltate finora, compresi i residenti di via Varsavia che si erano affacciati alle finestre.

 

LE ACCUSE - Il pm titolare dell'inchiesta, Gaetano Ruta, ha aperto un fascicolo con l'accusa di omicidio preterintenzionale a carico di quattro agenti di due Volanti, mentre la Questura ha da subito sottolineato la correttezza delle procedure messe in atto dai poliziotti durante l'arresto dell'uomo, che sarebbe stato «ubriaco e aggressivo». Lunedì mattina è giunto in visita alla Questura di Milano il vicecapo della Polizia di Stato, Nicola Izzo, per un incontro fissato precedentemente ai fatti. Il prefetto, dopo l'incontro con il questore, Alessandro Marangoni, ha parlato con il capo della Squadra mobile proprio dell'episodio.

 

Redazione online
04 luglio 2011 15:12

Giornali di partito e cooperative: oltre 250 testate si sono spartite 160 milioni di finanziamenti 2009

Quotidiano.net


Finora i contributi venivano dati considerando la tiratura: con nuovo regolamento ai contributi per l'editoria si considerano solo le copie effettivamente vendute





Leghisti in Aula alla Camera con 'La Padania' (Ap/SkyTg24)



Roma, 4 lugglio 2011



Nel 2009 il quotidiano Europa ha intascato dallo Stato oltre 3 milioni e mezzo di euro, vale a dire quasi 3 euro per ognuna delle copie vendute, che complessivamente sono state 1.284.425. Per il Secolo d'Italia sono state 521.278 le copie vendute in tutto il 2009 a fronte di un contributo di 3 milioni di euro: quasi 6 euro a copia il finanziamento pubblico.

Sono alcuni dei dati
di un`inchiesta pubblicata sul numero di luglio del mensile free press Pocket che analizza come sono stati spartiti i circa 160 milioni di euro che nel 2009 (ultimo dato disponibile) giornali di partito e di cooperative hanno ricevuto come contributo diretto dal Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Tra i beneficiari spiccano L'Unità con 6.337.209 euro, La Padania con 3.896.339 euro, Il Foglio con 3.441.668 euro, Liberazione con 3.340.443 euro, Cronache di Liberal con 2.798.767 euro.

Fra le testate edite da cooperative di giornalisti o da imprese la cui maggioranza del capitale è detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali spiccano i finanziamenti a Avvenire (5.871.082 euro), Italia Oggi (5.263.728 euro), Il Manifesto (3.745.345 euro).

Nel lunghissimo elenco (oltre 250 testate) dei giornali che ricevono il contributo di Stato figurano testate come Il Romanista, Italia ornitologica, Lampade viventi nella Chiesa, Suono Stereo Hi Fi, Motocross, Il Mucchio Selvaggio, Il Granchio, Superpartes in the world.

Come vengono erogati questi contributi? Fino ad oggi l'entità del regalo di Stato non era determinata dal numero di copie vendute, ma di quelle tirate. Dal prossimo anno dovrebbero vedersi gli effetti del nuovo regolamento per i contributi all'editoria, che prende in considerazione le copie effettivamente distribuite in edicola o in abbonamento postale.



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Il Fatto al Papa: vendi i tuoi averi e dalli ai poveri Solito tentativo della sinistra di "usare" la Chiesa

di Andrea Indini



Vignetta satirica sul Misfatto, allegato del Fatto, che sfida il Papa a vendere tutti i suoi avere per darli ai poveri. Ma è il solito dentativo dell'intelligentia di sinistra di tirare per la giacchetta gli inegnamenti della Chiesa. Così come fa con l'accoglienza indiscriminata agli immigrati...


Milano - C'è sempre un'insana voglia di tirare il papa per la giacchetta. Uno strano piglio, tutto di sinistra, di plasmare i discorsi e gli insegnamenti di Santa Romana Chiesa e di usarli per farsi scudo a seconda dell'occorrenza. Gli esempi sono molteplici. Dall'accoglienza (fuori misura e fuori dalle regole) degli immigrati che dalle coste del Nord Africa arrivano in Italia al totale assoggettamento da parte delle amministrazioni comunali alle comunità nomadi irregolari: salvo poi chiudere le orecchie quando, invece, gli appelli della Santa Sede sono indirizzati alla tutela della famiglia e della vita in tutte le sue declinazioni. Perché, si sa, i valori non negoziabili non piacciono alla sinistra che vorrebbe invece trasformare il Vaticano in una ong.
L'ultimo attacco a papa Benedetto XVI arriva dal Misfatto, inserto satirico del Fatto Quotidiano, che in una vignetta di Stefano Disegni ironizza sulle parole pronunciate dal Santo Padre in difesa dei poveri di tutto il mondo. L'ironia è facile e ovvia: il Vaticano è ricco (otto per mille, le agevolazioni fiscali, lo Ior e gli immobili) e deve vendere tutto quanto e dare il ricavato per sconfiggere la fame nel mondo. Secondo un fedele che si presenta dal Pontefice (preso dalla ricerca delle sue scarpettae rubrae) per ricordargli che "la missione della Chiesa è quella di risolvere il dramma mondiale della fame e della povertà". Benedetto XVI si scoccia, caccia lo scocciatore e ai suoi dice: "Fatemi un favore, dite a quelli che mi scrivono i discorsi di non esagerare. Altrimenti la gente ci crede e viene a rompermi i c...". Insomma, per il Misfatto, il Papa sarebbe favorevole a risolvere il problema della fame "soltanto a parole".
Lontani dal voler fare una lezione di teologia fu lo stesso Gesù Cristo a ricordare a un Giuda, esterrefatto dinnanzi allo spreco di un unguento costoso, che la Chiesa non è una ong. "Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?", gli aveva chiesto l'apostolo che poi lo avrebbe tradito. "Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura - aveva risposto Gesù - i poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me". Allo stesso modo fa una certa intelligentia di sinistra che vorrebbe la Chiesa dalla sua parte quando si tratta di accoglienza senza se e senza ma di tutti i clandestini, mentre che chiudono le orecchie quando si parla di "valori non negoziabili". Succede quotidianamente, quando il governo respinge i nordafricani che affaollano le spiagge di Lampedusa. E' successo per cinque anni dalla cattedra ambrosiana quando il cardinale Dionigi Tettamanzi puntava il dito contro certe scelte della giunta Moratti. E succede - al contrario - contro il futuro cardinale di Milano, Angelo Scola, che è inviso a una certa sinistra cattocomunista.
Resta, comunque, il fatto che il compito della Chiesa non è risolvere il problema della fame del mondo né, tantomeno, regolamentare gli ingressi degli immigrati in Italia. Il compito del Papa, in quanto diretto successore di San Pietro, è quello di testimoniare la risurrezione di Cristo. Tutto il resto sono solo meschini trucchi di certa sinistra di tirare per la giacchetta l'insegnamento evangelico.   





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Sborsino loro quei cinque euro

Il Tempo



La maggioranza se ne faccia una ragione prima che sia troppo tardi. Se si vogliono realizzare risparmi previdenziali, non si carica il cannone e si spara a casaccio, ma si prende la fascia più alta dei pensionati, quelli che mag

Cari lettori, provo a sottoporvi un singolare ragionamento: «Se l’ha fatto la sinistra, possiamo farlo pure noi». È più o meno questo il solfeggio filosofico con il quale l’esecutivo giustifica i suoi ultimi provvedimenti, più degni di un regime da polizia tributaria che di un sistema liberale. I lettori de Il Tempo sanno bene che il direttore non nutre alcun pregiudizio ideologico, ma se una cosa l’ha fatta la sinistra, io solitamente la guardo con molta attenzione, la stessa che dedico alle opere del centrodestra. E siccome ho una certa esperienza del mondo e della politica, non mi sfugge il fatto che in materia fiscale la sinistra ha un dna assolutista. Allora, se un governo guidato da Berlusconi comincia a giustificare il proprio operato sostituendo la bandiera azzurra con quella rossa, beh, mi preoccupo. La cresta sulle pensioni è sbagliata. Non fa parte della cultura liberale, è una sbobba indigesta che l’elettore del centrodestra non vuole mangiare.

La maggioranza se ne faccia una ragione prima che sia troppo tardi. Se si vogliono realizzare risparmi previdenziali, non si carica il cannone e si spara a casaccio, ma si prende la fascia più alta dei pensionati, quelli che magari di trattamenti ne cumulano due o tre e li si fa accomodare alla cassa con il seguente invito: finora ti abbiamo trattato con i guanti bianchi, sei stato un privilegiato del sistema, ma oggi dai un contributo di solidarietà per risanare i conti pubblici. Lo stesso invito i parlamentari se lo autospediscano. Con ricevuta di ritorno e bollettino dell’avvenuto pagamento. Post scriptum per i liberali alle vongole: non ci raccontino la favola dei cinque euro, qui è il principio che conta. E comunque i cinque euro li caccino loro.


Mario Sechi
04/07/2011




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Processo Eternit, chiesti 20 anni di reclusione per i due dirigenti

La Stampa






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I segreti dei papiri svelati dalla medicina

Corriere del Mezzogiorno



In prima linea nella lettura dei «rotoli» il Cnr, la Federico II, il dipartimento di Biologia e la Fondazione Gens onlus





NAPOLI— I saperi si alleano per scoprire un sapere più grande. Medicina, elettrotecnica, radiologia, filologia. Un sacro patto per rivelare al mondo quello che potrebbe far riscrivere in un colpo solo la storia antica della civiltà greca e di Roma. Sembra quasi la trama di un film di cui è protagonista Indiana Jones o il suo alter ego in gonnella Tomb Raider, ed invece è un progetto appena finanziato dall’European Research Council e che vede schierati in prima linea il Cnr, la Federico II, il dipartimento di Biologia e la Fondazione Gens onlus. Missione? Leggere i papiri di Ercolano.

Ma andiamo per ordine. Quando, nel 1996, venne alla luce la dimora di Pisone, la Soprintendenza tentò di mantenere segreto l’evento, ma non ci riuscì. La notizia che centinaia di papiri erano stati ritrovati, fece subito il giro del mondo da allora è iniziata la gara per leggerli. La villa fino a quel momento era rimasta sepolta, dal 79 d. C. sotto la cenere e il fango che pietrificandosi avevano conservato intatti i suoi tesori. In una delle stanze gli esperti recuperarono circa duemila rotoli di papiro. Non bruciati ma «mineralizzati» perché a differenza di Pompei, Ercolano venne sepolta da un fiume di lava e fango che penetrò in tutte le case, solidificandosi e sigillando ogni cosa.

Grazie alla natura di questo materiale i preziosi documenti sono quasi integri. Il grande grecista Marcello Gigante, scomparso due anni fa, passò l’ultima parte della sua vita a tentare di decifrare i rotoli e alcuni furono effettivamente letti, solo in parte, grazie all’aiuto di una sofisticata macchina per srotolarli senza farli finire in pezzi. Fra loro potrebbero esserci opere inestimabili e perdute come la «Storia di Roma» di Ennio. Per questo quando il progetto messo a punto da Graziano Ranocchia, esperto in Storia della filosofia antica, filologia filosofica, papirologia ercolanese, e da Luigi Verolino, del dipartimento di ingegneria elettrotecnica della Federico II, è stato presentato, la European Research Council ha subito erogato finanziamenti: novecentomila euro in cinque anni.

Con l’ausilio di tecnologie di analisi dell’immagine, come Tac e microscopia confocale, insieme a sofisticati programmi informatici, i due scienziati si propongono di svelare i segreti di queste testimonianze del passato. Molti rotoli sono firmati da personaggi chiave della filosofia ellenistica come Epicuro, Crisippo e Filodemo o da storici romani, come appunto Ennio o Virgilio, Plozio, Vario e Quintillio. L ’ eventuale successo di questa nuova strategia di ricerca permetterebbe quindi la prima interpretazione complessiva di opere fisiche, epistemologiche, etiche e retoriche che, completamente perdute nella tradizione manoscritta, sono totalmente inedite o pubblicate solo in parte. «È un’unione dei saperi», spiega la professoressa Donatella Tramontano, presidente della fondazione Gens onlus, «che può portare a risultati importantissimi per tutta l’umanità. In fondo con i microscopi noi guardiamo le cellule e loro i papiri. Ma il metodo è lo stesso. Per questo ospiteremo, assieme al professor Lucio Nitsch, direttore del dipartimento di Biologia della Federico II, il seminario dei due ricercatori. È un modo per allargare gli orizzonti dei nostri studenti e dottorandi. A volte la scienza medica può essere utile anche per scopi completamente diversi dalla medicina. E non è escluso che i nostri esperti di radiologia o di diagnostica delle immagini, possano dare una mano».

Ma la tecnica progettata è efficace per decifrare i papiri? Sembra di sì, e qualcosa già è stato «letto» visto che a Ranocchia e Verolino è stato subito assegnato uno degli «Starting Grants» messi a disposizione dal Consiglio europeo della ricerca. Uno dei pochi progetti finanziati, a fronte di una competizione che ha visto coinvolti più di 2.500 partecipanti da Paesi di tutta Europa. L’appuntamento ora è per il 12 luglio quando la fondazione Gens onlus e il Dipartimento di Biologia e Patologia cellulare e molecolare «Califano» , condividendo, come spiega Nitsch, l'idea che l'interazione fra saperi è la chiave per «interpretare» , ma anche per «realizzare» , ospiteranno i due Graziano Ranocchia e Luigi Verolino per illustrare il progetto e i risultati del loro lavoro. E, a quanto pare, ci saranno delle sorprese.



Vincenzo Esposito
04 luglio 2011




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FoxNews annuncia: "Obama è stato assassinato" Ma l'account Twitter è stato assalito dagli hacker

di Clarissa Gigante


L'emittente annuncia attraverso il portale di microblogging la morte del presidente Usa e si congratula con il nuovo presidente Joe Biden. Ma gli autori sono hacker vicini ad Anonymous. L'account di FoxNews è sotto assedio da giorni



"Barack Obama è morto. Un triste 4 luglio". Lo scoop è di Fox News che dà la notizia attraverso il suo account twitter, aggiungendo che il presidente degli Stati Uniti è stato assassinato con due colpi di pistola in Iowa e che gli succede alla Casa Bianca il vicepresidente Joe Biden. Tutto falso, ovviamente. Obama è vivo e festeggerà come tutti gli statunitensi il giorno di indipendenza.
Scherzo o bufala? A svelare il mistero è un altro utente del portale, TheScriptKiddies, che quasi immediatamente ha detto di aver hackerato l'account di Fox News e di aver pubblicato i messaggi sulla morte di Obama. L'utente è stato sospeso da Twitter, ma fa capo a un gruppo di hacker vicina alla comunità di Anonymous. Gli hacktivisti, come si definiscono, hanno scelto Fox News "perché la loro sicurezza è una barzelletta, come le loro notizie".
E' probabile che l'account di Fox News - che non ha commentato, né riporta la notizia sul proprio portale - fosse sotto attacco già da qualche giorno, visto che non venivano pubblicati messaggi dal 30 giugno. Proprio prima dei twit-bufala, inoltre, ne compare uno che recita: "Abbiamo appena riacquistato il pieno accesso al nostro Twitter e-mail. Buon 4 luglio". Pubblicato dalla redazione o dagli ScriptKiddies? Il mistero resta




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E paghiamo 63 milioni di euro ai partiti morti e sepolti

Libero



Sulla carta non esistono più almeno da un paio d’anni. Assorbiti da Pd, Pdl, Sel e dai nuovi partiti. Ma come gli zombie anche quest’anno i partiti che non ci sono più (Margherita, Ds, Forza Italia, An e perfino Unione, Ulivo, Rosa nel pugno, Casa  delle libertà etc...) escono dalle loro tombe dorate prendendo al volo quel contributo che misteriosamente e generosamente lo Stato ancora concede a loro. Mica uno scherzo: gli zombie della politica hanno portato via  al guardiano delle finanze pubbliche, Giulio Tremonti, anche nell’ultimo anno 63 milioni di euro. E pensate un po’ che la parte del leone- 15 milioni pappati in un solo boccone, l’ha fatta l’Ulivo di Romano Prodi, formazione politica che sembrerebbe appartenere all’archeologia della prima Repubblica.

Alle sue spalle a sinistra c’è anche la Margherita di Francesco Rutelli (terzo posto), ancora in grado di prendersi poco meno di 12 milioni di euro. E leggere quel bilancio per il povero Rutelli deve essere stato un colpo al cuore. Pubblicato come tutti quelli dei partiti politici secondo la legge sui quotidiani di partito e non entro il 30 giugno scorso, il conto economico della Margherita per ironia della sorte è finito nella pagina a fianco del bilancio 2010 dell’Api, la nuova formazione politica di Rutelli.

La Margherita era il secondo partito del centrosinistra, Api è poco più di una pallida apparizione nel nuovo firmamento: messi uno di fronte all’altro fanno impressione. Perché lo Zombie potrebbe avere di fronte a sé ben più futuro del minuscolo Api. La Margherita, lungi dall’essere scomparsa, spende ancora 14,4 milioni di euro all’anno che per un caro estinto è una bella sommetta. Ha personale a proprio carico ancora per 1,7 milioni di euro all’anno e soprattutto ha ancora fieno in cascina per 25,8 milioni di euro, circa 100 volte il patrimonio di Api.

L’ex partito di Rutelli non è l’unico caro estinto a godere di ottima salute. Il primato dello zombie resuscitato a tutto tondo spetta naturalmente ad Alleanza Nazionale. Pur essendo in via di scioglimento traghettato verso una fondazione, il partito della destra storica italiana ha incassato ancora dallo Stato 12,7 milioni di euro, spendendone meno della metà (5,3 milioni). Il patrimonio netto (il fieno in cascina per continuare a uscire dalla tomba e vivere alla grande) ammonta a 83,5 milioni di euro.

Una somma che da sé consente di rifondare un partito. Buona salute anche per un quasi-caro estinto come Rifondazione comunista, orfano di Fausto Bertinotti e secondo i più destinato ormai a sposarsi con il Sel di Nichi Vendola. Può contare su 17,7 milioni di euro messi da parte, e nell’ultimo anno ha anche  preso dallo stato 6,6 milioni di euro. Entrate che rendono irrilevante il debito bancario a breve e medio termine, che ammonta a 1,5 milioni di euro.

Più a rischio invece la Federazione dei Verdi di Angelo Bonelli e dove un tempo il leader era Alfonso Pecoraro Scanio: ha patrimonio per 3,6 milioni di euro e debiti con le banche per 2,3 milioni. La sinistra estrema non ha più posto in parlamento ma conta ancora su una nutrita serie di sigle: oltre a  Rifondazione e Verdi ci sono ancora sinistra arcobaleno, Pdci, Sinistra europea e sinistra democratica tutti foraggiati dallo Stato. Anche i socialisti sono scomparsi solo sulla carta: vivono e prendono da tutti noi un po’ di soldini il Psi, lo Sdi e la Rosa nel Pugno.

I due colossi che hanno fondato la Seconda Repubblica hanno invece ossa assai rotte. Forza Italia non ha preso più contributi dallo Stato, ma è viva: spende 13,6 milioni e soprattutto ha un patrimonio netto negativo di 34,2 milioni e debiti con le banche per poco meno di 43 milioni. A non farla fallire ci pensa Silvio Berlusconi, che ha concesso di tasca sua fidejussioni a garanzia per 178,9 milioni di euro. I Democratici di sinistra non hanno alle spalle un Berlusconi e navigano in acque assai più agitate. Dallo Stato hanno ancora ricevuto un contributo da 9,4 milioni. Ma il patrimonio netto è negativo per 136 milioni di euro e i debiti con le banche ammontano a 180 milioni. Grazie a loro il crack degli zombie incombe su Tremonti ancora per circa 260 milioni di euro. Prima o poi bisognerà pagarli.


di Fosca Bincher
04/07/2011




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Nel Lazio guerra ai vitalizi

Il Tempo


Il Pdl propone di alzare l'età pensionabile. L'Idv: aboliamo gli assegni. Le norme attuali sono piuttosto generose: consentono a un consigliere regionale di ottenere il pagamento a 55 anni.

Il presidente della Regione Lazio, Renata Polverini in Consiglio regionale Nel Lazio scoppia la guerra ai vitalizi. Le norme attuali sono piuttosto generose: consentono a un consigliere regionale di ottenere l'assegno a 55 anni. Ma con un «piccolo» privilegio: se il politico di turno accetta una riduzione del 5 per cento, allora può conquistare il vitalizio cinque anni prima. È evidente che l'onorevole non ci pensa un minuto anche perché l'ammontare dell'assegno non è proprio misero. Dopo aver trascorso alla Pisana una legislatura, cioè cinque anni, si ha diritto a un vitalizio mensile di 3.100 euro netti.

Se invece si è stati impegnati due mandati si arriva a 5.200. I più fortunati, che riescono a restare in sella per quindici anni, sbancano: 6.100 euro al mese. Il Lazio paga 217 vitalizi, 41 di questi sono di reversibilità, vengono versati agli eredi del consigliere deceduto. Ma non è tutto. Si può sempre raddoppiare. I consiglieri regionali che approdano alla Camera dei deputati o al Senato, infatti, hanno diritto a un altro vitalizio, pagato da Montecitorio o da Palazzo Madama. Risultato: con dieci anni di politica (5 alla Regione e 5 in Parlamento) si portano a casa due assegni di oltre 3 mila euro al mese ciascuno. Tuttavia la musica potrebbe cambiare presto.

Il presidente del Consiglio regionale del Lazio, Mario Abbruzzese, insieme con Giancarlo Miele (Pdl), ha presentato una proposta di legge per alzare l'età del vitalizio (da 50 a 60 anni) e per ridurre l'ammontare dell'assegno. «La maggioranza è compatta - spiega Miele - Anzi potremmo pensare di inserire questa proposta di legge nell'assestamento di bilancio, come è stato per la norma antiparentopoli proposta da Francesco Storace». In ogni caso Miele ha le idee chiare: «Non è più sostenibile dare la pensione ai politici a 50 anni».

Fuga ogni dubbio di antipolitica o demagogia Andrea Bernaudo, consigliere del Pdl: «Bisogna anche pensare che chi si dedica davvero alla politica, lasciando spesso occupazioni o posizioni che ha costruito negli anni, deve avere alcune garanzie. Piuttosto andrebbero colpiti i politici che non si presentano in Aula o nelle Commissioni. In ogni caso - chiarisce Bernaudo - i consiglieri regionali, come i deputati e i senatori, devono adeguarsi alle regole generali, cioè avere la pensione alla stessa età degli altri cittadini».

Ragiona Francesco Saponaro (lista Polverini): «Non mi nascondo dietro la demagogia, penso che serva un riconoscimento ma sempre in giusta proporzione con l'età e gli anni passati nelle Istituzioni». Mentre il capogruppo di Fli, Francesco Pasquali, sottolinea: «La Regione non può continuare a sopportare costi simili. Abbiamo il dovere di cambiare queste norme, anche abolendo il vitalizio: per avere maggiore credibilità e per evitare di essere cacciati a pedate».

L'opposizione non sta a guardare. Anche l'Italia dei Valori ha presentato una proposta di legge sui vitalizi: prevede semplicemente di abolirli. «Per noi è una priorità - spiega il capogruppo dell'Idv alla Pisana, Vincenzo Maruccio - È una follia dare un assegno ai politici a 50 anni, anche perché, oltre al vitalizio, gli onorevoli avranno la pensione. Non è giusto soprattutto in un momento in cui si chiedono sacrifici ai cittadini».

Netto anche il consigliere del Pd Enzo Foschi: «I vitalizi vanno cancellati. Non si tratta di un diritto acquisito ma soltanto di un privilegio. Sarebbe anche un modo per ridare alla politica un po' di credibilità». Dal canto suo Rifondazione Comunista ha presentato una proposta di legge per dimezzare l'assegno e concederlo a 65 anni d'età. Ma questo è niente: presto il Prc lancerà un referendum per cancellare il vitalizio e per abbassare gli stipendi dei consiglieri.

«È vergognoso - tuona il capogruppo di Rifondazione alla Pisana, Ivano Peduzzi - che i politici dopo cinque anni di lavoro abbiano diritto a 3.100 euro netti al mese per tutta la vita a partire da 50 anni. Io ho lavorato per 37 anni e ho una pensione di 1.380 euro al mese. Non si può pensare di dare ai politici cifre di quel tipo». Peduzzi poi ha una situazione particolare: la parte maggiore dello stipendio di 10 mila euro percepito dalla Regione va al partito. «Io tengo 2.500 euro e mi sembra giusto così».


Alberto Di Majo
04/07/2011




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Mantenere politici e casta? Costa 24 miliardi all'anno.

Libero




I presupposto lo abbiamo capito: dobbiamo arrivare al pareggio di bilancio entro il 2014 e quindi nei prossimi quattro anni saremo costretti a trovare risorse per circa 47 miliardi di euro. Il perché anche: ce lo chiede l’Europa e se dovessimo sforare, le agenzie di rating (le ormai arcinote Standard & Poor’s e Moody’s) starebbero lì pronte a dirci che non siamo affidabili con la conseguenti inevitabili punizioni (leggi aumento degli interessi da pagare sul debito). Quella che ci manca è una risposta a una domanda che sorge spontanea: ma perché i nostri governanti si accaniscono contro chi arriva a stento a fine mese con una pensione da 1.400 euro e non danno invece una bella sforbiciata ai costi della politica? Domanda retorica. La risposta è facilmente intuibile. Poco difendibile però, soprattutto se si vanno a vedere i numeri. E a questo ci ha pensato la Uil.

Il sindacato guidato da Luigi Angeletti che in uno studio elaborato qualche settimana fa, e che Libero aveva pubblicato, metteva nero su bianco una cifra che anche a ripubblicarla ci sembra sbalorditiva: ogni anno i costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a 18,3 miliardi; a questi sono da aggiungere i 6,4 dovuti a un sovrabbondante sistema istituzionale. Il totale è: 24,7 miliardi. Circa 646 euro a contribuente. Facendo due calcoli: se per i prossimi quattro anni i politici dimezzassero le spese che ruotano intorno al loro complesso mondo, l’Italia non avrebbe più il problema del deficit e i pensionati dormirebbero sonni molto più tranquilli. Anche perché  non stiamo parlando di una ristretta cerchia di grandi menti che prestano il loro nobile servizio per migliorare la vita dei cittadini, ma di 1,3 milioni di persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica.

I CASI ECLATANTI
Qualche esempio: abbiamo 145 mila tra parlamentari (nazionali ed europei), ministri (e sottosegretari), e amministratori locali (sindaci, presidenti, assessori e consiglieri vari); 24 mila stipendiati nei consigli di amministrazione delle 7 mila società, enti e consorzi delle pubbliche amministrazioni; e una miriade di consulenti e addetti agli uffici di gabinetto.

Tanto per intenderci: il funzionamento degli organi dello Stato centrale (presidenza della Repubblica, presidenza del Consiglio, Camera dei deputati, Senato della Repubblica e Corte Costituzionale) quest’anno ci costa più di 3,2 miliardi di euro. Cento milioni in più servono, invece, per garantire la corretta azione di Regioni, Province e Comuni.  Mentre altri 529 se ne vanno per Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Cnel, Csm e Consiglio giustizia amministrativa della Regione Sicilia.

LE PROPOSTE
Obiezione: mica sarà possibile tagliare tutto? Certo che no, ma di spazio per razionalizzare ce n’è e tanto. Qualche spunto ce lo dà la stessa Uil. Lo studio del sindacato evidenzia che “se le Province si limitassero a spendere risorse, soltanto per i compiti stabiliti per legge, il risparmio sarebbe quantificabile in un miliardo e duecento milioni di euro all’anno”. Niente male. E poi continua: “Inoltre, se si accorpassero gli oltre 7.400 Comuni al di sotto dei 15 mila abitanti, il risparmio ammonterebbe a tre miliardi e duecento milioni”. Non stiamo parlando di proposte che arrivano da Marte, ma di provvedimenti annunciati più volte dai politici, sia di destra che di sinistra, che però non hanno mai trovato terreno fertile in Parlamento. 

Altri esempi? “basterebbe una più sobria gestione del funzionamento degli uffici regionali - si legge ancora nel documento - per risparmiare altri 1,5 miliardi di euro e oltre 500 milioni l’anno potrebbero arrivare da una razionalizzazione del funzionamento dello Stato centrale e degli uffici periferici”. Del resto il decentramento amministrativo avvenuto in questi anni (si pensi agli esempi dei ministeri del Turismo, dei Giovani, degli Affari regionali e di vari dipartimenti affidati a diversi sottosegretari) dovrebbe andare proprio in questa direzione.

Morale della favola: se l’obiettivo è dare una bella sforbiciata alle spese della casta senza ridurre i servizi ai cittadini, una soluzione si trova. E quella proposta dalla Uil fa al caso nostro: decurtiamo del 20% i 18 miliardi e passa di costi diretti e indiretti della politica e aggiungiamoci i risparmi per l’efficientamento delle istituzioni pubbliche. La somma di 3,7 più 6,4 fa 10 miliardi e passa all’anno. In quattro anni più di 40 miliardi. Non sono i 47 della manovra, ma basterebbero per “zittire” l’Europa e assicurare una vecchiaia tranquilla a chi vive della propria pensione.

di Tobia De Stefano
04/07/2011




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Mladic insubordinato, il giudice lo caccia dall' aula

Corriere della sera


L'ex generale serbo-bosniaco interrompe continuamente e si rifiuta di dichiararsi colpevole o non colpevole



MILANO - Ratko Mladic, comparso lunedì davanti al Tribunale penale internazionale dell'Aia, si è rifiutato di dichiararsi «colpevole o non colpevole» degli 11 capi di accusa a suo carico, inclusi quelli di genocidio e crimini contro l'umanità.
ESPULSO - La seconda udienza del processo all'ex generale serbo-bosniaco, che si è ripresentato davanti ai magistrati indossando di nuovo un cappellino con visiera, è stata interrotta bruscamente dopo il netto rifiuto, seguito a un'invettiva di Mladic contro la corte. Il giudice ha ordinato all'ex generale serbo-bosniaco di lasciare l'aula e poi ha proceduto come previsto dal regolamento ad una dichiarazione di non colpevolezza.

04 luglio 2011 11:03



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Se gli ebrei etiopi tornano in Israele

La Stampa



Etiopi

Un gruppo cristiano protestante sta organizando il ritorno degli ultimi 8mila ebrei che vivono in Etiopia

marco tosatti
roma

Un gruppo cristiano ha dichiarato che potrebbe organizzare "il ritorno degli ultimi 8.700 ebrei etiopi in Israele" sponsorizzando quelli che sono noti come i voli dell’"Aliyah" “la salita” (al monte Sion, n.d.r.) nei prossimi mesi. L’International Christian Embassy Jerusalem, (ICEJ), un’istituzione cristiana protestante con sede a Gerusalemme, ha dichiarato a “Worthy news” di aver ricevuto una richiesta di aiuto urgente da parte dell’”Agenzia ebraica”, che sostiene di aver organizzato il ritorno di oltre tre milioni di ebrei in Israele a partire dal 1948. Il direttore delle operazioni Aliyah, Howard Fiore, ha definito l’operazione etiope - "urgente data l'attuale situazione di siccità e sconvolgimenti politici della regione".
 Fiore ha detto che gli ebrei etiopi si trovano a fronteggiare scarsità di cibo, e la prospettiva che le rivoluzioni caotiche nel mondo arabo possano diffondersi in Etiopia. Fiore ha sottolineato che ci sono "crescenti problemi medici" degli ebrei che vivono in campi profughi nella zona montagnosa di Gondar, dal momento che molte cliniche sono state chiuse a causa di mancanza di fondi. Ha aggiunto che ci sono bambini ebrei in una scuola Gondar in attesa del loro turno per tornare a casa in Israele in quanto sono stati separati dai familiari. "I bambini crescono lontano dai loro nonni, che ora sono in età avanzata", Fiore ha detto.



“L’Agenzia ebraica, preoccupata delle loro condizioni in via di peggioramento, desidera rendere più veloce l’operazione, e a causa dei tagli di bilancio vedrebbe con gratitudine un aiuto da parte della Christian Embassy”, ha spiegato Fiore. "Siamo un partner di lunga data con l'Agenzia nella grande Aliyah moderna, e questo episodio ci offre un'altra straordinaria opportunità per contribuire al ritorno finale degli ebrei alla terra dei loro antenati.
La cooperazione fra la ICEJ e l'Agenzia Ebraica giunge in un momento in cui sono più vive le polemiche sulle regole per l’Aliyah, secondo quanto afferma BosNewsLife. Le autorità israeliane hanno respinto le domande di immigrazione di ebrei che credono in Gesù come loro Messia o sono stati presumibilmente coinvolti nelle attività cristiane. All'inizio di quest'anno, per esempio, l'Agenzia Ebraica ed il Ministero dell'Interno ha respinto una richiesta del cugino della cantante ameircana Barbra Streisand a venire a vivere in Israele. Dale Streisand, 57 anni, non ha ottenuto lo status di “nuovo immigrato” perché è risultato dal suo profilo sul sito sociale Facebook che era stato coinvolto in attività missionaria cristiana in passato.

L’Alta corte di giustizia israeliana in passato ha inoltre confermato la decisione di non riconoscere lo status di immigrato a una persona di origine ebrea convertita al cristianesimo. Gli ebrei etiopi potrbbero trovarsi di fronte a un problema analogo. Tuttavia, l’ICEJ ha dichiarato che gli ebrei etiopi potrebbero dimostrare che sono stati obbligati "sotto pressione" a "convertirsi al cristianesimo" circa 150 anni fa per motivi economici, anche se desideravano conservare "la loro identità ebraica e le loro tradizioni."

L’ ICEJ ha riconosciuto che "anni di dibattito" sul loro stato si sono conclusi solo nel novembre scorso quando il governo israeliano e le autorità rabbiniche hanno "finalmente approvato le richieste di Aliyah di oltre 8.000 ebrei in Etiopia, che sono noti come Falash Mura". L'Agenzia Ebraica ha fatto volare ogni mese circa 200 ebrei etiopi in Israele, ma di questo passo "ci vorranno fino a quattro anni per completare questa iniziativa unica di Aliyah", hanno dichiarato i responsabili dell’ICEJ.

Il coinvolgimento ICEJ nel ritorno degli ebrei etiopi in Israele viene in piena luce nel 20mo anniversario dell’'"Operazione Salomone", quando quasi 15.000 ebrei etiopi furono portati in Israele in quello che il gruppo ha definito "un ponte aereo drammatico", che previde 34 voli di andata e ritorno per un fine settimana nel maggio 1991. Diversi anni prima, un’altra operazione, chiamata "Operazione Mosè" aveva messo in salvo una prima ondata di migliaia di ebrei etiopi che erano fuggiti dalla guerra civile in corso nel paese e stavano cercando di raggiungere Israele a piedi attraverso il Sudan. L'attuale gruppo di oltre 8.000 Falash Mura rappresenta l'ultimo gruppo di ebrei etiopi che sarà in grado di arrivare in Israele sotto la Legge del Ritorno", realizzando così l’antichissimo sogno antico di questa comunità isolata di far ritorno a Sion.

L’International Christian Embassy è stata fondata nel 1980 da cristiani evangelici che volevano esprimere il loro appoggio a Israele e agli ebrei. Ha due sezioni principali: quella israeliana e quella tedesca. Entrambe sono guidate da Juergen Beuheler, figlio di Albert, un soldato della Wehrmacht che ha trascorso anni di prigioni in Russia dopo la Secondo Guerra mondiale. Albert fu aiutato a sopravvivere da due famiglie ebraiche, che gli diedero cibo e medicine. Sessanta anni più tardi Beuhler ha lanciato una campagna per raccogliere fondi a sostegno dei sopravvissuti all’Olocausto in condizioni ecomiche difficili a Haifa.






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Tesoretto scippato, mercoledì parte "la protesta della borsetta"

La Stampa


Mercoledì le donne depositeranno davanti al Senato borse vuote in polemica per i 4 miliardi spariti




Mercoledì alle 9, le donne depositeranno di fronte a Palazzo Madama la propria borsa, vecchia o di cartone, comunque vuota. Un gesto simbolico di protesta contro lo scippo del "tesoretto rosa", i soldi risparmiati dall'innalzamento dell'età pensionabile delle donne, che alle donne erano stati promessi, e che invece sono spariti.

Ecco com'è nata la protesta. Tutto comincia giovedì. Donatella Poretti, senatrice Radicali-Pd si alza dal banco in aula durante l’interrogazione al Senato con il ministro del Lavoro e delle politiche sociali Maurizio Sacconi. Poretti si alza per andare dal ministro a porgergli la sua borsa: «Anziché parlare per un minuto abbiamo deciso di fare un gesto simbolico, porgere al ministro una borsa vuota, così com’è stato svuotato il fondo strategico».

Incalzato dalle domande delle senatrici che chiedevano dove fossero finiti i quattro miliardi del “tesoretto rosa” Sacconi ha preferito elencare gli altri sforzi del Governo in materia di conciliazione e occupazione femminile. Così è partito il gesto della Poretti, quasi di sfinimento, e che ha dato inizio a una mobilitazione di piazza delle associazioni femminili che avevano già lanciato un appello a maggio per difendere queste risorse e che cercavano una forma per esprimere il proprio dissenso. Di qui, l'appuntamento a mercoledì.

Infatti, la bozza di Finanziaria elimina dal Fondo strategico per il Paese a sostegno dell’economia reale, i quattro miliardi di risparmio maturati in dieci anni per l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego. Si legge, all’articolo 6, “interventi in materia previdenziale” che la dotazione del fondo «è ridotta di 252 milioni di euro nell’anno 2012, di 392 milioni di euro nell’anno 2013, di 492 milioni di euro nell’anno 2014, di 592 milioni di euro nell’anno 2015, di 542 milioni di euro nell’anno 2016, di 442 milioni di euro nell’anno 2017, di 342 milioni di euro nell’anno 2018, di 292 milioni di euro nell’anno 2019 e di 242 milioni di euro a decorrere dall’anno 2020». Esattamente quanto il Governo aveva calcolato dovesse essere destinato a «interventi dedicati a politiche sociali e familiari, con particolare attenzione alla non autosufficienza e all’esigenza di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare delle lavoratrici».

Un bell’aiuto per le donne nei prossimi anni, un consistente piano di investimenti che poteva prevedere asili nido, assistenza per anziani, defiscalizzazione e qualsiasi altra misura che favorisse la conciliazione di tempi familiari e lavorativi e quindi, il lavoro. Le italiane, è risaputo, lavorano poco e fanno anche pochi figli (abbiamo il tasso di fertilità più basso al mondo, peggio di noi solo il Giappone). Come ha ricordato lo stesso Sacconi, il problema dell’occupazione femminile ferma al 46%, (al sud è al 30% mentre la media europea è del 65%, quella degli Stati Uniti è il 68% , in Norvegia il 75%) è antico, ed è in buona parte dovuto all’assenza di adeguati servizi. Pochi asili nido e insufficiente assistenza agli anziani costringono le donne a casa, casalinghe o badanti e a scegliere la carriera ma a rinunciare ai figli.

«È stato difficile trovarsi d’accordo sull’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego – continua Poretti -. Alcune, parlamentari temevano che alle donne non sarebbe tornato indietro nulla e così si è deciso, con l’accordo del Governo, di mettere da parte i risparmi pensionistici, cogliendo l’occasione per sanare le disparità». Quei timori si stanno ora verificando: prima i 120 milioni del 2010 distratti per sanare i buchi dei comuni (una quota, si è appurato, è stata usata per finanziare gli asili), poi il decreto Sviluppo che tace sull’utilizzo dei fondi e ora la Finanziaria che prevede il taglio permanente dei risparmi, lasciando le donne a secco. Quattro miliardi (3, 7 milioni per la precisione) saranno impiegati per sanare buchi di bilancio. A microfoni spenti, dopo il question time in diretta tv, la senatrice Poretti riferisce che il ministro Sacconi abbia detto: «Queste cose le dovete chiedere a Tremonti».




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Sei gli aggressori di Alberto e uno già chiede la libertà

Il Tempo


Violenza a Monti: davanti ai giudici del Riesame saranno depositati anche due video. Il gip: "Coinvolti altri soggetti che gli inquirenti ascolteranno" Interrogatorio di garanzia in carcere per il terzo fermato.

Via Leonina, i luoghi dell'aggressione ai danni di Alberto Bonanni (nella combo in una foto tratta dal suo profilo Facebook) a Rione Monti (Foto Gmt) Alberto Bonanni non è stato aggredito soltanto da Perozzi e D’Alise. Secondo il pm ha partecipato anche Bottigliero. Ma non solo. La polizia ha ascoltato molti testimoni presenti a Monti al momento del pestaggio del musicista. E, in base alla loro ricostruzione, gli aggressori sarebbero sei.

Quattro avrebbero materialmente colpito con calci e pugni il chitarrista che sta lottando tra la vita e la morte, e altri due, invece, amici dei primi, avrebbero assistito senza impedire che il giovane musicista venisse picchiato tanto da farlo finire in coma profondo. Gli inquirenti, infatti, conoscerebbero già i nomi e i cognomi degli altri tre ragazzi che facevano parte del gruppetto di aggressori e non è escluso che nelle prossime ore possano essere presi altri provvedimenti da parte dell'autorità giudiziaria.

Continuano dunque a sfilare di fronte a pm e investigatori i testimoni dell'aggressione: alcuni di loro avrebbero anche ripreso quei tragici momenti con un telefono cellulare. Il video, insieme a quello registrato da una telecamera installata su un edificio e che inquadrava il luogo del pestaggio, sarà messo a disposizione della difesa dei ragazzi una volta che si rivolgeranno ai giudici del Riesame.

Proprio stamattina, infatti, il difensore di D'Alise, l'avvocato Fabrizio Gallo, presenterà l'istanza di scarcerazione per il giovane che ha confessato di aver sferrato un calcio in testa a Bonanni quando si trovava gia in terra. Il giudice per le indagini preliminari Valerio Savio, nelle dieci pagine di ordinanza di custodia cautelare emessa dopo la convalida degli arresti per Perozzi e D'Alise, ha scritto che era necessaria la misura restrittiva poiché attraverso l'uso di «apparecchiature telematiche» i due indagati «possono contattare i concorrenti nel reato ancora non attinti dalle indagini e potenziali soggetti che gli inquirenti potrebbero dover ascoltare e questi potrebbero influire sulle loro deposizioni».

Una frase che confermerebbe la caccia degli investigatori e della procura ad altri responsabili. Intanto oggi sarà interrogato dal gip il terzo indagato, Gaetano Brian Bottigliero, considerato dagli inquirenti il giovane che avrebbe colpito con il casco il chitarrista, nel carcere di Regina Coeli. Lo stesso ragazzo, però, quando è stato fermato dalla polizia, ha subito respinto qualsiasi responsabilità, sostenendo di non aver partecipato all'aggressione di Bonanni. Parole che dovrebbe confermare oggi al giudice.


Augusto Parboni
04/07/2011




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Mafia, il nuovo identikit del boss Messina Denaro

di Redazione


Il superlatitante, considerato il boss di Cosa Nostra, è ancora al numero della lista dei criminali ricercati. La Scientifica, grazie alla tecnica Age Progression, ha disegnato un nuovo identikit: per rendere più facili le segnalazioni e consentire una cattura



Palermo - Un nuovo identikit del superlatitante Matteo Messina Denaro, indicato come il nuovo capo di Cosa Nostra, è stato predisposto dal servizio polizia Scientifica. L’identikit è stato realizzato con la tecnica dell’ Age Progression (sviluppo o evoluzione di un volto in ragione del trascorrere del tempo e in funzione dell’età). Dalle immagini datate del latitante, parametrate a quelle relative ai suoi congiunti e tenendo conto del precedente identikit elaborato nel 2007 è stata sviluppata mediante una simulazione grafica computerizzata una nuova ipotesi di ricostruzione dei tratti somatici del latitante procedendo all’invecchiamento dei tratti fisionomici del volto.
La primula rossa Il nuovo identikit mostra un volto decisamente più invecchiato e la fronte stempiata di Messina Denaro, che oggi ha 49 anni, rispetto alle ultime foto del boss che risalgono all’inizio degli anni 90. Il padrino trapanese, originario di Castelvetrano, è infatti ricercato dal maggio del ’93. Matteo Messina Denaro, soprannominato Diabolik per la sua abilità nello sfuggire alla cattura, viene considerato dagli inquirenti l’erede di Totò Riina. Condannato all’ergastolo per associazione mafiosa e per le stragi del ’93, è stato autore di numerosi omicidi. Durante la sua latitanza si sarebbe sottoposto anche a un intervento agli occhi in Spagna in una clinica molto nota di Barcellona. Il ritratto che emerge dai racconti dei pentiti e dai "pizzini" sequestrati nel covo di Bernardo Provenzano è quello di un boss spietato che ama vestire in modo elegante e le belle donne.




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