venerdì 1 luglio 2011

La pornosegretaria del Pd indignata dai bunga - bunga

Libero




Adesso che hanno frugato nel suo privato è costretta a nascondersi dallo sguardo morboso di amici, conoscenti ed estranei. Ma fino a poco tempo fa era lei che   condannava, in comunicati al vetriolo, i comportamenti altrui sotto le lenzuola. In particolare quelli del presidente del Consiglio, anche se - a quanto pare - a confronto dei suoi erano roba da educande.  

Stiamo parlando ovviamente della piddina a luci rosse, di cui sono stranote le prodezze amatorie. Il film porno amatoriale  in cui ha recitato in dolce compagnia di due attori (e con successo, visto che la tiratura è andata esaurita) si intitola È venuta a saperlo mia madre. Il dramma è che subito dopo è venuta a saperlo tutta l’Italia, visto che la ragazza - segretaria di un circolo del Partito democratico di San Miniato, vicino a Pisa - è stata riconosciuta tramite le foto del suo profilo Facebook. Davanti alla telecamera indossava una mascherina, ma purtroppo non è bastata, e adesso  la fanciulla, neolaureata in lettere con un voto brillante, ha dovuto mollare la militanza politica e - pare - volare all’estero per studiare e far dimenticare la figuraccia.
   
Abbiamo scoperto come si chiama, il suo nome ci è stato confermato anche da chi ha realizzato la pellicola hard, cioè Gerardo Spagnesi, titolare della casa di produzioni CentoXCento, tra le maggiori del settore (il quale  peraltro si lascia sfuggire ridacchiando un commento ruvido: «Se sapevo che la ragazza era del Pd, la facevo pure più laida, quella scena»).  Però, per rispetto della giovane, non lo riveleremo. Quel che uno fa a casa propria, nel tempo libero, non ci deve interessare. E di certo non godiamo nel vedere una signorina sputtanata su tutti i giornali del Paese e sul web (dove si sprecano le cattiverie).  Eppure c’è una storia che va raccontata, tanto per dare un’idea della doppia morale circolante nell’ambiente progressista. La porno-segretaria democratica, infatti, si era parecchio indignata per la vicenda del Bunga bunga, arrivando a chiedere le dimissioni del premier in virtù dello «scandalo».

 Nel novembre 2010, la signorina inviò, assieme a un compagno di partito, una lettera al quotidiano il Tirreno (il quale nei giorni scorsi si è occupato di lei, riportando il suo caso con dovizia di particolari) che fu pubblicata con questo titolo: «Caso Ruby. Berlusconi dovrebbe dimettersi e chiedere scusa». Ed ecco il testo, che pare un sermone da puritani: «In merito  alle ultime affermazioni del premier Berlusconi riguardo allo scandalo Ruby noi Giovani Democratici ci indigniamo per l’ennesima volta. Berlusconi ha tentato di risollevare la propria immagine, ma non la taratura umana, dallo scandalo Ruby con delle affermazioni che hanno dell’incredibile».

Il riferimento è  a un  non felicissima battuta di Silvio:   «Meglio appassionato di belle ragazze che gay». La segretaria e il collega non si limitavano però ad arrabbiarsi per l’ironia sugli omosessuali. Ci andavano pesante anche sulla questione delle ragazze: «Il premier ha    oltrepassato ogni limite con lo scandalo Ruby, uno scandalo che ancora di più mostra al Paese e al mondo che tipo di uomo sia: un maschilista, che classifica le donne in base alla maggiore o minore prestanza fisica e “disponibilità”». Il Cav dovrebbe dunque vergognarsi, anziché tentare di «  “giustificare” le notti di “bunga bunga”».
Ecco la domanda: ma l’immagine della donna la rovina più  il Bunga bunga o il porno in cui la giovane del Pd si fa rigirare in ogni modo da  due uomini? Risposta: l’unica cosa che rovina l’immagine di una donna, qui, è il comunicato moralista della bionda progressista. Che berciava contro le gnocche nella dimora altrui e poi apriva la porta ai superdotati.

di Francesco Borgonovo
01/07/2011




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Arrestato per schiamazzi, muore I familiari: picchiato dalla polizia

Corriere della sera

 

Gli agenti: malore dopo il fermo. La figlia: «E' stato un pestaggio, c'è il video». I medici: «Niente ematomi»

 

MILANO - Un uomo è morto, per cause in corso di accertamento, durante un controllo eseguito da una volante di polizia giovedì sera in via Varsavia, a Milano, tra il Parco Alessandrini e l'Ortomercato. L'uomo, Michele Ferrulli, di 51 anni, con piccoli precedenti penali, secondo una prima ricostruzione sarebbe morto per un malore dopo essere stato bloccato da agenti della volante. A quanto riferito dalla polizia, gli agenti sono intervenuti su richiesta di alcuni cittadini, infastiditi dagli schiamazzi di un gruppo di persone che ascoltavano musica ad alto volume ed urlavano davanti al bar «Miniera», gestito da cinesi, in via Varsavia 4. Ferrulli era in compagnia di due romeni di 36 e 41 anni (che non risultano indagati), e stando alla Questura avrebbe reagito in modo aggressivo all'intervento degli agenti. I poliziotti hanno chiamato in aiuto i colleghi di un'altra volante e hanno usato due paia di manette per immobilizzare l'uomo, di corporatura molto robusta, il quale avrebbe però a un certo punto accusato un malore. Caricato in ambulanza, Ferrulli è morto prima dell'arrivo al Policlinico San Donato. L'ambulanza è arrivata alle 22.25; l'avvenuto decesso è registrato alle 23.05. L'uomo è arrivato al pronto soccorso «in arresto cardiocircolatorio dopo colluttazione con polizia», hanno scritto i medici dell'accettazione, aggiungendo che il paziente era in uno stato di «grave anossia» e che «si allerta l'autorità giudiziaria». I medici hanno iniettato a Ferrulli, in stato di arresto cardiaco, una fiala di adrenalina, che però non è servita a salvarlo.

 

 

Il VIDEO - I familiari, però, hanno il sospetto che il loro congiunto sia stato vittima di un pestaggio, come hanno riferito già durante la notte ai carabinieri di San Donato Milanese, e come ha confermato l'avvocato di famiglia. È stato lo stesso legale, venerdì, ad avvisare del caso il pm di turno, che ha subito disposto accertamenti. Per fare chiarezza sulla vicenda, la Procura ha aperto un fascicolo, e il pm Gaetano Ruta ascolterà i due cittadini romeni. Venerdì mattina sul posto sono arrivati alcuni sottufficiali della polizia giudiziaria della Procura. Gli uomini della Scientifica hanno sequestrato in via Varsavia due bottiglie di birra e una confezione del farmaco Sotalex, un betabloccante usato nei casi di tachiaritmie. Le forze dell'ordine hanno acquisito i filmati delle telecamere della farmacia adiacente al bar davanti al quale si sono svolti i fatti. C'è poi un filmato amatoriale, realizzato da un cittadino con un telefonino e mostrato dal Tg1, che documenta l'arresto (guarda). Le immagini sono poco nitide e la dinamica di quanto accaduto non è chiara: gli agenti, dopo aver fatto salire un uomo coi pantaloni bianchi su un'auto, si dirigono verso Ferrulli, a terra. Due agenti si chinano su di lui, uno pare colpirlo al dorso due volte.

IL RACCONTO DELLA FIGLIA - La figlia Domenica ha raccontato al Corriere che suo padre, che era in compagnia di due amici romeni, è stato picchiato dai poliziotti, anche quando era già a terra. «Mio padre è morto a faccia in giù, per terra, come un cane. Poi lo hanno rigirato cercando di rianimarlo». «Ha dei segni evidenti sui polsi: gli agenti volevano ammanettarlo dopo che si era sentito male», hanno riferito ancora i familiari. La salma è stata portata all'Istituto di medicina legale: il pm Gaetano Ruta ha disposto l'autopsia per chiarire le cause della morte.

«NON E' STATO PICCHIATO» - «Diamo per certo che non è stato picchiato», dichiara la Questura di Milano. L'uomo, secondo la ricostruzione degli agenti di via Fatebenefratelli, si è opposto a un semplice controllo, non voleva farsi identificare e ha subito mostrato «un atteggiamento ostile nei confronti degli operanti». Mentre il capo equipaggio si voltava verso l’auto per raggiungere l’apparato radio, spiega la Questura, il 51enne ha alzato un braccio nel tentativo di aggredire alle spalle il poliziotto. E’ stato bloccato da un altro agente, che ha dovuto usare due manette per immobilizzarlo. A quel punto ha avuto il malore, gli sono state tolte le manette e chiamato il 118. E’ morto in ambulanza prima dell’arrivo in ospedale.

NIENTE EMATOMI - Il referto stilato dai sanitari del Policlinico di San Donato Milanese sul corpo di Ferrulli non ha evidenziato segni di traumi o ematomi tali da far pensare a un pestaggio; «collo e volto» risulterebbero «indenni». «L’ispezione evidenzia segni sui polsi bilateralmente», hanno scritto i sanitari, che fanno riferimento a un «paziente obeso». I segni, spiega la Questura, sono all’altezza delle due paia di manette usate per bloccare l’uomo. «Il tronco anteriore non evidenzia lesioni», mentre ci sono «due segni minimi di escoriazione al livello dell'intersezione tra l'ascellare posteriore e transobelicale». Inoltre il dorso è «indenne per quanto visibile, così come il volto risulta indenne». Agli arti inferiori risulta «una abrasione cutanea minima sulla gamba sinistra e segni sulle ginocchia bilateralmente come da compressione», spiegabili con il fatto che l'uomo si è accasciato dopo il malore.

I PRECEDENTI - Ferrulli, che abitava in via del Turchino, lascia moglie e due figli, un maschio di 21 anni e una femmina. Il 51enne, di professione facchino, era un volto noto alle forze dell’ordine. Aveva precedenti per violenza e minaccia a pubblico ufficiale, ingiuria, invasione di terreni o edifici, lesioni personali e insolvenza fraudolenta. Nel 2007 era stato indagato per violenza, resistenza a pubblico ufficiale, occupazione abusiva e danneggiamento perché si era opposto allo sgombero della sua abitazione in via del Turchino. Risulta anche un'altra denuncia dei Carabinieri, mentre il 18 maggio scorso è stato denunciato da un parroco da lui schiaffeggiato. Ferrulli abitava insieme alla moglie e a due figli in un complesso di case popolari alla periferia est di Milano. Qualche anno fa aveva chiesto l'aiuto del comitato inquilini Molise-Calvairate-Ponti per cercare di risolvere la sua situazione di occupante abusivo. La presidente del comitato, Franca Caffa, racconta di una situazione familiare molto disagiata.

IL CARTELLONE - «Una persona normale, un lavoratore, magari impulsivo, ma sicuramente non un balordo»: è questa la descrizione che danno di Michele Ferrulli, alcuni vicini di casa e conoscenti interpellati sotto la sua abitazione a Milano. Chi accetta di parlare con i cronisti lo fa solo con la garanzia dell'anonimato. «Noi abitiamo proprio di fronte - racconta una coppia di pensionati - e ci è sempre sembrato una persona tranquilla: certo, era uno che stava spesso per strada davanti ai bar ma non abbiamo mai sentito di problemi. Da quello che sappiamo era un lavoratore onesto, che si occupava di ristrutturazioni edilizie». Un sindacalista dell'Unione inquilini che preferisce non essere citato parla invece di «una persona sempre pronta a lanciarsi in tutte le cause». Sul portone esterno del palazzo è stato esposto un cartellone con alcune foto dell'uomo durante un presidio anti sfratto a settembre scorso e la scritta «Michele uno di noi», firmato CIMP (Comitato inquilini Molise-Ponti).

 

Redazione online
01 luglio 2011 15:36

Mafia, in cella il fratello di Riina: «È il nuovo capo dei Corleonesi»

Corriere della sera

 

Gaetano, fratello del «capo dei capi» era considerato il cassiere del clan

 

 

PALERMO - I carabinieri del Gruppo di Monreale e del Ros hanno arrestato Gaetano Riina, il fratello del boss. L'uomo finito in manette è considerato il nuovo capo del mandamento di Corleone e il cassiere dell'associazione. Dall'inchiesta è emerso il ruolo di vertice che Gaetano Riina aveva assunto, nonostante vivesse da tempo a Mazara del Vallo, anche in virtù del legame di parentela col capo di Cosa nostra. Rappresentava il mandamento e gestiva i rapporti, molto spesso delicati, con gli altri clan della provincia.

GLI ALTRI ARRESTI - In cella, insieme a Gaetano Riina, altre tre persone accusate di associazione mafiosa ed estorsione. Si tratta dei suoi due pronipoti Alessandro Correnti, 39 anni, e Giuseppe Grizzafi, 33, e di Giovanni Durante, 57 anni, di Bagheria.

TRE ANNI D'NCHIESTA - Gaetano Riina, 79 anni, è stato arrestato nella sua casa di Mazara del Vallo: non ha opposto alcuna resistenza. Il fratello del capo mafia ha precedenti per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti che risalgono alla fine degli anni '80. Il blitz è scattato all'alba tra Corleone, Bagheria e Mazara del Vallo. Anche gli altri tre arrestati apparterrebbero al mandamento di Corleone. L'indagine, durata tre anni, è stata coordinata dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Ignazio De Francisci, e dal pm, Marzia Sabella. L'inchiesta ha permesso di delineare gli assetti del mandamento colpito, negli ultimi anni, dagli arresti dei leader storici e da numerosi sequestri di beni.

 

(fonte Ansa)

01 luglio 2011 11:35

Ecco il maturando meno giovane d’Italia Geometra a 81 anni: «Lo promisi a papà»

Licenziati» gli avvoltoi poliziotti

Corriere della sera

Dovevano rintracciare gli eventuali cadaveri. Troppi litigi tra di loro e difficoltà a compiere le "missioni"



Un esemplare di avvoltoio.
Un esemplare di avvoltoio.
PROGETTO - Eppure il progetto era stato annunciato in pompa magna e solo poche settimane fa gli addestratori avevano ribadito che l'unità speciale alata avrebbe rivoluzionato le tecniche di ricerca. L'idea era nata l'anno scorso dopo che Rainer Hermann, commissario della polizia di Hannover, aveva visto un documentario che raccontava come i rapaci fossero in grado di scovare la carcassa di un topo in una foresta a distanza di oltre un chilometro. Il commissario pensò che il singolare fiuto e la straordinaria vista dei rapaci potessero aiutare gli investigatori a trovare le migliaia di persone che ogni anno scompaiono nel paese teutonico: "Dovrebbero essere più efficienti dei cani nella ricerca dei cadaveri - aveva rivelato il commissario di Hannover - Sono talmente veloci che non gli riusciamo a stare dietro".

ASPETTATIVE DISATTESE - Sherlock, Colombo e Miss Marple, i primi tre avvoltoi-poliziotti arruolati, hanno disatteso le aspettative. German Alonso, il principale addestratore dei rapaci nel parco ornitologico Walsrode, nella Bassa Sassonia, ha ammesso che il primo avvoltoio non solo non riesce a distinguere un essere umano da un altro animale, ma dimostra di avere grande paura di oltrepassare i confini del parco in cui è stato addestrato. Gli altri due, arrivati direttamente da uno zoo della Carinzia (Austria), hanno fatto anche peggio: "Passano il tempo a combattere tra loro" ha commentato amaramente Alonso. E adesso dopo che il fallimento è sotto gli occhi di tutti, il governo della Bassa Sassonia, che fino a ieri aveva sostenuto fortemente l'iniziativa, si chiede se sia giusto finanziare addestratori che non riusciranno mai a trasformare questi rapaci in infallibili segugi alati.

Francesco Tortora
01 luglio 2011 13:01




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Astronauta manolesta denunciato dalla Nasa: aveva macchina fotografia lunare

Il Messaggero


NEW YORK - La Nasa ha denunciato l'ex astronauta Usa Edgar Mitchell per appropriazione indebita di una macchina fotografica lunare, che stava per essere messa in vendita in un'asta organizzata da una casa britannica. La macchina fotografica è una di quelle utilizzate nella missione dell'Apollo 14 del 1971.



Nella denuncia, presentata davanti a una corte fedarale di Miami, si precisa che la macchina fotografica stava per essere messa in vendita dalla casa d'aste Bonhams nell'ambito di una vendita denominata Space History Sale. La macchina fotografica era già stata collocata in catalogo con la dicitura «Fotocamera per film dalla superficie lunare» e descritta come una delle due in dotazione di Antares, il modulo lunare dell'Apollo 14. La sua vendita era stimata nell'ordine di 60 mila-80 mila dollari.

Nella missione Apollo 14, Edgar Mitchell era il pilota del modulo lunare. L'astronauta non è la prima volta che finisce sui giornali. In passato, per esempio, ha destato l'attenzione dei quotidiani in passato per aver sostenuto di essere convinto dell'esistenza degli Ufo.

«Tutto l'equipaggiamento utilizzato in operazioni Nasa resta di proprietà della Nasa - si legge nella denuncia - a meno di cessioni debitamente riscontrate». Non è il caso della fotocamera. Il legale di Mitchell ha sostenuto che la Nasa era perfettamente consapevole che Mitchell era in possesso della macchina fotografica. «Ce l'ha da 40 anni», ha detto l'avvocato Donald Jacobson.

Venerdì 01 Luglio 2011 - 09:41    Ultimo aggiornamento: 09:42




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Il detersivo è fatto in casa

La Stampa

Una guida per realizzare da soli un detergente per i piatti ecologico ed economico


Per creare da soli un detersivo per i piatti ecologico ed economico, oltre che efficace, servono pochi ingredienti: due limoni, un bicchiere di sale grosso (circa 130 grammi), un abbondante bicchiere d'acqua e circa 70 grammi di aceto bianco. 


Prendete i due limoni, lavateli accuratamente e tagliateli a pezzettini piccoli, mischiandoli con il bicchiere di sale grosso. Trasferite il composto in un mixer senza però tritarlo troppo; cercate, anzi, di ottenere un impasto piuttosto grossolano. 


Mettete in una pentola capiente il bicchiere d'acqua e l'aceto bianco, per poi aggiungervi anche il composto ottenuto con il mixer. Cuocete a fiamma moderata per una ventina di minuti (diventano 8 dopo il fischio nel caso usiate una pentola a pressione). 


Filtrate il composto ottenuto con un colino e versatelo in un contenitore in vetro (non in plastica, attenzione). A questo punto il vostro detersivo per i piatti è pronto. In caso si dovessero lavare delle pentole molto unte e grasse, aggiungete all'acqua del succo di limone o dell'aceto: il detersivo sarà così molto profumato, oltre che molto efficace.
Se si desidera usare il detersivo per la lavastoviglie, la giusta dose da inserire nella vaschetta è di circa due cucchiai.(LuxRevolution.com)





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Gli Ufo? Ecco i miei X-Files"

La Stampa

Parla Nick Pope, l'ufficiale incaricato dal Ministero della Difesa britannico
per l'investigazione sugli Oggetti non identicati"



«Il caso più eclatante è sicuramente l'avvistamento di Ufo Rendlesham Forest nel Suffolk, una vera pietra miliare nei casi accertati di insabbiamento». E’ questa una delle storie, uno degli "X file", che Nick Pope, l'ufficiale incaricato dal Ministero della Difesa britannico per la ricerca e l'investigazione sugli Ufo, ha deciso di raccontare alle pagine del Telegraph. Nel 1980 un velivolo sconosciuto atterrò vicino a due basi aeree in Gran Bretagna. Furono numerosi i testimoni dell’evento, a cui si aggiungono i documenti del Dipartimento di Stato, i racconti dei militari americani, le carte dell'aviazione. Negli anni la vicenda ebbe una pubblicità enorme e si diffuse attraverso libri e reportage televisivi. Ma non è stato l'unico. Centinaia di avvistamenti, segnalazioni e incontri ravvicinati del “terzo tipo” analizzati da Pope nei minimi dettagli soprattutto per salvaguardare “l’integrità territoriale” della Gran Bretagna.

Mentre molte delle segnalazioni si sono poi rivelate delle “bufale”, altre rimangono, ancora oggi, dei veri e propri misteri. Così per la prima volta Pope ha deciso di diffondere le dieci storie più interessanti e bizzarre, scelte tra tutte quelle passategli sotto mano, lette e rilette seduto alla sua scrivania nel cuore di Whitehall.

«La maggior parte delle persone che mi aveva segnalato l’avvistamento di Ufo si era sbagliata. Al massimo si era imbattuta in luci d’aerei, meteoriti o palloni metereologici, per non parlare poi del fatto che l’alcool, in alcune situazioni, aveva fatto la sua parte. Ma credo - continua Pope - che potrebbero aver visto qualcosa di molto interessante e ancora inspiegabile».

Fra le altre storie quella di due agenti di polizia che dichiararono di aver visto un “Saturn like Ufo” in bilico su una strada a nord di Londra; o ancora quando un ex ufficiale dell'esercito, Alfred Burtoo, 73 anni, dichiarò di essere stato rapito nel 1983 da omini verdi, mentre stava pescando. L’avevano fatto salire a bordo della navicella ma poi lo avevano “rilasciato” perché era troppo vecchio. Quando tornò a casa disse a sua moglie che aveva visto un Ufo, ma non le parlò del resto pensando che lei gli avrebbe impedito di andare a pesca.

«Un’altra storia intrigante – ricorda Pope – è quella di una coppia nel Somerset che dichiarò di aver avvistato un Ufo in un campo. Indagando si scoprì che le mucche erano rimaste in piedi, formando un cerchio perfetto, come se stessero “in riunione”».

Nick Pope, dopo anni di avvistamenti e segnalazioni, è ormai diventato scettico a tutto ciò che ha a che fare con gli alieni:«Cominciai a pensare che tutto fosse spazzatura, anche se in realtà ci sono vicende davvero interessanti, da non trascurare»



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Il partito comunista cinese compie 90 anni Il presidente Hu Jintao: "Bisogna battere la corruzione"

Quotidiano.net

In un discorso per l’anniversario della fondazione del partito nel 1921, Hu ha lodato il Pcc per aver guidato la rinascita della Cina, ma ha anche chiarito che la lotta alla corruzione è la chiave per “vincere o perdere il sostegno pubblico"


La Cina festeggia i 90 anni del partito comunista (Reuters)

Pechino, 1 luglio 2011


In occasione dell’anniversario della nascita del Partito Comunista Cinese (PCC) che compie 90 anni, il presidente cinese Hu Jintao ha messo in guardia dal rischio che la corruzione possa erodere il sostegno dell’opinione pubblica.

In un discorso per l’anniversario della fondazione del partito nel 1921, Hu ha lodato il Pcc per aver guidato la rinascita della Cina, ma ha anche chiarito che le insidie insite nella societa’ mettono a rischio il precario equilibrio tra aperture economiche e la rigidita’ del sistema politico.

“L’intero partito deve chiaramente vedere che, con i profondi cambiamenti nel mondo, nel Paese e nelle situazioni di partito, dobbiamo affrontare molti muovi problemi e sfide per migliorare la leadership del partito e la regola e rafforzare la capacita’ di resistere alla corruzione e ai rischi”.

Hu, che e’ stato alla guida del partito per quasi un decennio, ha puntato l’indice sulla corruzione - continuamente indicata nei sondaggi come la fonte maggiore di malcontento nell’opinione pubblica del gigante asiatico - come un pericolo evidente per la legittimita’ del partito.

La lotta alla corruzione e’ la chiave per “vincere o perdere il sostegno pubblico e la vita o la morte del partito”, ha osservato; e poi ancora: “La corruzione costera’ al partito il sostegno e la fiducia del popolo”.

Hu ha pronunciato il discorso in una cerimonia nella sala Grande del Popolo -l’enorme monumento in stile stalinista nel cuore di Pechino- cui hanno partecipato migliaia di dirigenti del partito e che e’ stato trasmesso in diretta tv sulla televisione di Stato.






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I voli regalati ai politici dall'imprenditore in cella . A D'Alema 5 passaggi

Corriere della sera

Lo staff conferma: «Motivi di lavoro»



ROMA

Nell'indagine sugli appalti pubblici favoriti da Vincenzo Morichini, adesso ci sono anche i voli privati offerti a manager e politici. Passaggi aerei che gli amministratori della Rotkopf Aviation Italia - finiti in carcere perché accusati di aver pagato tangenti al consigliere di amministrazione dell'Enac in quota pd Franco Pronzato, in cambio dell'assegnazione di una rotta per l'isola d'Elba - erano disponibili ad effettuare gratuitamente. Gli investigatori del Nucleo valutario guidati dal generale Leandro Cuzzocrea stanno effettuando verifiche su tutti i «piani di volo» degli ultimi anni. E hanno già scoperto che nel 2010 cinque trasferimenti (tre dalla Puglia a Roma) sono stati concessi al presidente del Copasir Massimo D'Alema. Una circostanza che lo staff del leader del Pd non nega e sulla quale dovranno adesso essere effettuate ulteriori verifiche. Anche perché con i responsabili della società, Viscardo e Riccardo Paganelli, esistevano rapporti precedenti, visto che nel 2009 e poi nel 2010 hanno finanziato la Fondazione Italianieuropei con due versamenti regolarmente fatturati da 15mila euro ciascuno.
L'inchiesta dei pubblici ministeri Paolo Ielo e Giuseppe Cascini comincia nel settembre scorso quando l'imprenditore Pio Piccini racconta come Morichini gli promise appalti in Finmeccanica «se avessi finanziato il Partito democratico e Italianieuropei». Piccini offre riscontri alle sue parole, consegna i contratti di consulenza stipulati proprio con Morichini, pur specificando di non aver poi ottenuto quanto gli era stato promesso. Vengono disposti nuovi controlli e perquisizioni presso la Sdb dello stesso Morichini, ex amministratore delegato delle agenzie di Ina Assitalia e da sempre ritenuto vicino ai democratici. Viene sequestrata la lista dei suoi clienti, tra i quali spicca la Foretec dei Paganelli, che a sua volta controlla altre aziende, tra cui appunto la Rotkopf. Ma soprattutto si accerta che proprio grazie alla sua mediazione la Foretec ha ottenuto numerose commesse pubbliche, compreso il collegamento aereo per l'Elba. L'8 giugno, quando capisce che il quadro investigativo è pesante, Morichini si presenta davanti ai magistrati accompagnato dal suo avvocato Grazia Volo e confessa di aver versato tangenti a Pronzato - che fino ad allora ricopriva la carica di responsabile del trasporto aereo per il Pd - per conto di Paganelli. Scattano gli arresti e si capisce che gli accertamenti sono soltanto all'inizio. Mentre la Guardia di Finanza perquisisce gli uffici della Gse, azienda specializzata in sistemi energetici e controllata dal ministero delle Finanze, che avrebbe concesso altre commesse pubbliche in maniera illecita, viene fuori la lista dei voli privati. E si apre un nuovo capitolo.
I magistrati vogliono chiarire per quale motivo D'Alema abbia utilizzato questo tipo di aerei, soprattutto tenendo conto del suo ruolo istituzionale. Ma anche la natura dei contatti con i Paganelli e il motivo dei versamenti alla Fondazione, per stabilire se sia stato Morichini a sollecitarli. C'è infatti il sospetto che il manager abbia fatto questa richiesta promettendo in cambio altri lavori pubblici proprio come era avvenuto con Piccini.
«È vero che ci sono stati questi passaggi sui voli dei Paganelli - chiarisce la sua portavoce Daniela Reggiani - ma si è trattato di motivi legati a impegni di lavoro. Nel 2010 Vincenzo Morichini ci disse che aveva una partecipazione in una compagnia aerea e che avremmo potuto usufruirne qualora ci fosse stato bisogno. Dunque, in situazioni di emergenza e cioè quando non c'erano collegamenti diretti e immediati, abbiamo chiesto di poter salire su quei voli».
Di questo si parlerà proprio con Morichini, che nei prossimi giorni dovrà presentarsi in Procura per un nuovo interrogatorio.



Fiorenza Sarzanini
01 luglio 2011 09:19



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Adesso la Cassazione dà ragione a Farina: "Errato radiarlo dall'ordine dei giornalisti"

di Stefano Filippi


L’ex vicedirettore di Libero, accusato di essere una spia del Sismi, si dimise: l’Ordine lo cacciò lo stesso. Ma ora la Corte annulla la sanzione: era da considerarsi "estinta". Fu scagionato dall'ex numero uno dei servizi Pollari e da un giurì d'onore



La Corte di Cassazione ha annullato la radiazione di Renato Farina dall’albo dei giornalisti. Dopo le polemiche sui rapporti con uomini dei servizi dietro compenso, l’Ordine non doveva cacciare Farina perché egli nel frattempo si era dimesso e non poteva più subire sanzioni. «Il procedimento disciplinare doveva essere dichiarato estinto»: così si legge nella sentenza della terza sezione civile della suprema corte numero 14407/2011 del 27 maggio scorso, depositata ieri in cancelleria. Parole chiare e definitive: la Cassazione ha annullato senza rinvio il provvedimento entrando nel merito. Ciò significa che sono le ultime parole sulla vicenda, almeno nelle aule di giustizia. Il presunto agente Betulla non poteva essere radiato. I suoi avvocati hanno combattuto contro quattro giudizi, due emessi dalla magistratura milanese (tribunale e Corte d’Appello) e altrettanti dall’Ordine dei giornalisti. «È una grande soddisfazione, lei non ha idea», sospira l’avvocato Anna Sistopaoli, civilista dello studio Volo che ha seguito il procedimento. Giornalisti e toghe alleate: una macchina da guerra.

La difesa di Farina ha sostenuto sempre la stessa linea: l’Ordine non può irrogare una sanzione a chi non è più iscritto. Funziona anche per i magistrati: il procedimento disciplinare a un giudice decade se questi lascia la toga. Il 1° marzo 2007 il giornalista si dimette. Il 20 l’Ordine regionale della Lombardia ne prende atto, cancella il nome di Farina dall’albo e lo comunica all’Ordine nazionale. Il quale però, dieci giorni dopo, sceglie di forzare la mano decidendo ugualmente per la radiazione. La morte lavorativa, l’onta professionale, un marchio d’infamia che doveva appiccicarsi indelebilmente sulla fronte di Farina.

«Non pensavo di essere così importante da essere inseguito anche da morto. Non mi spiego tutto questo odio», dichiarò Farina al Giornale quel 30 marzo 2007. Ieri non ha voluto commentare la riabilitazione. Aveva dato le dimissioni per evitare il plotone di esecuzione: la sentenza era già scritta, il suo destino segnato. Il vicedirettore di Libero, l’agente Betulla, era un uomo dei servizi segreti, uno spione al soldo del Sismi e dei suoi interessi loschi e oscuri. L’Ordine dei giornalisti lombardo lo sospende per 12 mesi: è la procura generale di Milano a presentare ricorso. La corte d’appello respinge il contro-ricorso. Il caso finisce a Roma, dove la volontà punitiva sancisce l’allontanamento con ignominia, anche se la sanzione non poteva più essere emessa.

E su Farina si è incollato l’attestato del disonore che l’ha seguito anche in Parlamento (siede a Montecitorio dal 2008). Roberto Natale, presidente del sindacato dei giornalisti, ha definito «inopportuna e indecente» la presenza del deputato nella commissione Cultura della Camera che ha approvato la riforma dell’Ordine dei giornalisti: gli fanno i conti anche da parlamentare. E un anno fa è dovuto intervenire un giurì d’onore insediato da Gianfranco Fini per tutelare Farina dagli epiteti di qualche collega di centrosinistra: la commissione ha stabilito che Farina non è una spia, non è un agente ma una «fonte» del Sismi nell’ambito di «quelle che possono definirsi legittime e talvolta meritorie attività di collaborazione con i servizi segreti». Era stato il generale Niccolò Pollari, ex numero uno del controspionaggio militare, a scagionare completamente il giornalista in una deposizione davanti al giurì: «Farina, su invito dell’autorità politica competente, dinanzi a problematiche drammatiche in cui erano coinvolti cittadini italiani sequestrati in scenari di guerra, ha accettato di fornire un contributo utile alla soluzione di questi casi, mettendosi disinteressatamente a disposizione di quell’autorità ed esponendosi anche a gravi rischi». Era stato il governo a chiedergli di favorire la liberazione degli ostaggi in Irak «con le sue conoscenze». «Nessun coinvolgimento né alcuna equivoca concezione della professione giornalistica». Ma l’Ordine che dovrebbe tutelare la professione era di diverso avviso.

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I tombini esplosivi che terrorizzano Rio

Corriere della sera

Ne sono saltati 10 per impianti elettrici vecchi. Ma nessuno sa quanti siano a rischio


RIO DE JANEIRO - Non il traffico caotico e disordinato, e nemmeno gli scippi a mano armata. Quel che terrorizza da qualche tempo i pedoni e gli automobilisti di Rio de Janeiro sono i tombini killer, vere e proprie mine antiuomo urbane, in grado di provocare danni gravissimi. Negli ultimi mesi - e soltanto nella zona più nota e ricca della metropoli - ne sono esplosi ben dieci. Alcuni hanno provocato solo fumo, altri sono stati accompagnati da una fiammata; nei casi peggiori il tombino è saltato come un tappo, ricadendo al suolo con la forza di varie tonnellate.


FORTUNA - La causa è sempre la stessa: i malridotti trasformatori della compagnia elettrica Light, interrati sotto l’asfalto delle strade, che al culmine della loro vita utile o per un cortocircuito esplodono liberando gas e aria compressa nel sottosuolo. Finora non ci sono state vittime, ma si è andati assai vicino. Nel giugno dello scorso anno due turisti americani sono stati colpiti da una fiammata fuoriuscita da un tombino mentre passeggiavano a Copacabana. Hanno riportato ustioni assai serie, potendo lasciare l’ospedale e Rio per tornare a casa soltanto dopo mesi. Per due volte, quest’anno, un tombino bomba di un metro quadrato è saltato per aria, raggiungendo un altezza di dieci metri, e ricadendo ha sfondato un’automobile. In entrambi i casi, fortuna massima, il blocco di acciaio è caduto all’altezza del sedile posteriore, dove non c’era nessuno. Spettacolare, e da film del terrore, è stata infine la fiammata che ha colpito due cabine del telefono nel quartiere di Flamengo mercoledì, facendole sciogliere come burro. Anche in questo caso non c’era nessuno troppo vicino.

MULTE - La compagnia elettrica Light, che è privata, ammette ogni volta tutte le responsabilità, ma si giustifica con l’età avanzata dei propri trasformatori. Li stiamo cambiando tutti, il problema è in via di soluzione, dicono ad ogni incidente, ma si sospetta che i tombini killer in giro per la città siano ancora centinaia. Si tratta di infrastrutture che hanno mezzo secolo di vita (Copacabana, il quartiere sull’omonima spiaggia, è sorto negli anni Cinquanta), e il fatto che rappresentino un pericolo mortale solo nelle zone nobili della città è dovuto al fatto che in periferia la rete elettrica è ancora aerea. Il trasformatore che salta, ma non è interrato, al massimo spaventa i vicini con un botto. La giustizia della metropoli carioca, oltre che imporre il pagamento dei danni, ha deciso di prendere la Light per denaro. Imporrà una multa di un milione di reais (circa 400.000 euro) per ogni tombino che salta, o che soltanto emette fumo. Gli avvocati della compagnia stanno trattando sul prezzo: sanno che non è ancora finita.

Rocco Cotroneo
30 giugno 2011 23:11