domenica 26 giugno 2011

Sborsati 2 milioni per l'unica foto di Billy the Kid

La Stampa




Il fuorilegge più famoso del Far West aveva pagato 25 centesimi per farsi fotografare verso la fine del 1880. Centotrenta anni più tardi, l'unica fotografia di Billy the Kid è stata venduta all'asta per 2,3 milioni di dollari. 
La fotografia è stata acquistata da William Koch, fratello di importanti finanziatori dell'ultra-destra americana, dopo 10 minuti di offerte.
Si tratta dell'unico ritratto noto del fuorilegge che, secondo la leggenda, uccise 21 persone, una per ogni anno della sua vita, prima di essere ucciso dallo sceriffo Pat Garrett nel luglio 1881.



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La prima vittima di un errore arbitrale? Un gladiatore nell'arena

Corriere della sera


Decifrata una lapide a Samsun (l'antica Amiso) in Turchia che testimonierebbe lo «storico» sbaglio



La pietra tombale
La pietra tombale
MILANO - «Fallo!» Il primo errore arbitrale della storia? Risale a ben 1800 anni fa e sarebbe stato commesso in un incontro tra gladiatori nell’arena. Un enigmatico messaggio inciso sulla lapide di un lottatore romano e stato ora decifrato da un professore dell’università del Canada. Diodoro avrebbe perso il combattimento per un «fallo» non concesso dal giudice di gara, un errore che il gladiatore ha pagato con la vita.

LA LAPIDE RIVELATRICE - Dev’essere stata una lotta drammatica e senza esclusione di colpi quella combattuta 1800 anni fa nell’arena di Amiso, sul Mar Nero, nell'attuale Turchia: gladiatore contro gladiatore, Diodoro contro Demetrio. Demetrio era stato messo a terra e il suo avversario si sentiva già vincitore, quando è intervenuto l’arbitro con una decisione che ha cambiato radicalmente la situazione e ha permesso a Demetrio di sferrare un attacco mortale al suo oppositore. A decifrare l'epitaffio e il bassorilievo sulla lapide è stato il professore canadese Michael Carter della Brock University di St. Catharines, nell’Ontario. I risultati della ricerca verranno pubblicati nella rivista tedesca di papirologia e epigrafia, la «Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik».

LA STORIA - La pietra tombale di Diodoro, trovata a Amiso (oggi Samsun), dopo la Grande guerra donata al Musée du Cinquantenaire di Bruxelles, in Belgio, risale ai tempi dell'Impero romano: i suoi confini si estendevano allora dal Vallo di Adriano fino al fiume Eufrate, in Siria. Oltre all’iscrizione in greco - la lingua franca nella parte orientale dell'Impero - si riconosce un gladiatore che tiene in mano due pugnali o due spade; il suo avversario è a terra e sta facendo segno di volersi arrendere, chiede misericordia. Per Carter questo bassorilievo è assai differente dagli altri, perchè «racconta una storia».

IL SUMMA RUDIS - Tradotto, il messaggio lasciato sulla lapide recita: «Dopo aver sconfitto e atterrato il mio avversario Demetrio, non l'ho ucciso immediatamente. Il fato e un tradimento del summa rudis mi hanno ucciso». Il summa rudis era il capo arbitro, che forse in passato aveva avuto esperienze da gladiatore nella stessa arena. Quasi tutte le lotte erano seguite da questi giudici; sul campo erano presenti di solito in due. «Sono convinto che c'era un numero ben preciso di regole dettagliate che governavano il duello tra gladiatori -, spiega Carter -, anche se le regole esatte non sono ben comprese». È nota, tuttavia, quella regola secondo la quale il gladiatore sconfitto poteva chiedere la grazia. Se questa veniva concessa dal munerarius (colui che sponsorizzava lo spettacolo), spesso il lottatore poteva uscire incolume dall'arena. Un'altra stabiliva invece che se il gladiatore cadeva a terra accidentalmente (dunque senza esser stato spinto dall'avversario) era permesso di rialzarsi, riprendere le sue armi e continuare il combattimento. Proprio quest’ultima regola, racconta Carter, sarebbe stata fatale per Diodoro.

LA «MOVIOLA» - Per lo storico l'illustrazione sulla lapide cattura infatti esattamente il momento nel quale Demetrio viene sconfitto e Diodoro gli sottrae l’arma: Demetrio fa segno di arrendersi. Diodoro non lo uccide, indietreggia aspettandosi di esser proclamato vincitore. A questo punto sembra che il duello debba terminare, ma il summa rudis, forse interpretando la caduta di Demetrio come accidentale, interrompe il combattimento e gli permette di rialzarsi, riprendere le armi e tornare a combattere. Diodoro viene infine colpito a morte dal suo avversario. Parenti o amici, forse indignati dalla vittoria (rubata) che è costata la vita al gladiatore Diodoro hanno poi inciso sulla lapide l’intera vicenda. Insomma, oggi come allora - 1800 anni dopo - poco sembra cambiato: la colpa di chi perde non è quasi mai dei giocatori (né dell'allenatore), ma spesso unicamente dell’arbitro.


Elmar Burchia
26 giugno 2011



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Medjugorje, parla la veggente Mirjana «La Madonna mi ha rivelato i suoi segreti»

Il Mattino


di Maria Chiara Aulisio - INVIATO

MEDJUGORJE – È nel suo giardino, seduta su un muretto, poco dopo le 22, alla fine di una giornata durissima. «Ho cominciato all’alba con la testimonianza ai fedeli, ho appena finito di servire la cena a una trentina di pellegrini affamatissimi, le gambe non me le sento più. E domani vi assicuro che sarà peggio».



Mirjana Dragicevic, classe 1965, è una delle sei veggenti di Medjugorje e parla perfettamente l’italiano. È quella che lo scorso febbraio raccolse oltre 15mila persone al Palavesuvio di Ponticelli per la sua apparizione mensile. Sposata con il nipote di un sacerdote bosniaco ha due figli adolescenti e da trenta anni dichiara di vedere la Madonna, ma questo - dice - «non mi impedisce di condurre una vita normale». Che poi tanto normale non è, soprattutto in questi giorni quando qui a Medjugorje si festeggiano i trent’anni dalla prima apparizione della Vergine Maria e lei, Mirjana, è sicuramente una protagonista. Ieri mattina alle 7.30, all’ingresso della sua abitazione, c'erano centinaia di persone giunte da ogni parte del mondo per ascoltare le sue parole. Amore e fede lo slogan, lo stesso che ha caratterizzato l’intera giornata di ieri - l’ultima dedicata alle celebrazioni - che si è conclusa alle 17.45 in punto. La Madonna sarebbe apparsa nuovamente ai veggenti e a loro avrebbe consegnato il tradizionale messaggio d’amore.

Una vita normale, dicevi... Possibile per una veggente così popolare?

«Certo, almeno ci provo. Mi occupo della casa, dei figli, di mio marito e adesso anche dei pellegrini che ospito».

E dove?
«A casa mia, anzi un po’ da me e un po’ da mio fratello altrimenti non ce la farei. Le richieste sono tantissime, le case piccole e a me piace offrire sempre una buona ospitalità, naturalmente semplice e rigorosa».

E le apparizioni? Tra figli, famiglia e pellegrini quando la vede la Madonna?
«La vedo eccome, anche se sono stata la prima fra i sei veggenti a non parlarle più tutti i giorni. Per me le apparizioni quotidiane sono terminate il 25 dicembre del 1982 quando la Madonna mi ha rivelato il decimo segreto. Da allora vedo la Vergine Maria ogni 18 marzo, il giorno del mio compleanno e, dall’agosto dell’87, ogni due del mese».

Dieci segreti, dunque, da rivelare quando?
«Questo lo deciderà la Madonna».

Sì, ma cosa nascondono?
«L’unica cosa che posso dirvi è che descrivono gli eventi che si verificheranno se l’umanità non riuscirà a ravvedersi. La Madonna mi ha chiesto di scegliere un sacerdote a cui riferire i nostri segreti 10 giorni prima che accadano, e sarà lui a rivelarli al mondo intero».

Insomma, con un po’ di anticipo?
«Sì, perché il sacerdote prima di svelarli dovrà digiunare sette giorni. Poi sarà autorizzato a parlare e tutto cambierà».

Un’ipotesi abbastanza inquietante.
«No: la Vergine Maria dice sempre, invano, di non parlare dei segreti, ma di pregare senza avere paura di nulla».

Un messaggio impegnativo.
«Già, parliamo sempre di che cosa accadrà o potrebbe accadere in futuro, ma chi può sapere se domani sarà ancora vivo? Nessuno. Dunque: smettete di stare in ansia per cose inutili e siate invece pronti ad affrontare il momento in cui andrete incontro al Signore. Ne va della vostra eternità».

Sempre più difficile...
«Basta solo pregare e aprire il cuore all’amore di Dio. E invece continuiamo a perdere tempo in mille modi. Ciò che conta è credere che tutto quel che succede, se succede, sarà la volontà di Dio, che non possiamo cambiare».

E che cosa possiamo fare, invece?
«Cambiare noi stessi. E credere nelle apparizioni».

È quello che proverà a spiegare alla commissione vaticana del cardinale Ruini che sta indagando il fenomeno Medjugorje? Quando toccherà a lei?
«Ben presto, credo. Hanno già ricevuto a colloquio Ivanka. L’hanno interrogata per circa 3 ore, io sarò la seconda, aspetto la loro convocazione da un momento all’altro. E anche a loro parlerò della Gospa, di quel che sento e vedo».

Ecco, che cosa vede durante l’apparizione?
«Una donna di una bellezza indescrivibile: viva, luminosa, perfetta. I capelli neri e ondulati sotto il velo bianco, gli occhi azzurrissimi colmi d’affetto. Si esprime in croato, la sua voce è musica. Se lei inizia a pregare, anche noi preghiamo, se fa delle raccomandazioni, noi le accogliamo, felici di assecondarla se ci chiede qualcosa».

Che cosa vi chiede?
«Preghiera e digiuno».

E se invece tu le chiedi una grazia, la esaudisce?
«No. Il progetto di Dio è diverso dal nostro».



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L'aglio diventa blu. In Molise intervengono i carabinieri

Il Tempo



Dopo la mozzarella e il formaggio ora a diventare paonazzo è un ortaggio. Una famiglia termolese lo ha preso dal frigo e lo ha tagliato per condire un'insalata. Dopo circa 10/20 minuti i pezzi hanno cambiato colore.


Un'auto dei carabinieri Aglio blu sulle tavole dei termolesi. All'apparenza un normalissimo aglio, dall'odore però un pò più forte acquistato in un discount a Termoli. Ma quando viene tagliato a contatto con l'aria diventa blu. Dopo la mozzarella e il formaggio ora a diventare paonazzo è un ortaggio. Una famiglia termolese ha preso dal frigo dell'aglio e lo ha tagliato a pezzi per condire un'insalata. Dopo circa 10/20 minuti i pezzi sono diventati verdognoli, poi blu intenso. L'odore era solo molto più forte di quello normale e non si toglie facilmente dalle mani. La famiglia è preoccupata per quello che è accaduto ed ha deciso di far intervenire i carabinieri.

L'aglio è stato acquistato in un discount termolese alla fine dello scorso marzo. Poi conservato in frigo. A guardarlo non mostrerebbe alcuna alterazione, ma stranamente diventa blu. Potrebbe essere una conseguenza di una cattiva conservazione? Può provocare danni alla salute dell'essere umano? Queste domande troveranno una risposta dopo le indagini dei carabinieri. Ieri pomeriggio l'aglio nella sua confezione è stato portato nella caserma dei carabinieri dove verrà analizzato per capire se all'interno del vegetale ci possa essere qualche componente dannoso per la salute.


26/06/2011




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P4, l'ultima follia giudiziaria dei pm: adesso avere un tumore è reato

di Alessandro Sallusti


Nelle intercettazioni depositate da Woodcock e finite in mano alla stampa, lo sfogo a Bisignani di un amico gravemente malato. Siamo alla barbarie pura e impunita, con il solo scopo di umiliare e togliere la dignità agli italiani. Napolitano deve intervenire. Indagati i vertici della Finanza. E Bisignani racconta ai giudici come cercò di zittire il Giornale, bloccando l'inchiesta sull'appartamento di Montecarlo



«Come stai, amico mio?», chiede Bisignani al suo interlo­cutore telefonico. «Si cerca di sopravvivere - è la risposta - a te posso dirlo perché sei come un fratello, ho un male brutto, un tumore al pancreas», e via con un lungo sfogo angosciato sulle cure in corso, la voglia comunque di lavorare in quelle condi­zioni. È la vigilia del Natale scorso. La telefonata è intercettata e consegna­ta ai pm di Napoli che ascolta­no e danno ordine di trascri­vere e allegare agli atti dell'in­chiesta cosiddetta P4. Questa è probabilmente l'intercetta­zione più vigliacca tra le mi­gliaia depositate da quel ga­lantuomo di John Woodcock. Alla pari solo di altre decine di conversazioni nelle quali si fa esplicito riferimento al tu­more che ha colpito una ra­gazza (identificabile) la cui unica colpa è di essere paren­te stretta­di uno dei protagoni­sti di questa vicenda.
Che rea­to è essere colpiti da un tumo­re? Perché un pm può violare le leggi (basterebbe il sempli­ce buon senso) che tutelano in maniera sacra tutto ciò che attiene alla nostra salute? È vietato, è contro i principi che regolano la nostra civiltà dif­fondere notizie sulle malattie senza il consenso degli inte­ressati, siano essi ministri, semplici cittadini, ergastola­ni. Io credo e spero che da qualche parte ci sia una nor­ma per la quale Woodcock debba pagare per questa por­cata. Se non c'è vuole dire che non siamo in un Paese sano. I passaggi di queste intercet­tazioni dovrebbero essere sul tavolo del presidente della Re­pubblica, che oltre a essere il capo del Consiglio superiore della magistratura, è anche il garante di quel signore e di quella ragazza malati di tu­mo­re e che mai avrebbero vo­luto far sapere al mondo di es­serlo.
Dovrebbero essere sul tavolo del ministro della Giu­stizia che deve garantire la li­bertà mia e di Travaglio ma anche, e forse più, quella dei malati terminali. Purtroppo sono già state sul tavolo del procuratore capo di Napoli, Giandomenico Lepore, che ha letto e avallato. Io non so se Lepore e Woodcock abbia­no o abbiano avuto mogli, fi­gli, parenti o amici malati di cancro. Il mio non è certo un augurio ma dovrebbero pro­varlo per capire quanto disu­mano sia spiare e diffondere i pensieri e le confidenze sul dolore degli uomini, sulla pa­ura di morire. Cosa c'entra con la giustizia, con una in­chiesta? Cosa ci voleva a omettere da quelle intercetta­zioni i passaggi sulla malat­tia? Ormai siamo davvero alla barbarie pura e per di più im­punita.
Escludo che quella star televisiva del presidente dell'Associazione magistrati faccia qualche cosa di sensa­to per fermare questa macchi­na del fango, dubito che il Csm apra un'inchiesta, non credo che i giornali democra­tici si schiereranno a difesa dei due malcapitati. E questo aumenta il senso di ingiusti­zia, perché a differenza dei pm tutti i cittadini pagano per i loro errori. Dal divieto di sosta all'omicidio, lo Stato, giustamente, non ci dà tre­gua. Gli ordini professionali sono ormai diventati dei tri­bunali a tempo pieno. Io so­no stato condannato a due mesi di sospensione per aver fatto scrivere sul giornale (co­s­a per altro garantita dalla Co­stituzione) una persona che, a loro giudizio, non aveva i ti­toli.
E Woodcock e Lepore chi li sospende? Prima o poi qual­cuno dovrà farlo, perché non vogliamo vivere in un Paese dove le conversazioni private sulle malattie nostre e dei no­stri parenti vengano trascrit­te e allegate a un'inchiesta con l'unico scopo di umiliar­ci e toglierci la dignità di uo­mini liberi. Per di più da parte di persone che hanno dimo­strato di non essere degne di servire lo Stato e che umana­mente non valgono un cente­simo in più dei loro inquisiti.



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Ustica e quei quattro aerei nascosti

Corriere della sera


Gli indizi portano ai francesi, 31 anni dopo


 di Andrea Purgatori



I relitti del Dc9 Itavia esploso la sera del 27 giugno 1980
I relitti del Dc9 Itavia esploso la sera del 27 giugno 1980
La vera «bomba» della strage di Ustica sono le tracce radar di quattro aerei militari ancora formalmente «sconosciuti» - due/tre caccia e un Awacs - su cui la Nato, dopo una rogatoria avanzata un anno fa dalla Procura della Repubblica di Roma (con il sostegno operativo ma silenzioso dell'ufficio del consigliere giuridico del capo dello Stato), sta decidendo in questi giorni se apporre le bandierine d'identificazione. Tutti gli indizi portano allo stormo dell'Armée de l'air che nel 1980 operava dalla base corsa di Solenzara. Lo stesso contro cui puntò il dito pubblicamente (poi anche a verbale) Francesco Cossiga. Forse dopo aver saputo che i caccia francesi avevano lasciato le loro impronte su un tabulato del centro radar di Poggio Ballone (Grosseto), miracolosamente non risucchiato dal buco nero che dalla sera dell'esplosione del DC9 Itavia aveva ingoiato nastri, registri e persino la memoria di tanti testimoni.

La questione non è più militare ma sostanzialmente politica. E non solo perché la risposta ai magistrati italiani deve prima ottenere il benestare dei 28 paesi membri dell'Alleanza, nessuno escluso. Il fatto è che, come in un surreale gioco dell'oca, dopo trentun anni gli attori tirati in ballo nella strage (Italia, Francia, Stati Uniti) si ritrovano insieme alla casella di partenza. Alleati in una guerra (stavolta dichiarata) a Gheddafi, vittima designata oggi come allora, e al solito con posizioni tutt'altro che sovrapponibili. In più l'identificazione certa dei caccia francesi non sarebbe cosa facile da digerire nei rapporti bilaterali, visto che Parigi ha sempre negato che il 27 giugno 1980 i suoi aerei fossero in volo nel cielo di Ustica e, persino contro l'evidenza delle prove raccolte dalla magistratura italiana, ha sostenuto che nella base di Solenzara le luci furono spente alle cinque e mezza del pomeriggio. Il 2 ottobre del 1997, il segretario generale della Nato Javier Solana graziò Parigi consegnando al nostro governo la relazione di sei pagine di un team di specialisti dell'Alleanza atlantica che aveva incrociato tutte le tracce radar sopravvissute al buco nero, identificando in una tabella dodici caccia in volo quella sera (americani e britannici) ma evitando di apporre la bandierina su una portaerei e quattro aerei la cui presenza nella zona e all'ora della strage non veniva comunque messa in discussione. Un lavoro ripetuto più e più volte con i sistemi informatici in dotazione alla Difesa aerea dell'Alleanza e definito dagli stessi specialisti Nato senza alcuna possibilità di errore. Però reticente su un unico punto, cruciale: l'identificazione dei caccia francesi.

Ma il radar di Poggio Ballone (Grosseto), all'epoca uno tra i più efficienti, aveva visto che tre di quegli aerei provenivano da Solenzara e a Solenzara erano rientrati dopo l'esplosione del DC9 Itavia. E il quarto - un aereo radar Awacs - era rimasto in volo sopra l'isola d'Elba registrando tutto ciò che era accaduto nel raggio di centinaia di chilometri, quindi anche a Ustica. Sarà un caso che il registro della sala radar con cui si sarebbero potuti incrociare i dati del tabulato non fu trovato durante il sequestro ordinato dal giudice istruttore Rosario Priore e che l'Aeronautica lo consegnò cinque giorni dopo senza il foglio di servizio del 27 giugno 1980? Sarà un caso che Mario Dettori, uno dei controllori, dichiarò a moglie e cognata che si era arrivati «a un passo dalla guerra» e poi fu trovato impiccato a un albero? Sarà un caso che il capitano Maurizio Gari, responsabile del turno in sala radar e perfettamente in salute, sia morto stroncato da un infarto a soli 32 anni? Sarà un caso che i capitani Nutarelli e Naldini, morti anche loro nella disastrosa esibizione delle Frecce tricolori nel 1988 a Ramstein, con il loro TF 104 abbiano incrociato quella sera tra Siena e Firenze il DC9 sotto cui si nascondeva un aereo militare sconosciuto e siano rientrati alla base di Grosseto segnalando per tre volte e in due modi diversi l'allarme massimo come da manuale (codice 73)?

C'è grande fibrillazione intorno a questa perizia della Nato su cui molti hanno cercato inutilmente di mettere le mani, in alcuni casi negandone addirittura l'esistenza. Ma il documento, un macigno sulle parole di chi ha sostenuto che il DC9 sia esploso per una bomba in un cielo deserto, ora è tornato a galla e ha consentito ai magistrati della Procura di Roma di preparare la partita finale di quest'indagine. Cinque rogatorie che potrebbero finalmente rendere giustizia alle 81 vittime di quella strage e di un segreto ancora inconfessabile.


LA MAPPA: GUARDA



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Gli hacker nemici di Cia, Fbi e Sony si ritirano dalla scena

La Stampa



L'ultimo post in Rete di LulzSec: «Abbiamo messo a nudo imprese e governi soltanto per dimostrare che potevano farlo. Adesso la crociata è finita»
Il gruppo di pirati informatici LulzSec (o LulzSecurity) ha annunciato sabato sera la fine delle sue attività, rivendicando una campagna durata 50 giorni che ha messo a nudo la vulnerabilità dei sistemi di diversi organismi governativi e di privati, fra i quali la CIA e la polizia britannica. Lo ha annunciato lo stesso gruppo con un messaggio su Twitter, una settimana dopo l’arresto in Gran Bretagna di un pirata informatico di 19 anni che secondo la polizia era il capo di LulzSec (il gruppo ha negato). «Noi siamo LulzSecurity e questo è il nostro messaggio finale - dice il post apparso sul profilo Twitter del gruppo -. Questi ultimi 50 giorni abbiamo disturbato e messo a nudo imprese, governi... soltanto perchè‚ potevamo farlo».

Il messaggio parla di «eccitazione pura, ininterrotta, caotica, del divertimento e dell’anarchia». «La nostra crociera programmata di 50 giorni è finita - prosegue il post, firmato dai "sei membri dell’equipaggio" di LulzSec - e noi ora dobbiamo navigare sulla distanza, lasciandoci dietro (speriamo) ispirazione, paura, negazione, felicità, approvazione, disapprovazione, presa in giro, imbarazzo, meditazione, gelosia, odio, perfino amore. Semmai, noi speriamo di aver avuto un microscopico impatto su qualcuno, da qualche parte. Da qualsiasi parte».

In queste ultime settimane in gruppo, che si era fatto conoscere all’inizio per attacchi contro i siti dei videogiochi Sony e Nintendo, aveva rivendicato attacchi contro Fbi, Cia, il governo americano, la tv pubblica Usa PBS, la tv Fox, la presidenza del governo brasiliano, la polizia britannica, siti porno. Il 20 giugno la polizia del Regno Unito ha arrestato nell’Essex un hacker di 19 anni, Ryan Cleary, accusandolo di essere il leader di LulzSecurity.




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I sindacati di polizia: i carabinieri pagano la benzina meno di noi, perché?

Il Messaggero

Polemica sulle accise, il Sap: eppure facciamo lo stesso lavoro, i tagli al bilancio lasciano ferme molte volanti



di Carlo Mercuri

ROMA - Tra Polizia e carabinieri è scoppiata la guerra delle accise. E’ successo che l’altro giorno, per puro caso, i poliziotti abbiano scoperto di pagare la benzina molto di più dei loro colleghi dell’Arma. La novità non è di poco conto: nei mesi scorsi furono alte le polemiche proprio perché i tagli al bilancio avevano lasciato le Volanti della Polizia senza benzina. Figurarsi ora l’effetto della nuova scoperta: carabinieri e poliziotti al servizio dello Stato sì, ma come figli e figliastri.

La scoperta. E’ stata frutto del caso, come si diceva. Ce la racconta Nicola Tanzi, segretario del Sap
, il più grande dei sindacati di Polizia: «Abbiamo letto un documento dell’Agenzia delle dogane emesso dall’Ufficio per le esenzioni, le agevolazioni e le franchigie. Bene - dice Tanzi - Scorrendo una tabella ci siamo accorti con stupore che alle Forze armate si applica un’aliquota di tassazione sui carburanti e i combustibili che è molto minore di quella che pagano tutti gli altri cittadini, tra cui noialtri poliziotti».

Per ogni mille litri di carburante, spiega Tanzi, i carabinieri pagano 359 euro di accise mentre i poliziotti ne pagano 564. Siccome i conti si fanno su grandi cifre («Venti milioni di euro è la spesa annua di carburante per la Polizia», dice Tanzi) ecco che alla fine la differenza è notevole. «Noi - incalza il segretario del Sap - per pagarci la benzina siamo costretti a metter mano al capitolo di spesa che riguarda la manutenzione dei mezzi. Così abbiamo la benzina ma a scapito dell’efficienza dei veicoli e in ultima analisi della sicurezza. Ora, invece, scopriamo che i nostri colleghi dell’Arma hanno un altro trattamento. Eppure siamo entrambi ugualmente impegnati contro la criminalità, facciamo entrambi lo stesso mestiere».

E neppure è finita qui. Perché Tanzi e i suoi detective, dopo la prima scoperta, si sono scatenati. E hanno portato alla luce un’altra iniquità
: «Sul combustibile da riscaldamento - spiega il segretario del Sap - le Forze armate e quindi anche i carabinieri non pagano né l’addizionale regionale né l’imposta regionale sostitutiva. E’ un bel vantaggio. Penso a quante delle nostre strutture, specialmente al Nord, hanno avuto difficoltà per pagare le bollette per il riscaldamento». Conclusione: «Noi e i carabinieri: stesso comparto, stessi uomini, stessi mezzi, ma un’Istituzione largheggia e l’altra va in affanno. Vi pare giusto?».

Il ragionamento non fa una piega. E costringerà probabilmente Manganelli, il capo della Polizia, a riaggiustare le sue posizioni. Disse infatti Manganelli, qualche tempo fa, a proposito dei tagli al bilancio: «Ciascuno di noi, come poliziotto, vorrebbe di più. Ma cerchiamo di farci bastare quello che abbiamo». Dirà anche oggi le stesse cose il capo della Polizia?

Le accise.
Che poi, le tasse sui carburanti sono già abbastanza inique di loro. La cosiddetta accisa, cioè l’imposta sulla fabbricazione e la vendita di beni di consumo, oggi ammonta a 0,571 euro al litro per la benzina verde e a 0,430 euro al litro per il gasolio. Le accise che gravano sui carburanti sono il risultato di una serie di imposte istituite nel corso degli anni per finanziare eventi eccezionali. Noi paghiamo ancora così, per esempio, le tasse sulla guerra d’Etiopia, che si combatté nel 1935 e che durò sette mesi; con le accise sulla benzina paghiamo le tasse sul disastro del Vajont (1963), sull’alluvione di Firenze (1966) e su almeno tre terremoti, Belice, Friuli e Irpinia. E sul costo dei carburanti grava anche il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004.

Sono le cosiddette tasse invisibili, quelle che si pagano senza sapere. Ma alla fine, il totale è importante. Considerando un consumo medio di circa 40 miliardi di litri di benzina, quale quello italiano, risulta che per la guerra d’Etiopia gli italiani ancora pagano circa 40 milioni di euro all’anno. Quanta benzina metterebbero nelle loro auto i poliziotti con questi soldi?

Domenica 26 Giugno 2011 - 10:31    Ultimo aggiornamento: 10:32




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Dedicato ai caduti, distrutto dai vandali

Corriere della sera


Un monumento di fine anni '30 a Siracusa coperto di scritte e danneggiato. Inutile un primo restauro




Il monumento di Siracusa
Il monumento di Siracusa

L’oltraggio delle scritte vandaliche sui nostri muri è spesso pari alla stupidità dei messaggi lasciati con lo spray. Quando poi a essere imbrattati sono i monumenti, si percepisce un chiaro senso di violenza. Il monumento ai caduti d’Africa di Siracusa è forse l’esempio più impressionante di una sconfitta del vivere civile. La struttura, solenne, articolata e retorica come molte costruzioni di epoca fascista, ricorda, con i nomi incisi sulla pietra, tutti i luoghi delle battaglie avvenute tra il 1935 e il 1936 durante la campagna italiana nel Corno d’Africa.

Una serie di statue circondano il memoriale. Il monumento si trova in un posto splendido, in località Cappuccini: un piazzale a picco sul mare che sovrasta una falesia e si confronta in lontananza con l’isola di Ortigia. Una piazzola attorno invita la gente a sostare sui gradoni soprattutto al tramonto quando alla seduzione del panorama si aggiunge una fresca brezza. C’è anche un chiosco che induce a chiacchierare amabilmente sorseggiando una bibita.

Ed è proprio questo quadretto idilliaco che contrasta e diventa paradossale con lo scempio che affligge il monumento: messaggi d’amore come quelli che si trasmettono sulle tv locali, frasi goliardiche, disegni osceni: tutto copre la pietra fino a dove è stato possibile arrivare. E poi i danni: mattonelle scheggiate e divelte, alla statua del lavoratore avevano persino tolto il piccone e spezzandolo l’avevano gettato tra gli scogli. In passato il monumento è stato ripulito ma, come spesso avviene, i vandali si sono puntualmente ripresentati, indisturbati nella loro ottusa cretineria. Invece di contrastarli con nuove misure, sembra che l’amministrazione ora accetti la sconfitta: un’altra da aggiungere a quelle delle drammatiche spedizioni africane.

Ecco che il monumento diventa la metafora dell’ignoranza sul nostro passato, dell’insensibilità verso la bruttezza estetica, della rassegnazione verso l’arroganza. Un’agghiacciante normalità nella quale crescono i bambini che giocano attorno alla costruzione, arrampicandosi sulle statue, sotto gli occhi di genitori insensibili a ogni mancanza di decoro. Con buona pace del sacrificio dei nostri padri, del senso della Patria, dell’orgoglio di una nazione. Il monumento ai caduti d’Africa di Siracusa merita il candore garantito allo splendido Duomo barocco. Ripuliamolo, recintiamolo, proteggiamolo con le telecamere. In cima a quella falesia deve ergersi l’estremo sussulto di dignità, il simbolo di una riscossa civile che non può più tardare.

Foto


Alessandro Cannavò
25 giugno 2011(ultima modifica: 26 giugno 2011)





Nichi l'eterna promessa

Il Tempo


E' sulla piazza da quasi 30 anni. Adesso forse è la volta giusta. Nel 1987 la prima candidatura alla Camera in lista con Natta e Vetere. Scriveva di Di Pietro su Liberazione è "un sinistro politico".

Nichi Vendola Quando nel 2004 cominciò a circolare il suo nome come candidato alle primarie del centrosinistra per la presidenza della Regione Puglia, la Gazzetta del Mezzogiorno lo intervistò presentandolo come giornalista, scrittore e politico. Perché nonostante quattro legislature da deputato alle spalle (1992, 1994, 1996, 2001) Nichi Vendola da Terlizzi era solo incidentalmente un «politico». Quasi per caso. È stata ed è la sua fortuna. Nessuno ricorda, o forse fa finta di non ricordare, che Nichi, classe 1958, ha tre anni in meno di Walter Veltroni e sette di Pier Luigi Bersani. Due che nel Pd sono considerati da «rottamare».

Nessuno ricorda, o forse fa finta di non ricordare, che venne candidato per la prima volta alla Camera nel 1987. Lista del Pci nella circoscrizione Roma-Viterbo-Latina-Frosinone e poco più di 10mila preferenze. Davanti a lui, eletti, nomi storici della sinistra italiana come Alessandro Natta, Ugo Vetere, Luigi Pintor, Antonio Cederna, Stefano Rodotà. E anche due trentaduenni di belle speranze: il già citato Veltroni e Livia Turco. Insomma è piuttosto curioso che uno che nel 1972 aderiva alla Fgci; che negli anni '80 entrava a far parte dell'esecutivo nazionale dei giovani comunisti; che nel 1990 veniva chiamato nel Comitato centrale del Pci; non venga considerato immediatamente un «politico».

Anche perché nel frattempo il buon Nichi, messo davanti al crollo del muro di Berlino e alla svolta della Bolognina, aveva girato le spalle ai compagni del neonato Pds, salutato, e dato vita ad un nuovo partito: Rifondazione Comunista. E qui veniamo al secondo paradosso perché Vendola, che il comunismo ha segnato persino nel nome (i genitori decisero di chiamarlo Nikita in onore del leader russo Kruscev, ma senza dimenticare Nicola, il santo patrono di Bari), difficilmente viene inserito nella categoria di coloro che «mangiano i bambini».

Forse perché i primi ad attaccarlo quando nel 1978 dichiarò pubblicamente la propria omosessualità, furono proprio i «komunisti». O forse per quella sua fede cattolica che lo accompagna da sempre e che mal si sposa con i panni di «ateo mangiapreti». Insomma Vendola è così. Difficile da racchiudere in uno schema. Sempre e comunque «diverso» (come recitava lo slogan di una sua fortunata campagna elettorale).

Non solo per il suo «curriculum» atipico, ma anche perché mentre diversi dei suoi ex compagni di viaggio rischiano l'estinzione, lui si gode vittorie su vittorie. Dalle Regionali in Puglia a quelle dei referendum e delle ultime amministrative quando si è addirittura preso il lusso di piazzare Giuliano Pisapia al comune di Milano, simbolo indiscusso del berlusconismo.

E pochi ricordano che quando nel 2008 lasciò Rifondazione nella mani di Paolo Ferrero per lanciarsi in un'avventura solitaria, in molti parlarono di scissione dell'atomo e celebrano funerali in anticipo. Oggi Sinistra Ecologia e Libertà studia alleanze con Pd e Idv e Nichi, forte delle sue 599 «Fabbriche» sparse per l'Italia e il mondo, si prepara a correre alle primarie per la leadership del centrosinistra. Sì, proprio lui che non è anzitutto un «politico» e che nel 2004 così scriveva su Liberazione nella sua «Lettera di un candidato che non ama il potere»: «Ho sempre sentito una viscerale avversione, una repulsione antropologia alla grammatica del potere.

Ho vissuto la mia vita come una permanente sgrammaticatura, come una fuga dal "ruolo" e dalle sue liturgie, accompagnandomi a quanti giacevano sotto la piramide sociale, schiacciati dal granito del potere». Verrebbe voglia di commentare, utilizzando il titolo di una fortunata rubrica di Claudio Cerasa sul Foglio, «Nichi, ma che stai a dì?» Ma Vendola si sa, è uno scrittore (Il Secolo d'Italia promosse a pieni voti il suo volume di poesie Ultimo mare). Ed è pure un giornalista. Qualche anno fa, sempre su Liberazione, teneva una rubrica che si chiamava «Il dito nell'occhio».

E si dilettava, oltre che nel punzecchiare Massimo D'Alema, nel parlare di un certo Antonio Di Pietro: «Non un poliziotto, ma uno sbirro. Non un Pubblico ministero, ma un implacabile inquisitore. Non un politico spostato a sinistra, ma un sinistro politico da sempre con il cuore che batte a destra». Nel 2000 i due si trovarono in corsa per la presidenza della commissione Antimafia. Persero entrambi. Oggi si sfidano per la guida del centrosinistra.


Nicola Imberti
26/06/2011




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Marina Ripa di Meana rovescia su Sgarbi un barattolo di "Piscio d'artista"

Il Mattino


SPOLETO - Fuoriprogramma al Festival di Spoleto: Marina Ripa di Meana rovescia addosso a Vittorio Sgarbi un liquido contenuto in un barattolo di vetro con sopra l'etichetta "Piscio d'artista". Lo racconta Sgarbi, che aggiunge: «Spero fosse acqua».


«È stata una performance molto riuscita», controbatte Marina, spiegando che il motivo della sua iniziativa è stata una «vera e propria operazione di censura» da parte del critico d'arte. Sgarbi stava presentando a Spoleto il Padiglione Italia della Biennale di Venezia con gli artisti umbri, ma - racconta raggiunto poco dopo - «mi sono dovuto cambiare camicia e pantaloni. Marina Ripa di Meana era arrivata alla mostra di Spoleto che stavo inaugurando e, per far vedere che esisteva, mi ha portato un barattolo che invece di "merda di artista" (celeberrima opera di Piero Manzoni,ndr.) conteneva, secondo lei, "piscio d'artista". Me l'ha versato addosso, spero fosse acqua. L'ho mandata al diavolo. Evidentemente non riesce più a fare nulla di originale, è stato un gesto per fare la spiritosa».

Guarda il video

Sgarbi racconta che la Ripa di Meana «voleva essere anche lei una presentatrice alla biennale. Sono stato gentilissimo con lei e con il marito, questa è la ricompensa». E conclude: «Il mio compatimento nei suoi confronti è stato immediato. È stata una forma di infantilismo senile». Marina Ripa di Meana non è nuova a "trovate" di questo genere: negli anni '80 lanciò una torta in faccia a Maurizio Costanzo.

A caldo spiega: «Sgarbi ha fatto un vero sgarbo. Ha scelto fra i vari intellettuali che dovevano scegliere gli artisti del Padiglione Italia della Biennale Carlo Ripa di Meana, mio marito, che a sua volta ha scelto un noto fotografo, Lorenzo Cappellini, il quale ha messo come opera 4 passaggi della sua vita. Tra questi c'era una foto con me, Carlo e Moravia. Lui l'ha tolta dicendo "non frega più niente a nessuno, sono dei vecchi rincoglionitì e che la doveva togliere". Cosa che ovviamente l'artista ha fatto».

«Per settimane - continua Ripa di Meana - ci siamo appellati a Sgarbi perchè ci ripensasse. Non è da lui fare il censore. Lo spazio è rimasto vuoto. Abbiamo pregato, telefonato, scritto lettere. Lui ha detto che doveva tornare con un'altra opera. Ma ha usato il termine "vecchi rincoglioniti". Così ho versato della pipì in un vasetto prezioso con scritto sopra 'Piscio d'artistà, firmato da me. Purtroppo il vasetto è andato in frantumi, Sgarbi l'ha buttato per terra. Lui urlava come un pazzo, mentre io gli dicevo "è piscio d'artista, d'artista"... ecco cosa fanno i vecchi rincoglioniti».
Domenica 26 Giugno 2011 - 10:41




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Ecco l’emiro del petrolio padrone del pallone

di Giuseppe De Bellis

Tamin bin Hamad Al Thani è l’uomo più ricco del Qatar. E ha un grande sogno: comprarsi tutto il calcio del mondo



I soldi comprano i sogni e tutto il resto. Tamin bin Hamad Al Thani li mette tutti sul tavolo: compra, compra, compra. Vuole il calcio mondiale e se lo sta prendendo. È quello che gioca perché porta il pallone. Il cortile qui è il pianeta. Lui farà le squadre, lui manderà in onda le partite, lui prenderà il miglior allenatore per dargli la sua nazionale, lui ospiterà la Coppa del Mondo. A 31 anni non ha fatto in tempo ad avere un volto familiare e riconoscibile però sta riuscendo a mettere le mani sul calcio planetario.
È l’erede dell’emiro del Qatar ed è il nuovo signore globale del pallone: più dello sceicco Mansour che col Manchester City sta cambiando le regole del mercato, più di qualunque Abramovich, più di ogni altro multimiliardario che è entrato e uscito dagli stadi e dalla memoria negli ultimi vent’anni. Tamin bin Hamad Al Thani è la faccia benestante di un microstato che vuole impadronirsi del pianeta con il carico infinito di dollari che può portare in dote. È lui, attraverso il fondo sovrano del suo Paese, che ha comprato il Paris Saint-Germain per 70 milioni di euro con l’idea di trasformarlo in una delle potenze del calcio europeo. È lui che ha portato Leonardo a Parigi, è lui che vorrebbe Mourinho, è lui che ha stanziato 150 milioni per il primo anno di calciomercato del Psg.
È lui che ha appena convinto il cugino e proprietario di Al Jazeera a investire novanta milioni per prendere una parte dei diritti tv del campionato francese. Non ci ha messo molto a persuaderlo: Tamin bin Hamad Al Thani è Sua Altezza del Qatar, primo in linea di successione di Hamad bin Khalifa Al Thani, nonostante sia il quartogenito. Prenderà lui in mano la fortuna infinita della famiglia e del Paese perché gli altri hanno rinunciato da tempo. I giornali qatarioti parlano di Tamin come di un Messia laico che si prepara al domani. Il calcio fa parte del pacchetto: la Francia è un investimento contenuto. Se riesce il gioco di trasformare il Paris Saint-Germain in una delle big d’Europa i 220 milioni spesi in queste settimane sarebbero già abbondantemente ripagati.
Ma siccome Parigi è solo una scommessa, Sua Altezza ha diversificato molto il rischio. Ha preso 150 milioni e li ha messi tutti sulla maglia del Barcellona per 5 anni. Trenta milioni a stagione per sponsorizzare con la Qatar Foundation la squadra più forte e più chic del mondo. Il Barça aveva sempre resistito alle tentazioni milionarie degli sponsor: ha ceduto qualche anno fa quando ha stretto un accordo con Unicef. La scusa della buona causa ha fatto sbollire un po’ la rabbia dei tifosi catalani che mai avrebbero voluto sporcare la maglia con una scritta commerciale.
Tamin ha convinto anche loro, evidentemente. Centocinquanta milioni in cinque stagioni è la cifra più alta della storia della sponsorizzazione pallonara. Record, un altro. Record, ancora. Perché l’idea evidentemente è quella di abbattere qualunque confine. La regola, l’unica del Qatar, è che non ci sono limiti. Il calcio è la vetrina di uno Stato che ha superato Dubai e Abu Dhabi. Lo dice la famiglia reale che per promuovere il suo Paese ripete di essere sempre l’emirato dei primati: il primo esportatore di petrolio, il più alto Pil pro capite, la più bassa tassazione sul reddito, il progetto del ponte più lungo del mondo da lì al Bahrein, l'unico Paese del Golfo che ha autorizzato la costruzione di una chiesa cattolica.
I soldi non bastano perché si macinano. Non c’è bisogno di fermarsi e Tamin bin Hamad Al Thani non si ferma. Il petrolio gli assicura il presente, il gas gli garantisce il futuro. La DanaGas è la cassaforte di Sua Altezza e della famiglia e il fondo sovrano del Qatar ha investito negli ultimi anni quattro miliardi di euro per le infrastrutture legate all’estrazione, alla distribuzione e al trasporto di gas. Non basta, non ancora. Il padre ha concesso a Tamin di studiarsi il futuro: l’erede s’è formato a Sandhurst, la stessa accademia militare dei principi britannici William e Harry. Poi l’ha lasciato fare shopping in Europa e Stati Uniti: ha il 17 per cento di azioni privilegiate della Volkswagen, è entrato a Hollywood, attraverso Walt Disney; s’è comprato i magazzini Harrods di Londra, ha una grossa quota della catena di supermercati british Sainsbury’s.

Lui è Occidente e Oriente insieme. È la faccia nuova di un alleato strategico per Stati Uniti ed Europa. L’unico Paese del Medio Oriente che ha mandato i suoi aerei nella guerra in Libia è il Qatar. Tamin è amico personale di Nicolas Sarkozy, ha ottimi rapporti con David Cameron e soprattutto con Barack Obama. Non importano i nomi, contano le bandiere: Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti. La strategia filo-occidentale è un’idea del padre, che nel 2003 ospitò a Doha il comando generale della missione anglo-americana nella guerra contro l’Irak di Saddam Hussein.
Tamin segue la scia: mescola Est e Ovest, abbatte le barriere. Il Qatar riesce a essere amico di Netanyahu e non nemico di Ahmadinejad. A Doha si applica la sharia, ma in versione soft: è permesso l’alcol e le restrizioni per l’abbigliamento femminile sono poco rigide, tanto che sta per partire un campionato di calcio con le giocatrici senza velo. È un gioco di equilibri complicati, è soprattutto una sfida agli altri emiri del Golfo per mostrarsi all’Occidente come interlocutore principale della nuova stagione del Medio Oriente.
Allora grattacieli, sfarzo, modernità, laicità, capitalismo. C’è tutto e dentro c’è il pallone. Perché è business, è immagine ed è passione. Della gente e sua: l’erede al trono del Qatar è l’organizzatore del campionato nazionale dell’emirato. È un torneo privato, una specie di sfida aziendale, dove le aziende sono in realtà le famiglie degli uomini più ricchi del Paese. Lui, Tamin, ha una squadra che si chiama Lekhwiwa: chiama professionisti e vecchie glorie, li strapaga e li mette in campo. Ovviamente gioca anche lui. Così, esattamente come quando da bambini c’era sempre il più ricco che bisognava far giocare perché era scarso, ma oltre al pallone aveva anche un campo con le porte, le reti e il prato.
Al Thani ha esteso il concetto. Cambiano le proporzioni, non la sostanza: compro, spendo, gioco e mi diverto. I soldi comprano i sogni e tutto il resto, appunto. Hanno convinto anche la Fifa e il calcio mondiale che il Qatar potesse ospitare i Mondiali del 2022. Cinquanta miliardi di dollari di investimenti. Come facevano a non bastare? Servivano e servono a fare il miracolo della scienza e della tecnica. Perché la Coppa del Mondo si potrebbe dover giocare con una temperatura esterna che arriva anche a 48 gradi. Nessun problema. Nel progetto ci sono 12 stadi modulari e smontabili con l’acqua intorno e con impianti d’aria condizionata alimentati da pannelli fotovoltaici: pubblico e giocatori saranno tutti in un ambiente che non supererà i 26 gradi. Si può? Si deve.
L’ha detto l’emiro, l’ha detto suo figlio. Ufficialmente il presidente della Federcalcio qatariota è ancora il padre. In sostanza comanda Tamin, al quale il sovrano ha già delegato la presidenza di tutte le altre federazioni, compreso il comitato olimpico locale. Arriverà anche il calcio, perché è lì che il giovane Al Thani ha deciso di puntare: nel pacchetto dei 150 milioni per sponsorizzare il Barcellona ha inserito la possibilità di chiedere a Pep Guardiola di staccarsi una stagione dal Barça (il 2012-2013) per andare ad allenare la nazionale del Qatar, salvo poi tornare alla base. Non basta, però. Controllare di fatto il Barcellona, comprare il Psg, prendersi i diritti del calcio francese con Al Jazeera non è sufficiente. Vuole anche l’Inghilterra e la vuole dalla testa: nei mesi scorsi avrebbe fatto un’offerta per comprarsi il Manchester United.
Un miliardo e settecentomila euro proposti all’americano Malcolm Glazer per il pacchetto di maggioranza del club più importante del Regno. La trattativa è stata smentita ufficialmente, eppure i giornali di Manchester e non solo continuano raccontarne i dettagli. Mistero che si alimenta dall’altra indiscrezione che arriva da Londra: Al Jazeera avrebbe pronto un piano per strappare i diritti tv della Premier League a Rupert Murdoch. Suggestioni, le chiama qualcuno. Forse. Anche il Mondiale a 48 gradi all’ombra era un’ipotesi. Di più: era una follia. I soldi del padrone prossimo del pallone globale hanno realizzato quella. Possono realizzare tutto.



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Con le inchieste farsa fanno tutti carriera

di Vittorio Sgarbi



Il procuratore della Repubblica, Giandomenico Lepore difende l'operato dei pm Woodcock-Curcio: "Nessun abuso di intercettazioni". E glissa sui fallimenti delle inchieste precedenti dei pm: tutti riveltatesi una farsa



Ma come: Napoli brucia e il procuratore della Repubblica, Giandomenico Lepore, risponde alle domande degli intervistatori che gli ricordano le pessime figure di Woodcock in tutte le sue inchieste fallimentari, i soldi inutilmente spesi per intercettare Vittorio Emanuele di Savoia, immaginato al centro di un’associazione a delinquere che non c’era; e ancora Fabrizio Corona, Elisabetta Gregoraci e Flavia Vento, Francesco Totti, di cui non aspettavamo che conoscere i segreti e i pettegolezzi già rivelati da Novella 2000 e da Dagospia, risponde, contro l’evidenza dei fatti, che «l’accusa è ingiustissima» e che il suo sostituto ha messo in luce le incredibili trame che riguardano Barbareschi, la Brambilla, la Carfagna e altre personalità pericolose per lo Stato. E aggiunge: «Mi dispiace per gli attacchi fatti ai colleghi, soprattutto a Henry Woodcock, per l’indagine in corso. Si tratta di un’inchiesta robusta, importante, nella quale Woodcock è affiancato da Francesco Curcio e il loro lavoro è coordinato dall’aggiunto Francesco Greco. Sono in campo, dunque, tre nomi tra i più validi dell’ufficio».
Però! Un esempio per i giovani. Come fare carriera sparandole sempre più grosse, e cercando mafie e organizzazioni segrete dove ci sono fanfaroni che parlano al telefono, dandosi arie. Avete notato che Woodcock e Bisignani si assomigliano? Hanno la stessa fronte e la stessa espressione inutilmente pensosa, i capelli radi e l’aria di saperla lunga. Ma l’uno ha gli occhiali del secchione che poi troverà posto nel mondo dell’impresa pubblica o privata sulla scia dei grand commis di Stato. L’altro ha l’aria del bullo che ha studiato il modello spavaldo di Di Pietro e lo ha raffinato dal genere contadino al genere dandy. In alternativa potrebbe fare il pilota di automobili da corsa.
Ma Lepore non ha dubbi: le intercettazioni sono necessarie per restituire un clima diffuso che non è pettegolezzo ma malcostume, forse penalmente rilevante (ma neanche il gip si è sentito di chiamare quelle ridicole e patetiche conversazioni, da cui si apprende che un generale si fa accompagnare a un incontro con D’Alema da Bisignani perché ha letto su un giornale, senza conoscerlo, che è una persona importante, associazione a delinquere). E tanto gli basta per legittimare l’inchiesta più insensata degli ultimi mesi che perfino il «maestro» Di Pietro non condivide e di cui non intende la rilevanza penale.
E intanto Napoli brucia. Ma si può stare tranquilli: anche il sindaco è un magistrato amico di Woodcock e ne condivide metodi e sparate. Senza vergogna dichiara che eliminerà la spazzatura in quattro o cinque giorni. E intanto la città brucia. Lepore sta in Procura e non la vede. Ascolta. Legge 15mila pagine di intercettazioni e relative considerazioni. Perfino Licio Gelli si indigna. E difende la dignità criminale, o supposta tale, della P2. Così fotografa la situazione: «La P2 era una cosa molto seria. Questa P4, se c’è, è un comitato carnevalesco».
Peccato che neanche Bisignani sapesse di farne parte, perché l’ha inventata e battezzata il suo doppio Woodcock che ha la titolarità della denominazione. Tornando all’etimologia delle parole, e alla consapevolezza delle scelte dell’uno o dell’altro club (altrimenti chiamato loggia), Gelli continua: «Bisignani era iscritto alla Loggia P2, era un ragazzo molto intelligente e intraprendente. Lo feci nominare segretario del ministro Gaetano Stammati. Da quei giorni l’ho rivisto solo una volta, nel 2004. Credo che Bisignani non abbia fatto nulla, potrà aver avuto dei contatti e basta».
Quanto alle relazioni, «si è fermato probabilmente soltanto all’Italia. E in Italia si fa presto a creare dei gruppi di amici opportunisti o creduloni che credono a questi rapporti che poi non concludono nulla». A carico di Bisignani c’è perfino di essere rintracciabile attraverso il centralino di Palazzo Chigi, come rivela l’inchiesta con grande stupore di un giornalista come Giovanni Valentini. Anche lui contattabile come giornalisti, giudici, politici e nomenclatura varia in Italia con lo stesso strumento, da Cirino Pomicino a De Benedetti a Scalfari a Ezio Mauro.
Anch’essi esponenti della P4 del centralino di Palazzo Chigi? E con loro lo stesso Valentini, Bersani, Vendola, perfino il senatore tedesco già assessore alla Sanità con il presidente della Regione Puglia e per il quale si è chiesta l’autorizzazione all’arresto al Parlamento che non ha ancora deciso. Tutti reperibili con lo stesso centralino, anche De Magistris e forse anche Lepore, magistrati e pregiudicati e perfino Maria Pia Fanfani, Mancino e Scalfaro, tutti con il numero segreto 0667791, il centralino di Palazzo Chigi (verificare su Pagine Gialle, Pagine Utili, internet). Le intercettazioni ci hanno rivelato questo segreto. Ma il senatore tedesco, esponente del Pd, non interessa al giornalismo che pratica il killeraggio per partito preso sparando titoli e balle.
Adesso è l’ora di Papa. Peccato che Papa non agisse come (inconsapevole) iscritto alla P4 ma esibendo la sua adesione a una ben più potente lobby, alla quale era iscritto di diritto: quella dei magistrati. In virtù dell’appartenenza alla quale poteva conoscere, informare, avvisare e perfino far sapere a Bisignani chi era intercettato da Woodcock. Informazioni segrete della P4? No. Comunicazioni interne e spiate della Procura. Papa conosceva il mondo che minacciava arresti o elaborava associazioni segrete sconosciute anche a chi ne faceva parte. Papa è collega di Woodcock e De Magistris (come quest’ultimo in aspettativa) ed ora delfino e pupillo del predecessore di Lepore, il grande Agostino Cordova che, invece di inventare P4 e P3, si era specializzato nel sequestro degli elenchi dei rotariani identificando anche il Rotary in una pericolosa setta eversiva. Nonostante la statura e la forza dovetti fortemente contrastarlo e ne ebbi molte querele.
Ma anche in quel caso, tutto finì nel nulla e naturalmente le liste dei rotariani non portarono a nessuna pista segreta. Di quella storia, con tutta la passione di Cordova, resta soltanto Papa. Un magistrato di buona scuola.




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Bosnia, Croazia e Montenegro ripartono dalla risorsa turismo

Il Mattino


di Marco Piscitelli - INVIATO

Tre Paesi segnati dalla guerra combattuta nei territori dell'ex Jugoslavia tra il 1991 e il 1995 provano a ripartire. Tre Paesi segnati dalla morte e dalla distruzione del conflitto decisi a puntare tutto sull'unica, vera risorsa che il territorio offre: il turismo. Bosnia, Croazia e Montenegro guardano al futuro con speranza.


MOSTAR (Bosnia) - Sulla collina che guarda Mostar c'è una grande croce bianca: si trova nel punto esatto dove era piazzata l'artiglieria che colpiva il centro abitato seminando morte e distruzione. L'insegna dorata del «Caffé Anj» - è questo quel che resta del suo nome - invece, è crivellata di colpi: le lettere che compongono il nome del bar si reggono a stento. Poco distante, lungo una strada piena zeppa di negozi di souvenir, spunta lo scheletro di un palazzo sventrato dalle bombe. C'è un cartello che avverte turisti e curiosi: «Non entrare, pericolo di crollo». Solo alcune immagini per raccontare, in uno squarcio, la storia recente di una città segnata dalla guerra che dal 1991 al 1995 ha devastato popoli e territori della ex Jugoslavia. Fotogrammi che descrivono, da soli, la brutalità del conflitto.




Il tempo si è fermato. Mostar, centoundicimila abitanti, è la capitale non ufficiale dell'Erzegovina, che insieme alla Bosnia forma la federazione bosniaco-croata. Le tracce dei sanguinosi scontri sono ancora vivi. Si respira aria che sa di dolore. Dalla periferia al centro i palazzoni in cemento armato portano i segni indelebili delle mitragliatrici. Percorrendo a piedi le strade di ciottoli è quasi impossibile non notare le auto, vecchie e rumorose, che circolano: modelli "storici" di Fiat, Mercedes, Audi. Vetture costruite non meno di venti anni fa, veicoli che in Italia attirerebbero la curiosità di tutti. Il tempo, a Mostar, sembra essersi fermato.

Il ponte della rinascita. Simbolo di Mostar e triste icona del conflitto degli anni Novanta, è lo Stari Most - il «Vecchio ponte» che sovrasta il fiume Narenta. Il manufatto di pietra, costruito intorno al 1566 per volontà del sultano dell'impero Ottomano Solimano I, era il simbolo dell'unione, della fusione tra le culture opposte, che da sempre abitano i Balcani: cattolici, ortodossi, islamici ed ebrei. È il luogo dove Oriente e Occidente si sono tesi la mano. La storia, però, gli ha riservato un destino crudele. Lo Stari Most, fu distrutto la mattina del 9 novembre del 1993 dall'artiglieria croata nel corso del conflitto degli anni Novanta. Decine di colpi di mortaio mandarono in frantumi uno dei capolavori architettonici dell'umanità. Le immagini del crollo fecero il giro del mondo e solo con i grandi sforzi della comunità internazionale, nel 2004, il ponte è stato ricostruito: 1.088 pietre bianche, lavorate secondo le antichissime tecniche medievali ed un investimento di circa 12 milioni di euro, hanno permesso a Mostar - iscritta dall'Unesco nella lista dei siti Patrimonio dell'umanità - di ripartire dal suo nuovo «Vecchio Ponte».




Il turismo. Nonostante gli sforzi, l'economia di Mostar e dell'intera Bosnia-Erzegovina, trova enormi difficoltà a decollare. La chiusura dell'ex fonderia di alluminio e della imponente fabbrica di aerei da guerra ha "soffocato" decine di migliaia di bosniaci, oggi disoccupati. Ma, nonostante le ferite ancora sanguinanti, la città accoglie i turisti, unica vera risorsa dal dopoguerra. E cerca, come può, di attirarli a sé. Appartamenti e hotel hanno prezzi decisamente abbordabili mentre l'aeroporto collega la città con i principali scali internazionali. Mostar, poi, si trova a circa mezz'ora di auto da Medjugorje , cittadina meta di pellegrinaggi da quando, il 24 giugno del 1981 (in questi giorni si celebrano i trent'anni), sei ragazzini affermarono di ricevere le apparizioni della Vergine Maria.




Lenta ripresa. «La Bosnia-Erzegovina è l'unico paese della ex Jugoslavia a pagare ancora le conseguenze del conflitto degli anni Novanta - spiega Igor Asciutto, responsabile del tour operator Balkan Express - Le potenzialità di questo territorio si possono comprendere ricordando le olimpiadi invernali organizzate nel 1984 a Sarajevo. Sono certo - continua Asciutto, palermitano con origini croate e montenegrine - che nei prossimi anni anche il popolo bosniaco, dotato di una grinta unica, saprà sfruttare appieno la risorsa-turismo, così come hanno fatto Croazia e Montenegro dove le attrazioni sono molteplici e si rivolgono ad ogni categoria di turista».

Il Montenegro punta al lusso.Il vero motore del turismo nell'area balcanica sono Croazia e Montenegro. Coste caratterizzate da insenature, isole e spiagge di rara bellezza che fanno l'occhiolino a migliaia di turisti ogni anno richiamando negli ultimi mesi enormi investimenti di capitali russi e americani. «In Montenegro stiamo puntando ad un turismo di lusso - spiega Maja Raskovic, dell'ufficio turistico di Budva, piccola città che affaccia sul mare, definita da molti la Rimini del Montenegro - Negli ultimi anni abbiamo costruito nuovi hotel e ristrutturato quelli già esistenti senza dimenticare attività culturali che mettono in evidenza la nostra storia».




Blu, verde smeraldo e grigio pietra. Nel tragitto tra una città e l'altra il paesaggio è caratterizzato da un susseguirsi di frutteti, distese di verde, piccoli insediamenti e case in costruzione. L'edilizia, specialmente negli ultimi anni, è stato uno dei principali business. Di tanto in tanto spunta qualche hotel o ristorante abbandonato, piccole ferite della guerra degli anni Novanta. Edifici che presto, c'è da scommetterci, saranno inghiottiti da qualche cantiere. Una delle principali attrazioni del Montenegro, caratterizzato da un mare incantevole con spiagge, baie, golfi ed isolette da sogno, sono le bocche di Cattaro: un'articolata serie di insenature che penetrano per 28 Km nell'entroterra rappresentando il più grande fiordo del Mediterraneo. È una delle mete più ambite dalle navi da crociera che ogni anno traghettano in questo territorio da scoprire decine di migliaia di turisti.

La Croazia e l'Europa. La Croazia è un Paese radicalmente trasformato dalla guerra, come racconta la direttrice dell'Ente per il Turismo Jelka Tepsic: «Il nostro territorio ha sofferto la guerra, ma a partire dal '96 è partita la ricostruzione ed oggi siamo in grado di offrire hotel e infrastrutture di qualità che ci permettono ospitare ogni tipo di turista». Il Paese, che ha festeggiato il 25 giugno i 25 anni dell'indipendenza dalla Federazione Jugoslava (era presente anche il presidente Napolitano) è pronta ad entrare definitivamente in Europa: a partire dal primo luglio del 2013, infatti, la Croazia dovrebbe entrare nell'Unione superando definitivamente gli ostacoli del recente passato.

La «perla dell'Adriatico» La principale attrazione è Dubrovnik, polmone del turismo. Definita nella poetica di Lord Byron «perla dell'Adriatico», è una città dal fascino unico e misterioso: non a caso è anch'essa inserita nell'elenco dei Patrimoni dell'Umanità. Così anche le antiche mura, una delle più monumentali fortificazioni d'Europa, appaiano oggi quasi un abbraccio accogliente ai popoli e alle genti che qui vogliano ritornare. In pace.

marco.piscitelli@ilmattino.it




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Dito rotto facendo "flic floc": suocero e genero in causa da cinque anni