sabato 2 luglio 2011

Afghanistan, esplosione contro blindati Muore un militare italiano, un altro ferito

Corriere della sera

La vittima è il caporalmaggiore Gaetano Tuccillo, 29 anni, di Palma Campania. La Lega: ripensare le missioni

MILANO - Nuova vittima nel contingente italiano in Afghanistan. Si tratta del caporalmaggiore scelto Gaetano Tuccillo di Palma Campania (Napoli). Il militare era impegnato nella missione Isaf ed è rimasto ucciso in un attentato nei pressi del villaggio di Caghaz a 16 chilometri ad Ovest di Bakwa, a Est del distretto di Farah, nel Gulistan. La morte di Tuccillo porta a 38 le vittime militari in Afghanistan dal 2004. La conferma dell'attentato e delle sue tragiche conseguenze è arrivata nella mattinata dallo Stato Maggiore della Difesa: «Un mezzo italiano è rimasto coinvolto dall'esplosione di un ordigno posizionato lungo la strada». Nella deflagrazione «è rimasto ucciso un militare italiano ed un altro è rimasto ferito ad una gamba, ma non risulta essere in pericolo di vita». Quest'ultimo è un parà del 186/o Reggimento Folgore di Siena.


IL MALORE DELLA MADRE - Tuccillo, 29 anni, era sposato da circa un anno con una ragazza olandese 25enne che riside a Treviso da vari anni dopo essersi traferita lì con i genitori. A Treviso aveva trovato impiego come infermiera in un ospedale e, alcuni anni fa, si era fidanzata con il militare. Il caporamaggiore ha due sorelle: Giovanna, maggiore di lui, che è incinta di 7 mesi, e una sorella gemella, Marianna. Ex volontario, Gaetano era rimasto nell’esercito per passione e aveva già svolto altre missioni all’estero. A portare la notizia alla famiglia - che abita in un villino periferico tra Palma Campania e Nola - è stato il comandante militare dell’esercito della Campania, generale Guido Landriani. Il padre Tommaso, operaio specializzato in un’impresa edile, è stato raggiunto da una telefonata degli stessi militari che lo avvertivano che la moglie - Rosa Piccolo - aveva avuto un malore. Quando ha appreso la vera notizia ha reagito con rabbia. Nell'abitazione della famiglia, i genitori sono stati raggiunti da parenti e conoscenti. Sul posto è stato anche un picchetto dell’Esercito.


LA COMMOZIONE DI NAPOLITANO - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha spiegato una nota del Quirinale, «appresa con profonda commozione la notizia del grave attentato avvenuto nei pressi di Bakwa, in Afghanistan, in cui un militare italiano ha perso la vita e un altro è rimasto ferito, entrambi impegnati nella missione internazionale per la pace e la stabilità in Afghanistan, esprime - rendendosi interprete del profondo cordoglio del Paese - i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari del caduto, e di pronta guarigione al militare ferito» . Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha espresso «profondo cordoglio» per la morte del militare e ha auspicato un pronto recupero per il soldato ferito.

I DUBBI DELLA LEGA - Nella maggioranza l'episodio torna però a fare riemergere anche qualche divisione. La Lega, in particolare, da tempo chiede un disimpegno dell'Italia dalle missioni all'estero, considerate eccessivamente onerose. «Dire dolore è poco rispetto a un morto - ha commentato il ministro Roberto Calderoli -. Basta continuare a piangersi addosso sono stufo di vedere messaggi di cordoglio. Bisogna fare una riflessione più ampia» sulle missioni e «far tesoro dell'esperienza passata». Non solo: «Si esporta andando a bombardare o diversamente - ha chiesto retoricamente il ministro -? Quando arriverà in Parlamento il decreto sul finanziamento delle missioni il tema sarà assolutamente al centro dell'attenzione del governo e la Lega ha le idee chiarissime». E per il Carroccio è indispensabile una riduzione degli stanziamenti relativi agli impegni militari all'estero «altrimenti non solo voleranno le sedie ma la Lega nemmeno lo voterà né in Consiglio dei ministri né in Parlamento».

IL PD: RIPENSARE LA MISSIONE - Il bilancio delle vittime italiane in Afghanistan è alto: con la tragedia di oggi, sono 39 finora i morti nel contingente da quando è cominciata la missione. «È doveroso esprimere oggi il senso di smarrimento e il cordoglio per la morte del caporal maggiore scelto Gaetano Tuccillo ha scritto in una nota il senatore del Partito Democratico Ignazio Marino per il quale «questa dolorosa perdita riapre il problema dell'azione delle nostre truppe in Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno già fissato una data per il ritiro dei contingenti americani, tra tre anni il rientro sarà completato. Qual è la strategia del nostro Paese? In quanto tempo sarà possibile portare a compimento i nostri impegni militari e far rientrare i nostri soldati? In Afghanistan siamo in guerra, i nostri contingenti sono sempre più esposti ad attentati ed attacchi mirati. È tempo di una discussione rigorosa in Parlamento in cui si esamini con chiarezza l'opportunità di ritiro delle truppe». La riduzione del contingente che ha raggiunto quota 4.200 unità, il massimo previsto, è attesa per il secondo semestre di quest'anno e proseguirà in maniera più consistente nel corso del 2012. Il rientro sarà completato entro il 2014, data oltre la quale l'Italia potrebbe lasciare un ridotto numero di personale per l'addestramento delle forze di sicurezza afgane


IL CONTINGENTE - Sono 4.200 i militari italiani che, tra le province di Kabul e di Herat, prendono parte alla missione multinazionale Isaf in Afghanistan. Il contingente italiano di stanza a Herat è dal 4 aprile 2011 al comando del Generale di Brigata Carmine Masiello, comandante della Brigata Paracadutisti «Folgore». Il Regional Command West (RC-W), la zona sotto la responsabilitá italiana, è un'ampia regione dell'Afghanistan occidentale, grande quanto il Nord Italia, che si estende sulle quattro province di Herat, Badghis, Ghowr e Farah. La componente principale delle forze italiane è costituita dal personale proveniente dalla Brigata paracadutisti «Folgore» dell'Esercito. È presente inoltre un significativo contributo di uomini e mezzi della Marina Militare, dell'Aeronautica, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. La missione Isaf ha il compito di condurre operazioni « in cooperazione e coordinazione con le Forze di Sicurezza afghane e con le forze della coalizione, per assistere il governo afghano nel mantenimento della sicurezza, favorire lo sviluppo delle strutture di governo, estendere il controllo del governo su tutto il Paese ed assistere gli sforzi umanitari e di ricostruzione».

SPORT, UN MINUTO DI SILENZIO - Un minuto di silenzio nelle manifestazioni sportive per il militare italiano morto in Afghanistan. Il Presidente del Coni, Gianni Petrucci, ha invitato le Federazioni Sportive Nazionali, le Discipline Sportive Associate e gli Enti di Promozione Sportiva a far osservare un minuto di silenzio in occasione di tutte le manifestazioni sportive, che si disputeranno in Italia nel fine settimana.

Redazione online
02 luglio 2011 19:04

Cieca per l'Inps, ma giocava al videopoker Denunciata per truffa donna di Maglie

Corriere del Mezzogiorno

 

Dal 2008 la donna riceveva la pensione di invalidità. La somma complessiva sottratta ammonta a 48mila euro

 

MAGLIE - Una donna, di 41 anni, di Maglie, che percepiva una pensione di invadilità dall’Inps perchè cieca totale, è stata denunciata per truffa perché, secondo quanto accertato dai carabinieri, svolgeva normalmente tutte le attività quotidiane tra cui anche sostare al bar e in circoli ricreativi per giocare al videopoker. A quanto pare ai carabinieri sarebbero giunte numerose segnalazioni giunte dai concittadini insospettiti dalla condotta della donna. La 41enne, quindi è stata pedinata per alcuni giorni scovandola con gli occhiali neri, il suo cane e sua madre. Anche proprio con lei che la donna, il 13 giugno, è stata beccata dalle telecamere nascoste del bar dove erano presenti le macchinette per il videopoker. Lei si è tolta gli occhiali e ha iniziato a far funzionare il dispositivo.

 

 

LA TRUFFA - La donna avrebbe percepito indebitamente la pensione per tre anni e mezzo (a partire dal 2008) per un totale di 48mila euro. Gli investigatori alla Procura hanno comunque chiesto che una commissione Asl medica verifichi la patologia di cui soffrirebbe l'indagata.

 

Redazione online
30 giugno 2011

Dichiarazioni fasulle per i contributi Sequestro di 900mila euro a Studio 100

Corriere del Mezzogiorno


Le domande non veritiere sarebbero del 2005 e 2006. Dei 31 giornalisti, 12 non avrebbero svolto attività tv



Studio tv

Studio tv


TARANTO - Nel chiedere i contributi relativi agli anni 2005 e 2006, aveva reso false dichiarazioni in ordine al numero di addetti all’attività televisiva, incrementandolo in maniera artificiosa e ottenendo un maggiore ed immeritato punteggio. Così la società proprietaria dell’emittente televisiva Studio 100 tv, che ha la sede sociale a Taranto, ha subìto un sequestro di circa 900mila euro dalla Guardia di finanza di Taranto. Grazie a quelle false dichiarazioni, infatti, avrebbe beneficiato indebitamente dei contributi pubblici erogati tramite il Corecom Puglia. Il provvedimento riguarda quote societarie, conti correnti, depositi bancari, beni mobili ed immobili.

DICHIARAZIONI FASULLE - Dagli accertamenti è emerso che i dipendenti impiegati in attività televisiva non erano 31 come esposto nelle domande di contribuzione. Di questi, infatti, 12 non avrebbero svolto attività prettamente televisiva in quanto occupati in un’altra attività svolta dalla società proprietaria della rete televisiva, ovvero la rilevazione e il censimento della cartellonistica pubblicitaria sulle strade provinciali di Taranto.


Pasquale Caputi
01 luglio 2011




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Calderoli: "Pronto a fare il commissario per l’immondizia a Napoli, ma col lanciafiamme"

Quotidiano.net


Il ministro leghista spiega che sarebbe pronto anche ad affrontare la camorra: “Tanto tutto quello che doveva fare nella vita l’ho fatto e anche se mi ammazzano non ho problemi. Sappiamo che a Napoli ci vado armato e non porgo l’altra guancia"



Il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli (Ansa)

Roma, 2 luglio 2011


“Se comune, provincia, regione, e Stato me lo chiedono io sono disponibile ad andare a fare il commissario per l’immondizia a Napoli”. Parola di Roberto Calderoli.

Il ministro leghista spiega a Repubblica che sarebbe pronto anche ad affrontare la camorra: “Tanto tutto quello che doveva fare nella vita l’ho fatto e anche se mi ammazzano non ho problemi”.

“Pero’ -avverte il ministro leghista- sappiamo che a Napoli ci vado armato e non porgo l’altra guancia. Vado li’ e faccio i buchi, faccio i termovalorizzatori. Punto. Se poi arriva la camorra e spara, sparo anche io. Vediamo chi resta in piedi. E se non riesco a fare i termovalorizzatori tiro fuori il lanciafiamme cosi’ libero le strade".






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Il postino non bussa più alla porta: 29 quintali di lettere mai recapitate

Corriere del Mezzogiorno

 

La corrispondenza ammassata in un deposito di Lecce. Denunciati 5 funzionari di Poste Italiane per violazioni

 

LECCE - Quintali di corrispondenza inviata al macero senza che fossero mai stata recapitata ai destinatari. Bollette, comunicazioni, estratti conto, riviste e posta di ogni genere vanamente attesa dai legittimi proprietari. È quanto scoperto dai militari del Comando provinciale della guardia di finanza di Lecce. Le fiamme gialle salentine, guidate dal colonnello Patrizio Vezzoli, dopo aver ricevuto le proteste e le denunce di alcuni cittadini di Lecce e di alcuni comuni che circondano il capoluogo salentino, hanno iniziato a indagare sulla vicenda. L’attività di indagine, iniziata circa due mesi fa, ha permesso di ricostruire in ogni dettaglio procedure e movimenti della corrispondenza non consegnata. In particolare i finanzieri hanno intercettato una delle consegne periodiche, in media ne avviene uno ogni 15-30 giorni, di carta inviata da un ufficio delle Poste salentine alla ditta specializzata, che ha sede nella zona industriale che si estende fra Nardò e Galatone, per il macero. Dai primi riscontri eseguiti anche grazie alla preziosa collaborazione di alcuni responsabili delle Poste, è emerso che su 29 quintali inviati (22 di corrispondenza, 7 di altra documentazione cartacea), almeno 3 quintali di posta (le verifiche sono ancora in corso), non avrebbero dovuto finire al macero. Il recapito della posta, infatti, non sarebbe mai stato neanche tentato, o comunque non sarebbe stata messa in atto la procedura diretta alla consegna delle buste agli effettivi destinatari, alla quale segue la compilazione di uno specifico modello (24B) che attesta le motivazioni del mancato recapito.

 

 

LA MODIFICA - In altri casi, invece, l’indirizzo o il nome del destinatario venivano segnati come inesistenti o trasferiti senza alcuna verifica. Cinque le persone denunciate alla Procura della Repubblica di Lecce e iscritte nel registro degli indagati. Si tratta di due funzionari di Poste italiane, due capi reparto e un capo squadra. Le ipotesi di reato sono di abuso d’ufficio; violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza, e appropriazione indebita. In alcuni casi, infatti, il personale avrebbe anche incassato i cosiddetti premi produzione per aver eliminato tutta la posta giacente. Potrebbe essere stato proprio il raggiungimento di questo obiettivo a spingere alla distruzione della corrispondenza. Al momento è ancora in corso l’attività di estrapolazione dal rimanente quantitativo delle missive per cui dovevano essere osservate le procedure. Un’ attività che, come detto, si sta svolgendo in collaborazione con personale delle Poste. L’inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Lecce Angela Rotondano. Tra la posta destinata al macero e al riciclo della carta ci sarebbe stata anche corrispondenza erroneamente giunta a Lecce e destinata ad altre province come quella di Bari. Tra i casi singolari emersi, anche quello delle Gazzette ufficiali destinate a un noto parlamentare romano d’origine ma salentino d’adozione.

 

Andrea Morrone
02 luglio 2011

Saviano querela blogger ma in aula ci finisce un impiegato di Lodi

Corriere del Mezzogiorno


Errore di notifica, in tribunale un omonimo del giornalista denunciato da Roberto



Roberto Saviano

Roberto Saviano


NAPOLI - Roberto Saviano querela un giornalista.Ma a finire in tribunale è un impiegato 30enne del Lodigiano. Si tratta di F.T., le medesime iniziali del blogger denunciato dallo scrittore. Un clamoroso sbaglio nato da un errore di notifica. Un'omonimia che ha tratto in inganno l'autorità giudiziaria. Fatto sta che la denuncia per diffamazione sporta dall'autore di Gomorra ha raggiunto involontariamente un tranquillo 30enne lombardo, chiamato suo malgrado in causa per un articolo a firma F.T. L'avvocato dell'impiegato, Lorenzo Susinno, ha svelato a Ilcittadino.it l'errore di persona: «Ho contattato subito il legale di Roberto Saviano, il quale mi ha spiegato che esiste anche un F.T., casertano, giornalista ormai settantenne, che più volte si era occupato dello scrittore. La querela era stata presentata contro una persona con questo nome e cognome: spettava però agli inquirenti individuare con certezza chi fosse».

AVVISO DI GARANZIA - E venerdì l'avviso di garanzia corretto è arrivato anche al corretto destinatario della denuncia, a Caserta. Si tratta di un blogger che in un articolo avrebbe utilizzato frasi ritenute diffamanti e offensive dallo scrittore di «Gomorra».


Redazione online
02 luglio 2011




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Scuola, professore precario da 32 anni chiede tre milioni di risarcimento danni

Quotidiano.net


M. M., 54 anni, residente a Roma, insegna dal 1979 senza aver mai ottenuto una cattedra di ruolo. Assieme al Codacons ha presentato denuncia all'Ispettorato del lavoro chiamando in causa tutti i ministri dell’Istruzione dal 1979 ad oggi


La protesta dei precari della scuola pubblica (Newpress)

Roma, 2 luglio 2011

Tre milioni di euro di risarcimento danni “per non avere potuto mai avere una famiglia e una sicurezza del futuro”. E’ la richiesta avanzata da un docente, precario da ben 32 anni, che - stanco della sua situazione lavorativa e oramai prossimo alla pensione - ha deciso di rivolgersi al Codacons e denunciare la condizione di disagio in cui ha sempre vissuto.

M. M., 54 anni, residente a Roma, insegna dal 1979 senza aver mai ottenuto una cattedra di ruolo. Raccolta la sua storia, il Codacons ha deciso di intervenire presentando una denuncia all’Ispettorato del lavoro e ipotizzando le fattispecie di “sfruttamento del lavoro”, abuso di autorita’ su soggetto debole e appropriazione indebita di forza lavoro: vengono chiamati a risponderne tutti i ministri dell’Istruzione che si sono succeduti dal 1979 ad oggi - in totale, ben 28 - e vengono richiesti 3 milioni di euro di risarcimento.

“Siamo di fronte ad un caso assurdo, che a nostro avviso puo’ configurare un vero e proprio sfruttamento del lavoro - afferma il presidente Carlo Rienzi - Per fortuna i Tribunali di tutta Italia stanno accogliendo le richieste dei precari della scuola, come nel caso della Corte d’Appello di Firenze che pochi giorni fa ha rigettato un appello del ministero dell’Istruzione che chiedeva la riforma della sentenza del Tribunale di Livorno che aveva correttamente riconosciuto in favore di un docente il diritto alla stipula di un contratto fino al 31 agosto anziche’ fino al 30 giugno”.

Il Codacons ha raccolto finora circa 2mila adesioni dai precari della scuola ai ricorsi collettivi promossi dall’associazione dinanzi ai Tribunali del Lavoro, in cui si chiede al ministero dell’Istruzione l’adozione degli atti amministrativi generali necessari ad ottenere la definitiva immissione in ruolo degli insegnanti inseriti nelle graduatorie ad esaurimento e la conseguente conversione dei contratti di lavoro a tempo determinato.





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Ecco come il Pci militarizzò la nostra storia

di Eugenio Di Rienzo

Un saggio di Gilda Zazzara ricostruisce le vicende di un progetto egemonico che voleva monopolizzare lo studio del ’900 e della Resistenza. Ma la ricercatrice è troppo indulgente verso chi trasformò la conoscenza in arma politica



Il volume di Gilda Zazzara (La storia a sinistra. Ricerca e impegno politico dopo il fascismo, Laterza, pagg. 208, euro 20) sostiene una tesi difficilmente condivisibile e anzi del tutto erronea. Secondo l’autrice, solo dopo il 1945 e grazie all’opera d’intellettuali e politici del Pci e del movimento azionista «gli studiosi italiani riuscirono a sviluppare con la politica un rapporto peculiare e complesso, che accompagnò la gestazione di una nuova e autonoma disciplina storiografica: la Storia contemporanea».
Nulla di più inesatto di questa ricostruzione, se si pensa che fin dal 1917 la Nuova Rivista Storica, fondata da Corrado Barbagallo, iniziava le sue pubblicazioni con una serie di articoli dedicati a esaminare le conseguenze politiche, economiche e sociali della Grande Guerra e che, anche prima di quella data, altri grandi maestri, compreso lo stesso Croce, si cimentarono con l’analisi della «storia recente e recentissima». 

Il 16 gennaio 1906, infatti, Gioacchino Volpe proponeva a Salvemini di creare «una rivista destinata ad allontanarsi dai lavori in cui l’erudizione sia scopo a se stessa, per agitare invece questioni larghe e vitali che riguardino i problemi della nostra epoca».
Questo progetto di public history interessava l’intera generazione storiografica della prima metà del Novecento, senza distinzioni di partito e d’ideologia. In tutti questi analisti del passato era forte il senso di una mission: fare della storia lo strumento dell’apprendistato politico-civile della nazione. Di qui l’attenzione a dibattere temi d’interesse generale e di attualità contemporanea e a realizzare nuove forme di comunicazione storica estese a un pubblico sempre più ampio.

Nella primavera del 1941, nasceva la rivista Popoli diretta da due allievi di Volpe, Federico Chabod e Carlo Morandi: un periodico di alta divulgazione che, nell’editoriale di apertura, si rivolgeva direttamente al lettore, dichiarando di voler contraddire il luogo comune, secondo il quale «le persone, pur intelligenti e colte, ma non specializzate in questa o quella branca del sapere, devono starsene fuor dalla porta del tempio, dove i sacerdoti - cioè gli specialisti - celebrano in gran segreto i loro riti misteriosi».
Per raggiungere tale obiettivo, la storia doveva trasformarsi in analisi del presente, in grado di dare conto della situazione economica e strategica dei grandi sistemi geopolitici (i Balcani, il Medio Oriente, il Pacifico) investiti dalla tempesta del secondo conflitto mondiale.

Tutto questo doveva avvenire, comunque, senza tradire il primo dovere del mestiere di storico e cioè l’obbligo di impegnarsi in un lento e faticoso approssimarsi alla verità dei fatti, senza lasciarsi condizionare dai pregiudizi dello sciovinismo nazionale o da quelli di classe. Si trattava di una lezione del tutto opposta a quella di Gramsci che invece intendeva fare dello studio del passato uno strumento di immediati interessi pratici destinato a eliminare ogni diaframma tra coscienza storica e azione di partito.
«La storia - aveva scritto Gramsci - ci interessa per ragioni “politiche” non oggettive sia pure nel senso di scientifiche», perché la conoscenza di un fenomeno storico deve essere soprattutto funzionale all’analisi del presente e limitarsi a fornire «una certa verosimiglianza alle nostre previsioni politiche». Considerate queste premesse, il lavoro storiografico, nel suo complesso, doveva fatalmente ridursi, quindi, a costruzione del «mito politico», a ortodossia interamente dominata dal settarismo ideologico.
Di questa inclinazione che avrebbe caratterizzato la sinistra storiografica fino ai nostri giorni, il volume della Zazzara ci offre un panorama ricco, articolato, ma in fin dei conti tendenzioso e sviante.
Secondo l’autrice de La storia a sinistra lo stesso Togliatti avrebbe posto fino a tale orientamento, già nel 1954, censurando quelle posizioni culturali oltranziste che potevano avvalorare «la calunniosa opinione che per noi non esiste verità scientifica ma solo il comodo politico». In realtà il dettagliato rapporto presentato da Gastone Manacorda (allora direttore della rivista Studi Storici edita dall’Istituto Gramsci) alla Commissione cultura del Pci nel 1962 dimostrava come quella forza politica non avesse rinunciato alle sue tradizionali tendenze dopo l’intervento del «compagno Ercoli».
Gli Appunti per una discussione sulle tendenze della storiografia italiana costituivano, infatti, una violenta requisitoria contro la corrente «tradizionalista» della storiografia italiana del secondo dopoguerra accusata di essersi arroccata nella difesa di «un eclettismo ideologico teorizzato come garanzia di “scientificità”», per difendere il vecchio feticcio dell’autonomia del sapere storico.
Contro questa politicizzazione della storia, che arrivò al punto di monopolizzare lo studio della Resistenza, sostenendo che essa poteva essere interpretata soltanto dai militanti antifascisti reagì con forza Leo Valiani in una lettera inviata a Renzo De Felice, nel giugno del 1967, dove si riconosceva l’impossibilità di analizzare il recente passato, basandosi sulla memoria autobiografica dei protagonisti ai quali mancava il necessario distacco critico.

«Tutto quello che possiamo fare noi che abbiamo necessariamente ancora una certa posizione passionale nei confronti del fascismo», sosteneva il vecchio oppositore di Mussolini, «è invece segnalare agli studiosi quel che sappiamo per esperienza sofferta», mettendoli in guardia dalle testimonianze dei reduci della guerra civile che «sono troppo spesso ingannevoli e anzi costruite ad arte allo scopo di trarre in inganno».




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Rossi di vergogna: un terzo di tangenti vanno al Pd. D'Alema per lui voli di lusso senza pagare.

Libero




Massimo D’Alema ha offerto una primizia alla procura di Roma. Ieri ha rivelato a mezzo stampa - tramite portavoce - di avere in effetti viaggiato a sbafo cinque volte nel 2010 su aerei della Rotkopf di Riccardo e Viscardo Paganelli, che potevano volare grazie a permessi debitamente oliati rilasciati dall’Enac su pressione di Franco Pronzato, consigliere dell’ente e responsabile trasporti del Pd. La procura non sapeva di quei voli, perché il nome di D’Alema generosamente ospitato dall’allegra compagnia finita in gattabuia, non compariva fra le carte sequestrate.

Il leader Pd- nel timore dello scandalo- ha pensato bene di fare la prima mossa e mettere in piazza quei voli. Ma più che degli aerotaxi presi a sbafo, D’Alema farebbe bene a preoccuparsi delle dichiarazioni del teste chiave da cui è originata tutta l’inchiesta su appalti e mazzette rosse dei pm Giuseppe Cascini e Paolo Ielo. Perché lì non sono in ballo passaggi in aerotaxi regalati come caramelle. Ma vere e proprie tangenti. Finite grazie a un sistema codificato un terzo a un consulente amico di D’Alema, un terzo alla Fondazione Italiani europei e un terzo al Partito democratico.

Tutto è partito nel settembre 2010 da un imprenditore ben noto alle cronache economiche: Pio Piccini, titolare di quelle Omega srl e Themis srl nate dal tragico spezzatino di Eutelia, quello che ha messo per strada e portato ad Annozero centinaia di incolpevoli lavoratori. Piccini che fra i marosi di Eutelia navigava come poteva, racconta ai magistrati di avere trovato all’improvviso la sua ciambella di salvataggio.

Il miracolo avviene “fra la fine del 2007 e gli inizi del 2008”, quando Piccini viene invitato a un dibattito della Fondazione italiani europei e conosce Vincenzo Morichini, assicuratore di fede Pd e grande amico di D’Alema (insieme a lui e a Roberto De Santis acquistò la celebre prima barca a vela del leader Pd, Ikarus). Morichini rassicura Piccini: non ti preoccupare, ho molte conoscenze, ti trovo io contatti e soprattutto i contratti giusti.

Siccome ho una società di consulenza, per ogni contratto acquisito ti chiederò una percentuale. Fin qui tutto più o meno normale, anche se il lobbismo fatto a percentuale è cosa assai diversa e più significativa di quello indagato dall’inchiesta sulla P4. Con la società di Morichini viene fatto un contratto di consulenza a prescindere dai risultati per una cifra modesta: 2.500 euro al mese.

In più viene chiesto uno sforzo economico una tantum per la Fondazione Italiani europei: 15 mila euro versati dalla Themis e 15 mila euro versati da Omega. In tutto 30 mila euro regolarmente fatturati solo nella speranza di avere contratti e commesse. E qui che entra in scena la postilla del “metodo Morichini”.

L’amico di D’Alema si dà un gran daffare per Piccini. Gli fa incontrare manager di società Finmeccanica per un appalto sui sistemi di intercettazione da fornire alle procure. Poi gli fa incontrare i vertici della Regione Umbria per accreditarlo come fornitore delle Asl. Prima di firmare contratti e commesse, ecco che arrivano le regole. Che così Piccini descrive ai pm: “gli accordi prevedevano il riconoscimento a favore della Sdb di una percentuale sugli affari conclusi, in misura del 5,5% del fatturato, da ripartire poi in misura pro-quota fra la Sdb, la Fondazione Italiani Europei e il Partito democratico”.

Nella testa di chi chiede quel 5,5% si tratta naturalmente di una intermediazione. Ma se Morichini più o meno poteva spacciarsi come intermediario, è chiaro ai pm che questa non possa essere la funzione né della Fondazione Italiani Europei né tanto meno del Pd. Quelli non sono intermediari. I soldi- una percentuale di circa il 2% di ogni contratto o commessa- che versano alla Fondazione dalemiana e al Pd per il codice penale sono tangenti.

Si capisce bene che con questo teste - chiave D’Alema possa essere un po’ preoccupato. I voli? Sì, anche quelli sono poco commendevoli. Chissà quante persone c’erano a bordo insieme al leader Pd. Se il valore di quei passaggi gratis avesse superato i 50 mila euro nel 2010, ci sarebbe anche violazione della legge sul finanziamento dei partiti, perché alla tesoreria della Camera non è stata depositata la necessaria dichiarazione congiunta.

Altrimenti è solo questione di stile. D’Alema dice che erano voli di lavoro. Lui lavora per il Copasir, organismo che non può accettare donazioni di questo genere. Se invece il lavoro era per il partito, i voli dovevano essere pagati dal Pd, non dai Paganelli. L’avrebbe capito assai bene Enrico Berlinguer. Ma non si può chiedere quell’etica a quel che è rimasto di quel pci...


di Franco Bechis
02/07/2011




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Lecce, scoperti 29 quintali di corrispondenza non recapitata pronta per il macero

Quotidiano.net


La guardia di finanza ha denunciato quattro funzionari delle Poste italiane spa. Circa tre quintali e’ costituito in prevalenza da corrispondenza prioritaria e ordinaria e da raccomandate





Poste (Ap/Lapresse)

Roma, 2 luglio 2011 



La guardia di finanza di Lecce ha scoperto presso un centro di smaltimento circa 29 quintali di corrispondenza non recapitata. Denunciati quattro funzionari delle Poste italiane spa.
Le indagini, a quanto si e’ appreso, sono solo all’inizio e tenderanno a ricostruire eventuali altre responsabilita’, a partire dagli impiegati che avrebbero dovuto materialmente consegnare la corrispondenza e non lo hanno fatto.

I controlli sul tipo di posta sequestrata non sono stati ultimati. Sinora e’ stato accertato che circa tre quintali e’ costituito in prevalenza da corrispondenza prioritaria e ordinaria e da raccomandate destinate al macero senza che fossero state esperite le procedure previste, cioe’ il tentativo di consegna ai destinatari a cui segue la compilazione di uno specifico modello - denominato 24B - attestante le motivazioni del mancato recapito.
Le Fiamme gialle precisano che all’attivita’ investigativa collabora personale delle Poste.




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Daily Mail: un medico delle torture di Saddam da sette anni lavora in un ospedale inglese

Quotidiano.net


Mohammed Kassim Al-Byati lavorò per 15 mesi con l’Agenzia di intelligence irachena, nel 1992. Lui si giustifica: "Non ho avuto altra scelta. Ho fatto il mio dovere di medico



Londra, 2 luglio 2011 


Un medico coinvolto nelle torture usate dal regime iracheno di Saddam Hussein lavora da sette anni negli ospedali del Regno Unito. E’ quanto denuncia oggi il Daily Mail.

Mohammed Kassim Al-Byati lavorò per 15 mesi con l’Agenzia di intelligence irachena, nel 1992, nell’ambito del servizio militare richiesto dal regime di Saddam. Al Byati ha dichiarato al Mail di “non aver avuto altra scelta”.

Il medico veniva portato nella prigione di massima sicurezza di Kadhimiya, a Baghdad, dove nel 2006 venne giustiziato l’ex Presidente iracheno, quando le guardie pensavano di essersi spinte troppo oltre nelle torture. “Sembrava avessero avuto un brutto incidente”, ha raccontato il medico.

Al-Byati, 46 anni lasciò Baghdad nel 1995, per raggiungere prima la Giordania, quindi la Libia e, nel 2000, il Regno Unito. Nel 2004 ottenne la qualifica per lavorare nel Servizio sanitario nazionale. Nel 2007, quando presentò la sua richiesta di asilo, il medico raccontò il suo passato, ammettendo di aver lavorato con il regime iracheno.

Alle autorità britanniche disse che sapeva che i suoi pazienti venivano torturati e che sarebbero stati torturati di nuovo una volta curati, sottolineando però di non poter fare nulla per evitarlo.

“Ho fatto il mio dovere di medico, niente di più - ha detto al Mail - se pensate che curare delle persone che sono state torturate sia un crimine, fate pure. Dal mio punto di vista, io ero quello che le aiutava”.




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Il chirurgo lascia la pinza nella pancia

Il Tempo


Donna torna al pronto soccorso con dolori lancinanti. La radiografia svela la causa: un ferro di 25 centimetri.


Roma, la lastra che certfica la presenza di una pinza chirurgica nell'addome di una donna È mai possibile che nel 2011 una équipe medica d'eccellenza del maggiore ospedale romano possa dimenticare una pinza chirurgica nell'addome di una paziente? Non dovrebbe esserlo. Ma è accaduto al San Camillo Forlanini a una signora di 65 anni, operata lo scorso 28 giugno al colon presso il reparto di Chirurgia d'urgenza dal primario Donato Antonellis (che è anche segretario regionale dell'Anaao Assomed, principale sindacato di medici dirigenti) e, dopo essere stata dimessa, tornata al pronto soccorso ieri in preda a dolori lancinanti alla pancia.

La radiografia ne ha svelato la causa: chi ha operato la donna aveva lasciato un kelly, una pinza di 25-30 centimetri nell'addome. La donna - che aveva subito una resezione del colon per una diverticolosi - si trova ora ricoverata sempre in Chirurgia d'urgenza dopo essere stata sottoposta a un secondo intervento per rimuovere il ferro chirurgico. Un caso di malasanità che investe e scuote una delle strutture ospedaliere più rappresentative della Capitale e del Lazio. Sulle cause che hanno generato singolare quanto grave la dimenticanza per il momento grava il più stretto riserbo. Il direttore generale Aldo Morrone si preoccupa soprattutto di rassicurare i pazienti che si affidano ai medici del San Camillo: «Nessuno deve perdere la fiducia nell'ospedale.

Mi rivolgo a tutti coloro che ogni giorno si affidano a noi, perché i malati sono prima di tutto persone e io mi preoccupo di loro in quanto tali. Non perdano la fiducia in un ospedale, il San Camillo, che rappresenta una struttura d'avanguardia in cui lavorano eccellenze e professionalità che non possono e non devono essere messe in discussione». Certo Morrone non nega che il caso sia certamente grave, ma la sua è e dev'essere una posizione di attesa e di equilibrio. «Faremo delle valutazioni e prenderemo le conseguenti decisioni soltanto una volta accertato cosa è accaduto in sala operatoria. Solo allora sarà possibile indicare con certezza le responsabilità e prendere le conseguenti decisioni».

Non è la prima volta che la Chirurgia d'urgenza del San Camillo Forlanini finisce nell'occhio del ciclone. Un'interrogazione (la numero 427 del 15 aprile 2011) alla Polverini presentata in Consiglio regionale a firma dei consiglieri regionali d'opposizione Mario Mei (Api, primo firmatario), Claudio Bucci (Italia dei Valori) e Angelo Bonelli (Verdi) pone l'accento sull'elevato tasso di mortalità del reparto, sulle operazione eseguite più volte, sull'occupazione impropria dei posti letto e, soprattutto, sull'operato di Antonellis.

I tre consiglieri, che citano i dati dell'ospedale San Camillo, ne criticano duramente l'operato e parlano di «ingentissime richieste di risarcimento danni in sede civile» di cui lo stesso sarebbe oggetto. Il direttore generale dell'azienda ospedaliera Aldo Morrone non nega per altro che dei problemi esistano: «Abbiamo istituito una commissione ad hoc. Gli interventi vengono effettuati in équipe terapeutica. In ogni caso stiamo appurando tutto con grande scrupolistè valutando i dati tecnico-scientifici insieme alla Regione. Dopodiché, sempre insieme alla Regione, prenderemo le dovute decisioni. Ma i pazienti sitano tranquilli nell'affidarsi al San Camillo, un ospedale dove operano professionalità di altissimo livello».


Daniele Di Mario
02/07/2011





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India, il tesoro di un maharajah ritrovato dopo secoli: vale decine di milioni

Processi post mortem: la bibbia della musica distrugge De André

di Luca Beatrice


Rolling Stone contesta duramente la santificazione del cantautore: "Era confuso in politica e musicalmente fu un piccolo borghese"



Ci sono voluti oltre quarant’anni per infrangere uno dei più granitici tabù del sistema musicale italiano: Fabrizio De André non è il mito che ci hanno fatto credere dopo la morte, ma un uomo pieno di contraddizioni, protagonista certo della scena cantautorale degli anni Settanta ma tutto sommato con ben poca originalità. Un sopravvalutato, insomma. A dirlo, per mezzo di un lungo e dettagliato servizio di copertina, è Rolling Stone di luglio, ultimo numero firmato da Carlo Antonelli, prossimo direttore di Wired, quasi che prima di lasciare abbia voluto togliersi un peso sullo stomaco: la santificazione di Faber, sopraggiunta post mortem dal 1999, è quanto meno sospetta, e a spiegarcelo sono coloro che lo conoscevano meglio, ossia la moglie Dori Ghezzi, l’amico «vero» Paolo Villaggio, Mauro Pagani, l’inventore di Creuza de Ma.

«La leggenda del santo cantautore non sarebbe piaciuta neppure a lui», scrive il magazine. «Era sicuramente più cazzaro che santo», dice Dori Ghezzi. Gli rimproverava «il farsi del male. Non faceva male agli altri, ne faceva a se stesso. Specie quando beveva troppo. Aveva momenti di rabbia non controllata perché non era più lui». In ogni caso, per Rolling Stone «oggi nessuno in Italia gode della reverenza tributata a Fabrizio De André. È una gara a chi meglio lo rievoca, rilegge, cita, analizza, svela...».

Tralasciando i tratti personali di un carattere difficile (De André era misantropo e misogino, arrogante, altezzoso, alcolista, talvolta violento, spesso depresso) è proprio sul musicista che Rolling Stone - si tratta pur sempre di una rivista rock - punta il dito. Citando molte fonti ormai dimenticate. Ad esempio un’intervista del 1978 all’Unità: «Sono un piccolo borghese e faccio canzoni solo per guadagnare». Oppure le critiche subìte da altri artisti come Guccini («Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni») o Gaber (si chiedeva se fosse «liberale o extraparlamentare»). E alla fine arriva a una conclusione: «De André era lucido nell’autocritica ma confuso in politica».

Che sollievo leggere queste considerazioni, anche se pronunciate con colpevole ritardo. Ma meglio tardi che mai. Negli anni Settanta il Bel Paese era funestato dai figli ingrati della borghesia pasciuta e benestante, teorici dell’«armiamoci e partite», che hanno riempito migliaia di teste di ideologia tragica e funesta. Oltre a rappresentare ben poco dal punto di vista della ricerca sonora, quasi nulla li differenziava dai cantanti del Festival di Sanremo, se non la verniciatura di «rosso» sulla rima baciata cuore-amore.

Fabrizio De André era uno di loro, come l’altezzoso De Gregori, l’avvelenato Guccini, il sopravvalutato Vecchioni. Borghesi, benestanti, ricchissimi, indifferenti alle vicende di quel proletariato che spesso citavano a sproposito nei loro testi. Rolling Stone continua così: «Ci conosceva bene, De André: noi popolo che si commuove per i vinti da lui cantati, poi vota i vincenti».
E poi ci sono le date a parlare. Nel 1974, mentre il cantautore genovese usciva con Storia di un impiegato, l’ennesimo peana sessantottino che anche la critica non ebbe il coraggio di sostenere più di tanto, Lucio Battisti compì una rivoluzione epocale pubblicando Anima latina, dopo un viaggio in Brasile con Mogol, un lp ricco di sperimentazioni sonore e vocali, senza nessuna hit, caraibico e mediterraneo, insomma un capolavoro, l’ennesimo capolavoro. E proprio tra Battisti e De André non correva buon sangue. Parlando di Faber su Oggi nel 1970, Lucio disse: «Le sue canzoni sono temini da liceali. Trovo i suoi testi interessanti ma piuttosto goliardici, dato che piacciono solo agli studentelli».

A stretto giro di posta per quei tempi, ossia l’anno dopo, De André rispose su Amica che Battisti era un ottimo musicista e molto avanguardia «ma in fondo ricalcava gli esempi di James Brown e Joe Cocker». E Rolling Stone ora nota: «De André di solito aveva una parola buona e sincera curiosità per tutti i colleghi: doveva proprio soffrirlo». Salvo poi notare che, al momento della morte di De André, nel 1999, «il lutto non fu paragonabile a quello che aveva attraversato la nazione alla morte del più popolare (nei vari sensi del termine) Lucio Battisti». Poi ci fu la «beatificazione» che adesso Rolling Stone contesta. Togliendo al genovese l’aura sacrale e postuma: «Musicalmente fu un po’ - come dire - piccolo borghese»..

E di conseguenza dando ancora più luce a Battisti.
Non si tratta certo dell’ennesimo atto di revisionismo (e non sarebbe certo il caso di Rolling Stone, schierata politicamente a sinistra) o del repechage di un minore, visto che Lucio, senza l’appoggio dei critici, non esibendosi dal vivo e scomparendo dai media, non solo ha venduto molto più dei colleghi cantautori, ma ha anticipato di lustri ciò che sarebbe accaduto dopo, e non solo in Italia. Eppur non basta, se ci sarà un Battisti santo, almeno per la sinistra, avrà un altro nome di battesimo.



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Bin Laden era solo e povero: «Per vivere vendeva collanine»

Il Leonardo ritrovato in America

Corriere della sera


«Salvator Mundi», due italiani chiamati a pronunciarsi sulla attribuzione. Valutato 200 milioni di dollari, sarà esposto a Londra. Per Marani è autentico




Fotografia del «Salvator Mundi» di Leonardo prima del restauro. L’opera sarà esposta a Londra
Fotografia del «Salvator Mundi» di Leonardo prima del restauro. L’opera sarà esposta a Londra
Un dipinto di Leonardo ritenuto perduto è stato autenticato da alcuni tra i maggiori studiosi del maestro di Vinci e sarà esposto per la prima volta alla National Gallery di Londra nella mostra «Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan» che si inaugurerà il 9 novembre. L'opera è il Salvator Mundi e raffigura Cristo con la mano destra benedicente e la sinistra che tiene un globo. È un dipinto ad olio su tavola di legno che misura 66 centimetri di altezza per 46 di larghezza. Leonardo l'avrebbe dipinto a Milano poco prima di abbandonare la città (1499), lasciandone anche alcuni studi, i più noti dei quali sono conservati a Windsor.
L'opera appartiene a collezionisti americani che l'hanno consegnata alla National Gallery per un restauro prima della mostra. Qui, dopo la rimozione di uno strato di pittura scolorita e di vernice applicata in un precedente intervento, i tecnici hanno chiamato a valutarlo insigni studiosi. E questi hanno attribuito il lavoro a Leonardo. L'opera - di cui pubblichiamo un'immagine prima del restauro (abbastanza diversa da quella che vedremo in mostra) - era nota grazie ad un'incisione di Wenceslaus Hollar eseguita intorno al 1650. La rivista «Artnews», che ha riportato la notizia della scoperta ripresa anche dal «Wall Street Journal» ha ipotizzato una valutazione di 200 milioni di dollari.
Tra gli insigni studiosi che l'hanno valutata per l'attribuzione c'era anche Pietro Marani. «Ho visto l'opera l'anno scorso alla National Gallery. Prima del restauro era conciata male, coperta da pitture antiche. La si credeva di bottega, perché erano stati aggiunti barba e baffi che modificavano il viso del Cristo rispetto all'incisione di Hollar, che era una immagine identica all'originale. Ma durante il restauro è emersa la qualità della pittura, i colori meravigliosi, i rossi e gli azzurri del panneggio che ricordano proprio quelli dell'Ultima Cena». Ci sarebbero anche conferme scientifiche (ovviamente ci sarà tempo per discutere l'attribuzione, che verrà presentata nel catalogo della mostra). «È stato fatto un confronto sui pigmenti con quelli della Vergine delle rocce (pure restaurata) e anche ciò sembrerebbe confermare che si tratta di dipinto di Leonardo». Inoltre, prosegue Marani, «le riflettografie e altre analisi scientifiche mostrano l'analogia con i disegni preparatori». Quello che apparirà particolarmente sconvolgente è la finezza del globo che Cristo tiene nella mano sinistra. «Simula un cristallo di roccia».

Lo studioso: Pietro Marani
Lo studioso: Pietro Marani
L'opera è di proprietà di un consorzio di commercianti americani, il cui capofila è Robert Simon, proprietario della omonima galleria d'arte di New York. Sarebbe stato acquistato in una vendita immobiliare negli Stati Uniti circa sei o sette anni fa. Simon non ha voluto commentare il prezzo pagato all'asta: «Mi è stato chiesto di non parlarne», ha detto. Molto complicato è ricostruire i passaggi di proprietà precedenti. Del soggetto del dipinto, infatti, pittori coevi e successivi a Leonardo ne realizzarono diverse copie, rendendo complicate le identificazioni. Secondo alcune attestazioni, l'opera di Leonardo finì in un convento a Nantes. Ma quando Hollar la incise a metà Seicento, l'opera risultava registrata nelle collezioni di Carlo I e Carlo II d'Inghilterra. Si persero poi le tracce finché si pensava coincidesse con il Salvator Mundi comparso nelle mani di sir Francis Cook, leggendario collezionista del XIX secolo. Ma quest'opera, che venne poi venduta al barone de Lareinty e, successivamente, al marchese de Ganay, dovrebbe essere il Salvator Mundi (assai simile) dipinto da Marco D'Oggiono o, secondo un catalogo Sotheby's, da Boltraffio.
Simon dopo l'acquisto in asta ha portato il suo Salvator Mundi al Metropolitan per una valutazione. Il lavoro è stato poi visionato dai curatori del Museum of Fine Arts, Boston; ma Federico Ilchman, curatore del museo, ha rifiutato di commentare. È stato infine portato alla National Gallery di Londra diciotto mesi fa. Qui Nicholas Penny, direttore del museo, e Luke Syson, curatore della mostra su Leonardo, hanno invitato quattro studiosi per valutarlo. Gli studiosi sono stati Carmen C. Bambach, curatore di disegni e dipinti presso il Metropolitan Museum, gli studiosi milanesi Pietro Marani e Maria Teresa Fiorio, autori di numerosi libri su Leonardo e sul Rinascimento e Martin Kemp, professore emerito di storia dell'arte a Oxford, che ha trascorso più di 40 anni a studiare Leonardo. L'accettazione è stata generale.






1465
Antonello da Messina
(1430 circa -1479),
«Salvator Mundi», alla
National Gallery di Londra
1500
Copia del «Salvator Mundi», realizzato all’inizio del ’500
da Marco d'Oggiono o
Boltraffio
1600
El Greco (1541-1614),
«Cristo salvatore» esposto
a Edinburgo, alla National
Gallery

Pierluigi Panza
01 luglio 2011 17:27



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Si allarga la protesta contro la delibera Agcom, il 5 luglio "Notte della Rete"

la stampa
anna Masera


"La cultura corre sul Web": il convegno ieri a Roma con Rodotà per individuare forme di tutela del lavoro intellettuale favorendo un più largo accesso ai contenuti online
Si allarga la protesta contro l'annunciato intervento dell'Agcom (il Garante delle comunicazioni) su Internet e il diritto d'autore: la protesta si anima con la proclamazione della 'Notte della Rete'.

"Il 5 luglio, a 24 ore dall'approvazione della Delibera definita 'ammazza-Internet' dai blogger italiani, artisti, esponenti della rete, leader politici, cittadini e utenti del web si troveranno a Roma - informa una nota diffusa dal blogger e animatore del Popolo Viola Gianfranco Mascia - per una no-stop contro il provvedimento".

La delibera Agcom sugli Internet service provider (Isp) che dovrebbe essere approvata il 6 luglio contempla, in caso di segnalazione di una violazione del copyright, la rimozione dei contenuti per via amministrativa, senza passare per il sistema giudiziario.

Così, prosegue il comunicato, "l'Autorità per le Comunicazioni si arrogherà il potere di oscurare siti internet stranieri e di rimuovere contenuti da quelli italiani, in modo arbitrario e senza il vaglio del giudice. Su Internet oltre 130.000 cittadini hanno espresso il loro dissenso via email all'Agcom e cresce di ora in ora il passaparola su Facebook, una mobilitazione online e offline che ha già dimostrato con il referendum quanto possa risultare incisiva".

La protesta continua anche fuori dal web: 'La notte della rete', il 5 luglio alla Domus Talenti a Roma, è una no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti, esperti: tutti contro il bavaglio alla rete. L'evento sarà in diretta streaming accompagnato dai tweet e dai messaggi indirizzati all'Agcom e sarà preceduto da una serie di flash-mob.

Sempre a Roma, ieri nella sede della rappresentanza italiana del Parlamento Europeo si è tenuto il convegno ’La cultura corre sul web’: un’occasione per confrontarsi, cercare soluzioni comuni e individuare strategie con cui proteggere il diritto d’autore nell’era di Internet facendo leva anche sulla legislazione europea.

A partecipare al convegno sono stati esponenti del mondo della politica, della cultura e dell’editoria tra i quali l’europarlamentare del Pd Luigi Berlinguer, il giurista Stefano Rodotà, il senatore del Pd Vincenzo Vita, componente della commissione di Vigilanza Rai e vicepresidente della commissione Cultura di Palazzo Madama. Al convegno hanno preso parte anche Zeno Zenkovich, in rappresentanza del direttore generale Siae, Nicola D’Angelo, il commissario Agcom rimosso dal ruolo di relatore per questa delibera (guarda caso era il solo che si batteva per i diritti degli internauti e non solo per le lobby del copyright), e il deputato del Pd Paolo Gentiloni, ex ministro delle Comunicazioni.

"Al convegno di ieri i sostenitori della delibera Agcom hanno battuto in ritirata" ha commentato Arturo DiCorinto, giornalista coautore del libro "I nemici della Rete", che era presente.

Il convegno basato su due tavole rotonde, Il Copyright nell’era digitale' e ’Come allargare la torta', è stato organizzata dal gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo. Obiettivo dell’iniziativa: individuare forme di tutela del lavoro intellettuale favorendo un più largo accesso ai contenuti della rete.

«Finchè si affrontano questi problemi - ha spiegato l’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer - nella contrapposizione tra chi reclama legittimamente il rispetto del proprio lavoro e chi reclama un largo accesso alla rete, non si risolve nulla. Di fatto, ci sono due beni in conflitto. Ma dobbiamo trovare una soluzione: il punto d’accordo è rappresentato dal fatto che l’accesso alla rete il più ampio possibile è nell’interesse di entrambi, di chi vuole sapere e di chi vuole consumare». Eppure gli scenari, rispetto al passato, sono notevolmente cambiati. E il vecchio diritto d’autore non appare più in grado di dare risposte certe. «Il vecchio modello del diritto d’autore, fondato sulla produzione prevalentemente cartacea - ha detto Berlinguer - è stato superato dal web». In questo contesto, la sfida di fronte alla quale si trovano i giuristi e gli uomini d’ingegno per Berlinguer «è quella di abbassare i prezzi e introdurre in questo modo la legalità con una ragionevolezza che la rende praticabile. Bisogna superare le barriere nazionali che ostacolano la circolazione dei beni». Per l’europarlamentare del Pd la soluzione è «allargare legalmente le eccezioni ad una visione stretta del diritto d’autore e trovare una forma di pagamento che sia sostenibile».

Sulla stessa linea il giurista Stefano Rodotà per il quale «è sbagliato pensare che si possa chiudere questa partita con una direttiva o peggio ancora con leggi o delibere repressive. L’esperienza di questi anni ci ha mostrato una dinamica che nessuno aveva previsto. Siamo in una fase molto aperta: almeno per il web -ha spiegato Rodotà- la conoscenza richiede la massima condivisione. Oramai non è più possibile ritenere che il vecchio diritto d’autore possa offrire delle norme valide ancora oggi».

Intanto sul fronte delle lobby industriali, anche l’Anica (Associazione dell’industria cinematografica) e l’Apt (Associazione dei produttori indipendenti) in una nota «hanno valutato positivamente, hanno sostenuto e sostengono con convinzione l’orientamento dell’Agcom».  Enzo Mazza, presidente della Fimi (la federazione dell'industria musicale italiana), segnala che “il Dipartimento al Commercio Usa, nel suo rapporto sui Paesi ad alto tasso di pirateria, ha incoraggiato l’Italia ad assicurare che l’Agcom adotti e implementi con urgenza le regole per creare un efficace meccanismo contro la pirateria Internet”, e che a favore della delibera antipirateria dell'Agcom è anche l'associazione 100Autori . 

Invece la Femi (Federazione dei Media Digitali Indipendenti) aderisce alla Notte della Rete, e contro la delibera si è pronunciato anche l’avvocato Guido Scorza, Presidente dell'Istituto per le Politiche dell'Innovazione e legale rappresentante della Femi.

Sulla presa di posizione dei 100Autori commenta Roberto Cuillo del Pd: «La delibera Agcom prevista per il 6 Luglio finge di difendere il diritto d’autore per poter censurare la rete. Spero che l’Associazione 100 autori non si faccia strumento di operazioni liberticide e soprattutto non diventi ostaggio dei network televisivi» .

E poi approfondisce: «Primo interesse di un autore dovrebbe essere quello della diffusione di massa del suo prodotto, non di recintarlo. Così come è interesse di tutti difendere il copyright e il lavoro creativo dalla pirateria alla luce delle nuove tecnologie. Ma questo non può essere fatto al di fuori da una normativa europea e sovranazionale. Soprattutto non può essere accettata la censura. E gli autori dovrebbero essere in prima fila nel respingere qualsiasi tentativo di repressione della creatività. La delibera dell’Agcom prevede la possibilità che possa essere la stessa Agcom a inibire gli accessi ai siti e chiuderli. Vale anche per i siti stranieri e tutto ciò in assenza di una legge approvata dal Parlamento che lo consenta. In teoria si potrebbero chiudere in un solo colpo Youtube e Facebook. È un provvedimento che va tutto nella direzione di difendere gli interessi della televisione e inibire l’attività spontanea e individuale della rete. Ed è sospetta la fretta con cui l’Authority sta cercando di far passare questa delibera: subito dopo i due turni elettorali e in un periodo di grande incertezza politica per la maggioranza. Tramite l’Agcom il governo consuma una vendetta sui risultati elettorali, mettendo un bavaglio alla Rete. Il copyright va difeso, ma non c’è copyright senza libertà».

L'ho citato perchè è un pensiero chiaro, non perchè è del Pd. A questo riguardo, è importante chiarire che la battaglia per la libertà su Internet è trasversale e bipartisan: non c'entra "essere di destra" o "di sinistra". Lo dimostra il fatto che per la libertà di Internet  si è espresso proprio su questo blog ieri il presidente della Camera Gianfranco Fini.




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Se l’Europa spende più per i cani che per i diritti umani

Corriere della sera


La primavera araba ha portato il vento della democrazia in Medio Oriente e nel Nord Africa chiedendo alle Nazioni Unite uno sforzo ulteriore per far fronte a nuove emergenze umanitarie. Ma la cassa piange. Il budget di cui ha potuto disporre l’Alta Commissaria per i Diritti Umani, la signora Navi Pillay, è misero: 202 milioni di dollari “quanto gli australiani spendono in un anno per le uova di pasqua o il costo di tre aerei da combattimento F-16″ ha detto ieri Pillay in una conferenza stampa a Ginevra.
Ci vorrebbe un impegno maggiore. “Chiedo a tutti gli Stati di dare di più per rendere i diritti umani una realtà”  ha aggiunto la sudafricana, al comando del Commissariato dal 2008 (a sinistra nella foto). Poi l’affondo contro lo stile di vita dei cittadini della Ue: “La cifra che gli europei hanno speso per i loro animali domestici soltanto nel 2010 (56,8 miliardi di euro) basterebbe a finanziare l’intero sistema dei diritti umani, compreso il mio ufficio, per almeno 250 anni”. Parole di fuoco che inducono a una riflessione.  Quando cammino per le strade di Milano spesso mi soffermo a guardare le vetrine dei negozi per animali. Alcune espongono prodotti di superlusso: cappottini, cucce leopardate, protezioni per le zampe a forma di doposci, aggeggi di cui mi sfugge l’uso e tante altre cose. E’ noto che ormai a New York i cani vanno dallo psicologo e che molte persone parlano dei loro animali come se fossero degli esseri umani.
Un paradosso che appare più evidente a chi dedica la sua vita ad aiutare i diseredati della terra. Una di queste è suor Laura Girotto da 18 anni missionaria in Europa che sul Corriere del 17 marzo ha raccontato a Gian Antonio Stella tutta la sua indignazione: Leggo di iniziative per adottare i cani a distanza. Vedo nei supermercati reparti interi dedicati agli alimenti per animali, alla loro cura, ai loro giocattoli… I giocattoli! Ripeto: io li amo gli animali, ma santo Iddio! Ad Adua i bambini muoiono per delle sciocchezze, magari solo perché manca la cannula per metterli sotto flebo e reidratarli. Basta una diarrea infantile per uccidere un neonato in 24 ore. Come posso accettare questo abisso fra l’ attenzione per gli amici dell’ uomo e il disinteresse invece per l’ uomo?». Lo stesso tema è stato poi ripreso da Maria Volpe sul blog La 27sima ora in un post dal titolo “Se un cane vale più di un bimbo” che ha avuto la bellezza di 574 commenti, molti (purtroppo) di insulti verso l’autrice dell’articolo.
Ora l’appassionato appello dell’Alto Commissario Onu riporta il dibattito in prima linea. “Quando guardo ai soldi che vengono investiti  nei diritti umani – ha detto – mi chiedo quanto profondo sia l’impegno delle persone a difesa dei coraggiosi manifestanti che nel Medio Oriente e nel Nord Africa hanno riaffermato l’importanza di quei diritti”. A voi lettori di questo blog giro la domanda. Perché siamo così restii a fare una donazione per aiutare un bambino che muore di fame mentre i negozi di gadget per gli animali domestici fanno affari d’oro?



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Batterio killer: «La colpa è dell'Egitto»

Corriere della sera


Lo annunciano le autorità tedesche: semi di fieno greco, fonte dell'infezione, sarebbero arrivati dal paese africano



Semi di fieno greco
Semi di fieno greco
MILANO- È «molto probabile» che l'epidemia di E. Coli sia legata a partite di semi di fieno greco importate dall'Egitto: lo ha annunciato venerdì l'istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi (BfR), confermando così le conclusioni di uno studio congiunto pubblicato questa settimana da due autorità sanitarie europee. C'è una «grande probabilità» che la produzione di germogli con l'impiego di semi di fieno greco abbia causato l'epidemia, ha reso noto il BfR, che è il laboratorio di riferimento tedesco per il batterio E. Coli nel cibo. I semi di una determinata partita proveniente dall'Egitto, ha proseguito l'istituto, sono stati venduti attraverso un intermediario anche all'azienda della Bassa Sassonia al centro dello scandalo in Germania. I test del BfR sembrano confermare i risultati ottenuti finora dall'Autorità europea per la sicurezza del cibo (Efsa) e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. I due istituti, infatti, hanno pubblicato uno studio congiunto secondo cui partite di semi di fieno greco importate dall'Egitto sarebbero state responsabili dell'epidemia in Germania e dei casi di E. Coli registrati in Francia.
49 VITTIME- Gli esami proseguono, scrivono nel rapporto le due autorità, ma finora «indicano che semi di fieno greco importati dall'Egitto nel 2009 o/e nel 2010 sono coinvolti» nei casi registrati in Germania e in Francia. Già il 13 giugno scorso, le autorità sanitarie regionali tedesche avevano sospettato che all'origine dell'epidemia ci fossero almeno tre tipi di germogli, tra i quali anche quelli di fieno greco. Da parte loro, le autorità europee sottolineano comunque che «c'è ancora molta incertezza sul fatto che questa possa essere veramente la causa comune di tutte le infezioni, poiché attualmente non ci sono risultati positivi di test batteriologici». In particolare, prosegue il rapporto, «la partita (di semi di fieno greco) del 2009 sembra essere legata ai casi in Francia, mentre si ritiene che quella del 2010 sia legata ai casi in Germania». Gli esperti sottolineano comuque che «questo collegamento non spiega il più recente caso in Svezia, sul quale si indaga attualmente e che finora non presenta alcun legame con il consumo di germogli». L'epidemia ha provocato già 49 morti in Europa, 48 dei quali in Germania, mentre il numero dei casi finora accertati in Germania - secondo l'Istituto Robert-Koch di Berlino - è salito a quota 3.999 (tra Ehec e Seu), 48 in più rispetto a giovedì (Fonte: Ansa)

01 luglio 2011 17:45



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