mercoledì 22 giugno 2011

Cento mummie in Appennino "Scoperta eccezionale"

Il Resto del Carlino


Sotto la chiesa della Conversione di San Paolo, nella frazione Roccapelago di Pievepelago, trovati circa 300 corpi inumati, di cui un centinaio mummificati, un caso unico per l’Italia settentrionale


Una mummia


Roccapelago (Modena), 22 giugno 2011


Una «scoperta eccezionale», non si sono stancati di ripetere gli esperti, riportata in vita dopo secoli d’oblio. Una comunità intera dell’alto Appennino modenese, vissuta tra il Cinquecento e il Settecento, ha rivisto la luce grazie ai recenti scavi archeologici che hanno interessato la chiesa della Conversione di San Paolo, nella frazione Roccapelago di Pievepelago. Le campagne di scavo, condotte sotto la direzione della Soprintendenza per i beni archeologici dell’Emilia Romagna, hanno permesso di ritrovare sotto il pavimento in pietra della chiesa circa 300 corpi inumati, di cui un centinaio mummificati, un caso unico per l’Italia settentrionale.

La notizia dell’importante scoperta è stata resa nota ufficialmente, in una conferenza stampa, dove hanno preso la parola, tra gli altri, Filippo Maria Gambari, soprintendente per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna, Andrea Landi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio, Giorgio Gruppioni, antropologo dell’Università degli studi di Bologna, sede di Ravenna.

L’eccezionalità del ritrovamento sta nel ‘congelamento’, o per meglio dire nell’ ‘essicazione’ naturale che le decine di corpi hanno subito nei secoli, grazie alle condizioni climatiche particolari dell’ambiente in cui sono stati ritrovati: una cripta situata nella parte orientale della chiesa, utilizzata come fossa comune tra il XVI e il XVIII secolo.

 Le mummie, deposte l’una sull’altra e generalmente avvolte in sudari, conservano ancora pelle e capelli, un abbigliamento comune composto di tunica e calze, e crocifissi, medagliette votive, anelli, semplici bracciali, perfino una rara lettera ‘componenda’, utilizzata per attrarre la protezione divina. A tornare in vita è quindi una comunità intera, fatta di uomini, donne, anziani e bambini, con i suoi usi e costumi, le sue tradizioni e credenze, oggi oggetto di studio nel Laboratorio di Antropologia di Ravenna, dove archeologici e antropologi cercheranno di ricostruire vita, cause di morte e peculiarità genetiche dei defunti, e, perché no, i loro stessi volti.


Milena Vanoni





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La proprietà intellettuale e le contraddizioni della Disney

La Stampa
Anna Masera


Volete conoscere la posizione della Disney sulla proprietà intellettuale? Questo post su TechDirt è illuminante: mette a nudo la contraddizione palese della multinazionale che vuole il copyright a oltranza per i propri prodotti creativi, chiedendo addirittura al governo Usa di estenderne la durata per legge per non concedere nulla al pubblico dominio, ma quando è beccata a copiare (come le auto per il sequel del film Cars che assomigliano davvero tanto a queste neozelandesi) sostiene che è lecito "ispirarsi"...  A quanto pare è proprio vero che quando una lobby è potente, si ritaglia due pesi e due misure. Ma il Web è trasparente e smaschera l'ipocrisia. Guardate l'immagine qui sotto:  al modello neozelandese mancano solo gli occhi, per essere l'auto del film Disney! Non si meritano almeno una citazione con ringraziamento per l'ispirazione in fondo al film? :-)
 




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La verità di Alì Agca: «Così Vaticano e Cia possono liberare Emanuela Orlandi»

Corriere della sera

Ecco l'audio del colloquio tra il fratello Pietro e l'attentatore del Papa: «Chiedete a monsignor Re»


Sono passati 28 anni esatti di misteri, messinscene, depistaggi. Ventotto anni di dolore per i familiari di Emanuela Orlandi, la ragazzina quindicenne figlia di Ercole, il commesso pontificio di Karol Wojtyla, sparita il 22 giugno del 1983 e mai più ritrovata, inghiottita da un intrigo internazionale ancora non risolto. Nel corso delle indagini sono stati chiamati in causa servizi segreti dell’Est e dell’Ovest, esponenti del terrorismo turco, ambienti vaticani, organizzazioni finanziarie e la malavita romana. Il primo a comparire sulla scena fu Alì Agca, l'attentatore del Papa, di cui venne chiesta la scarcerazione in cambio della liberazione di Emanuela. Pietro Orlandi, il fratello, ha incontrato l'ex Lupo grigio lo scorso anno registrando il colloquio: ecco, in esclusiva per Corriere.it, gli stralci più significativi.


NUOVA RIVELAZIONE - In queste ore , inoltre, Pietro è in Inghilterra per verificare l’ultima presunta rivelazione di un sedicente ex agente del Sismi, nome in codice «Lupo», secondo cui Emanuela sarebbe viva, sedata e in precarie condizioni di salute, in una «struttura manicomiale», il Queen Elizabeth II. Pietro Orlandi ha già visitato l’ospedale di Londra con questo nome, dove, in seguito a un colloquio con il personale, ha vissuto alcuni minuti di trepidazione. Dai registri è risultato che in passato sono state ricoverate presso questo nosocomio due persone con il cognome «Orlandi», ma a un esame più approfondito la pista è stata scartata: gli anni di nascita sono infatti 1920 e 1989, quindi bel lontani dal 1968 in cui nacque Emanuela.

«MI APPELLO ALL'OPINIONE PUBBLICA» - Nelle ore successive Pietro si è spostato a Birmingham, per un’ulteriore verifica in una nota struttura psichiatrica. «Ogni pista va verificata, ecco perché sono qui», dice il fratello al telefono dall’Inghilterra. «Tutti devono sapere che la battaglia di noi familiari perché si arrivi alla verità sul rapimento non si fermerà mai. Il tempo delle reticenze e delle omissioni spero sia finito: chi sa qualche cosa si metta una mano sulla coscienza e parli, fornendo informazioni utili. Per questo chiedo anche il sostegno dell’opinione pubblica, così come quello che già esiste, graditissimo, dei tanti ragazzi e ragazze che si rivolgono a me nel web per incoraggiarmi ad andare avanti». Pietro Orlandi in questi giorni ha pubblicato un libro, Mia sorella Emanuela (edizioni Anordest) , per dare forza alla sua battaglia. E da oggi mette anche a disposizione la sua mail (pietro_1959@libero.it) per consentire a chiunque di comunicare parole, sentimenti, opinioni e notizie sulla sua dolorosa vicenda.

LA PISTA DI AGCA - La battaglia di Pietro ha anche un altro risvolto, che lo spinge a sollecitare la magistratura a intervenire. «Nel gennaio dello scorso anno», aggiunge, «ho incontrato Alì Agca, l’attentatore di papa Giovanni Paolo II, in un appartamento di Istanbul, pochi giorni dopo la sua uscita dal carcere. Abbiamo avuto un colloquio privato, durato quasi un’ora, nel quale ha premesso di essere convinto che Emanuela fu presa per trattare la sua scarcerazione e che è viva, da qualche parte in Europa. Poi mi ha fornito la sua versione del rapimento, indicando con chiarezza i mandanti del sequestro, e delineando una via d’uscita per la restituzione di mia sorella. Finora gli organi inquirenti non hanno acquisito il contenuto di questo colloquio, spero lo facciano presto», ha concluso Pietro Orlandi, «per dare il via ai dovuti accertamenti». Sono passati 28 anni da quel sequestro che commosse l’Italia ma, grazie alla tenacia del fratello di Emanuela, che non accetta l’oblio, sembra ieri.

Fabrizio Peronaci
22 giugno 2011

Battisti: concesso il visto di permanenza in Brasile

Il Tempo


Il rilascio è stato approvato con 14 voti a favore, 2 contrari e 1 astenuto e 3 assenti al momento del voto. Il dibattito è durato più di tre ore d èstato presieduto da Paulo Sergio de Almeida.


Cesare Battisti Il Consiglio nazionale dell'Immigrazione brasiliano ha dato il via libera alla concessione del visto di permanenza all'ex terrorista Cesare Battisti. A darne notizia sono alcune fonti del ministero del lavoro. Il rilascio del visto è stato approvato con 14 voti a favore, 2 contrari e 1 astenuto e 3 assenti al momento del voto, ha precisato la portavoce del Consiglio. Il dibattito è durato più di tre ore d èstato presieduto da Paulo Sergio de Almeida.

LA POLITICA DEI VISTI La complessa regolamentazione brasiliana sui visti prevede anche il visto permanente che di fatto concede a Battisti tutti i diritti civili tranne quello di voto. Il sistema è basato sulla legge N. 6.815 del 19 agosto 1980 (Statuto degli stranieri) che regola l'entrata e la permanenza degli stranieri in Brasile, la loro identificazione, ricerca di occupazione, attività professionale, acquisizione della cittadinanza brasiliana, estradizione, espulsione e deportazione, e stabilisce anche i diritti e i doveri reciproci dello straniero e del governo brasiliano. La politica brasiliana di immigrazione - si legge sul sito dell'ambasciata del Brasile a Roma - è regolata dal Consiglio nazionale dell'immigrazione, alle dipendenze del ministero del Lavoro e dell'Occupazione.
L'entrata di uno straniero in Brasile dipende dall'ottenimento del visto. La legge contempla sette tipi di visto: per transito, turismo, temporaneo, permanente (quello concesso a Battisti), di cortesia, ufficiale e diplomatico.




22/06/2011




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Rai, o il canone o la morte?

Ecco la «fabbrica» dei falsi invalidi col bollino dei clan: 20 arresti

Corriere del Mezzogiorno

 

In manette per una truffa ai danni dell'Inps. Dal 2004 erogati assegni di indennità per 1 milione e 100 mila euro

 

NAPOLI - Sequestri e arresti per 20 falsi invalidi questa mattina nel quartiere Pendino, a ridosso del centro storico della città. La «fabbrica» dei falsi invalidi della camorra garantiva documenti falsi prodotti dal clan e un assegno di indennità mensile a spese della collettività. Dalle prime ore del giorno i militari del comando provinciale dei carabinieri e del comando provinciale della guardia di finanza stanno eseguendo su delega della procura di Napoli - sezione reati contro la Pubblica Amministrazione - le misure cautelari personali e patrimoniali nei confronti dei 20 accusati.
Si tratta di ulteriore sviluppo delle attività investigative che finora hanno portato all’arresto ad opera dei carabinieri di 131 persone ed al sequestro di beni per alcuni milioni di euro.

 

 

IL PRECEDENTE - Le indagini hanno riguardato un’associazione per delinquere dedita alla produzione e falsificazione della documentazione sanitaria necessaria a far ottenere pensioni di invalidità e indennità di accompagnamento a persone che non ne avevano alcun titolo. Dal 2004 ad oggi, le persone nei cui confronti i finanzieri e i carabinieri stanno eseguendo le misure, sono accusati di aver truffato all’Inps complessivamente oltre 1.100.000 euro. Non si tratta del primo caso a Napoli, dove un vero e proprio giro di attestazioni false era emerso nel settembre 2010 e aveva coinvolto un consigliere circoscrizionale del Pdl e sua moglie.

 

CLAN MAZZARELLA - C’erano falsi pazzi e inesistenti ammalati di tumore tra i 20 falsi invalidi scoperti ed arrestati dai carabinieri e dalla guardia di finanza oggi a Napoli. Naturalmente, alle verifiche è risultato che le persone interessate erano assolutamente sane. Una delle arrestate risultava invalida al 100%: quando è stata portata via una parente ha confessato candidamente che svolgeva l’attività di badante. Le certificazioni assolutamente false venivano presentate alle Municipalità e da qui girate all’Inps che provvedeva alla liquidazione. A reggere le fila della truffa - secondo l’accusa - esponenti del clan Mazzarella che proponevano agli interessati di poter avere un assegno di invalidità. Si occupavano della documentazione da presentare e, una volta concessa l’invaldità, si facevano consegnare tutti gli arretrati e, in alcune circostanze, anche una quota sull’assegno mensile.

 

Redazione online
22 giugno 2011

Nella Milano del Rinascimento il primo medico legale del mondo

Corriere della sera


Scoperto studiando il Sepolcreto dell'Ospedale Maggiore. Era detto «catelano» dall'abito che portava


MILANO - Nella Milano del Rinascimento, al Policlinico Ospedale Maggiore, già lavorava il primo medico legale al mondo. Lo hanno scoperto i ricercatori dello stesso ospedale, che nel marzo scorso avevano iniziato a studiare il Sepolcreto del Policlinico. Questo Sepolcreto è una vera e propria necropoli milanese, nella quale giacciono i resti di oltre 500 mila milanesi che sono vissuti tra il 1473 e il 1695. Tra loro anche il primo morto di peste del Seicento, quella raccontata da Manzoni nei Promessi Sposi. Questo medico legale ante litteram è raccontato anche in un articolo accademico firmato da Francesca Vaglienti (docente di storia medievale dell'Università degli Studi di Milano) e Cristina Cattaneo (direttore del Laboratorio di antropologia forense di Milano), le stesse che si stanno occupando da diversi anni del Sepolcreto.

La necropoli del Policlinico

IL «CATELANO» - Il capostipite dei medici legali era chiamato «catelano»: «La sua funzione era soprattutto sanitaria - spiega Cattaneo - era un vero e proprio medico che registrava la causa di morte per tutti i decessi, e non solo per quelle sospette» come accadeva per i primi coroner inglesi, che non erano nemmeno medici. «Credo che il primo medico legale venga proprio da qui, e il suo è un lavoro molto più dettagliato di quello che veniva fatto in Inghilterra - aggiunge - anche se poi bisognerà vedere se effettivamente c'era una segnalazione particolare che veniva fatta all'autorità giudiziaria». In ogni caso, spiega Vaglienti, «per tutto quanto riguarda le morti traumatiche l'intervento del catelano, e cioè del medico ducale preposto a questi accertamenti, era preponderante: si arriva all'84% di interventi sul totale. Ovviamente, se i segni del decesso erano immediatamente visibili non c'era bisogno del catelano, ma bastava l'anziano della parrocchia o il singolo cittadino».

ABBIGLIAMENTO PROTETTIVO - In pratica, il coroner inglese era una persona «che riferiva alla pubblica autorità i casi di morte sospetta, a partire dal 1200 circa; invece il catelano è circa del 1438, ed è un vero e proprio medico incaricato di accertare le cause di decesso». Il nome, continua l'esperta, deriverebbe «molto probabilmente dalla veste che indossava a scopo profilattico; non era un camice ma un vero vestimento che doveva proteggerlo. Ed è stato anche efficace, visto che è sopravvissuto a due epidemie di peste, non di piccole proporzioni». Le prime, parziali analisi sulle ossa del Sepolcreto hanno inoltre permesso di scoprire altri dati sorprendenti: ad esempio, che già all'epoca diverse persone morivano per malattie autoimmuni come l'artrite reumatoide o l'artrite da psoriasi, così come da avvelenamento da piombo: questo tossico elemento era presente in grandi quantità nel peltro, usato ad esempio per i bicchieri, ma «imbottiva» anche i cosmetici dell'epoca, che sia le prostitute sia gli attori di teatro usavano in grandi quantità.

IL NANO - Infine, una curiosità: tra i resti del Sepolcreto c'è anche un nano. Addirittura, in un antico quadro affisso nell'ospedale «di fattura modesta - dice Vaglienti - che riproduce il cortile dell'Ospedale Maggiore alla fine del '600, è rappresentato proprio un nano armonico (piccolo di statura ma correttamente proporzionato, ndr) perfettamente vestito che faceva la questua all'interno del cortile». Nonostante i dettagliatissimi registri che i medici dell'epoca hanno lasciato, non è ancora stato possibile attribuirgli un nome; ma quel che è certo è che «per salvaguardare la sua dignità - conclude - è stato sottratto a una vita da guitto, da "cagnolino da compagnia", come questo tipo di persone era considerato nel Rinascimento».

«ADOTTA UN MILANESE DEL RINASCIMENTO» - Senza fondi, denunciano però gli scienziati dell'ateneo di via Festa del Perdono, rischiano di restare insoluti tutti i misteri racchiusi nei resti ammonticchiati dal 1473 al 1695 nei sepolcri dell'Irccs Policlinico. «Il minimo che chiediamo è poter disporre di due persone da dedicare completamente al progetto, uno storico e un antropologo che possano lavorarci 12 ore al giorno almeno per i prossimi 4 anni», afferma Cattaneo, in prima linea in molti dei grandi delitti che hanno insanguinato l'Italia negli ultimi anni. Si tratterebbe di «due assegni di ricerca di due anni, un investimento di circa 100 mila euro», calcola Cattaneo. Molto per un'università pubblica, ancor più in tempi di crisi, tagli e risorse razionate, ma poco per qualunque grande privato «mecenate» riflettono gli studiosi. Da qui la provocazione: «Adottate un milanese del Rinascimento, siamo pronti a darvi un attestato», dice Vagliente. Non è ancora una campagna vera e propria, puntualizza, ma una richiesta d'aiuto che potrà diventare appello alla popolazione «laddove non ci fossero risposte da parte delle istituzioni, pubbliche o private che siano», precisa la storica.


Redazione online
22 giugno 2011



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I ragazzi: "Che sfortuna essere nati in Italia"

La Stampa


Quattro giovani su 10 sognano di trasferirsi subito all'estero.

Sotto accusa lo scarso senso civico, la corruzione e la crisi economica




FRANCESCA PACI

Ci risiamo, l’Italia non è decisamente un paese per giovani. Neppure due illustri connazionali che espugnano la prestigiosa top ten della rivista Popular Science, l’Olimpo degli scienziati under 40 più promettenti d’America, riescono a farci recuperare terreno sull’orizzonte allontanatosi da almeno un ventennio. Sì, perché mentre la fisica anconetana Chiara Daraio e l’ingegner Maurizio Porfiri tengono alto il tricolore negli Stati Uniti, il 40 per cento dei loro ex compagni di studi considera la propria permanenza in Italia una vera e propria sfortuna e il 40,6 per cento si trasferirebbe seduta stante altrove, dal Nuovo Mondo (16,1) alla Francia (16,5), dall’Inghilterra (11,9) alla Germania (10,1). I dati, contenuti nel VI Rapporto della Fondazione Migrantes, sono lo specchio di un deserto senza fine in cui, sorprendentemente, poco meno di un intervistato su sei si accontenterebbe perfino della Spagna «indignada» con il suo 21 per cento di disoccupazione: tutto tranne convivere con lo spettro della precarietà che angoscia il 43,5 per cento degli under 24 e il 33,6 per cento dei fratelli maggiori ma ancora entro il critico 34esimo anno d’età.

«Alcuni spazi giovanili importanti come l’università soffrono in Italia di una carenza di opportunità e strutture che rende problematica la formazione e ridimensiona l’aspetto altrimenti arricchente della circolazione delle persone», osserva monsignor Giancarlo Perego, direttore generale di Migrantes. Il punto, sembra, non è tanto il posto fisso, ghiotta eredità del boom economico di cui i nati dopo il 1975 hanno solo sentito vagheggiare nostalgicamente. I nostri laureati, i ragazzi alla pari e i logati Erasmus, i volenterosi trentenni disposti a reinventarsi un mestiere a migliaia di chilometri da casa, i cervelli ma anche le braccia in fuga non emigrano per seguir virtude e conoscenza ma perché hanno perso la speranza. Questo almeno registrano gli studi di settore, da Migrantes all’Istat a Eurispes, secondo cui uno su cinque di loro non studia né lavora e l’inattività femminile è pari al 49 per cento. Sono la cosiddetta «generazione invisibile», motori potenti che però non sono ancora stati accesi.

Il risultato è che la diaspora, temporanea o permanente, cresce a dismisura. A memoria d’anagrafe 4.115.235 italiani vivono al momento all’estero, oltre 90 mila in più del 2010. Rispetto all’anno precedente fanno le valigie con maggior decisione le donne (47,8 per cento), i giovani (gli over 65 sono scesi dal 19,2 al 18,6) e i minori (passati dal 15,4 al 16, ma erano 15,4 nel 2010). I liceali in particolare sembrano sempre più attratti dalla prospettiva di anticipare lo stage universitario e al quarto anno approfittano volentieri di progetti come Intercultura, Wep o Comenius.

«I paesi anglosassoni mantengono una grande attrattiva specialmente per il tirocinio di lavoro ma la vera novità è la Spagna dove negli ultimi 5 anni l’incremento degli italiani registrati all’Aire, l’albo dei residenti all’estero, è stato del 56 per cento», nota Delfina Licata, curatrice del rapporto. Chiunque abbia visitato Barcellona e Madrid non può che confermare l’impressione di sentirsi praticamente a casa.

Chi porta avanti allora, negli atenei e nelle officine, il paese che si sta abituando ad accompagnare all’aeroporto i suoi figli, la società gambero ripiegata su se stessa? Monsignor Perego sostiene che esista comunque uno scambio costruttivo. Se in dieci anni il numero degli italiani emigrati per motivi di studio è passato da 13.236 a 17.754 anche quello degli stranieri in viaggio in senso inverso è cresciuto da 8.739 a 15.530. Certo, restiamo un paese meno appetibile di altri di cui è difficile nascondere che gli imprenditori under 34 sono appena il 12,6 per cento del totale, il 41,5 degli under 35 abita ancora con i genitori e almeno 70 mila vincitori di concorsi pubblici non sono mai stati assunti. Difficile pubblicizzare oltreconfine il brand del Belpaese se oltre alla precarietà lavorativa i giovani italiani scontenti di vivere nel proprio paese menzionano tra gli handicap la mancanza di senso civico (20,6 per cento), l’eccessiva corruzione (19,1), la classe politica (15,2), la condizione economica (8,6), il tasso di criminalità (3,9), lo stato del welfare (1,3). Eppure nei campus americani dove eccellono scienziati del calibro di Chiara Daraio e Maurizio Porfiri il genio italico resiste e sono probabilmente proprio i cervelli fuggiti, più o meno felicemente, a far brillare di luce riflessa il paese nel quale si sono formati.

«E’ chiaro che gli italiani avvertono maggiormente l’incertezza per il futuro e la staticità laddove magari all’estero si spostano facilmente con tanto di lavoro dalla Germania alla Svizzera alla Gran Bretagna», ammette Delfina Licata. Ma la fine di una speranza può anche significare l’inizio di un’altra: «L’idea di movimento è cambiata e gli italiani non fanno eccezione, il paese dovrebbe rendersi più appetibile». In attesa non c’è solo la generazione invisibile, ma c’è quella ben illuminata dai riflettori stranieri che magari, in un’Italia all’arrembaggio dell’orizzonte, potrebbe un giorno tornare indietro.





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Rapina in banca da un dollaro per poter ricevere cure mediche

Fontana di Trevi, otto mesi a D'Artagnan per la protesta e la resistenza all'arresto

Il Messaggero


Si era ferito contro il divieto di pescare le monete. Procurato allarme e minaccia a pubblico ufficiale tra i reati



di Giulio De Santis

ROMA - Macchiò con il suo sangue i marmi secolari della Fontana di Trevi per protestare contro l’ordinanza che gli proibiva di rubare la monetine. Adesso Roberto Cercelletta, noto come D’Artagnan, pagherà con una condanna di otto mesi di carcere la sua ennesima scalata alla cima della Fontana della “Dolce Vita” e del bagno indimenticabile di Anita Ekberg. Il “moschettiere”, finito nel 2002 su una copertina del New York Times per la sua fama di ladro di monetine, il 6 maggio scorso si era issato sul tetto del suo mondo con una lametta in mano. E con la sua spada si ferì il torace urlando a squarcia gola: «Protesto! Non è vero che do le mazzette ai vigili. I soldi me li prendo tutti io! Ne ho bisogno». Inevitabile seguì l’arresto e ora la condanna pronunciata dal giudice monocratico Anna Maria Gavoni che ha accolto la richiesta di pena avanzata dal pubblico ministero Andrea Iolis al termine del rito abbreviato.

Procurato allarme, resistenza e minaccia a pubblico ufficiale i reati per i quali il «moschettiere» è stato condannato. Durante l’udienza D’Artagnan, difeso dall’avvocato Marco Cinquegrana, non ha reso nessuna dichiarazione rimanendo sereno anche dopo la pronuncia della sentenza. L’arresto di Cercelletta, capace nel 2006 di collezionare e non pagare 583 verbali di multe per aver cercato di sottrarre monetine dalla Fontana di Trevi, era uno dei tanti fermi eseguiti dalla forze dell’ordine per le incursioni del moschettiere dentro la Fontana. A scatenare la reazione di Cercelletta era stata una concatenazione di eventi. Prima il video delle Iene dove era immortalato uno dei tanti assalti di D’Artagnan al tesoro della Fontana di Trevi. Pochi giorni dopo il sindaco di Roma Gianni Alemanno con un delibera dichiarò guerra al furto delle monetine lanciate dai turisti nella fontana.

D’Artagnan interpretò la decisione del sindaco come un attacco personale e cosi il 6 maggio salì sulla scogliera rocciosa del monumento gridando il suo personale lamento. Innalzò le braccia al cielo e poi si mise a torso nudo per manifestare la sua potenza. Le parole però non bastavano a riempire di contenuto la protesta di Cercelletta. Ha estratto una lametta dal nulla cominciando a ferirsi il ventre. Un taglio, due tagli ed in pochi attimi il sangue dalla pancia colò sui marmi secolari della Fontana. Un reazione che sconfinò nel delirio tanto che per indurlo alla calma sei vigili salirono sulla vetta raggiunta da D’Artagnan. Lui nel contempo minacciò chiunque si avvicinava con la sua lametta. Addirittura fu necessaria una scala dei vigili del fuoco per portarlo giù dalla fontana. Dopo un’ora l’impresa fu condotta a termine e D’Artagnan venne ammanettato.
Mercoledì 22 Giugno 2011 - 11:27    Ultimo aggiornamento: 11:44




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Pakistan, litiga col marito e torna da sua madre: Shazia muore lapidata dai parenti di lui

Quotidiano.net

La giovane dopo la lapidazione è stata giustiziata a colpi d'arma da fioco. Ricercate le 13 persone, tra cui il consorte, respionsabili dell'assassinio



Manifestazione a Parigi per salvare Sakineh dalla lapidazione (Reuters)



Islamabad, 22 giugno 2011


In Pakistan una donna è stata lapidata e uccisa a colpi d’arma da fuoco per “proteggere l’onore del marito”. E’ successo a Bairoch, un remoto villaggio nel distretto di Buner, nel nord-ovest del Paese. Lo riferisce il sito web di Dawn Tv.

La vittima si chiamava Shazia e il suo corpo e’ stato trovato dalla polizia nei boschi di una vicina collina. “Il cadavere era in uno stato pietoso perche’ la donna e’ stata presa a sassate e poi qualcuno le ha sparato”, ha raccontato un funzionario di polizia, Mohammad Tahir.

La madre della vittima, Noor Jehan, ha detto che sua figlia era sposata, ma che aveva lasciato l’abitazione del marito in seguito a una serie di divergenze, ed era tornata a vivere con lei. Due giorni fa il cognato aveva chiesto a Shazia di tornare a Barikot per partecipare a una Jirga (assemblea) che si sarebbe occupata dei problemi della coppia. Ma appena giunta sul posto, i 13 membri dell’assemblea (tra cui il marito) l’hanno condannata a morte. Le 13 persone sono ricercate.




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Ritrovati a Milano i gioielli di Evita Peron rubati in Spagna: sei milioni di euro

Corriere della sera



I preziosi erano frutto di una rapina compiuta nel 2009 a Valencia: nascosti in una stanza d'albergo




Evita Peron in abito da sera
Evita Peron in abito da sera
MILANO - I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano, grazie alla stretta collaborazione con la Policia Nacional spagnola, hanno rinvenuto all'interno di una stanza di un hotel di Milano e sottoposto a sequestro gioielli del valore di circa 6 milioni di euro appartenuti ad Evita Peron. Il prezioso bottino è riconducibile ad una truffa, poi trasformatasi in rapina, compiuta in Spagna il 17 dicembre 2009 presso la gioielleria «Joyas Sofia» di Valencia da parte di un gruppo di nomadi di etnia rom, che erano riusciti ad impossessarsi di gioielli per un valore di circa 10 milioni di euro, tra cui quelli appartenuti all'esponente politica argentina morta nel 1952. Si trattò del maggior rip deal (operazione di cambio fraudolenta) mai consumato a livello europeo. Le investigazioni hanno consentito di identificare i sette autori del delitto di cui uno (un rom-serbo quarantenne) è stato catturato, a seguito di un mandato di arresto europeo emesso dall'autorità giudiziaria spagnola, nel maggio del 2010 da personale del Nucleo Investigativo di Milano.

LA TRUFFA SUL WEB - Un rip-deal è un tipo di truffa che abitualmente nasce sul web: le più comuni sono le compravendite di immobili e i cambi di valuta. Il truffatore propone lo scambio di monete o di beni, fingendosi un facoltoso uomo d'affari: vi sono nomadi slavi specializzati in questo genere di raggiri, come Drago Dragutinovic, il «principe della truffa», arrestato a febbraio a Milano. Una volta stabilito l'appuntamento con la vittima, i beni o il denaro vengono sottratti con l'inganno o con una fulminea rapina.


Redazione online
22 giugno 2011



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La fissa del telefono fisso

La Stampa
Valerio Mariani


Il rapporto Eito del 2010 sostiene che negli Stati Uniti il 18% delle famiglie non disponeva più di servizi di telefonia fissa, stessa cosa per il 20% delle famiglie giapponesi e il 26% di quelle italiane. Alla fine del 2010 le linee di telefonia fissa mondiali sarebbero risultate in calo del 4,6%. Eppure, anche se la cornetta prende la via dell’ospizio e la linea fissa viene usata soprattutto come servizio dati, sembra che un senso a dire “Pronto” al posto di “Giuseppe, dove sei?” ci sia ancora.

Secondo una ricerca realizzata da Gigaset Communications Italia in collaborazione con l’Istituto di ricerche intelliGO gli italiani la cornetta la usano, eccome. I due terzi dei 1.072 intervistati a Milano, Torino, Padova, Firenze, Roma, Bari e Catania si prodiga in piacevoli conversazioni sul divano di casa. Piacevoli e soprattutto lunghe, lunghissime conversazioni, complici anche le tariffe degli operatori che, per chiamate urbane, non conteggiano più i minuti.

Così, al telefono fisso ci si sta quasi un quarto d’ora a raccontarsela e non si abbandona l’italianissima abitudine del “chiudi tu, no prima tu”. In testa alla classifica dei chiacchieroni in stile Franca Valeri-Signora Cecioni, o Sabrina Ferilli se preferite, sono ovviamente i teenagers e le donne principalmente del centro Italia anche se, un po’ a sorpresa, il nord batte in media il meridione.

Non conosce crisi la rassicurante da una parte e utile dall’altra telefonata tra genitori e figli e la chiacchierata tra amici (amiche) e non sorprende che siano, oltre alle donne, soprattutto gli anziani a fare il primo giro del selettore a disco (“figliolo potresti chiamare ogni tanto”).

La ricerca, insomma, stabilisce che con il telefono fisso si parla, tanto per parlare. Tutto i resto, per esempio richiedere informazioni, è ormai demandato allo smartphone o a Internet. E di questo ce ne siamo accorti dopo che abbiamo trovato un elenco telefonico di cinque anni fa ancora incellofanato nell’armadio.

Eppure, il fisso non molla e lo vorremmo anche migliore. Per esempio perché non metterci un bel touch screen (lo chiede il 57,8% degli intervistati) o un bel auricolare bluetooth, tipo quello per il telefono cellulare, appunto, o un sistema per importare la rubrica del mobile sul fisso. Già, perché? Magari anche un aggiornamento di status diretto verso Facebook o Twitter, no?







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Viaggia lento in strada, se viene tamponato è concorso di colpa

La Stampa


Com'è noto, la legge punisce chi - inosservante dei limiti imposti dal codice della strada - guida a velocità sostenuta costituendo un pericolo per sè e per gli altri. Però anche gli automobilisti che vanno troppo piano, circolando ad una velocità ridotta senza motivo, intralciano il traffico e rischiano: se tamponati, infatti, c'è la possibilità che scatti il concorso di colpa nell'incidente. Lo stabilisce la Cassazione che, con una sentenza del primo giugno scorso, ha confermato la condanna ridotta da concorso di colpa nei confronti di un conducente di un autocarro che aveva tamponato e ucciso un motociclista che procedeva lungo l’autostrada troppo lentamente.
Il caso

La Corte d’Appello di Firenze, con rito abbreviato, aveva ridotto la pena al proprietario del camion il quale aveva causato il sinistro mentre superava il centauro che procedeva ad un’andatura estremamente lenta. La Suprema Corte afferma che «del tutto corretta ed acuta sia sotto il profilo ricostruttivo che logico s’appalesa le sentenza impugnata che, pur riconoscendo il concorso colposo della vittima nella produzione dell’evento a causa dell’eccessiva lentezza, ha comunque escluso l’interruzione del nesso causale tra l’evento e la condotta di guida dell’imputato che non tenne in alcuna considerazione le peculiari condizioni della strada e non si avvide del ciclomotore, dal momento che la condotta del ciclomotorista non fu tale da ritenersi imprevedibile, improvvida ed imperita».





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Dopo Fidel Castro, il giallo di Chavez A Cuba la malattia è segreto di Stato

La Stampa


Una cortina di silenzio avvolge le condizioni di salute dei leader
I comunicati ufficiali sono elusivi e l'Avana teme novità da Caracas




YOANI SANCHEZ

In merito alle condizioni di salute del presidente cubano per decenni è stato mantenuto il massimo riserbo. Era l’argomento meno trasparente della vita nazionale, che veniva affrontato solo se era proprio necessario dare notizie sullo stato fisico del governante. A un certo punto, il 31 luglio 2006, è stato diffuso un comunicato che annunciava la malattia fulminante di Fidel Castro. Ricordo che quella sera il mio telefono fu sul punto di andare in tilt, perché tutti gli amici chiamavano per verificare se avevano sentito davvero la notizia. Il giorno successivo la malattia era di dominio pubblico, tutti parlavano sussurrando, i viali erano sorprendentemente vuoti e la gente evitava di guardasi direttamente negli occhi. Molte persone, nate e cresciute sotto il potere interminabile di uno stesso uomo, erano costernate. Si vedevano espressioni tristi, ma devo confessare che la maggior parte dei cubani sembrava tirare un sospiro di sollievo.

Dopo abbiamo passato una fase durante la quale ci somministravano a piccole dosi i referti medici e solo gli ospiti stranieri affermavano di aver visto il Comandante in Capo, mentre a noi non lo mostravano. All’Avana fu organizzato un Vertice dei Paesi Non Allineati, nel quale il convalescente in divisa verde oliva venne nominato leader temporaneo del movimento, nonostante la sua assenza. Si continuavano a fare molte congetture sulla sorte di Fidel Castro. Respirava ancora o era andato a rimpinguare il panteon delle figure storiche? La stampa ufficiale manteneva il silenzio, alternandolo con espressioni trionfalistiche sui miglioramenti di salute. Pochi coraggiosi osavano dire a voce alta che la salute di un governante non poteva essere considerata un segreto di Stato ed erano in numero ancora minore coloro che pretendevano la rinuncia al potere, visto che non poteva più adempiere alle sue funzioni. Sono dovuti passare quasi tre anni perché fosse proprio il paziente a confessare in una delle riflessioni pubblicate su Granma, di essere stato in fin di vita. Abbiamo finalmente scoperto che quando le persone ammesse al suo cospetto riferivano: “Sta percorrendo campagne e paesi”, “Vivrà fino a 120 anni”, “Ha una condizione fisica invidiabile”, in realtà mentivano. Forse si trattava di una macchinazione politica, per continuare a farci dominare dal suo carisma paralizzante. Siamo stati imbrogliati ancora una volta.

Abituati a leggere i bollettini medici al contrario e a non fidarci delle diagnosi benigne, non è passata inosservata la convalescenza di Hugo Chávez nel nostro pese. Anche con lui, come fecero a suo tempo con Fidel Castro, hanno cercato di dissipare tutte le preoccupazioni e non sono stati resi pubblici i dettagli sulla malattia. Il segreto in merito all’operazione chirurgica praticata sul presidente venezuelano, fa pensare che ci stanno nascondendo qualche informazione. Come in quella estate di quattro anni fa, manca la chiarezza, perché gli scarni comunicati ufficiali cercano soltanto di distrarre l’attenzione delle persone. Pare di rivivere la paranoia di quei giorni in cui calò una vera e propria cortina di silenzio sulle condizioni di salute di una persona anziana, sul fatto che un dirigente potesse continuare o meno a guidare la “sua truppa”.

La convalescenza di Chávez presenta per noi anche altre implicazioni. Mette in evidenza la fragilità dell’uomo, il lato umanamente vulnerabile che si nasconde sotto la giacca rossa. Per questo motivo la dipendenza economica che unisce Piazza della Rivoluzione a Palazzo Miraflores, da alcune settimane sembra meno solida. Le previsioni a lungo termine sono state modificate inserendo una variabile prima trascurata: neppure l’altro comandante sarà eterno. Si diffonde il panico tra i grassi burocrati, tra i funzionari che fondano il potere sui sussidi che arrivano da Caracas e tra gli impresari che rivendono parte dei centomila barili giornalieri di petrolio inviati dal nostro “nuovo Cremlino”. Queste persone trattengono il fiato in attesa che quanto prima Chávez torni a firmare accordi, a parlare davanti a telecamere e microfoni, a governare a colpi di decreti presidenziali.

Anche se la stringata nota pubblicata sui mezzi di comunicazione ufficiali ha cercato di fermare le speculazioni sulle condizioni attuali di Hugo Chávez, in realtà è servito solo a incentivarle. Noto una certa malsana morbosità, un gusto per il pettegolezzo gratuito in tutte queste chiacchiere che si diffondono per le nostre strade. Non è colpa soltanto della nostra natura estroversa e impertinente, quanto del silenzio che per troppo tempo ha circondato la questione. Quando un argomento, qualunque esso sia, diventa un tabù per l’opinione pubblica, allora niente è più affascinante che mormorare e inventare particolari sul tema proibito. Per cinquant’anni ci hanno fatto credere che eravamo governati da una persona che non sapeva cosa fossero le malattie, il dolore e la stanchezza. Quando la bolla di sapone dell’“invulnerabilità” del Comandante in Capo è svanita davanti ai nostri occhi, siamo diventati scettici di fronte alle notizie sulla salute di chi ci governa. Per questo motivo anche Chávez è oggetto della stessa incredulità e le sue condizioni di salute sono al centro dei nostri discorsi. È il modo personale che abbiamo trovato per renderci conto che lui - come Fidel Castro -, paragonato con il tempo della storia, è un personaggio mortale, effimero e passeggero.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi





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Emanuela Orlandi è viva" Il fratello la cerca a Londra

La Stampa


Scomparsa nel 1983, sarebbe in un ospedale psichiatrico: "Vogliamo la verità"



GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO


Pietro Orlandi, 28 anni fa scompariva sua sorella Emanuela, cittadina vaticana. La procura di Roma ha ripreso a indagare su un caso che lungo quasi da tre decenni è diventato un intrigo internazionale. Cosa le fa credere che sia ancora viva?
«La speranza non ci abbandona mai. Non abbiamo ovviamente certezze, ma dubbi su come sono state svolte le indagini e sui troppi depistaggi sì. Non intendiamo lasciare nulla di intentato e continueremo a batterci per la verità. Il primo a dirci, la vigilia del Natale 1983, sei mesi dopo la scomparsa, che Emanuela era stata vittima del terrorismo internazionale è stato papa Wojtyla. Il pontefice, mica una fonte qualsiasi. È evidente che si riferiva alle tensioni tra i due blocchi, Est e Ovest, come poi è emerso dalle rivendicazioni. Come si fa a non credergli?».

La settimana scorsa ha trovato un’inattesa conferma la tesi sostenuta da lei e dal giornalista Fabrizio Peronaci nel libro «Mia sorella Emanuela» (edizioni Anordest), cioè che Emanuela sia ancora viva. «Io so dov’è, si trova in un manicomio in Inghilterra, nel centro di Londra, ed è sempre stata sedata. Con lei ci sono due medici e quattro infermiere». Un sedicente ex agente del Sismi dal nome in codice «Lupo» è intervenuto in diretta tv su Roma Uno ad un dibattito al quale lei partecipava. La questura ha disposto l’acquisizione del filmato. Si attende sviluppi?

«Sono a Londra per questo. Anche se la probabilità di ritrovare Emanuela qui, in Inghilterra, è una su mille, un familiare non ha altra scelta: segue d’istinto le ragioni del cuore. Occorre verificare di persona, percorrere ogni pista. Questo sedicente agente, comunque, mi ha dato l’impressione di essere ben informato sulla vita e le ombre dei servizi segreti italiani, e c’è un particolare che mi induce a pensare che sappia qualcosa in più».

A cosa si riferisce?

«Questa persona ha chiamato in causa un altro agente abitante a Merano, Argo 3, che avrebbe visto Emanuela un anno fa. Proprio in quel paese dell’Alto Adige, guarda caso, era residente un funzionario del Sismi in servizio a Monaco nel 1983, che fu sospettato del sequestro in seguito alla testimonianza di una donna che riconobbe in Emanuela una ragazza scesa da una A112, stanca e sedata, nel comune di Terlano, vicino Bolzano, un mese e mezzo dopo la scomparsa. Dove la stavano portando? La direzione era la Germania, attraverso la quale poi mia sorella sarebbe giunta in Inghilterra? È una delle tracce sottovalutate che abbiamo evidenziato nel libro».

L’ultima pista, con tre indagati, riguarda la banda della Magliana ed è legata al ruolo avuto dal boss «Renatino» De Pedis che, secondo la sua ex amante, avrebbe fatto rapire Emanuela e poi avrebbe gettato il corpo in una betoniera, su ordine di monsignor Marcinkus. Si aspetta sviluppi decisivi?

«Spero solo che gli accertamenti vadano fino in fondo, compresa l’apertura della tomba di De Pedis sepolto incredibilmente nella basilica di Sant’Apollinare. Se verrà dimostrato che la banda della Magliana ha avuto un ruolo nel prelevamento di Emanuela, con un compito di manovalanza, noi saremo grati agli inquirenti per il lavoro svolto. Ma sappiamo anche che non si può chiudere qui l’inchiesta: occorre proseguire per scoprire i mandanti».

Lo scorso anno, subito dopo la scarcerazione, lei ha incontrato a Istanbul Alì Agca. Quali elementi utili ha ricavato dal colloquio con l’attentatore di Giovanni Paolo II?

«Non sta a me giudicare se quanto mi ha riferito sarà utile, o magari decisivo per scoprire cosa è successo. Sicuramente, vorrei venisse preso in considerazione. Alì Agca mi è parso una persona completamente diversa dal visionario che abbiamo visto tante volte in tv, mi ha raccontato la sua versione del sequestro, precisando i mandanti, e anche un percorso che possa creare le condizioni per liberare Emanuela. Lui afferma che Emanuela è viva, però non indica un posto preciso. Ha parlato di un Paese europeo».

Ha potuto riferire agli inquirenti gli elementi di novità acquisiti nel faccia a faccia con Alì Agca?

«Ancora no: nonostante alcune mie interviste, non sono ancora stato convocato per la verbalizzazione. La mia speranza è che la magistratura acquisisca i contenuti del colloquio e compia tutti gli accertamenti possibili».

Sua madre Maria lo scorso primo maggio era in piazza San Pietro alla beatificazione di Karol Wojtyla. Cosa vi disse il Papa quando venne a casa vostra pochi mesi dopo la scomparsa di Emanuela?

«Giovanni Paolo II era molto addolorato. Ci portò in regalo un bassorilievo della Madonna di Lourdes e un cesto con specialità natalizie. Abbracciò tutti noi, uno ad uno. Poi pronunciò quella frase sul terrorismo internazionale quasi per metterci sull’avviso: ho la sensazione che sfruttò quell’occasione privata per dirci il suo pensiero, per esprimersi liberamente. Nel Vaticano, lo sanno tutti, all’epoca c’erano due fronti: falchi e colombe».

Lei, sua madre e le sue sorelle avete scritto una lettera a Benedetto XVI per chiedere un gesto di chiarezza della Santa Sede. Avete avuto risposta?

«Siamo certi che gli sia stata consegnata e confidiamo in un intervento del Santo Padre. Dopo tanti anni, contrassegnati anche dalla scarsa collaborazione e dalle reticenze dello Stato Vaticano, ci aspettiamo un’iniziativa forte, un pubblico appello perché coloro che sanno si mettano una mano sulla coscienza e finalmente parlino, per liberarci da quest’incubo che dura da 28 anni».




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All'Agcom stipendi da diecimila euro al mese E Cisl-Uil ora fanno lo sciopero della fame

di Gian Maria De Francesco


Si può fare lo sciopero della fa­me pur avendo uno stipendio che assomiglia a quello di un funziona­rio della Banca d’Italia? All'Agcom sì. Le organizzazioni sindacali protestano per l’applicazione della legge Brunetta che prevede la revoca degli accordi. Le retribuzioni dei 350 lavoratori pesano nel bilancio per oltre 48 milioni



Roma

Si può fare lo sciopero della fa­me pur avendo uno stipendio che assomiglia a quello di un funziona­rio della Banca d’Italia? Questa do­manda assurda, purtroppo, ha una risposta affermativa perché al­l’Agcom, l’Authority per le Comuni­cazioni, anche sindacati «responsa­bili » come Cisl, Uil, Confsal e Cisal hanno indetto uno sciopero della fa­me per protestare contro le decisio­ni del consiglio presieduto da Corra­do Calabrò. A far scattare su tutte le furie i rap­presentanti dei lavoratori è stata l’applicazione della legge Brunetta. La normativa prevede la revoca per tutto il comparto della P.A. degli ac­cordi sindacali che si occupano di organizzazione e gestione, asse­gnando queste funzioni all’esclusi­v­a responsabilità dei vertici e sottra­endole alla contrattazione sindaca­le.

Tre sindacalisti hanno deciso per­ciò di intraprendere questa estrema forma di protesta sollevando un pro­blema di «trasparenza» e di «legitti­mità », rimarcando la sempre mino­re importanza data alla sede di Na­poli dell’Authority ( ormai pleonasti­ca) e anche il contingentamento dei servizi di pulizia e di portineria. «Un’istituzione che viene ricorda­ta forse soltanto quando si scopre che un commissario è corrotto o quando la par condicio risente di qualche carenza», ha rilevato in un comunicato il sindacato Uilca-Uil che a breve dovrebbe essere quere­lato dall’ex commissario Innocenzi (intercettato dalla Procura di Trani) tirato in ballo da queste temerarie affermazioni. Sindacati che sono corsi a mettersi subito sotto tutela politica giacché il deputato Idv Pala­dini è subito corso a far visita agli scioperanti a Roma, mentre a Napo­li il neosindaco Giggino «’a manet­ta »De Magistris ha inviato l’assesso­re al Lavoro Esposito a manifestare solidarietà.

Ecco perché solo la forza dei nu­meri può spiegare l’insensatezza di questa sceneggiata. L’ultimo bilan­cio Agcom rivela che le spese com­plessive per il personale nel 2010 so­no state pari a 48,4 milioni di euro divisi tra 350 unità di personale con un costo pro capite di circa 138mila euro. Niente male considerato che si tratta di uno stipendio da diretto­re generale di una media azienda. Merito dell’estensione alle Authori­ty dei trattamenti economici di Bankitalia. Salari che sfiorano i 100mila euro per il personale opera­tivo con maggiore anzianità fino a 150mila euro per i funzionari e 200mila per i dirigenti.

Il presidente Calabrò e gli otto commissari guada­gnano rispettivamente 475mila e 396mila euro, tagli di Tremonti in­clusi. I dati sulla trasparenza (voluti da Brunetta) mettono in evidenza che in Agcom operano 11 autisti di­pendenti a un costo totale di 1.010.431 euro, circa 91mila euro pro capite. Niente male. Di che cosa si sta parlando, per­ciò? Del mantenimento di prerogati­ve sindacali, una battaglia che «coz­za » con lo scenario di crisi con il qua­le si confronta l’Agcom. Che, ricor­diamolo, vive grazie ai 63,3 milioni di contributi degli operatori del set­tore media e tlc. Inclusa quella Tele­com Italia dove 30mila dipendenti hanno scelto malvolentieri il con­tratto di solidarietà per evitare 6mi­la licenziamenti. Non si tratta nemmeno di una bat­ta­glia per i dipendenti pubblici in ge­nere.

Al di là degli aumenti retributi­vi più che proporzionali all’inflazio­ne negli ultimi anni, ci sono settori della P.A. che non possono vantare certo stipendi d’oro, come i 22mila euro di alcuni dipendenti ministe­riali o del settore università. Né si tratta dei 65mila precari della scuo­la salvati dal decreto sviluppo. È una battaglia di retroguardia per di­fendere l’autoreferenzialità del sin­dacato. Forse lo sciopero della fame si poteva evitare. Si sarebbe fatta una figura migliore.




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Da Prestigiacomo a Scaroni: le mediazioni di Bisignani

Corriere della sera


Il ministro si lamenta di Berlusconi: dà sempre ragione a Mara



Il ministro Mara Carfagna
Il ministro Mara Carfagna
NAPOLI - Alla corte di Luigi Bisignani bussavano tutti. Politici, manager di Stato, generali, persino un frate francescano. Si rivolgevano a lui per ogni problema e molti gli chiedevano di fare da «mediatore» con Silvio Berlusconi. L'uomo d'affari arrestato per ordine del giudice di Napoli mostra ai suoi interlocutori una frequentazione con il presidente del Consiglio e fa capire di essere di casa a Palazzo Chigi, ma non solo. Per il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo sembra essere un punto di riferimento, tanto che le scrive persino i comunicati. L'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni lo consulta prima di andare ad Arcore. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno lo chiama prima delle nomine. E da Assisi lo chiamano in vista della visita del Papa.

La ministra: «Sono il contorno».
Il 2 dicembre scorso la responsabile dell'Ambiente si lamenta per come vanno le cose nel governo.
Prestigiacomo: «Cinque anni fa, cioè o io ora sono in condizione di essere lì e di fare delle cose e di avere la mia quota di visibilità perché faccio delle cose oppure che ci sto a fare il gioco non è un governo di venti ministri, 25 ministri dopodichè quattro comandano e gli altri fanno il contorno... io sono considerata il contorno e perché hanno capito che persona sono... Cioè è che non mi amano no purtroppo ci troviamo tutti in un centrodestra e sono tutti referenti di Berlusconi, stanno tutti per Berlusconi, cioè per esempio lui si incazzerà domani là a Napoli perché io gli ho stoppato l'apertura della discarica a Serre... gliel'ho stoppata ma io sono consapevole del fatto che in otto giorni non cambia niente e poi siamo con la coscienza a posto e non arrivare armati»
Bisignani: «E glielo hai detto a lui?»
Prestigiacomo: «No, ma lui non sa niente di quello che faccio io, lui non sa niente, lui domani fa... sarà a noi il problema di competere con Berlusconi, sono contenta così perché siccome noi come ministero dell'Ambiente perché la situazione ormai in Presidenza è che non hanno capito diciamo la Campania è nostra e siete voi fatevelo ma finché non lo fate la vigilanza è dove io personalmente ho una responsabilità io ministro dell'Ambiente...».

Già qualche settimana prima, il 15 novembre 2010, definiva Berlusconi «non intelligente».
Prestigiacomo: «Cosa ti ha detto Denis?»
Bisignani: «Mi ha detto che domani per fare questa cosa... ecco mi ha detto allora per fare questa...».
Prestigiacomo: «Lui gli consiglia di non occuparsi però Berlusconi deve essere intelligente e purtroppo non lo è».
Bisignani: «Appunto, allora mi ha detto Denis, mi devi dire tu Luigi se io devo tornare in Udc».
Prestigiacomo: «E lei e perché».
Bisignani: «Ieri ha parlato con Gianfranco».
Prestigiacomo: «Lei ha fatto questa uscita sul giornale e lui m'ha chiamato ieri sera poco dopo... ma il problema è uno... difesa Frattini, difesa la Gelmini dice no Berlusconi mi sta...».
In un'altra conversazione di novembre, sia pur molto confusa nella trascrizione, parla della titolare delle Pari Opportunità Mara Carfagna che ha appena annunciato l'intenzione di volersi dimettere: «Lei li fa contribuire gli fa quattro cose e lui cancella tutti quelli... e da ragione a Mara (Carfagna) su tutto e lui gli dice e a Salerno quindi li bisogna già che lei ci vada con una soluzione di... che non fa danni, poi la perdonerà sul piano personale e va da Berlusconi così Berlusconi poi... adesso deve chiedere di interessare tutto questo perché lui si propone come quello che risolve il problema (incomprensibile) e fa l'intervista su Repubblica che si propone...». Lo stesso giorno commenta un'intervista e afferma: «...dobbiamo far risolvere a La Russa i problemi di mezza Italia».

«La Santanchè mi fa paura»
I due erano già stati intercettati il 26 luglio. La conversazione è annotata in un brogliaccio: «Luigi dice che le ha mandato un messaggino "dormi bene"...». Parlano verosimilmente di Santoro e Luigi le chiede se questo viene licenziato se succede il finimondo, in quanto in qualsiasi azienda al mondo uno che manda a quel paese il suo direttore generale viene cacciato. La donna dice che non è che succede il finimondo ma è, come dire, è un'ulteriore prova dell'incapacità di questa maggioranza, di questo governo di gestire ogni cosa. Secondo lei non è opportuno e chiede a Luigi: "ma tu lo vuoi fare no?". Luigi risponde: "Se non lo fai adesso non lo fai più, cioè un destro così non ti verrà mai più nella vita". Luigi dice: "e poi tra l'altro c'è Ciccio quell'altro che su questa roba qua ci sta facendo una malattia, cioè non è che ogni settimana ci può essere quest'incubo... che palle...". La donna dice: "io sono una normale". Luigi "vabbè, perché io non sono normale?". Donna: "Sì, ma capito la Santanchè... tutte le trame... ste cose, io sono una trasparente, queste cose mi mettono anche un po' di paura"».

Della Santanchè in seguito Bisignani parla anche con Flavio Briatore. La definisce «una str... con lei basta». In una conversazione intercettata nel novembre scorso discutono anche del sequestro dello yacht dell'imprenditore ex manager di Formula Uno che commenta: «È uno scandalo, due pesi e due misure». Bisignani concorda: «Una vergogna!». Dopo aver ricevuto la lettera di licenziamento per Santoro scritta da Bisignani Masi lo chiama.
Masi: «Ma ché, sta in fuga. I miei brindano. Cioè questo non va dal giudice, va all'arbitrato. Abbiamo vinto, è morto».
Bisignani: «L'arbitrato come...».
Masi: «Santoro in fuga. Se ti da qualche segnale... Ma vedrai che Santoro in fuga questo è. Per la prima volta Gigi. Grande figura, dai retta a Mauro... Gli stamo a spacca' il c... so' arrapato come una bestia».
Bisignani: «Un abbraccio»

Scaroni, Putin e Berlusconi
L'8 marzo i magistrati chiedono a Scaroni «perché lei chiede a Bisignani quali argomenti e quali questioni affrontare e trattare con il Presidente Berlusconi e addirittura che cosa dire a Berlusconi; dica quali sono le due "cose" che il Presidente Berlusconi avrebbe detto a lei e che lei dice che avrebbe riferito al Bisignani "di persona" e "da vicino"». Il manager risponde: «Bisignani è un mio amico e che io mi consiglio a volte con lui. La "lettera" a cui facciamo riferimento è - credo - una lettera che avevo scritto ai Russi - e cioè alla Gazsprom il cui amministratore è Miller che è l'azienda russa da cui importiamo il Gas - e che volevo sottoporre a Berlusconi vista la rilevanza politica della vicenda e visti i rapporti esistenti tra Putin e Berlusconi. Io ho ritenuto di chiedere a Bisignani il motivo della mia convocazione da parte di Berlusconi dal momento che lui ha quotidiani rapporti con membri del Governo, con giornalisti e con esponenti delle Istituzioni e dunque è più informato di me; peraltro Bisignani ha rapporti di amicizia storici con Letta...».

Poi Scaroni parla della Libia: «Abdulhafed Gaddur è un ambasciatore a Roma sicuramente molto influente che conosce tutti da Berlusconi a Letta da Frattini a Bisignani; oggi Gaddur si è schierato con i rivoltosi. Bisignani è molto amico del Gaddur e probabilmente nelle suddette conversazioni si fa riferimento a talune questioni collegate al rinnovo del contratto GAS con la Libia che io ho rinegoziato ad agosto 2010; al riguardo fui chiamato da Gaddur che mi disse che il primo ministro Libico Bagdadi faceva problemi e frapponeva ostacoli a tale rinnovo pretendendo che l'Eni finanziasse attività sociali in Libia in cambio della conclusione del contratto. Direi quasi una concussione; tale cosa a me non andava giù dal momento che il finanziamento riguardava proprio l'area dove erano allocati i campi di concentramento degli italiani in Libia».

La visita del pontefice ad Assisi
Annotano gli investigatori: «Il sette gennaio scorso venivano intercettate delle conversazioni dalle quali emergeva che tale "padre Enzo" contattava Rita (la segretaria di Bisignani) al fine di avere un incontro urgente con Bisignani riferendole che "il Papa ha annunciato l'incontro ad Assisi con tutti i leader religiosi del mondo", aggiungendo che aveva bisogno di parlare con il "Gabinetto di Bondi"».

Fiorenza Sarzanini
22 giugno 2011



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Baby-pinguino si perde e approda in Nuova Zelanda a 4mila chilometri dall'Antartide: sta bene

Quotidiano.net

A trovarlo è stata una donna che passeggiava con il cane su una spiaggia di Peka-Peka. Le autorità hanno consigliato di tenersi al largo dalla spiaggia e tenere bene al guinzaglio i cani: lo potrebbero mordere...


Il pinguino che si è perso ed è approdato in Nuova Zelanda (Ap / Lapresse)

Wellington, 22 giugno 2011


Nuotando nuotando, un giovane Pinguino Imperatore ha perso la ‘strada’ ed ha finito per arenarsi su una spiaggia in Nuova Zelanda, a oltre 4.000 chilometri da casa, l’Antartide.
L’evento ha dell’incredibile: i Pinguini Imperatore vivono tutta la loro vita in Antartide ed erano 44 anni che non se ne avvistava un esemplare in Nuova Zelanda.

Il piccolo ha appena 10 mesi di vita e probabilmente si e’ messo in acqua diversi mesi fa, in cerca di calamari, ma deve aver perso l’orientamento tra banchi di ghiaccio: magari di tanto in tanto si e’ anche riposato su qualche lastrone, ma nuotando si e’ spinto sempre piu’ verso nord.

A scoprirlo e’ stato una donna locale che passeggiava sulla spiaggia con il cane: il pennuto avanzava con la tipica andatura ondeggiante a Peka-Peka, una spiaggia sulla costa nord-occidentale. “Non ci potevo credere quando l’ho visto”, ha raccontato Christine Wilton, “Ho visto questa ‘cosa’ bianca sulla spiaggia ed ho pensato che avessi le traveggole”. “Probabilmente ha caldo ed e’ assetato: i pinguini di solito mangiano ghiaccio, che si fonde nell’organismo e quello e’ l’unico liquido che ingeriscono. Lui avra’ mangiato sabbia bagnata senza rendersi conto che non si scioglie”, ha spiegato un esperto, Colin Miskelly, del New Zealand Museum.

Sono rimaste una decina di colonie di pinguini in Antartide, con un numero variabile di esemplari (da meno di 200 coppie fino ad oltre 50mila); il pinguino imperatore e’ la specie che vive piu’ a sud dell’emisfero, in grado di riprodursi tra i rigidi ghiacci antartici, dove la temperatura scende a meno di 50 gradi centigradi.

Il pinguino vagabondo per adesso sta benone: e’ sano ma deve rapidamente tornare indietro per sopravvivere. In attesa di decidere il da farsi, le autorita’ hanno consigliato ai locali di tenersi al largo dalla spiaggia e tenere bene al guinzaglio i cani: lo potrebbero mordere...





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Quei dialoghi con la Madonna Il dilemma di Medjugorje

Corriere della sera

Così gli occhi dei sei giovani seguivano la stessa visione

 

di  VITTORIO MESSORI






Erano i primi anni Ottanta, le autostrade erano cosa da Paese capitalista, per attraversare l'Istria e poi scendere verso Sud, lungo la riviera dalmata, non c'era che la vecchia strada federale, angusta e pericolosa. Quando stavo finalmente per giungere alla meta, incappai nel posto di blocco della Milizia comunista: domande sospettose, perquisizioni, sequestro della Bibbia che avevo con me, ammonimenti a non fare «proselitismo». Ero tra i primi a giungere in quel luogo aspro e remoto, dal nome significativo: Medjugorje, in mezzo ai monti. Dal passaparola più che dai media, che davano solo poche e imprecise notizie, avevo saputo che un gruppo di giovanissimi affermava di «vedere la Gospa», la Signora, la Madonna. E che la cosa stava coinvolgendo folle crescenti nella Jugoslavia orfana di Tito da un anno e dove la religione era ancora una sorvegliata speciale. Partii, dunque, più che da devoto, da giornalista e da studioso del fenomeno delle apparizioni mariane, da amico e discepolo dell'abbé Laurentin, il maggiore storico di Lourdes e divenuto poi il più autorevole autore su Medjugorje.

Così, grazie alla tempestività del viaggio, fui tra i pochi che ebbero un privilegio invidiato poi dai milioni di pellegrini che seguirono. Quello che chiamavano «l'Incontro» avveniva all'imbrunire nella sagrestia della moderna e strana chiesa del luogo: strana perché enorme, in mezzo a una sorta di deserto stepposo e pietroso, un gigantesco edificio per una parrocchia povera e minuscola, come per l'intuizione che lì sarebbero accorse delle folle.

La sagrestia era stipata da gente in piedi, ma tra i francescani qualcuno aveva letto la traduzione di qualche mio libro e mi concessero di pormi in prima fila. Dovetti sgomitare per mantenere la posizione, cui non volevo rinunciare: per la prima volta potevo assistere a un fenomeno che avevo conosciuto solo su libri e documenti polverosi. Arrivarono i sei giovanissimi, dai 6 ai 16 anni, cominciarono a pregare ad alta voce, anch'essi in piedi. Non avevano davanti una statua o una immagine, guardavano verso l'alto. Ad un tratto, la preghiera si interruppe e, in sincronia, si lasciarono cadere sulle ginocchia, a corpo morto, con un tale tonfo che pensai a rotule fratturate.

Invece, sul volto dei ragazzi, comparvero i segni di una enigmatica trasformazione: si illuminarono, tutti, con un sorriso e, alternandosi, cominciarono un dialogo che si intuiva dalle labbra che si muovevano, senza che noi spettatori udissimo alcun suono. Ero lì come osservatore doverosamente critico, non cedetti all'aura di misticismo che impregnava il piccolo locale sovraffollato, scrutavo il volto dei giovani, a un paio di metri di distanza. Erano, lo dicevo, in sei, inginocchiati uno accanto all'altro: la visione doveva muoversi, perché la seguivano con lo sguardo. Fissai l'attenzione sugli occhi, constatando che tutti si muovevano in sincronia e nella stessa direzione: eppure, in quella posizione, l'uno non poteva vedere l'altro, era evidente che seguivano «qualcosa» che tutti vedevano e che si spostava nell'aria, davanti a loro.

Eguale sincronia nell'alternarsi dei sorrisi e delle espressioni addolorate: nel colloquio la Gospa, se davvero di Lei si trattava, alternava parole amorevoli ad avvertimenti inquietanti e i ragazzi reagivano all'unisono. Ma, lo dicevo, vista la posizione, non era possibile che si spiassero e si imitassero a vicenda. In perfetta contemporaneità fu anche la fine, dopo circa un quarto d'ora. I sei riebbero il volto di sempre, non più trasfigurato, ritrovarono la voce udibile anche da noi per una preghiera, si alzarono e si allontanarono. Raggiungevano il francescano, loro padre spirituale, che li attendeva nella casa parrocchiale e a lui davano relazione dell'incontro e comunicavano il «messaggio». Non conoscendo il croato, per giunta nella particolare forma dialettale parlata in Erzegovina, non fui in grado di constatare di persona quanto mi avevano assicurato quei religiosi. I ragazzi, cioè, venivano interrogati subito e separatamente: la coincidenza dei loro resoconti si aggiungeva alla coincidenza dei loro sguardi e delle loro mimiche facciali durante «l'Incontro».

Trent'anni sono passati da quel giugno 1981 in cui tutto ebbe inizio, non sono più tornato in quei luoghi, ma non ho cessato di informarmi e, soprattutto, di imbattermi in chi vi era stato: gente di ogni età, condizione, livello culturale. Eppure protagonisti, tutti, di un'esperienza che considerano importante e non pochi addirittura decisiva. Ho visto vite cambiate, vocazioni religiose sbocciate, pratiche religiose riscoperte. Sulla «verità» di Medjugorje non si potrebbero avere dubbi, se le si applicasse il criterio enunciato da Gesù stesso: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo... Ogni albero si riconosce dal suo frutto...» (Lc 6,43). Tre decenni di esperienza mostrano quanto sia stato e sia spiritualmente abbondante e eccellente il raccolto prodotto da quell'albero cresciuto inaspettatamente nei Balcani.

Ma, per Medjugorje, è avvenuto il contrario che per Lourdes o per Fatima,
dove la negazione è giunta da atei, laicisti, anticlericali. Qui, entrambi i due vescovi succedutisi alla guida della diocesi hanno assunto un atteggiamento sempre più negativo, sino a parlare di «una delle maggiori truffe nella storia della Chiesa». Altrove, poi, la difesa delle apparizioni ha caratterizzato i cattolici tradizionalisti, mentre quelli cosiddetti «aperti» esprimevano dubbi. Anche qui, le posizioni sono invertite: sono i seguaci di mons. Lefebvre che negano polemicamente che possa essere «vera» una Madonna nei cui messaggi ravvisano quelle che chiamano «deviazioni eretiche conciliari». Credenti pubblicano dossier dal titolo Medjugorje: è tutto vero. Ma altri credenti replicano con instant book: «Medjugorje: è tutto falso». Lo stesso episcopato è diviso: vi è il vescovo (magari il cardinale, come quello di Vienna) che si reca di persona in pellegrinaggio e chi fa rispettare puntigliosamente ai suoi preti il divieto di Roma di guidare ufficialmente dei gruppi.

Per la Santa Sede, Medjugorje è un dilemma tormentoso.
Da un lato si riconosce con gratitudine l'abbondanza dei frutti spirituali, dall'altro lato non si dimentica il vulnus al diritto canonico, con un tale movimento mondiale combattuto dagli ordinari del luogo, cui spetta il discernimento. Al punto in cui si è giunti, una sconfessione ufficiale della verità dei fatti da parte di Roma sarebbe una catastrofe sul piano pastorale. Ma catastrofico sarebbe anche il contrario: una smentita ufficiale, cioè, della posizione di due vescovi che negano senza esitazione la soprannaturalità e parlano non di miracoli, ma di truffe e inganni. Questo avrebbe effetti inediti e imprevedibili sul diritto ecclesiale. Non c'è da invidiare, davvero, il cardinal Ruini, responsabile della commissione ufficiale d'inchiesta: è possibile che neanche la sua lunga esperienza e la riconosciuta prudenza riusciranno a chiarire questa sorta di «mistero» del rosario che sembra, al contempo, «gaudioso» e «doloroso».



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