venerdì 24 giugno 2011

Addio al tenente Colombo: morto a 83 anni Peter Falk

Vaticano vietato a “monsignor truffa”: chiedeva soldi ai prelati senza restituirli

Ariccia, vandali danneggiano la fontana del Bernini

Corriere della sera

Si tratta di quattro giovani, individuati grazie alle riprese della telecamera nella piazza. Uno è ferito


ROMA - La scorsa notte, verso le 3, dei ragazzi hanno danneggiato per gioco una delle due fontane del Bernini in piazza di Corte ad Ariccia, ai Castelli Romani. Le telecamere a circuito chiuso poste nella piazza hanno permesso ai carabinieri di individuare subito gli autori del gesto. Si tratta di quattro giovani della zona, poco più che maggiorenni, uno dei quali è anche rimasto ferito ed è stato trattenuto in osservazione per il resto della notte al pronto soccorso dell'ospedale di Albano. Secondo quanto documentato dalle telecamere, due dei ragazzi, un po' alticci, hanno tentato di salire sul pilastro centrale della fontana, finendo con il loro peso per sradicarlo dal basamento. Nella caduta uno dei due è rimasto ferito ed è stato accompagnato dai compagni al pronto soccorso. La fontana danneggiata è quella di sinistra guardando il complesso dell'Assunta, detta «Fontana del Popolo». Nella caduta si è rotta una parte della tazza superiore in marmo, spezzando in tre parti la struttura, formata da tazza, stelo e basamento. Anche per questa opera, Ariccia è stata candidata a far parte del patrimonio mondiale dell'Unesco.


«GESTO GRAVE» - «Un gesto grave - ha commentato il sindaco, Emilio Cianfanelli - che oltre al danneggiamento poteva anche portare ad esiti tragici. Il Comune si attiverà immediatamente per restaurare quest'opera così importante per il patrimonio artistico italiano nel più breve tempo possibile. Lancio un appello a tutti i ragazzi a prendere coscienza dell'importanza del rispetto della propria vita e della vita delle comunità nelle quali vivono o nelle quali sono ospiti anche per una sola sera. Il nostro patrimonio artistico e la bellezza del nostro Paese hanno bisogno di persone appassionate che ne riconoscano il valore e sappiano custodirlo e valorizzarlo». La fontana danneggiata presenta la tazza e lo stelo in marmo decorato con fiori, simbolo della comunità ariccina. L'altra, con la stella Chigi, è interamente in travertino ed è detta «Fontana del Principe». La fontana fu restaurata ne 1771 su incarico del principe Sigismondo Chigi e nel 1999 dalla Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici del Lazio.

Redazione online
24 giugno 2011

Il bacio di Vancouver?

Corriere della sera

 

Ecco cosa è successo prima

YouTube

 

Corso di rieducazione per il pilota sessista

Corriere della sera


Per due minuti aveva inveito su gay e donne grasse.
Ma non si era accorto che la radio di bordo era accesa




Un aereo della compagnia aerea Southwest Airlines
Un aereo della compagnia aerea Southwest Airlines
MILANO - Dal microfono lasciato incautamente acceso ha lanciato un invettiva sessista e omofoba contro i suoi colleghi. Un pilota della compagnia aerea Southwest Airlines è stato sospeso per diverse settimane e ha dovuto seguire un corso di «educazione alla diversità» prima di poter tornare a lavorare. Il dipendente, di cui la compagnia americana non ha voluto diffondere le generalità, lo scorso 23 marzo avrebbe avuto un breve sfogo con un collega nella cabina aerea mentre era alla guida del volo che collegava San Diego a Austin. Peccato per lui che il microfono della radio di bordo non fosse stato spento e i suoi attacchi contro i membri dell'equipaggio e dell'intera compagnia siano stati ascoltati non solo dai controllori del traffico aereo, ma anche dagli stessi assistenti di volo. DUE MINUTI - Lo sfogo, registrato e pubblicato questa settimana sul web è durato due lunghissimi minuti duranti i quali il pilota ha attaccato «l'enorme numero di gay, di nonne e di donne grasse» che lavorano per la Southwest Airlines. Il dipendente si lamenta con un linguaggio molto volgare della presenza all'interno della compagnia di tanti colleghi omosessuali e a suo parere sarebbe troppe anche le dipendenti anziane e poco attraenti. Infine gli strali del pilota sono indirizzati verso due hostess della compagnia colpevoli di non volere mai andare a letto con lui. Più di un controllore del traffico aereo ha tentano di mettersi in contatto con il pilota per pregarlo di usare parole più consone, ma preso dalla foga l'anonimo dipendente non ha colto le raccomandazioni e ha continuato con le offese. Durante lo sfogo sessista si sente un controllore che commenta amareggiato: «E poi si domandano perché i piloti di linea hanno una così cattiva reputazione».

RICORSO - Sebbene dopo la temporanea sospensione, il pilota si sia scusato pubblicamente con i colleghi e abbia accettato di seguire un corso sulla diversità, il sindacato che rappresenta gli assistenti di volo della Southwest Airlines sta valutando l'ipotesi di presentare un ricorso legale contro il pilota omofobo. Il portavoce della compagnia ha precisato in un comunicato: «Abbiamo costruito la nostra reputazione su una regola d'oro: trattare gli altri come vorremmo essere trattati, ovvero con rispetto e attenzione. Le azioni di questo pilota sono, senza alcun dubbio, in contrasto con il comportamento professionale e il rispetto complessivo che noi richiediamo ai nostri dipendenti».



Francesco Tortora
24 giugno 2011



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Russia, muore d'infarto durante...il suo funerale Dichiarata morta per errore, si era risvegliata nella bara

Quotidiano.net


E' l’incredibile tragedia capitata a una donna russa di 49 anni, Fagilyu Mukhametzyanov, dichiarata erroneamente deceduta in seguito a un infarto ma in realtà ancora viva. Risvegliatasi davanti ai parenti, allibiti, non ha retto allo choc


funerale


Kazan, 24 giugno 2011

Morta durante il suo stesso funerale: è l’incredibile tragedia capitata a una donna russa di 49 anni, Fagilyu Mukhametzyanov, dichiarata erroneamente deceduta in seguito a un infarto ma in realta’ ancora viva.

La donna si è risvegliata improvvisamente durante il suo funerale a Kazan e, scoprendosi dentro una bara, ha iniziato a urlare come una forsennata. Quindi, davanti all’allibita folla dei parenti in lutto, ha avuto un altro attacco di cuore. La corsa per portarla in ospedale e’ stata inutile: dopo soli 12 minuti di terapia intensiva ha chiuso gli occhi per sempre.

Lo riferisce il quotidiano britannico Daily Mail, che riporta anche la rabbia e l’incredulità del marito, Fagili, che ora pretende risposte dalle autorita’. “Sono molto arrabbiato. L’hanno dichiarata morta e invece era viva. Si sarebbe potuta salvare”, ha affermato l’uomo.

Fonte Agi





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La notte della Diaz, dieci anni dopo

Corriere della sera

 

Il giornalista pestato dentro la scuola: «Una ferita ancora aperta»

 

 

MILANO - Non fu una bella notte quella della Diaz tra il 21 e il 22 luglio del 2001. Invece che la brezza calda dell'estate, a Genova si sentirono le sirene delle ambulanze e i lamenti di chi era stato picchiato rabbiosamente dentro una scuola mentre dormiva. Erano i giorni del Genova Social Forum: giorni di speranze, di festa, di violenze, di scontri e anche di morte. Giorni che segnarono il destino di molte persone e la storia di un movimento popolare che aveva intuito tanti dei temi oggi nell'agenda dei paesi di tutto il mondo. Dentro quella scuola, quella notte, novantatre persone furono pestate e arrestate sulla base di prove che dieci anni dopo la magistratura italiana ha dichiarato false. Ci fu un blackout della democrazia, uno cortocircuito istituzionale. Lo ha stabilito la giustizia che intanto ha fatto il suo corso. Dopo il primo grado, l'appello: ora manca la sentenza in Cassazione.

 

 

Quella notte non è stata mai dimenticata. Sia da chi era dentro la Diaz, sia da chi era fuori. Uno spartiacque nella storia civile e democratica del nostro dopoguerra. Lorenzo Guadagnucci, giornalista, da sempre attento ai fenomeni della globalizzazione, era a dormire lì dentro quando arrivò l'irruzione delle forze dell'ordine. Vittima e testimone di quei tragici fatti. Vittorio Agnoletto era all'epoca portavoce del Genova Social Forum: si precipitò davanti al portone della Diaz dove gli fu impedito di entrare e porta ancora dentro, dopo tanti anni, l'incubo di quei giorni. Oggi insieme hanno scritto un libro uscito per Feltrinelli: «L'eclisse della democrazia. Le verità nascoste del G8 2001 a Genova». Un libro che - come scrive Andrea Camilleri nella prefazione - «viene a riaprire una memoria, anzi a ribadire una verità, e fa benissimo perché queste non son cose che vanno dimenticate». Siamo tornati con Agnoletto e Guadagnucci davanti a quella scuola di Genova per provare a capire come sia stata possibile la violenza di quella notte e come da allora siamo cambiati, tutti noi e questo Paese.

 

Iacopo Gori
23 giugno 2011(ultima modifica: 24 giugno 2011)

Il Louvre nega la Gioconda a Firenze "E' troppo fragile per trasportarla"

Firenze si sveglia e va a piedi E Renzi «incatena» il centro

Corriere della sera

 

Nel giorno del Patrono, la città affronta una vera e propria rivoluzione anche se la prova del fuoco del traffico si avrà a partire dalla prossima settimana. «Non sarà l’inferno», assicura il sindaco

 

Firenze si sveglia e va a piedi. Il giorno «X», quello in cui piazza Pitti, via Tornabuoni e Por Santa Maria si aggiungono a piazza Duomo, andando a costituire sei ettari di zona pedonale, è arrivato. Nel giorno del Patrono, la città affronta una vera e propria rivoluzione anche se la prova del fuoco del traffico si avrà a partire dalla prossima settimana. «Non sarà l’inferno», assicura il sindaco, anche se già adesso viale dei Colli è congestionato.

 

 

Nella notte è scattata la nuova e vasta zona pedonale. Gran parte del centro storico di Firenze è dunque percorribile d'ora in poi solo a piedi o in bici. Eccezioni: alcune linee di bus elettrici, aree riservate ai residenti e le finestre orarie, già fortemente ristrette nelle settimane scorse, soltanto in alcune strade, per il carico e scarico merci. Prima di andare a messa per la celebrazioni del santo patrono, il sindaco Matteo Renzi ha chiuso la catena che sancisce la pedonalizzazione di via Tornabuoni. Strada dove si incontrano storia, arte e moda, fino a ieri una via nevralgica tanto per gli autobus quanto per i mezzi privati diretti alla stazione di Santa Maria Novella. I grandi vasi di fiori bianchi, rossi e verdi conducono il passante al cospetto di capolavori, quali il palazzo Davanzati, spesso ignorato dagli stessi fiorentini, a causa del frenetico scorrere delle auto. O, ancora, palazzo Antinori. «Ci riprendiamo un pezzo di città - ha detto ai giornalisti Renzi - con l'area del Duomo e quest'area Tornabuoni-Pitti sei ettari e mezzo diventano aree pedonali. Firenze torna capitale del benessere».

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Tutto bene dunque? A chi fa riferimento ai presidi annunciati dai disabili, che si sentono penalizzati dalla nuova zona pedonale, il primo cittadino risponde: «I disabili organizzano una manifestazione per entrare in piazza Pitti, quasi a forzarla. I disabili, che lo sono veramente, e non i furbi col permesso della nonna, non hanno bisogno di forzare piazza Pitti. Ci possono entrare, e hanno addirittura le strisce per i parcheggi a loro riservati. Anche in piazza del Duomo, in realtà, possono parcheggiare a 80 metri dall'ingresso della Chiesa». Ma le autentiche polemiche per l'amministrazione comunale sono altre, e in particolare l'effetto che le nuove misure hanno già iniziato a generare su tutto il resto della città, in termini di volume di traffico. Valutazioni che si potranno cominciare a fare dopo questo ponte festivo.

Per il momento, si può solo registrare l'insofferenza nelle strade che, durante l'orario di carico e scarico merci (per altro notevolmente ridotto nelle scorse settimane), vedono incolonnarsi furgoni, e poi, taxi e pullman. Via della Vigna Nuova e via Strozzi, pur di giorno festivo, intorno alle otto e mezzo erano una coltre di smog. Passato l'orario di carico e scarico, a farla da padrone sono i taxi, in quelle vie dove è loro consentito il transito, come il tratto di por Santa Maria dalla parte di Ponte Vecchio. «E' andato tutto bene, si è vissuto il tutto con un grande spirito di squadra, tra settori comunali e aziende terziarie interessate. Stanotte era tutto ancora più suggestivo». Ci saranno correzioni in corso per la nuova viabilità? «I nuovi provvedimenti, com'è normale, devono essere metabolizzati. Ci vorrà un periodo di sperimentazione, e, se ci sarà bisogno, studieremo ulteriori correttivi». Notte tranquilla anche per il dirigente Gabrielle Ottanelli: «Siamo soddisfatti dell'intervento, sia in termini di realizzazioni oggettive, vedi la segnaletica nuova, sia dell'atteggiamento dei cittadini». Ci sono anche i paletti nuovi, come in via Tornabuoni: «La segnaletica è quasi tutta nuova, a parte che in alcuni punti dove era necessario sottolineare alcune novità».

La prima tappa della pedonalizzazione è scattata martedì alle ore 20, senza grossi intoppi, la seconda giovedì notte, con qualche problema in più. La vera prova del fuoco sarà lunedì quando il traffico tornerà a regime. Lo stesso Renzi nei giorni scorsi aveva precisato: «Disagi ci saranno» perchè «è inevitabile, soprattutto nei primi giorni» e per questo «invito chi può, per la prima settimana, a evitare di prendere la macchina. Chiediamo scusa in anticipo se ci saranno dei problemi - ha proseguito - ma io penso che andrà a finire come in piazza del Duomo: all’inizio tutti contrari poi, alla fine, la bellezza di questa scelta diventerà patrimonio dei fiorentini. Noi vogliamo una Firenze in cui si torni a vivere la qualità degli spazi pubblici, dove si torni a passeggiare e vivere la città. Vogliamo che i passeggini abbiano almeno gli stessi diritti dei motorini e della auto».

Gli interventi per chiudere al traffico le aree interessate sono iniziati la notte fra martedì e mercoledì quando è stata predisposta una nuova viabilità connessa alla pedonalizzazione di via Tornabuoni. Per l’area di piazza Pitti, l’operazione è iniziata e conclusa giovedì con l’inversione del senso di marcia in alcune strade e sui lungarni. La notte, poi, entrambe le aree sono state chiuse al traffico per diventare off limits ad auto e motorini.

In piazza Pitti potranno transitare solo i bussini elettrici, i taxi la notte e i residenti in due fasce orarie quotidiane; solo i residenti invece nella centralissima strada della moda via Tornabuoni. La rivoluzione voluta dal sindaco «rottamatore» ha comportato non solo il cambio del senso di marcia per oltre 40 strade, ma anche la modifica dei percorsi di alcune linee dell’azienda di trasporto pubblico Ataf. Renzi ha spiegato che «disagi ci saranno» specie all’inizio prima che si comprendano i percorsi, e per questo ha invitato «chi può, per la prima settimana, a non prendere la macchina». Il sindaco ha anche promesso che «se ci saranno delle cose che non andranno bene siamo pronti a rimetterle in discussione» ma «basta con le lamentele», perchè «noi vogliamo una Firenze in cui si torni a vivere la qualità degli spazi pubblici, dove si torni a passeggiare. Vogliamo che i passeggini abbiano almeno gli stessi diritti dei motorini e della auto». Poi ha anche scherzato, «ormai tutto è colpa della pedonalizzazione, anche se fa troppo caldo. La pedonalizzazione è diventata come Pisapia».

Sette regole per non sbagliare

Ma le lamentele, le critiche e le polemiche non sono certo mancate: e al di là di quelle politiche, arrivate dai partiti di opposizione, una tra le proteste più dure è arrivata dai disabili fiorentini. La consulta comunale dei portatori di handicap ha fatto un presidio in piazza Pitti: i disabili hanno portato a Renzi una sedia a rotelle: «Vogliamo che provi cosa significa essere disabile e non poter arrivare nelle aree pedonali», dice Michele Cirincione, presidente della Consulta dei disabili. Sul piede di guerra, poi ci sono anche i tassisti che non hanno annunciato presidi ma hanno distribuito volantini per chiedere ai cittadini che subiranno disagi di prendere d’assalto i centralini del Comune. Uno dei giudizi positivi, invece, è arrivato da Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, definisce l’operazione «sicuramente tra le più coraggiose e lungimiranti degli ultimi decenni».

L'Ataf, in attesa che i cittadini prendano confidenza con le modifiche alle linee dei bus ha deciso di non smantellare le vecchie fermate, ma di «incappucciarle» fino a mercoledì con tutte le informazioni sulle nuove fermate, entro un raggio di 50-250 metri. Ataf ha anche rinforzato il proprio personale e i volontari sulle strade.

 

Marco Bazzichi
22 giugno 2011(ultima modifica: 24 giugno 2011)

La multa non è valida se il telelaser non è segnalato

La Stampa


Secondo la Cassazione (sentenza 13727/11) sono da ritenersi nulle le multe inflitte tramite il telelaser se non viene segnalata preventivamente la presenza dell’apparecchio: «l’obbligo della preventiva segnalazione dell’apparecchio di rilevamento della velocità previsto in un primo momento per i soli dispositivi di controllo remoto senza la presenza diretta dell’operatore di polizia» va esteso anche «a tutti i tipi e modalità di controllo effettuati con apparecchi fissi o mobili installati sulla sede stradale, nei quali, perciò si ricomprendono ora anche gli apparecchi telelaser gestiti direttamente e nella disponibilità degli organi di polizia».

Il caso


Un automobilista di Parma si era visto multare nel luglio 2007 per mancato rispetto del limite di velocità da un apparecchio telelaser non preventivamente segnalato. Secondo il Tribunale di Parma la multa doveva considerarsi valida in quanto, a suo dire, non sarebbe stata necessaria la preventiva segnalazione.
La Suprema Corte, pur dichiarando estinto il ricorso dell’automobilista perchè nel frattempo è intervenuta una transazione con il comune, ha colto l’occasione per ricordare «l’obbligo di preventiva segnalazione dell’apparecchio» di rilevazione della violazione del Codice della strada, pena l’annullamento della multa.




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Il cellulare del corriere di Osama prova i legami con i servizi segreti pakistani

Quotidiano.net


Quel telefonino dimostra che bin Laden rimase latitante cosi’ a lungo grazie all’aiuto dei militanti del gruppo ultra-radicale Harakat-ul-Mujaheddin, strettamente legati agli agenti di Islamabad



Istanbul, proteste per l'uccisione di bin Laden (Ansa)



New York, 24 giugno 2011

Il cellulare del corriere seguendo il quale e’ stato trovato il covo di Osama bin Laden, uno dei cinque confiscati dalle forze speciali americane nel rifugio di Abbottabad dove si nascondeva il defunto fondatore di ‘al-Qaeda’, sembrerebbe in grado dimostrare che questi pote’ rimanere latitante cosi’ a lungo grazie all’aiuto prestatogli da militanti del gruppo ultra-radicale pakistano ‘Harakat-ul-Mujaheddin’, a loro volta strettamente legati all’Iss, i potentissimi servizi segreti di Islamabad: lo afferma oggi il quotidiano ‘The New York Times’, citando fonti governative Usa al corrente degli sviluppi delle indagini condotte, tra l’altro, proprio sul telefonino in questione.

Da quest’ultimo sarebbero infatti partite diverse chiamate che hanno permesso di risalire appunto a membri di ‘Harakat-uil-Mujaheddin’. “E’ una traccia seria, una pista sulla quale stiamo indagando”, ha confermato al giornale una delle fonti, sebbene un’altra ugualmente bene informata abbia puntualizzato che al momento non si dispone di una “smoking gun”, cioe’ di una prova inconfutabile dell’ipotetica complicita’ dell’intelligence pakistana nel salvaguardare l’irreperibilita’ di bin Laden: non e’ di fatto ancora chiaro se le telefonate tra miliziani integralisti e agenti segreti si riferissero proprio allo ‘Sceicco del Terrore’ e al sostegno da garantirgli.

‘Harakat-uil-Mujaheddin’ e’ una delle organizzazioni terroristiche che compaiono sulla lista nera stilata dall’amministrazione di Washington. Secondo gli analisti militari della rivista specializzata ‘Jane’s’, la sua base si trova nel settore del Kashmir controllato dal Pakistan; ha condotto diverse operazioni contro obiettivi in India, e avrebbe mantenuto contatti clandestini con l’Isi per molti anni.




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Una lezione americana

Il Tempo


Negli Stati Uniti le telefonate e i verbali impaginati in questi giorni non avremmo mai potuto leggerli e uno come Bisignani non esisterebbe. A Washington gli interessi sono palesi ed emergono nella loro sana dinamica. Questa è la differenza tra un grande Paese e un piccolo villaggio di furbetti ipocriti.


Luigi Bisignani Negli Stati Uniti uno come Bisignani non esisterebbe. In Italia invece sì. E la colpa non è certo sua, ma di un sistema che preferisce lasciare le relazioni pubbliche e il lobbismo nel limbo dell’incerto piuttosto che regolarle con una legge che imponga trasparenza. Sono stato un bel po’ di volte a K Street a Washington e al Congresso americano. Ho visto come funziona il rapporto tra lobbisti e congressmen.

Gli interessi sono palesi, emergono nella loro sana dinamica, sono certificati, nessuno si straccia le vesti, questa è la differenza tra un grande Paese e un piccolo villaggio di furbetti ipocriti. Negli Stati Uniti le telefonate e i verbali impaginati in questi giorni non avremmo mai potuto leggerli. E la colpa non è certo dei giornalisti, ma di un sistema giudiziario e legislativo che è un colossale colobrado a dispetto degli strepiti e dell’indignazione che si professano ma poi non si tramutano in atti concreti, cioè buone leggi per tutelare non solo la privacy ma anche e soprattutto per separare le buone inchieste da quelle cattive.

Quella istruita dal procuratore Woodcock - lo scrivo con grande rispetto per la magistratura - è una cattiva inchiesta. Priva di tatto istituzionale, guardona, voyerista, pettegola, gossipara, da coiffeur, ma senza per ora lo straccio di una prova che regga il processo. Di inchieste sui giornali ne ho viste decine e decine. Ma di sentenze esemplari che rispettano le premesse ben poche. Mi sarebbe piaciuto udire un monito del Presidente della Repubblica sull’eruzione di verbali che forse denunciano un costume ma non accertano un reato. Silenzio. Ma non dispero. Napolitano non vuole lo sfascio. E non è mai troppo tardi per applicare una lezione americana.
 


Mario Sechi

24/06/2011





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Amore etero o gay? Che polemica assurda

di Cristiano Gatti

L’oncologo Veronesi: "I legami fra omosessuali sono più puri" perché non finalizzati alla procreazione. Ma fare una classifica dei sentimenti è a dir poco acrobatico



Lo ammettono soprattutto loro, gli anziani: l’unico vantaggio della vecchiaia è dire finalmente quello che si pensa senza contare nemmeno fino a uno, incuranti di convenienze e conseguenze. A 86 anni, evidentemente, il professor Veronesi sta scoprendo questo regalo sublime della senilità. E se lo gode alla grande. Superiore a qualunque gioco, libero da qualsiasi condizionamento, il valoroso oncologo lancia ormai ciclicamente i cosiddetti sassi nello stagno, godendosi poi lo spettacolo dei sommovimenti. Tempo fa aveva agitato il mondo dello sport chiedendosi perché mai non liberalizzi il doping, visto che le sostanze proibite vengono tranquillamente usate - e fanno benone - su malati anche gravi. 

Adesso però alza il tiro: parlando alla presentazione della sua iniziativa «The future of science», sdogana drasticamente l’omosessualità. Parole sue: «L’amore omosessuale è più puro. In quello etero una persona direbbe “ti amo non perché amo te, ma perché in te ho trovato la persona con cui fare un figlio”. Nell’amore omosessuale invece non accade, è più evoluto e consapevole: si dicono ti amo perché “il tuo pensiero, la tua sensibilità, i tuoi sentimenti sono più vicini ai miei”…».

L’omoelegia è una risposta diretta al sindaco di Bologna, Virginio Merola, che recentemente ha lanciato un’iniziativa per la maggiore tutela delle coppie sposate, nonché al sindaco di Sulmona, Fabio Federico, che addirittura considera certe omosessualità «aberrazioni». Senza volerlo espressamente, è pure una concezione che si colloca agli antipodi rispetto a quella della Chiesa, pronta a difendere l’amore eterosessuale proprio perché ha come fine la procreazione. 

Inutile specificare come comunque il professor Veronesi, il Veronesi grillo parlante e libero pensatore della terza età, stia già scatenando il finimondo. Il ministro Giovanardi gli assegna il premio «Delirio d’estate», ex-aequo con Vasco Rossi per la sua crociata contro le leggi che impediscono di guidare ubriachi. All’estremo opposto si pone Imma Battaglia, presidente «DiGay Project»: «Dai grandi uomini provengono parole di verità e di luce». In mezzo metterei Fabrizio Marrazzo, portavoce di «Gay Center»: «Non siamo abituati a definire migliore l’amore omosessuale rispetto a quello eterosessuale: ci basterebbe definirlo uguale».

Forse conviene partire proprio da qui, da queste ultime parole: definire un amore migliore, o più puro, di un altro, resta discorso pericolosamente acrobatico. 

Certo rientra nella moda molto trendy e molto «socially correct» della difesa delle minoranze, dei deboli, dei diversi. Neppure il professor Veronesi si sottrae a questo conformismo di ultima generazione, che è poi il conformismo dell’anticonformismo. Cosa stiamo qui a dire: è chiaro a tutti come l’amore omosessuale non vada più demonizzato, tanto meno perseguito, come in certi tempi cupi e in certi luoghi arretrati del mondo. Ma questa è una cosa troppo banale, ormai, perché ancora si possa pensare di specificarla. È un dato di fatto, punto. E chi non la pensa così è un trinariciuto ottuso, con seri problemi personali.

Però stabilire classifiche dell’amore è tutta un’altra cosa. Certo esistono coppie omosessuali che si amano in modo più puro e disinteressato di certe coppie etero, ma ci sono anche milioni di coppie eterosessuali che si amano in modo molto più puro e più alto di certi pagliacci esibizionisti da gay-pride. Non è una verità sconvolgente: è la semplice verità di tutti i giorni. 

E per favore, caro professore, lasciamo perdere i richiami ancestrali della procreazione: l’idea che uomini e donne si fiutino come ghepardi o come iguana per scegliersi una preda d’accoppiamento è francamente molto retrò. Molto scientifico, forse, ma molto vecchio e molto avvilente.

Alle volte, le combinazioni. Prof, mentre lei esprimeva questa teoria, noi del Giornale eravamo in una chiesa a celebrare il funerale di Consilia, la giovane moglie del nostro amatissimo collega Massimo Veronese. Se n’è andata a 47 anni per il male che lei, professore, combatte da una vita. Alla fine della messa, il nostro amico ha trovato la forza per salire sul pulpito e leggere una lettera «alla sua ragazza», l’ultima lettera d’amore prima di accompagnarla al cimitero. 

Mi creda: in questo matrimonio normalissimo e tradizionalissimo non hanno procreato, eppure io poche volte ho ascoltato parole così dolci, così profonde, così tremendamente belle tra due innamorati. Sbaglierò, professore, ma ho questa sensazione: se le avesse ascoltate, forse non avrebbe mai detto che l’amore omosessuale è più puro. Era quella, in quella chiesa, la purezza assoluta.




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Quei 250 milioni spesi per il ponte di Messina (che non si farà più)

Corriere della sera


La crisi, il no della Lega. E l'opera non parte





ROMA - «Costruiremo il ponte di Messina, così se uno ha un grande amore dall'altra parte dello Stretto, potrà andarci anche alle quattro di notte, senza aspettare i traghetti...» Da quando Silvio Berlusconi ha pronunciato queste parole, era l'8 maggio 2005, sono trascorsi sei anni, e gli amanti siciliani e calabresi sono ancora costretti a fare la fila al traghetto fra Scilla e Cariddi. Sul ponte passeranno forse i loro pronipoti. Se saranno, o meno, fortunati (questo però dipende dai punti di vista).

La storia infinita di questa «meraviglia del mondo», meraviglia finora soltanto a parole, è nota, ma vale la pena di riassumerla. Del fantomatico ponte sullo Stretto di Messina si parla da secoli. Per limitarci al dopoguerra, la prima mossa concreta è un concorso per idee del 1969. Due anni dopo il parlamento approva una legge per l'attraversamento stabile dello Stretto. Quindi, dieci anni più tardi, viene costituita una società, la Stretto di Messina, controllata dall'Iri e affidata al visionario Gianfranco Gilardini. Che ce la mette tutta. Coinvolge i migliori progettisti, e per convincere gli oppositori arriva a far dimostrare che il ponte potrebbe resistere anche alla bomba atomica. Passerà a miglior vita senza veder nascere la sua creatura. La quale, nel frattempo, è diventata un formidabile strumento di propaganda. Ma anche un oggetto di scontro politico: mai un ponte, che per definizione dovrebbe unire, ha diviso così tanto. Da una parte chi sostiene che sarebbe un formidabile volano per la ripresa del Mezzogiorno, se non addirittura una sensazionale attrazione turistica, dall'altra chi lo giudica una nuova cattedrale nel deserto che deturperà irrimediabilmente uno dei luoghi più belli del pianeta. Fra gli strali degli ambientalisti, Bettino Craxi ci fa la campagna elettorale del 1992. E i figli del leader socialista, Bobo e Stefania, proporranno in seguito di intestarlo a lui. Mentre l'ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Nisticò avrebbe voluto chiamarlo Ponte «Carlo Magno» attribuendo il progetto di unire Scilla e Cariddi al fondatore del Sacro Romano Impero. Nientemeno.

Finché, per farla breve, arriva nel 2001 il governo Berlusconi con la sua legge obiettivo. Ma nemmeno quella serve a far decollare il ponte. Dopo cinque anni si arriva faticosamente a un passo dall'apertura dei cantieri, con l'affidamento dell'opera (fra polemiche e ricorsi) a un general contractor, l'Eurolink, di cui è azionista di riferimento Impregilo. Quando però cambia la maggioranza. Siamo nell'estate del 2006 e il ponte finisce su un binario morto. Il governo di centrosinistra vorrebbe addirittura liquidare la società Stretto di Messina, concessionaria dell'opera, ma il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, sventa la mossa in extremis. Nessuno lo ringrazierà: ma se l'operazione non si blocca il «merito» è suo. Nel 2008 torna dunque Berlusconi e il progetto, a quarant'anni dal suo debutto, riprende vita.

Certo, nella maggioranza c'è qualcuno che continua a storcere il naso. Il ponte sullo Stretto di Messina, la Lega Nord di Umberto Bossi proprio non riesce a digerirlo. Ma tant'è. Nonostante le opposizioni interne ed esterne, la cosa va avanti sia pure lentamente. E si arriva finalmente, qualche mese fa, al progetto definitivo. Nel frattempo, sono stati già spesi almeno 250 milioni di euro.

Sarebbe niente, per un'opera tanto colossale, se però gli intoppi fossero finiti. Sulla carta, per aprire i cantieri, ora non mancherebbero che poche formalità, come la Conferenza dei servizi con gli enti locali e il bollino del Cipe, il Comitato interministeriale che deve sbloccare tutti i grandi investimenti pubblici. Sempre sulla carta, non sarebbe nemmeno più possibile tornare indietro e dire a Eurolink, come avrebbero voluto fare gli ambientalisti al tempo del precedente governo: «Scusate, abbiamo scherzato». Il contratto infatti è blindato. Revocarlo significherebbe essere costretti a pagare penali stratosferiche. Parliamo di svariate centinaia di milioni. Ma nonostante questo il percorso si è fatto ancora una volta più che mai impervio. Non per colpa dei soliti ambientalisti. Nemmeno a causa della crisi economica, il che potrebbe essere perfino comprensibile. Piuttosto, per questioni politiche. Sia pure mascherate da difficoltà finanziarie.

Per dirne una, il «decreto sviluppo» ha materializzato un ostacolo imprevisto e insormontabile. Si è stabilito infatti che le cosiddette «opere compensative», quelle che i Comuni e gli enti locali pretendono per non mettere i bastoni fra le ruote al ponte, non potranno superare il 2% del costo complessivo dell'opera. E considerando che parliamo di 6 e mezzo, forse 7 miliardi di euro, non si potrebbe andare oltre i 130-140 milioni. Una cifra che, rispetto agli 800-900 milioni necessari per le opere già concordate con le amministrazioni locali, fa semplicemente ridere. Bretelle, stazioni ferroviarie, sistemazioni viarie.... Dovranno aspettare: non c'è trippa per gatti. Basta dire che il solo Comune di Messina aveva concordato con la società Stretto lavori per 231 milioni. Fra questi, una strada (la via del Mare) del costo di 65 milioni. Ma soprattutto il depuratore e la rete fognaria a servizio della parte nord della città, che ne è completamente priva: 80,7 milioni di investimento. Adesso, naturalmente, a rischio. Insieme a tutto il resto. Anche perché le opere compensative sono l'unica arma che resta in mano agli enti locali. Portarle a casa, per loro, è questione di vita o di morte.

A remare contro c'è poi il clima politico. Dopo la batosta elettorale alle amministrative la Lega Nord, che già di quest'opera faraonica non ne voleva sentire parlare, ha alzato la posta e questa è una difficoltà in più. Fa fede l'avvertimento lanciato dal leghista Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso: «La gente non vuole voli pindarici, non è interessata a opere come il ponte sullo Stretto di Messina perché è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Quindi anche tu, Bossi, quando appoggi questi programmi da fantascienza, ricordati piuttosto di restare con i piedi per terra, perché gli alpini mettono un piede dopo l'altro».

Con l'aria che tira nella maggioranza basterebbe forse questa specie di «de profundis» che viene dalla pancia del Carroccio per far finire nuovamente il ponte su un binario morto. Senza poi contare quello che è successo in Sicilia. Dove ora c'è un governo regionale aperto al centrosinistra, schieramento politico che al ponte fra Scilla e Cariddi è sempre stato fermamente contrario. Una circostanza che rende estremamente complicato al governatore Raffaele Lombardo spingere sull'acceleratore. E questo nonostante i posti di lavoro che, secondo gli esperti, quell'opera potrebbe garantire. Sono in tutto 4.457: un numero enorme, per un'area nella quale la disoccupazione raggiunge livelli record.

Ma il fatto ancora più preoccupante, per i sostenitori dell'infrastruttura, è il disinteresse che sembra ormai circondarlo anche negli ambienti governativi. Evidentemente concentrati su ben altre faccende. La società Stretto di Messina ha diramato ieri un comunicato ufficiale per dare notizia che «il consiglio di amministrazione ha avviato l'esame del progetto definitivo del ponte». Un segnale che la cosa è ancora viva, magari nella speranza che Berlusconi si decida a rilanciare il ponte, annunciando l'ennesimo piano per il Sud? Forse. Vedremo quando e come l'esame si concluderà, e che cosa accadrà in seguito. Sempre che il governo vada avanti, sempre che si trovino i soldi per accontentare gli enti locali... Intanto nella sede messinese di Eurolink, dove lavoravano decine di persone, sembrano già cominciate le vacanze. Come avessero fiutato l'aria.


Sergio Rizzo
24 giugno 2011



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Alfano: «Speso un miliardo per le intercettazioni» E D’Alema: la P4 è pattume

di Anna Maria Greco


Roma

D’Alema come Alfano. L’ex segretario del Pd rinnega le paginate di vita privata raccattate dai pm e sventolate sui giornali. Le sue parole sgretolano i luoghi comuni della sinistra e la spaccano. E D’Alema si becca la sua dose di polemiche.

Alfano quasi come D’Alema. La valanga di intercettazioni griffata Woodcok per l’inchiesta sulla P4? «Può anche essere divertente leggerle sui giornali - commenta amaro il Guardasigilli - ma non c’è nulla di penalmente rilevante. E non sono gratis per il sistema».

Fa i conti, il ministro della Giustizia, alla tavola rotonda di Confindustria sui costi della giustizia: «Il debito accertato nei confronti di ditte e operatori telefonici è di un miliardo di euro. Si tratta di servizi giusti, perché le intercettazioni si devono fare, ma non sono certo gratis».

Il Guardasigilli ricorda che ad ottobre 2008, poco dopo il suo arrivo a via Arenula, le ditte che fornivano il materiale per le intercettazioni minacciarono di bloccare il servizio, perché non venivano pagate da troppo tempo. Dopo lunghe trattative «i costi delle intercettazioni sono diminuiti di un terzo, grazie alla strategia del fiato sul collo» delle ditte, che per gli stessi servizi applicavano diversi prezzi in diversi uffici giudiziari.

L’accusa del ministro provoca una reazione dalla procura napoletana. «Io non parlo - dice Henry John Woodcock, titolare con Francesco Curcio dell’inchiesta P4. Parlano gli atti processuali, che sono stati già esaminati da un giudice e che saranno esaminati da altri giudici». La pubblicazione dei verbali fa tornare d’attualità la legge sulle intercettazioni, incagliatasi con il governo Prodi e poi con quello Berlusconi. Il Pdl è deciso a tornare all’attacco e si parla anche della possibilità di un decreto legge, che però sarebbe sgradito al Quirinale. Fini infatti si affretta a bocciarlo. Niente decreto-bavaglio. «Ma è giusto regolamentare le intercettazioni». Aggiunge: «Nessun imbarazzo per Bocchino, ma a me Bisignani non telefonava».

Ma è possibile ora trovare un accordo bipartisan? Lo fa pensare, appunto, l’uscita di D’Alema. «Leggiamo in questi giorni una valanga di intercettazioni che nulla hanno a che vedere con vicende penali e sgradevolmente riferiscono vicende private delle persone. Tutto questo non è positivo». Il leader Pd accusa il governo di non aver fatto una legge, aggiunge che ora è «tardi» per pensarci ed è «inopportuno intervenire per decreto».

La base, comunque, dovrebbe essere il ddl «equilibrato» del governo Prodi. Il presidente del Copasir proprio ieri ha proposto e ottenuto che l’organismo parlamentare chiedesse le carte sulla P4 alla procura di Napoli. Nell’inchiesta, infatti, sono finiti anche i servizi segreti e nelle intercettazioni si parla di un incontro dello stesso D’Alema con il nuovo capo dell’Aisi, Adriano Santini, accompagnato dal faccendiere Luigi Bisignani. Oltre che di rapporti tra quest’ultimo e l’amico di D’Alema Enzo Morichini, travolto da diverse inchieste. Tanta preoccupazione per la privacy del leader Pd ha a che fare con questo?

Giuseppe Lumia fa la nota stonata: «Le dichiarazioni intercettate e pubblicate sui giornali non sono conversazioni private, ma riguardano la vita politica». E Ignazio Marino e Oriano Giovanelli denunciano il «bavaglio all’informazione per proteggere gli affaristi». Intanto, nel Pdl il punto è: da quale testo ripartire? Per Maurizio Lupi dev’essere «il più possibile condiviso». Ma Gaetano Quagliariello vede «la soluzione migliore» nella versione più dura già approvata al Senato. «Perché dopo 2 anni e mezzo ricominciare da zero?», obietta la presidente Fli della commissione Giustizia di Montecitorio, Giulia Bongiorno.



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Di Pietro: il Pd è un pachiderma Non si vince soltanto con i no

La Stampa

La svolta di Tonino: «Dobbiamo intercettare i voti in uscita da destra»



FABIO MARTINI
ROMA

I fautori della purezza lo hanno crocifisso via web per quella breve chiacchierata intrecciata a Montecitorio col “mostro” Berlusconi, ma Antonio Di Pietro non se la prende, perché la sua vera svolta è un’altra e lui la spiega così: «Con il crollo del Cavaliere c’è tutto un elettorato che va riportato sulla retta via. Ce lo hanno già detto i referendum: sono andati a votare 27 milioni di italiani, molti di più dei 17 che votarono centrosinistra alle Politiche.

A sta’ gente vogliamo spiegare il progetto dell’opposizione? Se il Pd è un pachiderma inerme che dice di no a tutto, ci penseranno forze più giovani come la nostra a rendere credibile l’alternativa». Morale della storia: «Io suono la sveglia: sbaglia chi pensa che la vittoria arriverà stando seduti». Effettivamente dentro il discorso pronunciato due giorni fa alla Camera erano contenuti i prodromi di una svolta moderata da parte dell’Italia dei Valori che potrebbe modificare l’offerta politica di tutta l’opposizione.

Le dietrologie sull’incontro col Cavaliere fanno sorridere, ma lei non ha dato una versione un po’ troppo omissiva di quella chiacchierata?
«Ma stiamo scherzando? Un signore mi si avvicina e mi dice buongiorno... Poveraccio che male ha fatto? Ma poi mi domanda: visto quanto è bello il mio discorso? Anzitutto gli ho risposto buongiorno, ma gli ho detto: la cosa migliore per il Paese è che lei se ne vada a casa. Che altro potevo fare? Scappare dal mio posto? Menargli? Se dovevo inciuciare con Berlusconi, lo facevo lì, davanti a tutti?».

Le proteste via Web?
«Certe dietrologie lasciamole a quelli che vivono criticando e hanno bisogno di farlo sempre e comunque, a prescindere».

Dal 2008 avete surrogato la sinistra radicale restata fuori dal Parlamento, ma ora che sono emersi interpreti più naturali - Vendola, Grillo - l’Idv si riconverte come ala legalitaria e moderata del centrosinistra?
«Quello spazio l’ho coperto e lo coprirò. Anche perché dobbiam dirla tutta: l’opposizione finora l’abbiamo fatta solo noi e l’Idv ha avuto un ruolo essenziale nel mandare in tilt l’attuale maggioranza con i referendum e con alcune candidature alle amministrative. Ma oggi dobbiamo essere in grado di proporci come alternativa».

La sinistra radicale riaffiora, ma le pare abbia riflettuto autocriticamente sugli errori commessi durante il governo Prodi?
«Più che un’autocritica, serve una scelta chiara: cosa vogliamo? La coalizione di tenuta democratica per buttar giù Berlusconi, va bene, ma altra cosa è costruire una credibile coalizione di governo. La politica del no a tutto, è la politica dell’asino di Buridano: quello no, quello no e poi muori di fame. Quanto a Vendola, lui vuole le Primarie, ma per fare cosa? Per capire cosa farebbe il candidato Vendola, potrei guardare in Puglia. Ma cosa sta facendo? Niente. O comunque nulla di rivoluzionario».

Dunque, le si propone di pescare anche nell’elettorato dell’Udc e in quello sinora potenziale di Fini?
«Io non voglio morire di inedia in attesa che il Terzo polo decida che fare. Nel sistema bipolare gli elettori liberaldemocratici che non vogliono buttare il proprio voto, se votano centrosinistra sanno di trovare nell’Idv un riferimento ben strutturato. Noi siamo una realtà liberaldemocratica che vuole dialogare con la sinistra ma non essere ghettizzati ideologicamente a sinistra. Lo Stato sociale va difeso ma il libero mercato non è un nemico da abbattere. Difendiamo i lavoratori, ma senza imprese i lavoratori non ci stanno. L’assistenzialismo fine a sé stesso non porta da nessuna parte».

Lei chiede un vertice delle opposizioni: per fare cosa?
«Per il Pd è finito il tempo di sentire applausi. L’unica cosa fatta che hanno fatto loro, dopo averci sparato addosso per i referendum, è stata quella di metterci il cappello sopra. Si sentono sempre i primi della classe, ma si devono fare da fare. Riconosco che il motore debba essere costituito dal partito di maggioranza relativa però suono la sveglia. Non possono pensare di andare a governare per caduta libera, soltanto in odio a Berlusconi. In fondo che ho detto a Bersani? Fai il leader! Lo faccia».

E’ come se il Pd avesse un “crampo”: se mette tre partiti attorno ad un tavolo, gli altri si offendono...
«Guardi, sono tre anni che stiamo all’opposizione, non ci siamo mai incontrati, non sappiamo quali partiti fanno parte della coalizione, non conosciamo le basi di un programma minimo sul piano sociale, economico, della giustizia, della politica estera. Al Pd lascio lo ius primae noctis, ma la prima notte la passano in bianco. Dalla settimana prossima se non si muovono loro, mi muovo io. Questa è l’ultima chiamata».




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Così l’imprenditore Romeo diede un milione a Fini e Bocchino»

di Gian Marco Chiocci

Patricia Tagliaferri

Roma


Fra tante chiacchiere in libertà, un atto concreto. Che con l’inchiesta P4 c’entra poco ma che per altre questioni giudiziarie tocca da vicino Italo Bocchino, intimo di Bisignani e presunto autore della soffiata all’«amico Gigi» sulle indagini di Woodcock. Parliamo del famoso milione di euro che, secondo un ex consigliere della Margherita di Napoli, l’imprenditore Alfredo Romeo avrebbe girato all’esponente del Fli (e poi a Gianfranco Fini) per ammorbidire la posizione di An in consiglio comunale sull’appalto Global Service per la manutenzione delle strade del comune di Napoli. Tra le migliaia di pagine depositate in questi giorni, infatti, spunta l’interrogatorio del consigliere Mauro Scarpitti, amico e collega di Giorgio Nugnes, l’assessore della giunta Jervolino suicida per i veleni dell’inchiesta-Romeo.

Sarebbe stato proprio il defunto Nugnes a raccontare nel corso di una cena elettorale a Scarpitti e ad altri politici presenti, che la delibera Global Service sarebbe stata presto approvata senza intoppi, dilungandosi sui «retroscena» che avrebbero portato a un cambio di atteggiamento da parte di An. Un «cospicuo finanziamento» elargito durante una gita in barca. Le carte raccontano questo, ma nessun magistrato potrà mai chiedere conferma a chi quelle parole avrebbe pronunciato. Ci sarebbero però altri testimoni, indicati da Scarpitti durante il suo interrogatorio in Procura lo scorso 31 gennaio da lui stesso sollecitato per poter raccontare agli inquirenti i fatti di cui era a conoscenza, già messi nero su bianco in una memoria consegnata al pm partenopero Giancarlo Novelli.

Compresi i nomi di quanti, oltre a lui, sarebbero stati presenti ad un incontro in un albergo e ad una cena elettorale in cui si parlò del milione di euro finito ad An. La riunione si tenne nella primavera del 2005, a circa 10 giorni dalle elezioni regionali di quell’anno. «Fui convocato telefonicamente da Nugnes - racconta Scarpitti a verbale - per vederci al bar dell’Hotel Vesuvio. Erano presenti, oltre a me e a Nugnes, il consigliere comunale Cilenti (Massimo, ndr) e Vincenzo Cotugno che io conoscevo da anni poiché anch’egli in passato attivista della Dc nella zona di Soccavo». Nel bel mezzo di questo incontro, la cui natura «era squisitamente politica», sarebbe stato fatto un accenno all’appalto Global Service.

«Nugnes - si legge nel verbale - parlò della preparazione della gara dicendo che essa avrebbe rappresentato un’occasione importante per la città e per le sue prospettive di carriera politica anche per i rapporti tra Romeo ed i vertici nazionali della Margherita». Ma è nel secondo episodio riferito ai magistrati dall’ex consigliere comunale, quello della cena per festeggiare la nomina di Nugnes nella primavera del 2006, che si sarebbe entrati nel vivo della vicenda. «Ricordo che alla cena che si svolse al ristorante Rossini - racconta Scarpitti - erano presenti, oltre a me e a Nugnes, il consigliere regionale Roberto Conte, Emanuele Cameli, un medico amico personale di Conte, Michele Santoro, altro amico di Conte e suo promotore elettorale nella zona di Quarto, e un paio di consiglieri circoscrizionali vicini a Nugnes di cui non ricordo i nomi.

In quell’occasione Nugnes ritornò sul tema del Global Service che, peraltro, era diventato di sua competenza dopo la nomina ad assessore e disse che la delibera sarebbe andata in porto anche per il superamento degli ostacoli fino allora frapposti dal centro-destra. Su mia insistenza Nugnes disse che c’era stato un incontro tra Bocchino e Romeo su una barca e che i problemi erano stati risolti. Io chiesi nuovamente a quali condizioni ed in che modo e Nugnes, senza parlare, fece un gesto alzando un pollice. Io capii che si riferiva ad una dazione di danaro e chiesi: “Centomila”? Nugnes, allora, fece segno con l’altra mano che dovevo salire e io allora esclamai: “Un milione?”, e Giorgio Nugnes annuì. Ricordo che commentai, citando Totò, dicendo: “Alla faccia del bicarbonato di sodio!”. Nugnes aggiunse che sicuramente, chiudendo questa operazione, il Bocchino avrebbe anche recuperato i suoi rapporti politici e personali con Fini». Bocchino, per la cronaca, ha bollato queste indiscrezioni anticipate dal



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Gli anonimi all’attacco del governo italiano

Corriere della sera


Gli anonimi italiani scendono “in guerra” contro il governo. La dichiarazione delle ostilità è arrivata una settimana fa attraverso un video (vedi sotto), dove alla faccia del Presidente del Consiglio – nel video in cui Berlusconi parlava dell’indagine sui festini ad Arcore – si sostituisce quella di Guy Fawkes, cospiratore inglese del ’600 tornato a nuova popolarità con il fumetto (e poi il film) “V per vendetta” e ormai maschera ufficiale del gruppo hacker degli Anonymous. “Governo italiano, sei sotto osservazione, l’informazione nel Paese non è libera.

Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. Aspettaci”. Le prime azioni coordinate sono avvenute quindi martedì e mercoledì scorsi. Nell’arco dei due giorni sono stati diversi gli obiettivi colpiti con l’ormai “tradizionale” attacco Ddos, il Distributed denial of service, massiccio numero di richieste fittizie ai server che impedisce o rende difficoltoso l’accesso a un sito: ilpopolodellaliberta.it, governoberlusconi.it, governo.it, camera.it, senato.it. Mentre sui siti afferenti al Pdl e al premier è comparso il messaggio lasciato degli anonimi (vedi più sotto il volantino), quelli del governo – come confermano fonti di Montecitorio – hanno resistito all’attacco. Immediata e dura la condanna del presidente del Senato, Renato Schifani: “Le azioni degli hacker sono atti esecrabili perché gli attacchi alle istituzioni sono attacchi alla democrazia da combattere senza se e senza ma”.


Quelli dei giorni scorsi non sono stati certo i primi assalti ai siti istituzionali da parte della sezione italiana del movimento di hacker politici Anonymous: a febbraio di quest’anno l’attacco a governo.it non aveva portato all’effetto sperato dagli anonimi. Ma come suggestivamente questi “pirati etici” si autodefiniscono – “Noi siamo una legione” –, è proprio la forza del numero che permette agli anonimi di sferrare attacchi sempre più efficaci. Non è solo dunque la “potenza di fuoco” dei Ddos tramite botnet a essere aumentata nei mesi (raddoppiata, secondo quanto ci ha raccontato l’esperto di sicurezza Raoul Chiesa, in soli 4 mesi). Come si può leggere sul blog di Anonymous Italy, i comunicati stampa del gruppo sono spesso scritti in due lingue, italiano e inglese.

Un’azione su Internet non necessita presenza fisica in un luogo particolare e dunque gli “anonimi” di tutto il mondo si “scambiano le forze”, sostenendosi di volta in volta nei vari attacchi a siti nazionali o internazionali. Dal movimento “Free Assange” (gli Anonymous si sono fatti conoscere dal grande pubblico proprio per le azioni a favore del fondatore di Wikileaks) agli “indignados” spagnoli. Fino ad arrivare al gruppo italiano, che evidentemente sta ottenendo un sempre maggiore appoggio internazionale, così da riuscire a bloccare i siti messi nel mirino. A questo si aggiunge poi anche una maggiore diffusione – probabilmente per questioni politiche – di supporters nazionali disposti a utilizzare gli “strumenti di attacco” messi a disposizione della rete degli anonimi






Gli attacchi dei giorni scorsi hanno avuto in realtà due obiettivi diversificati: il 21 nel mirino digitale c’era dichiaratamente la persona di Silvio Berlusconi (vedi il volantino sopra) e l’operazione – co-firmata dal gruppo Lulz Security, “protagonista” di attacchi di alto profilo come quelli ai server Sony o a quelli della Cia (a fianco il logo) – si chiamava in modo significativo “#opitaly Bunga Bunga”; il 22, nell’ambito dell’operazione chiamata invece “Payback Italy”, l’obiettivo erano invece i siti istituzionali e in generale il governo italiano. Le modalità come detto sono le stesse e così anche quella che si potrebbe definire la “retorica” del messaggio: il richiamo di Anonymous è sempre rivolto al “popolo”, ai “cittadini”. L’idea è quella della partecipazione dal basso per arrivare a cambiare chi c’è e quanto accade in alto: “Noi siamo gli anonimi, noi siamo una legione. Noi siamo te”. Non sono chiari quali possano essere i prossimi passi di questa “guerra” che prevede azioni di cybersquatting, anche se in Rete circola la voce di un possibile nuovo attacco venerdì mirato sulla città di Milano.
Giovedì al Senato, proprio durante l’attacco al sito, si è svolta una conferenza sulla cybersecurity organizzata dal Centro studi TTS. Durante l’incontro Raoul Chiesa ha fatto una proposta-provocazione che ha fatto molto discutere: “Nella strategia di cyberdifesa nazionale gli hacker potrebbero essere considerati come una risorsa e non come una minaccia, “patrioti informatici” contro chi davvero agisce per dolo, spie, terroristi e altre tipologie di criminali”. Perché qualcosa del genere possa accadere, servirebbero ovviamente dei passi di avvicinamento. sia da una parte, sia dall’altra.




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