sabato 25 giugno 2011

Vaticano, cartellino da timbrare anche per i dipendenti del Papa

Il Messaggero


di Franca Giansoldati

CITTA' DEL VATICANO - I timbra-cartellini elettronici entrano anche in Vaticano. I dipendenti del Papa (per ora non tutti) hanno cominciato a strisciare la propria tessera magnetica in entrata e in uscita dall'ufficio.



Col primo di luglio sono entrati in funzione - ad experimentum - i rilevatori a via della Conciliazione numero 5, dove ha sede il grande palazzo appena ristrutturato che ospita diversi pontifici consigli e il Cor Unum, l'organismo incaricato di curare la carità di Papa Ratzinger. I dipendenti che vi lavorano hanno iniziato a marcare il proprio ingresso e l'uscita utilizzando il badge elettronico di riconoscimento che posseggono tutti coloro che lavorano al di là del Tevere. Uscieri, impiegati, operai, funzionari, segretarie, religiosi e religiose. Si tratta di una tesserina in pvc pressoché indistruttibile, grande quanto una carta di credito, comprensiva di foto, che funge anche da documento ufficiale identificativo e che è stata introdotta un paio d'anni fa per ragioni di sicurezza al fine di controllare meglio le persone che oltrepassavano i varchi di accesso a porta Sant'Anna, al Petriano e al Perugino.

La "strisciata" per il momento riguarda solo alcuni ministeri curiali ma presto potrebbe essere estesa altrove. Altri rilevatori di presenza sono destinati ad entrare in funzione nelle congregazioni che ne sono sprovviste. Probabilmente solo i dipendenti che lavorano in Segreteria di Stato in futuro saranno esentati dal "timbrare" il cartellino elettronico tramite badge, anche se per loro resterà attivo una specie di registro delle presenze.

Nella banda magnetica della tessera sono inserite tutte le informazioni per identificare il dipendente. Passando il badge nell'apposito macchinario i lavoratori vengono segnati presenti e viene registrato sulla banda magnetica l'orario di inizio e di fine del lavoro. In questo modo alle autorità vaticane e all'Apsa - l'Amministrazione della Sede Apostolica che ha il compito di esercitare il controllo - sarà facile avere un quadro preciso delle ore lavorate e degli straordinari fatti. A fine mese il calcolo dell'effettivo ammontare in busta paga sarà più semplice e veloce anche perchè i lettori di badge sono connessi ad un computer che immagazzina tutte le informazioni ricevute.

In curia sono anche entrati a regime, ormai da un paio d'anni, i nuovi criteri per la valutazione del rendimento introdotti nel 2008. Le schede di valutazione erano state richieste dagli stessi dipendenti per l'adeguamento dello stipendio dato che l'inserimento o meno nelle quattro classi di merito avrebbe fatto aumentare le retribuzioni a seconda del punteggio raggiunto. «ottimo», «buono», «sufficiente» o «insufficiente». Attualmente lo stipendio-base dei dipendenti vaticani (2300 laici e 800 religiosi) va dai 1.300 euro del primo livello ai circa 2.300 euro del decimo livello, cui vanno aggiunti gli scatti di anzianità, le integrazioni e le indennità.

Sabato 25 Giugno 2011 - 14:52    Ultimo aggiornamento: 17:28




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Borghezio: Polverini e Alemanno burattini di Bisignani. Scattano le querele

Il Messaggero

Nuova crociata: fiction Rai oscurano il Nord


ROMA - «La P4 e il sistema Bisignani sono fenomeni squisitamente romani, sono la patologia che è diventata realtà e che ormai fa parte della vita quotidiana. Alemanno e la Polverini, volenti o nolenti, sono i burattini di questi burattinai. Loro non si rendono conto, vanno a tagliare i nastri, ma chi ha fatto tutto il resto sono personaggi che loro sono ben lontani dal controllare. Al contrario, sono loro che sono controllati». Lo ha dichiarato a KlausCondicio, il programma di Klaus Davi su YouTube, l'europarlamentare leghista Mario Borghezio, che già ieri aveva attaccato dicendo che i romani avrebbero bisogno di un trapianto di cervello.




«Roma - ha detto Borghezio - è una città sporca, fa schifo. Alemanno si rimbocchi le maniche e pensi a lavorare invece di perdere tempo a fare polemiche con noi». Per l'esponente della Lega una città dello stesso "livello" di Roma è la metropoli indiana Calcutta. Borghezio difende i cittadini romani che «sono molto avanti rispetto alla classe politica sia di destra che di sinistra. I segnali che sono arrivati dalla gente sono più facilmente ricevibili da una classe dirigente politica come la nostra, piuttosto che da quella che comanda ancora nel centro-sud, che è sempre la stessa da 30 anni».

«Le fiction Rai oscurano il Nord - ha poi sostenuto l'europarlamentare lanciando una nuova crociata leghista - Un terzo delle fiction e miniserie che garantiscono alla Rai record di ascolto, in onda durante la stagione 2010-2011 (il 28%), sono state prodotte e realizzate a Roma». Secondo i dati in possesso di Borghezio «rispetto al totale delle 25 fiction offerte al pubblico dai canali Rai, le produzioni del Centro sono il 44% (11), mentre al Nord sono solo il 32% (8). Al Sud il 24% (6). Non solo, in città come Milano e Venezia non è stata realizzata nessuna fiction, a Genova solo il 4% del totale delle miniserie prodotte. Al di là dell'aspetto qualitativo delle fiction auspico che con l'arrivo di Lorenza Lei alla direzione ci sia da parte della Rai un maggiore riequilibrio a favore del Nord produttivo e padano. Non è solo una questione di giustizia, ma in ballo c'è un fatto di razzismo culturale, tra l'altro inspiegabile dal momento in cui nel privato il cuore della produzione televisiva è a Milano».

«Ho dato mandato ai miei legali di presentare querela nei confronti dell'europarlamentare Borghezio per le parole diffamatorie pronunciate nei miei confronti - ha replicato Polverini - Non conosco il signor Bisignani e non accetto insinuazioni che possano ledere la mia dignità e il mio ruolo istituzionale. Di tutto questo l'onorevole Borghezio risponderà per le vie legali».

«Borghezio non merita repliche. Ribadisco soltanto quello che ho detto ieri, che lo querelerò per diffamazione, non mia personale ma a nome della città. D'altra parte non è la prima volta che parla a ruota libera al di là di ogni limite e di ogni logica». È quanto dichiara, in una nota, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

«Borghezio non è nuovo a questi "conati". È noto per questo in Europa. Prego i colleghi della Lega, con i quali abbiamo fatto anche cose importanti per Roma e per il Paese, di mantenere un atteggiamento corretto nei confronti del popolo romano e del suo sindaco liberamente scelto dagli elettori - ha detto Mauro Cutrufo, vicesindaco di Roma Capitale - Trovo che Calcutta sia una città interessante e da rispettare anch'essa ma Roma in tutti gli standard, anche di recente pubblicati, è a livello di quelli europei. Nessuno nega però che si può sempre migliorare, per esempio scongiurando il pagamento di un pedaggio su una strada del centro cittadino, come è il raccordo anulare. All'amico Castelli ribadisco che all'interno del raccordo anulare vive il 60% della popolazione romana; fuori dall'anello vive il 40% (un milione800mila/un milione 200mila). Il territorio contenuto nel cerchio anulare è soltanto un terzo della città di Roma e due terzi del territorio, più del 50% di tutti i municipi, sono fuori dal cerchio del Gra. Milano e Napoli vengono invece lambiti dai raccordi di servizio, questa è la grande differenza».

Sabato 25 Giugno 2011 - 13:49    Ultimo aggiornamento: 17:35




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Ho visto rapire Emanuela Orlandi"

La Stampa



Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, sparì in circostanze mai chiarite il 22 giugno 1983 all'età di 15 anni

Lo dice l'ex agente del Sismi Luigi Gastrini: «Abbiamo gestito noi il sequestro»
GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO


Io, supervisore del sequestro, ero in piazza Sant’Appollinare quando Emanuela Orlandi fu rapita». A 28 anni da un caso di cronaca divenuto giallo internazionale, anche la procura di Roma indaga sulla «pista inglese» e sulle dichiarazioni ai mass media di un ex agente del Sismi. Luigi Gastrini (55 anni, siciliano, da poco rientrato a Bergamo dallo stato brasiliano di Minas Gerais) sarà ascoltato nei prossimi giorni dai pm di Roma che si occupano della scomparsa della cittadina vaticana. Ieri sera Gastrini al Tg1 ha rivelato la sua presenza in piazza Sant’Appollinare quando fu rapita Emanuela Orlandi e si è attribuito un ruolo di supervisore nel sequestro.

Lo 007 sostiene che la figlia del commesso della Casa Pontificia, Ercole Orlandi, è in un manicomio dove «fu portata subito dopo il rapimento» e per questo sarebbe già stato sentito dalla procura di Bolzano. In Alto Adige una testimone ha riferito di una ragazza somigliante alla Orlandi con «un girocollo non metallico» ora riconosciuto dalla famiglia. «A Bolzano sono stato sentito come persona informata sui fatti e ho risposto alle domande sulla presenza di Emanuela in un manicomio londinese - afferma Gastrini -. In questi giorni sono stato minacciato, non ho paura per me ma per la mia famiglia. Questa gente non scherza. Emanuela è passata in Germania, Francia e Inghilterra. La famiglia deve scovare in fondo a cosa faceva Ercole Orlandi: scoprirà cose che non le piaceranno». Secondo Gastrini, Ercole Orlandi aveva saputo di giri di denaro da «pulire» legati all’Istituto Antonveneta. Sono in corso accertamenti circa la credibilità e l’affidabilità dell’ex agente del Sismi, anche «inerenti alla sua persona ed alla sue dichiarate qualifiche».

Intanto Pietro Orlandi è rientrato a Roma dopo aver cercato senza esito la sorella in due strutture psichiatriche di Londra e Birmingham: a tutti ha mostrato una fotografia del viso «invecchiato» de Emanuela elaborata dalla polizia. Nulla da fare. L’ospedale di Birmingham aveva una struttura psichiatrica abbattuta 3 anni fa e i pazienti sono stati trasferiti ad altre unità, anche private. Un nome Orlandi c’è nei registri di un altro centro a Welwyn nell’Hertfordshire. Gli amministratori hanno chiesto la sua documentazione per farla vedere ad alcuni psichiatri che hanno lavorato nella struttura in passato. Anche Ali Agca, in un colloquio con il fratello, chiama in causa il Sismi e indica un piano per la liberazione dando la responsabilità ai Lupi grigi. «Emanuela si trova in una località europea, ci sono preti e suore che si occupano di lei, bisogna chiedere la verità al Vaticano», aggiunge l’attentatore di Karol Wojtyla.

Ma quella che vieneoggi alla luce è davverouna nuova pista investigativa, oppure è solo un depistaggio o ancora il tentativo di accreditarsi come protagonista per promuovere futuri memoriali e «libri-verità»? I fatti sono ancora avvolti dalla nebbia. Poco più di un anno fa, le indagini della Procura di Roma hanno ripreso slancio con l’iscrizione nel registro degli indagati di alcune persone legate agli ambienti della Banda della Magliana. Ora riprendono i colpi di scena e le segnalazioni. La scomparsa della cittadina vaticana inizialmente considerata come allontanamento volontario di un’adolescente è divenuta negli anni una delle vicende più oscure e intricate della storia italiana coinvolgendo Vaticano, Ior, mala romana e Banco Ambrosiano.

Emanuela Orlandi frequenta una scuola di musica a piazza Santa Apollinare a Roma. Il 22 giugno, esce dalla lezione dieci minuti prima del previsto, telefona alla sorella maggiore riferendole che le era stato proposto un piccolo lavoro di volantinaggio per la Avon (azienda di cosmetici) ad una sfilata di moda pagato esageratamente (375mila lire). Da allora è svanita nel nulla. Gastrini c’era?




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Caso Battisti, il visto concesso dal Brasile è illegale

Il Tempo


L'editoriale sul quotidiano Estado de S. Paulo: l'ex terrorista non può uscire dal Paese se condannato o processato in altri Paesi per delitti dolosi. A vietarlo è una legge dell''81.


Il visto di residenza concesso dal Consiglio brasiliano dell'Immigrazione all'ex terrorista Cesare Battisti è illegale Cesare Battisti secondo le norme vigenti. Lo afferma oggi un editoriale del quotidiano Estado de S. Paulo, che ricorda come secondo la legge 6.851/81, che ha creato lo stesso Consiglio e decide la situazione giuridica degli stranieri in Brasile, è tassativamente proibita la concessione di visto a «stranieri che siano stati condannati o processati in altri Paesi per delitti dolosi, passibili di estradizione secondo la legge brasiliana».
 

Secondo il quotidiano, che ha fatto campagna per l'estradizione di Battisti, questa è esattamente la situazione in cui si trova l'ex membro dei proletari Armati per il Comunismo, condannato in Italia all'ergastolo per quattro omicidi negli anni '70. A ben guardare, prosegue l'editoriale, la legge proibisce anche la concessione del visto «allo straniero che possa risultare nocivo all'ordine pubblico»: visto che Battisti è stato condannato anche in Brasile per l'uso di documenti falsi (due passaporti francesi falsi), l'ex terrorista è sicuramente nocivo all'ordine pubblico. Il quotidiano esorta quindi la procura generale della Repubblica brasiliana a contestare la decisione «illegale» del Consiglio dell'Immigrazione ed esigere che siano rispettate le norme giuridiche. Già nel 2009, ricorda l'Estado de S.Paulo, la stessa procura generale di Brasilia emise un parere contrario alla concessione del visto, e il Consiglio dell'Immigrazione approvò il parere. L'editoriale conclude che la concessione del visto è l'ultima tappa dello svilimento delle istituzioni giuridiche da parte del potere esecutivo in corso in Brasile


25/06/2011





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La Cassazione e le prestazioni sessuali «Vantarsi non è reato, se si è discreti»

Corriere della sera


La Suprema Corte assolve un muratore che aveva parlato a una cena del suo menage à trois con 2 sorelle





MILANO - Vantarsi delle prestazioni sessuali non è reato. A patto di farlo con una certa discrezione. Lo ha stabilito la Cassazione, stabilendo che di fatto non c'è diffamazione se i diretti interessati non sono perfettamente identificabili.

IL CASO - La quinta sezione penale si è così pronunciata a favore di un muratore 47enne della Val Badia, condannato dal giudice di pace di Brunico per diffamazione aggravata, per avere raccontato nel corso di una cena di avere effettuato dei lavori di ristrutturazione presso un cantiere e di aver «unito l'utile al dilettevole» intrattenendo con due sorelle conosciute al cantiere rapporti sessuali a tre». L'uomo, registra la sentenza, aveva fatto solo i nomi delle interessate senza «menzionare il relativo cognome» né il luogo del menage à trois. Immediato il dileggio tra i commensali come pure la querela sporta da un parente delle signore - presente alla cena - divenute oggetto delle vanterie maschili. Il giudice di Pace di Brunico, il 15 aprile 2010, non aveva avuto dubbi nel condannare l'imputato per diffamazione aggravata. Contro questa decisione, il muratore si è rivolto alla Cassazione, facendo notare che l'offesa alle persone non era stata sentita dalle dirette interessate e che, in ogni caso, dalle sue affermazioni non era possibile individuare le persone coinvolte.
ASSOLUZIONE - La tesi difensiva ha fatto breccia tra i magistrati di piazza Cavour che hanno annullato la sentenza impugnata «perché il fatto non sussiste». In particolare, la Suprema Corte, in via generale, chiarisce che «in tema di delitti contro l'onore, l'elemento psicologico della diffamazione consiste non solo nella consapevolezza di pronunziare o di scrivere una frase lesiva dell'altrui reputazione ma anche nella volontà che la frase denigratoria venga a conoscenza di più persone». La diffamazione, poi, sussiste solo nel caso in cui «le persone cui le frasi si riferiscono» siano «individuabili». Venendo al caso in questione, la Suprema Corte - sentenza 25458 - fa notare che il muratore «quando aveva parlato del comportamento sessuale disinvolto nel quale si era, a suo dire, imbattuto nelle due sorelle, non aveva menzionato anche il relativo cognome e tantomeno precisato la località del cantiere». Insomma, il muratore si è vantato delle sue prestazioni ma lo ha fatto senza rendere le dirette interessate «identificabili». Da qui l'assoluzione.



Redazione online
25 giugno 2011



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Intercettazioni, Palamara: la rilevanza spetta al giudice

Il Tempo

Palamara: è più importante risolvere la drammatica situazione degli uffici giudiziari. Sul caso P4 il presidente dell'Associazione magistrati risponde ad Alfano: la rilevanza delle intercettazioni deve essere stabilita da un giudice e non da un ministro.



Dobbiamo ribadire il no alla strumentalizzazione da parte di taluni esponenti della politica. Il presidente dell'Anm Luca Palamara, nel corso del suo intervento al comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati per discutere il caso Papa, ha detto che "Non possiamo accettare che più tribunali denunciano in tutta Italia, ancora una volta l'emergenza della giustizia sono le intercettazioni.

Di riforma epocale non si parlerà più a solo perché molti uffici giudiziari chiuderanno per la difficile situazione nella quale versano". "I fatti che stanno emergendo sono gravi - ha detto ancora il presidente dell'Anm - ma mi sembra singolare che si rilancino temi che poco hanno a che vedere con le riforme urgenti della giustizia. Invece di preoccuparsi di ciò che sta emergendo, la politica si preoccupa di modificare la disciplina delle intercettazioni".

P4, RILEVANZA DELLE INTERCETTAZIONI SPETTA A UN GIUDICE  La "valutazione e rilevanza" delle intercettazioni "deve essere stabilita da un giudice e non dalla politica e da un ministro". Dal leader dell'Anm, Luca Palamara, è arrivata una risposta indiretta al ministro della Giustizia. "E' vero, noi - ha aggiunto Palamara a margine del 'parlamentino' del sindacato delle toghe riunito per affrontare proprio un capitolo dell'inchiesta sulla P4, quello che riguarda il magistrato in aspettativa Alfonso Papa - abbiamo espresso in più occasioni la necessità di selezionare il materiale e di stralciare quello irrilevante. Ma in questo momento penso debba prevalere tutto quello che sta emergendo" dalle indagini dei pm napoletani.

Posizione ribadita dal segretario dell'Anm, Giuseppe Cascini, che ha contestato alla politica di essere "sempre stata sorda alla nostra richiesta di regolare meglio la diffusione delle intercettazioni irrilevanti", mentre ora "si usa l'argomento come pretesto per limitare l'uso dello strumento intercettazioni". Cascini ha riassunto la linea dell'Anm: "Diciamo sì a interventi che regolino le modalità di diffusione delle intercettazioni non rilevanti, ma riteniamo dannoso per le indagini contro la criminalità organizzata limitare lo strumento e crediamo sia in contrasto con il diritto all'informazione qualunque intervento che limiti la libertà di stampa".


25/06/2011




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Un «tesoro» punico di 600 monete ripescato nelle acque di Pantelleria

Corriere del Mezzogiorno


Per il ministro dei beni culturali Giancarlo Galan si tratta di un «ritrovamento straordinario»



Dal sito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Dal sito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali


TRAPANI - Un «ritrovamento straordinario». Con queste parole il ministro dei beni culturali Giancarlo Galan commenta la scoperta nelle acque di Pantelleria di seicento monete bronzee del terzo secolo avanti Cristo. E aggiunge: «Questo è solo il primo risultato delle indagini archeologiche subacquee per la valorizzazione di siti sommersi nelle acque di Cala Tramontana a Pantelleria promosse dalla Regione Sicilia e iniziate alcuni giorni fa». Questo progetto, continua il ministro, congratulandosi con tutti coloro che hanno collaborato alla scoperta, «dimostra quanto la collaborazione con le autonomie territoriali, attraverso il contributo di Arcus Spa, sia fondamentale per realizzare interventi di qualità. Sono certo», conclude, «che avremo ancora interessanti sorprese dal mare».
IL PROGETTO - l ritrovamento del «tesoretto» è in effetti il primo risultato delle indagini archeologiche subacquee per la valorizzazione di siti sommersi iniziate solo alcuni giorni fa e questo fa appunto ben sperare sulla possibilità che il mare nasconda molte altre preziosità da riportare alla luce. Il progetto è stato finanziato da Arcus Spa, la società del Ministero dei Beni culturali per lo sviluppo dell’arte, e sarà realizzato da Pantelleria Ricerche soc.cons.arl, dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, dalla Soprintendenza dei Beni culturali di Trapani e dal Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari con il coordinamento scientifico di Sebastiano Tusa.



Seicento monete puniche nelle acque di Pantelleria


IMMAGINE DELLA DEA TANIT - Nella stessa zona la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana aveva già evidenziato le tracce del relitto lasciandone i reperti nel sito e realizzando un itinerario archeologico subacqueo già visitabile da diversi anni. L’assessore ai Beni Culturali e dell’Identità siciliana, Sebastiano Missineo, congratulandosi per il ritrovamento, ha confermato «l’impegno per rafforzare la già forte immagine di Pantelleria come meta primaria del turismo culturale archeologico mediterraneo». Sulle monete è incisa una testa di donna con lo sguardo rivolto verso sinistra, l’acconciatura, in più varianti, è sostenuta da una corona di grano. La figura è identificabile con la dea Tanit. Nel rovescio c’è invece una testa di cavallo che guarda a destra, elemento che potrebbe essere determinante per l’attribuzione della zecca. «Ad una prima analisi», dice Pier Giorgio Spanu, docente dell’Università di Sassari, «le monete sembrano infatti di epoca sardo-punica e siculo-punica. Si tratta di conii compresi entro un ambito cronologico tra il 300 e il 264 a.C., anche se la circolazione di tali monete è proseguita fino alla fine del terzo secolo a.C.».


Redazione online
23 giugno 2011
(ultima modifica: 24 giugno 2011)



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Perché a Cicciolina si e a me no?

Quotidiano.net



Mi chiedo, perché Ilona Staller, in arte Cicciolina, deve prendere 3 mila euro di pensione per essere stata onorevole per pochi anni e io che sono stato un fesso che si è ammazzato di fatica per tutta la vita ne prendo mille al mese? Dove volete che vada questo paese costretto a mantenere partiti che nulla fanno e tutto pretendono?

Bruno, ilgiorno.it


Mi permetto di correggerla, la signora Staller ancora non percepisce la pensione che le spetterà dal prossimo dicembre ovvero al compimento del sessantesimo anno e avrà un vitalizio di 2.486 euro al mese, che le sono dovuti per essere stata parlamentare del Partito Radicale, poi del Partito dell’Amore, per cinque anni, dal 1987 al ’92.

Un consiglio: la prossima volta si candidi anche lei e non stia e perdere tempo con un lavoro che le fa maturare una pensione da fame dopo tanti anni di fatica. Sui partiti famelici condivido la sua lamentela e già mi sento bollato come qualunquista ma chi se ne importa. Che cosa pensare di un sistema che ha visto crescere il finanziamento ai partiti, ma oggi per ipocrisia li chiamano rimborsi elettorali, del 1100 per cento in dieci anni? Una vergogna





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Sale nell'aereo per Milano con la pistola: bloccato. Sospesi 2 addetti alla sicurezza

Corriere della sera


L'uomo ha poi denunciato al comandante il possesso dell’arma. Stop al traffico in partenza dallo scalo etneo



La pista dello scalo etneo

La pista dello scalo etneo


CATANIA - «Un episodio grave, che non doveva accadere, ma il piano di sicurezza di Fontanarossa è regolarmente scattato bloccando tutti i voli in partenza da Catania. Se errore c’è stato, e sicuramente c’è stato, si è trattato di errore umano. Fontanarossa ha un sistema di sicurezza adeguato e rispondente agli standard europei». Il presidente della Sac, Gaetano Mancini mastica amarezza e interviene sull’episodio che a Catania ha visto un passeggero salire a bordo di un aereo in partenza per Milano con una pistola senza rispettare le procedure previste.

ERRORE UMANO - «L’errore umano – continua Mancini - è intervenuto in una circostanza resa concitata non solo dal notevole traffico dell’orario di punta, ma anche dalla fretta del passeggero, che sarebbe giunto a Fontanarossa in notevole ritardo, già accettato tramite procedura di web check-in, mentre il volo stava ultimando le procedure d’imbarco ed era prossimo alla partenza. Preso atto dell’errore, e ribadito che non doveva accadere, va detto che il sistema di sicurezza ha reagito in modo efficace, facendo sì che, una volta scattato l’allarme, si attivasse prontamente la macchina della sicurezza».

L'interno dello scalo di Fontanarossa
L'interno dello scalo di Fontanarossa
INDAGINE INTERNA - Dopo la segnalazione degli addetti Sac Service era stata avviata infatti la procedura prevista che ha permesso di individuare il volo ed il passeggero che nel frattempo, considerata la pronta reazione degli addetti della Polaria, aveva ammesso al comandante del velivolo il possesso dell’arma. Contestualmente era stato bloccato tutto il traffico in partenza dallo scalo catanese. «Quindi non una falla del sistema ma errore umano per il quale la Sac Service ha prontamente sospeso due addetti alla sicurezza interessati dalla vicenda. Abbiamo avviato anche un’indagine interna, attendiamo le conclusioni, le eventuali contestazioni e dunque si procederà con i dovuti procedimenti disciplinari».

BLOCCATO EGIZIANO CON UN COLTELLO - Ieri sera, a Fontanarossa, gli addetti alla sicurezza , in collaborazione con la Polizia di Frontiera, hanno individuato un coltello a serramanico all’interno della valigia di un egiziano di 33 anni diretto a Milano Linate. L’uomo è stato denunciato.


Redazione online
25 giugno 2011




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Un asteroide sfiorerà la Terra

Corriere della sera

2011 MD sarà visibile solo da alcune regioni dell'America, dal Pacifico e dall'Asia orientale

Lunedì si avvicinerà a 12000 km dal nostro pianeta. Oggetti celesti passano così vicini solo ogni 6 anni


MILANO - È stato scoperto appena pochi giorni fa da un telescopio nel Nuovo Messico ma già lunedì prossimo il piccolo asteroide 2011 MD «rasenterà» la Terra. Con un po’ di fortuna il frammento di roccia spaziale, grosso quanto un autobus, potrà essere osservato con un piccolo telescopio. Sebbene gli scienziati della Nasa sottolineano che non ci sia nessun pericolo per il nostro pianeta, il macigno cosmico passerà a soli 12.000 chilometri dalla Terra. Che però non è un record.

IL PASSAGGIO - I ricercatori dell’agenzia spaziale americana stanno seguendo passo dopo passo la traiettoria di 2011 MD che il prossimo 27 giugno 2011 avrà un «incontro ravvicinato» col nostro pianeta. Secondo i calcoli del Near-Earth Object Program Office della NASA, il centro studi che si occupa di monitorare asteroidi e comete che possono raggiungere la Terra, l’asteroide passerà a soli 12 mila chilometri (7.500 miglia) dalla superficie terrestre. Relativamente vicino dunque. Basti pensare che i satelliti geostazionari orbitano a circa 36 mila km di quota. Il momento del massimo avvicinamento sarà attorno alle 19 ora italiana. Ciò nonostante, l’evento sarà visibile solo da alcune regioni dell’America, dal Pacifico e dall'Asia orientale.

L'ANIMAZIONE - Scoperto mercoledì scorso dai telescopi automatizzati dell'osservatorio Lincoln Near Earth Asteroid Research Program (Linear) nel Nuovo Messico, gli scienziati stimano la sua larghezza in circa 9-30 metri. La frequenza di avvicinamento di oggetti cosmici di queste dimensioni, riferisce anche il Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, California, è in media di una ogni 6 anni. Pasquale Tricarico (un ricercatore italiano emigrato negli Stati Uniti) del Planetary Science Institute, ha pubblicato sul suo portale un’animazione assai esemplificativa della traiettoria della roccia spaziale in avvicinamento.

LA MINACCIA - «Non c’è nessun pericolo per il nostro pianeta; anche se l'asteroide entrasse nell'atmosfera, probabilmente non raggiungerebbe la superficie terrestre», hanno specificato i ricercatori Nasa. Non si tratta in ogni caso di un avvicinamento da record: il primato spetta infatti all’asteroide 2011 CQ1 che lo scorso 4 febbraio è transitato a 5.471 chilometri dalla superficie terrestre. Qualche brivido in più potremmo averlo invece il prossimo novembre: a mezzanotte e ventotto minuti del 9 novembre l’asteroide 2005 YU55, una palla quasi sferica di circa 400 metri, passerà tra la Terra e il nostro satellite a circa 325 mila chilometri da noi. Sarà il maggiore avvicinamento al pianeta per un oggetto di cui si conosce in anticipo la traiettoria. Anche in questo caso la Nasa rassicura: l’asteroide non comporta alcuna minaccia per la Terra.

Elmar Burchia
25 giugno 2011



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E morto Peter Falk, il mitico tenente Colombo

Corriere della sera

Aveva 83 anni, soffriva di demenza senile ed era affetto dal morbo di Alzheimer



Peter Falk nei panni del tenente Colombo (archivio Corriere)
Peter Falk nei panni del tenente Colombo (archivio Corriere)

MILANO - L'attore americano Peter Falk, il celebre Tenente Colombo, è morto all'età di 83 anni. Per tutti era l'infallibile detective che con il suo aspetto trasandato e apparentemente distratto riusciva sempre ad incastrare il colpevole.

I FAMILIARI - La notizia, affermano i media americani, è stata diffusa dai familiari dell'attore, che non hanno voluto precisare le cause della morte. Falk, scrive il magazine Ktla di Los Angeles, soffriva di demenza senile e morbo di Alzheimer. Nel 2009, un giudice ha stabilito la conservazioni dei suoi beni dopo la battaglia legale tra la figlia Catherine e la moglie per oltre 30 anni, Shera Falk. Falk ha vinto 4 Emmy per il suo ruolo da protagonista nel telefilm cult degli Anni '80 «Il tenente Colombo». Ottenne due nomination all'Oscar come attore non protagonista nel 1961 e nel 1962, rispettivamente per «Angeli con la pistola» e «Sindacato assassini». Altri riconoscimenti li ebbe per la sua interpretazione ne «La grande corsa» di Blake Edwards.

LA SERIE - Durante la prima serie, il cui primo episodio - diretto da un 22enne di belle speranze, Steven Spielberg - andò in onda negli Usa il 20 febbraio 1968, Peter Falk alias Tenente Colombo, ha usato sempre la stessa camicia, la stessa cravatta, gli stessi pantaloni e le stesse scarpe, oltre naturalmente allo stesso impermeabile. Ne comprò uno nuovo solo in un episodio del 1992.


Il pubblico italiano dovrà aspettare il 16 novembre 1974, per seguire le vicende del bizzarro ma infallibile detective americano (su Telecapodistria). Tre anni dopo, a partire dal 6 luglio 1977, la serie debuttò anche su Rai2. Peter Falk è sempre stato amatissimo dai telespettatori italiani, che ne hanno seguito con affetto anche le svariate repliche. Forse anche perché il protagonista era un ispettore di origine italiana, molto abile, che con aria trasandata e apparentemente distratta, e accompagnato dall'inseparabile sigaro, prendeva appunti su un taccuino stropicciato. O forse perché, pur essendo molto attaccato alla moglie, sua «complice» nel dipanare i casi più complicati, nella serie la mitica consorte non si è mai vista. A doppiare il tenente Colombo è stato Giampiero Albertini e, dopo la sua morte, dalla nona stagione, Antonio Guidi. Con un' unica eccezione: nell'episodio pilota «Riscatto per un uomo morto», a doppiare Falk è stato Ferruccio Amendola. Una scelta dovuta al fatto che l'episodio sarebbe stato trasmesso al cinema piuttosto che in televisione.

Redazione online
24 giugno 2011

Tremonti, P4 e Montecarlo: Fini mago di doppiopesismo.

Libero






Giulio Tremonti taglia e Gianfranco Fini se ne frega. Come rivelato da Franco Bechis su Libero in edicola oggi, sabato 25 giugno, il presidente della Camera ha chiesto all’Agenzia del Demanio di trovargli un superpalazzo nel cuore di Roma da acquistare per piazzare tutti gli uffici dei suoi deputati. Con un annuncio pubblicato questa settimana sul Sole 24 Ore l’agenzia guidata da Maurizio Prato alle dipendenze del ministero dell’Economia ha reso noto che "ricerca un immobile o complesso immobiliare per una importante istituzione dello Stato che intende acquistarlo per adibirlo a propri uffici, ubicato nel centro storico della città di Roma fra piazza Augusto Imperatore, piazza del Popolo, corso Rinascimento e via Sant'Andrea delle Fratte".

Le esigenze di Fini, si capisce, non sono poca cosa: La consistenza dell’immobile ricercato si stima dovrebbe essere fra 25 mila mq e 40 mila mq, a seconda del numero dei vani" (che in base ai valori di mercato potrebbe valere circa 400 milioni di euro, ndr.). Prima di pubblicare quest’annuncio in cerca di immobili privati, l’Agenzia del Demanio ha provato ad offrire più soluzioni in centro - anche in affitto - alla Camera dei deputati, ma nessuna è risultata di gradimento o comunque corrispondente alle esigenze di Fini e dei suoi colleghi.

Doppiopesismo - Nulla di immorale, ma in fatto di tempismo politico non ci siamo. D'altronde, in fatto di dichiarazioni improvvide l'ex leader di An, oggi fondatore di Futuro e Libertà, ha regalato un altro paio di perle. Nel salotto televisivo di Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7, ha parlato dell'affaire P4 dichiarando ch non è ancora chiaro se ci siano reati, ma emerge "un clima da basso impero, affarismi, pettegolezzi, maldicenze, richieste di favori e tutto ciò giustamente provoca grande indignazione negli italiani normali". Sulla vicenda della casa di Montecarlo, invece, ha tagliato corto: "Si è espressa la magistratura, archiviando tutto e sancendo così che sono stato vittima di una manovra della macchina del fango".

Come scrive Massimo de' Manzoni, sempre su Libero del 25 giugno, Si tratta di un caso di scuola di doppiopesismo: se mi fa comodo dico che non è il reato che conta, bensì il malcostume che l'indagine rivela; altrimenti dico l'esatto contrario". La questione è esemplare, sottolinea De' Manzoni: "Durante la lunga  inchiesta sull'appartamento monegasco di An finito nelle mani del "cognato" di Fini, Giancarlo Tulliani, abbiamo più volte scritto che non eravamo alle prese tanto (o solo) con un caso giudiziario, ma prima di tutto con un intollerabile scandalo politico, in quanto la terza carica dello Stato aveva tradito la fiducia degli iscritti al suo partito e poi mentito senza ritegno agli italiani.

La difesa - Fini ha nell'ordine tentato una difesa nel merito, si è trincerato dietro la magistratura e infine, incassata la verità (non c'è reato, ma la casa di Montecarlo regalata ad An da una simpatizzante è effettivamente intestata a Tulliani) ha fatto orecchie da mercante: "Non c'è reato, non c'è reato, quindi sono stato infangato".  

Ora apprendiamo dalla sua stessa bocca - scrive Massimo de' Manzoni - che ci sono faccende anche non penalmente rilevanti che però "provocano giustamente grande indignazione negli italiani normali". Bene, ci fa piacere. E, per curiosità, colui che è ancora, a dispetto delle sue promesse, il presidente della Camera non ritiene che rientri a pieno titolo in questa categoria morale svendere il bene di un partito a un proprio familiare? Non c’è favoritismo in questo? Non c’è affarismo? Se sì, vuole gentilmente farci sapere che cosa intende fare in proposito? Oppure, in alternativa, può per cortesia astenersi dall’esprimere giudizi su casi simili? Non ne è titolato.

25/06/2011




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Il patriarca di Lisbona: "Non ci sono ragioni teologiche per escludere le donne dal sacerdozio"

La Stampa






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Gilad Shalit è ostaggio di Hamas da 5 anni Appello di Ue e Amnesty: "Liberatelo"

Quotidiano.net

Il militare franco-israeliano è stato catturato il 25 giugno 2006 da un commando di tre gruppi armati palestinesi di Gaza



Roma, lancio di 1826 palloncini (come i giorni di prigionia) per Gilad Shalit (Ansa)


Roma, 25 giugno 2011


Gilad Shalit, soldato israeliano di 24 anni, è ostaggio di Hamas da cinque anni nella Striscia di Gaza. Il militare franco-israeliano è stato catturato il 25 giugno 2006 da un commando di tre gruppi armati palestinesi di Gaza, di cui uno diretta emanazione di Hamas, il movimento islamico al potere in questo territorio. Il suo immediato rilascio è stato richiesto nelle ultime ore dall’Unione europea e da numerose organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato l’intenzione di inasprire le condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi se Hamas continuerà a rifiutarsi di autorizzare la Croce rossa a incontrare Gilad Shalit.
Amnesty International ha lanciato un appello alle autorità ‘de facto’ di Hamas a Gaza affinché si conformino agli obblighi derivanti dal diritto internazionale umanitario di assicurare che Gilad Shalit sia trattato bene, tenuto in condizioni di vita umane e dignitose, che gli sia permesso di comunicare con la sua famiglia, anche attraverso l’invio e la ricezione di lettere.

Amnesty ha anche chiesto che sia consentito a Shalit l’accesso immediato al Comitato internazionale della Croce Rossa. Il Consiglio europeo, da parte sua, si è dichiarato “fortemente preoccupato” per la sorte di Shalit che è tenuto prigioniero da Hamas “in manifesta violazione del diritto umanitario internazionale”.




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Camorra, sequestrati all'usuraio di S. Lucia i milioni trovati nelle mura di casa

Il Mattino


NAPOLI - Operazione della Dia, sequestrati dalla magistratura i circa 9 milioni di euro trovati il 2 maggio nelle pareti di casa di un usuraio 79enne di Santa Lucia, Mario Potenza, ritenuto inserito nel clan dei «Mazzarella-Zaza». Questa mattina agenti della Direzione Investigativa Antimafia di Napoli (Dia), coordinati dal primo dirigente Maurizio Vallone, hanno eseguito un decreto di sequestro beni, emesso dalla sezione misured i prevenzione del Tribunale di Napoli, dopo aver esaminato un’articolata proposta avanzata dal Direttore della Dia, il generale dei carabinieri Antonio Girone, nei confronti di Mario Potenza, 79enne di Napoli.


Potenza, detto “o’ chiacchierone”, ritenuto inserito a pieno titolo nel potente e storico clan “Mazzarella-Zaza”, curava gli interessi di tale sodalizio occupandosi prevalentemente degli illeciti legati al contrabbando prima ed all’usura poi, attività quest’ultima esercitata in regime di monopolio nella zona Pallonetto di S. Lucia.
Il 2 maggio, come detto, agenti del centro Dia Napoli, nel corso di una perquisizione domiciliare nell’abitazione dell’ex contrabbandiere, ha rinvenuto e sequestrato, tra l’altro, circa dieci milioni di euro nascosia fra le intercapedini delle mura domestiche.

Tale somma di denaro non ha trovato giustificazione alcuna nei redditi lecitamente percepiti dall’interessato titolare di una pensione sociale Inps e di una per invalidità civile. I beni sottoposti a sequestro di prevenzione - alcuni dei quali già colpiti da sequestro penale emesso dalla magistratura napoletana - consistono nella citata somma di denaro di euro 8.038.000,00, un fabbricato, n. 11 motocicli, monili in oro, per un valore complessivo di 10 milioni di euro.



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Il mistero di Hugo Chavez: sarebbe in gravi condizioni

Corriere della sera


Soffrirebbe di tumore alla prostata: ricoverato a Cuba, sarebbe stato raggiunto da moglie e figlia



Hugo Chávez. tra Fidel (sin.) e Raul Castro
Hugo Chávez. tra Fidel (sin.) e Raul Castro
RIO DE JANEIRO - Sarebbero critiche le condizioni di salute del presidente venezuelano Hugo Chávez, ricoverato dall’inizio di giugno in un ospedale a Cuba. Lo sostiene il sito del quotidiano in spagnolo di Miami Nuevo Herald, solitamemente ben informato sulle vicende della vicina isola caraibica. Fonti dell’intelligence Usa citate dal giornale parlano di “quadro clinico critico”, anche se non grave. E riportano, senza confermarla, la voce che circola da giorni in Venezuela, secondo cui Chávez soffrirebbe di un tumore alla prostata, che sarebbe già stato operato.

TRA FIDEL E RAUL -
Nei giorni scorsi da Cuba era stata diffusa una foto, che mostrava Chávez in tuta sportiva tra Fidel e Raul Castro. Il lungo silenzio del leader bolivariano è stato poi interrotto ieri da tre brevi messaggi su Twitter, in occasione di una festa patriottica venezuelana, ma senza alcun riferimento alle proprie condizioni di salute. Secondo la versione ufficiale del governo di Caracas, Chávez è stato operato d’urgenza a Cuba per un ascesso pubico lo scorso 10 giugno. Tornerà in Venezuela in pochi giorni, si disse. Qualche ora dopo, invece, il Parlamento emanò un decreto d’urgenza per permettere al presidente di manteneri i pieni poteri anche trovandosi all’estero, senza passarli al suo vice Elias Jaua, come chiedeva l’opposizione.

FIGLIA E MOGLIE A CUBA- Da cui il diffondersi delle voci di una situazione clinica ben più seria di quella diffusa ufficialmente. «Basta con i segreti. Nei governi autoritari si mandano fotografie, in democrazia ci vuole informazione», ha protestato un esponente della coalizione di partiti che si oppone al chavismo. Il Nuevo Herald ha aggiunto nella notte un particolare importante. La figlia di Chávez Rosines e la ex moglie Marisabel sarebbero già a Cuba, trasportate in gran segreto da un aereo militare venezuelano.

Rocco Cotroneo
25 giugno 2011



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New York liberalizza i matrimoni gay

Corriere della sera


E' il sesto Stato d'America a legalizzarli: giubilo
al Village. Lady Gaga«Ce l'abbiamo fatta ragazzi»



Lady Gaga: «Non riesco a smettere
Lady Gaga: «Non riesco a smettere
MILANO- «Non riesco a smettere di piangere, ce l'abbiamo fatta ragazzi» è una Lady Gaga raggiante quella che commenta la decisione storica dello Stato di New York: venerdì notte è stata approvata la legge che riconosce il diritto al matrimonio omosessuale. Oltre alla nuova regina del pop ( e a Ricky Martin che ha dichiarato : «E' ora di celebrare!!! Matrimonio uguale per i newyorchesi...è soltanto una questione di amore»), esplosioni di gioia hanno accolto il voto nei quartieri a forte concentrazione di omosessuali, in particolare il Greenwich Village, dove decine di attivisti erano riuniti dall'inizio della serata.

APPROVATO ANCHE DA QUATTRO REPUBBLICANI - All'esterno della sede del Senato (che si trova ad Albany, capitale dello stato a più di 200 km a nord di new York) decine di persone pro o contro le nozze gay manifestavano da una settimana, innalzando cartelli e gridando slogan. La legge era stata approvata la settimana scorsa dalla Camera dello stato. Al Senato il testo è stato emendato dai senatori repubblicani, introducendo un certo numero di eccezioni religiose. Alla fine è stato votato da 33 senatori (fra i quali 4 repubblicani) contro 29 (fra loro un democratico). La norma dovrà essere riapprovata sabato dalla Camera nel suo testo emendato e quindi promulgata dal governatore Andrew Cuomo. Quest'ultimo ha fortemente voluto la legge e l'ha fatta presentare al parlamento statale. New York diventa, così, il sesto e il più popoloso Stato americano ad aprire alle nozze gay, dopo Iowa, New Hampshire, Massachusettes, Connecticut e Vermont.



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Viviamo da spiati, basta con la barbarie degli spioni da Ddr

di Luigi Mascheroni


Chi controlla le esistenze altrui sa benissimo che citare dettagli insignificanti serve solo a destare terrore: nelle intercettazioni pubblicate sull’inchiesta P4 non c’è nulla di utile alla democrazia. Ecco tre semplici ragioni per cui questa scempio va bloccato


Quando Milan Kundera era persona sgradi­ta nella Praga degli anni Settanta, i ser­vizi speciali cecoslovac­chi annotavano con scrupolo ogni persona che incontrava, ogni co­sa che diceva, ogni azio­ne che compiva. Fino a cadere nel grottesco: «Il soggetto si è chinato per allacciar­si una scar­pa. La sini­stra ». Era l’oppressivo volto para­noico di un regime che sopravvive­va spiando le vite degli al­tri. Possiamo solo immagi­nare cosa sa­rebbe suc­cesso se gli Stati di polizia dell’Est avessero avuto a dispo­sizione, durante la Guerra fredda, un’ar­ma devastante come quella delle intercetta­zioni.

Chi controlla le esistenze altrui sa benis­simo che citare dettagli insignificanti serve a de­stare il terrore.
A far sa­pere che la tua reputa­zione, la tua carriera, i tuoi affetti non ti appar­tengono più, sono nelle mani di qualcuno al so­pra di te: un funziona­rio, un poliziotto, un giudice. Come ha inse­gnato Kundera, anche uno scherzo innocente - una frase scritta su una cartolina a un ami­co, una battuta con il collega al telefono - può costare cara. Troppo. Ma davve­ro è un Paese civile, si chie­de qualcu­no, quello in cui si vive con il rischio di vedere pubblicate le proprie conversazio­ni, anche se non hanno alcun valore penale, an­che se si trat­ta di dettagli insignificanti, anche se sono opinioni private e giudizi personali?

Ma davvero le intercettazio­ni, anche quando ri­guardano un presunto «interesse pubblico», sono utili alla democra­zia perché - come so­stengono i pasdaran del giustizialismo- con­sentono ai cittadini di sapere, giudicare e controllare? Pensiamo di no. Pensiamo che quello non sia un Paese ci­vile, e pensiamo che sia inac­cettabile rendere pubblici i col­loqui privati il cui contenuto non infrange la legge. Dare in pasto all’opinione pubblica in­te­rcettazioni irrilevanti non sa­rà un reato, forse. Di certo è una barbarie. È un barbarie perché colpi­sce chiunque, indiscriminata­mente. Non è vero che le inter­cettazioni mettono a nudo so­lo i vizi dei politici corrotti, dei faccendieri, dei collusi con la mafia.«Chi se ne importa...tan­to i potenti se la cavano sem­pre.
E comunque se lo merita­no. Noi non c’entriamo... ». Le intercettazioni invece travolgo­no tutti, e prima o poi nel trita­carne finisce anche chi con la casta non c’entra nulla, anche chi ha parlato per caso, nel mo­mento sbagliato, con la perso­na sbagliata. Anche chi casual­mente è stato nominato da gente che non ha mai visto o in­­contrato, con la quale non ha nulla da spartire,come può ca­pitare­alla segretaria di un qual­siasi uomo d’affari, o all’amica di una ragazza invitata a cena da qualcuno sotto controllo... O come può capitare a un incol­pevole giornalista del Corriere della sera , tirato in ballo ieri dal suo stesso giornale nell’ambi­to dell’inchiesta sulla cosiddet­ta P4 perché citato nelle carte dai giudici, e che non ha potu­to far altro che precisare nelle stesse pagine sulle quali scrive che «Non conosco Bisignani, non ci ho mai parlato... ma no­nostante questo sono apparso nell’elenco di quelli che com­porrebbero la sua rete...
Non è illegale parlare con questa per­sona. Ed è davvero sorpren­dente che si venga arruolati fra i suoi contatti senza averlo mai visto in faccia né averci scam­biato una parola». È «sorpren­dente » o non, addirittura, cri­minale? Il fango ormai s’infil­tra anche nella redazione del foglio più liberale e democrati­co e autorevole del giornali­smo italiano. I colleghi del Cor­riere per tutto il giorno hanno inviato messaggi di solidarietà al cronista messo alla gogna.

Finché le intercettazioni tocca­no la vita degli altri si tratta di libero giornalismo, quando toccano qualcuno in casa tua è fango, è violazione della pri­vacy, è una barbarie. È una barbarie perché non è vero, come sostiene chi difen­de il principio delle intercetta­zioni a tappeto, che chi non ha fatto nulla di male non ha nulla da temere.

«Chi ha la coscien­za a posto non rischia niente » è un luogo comune, o meglio un’ipocrisia, che suona bene in bocca a chi non è mai stato intercettato. La maggior parte delle conversazioni private tra due politici, anche i più irre­prensibili, se rese pubbliche so­n­o in grado di far cadere un go­verno o distruggere la carriera di più di un parlamentare.

Qua­le terremoto colpirebbe la so­cietà italiana se domani venis­sero pubblicate le trascrizioni delle telefonate - pur senza contenere alcunché di crimi­nale o di immorale - tra Carlo De Benedetti ed Ezio Mauro, a esempio? È sufficiente un’illa­zione, una battuta fuori posto, un’allusione, un giudizio per­sonale spacciato per un fatto, una notizia interpretabile co­me un reato, e il danno è fatto. Così come la maggior parte del­le conversazioni private di un marito con un amico o di una moglie con la collega d’ufficio, anche se penalmente irrilevan­ti e anche se di pubblico inte­resse limitatamente alla vita di un’azienda o di un condomi­nio, possono sfasciare una fa­miglia, una comunità.
Se do­vessi dire a mia moglie, al tele­fono, che il direttore del mio giornale è un incapace, o il mio editore un puttaniere - cose ir­rilevanti penalmente e persi­no moralmente - , una volta che quelle affermazioni fosse­ro rese pubbliche avrei la car­riera stroncata. Eppure ho tut­to il diritto di confidare i miei dubbi, di sfogarmi con chi mi sta vicino, senza per questo es­sere travolto dall’ignominia. Anche chi non ha commesso reati né peccati in questo Pae­se rischia di dormire sonni po­co tranquilli.

È accettabile que­sto? Si dice che potrebbero es­sere telefonate utili, «comun­que », per capire il clima, l’am­biente in cui si muovono i per­sonaggi coinvolti in una deter­minata inchiesta... Humus o non piuttosto fumus -persecu­tionis naturalmente - ? Ed è una barbarie, infine, per­ché chi difende la pubblicazio­ne indiscriminata delle inter­cettazioni (oggi però, mentre al governo c’è un nemico, do­mani, quando ci saranno gli amici, chissà... ) aspira a instau­rare una sorta di pericolosissi­mo Stato etico, in cui si vuole perseguire non- giustamente, ci mancherebbe - l’illegalità, e neppure l’immoralità,cosa sul­la quale già si può discutere.
Ma la libertà. La libertà di dire ciò che si pensa, a chi si vuole, come si vuole: scherzando, esa­gerando, spettegolando persi­no. Si chiama libertà di parola e di opinione. Intoccabile e in­violabile. Esattamente il princi­pio su cui si basa la differenza tra uno Stato democratico e uno di polizia. Tra il sogno di libertà per il quale Milan Kun­dera si è giocato la propria esi­stenza e l’ossessione paranoi­ca di chi vuole controllare le vi­te. Degli altri.



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Il polverone della P4 scatena la guerra al Corriere della sera

di Enrico Lagattolla



Il quotidiano accosta all’inchiesta il nome di un suo giornalista, che minaccia querela. E la redazione è con lui Nei verbali Bisignani millanta di poter bloccare gli articoli di via Solferino. Ma sono le solite chiacchiere da bar



Milano Quando si dice il fuoco amico. Dev’essergli andata di traverso, la lettura del giornale. Un boccone difficile da manda­re giù. Peggio di un sasso nello stomaco. Perché quel giornale è il suo giornale. Quello in cui è di­ventato caporedattore. Poi è ar­rivato giovedì e avrà pensato che qualche Giuda gli ha fatto lo sgambetto. Come ogni mattina, ha aperto il quotidiano. Il suo . Si è tuffato in un lenzuolo di inter­cettazioni scritte da una colle­ga. Una sua collega, una delle migliori. Quindi è passato a pagi­na 3, taglio basso. «Baudo e la Ferrari nella rete di politici e star - è il titolo- . Nelle diecimila pagi­ne di verbali anche Scajola, Frat­tini e D’Agostino». E ha iniziato a scorrere anche quelle righe, perché un buon giornalista guarda tutto e non si perde il piatto del giorno. E giovedì, main course è l’inchiesta sulla P4.
Così Corrado Ruggeri, gior­nalista del Corriere della Sera , legge. E legge anche questo. Che è «lungo l’elenco del mon­do dei media» che avrebbe a che fare con Luigi Bisignani, il grande tessitore con un piede a palazzo Chigi e l’altro in Vatica­no e le mani un po’ ovunque. «Da Mario Orfeo ad Alessandro Sallusti, a Roberto D’Agostino, ad Angelo Maria Perrino».

E poi di nome ce n’è un altro. Il suo . È il frullatore dell’inchiesta na­poletana, sono migliaia pagine di atti, verbali e intercettazioni che tirano dentro tutto e tutti, politici-imprenditori-finanzie­ri- affaristi in un gioco (o reato, lo stabiliranno i giudici) di lob­bying e chiacchiere, pressioni e millanterie. E nella rete cascano anche i giornalisti, come Rugge­ri. Che non ci sta. Così, ieri, il Cor­sera pubblicata la sua smentita. «Non conosco Bisignani- scrive il caporedattore della cronaca romana- non ci ho mai parlato, non ho nemmeno letto i suoi li­bri. Ma nonostante questo sono apparso, peraltro sul mio gior­nale, nell’elenco di quelli che comporrebbero la sua rete».
E detto che «non è illegale parlare con questa persona», «è davve­r­o sorprendente che si venga ar­ruolati fra i suoi contatti senza averlo mai visto in faccia né aver­ci scambiato una parola». L’ha presa male, malissimo, facendo scoppiare un piccolo-grande ca­so in via Solferino e sarebbe pronto- dice qualche collega - a fare causa al suo stesso giorna­le. Non l’ha digerita,e come dar­gli torto. Sputtanato in casa pro­pria, per quanto - come sottoli­nea nella replica - non ci sia ne­cessariamente qualcosa di mar­cio nello scambiare due parole con Gigi B.

Che parla con tutti, traffica, dispensa consigli, s’ar­rabatta e tesse la tela. I reati? Si vedranno. Intanto fa tutto bro­do. Un fiume di intercettazioni, alcune importanti e altre no. No­mi pescati dai pm e buttati nel faldone alla faccia di privacy e garanzie, soprattutto quando la rilevanza penale delle conversa­zi­oni o delle circostanze è tutt’al­tro che evidente. Smentiscono, quelli che leg­gono il proprio nome sui giorna­li. Una sindrome da contagio, una febbre da pestilenza che contagia chi ha avrebbe avuto contatti con il paziente zero, col grande untore Luigi Bisignani. Perché se Bisignani rimestava nel torbido, allora era in grado di sporcare le acque altrui.
Inclu­se quelle del giornalismo. Bisi­gnani che secondo i pm Greco e Woodcock manipolava l’infor­mazione per «esercitare il pote­re »,e che-scriveva lunedì il quo­tidiano La Repubblica - aveva un «capillare sistema di relazio­ni nei media, in un perimetro de­finito dalla Rai di Mauro Masi, dal sito Dagospia , dal quotidia­no il Giornale ». La «macchina del fango» che viaggia a pieno re­gime. Poi uno legge le carte. E stai a vedere che forse la «mac­china del fango » è una faccenda da parolai.

Che un conto sono i crimini, altro le chiacchiere da gradassi. C’è da organizzare uno schizzo di melma con il Giornale ? Ci pensa Bisignani. Ma c’è - perché c’è anche quel­lo, agli atti- da mettere il silenzia­tore a due corazzate come Cor­riere e Repubblica ? E che ci vuo­­le, ci pensa sempre lui. L’emi­nenza occulta, il manovratore. Gigi. O meglio, Gigi lo dice. Che lo faccia, poi, è un’altra storia. Come quando al telefono ha dovuto rispondere all’incazza­tura di «Gianni». Che poi do­vrebbe essere Gianni De Gio­vanni, capufficio stampa del­l’Eni. Il cellulare di Bisignani squilla alle 10 e 18 del mattino. È il 5 dicembre dello scorso anno. Sono i giorni dei calbogrammi di Wikileaks , delle inchieste sul­le relazioni fra i potenti del mon­do. E sugli affari legati al petro­lio.

Quel giorno, il Corsera esce con un pezzo tutt’altro che mor­bido con il Cane a sei zampe. La firma è di Massimo Mucchetti, vicedirettore ad personam del quotidiano di via Solferino, e grande esperto di economia e fi­nanza. Titolo: «Eni, Gazprom e i sospetti su due affari. Mentasti bocciato non da Scaroni ma da Clò e Fruscio. I motivi ufficiali a favore della pipeline non con­vincono gli amministratori. Le forti riserve del cda Eni sul pro­getto South Stream».

Tanto per capirsi, l’articolo inizia così: «L’Eni ha un problema». «Sia­mo a Bagdad, noi», esordisce De Giovanni. «Volevo dirti, è uscito sulla pagina del Corriere un altro...». «Ho visto», intervie­ne Bisignani. «Allora - prosegue il capufficio stampa- io ho detto che l’unica cosa che possiamo fare è eventualmente fare una battuta, se non cambia la strate­gia (...). Dopodiché stiamo cer­cando Clò (consigliere di Eni, ndr ) perché abbiamo il sospetto che abbia parlato con Mucchet­ti e quindi diremmo a Clò di fare un’intervista in cui precisa lui al Corriere le cose che ha scritto Mucchetti oggi». «Direi che quella è la cosa migliore», com­menta Bisignani.
Che poi ag­giunge «se Clò dice: “tutte le co­se del cda sono sempre state al­l’unanimità è finita lì». Insom­ma, «io farei qualla cosa lì, poi richiamami». Che significa, che la longa manus di Bisignani arri­va fino in via Solferino? Mah. La cosa certa è che l’intervista «ri­paratrice » di Mucchetti a Clò non esce. In compenso, sempre Mucchetti scrive «Tutti i dubbi degli affari Eni in Russia» (9 di­cembre 2010) e «Quei 45 milio­ni al piccolo oligarca russo» (12 dicembre 2010).

Il grande tessi­tore Bisignani deve aver sbaglia­to numero. O forse la «macchina del fan­go » funziona più come slogan che come ufficio veline. Tanto che a Gigi B. arriva un’altratele­fonata. Il tema è sempre lo stes­so, ma la conversazione è dell’8 dicembre scorso. A chiamare è Gianluca Comin, direttore delle relazioni esterne di Enel. «Sono un po’ preoccupato per l’Eni-di­ce Comin - , perché li vedo un po’ fermi e stanno arrivando va­langate di roba, oggi anche Re­pubblica è partita». Il quotidia­no di Ezio Mauro, infatti, quel giorno pubblica una lunga in­chiesta firmata da Giuseppe D’Avanzo, Andrea Greco e Fe­derico Rampini. Titolo: «Berlu­sconi, Putin e quel biglietto.
La vera storia del gas di Mosca». «Sì, va bene - commenta Bisi­gnani - è partita con una roba che però non ha senso». «Lo so­commenta Comin- però quan­do metti tre inviati di quel cali­bro il senso diventa politico ». Bi­signani consiglia di non rispon­dere subito, di aspettare e non alimentare la polemica, tanto «non ci si aspetta nulla di clamo­roso », e «usciranno le ennesime chiacchiere, quelle che dico sempre». Ottimista, Bisignani. Repubblica non molla l’inchie­sta. Nei giorni successivi, D’Avanzo, Greco e Rampini riempiono pagine su pagine su­gli «affari tra Putin e Berlusco­ni ».

E dov’è finita la manipola­zione dell’informazione? Fun­zionerà mica solo con il Giorna­le ? Qualche dubbio. Che è Bisi­gnani a dirlo, al telefono con Fla­vio Briatore il 9 ottobre 2010. So­no i giorni del presunto dossier su Emma Marcegaglia. « Il Gior­nale è un danno pazzesco, ma ti pare che ci si mette contro gli in­dustriali? Cioè, fanno un danno a Berlusconi pazzesco». Così parlò l’uomo al volante della macchina del fango. E allora o è schizofrenico o molte sono chiacchiere. E con le chiacchie­re non si detta la linea a nessu­no.



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Io, vittima del fango di Repubblica & Co.

di Gian Marco Chiocci


Nonostante le intercettazioni di Bisignani dimostrino l’ostilità del lobbista al Giornale, il quotidiano di Ezio Mauro insiste nei veleni contro la nostra direzione e l’inviato del caso Montecarlo, Gian Marco Chiocci. Proprio chi dovrebbe tacere, pretende di dare lezioni di giornalismo



Caro direttore, perdonami se ti chiedo spazio sul Giornale in deroga, per una volta, dai miei articoli di cronaca giudi­ziaria. Ti chiedo scusa due vol­te perché, forse, queste righe avrei dovuto scriverle tanto tempo fa quando la categoria di cui facciamo parte ha inizia­t­o a mettere i buoni di là e i cat­tivi di qua. Per cultura, per educazione, perché ho respi­rat­o fin da bambino l’aria buo­na dei giornali e dei giornalisti di un tempo, ho sempre evita­to di prendermela coi colleghi di altre testate, pubblicare le loro intercettazioni (e sai quante ce ne sono, ad esem­pio, con colleghe che fanno sesso al telefono con i loro in­formatori), infierire sulle sin­gole disgrazie professionali, sui rapporti «oscuri» - direbbe­ro lorsignori - con le proprie fonti. Se mi è capitato di scrive­re di un collega, come per una vicenda minore che riguarda­v­a il bravo Marco Lillo del Fat­to , l’ho prima chiamato,mi so­no fatto dare la sua versione, e poi ho scritto.
Mi sono sem­pre rifiutato, e la finisco qui, anche di rivelare in redazione retroscena utili a chi si cimen­tava su questo o quel collega, che so, di Repubblica piutto­sto che de l’Unità . E sai per­ché? Perché non faccio finta di non sapere come funziona questo mestiere. Dei rischi a cui vanno incontro tutti: sia quelli, per dire, che hanno li­bero accesso alle stanze dei pubblici ministeri, sia a quelli che trovano sempre le porte chiuse e ne cercano, altrove, qualcuna aperta.

Tutto ciò per venire al sotto­scritto, e al Giornale , oggetto in questi giorni di velenosi at­tacchi da parte di taluni «colle­ghi ». Parlo della questione P4. Parlo soprattutto della mia fre­quentazione professionale con una fonte (Luigi Bisigna­ni) che in tanti si sarebbero so­gnati di avere, e che più di al­tre fonti - almeno sulla carta ­poteva essere utile al mio lavo­ro, come peraltro la pubblica­zione di intere paginate di in­tercettazioni sulla sua rete di conoscenze ha ampiamente dimostrato.
Parlo dei miei ten­­tativi, quasi sempre andati a vuoto, spesso portati avanti sul filo della millanteria per ac­creditarmi al suo cospetto, di carpire notizie utili su questo o quell’argomento con colui che oggi tante persone (e quanti importanti giornali­sti!) fanno vergognosamente a gara a non conoscere. Ho sempre messo al corrente te, direttore, dei miei incontri con Bisignani. Così come ne erano a conoscenza svariati colleghi di testate molto lonta­ne dalla nostra - che ora non nomino ma che non hanno problemi a confermarlo - coi quali ho spesso cercato di far quadrare i brandelli di notizie che il lobbista mi dava.

«Vai dall’amico tuo e cerca di capi­re se almeno lui ne sa qualco­sa » dicevano sornioni. Pro­prio così. Bisignani era una sorta di ultima spiaggia piena di bagnanti eccellenti che fa­cevano la fila per incontrarlo. Ed è vero che era depositario di un’infinità di informazioni, ma almeno con me, parlava tanto e, stringi stringi, spiffera­va poco. Perché? Leggendo le carte verrebbe da pensare, ma forse mi sbaglio, che un po’ mi riteneva responsabile del casino politico che avevo combinato con l’inchiesta su Fini e la casa di Montecarlo che lui stesso, a un certo pun­to, mi chiese (invano) di inter­rompere.
Bisignani si compor­tava amichevolmente con me, ma era soprattutto amico intimo di Italo Bocchino, par­lava male del Giornale («Sono dei pazzi») e bene con chi criti­cava Berlusconi e il Giornale stesso. Poi, però, leggi la stam­pa libera e ti accorgi che die­tro al Giornale , come dietro a Dagospia , c’era lo zampino maledetto di «Bisi». No, diret­tore, non è così. Da parte no­stra c’è sempre stato l’interes­se per la notizia, che non è buona o cattiva a seconda del­le convenienze o della prove­nienza. Una notizia, che te la serva il Papa (nel senso di San­to Padre non di Alfonso, l’ono­revole indagato) o Totò Riina, se vera e riscontrata, io la scri­vo.

Non la pensa così, evidente­mente, un giornalista di Re­pubblica : Carlo Bonini ( nella foto piccola ) letteralmente os­sessionato dal sottoscritto. Un tempo godeva delle luci della ribalta finché campava della luce riflessa di Giuseppe D’Avanzo da cui ha divorziato quando pure il vicedirettore coi baffi, evidentemente, s’è stufato del suo modo di fare. Un esempio di alto giornali­smo, quello di Carlo, fatto di bacchettate ai colleghi (an­che di scrivania incappati in incidenti di percorso), di fonti e di notizie sempre belle e puli­te, le sue.

Ecco, questo Pulit­zer de noantri che quando si appassionò a Telekom Serbia trattò la materia come uno scoop mondiale, e quando la approfondimmo noi del Gior­nale ( subendo durissimi inter­rogatori e perquisizioni deva­stanti) paventò depistaggi e trame oscure, ha scritto di me ciò che tutti gli altri colleghi, per insussistenza della noti­zia, hanno evitato di riporta­re. Ieri, lo stesso scriba che fu intercettato indirettamente perché mandava avanti una giovane collega a parlare col giudice indagato Achille To­ro, ha colpito ancora.
Non gli sembrava vero d’avermi trova­to ancora nelle carte. Così ha riportato un verbale deposita­to dal pm Woodcock del «catti­vo » Giuliano Tavaroli della se­curity di Telecom, nel quale si dice che lui, Tavaroli, sapeva che io conoscevo Bisignani. Chapeau . Tante volte non lo sapesse, a proposito di Tavaro­li, la sua «ossessione» al Gior­nale ha rifiutato consulenze da decine di migliaia di euro, per improbabili studi su sce­nari geopolitici, che Tavaroli gli propose per interposta per­sona (e che il sottoscritto sde­gnatamente rifiutò).

Se davve­ro fossimo un ingranaggio di questa fantomatica macchi­na del fango, che Bonini e altri come lui continuano a descri­vere, chissà quante ne avrem­mo pubblicate. Ricordi, diret­tore, quando qualche mese fa intervistai Licio Gelli sulla vi­cenda dei piccoli azionisti del­l’Ambrosiano (conversazio­ne registrata) con quei detta­gli indimostrabili su Gianfran­co Fini, riferiti dal Maestro Ve­nerabile, circa presunte «do­nazioni » al Msi? Decidemmo di cestinare il tutto, senza in­dugi.
E della macchina del fan­go contro la Boccassini ne vo­gliamo parlare? Non sarebbe stato più clamoroso, anziché occuparci del figlio coinvolto in una rissa a Ischia, pubblica­re gli atti di tribunale e i docu­menti antimafia sui gravi guai giudiziari del padre e dello zio di Ilda, entrambi magistrati? Per civiltà giuridica, oltre che professionale, ce ne siamo astenuti convinti come siamo che le colpe di padri e parenti non possano ricadere su figli e nipoti.

A Repubblica si sareb­bero comportati così? E come si comporteranno i cronisti che oggi si scandalizzano del­la presunta ossequiosità di certa stampa a Bisignani quando da Caltanissetta usci­ranno, se usciranno, le tanto temute intercettazioni sui rap­porti confidenziali e vacanzie­ri di stimati giornalisti con tal Massimo Ciancimino? E poi, direttore, come non tornare sulla nostra innocua telefona­ta effettuata da un phone cen­ter romano - che tutti hanno potuto leggere - e che i magi­strati di Napoli incredibilmen­te definiscono di «straordina­ria gravità».
Marco Travaglio ha giusta­mente ironizzato (ho riso an­ch’io quando ho letto il suo pezzo) sulla sfiga di aver usato un centralino per immigrati sotto intercettazione per roba di droga. La spalla di Santoro si è poi divertita a scrivere che a forza di pensare che siamo tutti intercettati alla fine ci cre­diamo davvero. Forse Trava­glio non lo sa ma il sottoscrit­to, purtroppo, sotto intercetta­zione c’è stato per anni in nu­merose inchieste, è stato ripe­tutamente inquisito e perqui­sito solo per aver dato notizie.

Non ricordo che altrettanto sia capitato a Marco, segno che la fortuna gli sorride e che solo per colpa di Peppe D’Avanzo son saltate fuori le sue frequentazioni estive con una persona condannata per mafia che tanto lo mandano in bestia quando qualcuno glielo ricorda. Va bene tutto. L’ironia. Lo scherno. L’attac­co ai servi del premier. Ma quanto all’insinuazione che per una banale chiamata al di­­rettore il mio agire possa esse­re accomunato a quello di un apprendista spione al servizio di poteri occulti, beh, è trop­po. Ecco perché Travaglio ne risponderà direttamente al­l’ordine professionale e in tri­bunale dove spero, per lui, si faccia difendere da un valente avvocato del Fatto Quotidia­no : Martino Umberto Chioc­ci. Mio zio.




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