martedì 21 giugno 2011

Un sms contro la Sla, via alla campagna fondi

Corriere della sera


Mercoledì la giornata mondiale per la ricerca


La malattia colpisce circa 5.000 persone in Italia e porta alla paralisi progressiva. In campo anche Radio Rai 1



ROMA - Si celebra mercoledì la Giornata Mondiale dedicata alla Sclerosi Laterale Amiotrofica (Sla), una malattia degenerativa che colpisce circa 5.000 persone in Italia e che porta alla paralisi progressiva di tutta la muscolatura volontaria. Per l'occasione l'Aisla Onlus, l'associazione italiana di riferimento a livello nazionale, promuove una campagna di raccolta fondi tramite un sms solidale (dal 13 al 26 giugno) per finanziare e sostenere un importante progetto di ricerca scientifica. Il progetto, spiega l'associazione, sarà finalizzato «alla sperimentazione di una nuova possibile speranza terapeutica per il trattamento della Sclerosi Laterale Amiotrofica con Ciclofosfamide, sostenuto da trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche». Il coordinamento del progetto sarà affidato al Dipartimento di Neuroscienze, Oftalmologia e Genetica dell'Università degli studi di Genova. A dare voce ai malati di Sla ci sarà anche il mondo della musica, dell'arte e dello spettacolo, a partire dal cantante Ron, testimonial e consigliere di Aisla Onlus nonchè promotore e protagonista, insieme a tanti altri colleghi, di una «maratona radiofonica» in onda su Radio Rai 1.

ALLA RADIO - Su Radio1, martedì e venerdì 24 giugno, Gianmaurizio Foderaro, Carlotta Tedeschi e Ron presenteranno la grande kermesse «Suoni d'estate Speciale io sì», in diretta dalle 21.00 alle 23.00, finalizzata alla raccolta benefica per combattere la sclerosi laterale amiotrofica. Interverranno oltre 30 artisti e personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo per dare il loro contributo. «La nostra rete - afferma il direttore di Radio1 Antonio Preziosi - si fa promotrice di una campagna per la raccolta fondi a favore della ricerca per dare speranza agli oltre 5000 malati di sclerosi multipla con il supporto di tantissimi nomi cari al nostro pubblico, uniti in una affettuosa catena di solidarietà». Ron, testimonial e consigliere di Aisla Onlus, ha coinvolto gli amici che hanno risposto con grande sensibilità all'urgenza di aiuto in favore della lotta contro la Sla. Si esibiranno in diretta per la raccolta fondi: Fiorella Mannoia, Paola Cortellesi, Renato Zero, Lucio Dalla, Claudio Baglioni, Giusy Ferreri, Mara Venier, Max Gazze' e Serena Abrami, Giuliano dei Negramaro, Biagio Antonacci, Michelle Hunzicker, Gigi D'Alessio, Leonardo Pieraccioni, Daniela Dessi', Lina Sastri, Drupi, Max Giusti, Gianni Morandi, Marco Mengoni, Luca Carboni, Susanna Tamaro, Oliviero Toscani,Luca Barbarossa, Fabrizio Frizzi, Renzo Zenobi e tanti altri. Interverra' il prof Antonino Zichichi. I radioascoltatori potranno aderire al progetto di ricerca contro la Sla inviando un sms al 45507. (fonte Ansa)


21 giugno 2011



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Viva l'Italia

Il Tempo


A Roma una mostra del più divertente disegnatore italiano. Racconta la storia con le vignette e si sfoga: "Tutti i giornali mi hanno censurato".


Giorgio Forattini «Ho sempre desiderato dipingere. A Parigi, tempo fa, mi sono iscritto a una scuola per imparare la tecnica ad olio. Un giorno, diligente, copio un soggetto. Sento ridere dietro di me. Mi volto per chiedere, poi capisco. Dal pennello mi stava uscendo una caricatura».
Giorgio Forattini - 80 anni e i capelli bianchi come l'ultimo Garibaldi - sta sprofondato nella sua poltrona preferita. Il salotto è quello della casa romana, in via Monte Zebio (nella sua città di nascita vive tre giorni la settimana, il resto lo passa a Milano, città dell'infanzia). Ambiente di penombre, abat jours, oggetti pieni di ricordi affastellati con gusto un po' dannunziano. Ma quel che dà il carattere alla stanza sono i quadri alle pareti. Una galleria di ritratti. Visi rococò, barocchi, neoclassici. Signore, dignitari, giovinetti, nobiluomini.

Forattini, proprio una mania, questa delle facce.
C'ho la fissazione per i ritratti antichi, ne compro ovunque, in Italia e all'estero. Mio figlio quasi non viene più a casa. Dice che non sopporta più di essere guardato. Mica devono essere belli. Devono parlare della vita, della storia.

Già, la storia. Di ieri e di oggi. a Roma, sui bus, giganteggia il manifesto della sua rassegna che comincia giovedì. C'è un Garibaldi che impugna la spada. Nell'altra mano ha un paio di forbici, e quasi si sgozza. I tagli di Tremonti, la gloria passata. Per questo la mostra di intitola Viva l'Itaglia.
È alla terza tappa, dopo Milano e Aosta. Alemanno mi ha chiesto di portarla a Roma. Ho aggiunto parecchie vignette. Ogni giorno c'è un fatto irresistibile.

L'uscita sui ministeri da portare via a Roma, per esempio. Alemanno-Lupa di Roma ulula "Ladro" a Bossi cagnaccio con due ossa in bocca.
Per 'sta storia sono incazzatissimo anch'io. La Lega mi sta simpatica, anche se non l'ho mai votata. Bossi lo incontro spesso, e cordialmente, quando viaggio per Milano. Però impuntarsi sui ministeri, tre a Monza e uno a Milano. Demenziale. E Berlusconi che fa il possibilista per tenerselo buono... Poteva risparmiarselo almeno in questo centocinquantesimo anno dall'Unità d'Italia.

A Milano lei si è lamentato, anche alla vigilia dell'elezione del sindaco, perché c'è poco verde. Di Roma che dice?
Che è la più bella città del mondo. Che hanno fatto intelligenti marciapiedi in pietra, così non ci si pensa più a riempire le buche con l'asfaltaccio. Che è più pulita del capoluogo meneghino. Che però mi disturbano, a piazzale Flaminio, le cartacce buttate dai bancarellai. Dovrebbe pulire chi sporca, non il Comune. Come a piazza San Giovanni dopo il Concertone.

Poi c'è il tormentone dei tagli di Tremonti.
Ho appena finito una vignetta, un inedito che non sarà esposto. Il ministro dell'Economia ha le forbici per colletto e divide lo Stivale in tre...aliquote: Savoiardi, Papisti, Borbonici.

Lei ha portato la satira politica in prima pagina. Ha lavorato a Paese Sera, Repubblica, La Stampa, Il Giornale, il gruppo Quotidiano Nazionale. Perché tanti cambiamenti?
Per la censura. Non ho mai fatto una vignetta suggerita da un direttore. Ho sempre scelto il fatto più importante della giornata e inviato il disegno quando si impaginava la prima. Troppe volte non l'hanno pubblicato. "Sai, non è oppurtuno", obiettavano. E io: "Non ve ne faccio un altro, al suo posto metteteci la foto del Direttore. Questa è la mia religione, la libertà. E mi ha rovinato.

Nel 2000 mollò la Repubblica, che aveva fondato con Scalfari, dopo la querela di Massimo D'Alema, allora presidente del Consiglio, per una vignetta in cui sbianchettava la lista Mitrokhin. Chiedeva tre miliardi, poi la ritirò. Pensa che il leader di sinistra ora lo rifarebbe?
Non lo so. So solo che da allora non mi ha più querelato. Chissà quanti voti ha perso per quella impuntatura. È uno che odia, e non va bene.

Di querele ne ha ricevute venti.
Tutte da esponenti di sinistra. Eppure io prendo di petto tutti, bipartisan.

E allora perché?
Perché il progetto della sinistra è la distruzione dell'avversario attraverso l'odio, l'invidia, la menzogna. E la svalorizzazione dell'individuo. A casa propria non si deve aver paura di essere spiati. A casa propria si può andare con le mignotte. Io non lo farei, ma ognuno nel privato sceglie quello che vuole. Il politico si giudica per quello che fa in politica. Berlusconi pensa un po' troppo agli affari suoi, ma il legittimo impedimento è una legge sacrosanta. E poi le tangenti le hanno prese anche a sinistra.

Però lei con Berlusconi è buono, non lo storpia troppo, lo fa solo basso.
Intanto non l'ho mai sentito parlare con livore. Sì, abbonda in barzellette, ma l'odio mai. E poi come faccio a ridicolizzarlo? È la caricatura di se stesso, con tutti quei denti. Ma è difficile trasformarlo in animale, come Veltroni in bruco.

Craxi se l'è immaginato alla Mussolini, Di Pietro pure. Cos'è, la legge del contrappasso?
Benito come Bettino veniva da Milano, era stato socialista e direttore dell'Avanti! Craxi poi parlava come il Duce: le stesse pause. Di Pietro è un tribuno. In questo evoca il capo del fascismo.

Torniamo alla storia d'Italia. Tutti grandi i padri della Patria?
Tutti. Io adoro essere italiano, sentirmi erede del Rinascimento. E del Risorgimento. E non capisco la testardaggine per lo scontro, per la lotta politica cattiva, tra fazioni miserabili. Anche Bersani è della stessa pasta. A Milano sono incappato in un tizio dei centri sociali: ha fatto il gesto di tagliarmi la gola col coltello. Vede, se c'è qualcosa da cambiare è la Costituzione. È troppo intrisa di Resistenza. I fascisti non ci sono più. Però rimangono i comunisti. Succede solo qui.

Lidia Lombardi
21/06/2011




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All'asta la calibro 38 di Al Capone

Il Tempo


Christie's mette all'asta una delle pistole di Al Capone. Gli esperti della casa d'asta di Londra si aspettano che l'arma del gangster, un revolver Colt .38, potrà raggiungere un prezzo di vendita intorno agli 80 mila euro. Non si conosce l'identità del collezionista e proprietario della calibro 38. L'autenticità della pistola è confermata da una lettera firmata da Madeleine Capone, cognata del boss, in cui si legge che la Colt è effettivamente appartenuta al gangster italoamericano.








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La tv cambia, le antenne no: ecco come è possibile disboscare i tetti delle città

Venezia, arrestato ex brigatista killer Era il boss della droga in laguna

Il Mattino

Condannato per due omicidi, era fuori dagli inizi del '90
Bloccato all'uscita dell'autostrada: in auto cocaina purissima




Martedì 21 Giugno
2011 - 16:36    Ultimo aggiornamento: 16:42





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Ergastolo per il killer del video-choc

Corriere della sera

 

Condanna di primo grado per Apice, imputato per l'omicidio alla Sanità ripreso dalle telecamere

 

NAPOLI

La Corte d'assise di Napoli presieduta da Adriana Pangia,ha condannato in primo grado al carcere a vita Costanzo Apice, il killer del famoso video-choc al rione Sanità. Apice è imputato per l’omicidio di Mariano Bacio Terracino, avvenuto nel maggio del 2009.

 

IMMAGINI FECERO IL GIRO DEL MONDO - Le sequenze del delitto furono riprese da una telecamera a circuito chiuso collocata all’esterno di un bar. Diffuse dalla Procura di Napoli, fecero il giro del mondo. I giudici hanno accolto le richieste del pm della Dda Sergio Amato.

 

IL PROCESSO - Nel corso del processo sono state acquisite le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia tra cui Biagio Esposito: quest’ultimo ha dichiarato di aver visto Apice e un’altra persona partire da Secondigliano per andare a commettere l’omicidio. Secondo la Procura il movente del delitto va ricercato nella vendetta, dopo circa trent’anni, per l’omicidio del boss di Afragola Gennaro Moccia: Bacio Terracino era l’unico componente ancora in vita del commando che si riteneva avesse ucciso Moccia, anche se era stato assolto dall’accusa.


21 giugno 2011

Il milionario che viveva in una baracca Muore e lascia quattro milioni alla Asl

Corriere della sera

La sorpresa è arrivata dalla lettura del testamento di Giuseppe Pizza, deceduto a 94 anni. Ha lasciato 4 milioni alla Società della salute della Valdinievole



MONTECATINI TERME - Viveva ai limiti dell’indigenza ma in realtà era milionario. La sorpresa è arrivata dalla lettura del testamento di Giuseppe Pizza, deceduto a 94 anni il dicembre scorso in una casa di riposo. Quando è morto ha lasciato un patrimonio di 4 milioni alla Società della salute della Valdinievole, consorzio pubblico tra Asl e Comuni per l’assistenza sociosanitaria, con obbligo di usarlo per accudire gli anziani.

Pizza era stato un imprenditore di successo ma poi ha trascorso l’ultimo periodo della sua vita in solitudine a Collodi. Non si era sposato, nè aveva parenti. Abitava in una villa malridotta con il tetto pericolante e l’impianto di riscaldamento fuori uso ma solo dal 2009 aveva accettato di trasferirsi in una residenza per anziani a Lamporecchio, gestita dalla Società della salute. Visto come viveva nessuno in Valdinievole pensava che disponesse di un patrimonio milionario: case e terreni per circa tre milioni di euro, e un conto corrente con oltre un milione.


21 giugno 2011






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Agropoli, generale della Finanza accusa «Quel magistrato non mi paga l'affitto»

Il Mattino


AGROPOLI - Quel giudice non paga l'affitto da un anno. È quanto si legge in un esposto presentato al CSM da un generale della Guardia di Finanza in pensione, proprietario di un'abitazione nel centro storico di Agropoli (Salerno). 


Secondo l'alto ufficiale delle fiamme gialle, infatti, il magistrato, G.C., giudice di pace, dopo otto anni in affitto avrebbe dovuto lasciare l'appartamento per finita locazione nel luglio dello scorso anno. Ma le cose sarebbero andate diversamente. Il giudice, infatti, non solo si sarebbe rifiutato di lasciare la casa presa in affitto, ma da un anno non pagherebbe neppure l'affitto.

«Dopo il rifiuto di lasciare la mia abitazione - spiega il generale cilentano in pensione - mi sono rivolto al tribunale di Vallo della Lucania per chiederne lo sfratto, ma in un anno la causa è stata rinviata già tre volte».

Il risultato è che, in attesa delle decisioni dei magistrati vallesi, l'alto ufficiale delle Fiamme Gialle vive in affitto, senza percepire il canone dal giudice in affitto da ormai 12 mesi.

«Non posso riprendere possesso della mia casa perchè un magistrato, che dovrebbe essere garante della legge, si rifiuta di lasciarla e si rifiuta di pagarmi il canone - prosegue il generale - ultimamente ho inviato un esposto al Consiglio superiore della magistratura e al presidente della Corte di Appello di Salerno. Esigo che gli organi preposti intervengano su questa vicenda incredibile, e che la mia richiesta di sfratto venga finalmente discussa dal Tribunale di Vallo della Lucania».


Martedì 21 Giugno 2011 - 12:11    Ultimo aggiornamento: 12:13




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Di Domenico, boss nolano latitante, sorpreso con il caffè nella villetta al mare

Il Mattino


CASTEL VOLTURNO - I carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna (Napoli) hanno catturato il latitante Marcello Di Domenico, 48 anni, già noto alle forze dell'ordine, ritenuto il capo dell'omonimo clan, detto anche dei 'marciulliani', operante per il controllo degli affari illeciti nell'agro nolano e nelle zone limitrofe.

L'uomo, latitante da maggio, era ricercato per violazioni agli obblighi e prescrizioni della sorveglianza speciale e per l'espiazione di 2 anni di casa di lavoro, misura di sicurezza conseguente a condanna per associazione per delinquere di tipo mafioso e altro. È stato scovato in una villetta sul mare a Castelvolturno (Caserta) in possesso di un documento falso. Era nel giardino e stava sorseggiando il caffè del mattino insieme a un suo complice 40enne che gli aveva procurato il rifugio, arrestato per favoreggiamento.



Martedì 21 Giugno 2011 - 15:21    Ultimo aggiornamento: 15:48



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La Rai conferma i programmi Ira di Gabanelli: «Vado dall'avvocato»

Corriere della sera


Serena Dandini con Vauro alla festa  Fiom
Serena Dandini con Vauro alla festa Fiom

ROMA - Signore e signori, vi presentiamo il programma «che ancora non c'è». Nel materiale stampa distribuito ieri alla presentazione dei palinsesti Rai agli inserzionisti pubblicitari Sipra, nell'opuscolo Raitre a pagina 2 si parla chiaro. Tra i programmi definiti «di punta» dalla rete diretta da Paolo Ruffini ci sono «Report» (si specifica lo share medio del 13,04%, con un aumento rispetto alla scorsa stagione di 0,75 e 3.301.000 spettatori) e «Parla con me» (share medio 8,22%, +0,61%, 1.277.000 spettatori). Peccato che i contratti, rispettivamente con Milena Gabanelli e Serena Dandini, non siano stati ancora firmati. Anzi, sembrano in altissimo mare.

DANDINI E GABANELLI - Per quanto riguarda Dandini, alla società produttrice «Fandango» (con cui la conduttrice lavora in esclusiva) dicono ciò che già sostenevano alla fine della settimana scorsa. Cioè che la documentazione tecnica è nelle mani del direttore generale Lorenza Lei. Che i costi industriali sono rimasti quelli dello scorso anno. Ma che da Viale Mazzini non sono ancora arrivate risposte di alcun genere. Ancora più complessa la vicenda Gabanelli. La conduttrice di «Report» ha respinto venerdì una bozza di contratto che lei definisce «irricevibile», priva della clausola della cosiddetta «manleva» con cui la Rai assicura di farsi carico di ogni possibile contenzioso legale. Ieri Gabanelli ha aggiunto solo un particolare molto eloquente: «Per la prima volta nella mia vicenda Rai, mi sono affidata a un legale. Fino a oggi mi sono sempre mossa da sola. Ma adesso mi sembra che il gioco sia più complicato. Meglio appoggiarsi a un avvocato».

I DIRITTI DI FERRARA - Il consigliere Rai di area Pd, Nino Rizzo Nervo, attacca: «Alla Gabanelli si chiede di rinunciare alla tutela legale da parte della Rai. Eppure è la stessa assicurata molto giustamente ai giornalisti interni Rai, ai direttori di testata. Se passasse la richiesta alla Gabanelli, si creerebbe un assurdo precedente e i giornalisti interni Rai potrebbero rinunciare alle inchieste più delicate, perché «pericolose» in un'azienda pronta a cambiare opinione in materia contrattuale». E poi, aggiunge Rizzo Nervo, c'è un altro punto: «Mi chiedo perché dalla Gabanelli si esiga la rinuncia alle stesse garanzie che sono state assicurate nel contratto di Giuliano Ferrara. E aggiungo, a scanso di equivoci, molto giustamente. Il diritto alla tutela deve rimanere un diritto, ma uguale per tutti. Noto che l'ex direttore generale Mauro Masi con la mano sinistra ha sempre cercato di negare a Gabanelli questa sicurezza mentre, con la mano destra, la sottoscriveva per Giuliano Ferrara. La questione «Report» assume contorni preoccupanti alla luce delle recenti vicende giudiziarie, penso al ruolo del signor Bisignani e alla percezione di un'azienda di servizio pubblico eterodiretta soprattutto sui contratti più politicamente «sensibili».

IL CAPITOLO RAIDUE - Lunedì il direttore Massimo Liofredi ha dovuto «firmare» un palinsesto privo di Michele Santoro. Ciò significa nessun approfondimento giornalistico in prima serata. E la rinuncia a un appuntamento che, nella stagione scorsa, ha garantito 15,5 milioni di euro di pubblicità e ha chiuso a una media stagionale del 21% di share in una rete che naviga, sempre in media, sull'8-9%. Liofredi il 14 giugno ha manifestato la sua preoccupazione in una lettera a Lorenza Lei: «Le modalità con cui è stata cancellata la trasmissione "Annozero", senza nessun preavviso, sono state tali da non consentire di studiare per tempo formule e soluzioni alternative». Per ora al posto di «Annozero» è prevista la serie «Criminal Minds», ma il problema della Rai è ora intercettare il pubblico «in libera uscita» da una trasmissione di approfondimento giornalistico che ha chiuso l'ultima puntata col 32,29% di share e un ascolto medio di 8 milioni e 839 mila telespettatori, con punte di nove. Resisterà Raidue nell'oceano degli ascolti? Sicuramente se ne parlerà oggi alle 14 in commissione di Vigilanza, convocata per volere del presidente Sergio Zavoli per ascoltare sia il direttore generale della Rai, Lorenza Lei, che il presidente Paolo Garimberti.


Paolo Conti
21 giugno 2011




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All'asta carta d'identità del Papa Documento venduto a 5.200 euro

Corriere della sera


Un prelato a lui vicino l'ha messa in vendita per beneficenza. Datata 2 luglio 1976, due anni dopo diventerà Giovanni Paolo I




VENEZIA - Stato civile celibe, capelli brizzolati, occhi castani. Professione: Patriarca. La carta d'identità è quella di Albino Luciani e il timbro riporta la data del 2 luglio 1976. Due anni prima di diventare Papa Giovanni Paolo I per 33 giorni nel 1978. Il documento è finito martedì mattina all'asta su eBay ed è stato venduto per 5.200 euro. Per averla, questa storica carta, ci hanno provato, e rilanciato, in 52 e ad aggiudicarsela, a giudicare dalla spedizione, dovrebbe essere stato un cittadino italiano.

Il ricavato andrà in beneficenza. Già, ma come ci è finito il prezioso, e privato, documento su eBay? A leggere la descrizione sul sito d'aste era in possesso di un amico, residente a Lugano, in Svizzera. Anzi, per citare le parole esatte: «Un Prelato a suo tempo a Lui molto vicino». Lo scopo, come si diceva, fare della beneficenza: «Unico scopo - scrive la nota - una congrua raccolta di mezzi il cui esito verrà completamente devoluto ad impellente aiuti umanitari in terra di missione». Al momento non è dato sapere se ad acquistare la carta, come sperano in molti, sia stato il nuovo museo-centro studi «Papa Luciani» che sta nascendo a Canale d'Agordo e che dovrebbe essere pronto per il luglio 2012.


21 giugno 2011





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Ministeri al Nord, la Lega in azione un anno fa

Corriere della sera

 

A luglio 2010 il sopralluogo a Villa Reale di Monza di Bossi e Tremonti

 

Referendum, finita l’euforia è svelato il bluff Ecco la verità: l’acqua pubblica costerà di più

di Laura Cesaretti


Come previsto dal fronte del no, i gestori rinunciano agli investimenti sulla rete idrica E il Pd D’Antoni avverte: "Una legge da concordare col centrodestra o sarà caos"





Roma

Passata la sbornia di entusiasmo per la «spallata» affibbiata a Berlusconi con la vittoria referendaria, in casa Pd si iniziano a fare i conti con le conseguenze concrete della consultazione. E sull’acqua «bene pubblico» per gli amministratori locali del Pd son già dolori. Tanto che si vuol cercare una soluzione legislativa che rimetta ordine nel caos creato dai due quesiti idrici: «È necessario mettere riparo in fretta ai vuoti normativi che si sono aperti», dice Sergio D’Antoni, responsabile dell’organizzazione e delle politiche del Pd sul territorio. E per farlo, ammette, occorre trovare un’intesa con la maggioranza di centrodestra, senza i cui voti nessuna legge può passare. Dal Pdl però si reagisce con cautela: «Certo bisognerà trattare, ma come facciamo a fidarci di un Bersani che fino ad un anno fa propagandava le privatizzazioni dei servizi locali e poi si è buttato sul carro referendario?».

Per capire la portata del problema che ora si pone agli amministratori (e ai cittadini che aprono i rubinetti), si prenda il caso Hera, la holding bolognese quotata in Borsa che gestisce i servizi idrici, ambientali ed energetici in Emilia Romagna. Un colosso, il secondo gestore delle acque in Italia, e legato a doppio filo ai governi locali della regione più «rossa» d’Italia: per Hera, il referendum è stato un terremoto, e sono i cittadini che rischiano di pagarne il conto salato. Il 13 giugno la società ha annunciato che non firmerà più la convenzione con gli enti locali che prevedeva investimenti per 70 milioni di euro sulla rete idrica. In Borsa ha perso circa il 10 per cento del suo valore, bruciando circa 187 milioni di capitalizzazione: per il Comune di Bologna (appena riconquistato dal Pd), che ha il 13% delle quote, si tratta di una perdita secca di 25 milioni e mezzo; 35 i milioni persi dai comuni della provincia.

Le conseguenze catastrofiche del sì ai due quesiti vengono spiegate, in una intervista al Corriere di Bologna, dall’assessore provinciale all’Ambiente della Provincia di Bologna, Emanuele Burgin, che non a caso era schierato per il no: «Serve una nuova legge nazionale, perché siamo in una situazione di stallo. Se a Bologna si fermano 70 milioni di investimenti, con tutte le conseguenze che si possono immaginare anche in termini economici e di occupazione, il dato nazionale è pari a 6 miliardi». Difficile però pensare che governo e Parlamento rispondano a questa esigenza in tempi brevi. Quindi? «Quindi — dice Burgin — non sappiamo come fare. I soldi per fare investimenti gli enti locali non li hanno. Rispettiamo la volontà espressa dal referendum, che ha abrogato una norma introdotta dal governo Prodi, ma bisogna dire con altrettanta onestà che il ricorso ai privati era l’unico modo per finanziare gli investimenti».

Erasmo D’Angelis, ex consigliere regionale toscano del Pd e oggi presidente di Publiacqua, la società idrica locale, solleva un altro problema potenzialmente esplosivo: «Da oggi, dopo l’abrogazione del 7%, che bollette mandiamo ai nostri cittadini? Formalmente dovrebbero valere le vecchie tariffe, ma mi aspetto che se non le riducessimo saremmo presto sommersi da una valanga di ricorsi dei consumatori». E infatti il Codacons già minaccia: «Le bollette devono scendere immediatamente del sette per cento. Siamo pronti ad una class action nel caso i gestori non applichino immediatamente l’esito referendario». Incalza De Angelis: «Dove li prendiamo adesso i soldi per le infrastrutture? Ce li daranno i sindaci? Publiacqua ha aperto un cantiere da 71 milioni di euro a Firenze, per dare una fogna a mezza città. In totale abbiamo programmato investimenti per 740 milioni nei prossimi dieci anni. Quelli di Milano mi hanno detto che loro hanno in cantiere opere per 800 milioni. Come facciamo? Tremonti ci mette a disposizione la Cassa depositi e prestiti per finanziarci?».



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Usa, maxi indennizzo agli indiani d'America: 3,4 miliardi per lo spreco delle loro risorse

di Redazione


Washington ha sprecato sistematicamente per oltre un secolo risorse da miliardi di dollari di proprietà degli indiani d'America in cambio di petrolio, gas, contratti di locazione di pascolo e altro. Ora lo Stato dovrà risarcire gli indiani




Washington - Un giudice federale degli Stati Uniti ha approvato il rimborso record di 3,4 miliardi di dollari da parte del governo di Washington per aver sprecato risorse, tra cui terreni, destinate agli indiani d'America. Si tratta della più grande liquidazione di un caso giudiziario mai approvata contro il governo Usa. Secondo una querelante, Elouise Corbell, Washington ha sprecato sistematicamente per oltre un secolo risorse da miliardi di dollari di proprietà degli indiani d'America in cambio di petrolio, gas, contratti di locazione di pascolo e altro.

L'accordo nei dettagli Grazie all'accordo raggiunto ieri, 1,5 miliardi di dollari andranno ad almeno 300mila indiani titolari di conti bancari, 1,9 miliardi saranno usati per ricomprare e unificare le terre tribali suddivise nel corso degli anni e altri 60 milioni di dollari finanzieranno borse di studio per studenti indiani.

La reazione di Obama Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha commentato la decisione in un comunicato, spiegando che l'accordo "rappresenta un altro passo importante nella relazione tra il governo federale e la comunità degli indiani d'America". Obama ha aggiunto che la risoluzione della disputa legale era una priorità per la sua amministrazione. Il presidente ha poi promesso di consolidare l'aspetto territoriale dell'accordo, in modo che i terreni tornino agli indiani d'America in maniera rapida e onesta.



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P4, ecco gli interrogatori Ministri, vip e miliardari

di Redazione


Da Gianni Letta a Montezemolo, da D'Alema a Masi, a Napoli sfila il Paese che conta. L'accusa: conoscere Bisignani. Migliaia di atti e telefonate che il giudice aveva ordinato di non usare. E che invece diventano di dominio pubblico




Gian Marco Chiocci - Andrea Cuomo - Massimo Malpica

Fango nel ventilatore, schizzi per tutti. Metodo noto, conosciuto, indegno: si depositano atti e intercettazioni che per il gip non sono meritevoli di finire nell’ordinanza, si depositano anche quelli che non dovrebbero mai essere messi a disposizione della stampa perché di nessuna rilevanza penale, e già che ci sono si lasciano a disposizione del «pubblico» carte giudiziarie che coinvolgono persone terze, ignare, non indagate. Per non dire di questo quotidiano: il Giornale per «loro» è macchina del fango. L’intercettazione tra Sallusti e Chiocci, cronista e direttore che parlano di un’inchiesta, diventa (testuale) «un fatto di straordinaria gravità», la prova di un «sistema parallelo e surrettizio di acquisizione di notizie segrete riservate».

MONTEZEMOLO, FENECH E LA MASERATI

Di fondamentale importanza, si fa per dire ovviamente, per l’inchiesta sulla P4 la vicenda della sponsorizzazione dell’attrice-produttrice Edwige Fenech attraverso l’ex marito Luca Cordero di Montezemolo, patron della Ferrari. Che si rivolge a Bisignani e a Masi per garantire la produzione di una fiction. A Montezemolo viene fatta sentire un’intercettazione: «Nella conversazione che mi avete fatto ascoltare io faccio riferimento a una richiesta di intervento sul direttore della Rai Masi che io chiesi al Bisignani nell’interesse della signora Fenech che è stata mia moglie e che produce fiction per la Rai. La Fenech mi aveva detto che la Rai si era impegnata a produrre fiction prodotte da lei. Chiamai Masi ad Abu Dhabi e subito dopo chiamai Bisignani chiedendogli di intervenire su Masi.

La Fenech mi ha detto che è ancora in attesa. L’autovettura Maserati di cui si parla il Masi me l’aveva chiesta in prova e io gliel’avevo mandata (...). Venni a sapere che il figlio di Bisignani lavorava per la Renault (...) Bisignani è amico di Briatore. L’anno scorso (...) dissi a Dominicali di incontrarlo il figlio di Bisignani e di testarlo. Il ragazzo è stato assunto e mi dicono sia in gamba». Masi conferma: «Tanto il Bisignani quanto il Cordero di Montezemolo mi rappresentavano una questione riguardante la Fenech, una produzione della fiction della stessa; io non ho fatto alcun intervento, ho tenuto per due settimane la Maserati messa a mia disposizione in prova da Montezemolo».

SETTA, MINOLI, LA ROSA...

Masi alle prese con numerose incombenze. Raccomandazioni o spintarelle. Cosa c’entrino con l’inchiesta P4 è un altro mistero: «Il Massimo a cui si fa riferimento nell’intercettazione è Massimo Liofredi che proteggeva la Setta (Monica, giornalista, ndr) che io non volevo; la «Lei» cui si fa riferimento è la Monica Setta. Effettivamente nella conversazioni in esame io dico al Bisignani di informare e di parlare di tali questioni il dottor Letta, e ciò perché Bisignani è sicuramente più legato al Letta di quanto lo sia io (...). Il Bisignani, per la verità insieme a tanti altri, mi ha chiesto la cortesia di far lavorare la Monica Setta, ma io non l’ho “rinnovata” perché fa una televisione che non mi piace; ha fatto solo quattro trasmissioni in prima serata, ma solo perché era contrattualizzata; per la Setta mi hanno chiamato esponenti di tutto l’arco costituzionale (...). Anche per Anna La Rosa mi ha telefonato tutto l’arco politico istituzionale, compreso Bisignani».

Ce n’è addirittura anche per Gianni Minoli, grande giornalista, ideatore di Mixer: «Nella conversazione - spiega Masi - faccio riferimento a Gianni Minoli, che mi era stato segnalato da Gianni Letta. Con Minoli si parlava della celebrazione dei 150 anni d’Italia; Minoli mi veniva segnalato quotidianamente anche da Amato che era il presidente del Comitato dei garanti per la celebrazione dei 150 anni». Nella follia del copia e incolla dei brogliacci telefonici i pm si eccitano all’idea che Bisignani, secondo Masi, potesse avere contatti con Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera. Come se fosse l’unico direttore ad avere contatti quotidiani con il lobbista che oggi tutti fanno a gara non conoscere: «Il Ferruccio al quale si fa riferimento - dice Masi - è Ferruccio De Bortoli con il quale Bisignani ha ottimi rapporti». A margine anche alcune intercettazioni con Paola Ferrari, conduttrice della Domemica sportiva».

L’AMBASCIATORE LIBICO

In Finmeccanica Gigi poteva contare su buoni agganci. Il numero uno Guarguaglini dice: «Ho conosciuto Bisignani prima di entrare in Finmeccanica nel 2002. L’ho incontrato quattro volte in occasioni mondane. È un lobbista, so che è un buon amico di Letta (...). Io ho frequenti rapporti con Gaddur, ambasciatore libico, dal momento che intratteniamo rapporti economici con la Libia, dove mi sono anche recato. Non mi ricordo di riunioni tenute da me con ambasciatori e membri del governo». Dalle conversazioni intercettate emerge che Bisignani ha stretti rapporti con l’ambasciatore libico a Roma Hafed Gaddur con il quale si sente e si incontra e il rapporto tra i due è finalizzato a fare affari come emerge chiaramente dalla seguente conversazione allorquando un collaboratore di Bisignani gli riferisce che “gli ha detto che Bisignani insiste su quello che vedeva sul tuo amico libico”.

Lo spessore del ruolo di Bisignani - scrivono i pm - appare quando organizza un incontro tra l’ambasciatore libico e il suo amico Scaroni al quale riferisce che poi deve andare “da quell’altro pazzo così poi ti dico quelle cose di prima”. Dell’incontro Paolo (Scaroni) rende edotto il Bisignani rappresentandogli che è andata bene e che domenica potrebbe andare in Libia per incontrare il primo ministro, “per chiudere una cosa ovvero un contratto a gas”. Bisignani contatta subito l’ambasciatore chiedendogli appuntamento per Scaroni per domenica mattina “così la chiudiamo sta cosa”. Effettivamente l’ambasciatore l’appuntamento glielo prende e Paolo Scaroni vola in Libia e al ritorno rende edotto il Bisignani che è andato tutto bene».

LETTA BERSAGLIO MANCATO

Poteva mancare all’appello il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta? Domanda oziosa, no. E infatti Letta non solo viene chiamato a testimoniare, ma è anche citato, da molti, come politico di riferimento di Bisignani. Il suo verbale, ovviamente, è agli atti in forma integrale. Letta non nega la sua amicizia pluriennale con il lobbista, spiegando che è cominciata con suo padre. «Sia il Bisignani che l’ambasciatore libico Gaddur mi hanno detto di essere amici fra di loro; non so di interessi di Bisignani in Libia che non me ne ha mai parlato. Non conosco Galbusera, conosco Micheli; non ho mai sentito parlare di una società che si chiama Italgo e non ho mai saputo che ha partecipato ad appalti con la presidenza del Consiglio dei ministri; non ho mai associato Micheli ad Italgo. Non escludo di aver potuto siglare qualche carta che riguardi tale società, ma in questo momento sicuramente non me ne ricordo.

Ho trovato Ragusa alla presidenza del Consiglio dei ministri, al dipartimento antidroga della presidenza stessa, io l’ho nominato all’attuale carica. So che Bisignani era legato al Velino di Iannuzzi in quanto amico dello Iannuzzi; non ho mai saputo o appreso di sollecitazioni fatte dal Bisignani al dipartimento dell’editoria nell’interesse del Velino, anche perché sfugge alla mia delega rientrando in quella dell’on. Bonaiuti». Letta ricostruisce la storia della nomina di Santini: «Quando andò via l’ammiraglio Branciforte come direttore dell’Aise, io, nella mia qualità di Sottosegretario con delega ai Servizi, attivai la procedura per il rinnovo della carica direttore dell’Aise; il Ministero della Difesa propose una rosa di tre nomi (militari) ovvero del generale Santini, del generale Piccirillo e dell’ammiraglio

La Rosa. In virtù della logica di avvicendamento delle Armi, fu la stessa Difesa che suggerì la scelta di un generale dell’Esercito; fu così che noi scegliemmo il generale Santini che era già Consigliere militare della presidenza del Consiglio. Ricordo che io consultai, partecipando la nostra preferenza sul Santini, sia il presidente del Copasir, sia il capo dello Stato, sia l’opposizione. Ricordo che chiamai io personalmente D’Alema; apprendo in questo momento da voi, o comunque non mi ricordavo, che il Bisignani accompagnò il generale Santini dall’onorevole D’Alema. Ho conosciuto Bisignani quaranta anni fa dal momento che il padre era molto amico del mio direttore del Tempo Angiolillo, poi ho conosciuto la madre, poi il fratello Giovanni e poi anche Luigi (Bisignani) che cominciò a fare il giornalista con Libero Palmieri che aveva iniziato anche me al giornalismo; poi fece carriera e diventò caporedattore dell’Ansa di Roma;

Bisignani fu portavoce e addetto stampa di Stammati; io sono stato testimone di nozze, unitamente a Lamberto Dini, di Luigi Bisignani. Bisignani è persona estroversa brillante e ben informata ed è possibile che qualche volta dica più di quello che sa... omissis... Con Bisignani intrattengo rapporti di amicizia che io gestisco in modo istituzionale e corretto come con ogni altro. Bisignani è amico di tutti; Bisignani è l’uomo più conosciuto che io conosca. Bisignani è un uomo di relazione. Conosco l’onorevole Papa che ho conosciuto quando era al ministero della Giustizia e che è rimasto al ministero sia con Castelli che con Mastella. Ricordo che un giorno il Papa mi disse che aveva aspirazioni politiche.

In seguito di Papa e delle sue aspirazioni politiche mi parlò anche il Bisignani. Io rappresentai tale aspirazione del Papa a Berlusconi, che mi disse che aveva ricevuto molte altre sollecitazioni riferite sempre al Papa. Dopo l’elezione a deputato il Papa mi chiese di fare il sottosegretario, ma non è stato mai accontentato. Non escludo che il Bisignani mi abbia potuto dire che era oggetto di attenzioni da parte dell’autorità giudiziaria; sicuramente non mi ha detto che era intercettato e che era Woodcock che lo intercettava. Posso aver detto al Bisignani di non parlare troppo al telefono, visto che lui è piuttosto facondo. Non ho mai cenato con il Bisignani e il procuratore generale di Roma, tanto meno per festeggiare il nuovo giudice della Corte Costituzionale Lattanzi, che ho conosciuto solo al Quirinale al momento del giuramento. Apprendo adesso che il Bisignani sia molto legato a Dagospia; può darsi che il Bisignani abbia conosciuto il D’Agostino quando era al Messaggero. La trattativa della presidenza del Consiglio per l’immobile in piazza del Parlamento - su cui Farina aveva una prelazione/opzione - si è conclusa in un nulla di fatto.... omissis».

BOCCHINO, DAGOSPIA E LE TRAME

Afferma Italo Bocchino a verbale a proposito dei pedinamenti da lui denunciati: «In riferimento al pedinamento insieme all’agente del Sismi Marco Mancini che ha generato l’inchiesta di cui si è occupato anche il Copasir. Effettivamente io mi ero preso un caffè con Mancini ma del tutto occasionalmente. Conosco Mancini per ragioni istituzionali essendo stato lui un esponente di rilievo dei servizi segreti. Nel corso delle conversazioni mi veniva caldeggiato da Bisignani l’impegno per fare approvare alcuni emendamenti alla Finanziaria sui parchi relativi al finanziamento del ministero dell’Ambiente. Rispondo che effettivamente Bisignani si fece portatore. In questo caso non ebbi difficoltà perché le sue indicazioni coincidevano con l’interesse politico del Fli cioè mettere in difficoltà il Pdl.

E Bisignani caldeggiava gli interessi di alcuni ministri non tremontiani cioè la Gelmini, la Prestigiacomo e Frattini. Dunque proprio nella prospettiva di mettere in difficoltà il Pdl dissi a Bisignani di farmi sapere tutti gli eventuali emendamenti che si potevano proporre nell’interesse dei ministri in quanto il mio gruppo li avrebbe sostenuti». E ancora, a proposito della sua guerra con Dagospia: «Conosco da molto tempo D’Agostino Roberto, per intenderci quello di Dagospia. Era amico di gioventù di mia moglie Gabriella e dunque vi erano rapporti cordiali anzi direi di amicizia. Abbiamo fatto vacanze insieme. I rapporti si sono incrinati proprio nel periodo in cui è stato smontato lo scandalo della casa di Montecarlo, asseritamente di Tulliani.

In particolare Dagospia aveva rilanciato una notizia apparsa sul sito di Santo Domingo che si occupava di vicende della casa di Montecarlo. (...) A seguito della pubblicazione su Dagospia la notizia venne rilanciata in Italia da giornali vicini al presidente del consiglio Berlusconi. Ricordo che Castelli presente in trasmissione cercò di ribattermi che Dago non era di Berlusconi e io che avrei potuto parlare a lungo su chi c’era dietro Dagospia. Io pensavo a un circuito politico-informativo che ruotava intorno al presidente Berlusconi e alle aziende partecipate dallo Stato e Mondadori. Dopo questa mia uscita D’Agostino si risentì molto e cominciò ad attaccarmi quotidianamente, addirittura aggredendo la mai sfera personale.

Ha avuto anche un incontro con mia moglie nel corso del quale ha sostenuto di avere delle fotografie della mia relazione extraconiugale. Ho sfidato D’Agostino a pubblicarle, lui ha messo in giro la notizia di una relazione che si consumava presso l’hotel Vesuvio a Napoli dove secondo notizie infondate risultava una terza persona, un imprenditore che pagava l’albergo a me e alla Carfagna». Sul tema agli atti una telefonata tra Bisignani e Bocchino. Bocchino: «Senti, l’amico Roberto si sta proprio a comporta’ da merda». Bis: «Io adesso sto a Milano, non ho visto un cazzo». Boc: «No, no, no che ha pubblicato, c’ha chiamato mia moglie, aizzandola, c’è proprio..». Bis: «Ma cose da pazzi. Vabbe’, cerco di... Ma questi so così strani (...) io in questo periodo ho voglia di parlarci il meno possibile perché è talmente pazzo».

MICHELI, PALENZONA E L’IMPERATORE

Parla l’ex manager di Fastweb: «L’imperatore a cui io e Bisignani facciamo riferimento dovrebbe essere Geronzi che io conosco bene e con il quale Bisignani ha un rapporto storico essendo entrambi molto legati ad Andreotti e Letta. Considero Geronzi uno dei padroni d’Italia e dunque sapendo che Bisignani era molto legato a Geronzi io gli chiedevo di informarsi sulla situazione. In altri termini Bisignani è l’uomo e il cuore e il terminale romano di molte vicende politico-istituzionali e finanziarie romane. Mi risulta che Palenzona, chiamato “Ciccione”, sia il presidente di Unicredit e attualmente l’uomo forte di Unicredit che viene dalla Dc. Vi dico che Bisignani è uomo di potere ed è il prototipo degli uomini della vecchia Dc». ALtra notizia che eccita i pubblici ministeri è che l’uomo forte di Unicredit, Fabrizio palenzona, è molto legato da vincoli di amicizia con Bisignani con cui partecipa - udite udite - a una cena. Bisignani parla con un uomo, che gli dice all’apparecchio: «L’unico amico mio che ho è Bisignani e Geronzi invece mi fa la guerra. Porca puttana io sono contento di avere amico Bisignani, ricordatelo è un onore per me». A tale affermazioni Bisignani replica: «vai Fabrizio». Quell’uomo, per l’appunto, era Palenzona.

PRESTIGIACOMO: «GIGI MI ROVINI?»

Ai Pm che le chiedono conto di intercettazioni nello studio di Bisignani, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo racconta: «Ho conosciuto Bisignani in un ristorante insieme a Verdini e Iannuzzi. Ho cominciato a frequentarlo nella primavera 2010. So che era amico di Andreotti. Mi ha contattato nella primavera 2010 perché era interessato tramite la Ilte a stampare pubblicazioni del ministero dell’Ambiente. Non se n’è fatto nulla. Mi risulta che sia amico di Bocchino e che gioca a tennis con Scaroni. (...) Io so che Bisignani ha aiutato politicamente la Santanchè sia contro Berlusconi sia poi a riappacificarsi con lui. Mi disse che aveva interessi con Visibilia non mi ricordo se mi disse che l’aveva aiutata ad avere rapporti con il Giornale e con Libero. Ritengo che Bisignani avesse rapporti con Dagospia. Dico ciò perché mi diceva sempre di guardare il sito. Mi risulta che il Bisignani sia amico di Grasso Filippo, che conosco bene anche io».

E c’è di più. Dell’intercettazione tra Prestigiacomo e Bisignani, i pm mettono in maiuscolo un passaggio in cui il lobbista accenna al fatto che i suoi telefoni potessero essere sotto controllo. Prestigiacomo: perché non te lo dicono? Bisignani: perché stanno al telefono... si è montato la,.. e fa tutto il saputello. P: ma in cinque giorni? B: ma che gli è successo? Dobbiamo stare attenti ai telefoni perché a Letta gli ho chiesto stamattina: (...) dicono che Woodcock ci sta controllando i telefoni a me e a lui... (ed esclama, ndr) ah bene! (...) P: E come fa a sapere che tu hai l’utenza da là? B: No, quella là penso che non lo sappia, però... e insomma, no, non è che tu, ti ricordi (inc) lo fai sentire? P: Ma anche ora c’ho il telefono (...) con il fruscio, ma tu non lo senti il fruscio? (...) e quindi? Perché Woodcock a te ti controlla? B: E che ne so perché mi controlla... non so, non saprei. P: Se ti controlla ti segue ti fa (...) mamma mia! Ma come si può vivere così? Dì, me rovini? Se escono le intercettazioni con me mi rovini! B: io cerco di stare sempre attentissimo al telefono. (...)».

LE ATTENZIONI SULLA GELMINI

Nel famoso capitolo «cassato» dal gip, dunque da non rendere noto, rimarcano «è una sorta di attività di coordinamento svolta da Bisignani in favore dei ministri Gelmini, Frattini che si aggiungo alla similare attività svolta in favore della Prestigiacomo». Roberto Mazzei, presidente del Poligrafico, interrogato il 22 febbraio riferisce di aver conosciuto Papa «nel contesto di una iniziativa organizzata dalla Gelmini e Frattini»

RICUCCI E ROMEO, ANCORA LORO

Chi si rivede. Stefano Ricucci, l’immobiliarista delle scalate, riappare a verbale. «Conosco Papa da 10 anni, ho parlato con lui dei miei problemi giudiziari, tuttavia ho mai chiesto qualcosa del momento, mai ho avuto confidenza, l’avrò visto due o tre volte, ho saputo che la moglie del Papa è avvocato civilista e che collaborava anni fa con lo studio Sinibaldi (...). Conosco Bisignani, l’ho conosciuto con Farina anni fa. E Alfredo Romeo (imprenditore del caso Global service a Napoli): «Non ho mai conosciuto Papa, mai sentito nominare. Ho conosciuto Bisignani venti giorni fa presso lo studio dell’onorevole Pomicino che conosco da tanti anni. Il contesto fu conviviale, spesso il Pomicino si atteggia a nostro consulente, lo considero uomo esuberante, con Bisignani abbiamo scambiato poche battute poi se n’è andato».

MISTER 100MILA SUPPOSIZIONI

Alfredo Vito, ex parlamentare coinvolto nella prima tangentopoli, ora vicino a Fli e a Bocchino, finisce come tanti davanti ai pm: «Non fui ricandidato per (...) un’aspra battaglia politica contro due esponenti di Forza Italia, Cosentino e Cesaro, soggetti che al di là di eventuali profili penali da valutare nelle sedi competenti, tuttavia non sembra avessero sotto un profilo morale ed etico la statura necessaria per guidare un partito (…). Papa è persona vicina a Cosentino e non a Caldoro. Non ho mai conosciuto Bisignani e me ne sono tenuto ben volentieri lontano dal momento che il Bisignani viene additato come uomo titolare di uno straordinario potere occulto secondo taluni ripeto della sua appartenenza alla Massoneria secondo altri alla sua appartenenza ai servizi segreti in particolare americani».

ALEMANNO AL GRAN PREMIO P4

Nella richiesta, e nelle carte allegate, i pm indicano il sindaco di Roma Gianni Alemanno come persona su cui si esercita «la capacità d’influenza del Bisignani». A tirare in ballo il primo cittadino della capitale è l’Ad di Atac Maurizio Basile, interrogato: «Nella primavera del 2010 il Bisignani mi ha presentato al Sindaco Alemanno, e dunque Alemanno mi ha nominato suo capo di Gabinetto (dal luglio del 2010 al novembre del 2010), dopodiché sono stato nominato amministratore delegato dell’Atac, cumulando le due funzioni per un mese (...)

Mi chiedete il ruolo del Bisignani nel contesto dei rapporti con Alemanno. Vi rispondo che non c’è dubbio che Alemanno ascoltasse le indicazioni del Bisignani (compresa la mia nomina). Tuttavia non so spiegare come mai il Bisignani potesse vantare tale indubbio «potere contrattuale» sul suddetto Alemanno; Alemanno ha partecipato anche a due riunioni/cene a casa della madre del Bisignani (...) nel corso di una delle due menzionate cene a casa della madre del Bisignani - cui eravamo presenti io, il Bisignani e l’Alemanno - ricordo che il Bisignani fece parlare al telefono Alemanno e Briatore, e da ciò che ho potuto apprendere da tale conversazione il Briatore spiegò all’Alemanno che non c’era alcun reale interesse da parte delle società costruttrici di auto di fare un gran premio a Roma».

LA VISITA DA D’ALEMA

Sfila in procura a Napoli, il 14 febbraio, anche Massimo D’Alema. I pm gli chiedono conto di una visita ricevuta dal generale Santini accompagnato da Bisignani. «Ho incontrato l’ultima volta il Bisignani poiché accompagnò il generale Santini - già direttore dell’Aise - che chiese di incontrarmi; sono certo che Santini era già direttore dell’Aise, lo ricordo bene perché avrei ritenuto inopportuno incontrarlo prima della nomina a direttore dell’Aise; in quell’occasione il Santini fu accompagnato dal Bisignani, non so a che titolo; Bisignani lo accompagnò e restò fuori».



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Dentisti, la paura del tracollo Professione dorata al declino

Corriere della sera


Nel 2010 fuga di pazienti, il 30% dei medici pensa alla chiusura





Il dato è impressionante: nel 2010 gli studi dentistici hanno fatto registrare 2,5 milioni di accessi in meno ovvero almeno 1,8 milioni di italiani si è dimesso da paziente. E i primi riscontri dell'anno in corso sono ancora più preoccupanti, evocano il termine «tracollo» e segnalano un ulteriore 30% in meno di visite. Secondo un'indagine promossa dall'Andi, l'associazione nazionale dei dentisti italiani, il 30% dei medici odontoiatrici sta valutando di rottamare lo studio. Un effetto automatico della Grande Crisi che ha fatto diminuire i soldi nelle tasche degli italiani? No, secondo la dirigenza Andi, c'è di più: due anni di recessione hanno ridotto i ricavi ma soprattutto hanno scavato in profondità e hanno determinato quello che viene considerato il declino di un modello professionale che aveva fatto dei dentisti italiani la serie A del ceto medio. E siccome il calo di accessi è più ampio nelle aree del Paese a maggiore industrializzazione (soprattutto nel triangolo Bergamo-Brescia-Milano) la conclusione che se ne trae è che in qualche maniera i dentisti stiano pagando la selettività nella spesa da parte di operai, impiegati e altre categorie del settore privato. Questa valutazione è confermata dal fatto che i ricavi hanno tenuto invece a Roma e nei capoluoghi dove prevalgono le attività della pubblica amministrazione. Un caso a sé è rappresentato, poi, dalle zone frontaliere per l'impatto sul mercato dell'offerta di odontoiatria low cost d'oltre confine.

«Bisogna prendere atto - dice Roberto Callioni, ex presidente Andi e ora responsabile del Servizio Studi - che la mutazione professionale in atto è vissuta con maggiore sofferenza dai dentisti meno giovani, più legati quindi alle consuetudini. Invece i trentenni che si approcciano alla professione solo ora e non hanno vissuto l'età dell'oro si adeguano con maggiore facilità e duttilità alla nuova turbolenza del mercato». Insomma quelli a maggior rischio (psicologico) sembrano essere i cinquantenni, dentisti professionalmente maturi ma ancora giovani per poter aspirare a una pensione, costretti a rinunciare al tenore di vita precedente e troppo in là per poter tornare sui loro passi.

In verità di fronte agli effetti della crisi non tutti gli odontoiatri sono rimasti con le mani in mano, in tanti hanno provato a mettere in atto strategie di contenimento. Il 63,9% si è posto un problema di maggiore efficienza degli studi, il 54% ha investito sull'aggiornamento professionale mostrando quindi lungimiranza, il 43,6% ha semplicemente attuato una politica di contenimento delle spese e il 35% invece ha deciso di aggregarsi, di ricercare una collaborazione con altri studi o un'associazione con altri singoli dentisti, infine il 32% ha investito nello studio per aumentare la gamma delle cure praticate alla clientela. Solo il 17,4% ha pensato di affrontare la congiuntura negativa rivedendo al ribasso le tariffe e un altro 16% ha varcato il confine tra privato e pubblico (un vero tabù!) e ha ricercato collaborazioni con l'odontoiatria statale. «Usando una terminologia aziendale si può dire che ci si sta avviando velocemente a una professione di mantenimento più che di espansione e per rilanciarla pensiamo a un progetto di network per i nostri associati» dice Gianfranco Prada, presidente in carica dell'Andi. Di conseguenza solo una fetta di odontoiatri risponde investendo sulla qualità, il resto è portato a rattrappirsi. Del resto un dentista non si può riciclare facendo altri lavori e le prestazioni che vengono a mancare sono quelle a maggior valore (e reddito) aggiunto come le riabilitazioni protesiche o l'implantologia.

Se il mercato si restringe il guaio è che aumentano i soggetti in campo. Non a caso l'indagine Andi testimonia che l'82,6% dei dentisti manifesta una certa preoccupazione per il propagarsi di forme di esercizio professionale supportate da società di capitali e franchising. Insomma se una volta l'odontoiatria privata era monopolio del dentista, ora le iniziative «capitalistiche» si moltiplicano e giocano su terreni che il professionista tradizionale non conosce. La pubblicità, i negozi al piano terra, l'offerta di prestazioni gratuite (l'ablazione del tartaro) per catturare il cliente. Lo spauracchio dei dentisti italiani si chiama Vitaldent, usa Barbara D'Urso come testimonial, ha 54 studi in Italia di cui 11 nella sola Milano e sta pianificando anche l'ingresso nel Sud. E Vitaldent non è più sola, l'elenco delle sigle si arricchisce di continuo: Vacupan Italia, Caredent, Smile Factory. I dentisti si lamentano anche che lo Stato sia diventato concorrente tramite le Asl pubbliche e le sedi universitarie che per aiutare il proprio conto economico intercettano pazienti potenzialmente appannaggio della libera professione con onorari calmierati. In una situazione che l'Andi definisce di mercato selvaggio cresce anche l'abusivismo, si esercita la professione negli studi senza averne il titolo o magari con un giovane dentista come prestanome.

Per i trentenni la problematica è differente specie se non hanno un papà o uno zio del mestiere. Hanno studiato da dentisti spinti da genitori condizionati dallo stereotipo di una professione facile e ricca. Si definiscono free lance dell'odontoiatria e devono spostarsi durante il giorno tra diversi studi collocati persino in differenti città, si considerano sottopagati pur arrivando a 70 ore settimanali, non avranno mai un loro studio e eserciteranno la professione come collaboratori o come dipendenti. Di fronte alla drammaticità dei problemi l'Andi si lamenta che l'odontoiatria conta poco per le istituzioni ma probabilmente la chiave del rilancio non è in termini di lobby bensì di «specializzazione delle competenze» come sostiene la sociologa Silvia Cortellazzi dell'Università Cattolica di Milano. Gli studi odontoiatrici dovrebbero avere uno o più persone che si occupano degli aspetti organizzativi e consentano ad altri professionisti di concentrarsi sulla pratica clinica.

Associarsi è quindi la ricetta perché se è vero che la professione in passato ha goduto di un eccesso di protezione, oggi paga il conto con una mancanza di regolamentazione nel presente e l'assenza di programmazione per il futuro. Inseguire la società che cambia, è il consiglio della sociologa. Occorre riuscire a immaginare ruoli nuovi che possano soddisfare i bisogni dei pazienti e riportare indietro la clientela fuggita. Magari specializzandosi nella cura dei pazienti anziani, solo per fare un esempio.

L'impressione è che gli odontoiatri non siano più visibili, riconoscibili grazie a un ruolo chiaro e a un'identità definita e che i compiti che svolgono non siano più riconosciuti da tutti come un servizio di valore, tanto più che le prestazioni offerte in Paesi oltrefrontiera sembrano più appetibili anche se la salute viene trattata come pura merce. Che fare, allora? C'è chi propone la formazione degli studenti negli ospedali provando l'esperienza del pronto soccorso perché darebbe un riconoscimento più solido all'esterno e integrerebbe la nuova figura del dentista nel sistema di cura del Paese. Ma è chiaro che non basta e comunque varrebbe solo in futuro. E così la sociologa Cortellazzi parla di proporre «una reinvenzione soggettiva del ruolo del dentista», una formula accattivante ma tutta da delineare in concreto.

(ha collaborato Fabio Savelli)
Generazionepropro.corriere.it
Dario Di Vico
21 giugno 2011



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Nuove indagini su Ciro, il dinosauro meglio conservato del mondo

Corriere della sera

L'unico fossilizzato insieme agli organi interni, ora sottoposto a una vera e propria autopsia



MILANO - Sulla bianca lastra di calcare, non più grande di un piatto, la breve esistenza di un dinosauro neonato appare in tutta la sua istantanea, minuta fragilità. Ma questa vita, per breve che fu, venne letteralmente intrappolata nella vertiginosa profondità del tempo geologico, facendosi quasi eterna. Questo è il paradosso di Ciro, che oggi, capita la sua vera età «anagrafica», affascina ancora di più: visse soltanto una manciata di giorni.

POCHI GIORNI - Appena sgusciato fuori da un uovo, con la fontanella aperta sul capo come nei cuccioli di uomo e con il ventre ancora gonfio di una piccola riserva di tuorlo, ebbe giusto il tempo di guardarsi intorno stupito, sgranchirsi le gambe al tepore del sole, assaporare i primi pasti. Anche questi conosciamo bene, ora, addirittura nell'ordine in cui furono ingeriti: nel suo intestino, lo stesso incredibile destino cristallizzò le scaglie di una sardina, i cui anelli di accrescimento dicono che aveva nuotato per nove stagioni, prima di finire tra i dentini seghettati di Ciro; poi un piccolo rettile e un altro pesce, e infine la zampa di una grande lucertola, così grande per lui, che furono i genitori a procacciarla. Il dinosauro neonato non ebbe neppure il tempo di digerirla, che vento e acqua lo spazzarono via improvvisamente, sottraendolo alla vita e immobilizzandolo per 110 milioni di anni nel fondo fangoso del mare che piano piano diventava roccia. Tanto è dovuto passare, finché altri esseri potessero scoprire chi fosse questa creatura e come avesse trascorso la sua brevissima esistenza.

Ciro, visto dall'interno

STUDIO - Unico dinosauro al mondo fossilizzato con gli organi interni, e dunque primo al mondo a poter essere sottoposto a una vera e propria autopsia, Scipionyx samniticus divenne una star della paleontologia conquistando la copertina di Nature nel 1998, con un articolo firmato dai paleontologi Cristiano Dal Sasso e Marco Signore. Ma era solo l'inizio. Il battesimo scientifico di Ciro – come lo chiamarono i giornalisti italiani – mirava in primis a riconoscere i caratteri peculiari dello scheletro e dunque a confermare l'idea che il primo dinosauro trovato in territorio italiano fosse anche una specie nuova per la scienza. Le ricerche sono continuate con metodi di studio sempre più moderni e oggi, dopo cinque anni di Tac, fotografie in luce ultravioletta, esplorazioni al microscopio elettronico su microcampioni infinitamente piccoli, Dal Sasso e Simone Maganuco hanno fatto così tante nuove scoperte da riempire un volume di 300 pagine. Le eccezionali fotografie e le dettagliate ricostruzioni anatomiche appena pubblicate dai due paleontologi del Museo di Storia naturale di Milano documentano in modo inequivocabile che Scipionyx da Pietraroia (Benevento) è il dinosauro meglio conservato al mondo.

TESSUTI MOLLI - Per essere un fossile, Ciro presenta una ineguagliabile varietà di tessuti molli, molti dei quali mai visti in alcun altro dinosauro: legamenti intervertebrali, cartilagini articolari nelle ossa delle zampe, muscoli e connettivi del collo, parte della trachea, residui dell’esofago, tracce del fegato, l’intero intestino, vasi sanguigni mesenterici, capillari ramificati, fasci muscolari degli arti posteriori e della coda composti da cellule ancora perfettamente striate, addirittura i batteri che colonizzavano l'intestino. È inoltre ineguagliabile il dettaglio con cui questi tessuti sono fossilizzati: grazie a particolari condizioni fisico-chimiche, essi sono stati replicati da cristalli più piccoli di un millesimo di millimetro, che ancora oggi ci mostrano strutture di dimensioni cellulari e subcellulari. Ancora più stupefacente appare che alcuni elementi chimici, una volta utilizzati dalle cellule vive, come il ferro accumulato nell'emoglobina del sangue, non siano stati rimossi dalle acque mineralizzanti ma siano stati riutilizzati nella rapidissima fossilizzazione dell'animale, incorporati nei cristalli di limonite che formano una grande macchia rossa, presente nel torace del piccolo dinosauro.

ESPERTI
- La microsonda che ha effettuato le analisi chimiche non ha lasciato dubbi: quel ferro è autigeno. Ovvero, quegli stessi atomi, 110 milioni di anni fa, si trovavano nei globuli rossi di Ciro che, spinti da un piccolo cuore pulsante, trasportavano ossigeno vitale in un caldo corpicino piumoso. Secondo il team di esperti di fama mondiale che ha valutato la ricerca dei paleontologi milanesi, le descrizioni e le illustrazioni pubblicate nella monografia su Scipionyx permetteranno di confrontare la morfologia dei tessuti molli di un importante gruppo estinto di animali, quali sono i dinosauri, con le analoghe strutture biologiche osservabili nei vertebrati viventi. Pertanto Ciro è destinato a far parlare di sé ancora per molto e a diventare un esemplare di riferimento per un gran numero di discipline scientifiche, coinvolgendo non solo paleontologi ma anche biologi evoluzionisti, morfologi funzionali, anatomisti comparati, fisiologi, veterinari, erpetologi e ornitologi.

Cristiano Dal Sasso
sezione di paleontologia dei vertebrati
Museo di Storia naturale di Milano


20 giugno 2011
(ultima modifica: 21 giugno 2011)



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Frediano Manzi inseguito, speronato e minacciato davanti ai carabinieri

Corriere della sera


Il presidente di Sos Usura e Racket aggredito da un pregiudicato che aveva denunciato




Frediano Manzi, il presidente dell'associazione Sos Usura e Racket
Frediano Manzi, il presidente dell'associazione Sos Usura e Racket
MILANO - «Mi abbagliava coi fari, voleva che mi fermassi. Lì per lì non l'ho riconosciuto, ho tirato dritto. Poi il clacson, due, tre, quattro volte. E con le mani un segno di minaccia: ti faccio un c... così. Allora ho capito, ho cercato di scappare. Ho svoltato verso il centro di Garbagnate, per giunta in contromano. Ma lui ha preso a tamponarmi, mi ha affiancato e cercava di spingermi fuori strada». Il cellulare, il 112, e i carabinieri che si sono materializzati in una manciata di secondi. Solo così Frediano Manzi, il coraggioso presidente dell'associazione Sos Antiusura e Racket, ha scampato un pericolo vero sabato sera, nel centro di Garbagnate Milanese. Inseguito per un paio di chilometri da un commerciante abusivo da lui denunciato e fatto finire sotto inchiesta. Che non ha smesso di minacciarlo neppure alla presenza dei carabinieri. «Dopo essere stato fermato e identificato - continua Manzi - è rientrato in auto, si è avvicinato mi ha chiaramente detto: ti sparo, non è finita qua. A quel punto i carabinieri lo hanno invitato in caserma dove a quanto mi risulta è stato diffidato, non potrà più avere nulla a che fare con me. E poi lo hanno rilasciato».

LEADER DI UN'ASSOCIAZIONE ANTIRACKET - Frediano Manzi ha fondato nel 1997 l'associazione sos racket e usura. Il cui sito è diventato una piattaforma di rivolta al sistema mafioso lombardo, attraverso denunce spesso corredate da video in presa diretta e telecamera nascosta. Ha documentato le molteplici infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto economico e sociale della metropoli milanese. A esempio ha messo microfono e obiettivo nascosto davanti al naso della moglie di un boss che gestisce le case popolari di Bresso, ha fatto aprire l'inchiesta sull'ex prefetto antiracket Carlo Ferrigno, poi arrestato con l'accusa di aver preteso sesso da imprenditrici in cambio del suo aiuto, e poi ha svelato i traffici e gli abusi delle cosche milanesi nel mercato dei fiori, nella gestione dei rifiuti, nel movimento terra.

LE MINACCE E LA SCORTA CHE NON VUOLE PIU' - Non è la prima minaccia che riceve, soltanto lo scorso 22 aprile si era dovuto rivolgere ai carabinieri perché il titolare di un ristorante che aveva denunciato gli aveva preannunciato una fine prematura e violenta davanti a cinque sbigottiti testimoni. La prefettura gli ha accordato da tempo un servizio di tutela dinamica, che non è una vera scorta ma una sorveglianza «a distanza», saltuaria e poco incisiva. Ma subito dopo l'ultima minaccia del 19 giugno scorso ha preso carta e penna ed ha scritto al Prefetto: «No grazie, una protezione così non mi serve. Levatemela».

LA LETTERA AL PREFETTO LOMBARDI - «Per la seconda volta in due mesi due noti pluripregiudicati, mi hanno pesantemente minacciato». Comincia così la lettera inviata a Lombardi, che è un chiaro invito ad alzare la guardia. «Vista la totale inefficienza del servizio di tutela dinamica - spiega Manzi - non a causa dell'inerzia di chi mi tutela, ma sicuramente inadeguato per la mia sovraesposizione, le chiedo di revocarmela». Nel gennaio del 2010 Lombardi aveva dichiarato che «a Milano la mafia non esiste», salvo poi spiegare che intendeva riferirsi al clima di collusione e omertà che si respira in alcune realtà meridionali. Manzi non esita a rinfacciarglielo: «Da anni attraverso la mia associazione stiamo operando su tutto il territorio della nostra Regione Lombardia devastata dalla presenza della 'ndrangheta. Un'infiltrazione mafiosa che lei ha negato dinnanzi alla Commissione Parlamentare Atimafia, venuta a Milano. (...) Ecco il motivo per cui il 16 gennaio ed il 17 marzo di quest'anno, le ho inviato due lettere alle quali non si è degnato neanche di rispondermi».

ANCHE LA SUA FAMIGLIA È A RISCHIO - Manzi è padre di quattro ragazzi. Ha un impresa di floricoltura con una decina di punti vendita, è un uomo dinamico, sempre in movimento. «Da mesi ormai sono costretto a cambiare continuamente orari e percorsi per autotutelarmi - racconta - per salvaguardare l'incolumità mia e della mia famiglia. Ho anche contattato una società di vigilanza, ma per un servizio di scorta solo in alcune ore del giorno mi chiedono 2.500 euro. Non so se posso permettermelo...». Sta di fatto che non ha alcuna intenzione di tirare i remi in barca, di cedere all'arroganza del sistema mafioso, che a Milano pesa molto più di quanto si pensi. In tutto il 2009 gli uffici di polizia e carabinieri hanno registrato solo 7 denunce per usura, altrettante nel 2010, 5 nel primo quadrimestre 2011. Meno che a Palermo. «Eppure i casi stimati nel solo 2010 ammontano ad oltre 20mila - stima Manzi -. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che gli imprenditori a Milano hanno paura. Io no, io vado avanti».


Antonio Castaldo
20 giugno 2011



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