domenica 3 luglio 2011

Lo rimprovera perché fa pipì nel parco Lui la accoltella cinque volte: è grave

Corriere della sera


In prognosi riservata mamma 46enne di Cesate. L'aggressore, un macellaio, è in cella per tentato omicidio


Quando lo ha visto orinare nel parco giochi dei bambini, lo ha redarguito. Con energia. Lei, mamma, non è riuscita a trattenersi nel vedere quell'uomo fare i bisogni a cielo aperto, incurante di tutto e tutti. Ma, come risposta, è spuntato un coltello nelle mani del maleducato che non ha esitato a colpire la malcapitata con cinque fendenti: al petto, alla pancia, sulle braccia. La vittima, M.M., 46 anni, di Cesate, è finita all'ospedale, dov'è ricoverata in prognosi riservata. Invece l'aggressore, José Luis S.M, 33 anni, del Salvador, professione macellaio, residente a Milano, dopo essere fuggito è stato bloccato dai carabinieri della stazione di Novate, nelle vicinanze dell'ospedale Sacco. L'uomo aveva ancora addosso il coltello, sporco di sangue.

L'episodio, che avrebbe potuto avere conseguenze più gravi, è avvenuto l'altra sera, poco dopo le 23.30. Un gruppo di ragazzi, in compagnia della donna, sono seduti al bar all'interno del parco di Novate, nell'area chiamata «mercato». All'improvviso sbuca José Luis che, come se niente fosse, si avvicina al parchetto dei bimbi e fa pipì. La donna, a questo punto si alzata indignata da tavola e gliele dice quattro. Un botta e risposta sempre più pesante. Le voci si alzano. Volano parolacce e qualche spintone. Fino a quando il sudamericano estrae dalla cintola il coltello «da filetto», 16 centimetri di lama a punta, e si avventa sulla mamma che aveva osato rimproverarlo, che gli aveva detto a gran voce che il prato dove giocano i bambini non è un gabinetto.

Cinque coltellate, sotto gli occhi atterriti dei ragazzi al bar con la donna e di un connazionale dell'aggressore, 35 anni, in attesa del permesso di soggiorno. La donna, che perde molto sangue, viene subito soccorsa dagli amici e trasportata da loro stessi all'ospedale di Bollate, dove è ricoverata in prognosi riservata: i medici però sono ottimisti. Non sarebbe in pericolo di vita.

Mentre lo straniero, insieme con il suo amico, se la dà a gambe, facendo perdere per un po' le proprie tracce. Non lontano dall'ospedale Sacco, però, una pattuglia dei carabinieri li intercetta: Josè Luis ha i vestiti imbrattati di sangue e nella cintura ancora il coltello. Viene arrestato per tentato omicidio, aggravato dai futili motivi. Ai militari dice: «Ho fatto la cavolata più grande della mia vita». Il suo amico è indagato per favoreggiamento.


Michele Focarete
03 luglio 2011 15:58



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La7: «La rottura? Santoro voleva cambiare programma senza preavviso»

Corriere della sera

Telecom Italia Media: «Le richieste del giornalista violano le regole interne»


MILANO - Michele Santoro pretendeva di poter modificare le puntate della sua nuova trasmissione, anche in senso profondo, senza alcun «ragionevole» preavviso. Telecom Italia Media, la società del Gruppo Telecom Italia proprietaria della rete televisiva La7, spiega, a quattro giorni dalla rottura e dopo l'invito di Mentana a fare chiarezza, in una nota le motivazioni della rottura delle trattative con il popolare conduttore televisivo replicando alle «illazioni» contenute nell`articolo de Il Fatto Quotidiano dello scorso 2 luglio che aveva invece segnalato come, nel giorno del «No» a Santoro, fosse scomparsa dalla manovra del governo una norma per il diritto di accesso a internet che avrebbe penalizzato Telecom Italia.

LA ROTTURA - Secondo TI Media «la rottura delle trattative è dovuta alla richiesta continua e perentoria effettuata dal dott. Michele Santoro di riservarsi il diritto, una volta individuato il tema della trasmissione, di modificare, anche in senso profondo, l`eventuale »premessa«, gli ospiti in studio, la scaletta, i filmati da trasmettere e quanto altro fosse necessario per gestire in totale autonomia il programma da Lui condotto, senza alcun ragionevole preavviso (erano stati concessi solo alcuni minuti). Questa richiesta, che viola le regole interne - già ampiamente rappresentate al dott. Santoro - che presiedono i rapporti con tutti i volti della rete, pone ingiustificati rischi legali di natura penale e civile (solo questi in parte manlevabili) in capo all'Editore che non si è ritenuto di correre». Quanto all'offerta definita «generosa» del direttore del telegiornale de La7 Enrico Mentana «di includere il programma del dott. Santoro nella testata giornalistica, al fine di alleviare i rischi dell`Editore» questa «è stata dallo stesso rifiutata poiché considerata «artificiosa».

LA NOTA - Ma Telecom Italia Media vuole sgombrare il campo anche dalle ipotesi di un collegamento fra quanto previsto nella «finanziaria» e la decisione di TI Media di interrompere le trattative. Confermando «che le opinioni delle parti sulla gestione operativa dei rapporti fra l'Autore e l'Editore, così come rappresentato in precedenza, sono risultate inconciliabili ben prima che fosse emessa la bozza di «finanziaria», dunque - sottolinea il gruppo controllato da Telecom Italia - le illazioni formulate da Il Fatto Quotidiano sono prive di fondamento reale». D'altronde, seconto Telecom Italia Media, già nel corso della presentazione del palinsesto autunnale di LA7, svoltasi il 23 giugno scorso, l'Amministratore Delegato di Telecom Italia Media Giovanni Stella, con riferimento alle trattative con il dott. Santoro, aveva dichiarato testualmente che »La trattativa con Santoro è ancora in corso. Trovare un accordo con Santoro non è facile perché è un autore e volto di rete che ha un suo pregio molto importante e che quindi vuole avere delle tutele e delle caratteristiche proprie. Dal punto di vista economico non ci sono problemi […] Stiamo discutendo altri temi del contratto. Credo che presto usciremo con un annuncio per verificare se abbiamo poi effettivamente trovato questo accordo oppure no».

SANTORO A MENTANA - «Come è noto, Enrico Mentana non si è mai incatenato per la libertà di informazione. Anche quando aveva promesso di farlo. Pur nutrendo nei suoi confronti una enorme stima professionale, ritengo che abbiamo nei confronti del potere (economico, politico ed editoriale) atteggiamenti molto distanti. Il che ci rende diversamente liberi». Michele Santoro, in un intervento pubblicato su Il Fatto Quotidiano, replica alle interviste di sabato del direttore del TgLa7 Enrico Mentana, secondo cui «Santoro chiedeva assoluta libertà, ma qualsiasi giornalista non può dire o scrivere quel che gli pare. Esistono obblighi di legge». «Le sue dichiarazioni - sostiene Santoro - fanno intendere che io avrei richiesto all'editore una libertà illimitata e irresponsabile. Siccome non è così, non capisco per quale ragione egli voglia assumere il ruolo di chi nasconde o vela con le sue interpretazioni il conflitto d'interessi». «Il problema di Timedia - prosegue il giornalista - non è stato quello di assumersi la responsabilità di ciò che andava in onda, ma proprio quello di non assumersela perfino dal punto di vista legale, riservandosi di interferire nell'esercizio dell'attività giornalistica, che è autonoma per statuto e vede prevalere il diritto e il dovere di cronaca».


Redazione online
03 luglio 2011 17:26





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Grillo: «In valle di Susa tutti eroi» Bersani: «Tutti condannino violenze»

Corriere della sera

Casini risponde: «Eroi sono solo i poliziotti e gli operai». Napoli (Pdl): «Lui è un eroe di sciocchezze»


MILANO - In Valle di Susa «state facendo una rivoluzione straordinaria, siete tutti eroi, le campane suonano per tutta l'Italia che ci sta guardando attraverso la rete». Lo ha detto Beppe Grillo parlando a centinaia di manifestanti radunati a Chiomonte per la manifestazione No Tav.

«La Torino-Lione è la più grande truffa del secolo - ha affermato Grillo - pensare di fare viaggiare le merci a 300 all'ora è roba da anni Settanta, il futuro è fare viaggiare meno le merci, è il regionalismo». Grillo ha poi accusato le forze dell'ordine di usare gas lacrimogeni «che sono proibiti, armi da guerra cancerogene». Quello che sta avvenendo in Valsusa rappresenta «prove tecniche di dittatura».

Lo ha detto Beppe Grillo, raggiungendo la manifestazione dei No Tav a Chiomonte. «C'è uno scorpamento tra cittadini ed istituzioni», ha aggiunto il comico genovese. «Volevo esserci - ha sottolineato - è una battaglia che con voi stiamo conducendo da tanti anni».

Tutto questo mentre la situazione a Chiomonte si fa via via sempre più difficile dove migliaia di No Tav stanno assediando il cantiere della Torino-Lione e le forze dell'ordine usano i lacrimogeni e idranti per allontanare i manifestanti. Ovviamente le parole di Grillo hanno suscitato un vespaio di polemiche. Molti politici hanno replicato alle parole del comico e da tutti i settori parlamentari.

CASINI - BERSANI «In Val di Susa gli eroi sono i poliziotti e gli operai, non i manifestanti né tantomeno i delinquenti che tirano le pietre». Pier Ferdinando Casini, dal suo profilo su Facebook. Ma a rispondere a Grillo anche Pierluigi Bersani con una nota: «I fatti che avvengono in queste ore in Val di Susa con le forze dell'ordine attaccate violentemente mentre difendono il cantiere, sono allarmanti e assolutamente inaccettabili. Qui non si tratta più di come si fa una ferrovia.

Qui si tratta di come funziona una democrazia. Isolare, condannare la violenza e ripudiarne ogni presunta giustificazione è un dovere elementare di tutte le forze politiche e delle persone civili. Su questo concetto non è per noi tollerabile nessun equivoco». Sulla stessa falsariga del segretario anche Stefano Esposito, deputato del Pd: «Una cosa deve essere ben chiara: dei feriti di questa giornata portano la responsabilità Alberto Perino, Lele Rizzo e i vari "capi" dei comitati No Tav che hanno invocato l'assedio del cantiere e utilizzato parole d'ordine violente e insurrezionaliste, nonchè Beppe Grillo e i suoi seguaci piemontesi».

«Stanno gettando benzina sul fuoco con frasi deliranti, parlando di rivoluzione contro la dittatura, dopo aver dato ospitalità due giorni fa in una sede istituzionale come Palazzo Lascaris proprio agli esponenti dei centri sociali - aggiunge Esposito - Tutti costoro si sono resi responsabili di istigazione alla violenza e auspico che vengano perseguiti secondo le leggi di questo Stato». «Quanto sta avvenendo in Valle di Susa è gravissimo.

Stiamo assistendo a un'aggressione, annunciata e preparata nei giorni scorsi, alle forze dell'ordine, alle istituzioni, alla legge - prosegue il parlamentare dei Democratici - Purtroppo era facile prevedere questo scenario, come ho fatto anche nel mio intervento alla Camera questa settimana». «Di fronte a questi accadimenti per gli amministratori della Valle di Susa non ci possono più essere alibi, devono fare chiarezza e dire se stanno dalla parte della legalità oppure no - sottolinea -

Ma è soprattutto la società civile che deve rompere il silenzio. Non si può continuare a far finta di non vedere quanto sta accadendo in Valle di Susa. Bisogna reagire e, come già avvenuto nel nostro Paese, dimostrare che i violenti e i fanatici possono venire sconfitti e resi innocui». «Mi auguro - conclude Esposito - che i vari Caparezza e Subsonica, che dal salotto di Torino in queste ore hanno inneggiato ai No Tav, condannino i gravi scontri di oggi. Ai poliziotti (e all'operaio) feriti va la mia piena solidarietà. Per quanto mi riguarda, sono questi gli unici "eroi" ».

NAPOLI - Ovviamente anche dal Pd si risponde al comico genovese: «Beppe Grillo trova che ci sia dell'eroismo nel lanciare pietre contro gli operai che lavorano e i poliziotti che vigilano. Di sicuro c'è eroismo nella disinvoltura con cui Beppe Grillo dice sciocchezze dalla mattina alla sera» afferma in una nota il vice presidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli. «Come santo protettore dei violenti, il comico genovese - ha concluso - non fa ridere e neppure sorridere».

CAPEZZONE - «Beppe Grillo dice cose irresponsabili e scherza con il fuoco perfino in ore in cui alcuni malintenzionati stanno facendo divampare la violenza. Mi auguro che in questi frangenti tanti, comunque la pensino sulla Tav, si rendano conto dei pericoli e dei rischi legati a certe predicazioni» afferma Daniele Capezzone, portavoce del Pdl. «Da liberale, difendo il free speech in tutte le sue forme, e per me ognuno può dire ciò che crede - conclude - ma tutti dovremmo assumerci la responsabilità di ciò che diciamo, e valutare bene le possibili conseguenze delle nostre parole»

Redazione online
03 luglio 2011 16:32

Trentino, i Nas bloccano il banchetto con carne d'orso leghista

Corriere della sera


La causa risulta nel «mancato certificato d'importazione della carne» dalla Slovenia




La carne di orso alla festa della Lega Nord in Trentino non si può mangiare, perchè i Nas dei carabinieri ne hanno bloccato la vendita. La causa risulta nel «mancato certificato d'importazione della carne» dalla Slovenia. A spiegare l'accaduto ai presenti, circa 200 persone a mezzogiorno, è il leghista Enzo Erminio Boso, già senatore e parlamentare europeo. «È Roma che ce li ha mandati - ha detto alla festa - e sono venuti da Vicenza». Fatto è che al momento le bistecche di orso alla brace e lo spezzatino di orso non possono finire dalle pentole ai piatti.

La carne di orso alla festa della Lega Nord in Trentino non si può mangiare, perchè i Nas dei carabinieri ne hanno bloccato la vendita. La causa risulta nel «mancato certificato d'importazione della carne» dalla Slovenia. A spiegare l'accaduto ai presenti, circa 200 persone a mezzogiorno, è il leghista Enzo Erminio Boso, già senatore e parlamentare europeo. «È Roma che ce li ha mandati - ha detto alla festa - e sono venuti da Vicenza». Fatto è che al momento le bistecche di orso alla brace e lo spezzatino di orso non possono finire dalle pentole ai piatti (fonte Ansa). Redazione online

03 luglio 2011 14:13



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Freedom Flotilla, arrestato capitano nave Usa: «Bloccati come in guerra»

La Stampa


ROMA - John Klusmer, capitano della nave americana della "Freedom Flotilla 2" che ieri ha tentato di salpare dal porto di Atene ma è stata subito intercettata dalla Guardia costiera greca «è stato arrestato ed è al momento sotto custodia della polizia. Ma non sappiamo ancora quali sono i capi di accusa che pendono nei suoi confronti». È quanto hanno affermato i coordinatori della Flotilla 2, la mini-flotta internazionale organizzata per rompere il blocco della Striscia di Gaza, durante una conferenza stampa ad Atene.



L'equipaggio dell'imbarcazione Usa "The Audacity of Hope" è invece «stato trattenuto sulla nave» mentre i restanti partecipanti hanno comunque «deciso di restare a bordo per solidarietà con il capitano del battello», hanno ancora aggiunto i coordinatori, secondo i quali John Klusmer, lunedì prossimo, è stato chiamato a comparire in tribunale.

Gli attivisti hanno inoltre denunciato come, il blocco dell'imbarcazione statunitense sia avvenuto ieri anche con l'utilizzo «di alcuni uomini armati che hanno intimato alla barca di tornare indietro». Per rispondere al divieto di partire imposto dalla Grecia, gli organizzatori della flottiglia, «con l'aiuto di uno staff di avvocati» stanno «esplorando la possibilità di un'azione legale contro ciò che viene considerato un assedio illegale nelle acque greche», hanno inoltre spiegato i coordinatori da Atene.

Nonostante qualche ritardo nella preparazione e gli avvertimenti lanciati da Israele nelle scorse settimane diverse centinaia di attivisti si sono imbarcati a bordo di una decina di navi per portare «materiale da costruzione, aiuti per gli ospedali e le scuole» di Gaza, ha spiegato nei giorni scorsi all'agenmzia Ansa Maria Elena Delia, coordinatrice italiana ella missione. Tra le imbarcazioni, infatti, c'è anche una nave italiana, la Stefano Chiarini con una quindicina di italiani, tra i quali il disegnatore Vauro Senesi. L'equipaggio italiano è stato ridotto per ospitare i "colleghi" della Mavi Marmara, la nave di proprietà della Ong turca Ihh (bandita da Israele nel 2008) che prese parte alla prima missione e che, il 31 maggio scorso, fu sanguinosamente attaccata dalle forze israeliane.

Il blocco messo in atto dalla Grecia alla Freedom Flotilla 2 e l'arresto del capitano della nave americana hanno come presupposto legale l'art. 128 del Codice Navale ellenico, che prevede «uno stato di guerra o di intensità delle relazioni internazionali di cui non siamo a conoscenza», denuncia il coordinamento italiano della Freedom Flotilla 2. Il comitato ha oggi diffuso il comunicato ufficiale diramato dal ministero della Difesa ellenico secondo il quale si «proibisce la partenza di navi battenti bandiera greca o di nazionalità straniera dai porti ellenici con destinazione la zona sottoposta al blocco marittimo di Gaza».

Secondo la nota, la decisione è stata presa sulla base: «dell'art.128 del Codice navale; delle dichiarazioni della autorità israeliane di fare uso della violenza contro chi tenta di rompere il blocco marittimo di Gaza, con rischi imminenti per la vita e la sicurezza e il rischio di compromettere la libera circolazione marittima». Il ministero della Difesa - si legge ancora nella nota - ha tenuto conto anche «della necessità di difendere gli interessi nazionali e della lettera inviata dal segretario generale dell'Onu nella quale si chiede ai Paesi che hanno accesso al Mediterraneo di scoraggiare la realizzazione di operazioni» come quella della flottiglia.

L'arresto del capitano della nave Usa - proseguono gli attivisti - è quindi scattato per la violazione dell'art.128 in cui si prevede che «in caso di guerra o di uno stato d'intensità delle relazioni internazionali il capitano di una nave esegua gli ordini del ministro, allo scopo di proteggere l'interesse nazionale o la sicurezza dell'itinerario marino». Violazioni che gli attivisti «contestano», annunciando di «voler ricorrere alle vie legali» contro il blocco della navi della spedizione.

Intanto, continuano le mobilitazioni promosse dagli attivisti filo-palestinesi affinché il governo greco lasci partire le la flottiglia per Gaza. Ieri, subito dopo il blocco della barca americana, sono state organizzate proteste davanti all'ambasciata degli Usa ad Atene e, secondo quanto riferito dagli attivisti via Twitter, davanti al consolato greco a New York. Mentre il coordinamento italiano ha indetto un presidio davanti all'ambasciata greca a Roma per lunedì prossimo alle ore 17.

Sabato 02 Luglio 2011 - 22:03    Ultimo aggiornamento: Domenica 03 Luglio - 11:48




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La Polonia del miracolo ricca, ottimista e sexy"

La Stampa


Varsavia alla presidenza Ue: «Mai così benestanti in 150 anni»



EMANUELE NOVAZIO
VARSAVIA

Volevamo espanderci all’Est ma siamo arrivati a Cracovia per caso, perché nessuno in ambasciata o all’Ice ci aveva saputo dare informazioni precise: il sindaco, invece, ci ha subito messo in contatto con l’università e i responsabili della “zona tecnologica speciale”, un’area di servizi che punta all’integrazione fra centri di ricerca e impresa. Una settimana dopo avevamo assunto il primo nucleo di giovani ingegneri freschi di laurea e avviato la nuova filiale. Un record, mai successo al mondo».

Vittorio Cavirani, che con il socio Enrico Grassi dirige «Elettric80» - azienda leader nella produzione di veicoli laser integrati e robot industriali, un marchio presente in tutto il mondo -, rievoca con il disincanto di chi conosce bene le contorsioni burocratiche italiane l’avvio di un’«avventura polacca» dimostratasi fin dall’inizio fortunata, vincente. Il suo racconto fotografa una realtà ancora sottovalutata o poco conosciuta, in Italia: in Polonia la tassazione massima alle imprese è del 20 per cento, la stessa aliquota fissata per l’utile aziendale. Il dinamismo dell’economia colloca il Paese al terzo posto in Europa per la creazione di nuovi posti di lavoro e al primo posto per la creazione del primo impiego. E uno studente su dieci, in Europa, è polacco (quindici anni fa la Polonia era superata anche dai Balcani, nella gerarchia dell’istruzione superiore).

Ma quel che più conta - nel Paese che il primo luglio scorso, subentrando all’Ungheria, ha assunto un’impegnativa presidenza di turno dell’Unione Europea dopo aver rovesciato le dinamiche fra «vecchia» e «nuova Europa» con un interesse crescente per Berlino, piuttosto che per Washington - è la consapevolezza di «aver svoltato»: «Per la prima volta in 150 anni siamo riusciti a creare un’economia migliore e, soprattutto, una vita migliore», nota Stawomir Majman, presidente dell’Agenzia polacca per gli investimenti.

L’Eurobarometro conferma: la Polonia è il Paese più ottimista dell’Ue, e la percezione che diffonde con intensità crescente è la stabilità, economica e politica. Un merito che va attribuito, di sicuro, anche allo stile sobrio, pragmatico e «tedesco» del primo ministro liberale Donald Tusk, che ha fatto dimenticare le derive populiste dei gemelli Kaczynski. Se ne sono accorte le grandi multinazionali americane, francesi ma soprattutto tedesche, coreane e giapponesi, che in due anni hanno raddoppiato gli investimenti in Polonia (balzata al sesto posto nella graduatoria dei Paesi più attraenti per gli investitori stranieri, dal 22˚ posto del 2007): il 60% sono in «intellectual business», come dire ad alto costo di lavoro e alta produttività.

Il «miracolo» polacco - che contribuirà a conferire autorevolezza a una presidenza «fuori dall’euro» ma alle prese con le «crisi dell’euro», tant’è vero che Tusk ha chiesto insieme alla presidenza una sedia nell’eurogruppo, «non come membri, ma per seguire i lavori» - ha spiegazioni laiche, tiene a precisare il vice ministro delle Finanze Dominik Radziwitt. Grazie al forte incremento di investimenti pubblici (un altro primato polacco, all’interno dell’Ue), a un sistema bancario prudente, a un accorto utilizzo dei fondi comunitari (la Polonia ne è il maggior beneficiario), a un debito pubblico che per vincolo costituzionale non può superare il 50 per cento del Pil, ma grazie anche alla flessibilità del sistema produttivo e a una accorta politica sociale, costo del lavoro e pressione fiscale sono diminuiti favorendo i consumi privati, l’occupazione e la crescita del prodotto interno lordo. Quest’ultima ha rallentato durante la crisi finanziaria globale, scendendo all’1,7 per cento nel 2009 rispetto al 6,8 di due anni prima. Ma è subito tornata a impennarsi: al 4 per cento l’anno scorso, al 4,4 nel primo quadrimestre di quest’anno.

Nell’ufficio avuto in prestito dal Comitato Olimpico alla periferia di Varsavia, Mikolaj Piotrowski è circondato da diagrammi, schemi, prospetti. La rappresentazione grafica della preparazione agli Europei di Calcio 2012, che la Polonia spartirà con l’Ucraina, è la migliore sintesi del dinamismo e delle ambizioni del Paese dell’Est Europa: «La Polonia oggi è il più grande cantiere d’Europa, e il campionato dell’anno prossimo sarà molto di più di un torneo di calcio», avverte Piotrowski dal suo tavolo di responsabile del coordinamento di «Pl. 2012». E prosegue: «Il nostro obiettivo è strategico: ammodernare il Paese con investimenti nelle più importanti infrastrutture. Ma soprattutto proiettare nel mondo l’immagine della nuova Polonia. Far vedere a tutti che la Polonia è diventata trendy. Perfino sexy».




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Il Fatto arruola Santoro per attaccare Mentana: "E' diversamente libero"

di Andrea Indini


Al tribuno di Annozero non è piaciuto il "no" de La7. Abituato a fare tutto quel che voleva in Rai, chiedeva lo stesso trattamento pure nella tv di Telecom. Mentana lo smaschera e Santoro va su tutte le furie



Roma - Volano i coltelli. Il partito di Annozero contro La7, nuovo nemico e simbolo del conflitto d'interessi. Contro il tanto osannato Enrico Mentana adesso si muove l'esercito del Fatto che ospita un intervento al vetriolo firmato da Michele Santoro e un editoriale d'assalto di Marco Travaglio. Palazzo Chigi tiene sotto scacco Telecom: questa la tesi del tribuno che, dopo aver mandato a quel paese la Rai e tutti i dirigenti di viale Mazzini (riuscendo a litigare anche con il presidente Paolo Garimberti) e aver incantato le folle di Bologna per i 110 anni della Fiom, adesso muove le proprie schiere contro La7.

Bisogna fare un passo indietro. L'arrivo di Santoro a La7 era stato dato per certo sin dal suo addio alla Rai. Un Mentana gongolante aveva dato la notizia al telegiornale tra sorrisi e mezze verità. Era il 6 giogno. Nel mezzo c'è stata una trattativa estenuante che ha portato i vertici di la7 a non accettare i diktat di Santoro e a rinunciare al suo arrivo. Ma a mandare su tutte le furie il presentatore di Annozero è stata un'intervista di Mentana al Corriere della Sera in cui svelava i motivi del mancato accordo. "Mi hanno telefonato sia il presidente esecutivo di Telecom, Bernabè, sia il presidente di Telecom media, Stella - spiegava ieri Mentana - mi hanno spiegato che è stata una loro scelta". Santoro chiedeva assoluta libertà. "L’editore, accordandogliela, rivendicava il diritto di conoscere i contenuti delle trasmissioni, dovendone rispondere - raccontava Mentana - del resto qualsiasi giornalista non può dire o scrivere quel che gli pare. Esistono obblighi di legge".

Un'intervista che ha mandato su tutte le furie Santoro. No, non l'ha proprio digerita. Così ha smosso i colleghi del Fatto Quotidiano ed andato all'attacco. Mentana da amico è diventato un nemico, da maestro del giornalismo a personaggio "diversamente libero", da santo dell'informazione a maligno difensore del conflitto d'interesse. "Mentana non si è mai incatenato per la libertà di informazione - accusa Santoro nella sua lettera al Fatto - ritengo che abbia nei confronti del potere (economico, politico ed editoriale) atteggiamenti molto distanti. Il che ci rende diversamente liberi". Per il tribuno di Annozero, la ricostruzione fatta da Mentana è sbagliata e falsa, ma tra le righe appare chiaro che il problema non è stata la libertà sul conduzione del programma, ma l'esigenza di avere le mani libere. Santoro vorrebbe che La7 fosse come la Rai: un'emittente in cui può fare e dire tutto quello che vuole senza, però, dover rispondere dei propri errori. D'altra parte, per lui, è una prassi consolidata da anni di invettive e attacchi a senso unico dalle telecamere pubbliche. "Anche se nessuno dei quattro annunciati macachi è arrivato (e mi sembra improbabile, a queste condizioni, l'arrivo di Milena Gabanelli) - continua Santoro - auguro di cuore a Mentana di poter continuare il suo straordinario lavoro del quale sarò accanito tifoso". Già.

Se per Santoro adesso La7 "è meno libera di sicuro", per Travaglio la colpa è solo di una persona: Silvio Berlusconi. Manco a dirlo. "Per la sua natura di detentrice della rete telefonica, vero e proprio sistema nervoso della società, Telecom è soggetta su molte materie a un forte potere regolatorio del governo e dell'Authority per le comunicazioni - spiega Giorgio Meletti sul Fatto - l'idea che Telecom possa essere chiamata a rendere conto ai tavoli 'informali' della politica dell'eventuale ingaggio di un Michele Santoro nella sua tv, La7, non è dunque per niente dietrologica". Per Travaglio sta proprio qui il conflitto d'interessi di cui si sarebbe macchiato il governo. La ricostruzione, però, appare davvero dietrologica. Insomma, una ricostruzione fatta ad hoc dal Fatto per non ammettere che Santoro voleva a La7 quello che ha sempre ottenuto in Rai: le mani libere su tutto e uno spazio in prima serata per serrare le file del popolo anti Cav.




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Val di Susa, il giorno della protesta No Tav Scontri con la polizia, sparati lacrimogeni

Corriere della sera

Due i cortei che convergeranno verso di Chiomonte. Uno più istituzionale, timori invece per quello dei centri sociali


MILANO- In Val di Susa è la giornata della protesta No Tav. A migliaia si sono radunati a Exilles e a Giaglione, per poi marciare fino al cantiere di Chiomonte e protestare contro la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. L'appello alla mobilitazione era stato lanciato dai leader dei comitati nazionali No Tav lunedì scorso, dopo che duemila uomini delle forze dell'ordine avevano sgomberato, il giorno prima, l'area della Maddalena, occupata per oltre un mese dal presidio permanente degli oppositori alla grande opera, permettendo così l'avvio dei lavori per la costruzione del tunnel geognostico preliminare alla linea ferroviaria. Le autorità hanno deciso di chiudere per sicurezza la A32 Torino-Bardonecchia, a quanto pare dopo il lancio di alcune pietre contro gli agenti di un presidio, ma finite sulla carreggiata, da parte di persone non identificate. Un gruppo di partecipanti al corteo di Giaglione, dopo il primo posto di blocco della polizia, ha lasciato il percorso principale e si è diretto nei boschi. La situazione viene monitorata dall'alto attraverso gli elicotteri. Nel corso di una bonifica nei pressi del cantiere della Maddalena sono poi state sequestrate dalla polizia quattordici bombe carta. Nei pressi del cantiere si sono registrati anche i primi scontri tra polizia e manifestanti e gli agenti hanno iniziato a sparare dei lacrimogeni.

I POLITICI - Sono stati dunque due i cortei, poi unificati. Il primo, quello più istituzionale è quello partito dal Forte di Exilles che vede la partecipazione di sindaci e amministratori della Val di Susa, con in testa Sandro Plano, presidente della Comunità montana Val di Susa e Val Sangone, contrario all'opera con 24 primi cittadini della valle. In prima fila anche lo storico leader dei No Tav, Alberto Perino. E sono attesi anche Beppe Grillo del Movimento 5 stelle e Paolo Ferrero della Federazione della sinistra, ma anche esponenti del Wwf, della Fiom, di Sel e Idv. In testa al corteo decine di bambini con palloncini colorati. In mano tengono lo striscione di apertura della manifestazione: un'enorme foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con la scritta «Giù le mani dalla Valsusa». I sindaci della valle hanno già annunciato che non arriveranno fino al cantiere, ma che dirotteranno verso il campo sportivo di Chiomonte per evitare azioni «illegali».


GLI INCAPPUCCIATI - Il secondo corteo, teoricamente quello «della gente di valle» (Exilles era stato individuato come punto di ritrovo per chi «viene da fuori», e qui stanno arrivando i bus da Torino e da altre parti d'Italia) si è invece a Giaglione. Predominante qui è la componente dei centri sociali: decine e decine i ragazzi vestiti nero, incappucciati o con i caschi. Molti vengono da Roma, dal Veneto e da altre regioni d'Italia. Ma sono tornati anche i francesi. Sono pronti, muniti di cartina, a «riprendersi» il cantiere dopo lo sgombero di una settimana fa. Fino a domenica scorsa i No Tav vi avevano un presidio con tanto di tendopoli: la struttura però era stata sgomberata dopo una prova di forza della polizia, che ora mantiene il controllo della zona con migliaia di agenti.

«NON SI FARA' MAI» - «La Tav non si farà mai - ha commentato alla partenza Alberto Perino, leader del movimento No-Tav - perchè non ci sono i soldi, perchè non hanno le idee chiare e perchè ci siamo noi. L'unica cosa che riescono a fare è aprire cantieri per mangiare i soldi pubblici». «Questa manifestazione - commenta Sandro Plano, presidente della Comunità montana - è il segnale che non esiste tutto questo consenso sbandierato, nella Valle di Susa ci sono migliaia e migliaia di persone contrarie e ci sono i sindaci di 23 Comuni che hanno deliberato la loro contrarietà all'opera».

Redazione Online
03 luglio 2011 12:19

La "sinistra aerea", il nuovo affare dei democratici

di Stefano Zurlo


Dirigenti e big nel business dei voli. E un tempo si ironizzava sulla "sinistra ferroviaria" del Psi... Dall'inchiesta Enac sembra emergere un sistema: senza mazzetta al Pd gli imprenditori non lavoravano



Aerei & tangenti. Si potrebbe chiamarla Sinistra aerea e fa rotta sul Pd, così come la Sinistra ferrovia­ria, come la chiamavano con sarca­smo i giornali dell’epoca, era targa­ta Psi. E gonfiata dalle mazzette. Nel giro di pochi giorni l’indagine della procura di Roma è andata a sbattere contro i santuari del potere demo­cratico. Arresti, sospetti e contigui­tà imbarazzanti: c’è di tutto nel frul­latore agitato dai pm Paolo Ielo e Giuseppe Cascini.
Ma soprattutto c’è un imprenditore,Viscardo Paga­nelli, che per potere far volare i suoi velivoli e per garantirsi buone rela­zioni in quel mondo avrebbe pagato il consigliere Enac e responsabile nazionale del Pd per il trasporto ae­reo Franco Pronzato. Pronzato è sta­to travolto dall’indagine così come Vincenzo Morichini, fundraiser del­la Fondazione Italianieuropei e ami­co di Massimo D’Alema. Paganelli avrebbe versato due oboli, regolar­mente fatturati, da 15 mila euro cia­scuno alla fondazione presieduta da Massimo D’Alema. E altri 20 mi­la euro sarebbero arrivati a Catiu­scia Marini, presidente della regio­ne Umbria, forse per sponsorizzare Umbria Jazz.
Insomma, basta un giro di valzer per scoprire che alcuni uomini ben inseriti nel partito e vicini ai leader più importanti trafficavano, incas­savano mazzette, pilotavano appal­ti e permessi. Un quadro sconfortan­te, anche se i giornali questa volta, a differenza di quello che accadde con il Psi al crepuscolo della Prima repubblica,hanno seguito l’evolver­si della situazione senza particolare enfasi. Curioso, perché dalle pagine dell’inchiesta emergono i nomi di due big del partito, come Massimo D’Alema e Catiuscia Marini.E un al­tro pezzo da novanta, il governatore del regione Liguria ed ex ministro dei Trasporti Claudio Burlando, si è precipitato a prendere le distanze da Pronzato: «Entrò nel mio staff al ministero nel ’96 e rimase anche do­po con altri ministri. Gran lavorato­re e consulente validissimo. Ma dal ’98 io mi sono occupato di altro, lui ha preso una strada diversa». Dove l’imbarazzo è tutto in quelle strade che si dividono.
Sia chiaro: nessuno dei pesi massi­mi del Pd è indagato, almeno per ora, ma interrogatorio dopo interro­ga­torio sta venendo a galla una peri­colosa dimestichezza della Sinistra aerea con affari poco puliti. Lo si ca­pisce sin dal battesimo dell’indagi­ne; l’imprenditore Pio Piccini con­fessa ai pm: Morichini gli avrebbe promesso appalti in Finmeccanica «se avessi finanziato il Partito demo­cratico e Italianieuropei». Piccini non parla a vanvera.
Fornisce i ri­scontri e consegna i contratti di con­sulenza stipulati proprio con Mori­chini, anche se aggiunge di non aver ottenuto quanto gli era stato promesso. Morichini è un uomo in­­fluente: è stato l’amministratore de­legato delle agenzie Ina Assitalia, og­gi è il fundraiser del pensatoio dale­miano, da sempre è vicino ai demo­cratici. Ed è ancora più vicino a Baffi­no: tanto da essere stato compro­prietario della sua barca, l’Ikarus. I frammenti del curriculum inevita­bilmente diventano suggestioni per i magistrati che scavano.
I pm tengono giustamente separa­ti i piani, ma il sospetto che aleggia è fin troppo chiaro: alcuni imprendi­tori, come Paganelli, non toccava­no palla senza allungare la mazzet­ta agli uomini del Pd. Appunto Mori­chini e Pronzato che subito dopo l’arresto è stato costretto a lasciare il suo incarico nel Pd.

La storia di Paganelli supera quel­la di Piccini; Pronzato e Menichini si dividono un «regalo» di 40mila eu­ro che Paganelli ha sborsato per aver raggiunto in fretta l’obiettivo prefissato: la sua Rotkopf aviation ha infatti ottenuto dall’Ente nazio­nale dell’aviazione civile i certificati di abilitazione al trasporto passeg­geri del monomotore Cessna per le due rotte dell’isola d’Elba verso Pi­sa e Firenze.

Non è finita: salta fuori che il Cessna dela Rotkopf ha tra­sportato per cinque volte gratuita­mente D’Alema: sempre nel 2010, tre volte con partenza da Roma e le altre due da Bari e Lamezia Terme. La Guardia di Finanza sta indagan­do per chiarire tutti gli aspetti della vicenda, la segreteria di D’Alema non nega la circostanza, ma la circo­scrive parlando di «voli offerti in si­tuazioni di lavoro particolari».
Ielo e Cascini vanno avanti e avrebbero trovato il “libro mastro” dei versamenti effettuati da Paga­nelli. Il totale sfiora i 200mila euro e fra i pagamenti ecco quello da 20mi­­la euro per Catiuscia Marini e, forse, per Umbria Jazz .
Ogni giorno ha la sua sorpresa. Nuove dosi di imbarazzo. E dichia­razioni in ordine sparso di chi cerca di sganciarsi dal capitolo penale. Il partito trema dal Lazio alla Liguria e all’Umbria. La Sinistra aerea, e in parte già aereo-confessa, potrebbe surclassare quella che piazzava le tangenti sugli appalti dei treni.



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Quella P3 in salsa Pd che i giustizialisti non vedono

di Mario Giordano



Se gli uomini di Bisignani parlano tra loro sono una loggia segreta. Se quelli di Bersani prendono mazzette sono compagni che sbagliano



Ma perché nessuno par­­la della P3 di sinistra? Pa­ganelli- Piccini-Pronza­to: in fondo potrebbe es­sere anche un acronimo perfetto. Perché nessu­no ha ancora coniato l’M2, Morichini-Mari­ni? Perché nessuno fa dell’ironia sulla Katiu­scia con o senza la kap­pa, zarina dell’Umbria e del jazz con accompa­gnamento musicale di mazzetta? Perché nessuno riempie pagina­te solfeggiando sullo swing tangentaro dei bersaniani? Perché se gli uomini di Luigi (Bisignani) si telefonano fra loro sono una loggia segreta e se quelli di Pier Luigi (Ber­sani) si scambiano denari e favori, invece, sono casi iso­lati di compagni che sbaglia­no? Perché Travaglio non si è ancora scatenato contro la rete del malaffare che sfiora i vertici dei Democratici? Perché i suoi amici republi­cones con le manette sem­pre in mano non hanno an­cora aperto il giornale con uno di quei loro tipici titolo­ni cubitali: «Le trame segre­te del Pd»?
Evidentemente sono di­stratti. Per dirla con il segre­tario democratico saranno impegnati a smacchiare la pelle del giaguaro. Orco bo­ia, ragassi , magari staranno pure facendo la ceretta allo yeti. Magari staranno pure mettendo i pannelli fotovol­taici alle lucciole. Che vole­te fare? Da qualche tempo Bersani ha scoperto il sarca­smo. Ma anche il sarcasmo funziona come l’albero di Natale:s’accende a intermit­tenza. E, guarda un po’, non c’è nessuno che abbia vo­glia di ridere, di scherzare e nemmeno di affondare il col­tello sulla corruzione in sal­sa democratica.
D’Avanzo, dove sei? Ezio Mauro per­ché non ti scandalizzi? Pa­dellaro sei appisolato? Persi­no Travaglio, per dire, sem­bra aver perso un po’ di smalto. Si capisce: uno pas­sa tutto l’anno a denunciare le P3, le P4, le cricche, le strutture Delta e le altre pre­sunte organizzazioni del malaffare del centrodestra. Poi arriva l’organizzazione del malaffare della sinistra che è perfin più che presun­ta: è reo confessa, palese, manifesta. E Marcolino Tut­tomanette che fa? Sparisce. Si dilegua. Tace. Forse è già in vacanza. Magari a smac­chiare pure lui la pelle del giaguaro.
Non che le notizie non sia­no pubblicate, per l’amor del cielo. Un articoletto qui, un trafiletto là, una chinca­glieria di resoconto non si nega a nessuno. Ma il tutto viene ridotto a piccola crona­ca giudiziaria, brevi da palaz­zo di giustizia. Tante piccole storielle isolate. Tanti fatte­relli, presi uno per uno, a ri­durne la potenza esplosiva. Ecco: nessuno dei travaglio­nes- republicones che provi a collegarli. Nessuno che ne evidenzi la malefica poten­za di sistema. Nessuno che vada a costruire trame e rela­zioni, intrecci e reti di potere occulto. E pensare che qui non stiamo parlando di qual­che telefonata, più o meno maldestra. Qui non stiamo parlando di (per altro legitti­me) pressioni per la nomina di un amico su una poltrona che conta. Macché. Qui stia­mo parlando di tangenti. Ap­palti. C’è un sistemadi corru­zione diffuso e intrecciato, che però viene trattato come se fosse un incidente, un epi­sodio isolato. Un mal di den­ti occasionale.
E invece sembra che la ca­rie sia piuttosto diffusa. Leg­gete le cronache sparse: tro­verete i nomi altisonanti, la Fondazione Italianieuro­pei, l’amico di Bersani, l’amico di D’Alema, la gover­natrice dell’Umbria, pure lei vicina al segretario. Non è un fenomeno che tocca il delegato di sezione di Fratta­maggiore. Ricordate? Quan­do un consigliere comunale del Pdl di Milano (si badi be­ne: un consigliere comuna­­le!) fu beccato a intascare mazzette, si parlò a lungo di «sistema Pdl malato». Ora invece, viene coinvolta addi­rittura una governatrice di Regione, e gli stessi giornali­sti riducono il tutto a poco più di un fatterello locale. Mah. I dubbi restano: per­ché per l’uso dei voli di Stato del ministro La Russa fu sol­levato su un putiferio nazio­nale, mentre il fatto che il presidente del Copasir D’Alema abbia a disposizio­ne l’aereo di un tangentaro reo confesso è considerato poca roba, al massimo un re­ato di distrazione?
Ho provato a immaginare che cosa sarebbe successo se a casa di qualche berlu­sconiano fosse stato trovato un pizzino con i versamenti a sette politici e amministra­tori pubblici del Pdl. Sarem­mo stati sommersi da ton­nellate di carta, Travaglio avrebbe scritto decine di edi­toriali al veleno e un instant book (così per arrotonda­re), Santoro avrebbe orga­nizzato una manifestazione in piazza «Pizzino per una notte», Floris sarebbe rien­trato dalle ferie per scatena­re i suoi indignados inviatos e Repubblica avrebbe arric­chito la collezione di campa­gna stampa sulle trame oc­culte del potere, con tanto di sermone domenicale di Scalfari, che non avrebbe perso l’occasione per scuo­tere l’anima sua, oltre che con l’eros, anche con le ma­nette. Chi vuol essere sado­maso sia: per nostra fortu­na, invece, il pizzino conte­neva nomi di politici e am­ministratori pubblici di cen­trosinistra. Così, almeno, ci siamo risparmiati l’ultimo assalto dei forcaioli. Ma ci re­sta un po’ di preoccupazio­ne per Travaglio: dov’è fini­to? Starà bene? Poveretto, vede trame segrete dapper­tutto. E invece quelle rosse proprio non gli riesce di scorgerle. Poco poco, non sarà mica daltonico?



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Vietato fumare in strada. Solo da un lato

Corriere della sera



Il caso di King Street a Sidney, divisa tra la giuristizione di due municipi: da una parte il divieto, dall'altro no




Una veduta di King Street a Sydney (da Wikipedia)
Una veduta di King Street a Sydney (da Wikipedia)
MILANO - La strada della discordia dove è vietato fumare solo da un lato. King Street è una lunga arteria che attraversa Sydney e separa il centro della capitale del Nuovo Galles del Sud dal quartiere periferico di Newtown. La parte occidentale della strada è amministrata dal consiglio municipale di Marrickville che venerdì scorso ha imposto il divieto di fumo in tutti gli spazi pubblici all'aperto dei suoi quartieri. La zona orientale, invece, è sotto la giurisdizione del consiglio della City of Sydney, che invece permette ancora ai residenti di fumare le bionde in strada.

PROTESTE - Il divieto di fumo applicato solo su un lato della carreggiata ha scatenato le proteste dei proprietari dei locali all'aperto che si trovano nella zona occidentale di King Street. Essi affermano che provocherà il crollo dei loro affari e tutti i clienti si sposteranno dall'altra parte dove è possibile fumare: «E' davvero una decisione assurda - lamenta al Telegraph di Londra Bessie Kounadis, proprietario del Buzzzbar, un caffè che si trova nella parte occidentale di King Street -. Nei prossimi giorni vedrò tutti i miei clienti alzarsi e dirigersi nei locali al di là della strada. Ciò ucciderà il mio business. E' una norma ingiusta». Dello stesso avviso Gavin Kells, proprietario di 2042 Cafe & Deli, che promette battaglia alSydney Morning Herald: «Non sapevo nulla di questa nuova norma - afferma Kells - Abbiamo tavoli e sedie sul marciapiede che sono occupati principalmente da fumatori. Il consiglio municipale non ci ha fatto sapere nulla e non abbiamo intenzione di cambiare le abitudini dei nostri clienti».

GIUDIZI POSITIVI ED ESPENDIENTI - Ci sono imprenditori come Nick Karatzis che giudicano positivamente il divieto: «Tutti gli amanti delle bionde probabilmente si dirigeranno verso i locali dove possono fumare - commenta il manager del Barmuda Cafe -. Tuttavia sono sicuro che le persone che non fumano saranno un po’ più felici. Persino i fumatori più incalliti non amano sentire l'odore delle sigarette mentre mangiano». Per evitare che il divieto possa dare un duro colpo al proprio business, alcuni imprenditori che lavorano nella strada della discordia, hanno trovato un espediente per permettere ai loro clienti di fumare: «Abbiamo affittato uno spazio esterno all’aperto così non saremo colpiti direttamente - dichiara Reith Harun, un barista del Sandringham Hotel -. Penso che un sacco di gente non approverà il divieto».

CAMPAGNA ANTIFUMO - Nell'ultimo anno lo stato australiano ha cominciato una vera e propria battaglia antifumo e ha adottato delle misure molto severe nei confronti degli amanti delle bionde: fumare è proibito non solo all'interno di tutti i locali pubblici, ma la maggior parte delle città australiane ha esteso il divieto anche agli spazi all'aperto. A Sydney sono solo sei i consigli muncipali che "resistono" e ancora non hanno approvato il divieto. Nell'intero stato del Nuovo Galles del Sud ben 89 comuni su 152 proibiscono di gustare le sigarette in strada. Inoltre dal prossimo 1 gennaio sui pacchetti di sigarette australiani dovrebbero scomparire i marchi delle società che producono le bionde e saranno stampate immagini scioccanti che mostrano i danni letali provocati dal fumo.


Francesco Tortora
02 luglio 2011 22:06



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Ora basta santificazioni, Pasolini resta un lupo

di Aurelio Picca

Sui media si ricorda lo scrittore come "mite" e" dolce", facendone una Maria Goretti in versione gay. Per capire l’opera e l’artista bisogna parlare della sua violenza e della sua ossessione per il sesso e la morte



Non è imbarazzante parlare di violenza, masochismo, sadismo riguardo un grande poeta. Non lo è soprattutto quando Pier Paolo Pasolini, il più complesso e vaticinante artista dopo D’Annunzio, rischia di essere trasformato in una specie di Maria Goretti truccata da omosessuale tosto, che preferiva gli etero ai gay. È il coro di Facebook che lo vuole santificare, e anche di alcuni “intellettuali” televisivi, come recentemente capitato a Porta a Porta, dove di lui hanno detto: «Era un uomo mite». O come, ieri in un’intervista alla Stampa, Adriana Asti che lo ricorda sul set di Accattone «riservato, spesso imbarazzato, e dolcissimo».

È da tempo che si gira intorno all’idea che Pasolini fosse un violento attratto dalla violenza, eppure alla resa dei conti nessuno vuole accettarla, così si cerca di rimuovere a vantaggio della beatificazione, della vittima sacrificale, dell’agnello dato in pasto ai lupi. Non ci siamo, non si può come al solito accettare la potenza poetica e l’eleganza tutta italiana dello scrittore, e mistificare la sua vita.
Vincenzo Consolo mi raccontava che Pier Paolo passava le notti a rincorrere il suo fidanzato Ninetto Davoli.

Urlava, urlavano. Il regista voleva prenderlo, l’attore scappava. Nella camera d’albergo si sentiva un fracasso che svegliava nel pieno della notte i clienti. Anche gli imbianchini, classe 1940, mi raccontarono che quando arrivava ai Castelli Romani con il suo Maggiolino, dopo i «rapporti» chiedeva di essere picchiato. Renzo Paris, invece, racconta di quanto Alberto Moravia fosse preoccupato per lui in India, alla ricerca delle location di Un’idea dell’India. Pasolini ingaggiava file di ragazzi che spesso scambiavano la sua porta con quella dello scrittore de Gli indifferenti, per non parlare delle notti newyorchesi...

Le scene di orgia collettiva che Pasolini descrive in Petrolio erano state vissute nei primi Sessanta tra Cecafumo e Cinecittà, sulla linea della Tuscolana. Sotto il Quadraro preferiva le «orine dei militari» che reclutava trenta alla volta per cinquecento lire a testa. Ma l’intera opera di Pasolini è spinta da una violenza che nella morte trova il suo porto glorioso.

Croce e morte, bambini e morte, accattoni e morte, borgatari e morte. La morte più naturale, perché del Cristo, è dentro L’Usignolo della chiesa Cattolica, però in I Pianti (1946), la morte famigliare cerca di piegare la forma delle poesie a croce, mentre nell’Haikai dei rimorsi (1949) alza il tiro includendo i bambini e una morte non scevra da imposizioni che ci rimandano alle parole di Alberto Arbasino sulla presunta pedofilia del poeta friulano. Scrive: «I fanciulli sono visioni atroci/ di morti; dov’è la loro innocenza?/ dove sono le loro seduzioni? Hanno gli occhi pieni di cenere».

Comunque è il suo cinema a riempirsi di violenza e morte. Accattone muore; in Ostia (soggetto e sceneggiatura di Pasolini) di Sergio Citti, sua voce barbara, uno dei due fratelli muore in mare in una crocifissione acquatica. Il figlio di Mamma Roma, Garofolo, muore. Anche Stracci muore al posto di Cristo in La ricotta. E nello struggente episodio di Capriccio all’italiana («Che cosa sono le nuvole») Totò, Davoli, Franco e Ciccio sono marionette e dunque morte. In apparenza non muoiono perché, pur essendo gettate nella discarica, guardando le nuvole in cielo sono in una specie di paradiso manierista e pittorico, oltre a essere trastullate dalla voce di Domenico Modugno che canta l’omonima canzone. «Ah, straziante meravigliosa bellezza del Creato», recita Totò.

Con Salò e le 120 giornate di Sodoma Pier Paolo Pasolini, prossimo alla morte vera all’Idroscalo di Ostia, usa la maschera sadomaso dei repubblichini per scatenare la sua sete di violenza e morte. Infatti il film non è soltanto il testamento di un poeta e cineasta bensì quello di un uomo. Di un uomo, di un «mostro», di una bestia non solo da stile. Non a caso, per radicalità e brutalità, Salò è a tutt’oggi difficile da accettare e vedere. Ha una forza talmente sconvolgente da spazzare via i Kubrick, i Polanski... Dunque è inutile appellarsi ai segreti di stato o alle trame eversive per accertare la sua scomparsa.

Pasolini colpiva e era colpito a suon di cric. Nelle borgate lo aspettavano per regolare conti di ogni genere. Lui prometteva una parte da comparsa e non rispettava la promessa. Prometteva e prometteva senza «assolvere». Soprattutto non voleva assolvere se stesso. Progettava di scrivere il capolavoro. C’è riuscito lasciando in eredità ai posteri l’affaire Pasolini. Dunque, per favore, basta con i santini. «Giocate coi fanti, ma non scherzate coi santi».




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Spreco record per Nichi, una mostra di sole 24 ore

di Jacopo Granzotto



Esposizione a Bruxelles sulle olive pugliesi col governatore. Che per difendersi esibisce un alibi: era in trasferta per impegni politici



Gigantografie sugli ulivi secolari pu­gliesi accompagnate dalla degustazione dei preziosi extravergine. Pane, olio, fan­tasia e molti produttori con i l biglietto d a visita. Tutto in una notte, un’ammazza­ta, come nel film di John Landis. L’ulti­ma di Nichi Vendola, politico on the road in missione a Bruxelles, avrà fatto meditare assai Giuliano Tremonti che d a giorni v a a caccia di sprechi d a taglia­r e nella pubblica amministrazione e nel­la politica. Il nuovo pugliese che avanza ha infatti stabilito il record di brevità di una mostra che equivale a uno spreco record.
Inaugurata mercoledì in grande stile nella sede del parlamento europeo assie­m e a tre assessori regionali e a l presiden­te della commissione Agricoltura del Parlamento europeo Paolo D e Castro, la mostra, L’oro degli oliveti secolari di Pu­glia, ha già chiuso baracca con il rientro i n Italia della delegazione pugliese, Ven­dola escluso. Missione compiuta.
Ma Nichi sventola l’alibi. Il governato­re doveva essere comunque a Bruxelles per partecipare alla sessione plenaria del Comitato delle Regioni che deve vota­re il parere di prospettiva sul «ruolo de­gli enti locali e regionali nella promozio­ne di una gestione sostenibile dell’ac­qua ». Senza dimenticare, poi, l’incontro pubblico di giovedì «Come fare politica in Europa per l’Italia: i giovani, l’Europa e il nuovo vocabolario per la sinistra» promosso dalla «Fabbrica di Nichi di Bruxelles». Missioni istituzionali. Ma, i n attesa di decifrare il senso della tavola rotonda e conoscere l’europarere di Ni­chi, già i n molti bocciano l e olive i n tour­née.
Un’iniziativa promozionale del territo­rio e della produzione agricola pugliese che poteva rivelarsi interessante per atti­rare turisti e promuovere l’olio locale. Come, del resto, è stato fatto con le mo­stre in Brasile nel 2009 e negli Stati Uniti nel 2010. Tutte u n discreto successo. M a l a durata, appena 2 4 ore, con tutte l e spe­se di trasporto, delle trasferte e i costi di realizzazione h a reso il tutto una inutile, costosa operazione. Come s e non bastas­se, della mostra non c’è traccia alcuna nel sito personale del governatore. Chis­sà perché.
Dal canto suo il leader di Sel, sempre più impegnato nei viaggi e pronto a strin­gere fugaci amicizie intercontinentali, promuove a pieni voti il blitz gastronomi­co. Lui che è ormai è di casa a Bruxelles d a quando è stato nominato coordinato­re della piattaforma europea di monito­raggio sui cambiamenti climatici e svi­luppo sostenibile.
«Gli alberi d i ulivi secolari - dice - sono strutture botaniche straordinarie, patri­monio della biodiversità. Sono u n pezzo d i storia e d i memoria, d i cultura e d i tra­dizione. Qui a Bruxelles lo abbiamo di­mostrato ». A proposito, quasi scordava­mo: il governatore Vendola giovedì ave­va in agenda un’altra conferenza stam­pa, sempre a Bruxelles.
Il tema? «Futuro dei servizi pubblici». Con lui Karl-Heinz Lambertz, presiden­te della comunità germanofona belga. L a regione gli v a stretta: tocca allargarla.



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