lunedì 20 giugno 2011

Ci dispiace, sei troppo brutto». E in 30mila sono cacciati dal sito solo per belli

Corriere della sera

Un virus attacca i profili. Linea verde «di consolazione»




MILANO - Doveva essere un sito di incontri ad uso esclusivo di «uomini e donne belli». Tutti accuratamente selezionati, mentre chi non corrispondeva ai requisiti richiesti era «spietatamente escluso». Solo che qualcuno non deve aver molto gradito la dura selezione. Un mese fa il sito «BautifulPeople», come riporta il Guardian, è stato attaccato dagli hacker e sono improvvisamente comparsi 30mila nuovi profili: inesorabilmente brutti. E adesso sono stati «cacciati» con tante scuse.

IL VIRUS - Il virus è stato subito chiamato Shrek (dal film dove l'orco Shrek sposa la bellissima principessa Fiona) perché ha attaccato il software utilizzato per lo screening dei candidati. Adesso per consolare chi è stato prima accettato (causa virus) e poi escluso c'è un numero verde. «Dobbiamo attenerci ai nostri principi e accettare nel sito solo chi è effettivamente bello perché i nostri soci hanno pagato» si è giustificato l'amministratore delegato di BeautifulPeople.com, Greg Hodge. Sembra che il virus sia stato inviato al software da un ex dipendente scontento dello stipendio.

IL SITO - Il sito si vanta di essere capace di selezionare i belli grazie a un particolare software che visualizza un semaforo rosso per le bocciature e un semaforo verde brillante per chi è bello. Oltre alle fotografie per valutare l'ammissione sono richieste informazioni come peso, altezza, corporatura, segno zodiacale, automobile posseduta. «Abbiamo cominciato ad avere sospetti quando in sei settimane sono stati accolti migliaia di profili, molti dei quali non erano propriamente di bell'aspetto» ha spiegato Greg Hodge al Guardian.

Non è la prima volta che gli iscritti vengono «sbattuti fuori». L'anno scorso 5.000 profili di uomini e donne sono stati rimossi dopo che avevano messo un po' di peso dopo le vacanze di Natale. E di recente sono gli irlandesi ad aver protestato perché solo il 9% degli uomini e il 20% delle donne sono stati accolti nel sito dei belli. Basti vedere che la percentuale delle svedesi si impenna al 70%. In media una persona su sette viene respinta e il sito conta 700.000 iscritti in 190 Paesi.

LE SCUSE - Le scuse hanno il sapore di un'ulteriore. «Sono molto dispiaciuto per quello che è successo - si è giustificato Greg Hodge - per tutte quelle persone sfortunate che sono state ammesse al sito e hanno creduto, anche se per un breve periodo, di essere belle. Ho inviato a tutti una mail il più sensibile possibile». La società ha restituito 112 mila dollari a 4500 dei 30.000 che avevano pagato 25 dollari al mese per mantenere il profilo sul sito. Adesso, a chi vuol tornare nel paradiso dei belli non resta che affidarsi a photoshop.

Cristina Marrone
20 giugno 2011



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Beata la suora che aiutò Mike Bongiorno

Corriere della sera


Nel 1944 Enrichetta Alfieri fece incontrare in segreto
il presentatore e la madre detenuti a San Vittore



Suor Enrichetta Alfieri
Suor Enrichetta Alfieri
MILANO - Ha avuto un ruolo fondamentale anche nella vita di Mike Bongiorno la suora Enrichetta Alfieri, che sarà beatificata domenica prossima, 26 giugno, in Piazza Duomo a Milano, anche grazie a lui. «La mamma di San Vittore», come era definita dai detenuti, era una suora della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret. Permise al giovanissimo Mike Bongiorno, recluso nel 1944 in carcere dai nazifascisti come partigiano, di incontrare, segretamente e più volte, la madre detenuta nel reparto femminile dello stesso carcere di Milano: un gesto eroico fatto nella consapevolezza di rischiare ogni volta la vita. IL DUOMO - A distanza di molti anni, la memoria del noto conduttore televisivo, raccolta dal tribunale ecclesiastico per istruire il processo di Beatificazione, ha contribuito alla proclamazione che avverrà in modo solenne in Duomo a Milano, lo stesso luogo che ha visto lo svolgimento dei funerali di Stato di Mike Bongiorno. La sua testimonianza è ora inserita nel dvd «E lei, invece, sorride», scritto e diretto da Paolo Damosso, realizzato da Nova-T, il centro di produzione televisivo e multimediale dei Frati Cappuccini Italiani.


IL RICORDO - «Papà ci ha sempre raccontato degli episodi in cui, grazie a suor Enrichetta, lui era riuscito a fare delle cose speciali all'interno del carcere - ricorda il figlio Nicolò - Quando abbiamo saputo della beatificazione siamo rimasti molto colpiti. Per noi è stata davvero una cosa straordinaria. Penso che papà, anche dal cielo sarà felicissimo. Ci teneva molto ed era veramente grato perchè aveva colto in lei qualcosa di speciale». «Abbiamo incontrato Mike pochi mesi prima della sua scomparsa - racconta Paolo Damosso -, ci ha raccontato con passione ed emozione i ricordi legati alla sua dura prigionia e a suor Enrichetta. Una donna che ha vissuto una vita da film, piena di sorprese e di colpi di scena. Una vicenda che coinvolge e ci fa capire che nella vita non bisogna mai perdere la speranza».

Redazione online
20 giugno 2011



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Pontida, denuncio Maroni per alto tradimento" Pensionato presenta un esposto

Quotidiano.net


La denuncia è già stata trasmessa alla Procura di Bergamo, competente per territorio. Aldo Flora, 67 anni, ex manager in pensione non ha digerito l'uscita del ministro: "Noi barbari sognanti vogliamo una Padania libera e indipendente"



Roberto Maroni sul palco di Pontida (Ansa)



Torino, 20 giugno 2011

La magistratura dovrà valuter le affermazioni fatte al raduno di Pontida della Lega Nord: un cittadino di Alessandria ha presentato all’Arma una denuncia formale per lo slogan con cui ieri, al raduno di Pontida della Lega Nord, il ministro dell’interno, Roberto Maroni, ha accompagnato il suo intervento, e anche per l’atteggiamento di Umberto Bossi e Roberto Calderoli nei confronti della folla che inneggiava alla secessione.


La denuncia e’ gia’ stata trasmessa alla Procura di Bergamo
, competente per territorio. La frase in questione, pronunciata da Maroni, e’ ‘’noi barbari sognanti vogliamo una Padania libera e indipendente’’. Parole che, per il denunciante, configurano il ‘’vilipendio alla Costituzione, l’istigazione a sentimenti antinazionali, l’alto tradimento’’.

‘’Ho seguito la manifestazione in tv - spiega Aldo Flora, 67 anni, ex manager in pensione - e, oltre all’intervento di Maroni, sono stato colpito da un altro evento: quando la folla si e’ messa a gridare ‘Secessione’, Bossi si e’ limitato a dire ‘Calma, dobbiamo avere pazienza’’’. Per questo motivo, Flora ha fatto mettere nero su bianco che ritiene l’atteggiamento dei ministri Bossi, Maroni e Calderoli (anche lui presente sul palco) ‘’colpevolmente refrattario’’ nei confronti dell’articolo 5 della Costituzione sull’indivisibilita’ della Repubblica; per Maroni si parla invece di ‘’aggravante’’.

‘’Un ministro - e’ l’opinione di Flora - non puo’ dire tutto quello che vuole. Un ministro ha giurato sulla Costituzione. E non puo’ togliersi la giacca da ministro a suo piacimento’’.

‘’Io amo la politica - dice ancora Flora, che e’ originario di Luino, in provincia di Varese - ma non amo i partiti: sono i partiti, oggi, a rovinare la politica. E’ per questo che da 20 anni mi presento al seggio senza ritirare la scheda elettorale. E soprattutto voglio bene alla mia Patria e al Tricolore’’.


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Caso Orlandi, il fratello di Emanuela vola a Londra con una troupe televisiva

Corriere della sera


«Sono in partenza, anche se c'è solo una probabilità su mille che si trovi lì». Lettera-appello al Corriere


ROMA - «Sono in partenza per l’Inghilterra. Nonostante sia molto scettico e non mi faccia illusioni, davanti a situazioni di incertezza e trepidazione come questa noi familiari non abbiamo altra scelta: vincono le ragioni del cuore». Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, la ragazzina residente in Vaticano scomparsa il 22 giugno 1983 nel centro di Roma, ha deciso di andare Londra, con l’obiettivo di verificare in prima persone le ultime notizie e le presunte rivelazioni sul giallo di sua sorella, seguito da una troupe televisiva.

Pietro Orlandi
Pietro Orlandi
L'EX AGENTE SEGRETO - Alcuni giorni fa un ex agente del servizi segreti, nome in codice «Lupo», aveva affermato - in diretta nel corso di una trasmissione televisiva - che Emanuela Orlandi si troverebbe in un manicomio della capitale inglese. Prima Lupo aveva parlato di una struttura chiamata «Queen Margaret», in un secondo tempo si era corretto e aveva precisato: «Si tratta del Queen Elizabeth II».
Non è la prima volta che Pietro Orlandi parte per l’estero in cerca della sorella. «Anche se c’è solo una probabilità su mille che si trovi lì – precisa – non voglio lasciare nulla di intentato. La nostra ricerca della verità, per quanto dolorosa e difficile, non si fermerà mai».

Redazione online
20 giugno 2011



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Amazzonia, il massacro silenzioso degli attivisti anti-disboscamento

Corriere della sera


In meno di un mese sei omicidi in Pará e Rondônia. Diffusa lista di 125 persone «da eliminare»


Deforestazione in Amazzonia (da Spiegel)
Deforestazione in Amazzonia (da Spiegel)
MILANO - È passato circa un mese dall'assassinio il 24 maggio di José Claudio Ribeiro da Silva e di sua moglie Maria do Espirito Santo a Nova Ipixuna, nello Stato di Pará. Omicidio di cui si sono occapati i principali organi d'informazione internazionali eccetto quelli italiani. Nel frattempo in Pará sono stati uccisi altri tre attivisti contro il disboscamento illegale e un quarto nel vicino Stato di Rondônia, sempre in Amazzonia. Tanto che le autorità brasiliane hanno dovuto portare in una località non rivelata due famiglie di contadini - in totale dieci persone, in gran parte bambini - minacciate di morte dai baroni della deforestazione.

INCHIESTA - Dopo l'omicidio in un'imboscata dei da Silva, la presidente brasiliana Dilma Rousseff aveva inviato nella zona un gruppo militare speciale e ordinato un'inchiesta «rigorosa», che finora però non ha dato risultati. Lo scorso anno la Commissione pastorale della terra (Cpt), organizzazione legata alla Chiesa cattolica, ha diffuso una lista di 125 persone «indicate per essere uccise», della quali 30 nello stato del Pará, ma il governo brasiliano ha riconosciuto di «non avere i mezzi per proteggerle». Dall'inizio dell'anno altri venti nomi sono stati aggiunti alla lista, ha detto José Battista, un avvocato che lavora con Cpt.

TESTIMONI - Persone che avevano lavorato insieme ai da Silva, hanno testimoniato che prima dell'omicidio la coppia aveva ricevuto numerose minacce di morte. Junior, 30enne agronomo che non ha voluto dire il cognome per timore di ritorsioni, ha detto alla France Presse che a Ribeiro da Silva erano giunte minacce come «I tuoi giorni sono contati, morirai», «Tieniti pronto perché tra poco non parlerai più». Junior ha accusato i potenti proprietari terrieri della zona e le compagnie forestali di essere i mandanti degli omicidi. «In altre occasioni avevano cercato di ucciderlo, ma non l'avevano fatto perché lo volevano far fuori insieme alla moglie». Il procuratore dello Stato di Pará ha reso noto un particolare: i killer hanno tagliato un orecchio di da Silva.

José Claudio Ribeiro da Silva e la moglie Maria do Espirito Santo
José Claudio Ribeiro da Silva e la moglie Maria do Espirito Santo
ACCUSE - «L'assenza di autorità statale porta alla deforestazione illegale», spiega Valdimir Ferreira, consigliere municipale di Nova Ipixuna. «Da Silva aveva iniziato una lotta contro le compagnie forestali e i potenti proprierari terrieri. E loro hanno ordinato di ucciderlo». Ma il sindaco della città, l'uomo d'affari Edson Alvarenga, non è d'accordo con questa ricostruzione. «Gli omicidi potrebbero essere il risultato di conflitti interni alla comunità», dice. «Ho sentito dire che l'assassino è uno di qui». Anche Junior ammette che ci sono conflitti locali, «perché qualcuno vuole vendere il proprio pezzo di terra. Ma sono sicuro che l'ordine ai sicari l'hanno dato quelli che vogliono la deforestazione».


Paolo Virtuani
20 giugno 2011



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Prima» , yacht extralusso da record

Corriere del Mezzogiorno


Il più grande mai costruito al Sud in soli due anni, opera dei cantieri Palumbo che si preparano al bis



Il megayacht «Prima»
Il megayacht «Prima»

NAPOLI


E’ il più grande megayacht che sia mai stato costruito nel Centrosud. E lo hanno realizzato i cantieri Palumbo di Napoli in soli due anni. Lo yacht di lusso, Columbus 177 Prima, sarà varato domani (ore 11) al porto di Napoli, Molo 28, bacino Palumbo. Il Prima, di 54 metri, stato costruito per conto della società armatrice proprietaria del marchio Columbus Yacht. Ha un valore di mercato compreso tra i 25 e i 30 milioni di euro. La consegna all’armatore è prevista entro il mese di luglio.

Lo yacht è stato progettato dall’ingegnere Sergio Cutolo Hydrotech Naval Architecture) mentre l’interior design è stato ideato dall’architetto Tommaso Spadolini (Spadolini Studio Design): nomi di rilevanza internazionale per la progettazione ed il design di megaYacht di lusso. Il tipo di materiali, lo standard di costruzione, la più avanzata tecnologia domotica e le classificazioni ottenute fanno del Prima un’imbarcazione moderna, lussuosa e confortevole nel pieno rispetto dell’ambiente grazie al basso consumo energetico e alla riduzione dell’inquinamento ambientale e acustico. L’idea portata avanti dalla Columbus Yacht è stata quella di creare uno yacht con una linea classica dalle proporzioni precise, senza slanci eccessivi o stravaganze.

Alcuni elementi, tuttavia, ne caratterizzano personalità, come le zone saloni con finestre ad arco per dare maggiore luminosità agli interni. Ampi spazi comuni, aree living interne ed esterne donano allo yacht volumi interni di un 60 metri. L’area-sole sul fly dispone di una confortevole piscina circolare Jacuzzi con idromassaggio, mentre un ulteriore angolo conversazione è sistemato open-air a pruavia dell’upper deck, proprio a ridosso della zona argani sottostante. Per gli interni, è stato adottato uno stile geometrico, giocato su ampi spazi, con un’ottima abitabilità in tutte le aree dove è stata eliminata ogni possibile zona angusta e scomoda con un design che, pur non rinunciando all’eleganza e al bello, risulti soprattutto funzionale e concreto. Leit motiv è il fraseggio tra il colore sempre chiaro del soffitto, intersecato da pannelli lignei più scuri, e quello bruno dei pavimenti in noce italiana, a loro volta alternati a inserzioni di marmo calacatta oro.

Lo yacht ha un pieno di dislocamento di 700 tonnellate, sei cabine compresa quella a tutto baglio dell’armatore con balcone e cabina vip sul ponte di coperta: 12 i posti letto per gli ospiti e 12 quelli per l’equipaggio suddivisi in sei cabine più quella del capitano. Eccezionali volumi, dovuti all’ ampiezza del suo baglio di 10.2 metri, estese aree comuni e soprattutto l’imponente volume interno, rappresentano le caratteristiche essenziali di questo superyacht. Inoltre in corso la costruzione di un secondo yacht di 55 metri nonché la progettazione di ulteriori modelli che coprono la linea che va dai 38 metri ai 75 metri , con scafi in acciaio. Il varo tecnico del Prima rappresenta un traguardo importante per il Gruppo Palumbo, che nell’ultimo anno ha acquisito due cantieri navali a Malta, uno dei quali interamente dedicato al refitting di superyacht.

Pa. Man.
20 giugno 2011




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Tsunami, un video agghiacciante recuperato dalla telecamera di un'auto travolta dall'onda

Il Mattino

Tokyu - Un video agghiacciante è stato recuperato dalla telecamera di sicuurezza di un'auto che fu travolta dall'onda dello Tsunami. E' inquietante osservare l'impotenza delle persone bloccate nel traffico mentre l'onda oceanica spazza via tutto...
Cinque minuti da incubo, dalla percezione della scossa lungo la strada, al blocco del traffico per l'arrivo dell'acqua, fino al fiume di fango e detriti che travolge la vita di migliaia di persone.
Ironia della sorte il tergicristallo della macchina continua afunzionare fino a quando il fango non arriva ainvadere il lunotto e quasi certamente segna l'arrivoi della morte per il conducente e gli eventuali passeggeri dell'auto...








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Figlio paralizzato, non hanno i soldi per pagare l’Enel

La provincia Pavese


Il contatore del gas sigillato per cinque giorni perché non potevano saldare il loro debito. Per il momento Salvatore, tetraplegico da vent’anni può di nuovo avere l’acqua calda ma i genitori temono che arrivi un nuovo stop. L’appello



RONCARO.

Il contatore del gas è rimasto sigillato per cinque giorni. Poi Salvatore Conese, 38 anni, paralizzato da venti in seguito ad un incidente stradale, ha potuto di nuovo utilizzare l’acqua calda e farsi cucinare i pasti. Rimane però la paura che Enel Rete gas blocchi ancora l’erogazione se non viene pagato il debito di 2500 euro. Le bollette si sono infatti accumulate fino all’ultimo sollecito, ma i soldi a casa di Michele Conese, 65 anni, papà di Salvatore, non ci sono.

La famiglia può contare sugli 800 euro mensili di Michele, che lavora come stradino comunale con un contratto di collaborazione, e sui 650 euro del figlio, tra pensione di invalidità e accompagnamento. Solo qualche mese fa Enel aveva minacciato di togliere la luce, se non pagavano le bollette. Alcuni privati si sono anche offerti di realizzare un impianto fotovoltaico, «purtroppo Enel prima ci ha chiesto di saldare il debito», dicono i Conese.

Ma non è il buio a spaventare Michele e sua moglie Teresa, è quello che potrebbe accadere al figlio. L’energia elettrica gli serve per vivere, Salvatore è attaccato ad un respiratore automatico, indispensabile durante la notte, mentre di giorno, seppure a brevi intervalli riesce a respirare autonomamente. Chiede alla mamma di staccarlo, vuole essere lui a raccontare la storia di questa famiglia che da alcuni anni è venuta ad abitare a Roncaro, in una villetta gialla in via delle Roncaglie, poco distante dalla chiesa.

Qui dolore e disperazione si intrecciano e la necessità di ricevere aiuto supera il disagio di chiederlo. «Sono venuti a sigillare il contatore senza neppure avvertirci», spiega con un filo di voce il giovane che trascorre la maggior parte del tempo su un letto elettrico. Mamma Teresa gli è accanto, una presenza indispensabile per quel ragazzo che trascorre il suo tempo con un computer munito di un programma visivo. «Per giorni ho dovuto lavarmi con l’acqua fredda, abbiamo chiamato ripetutamente la società, la risposta era sempre la stessa, dovevamo pagare».

«Dove prendiamo i soldi?», si chiede Teresa, mentre mostra le bollette che tra luce e gas, al bimestre, arrivano anche a 1500 euro. «Eravamo disperati, allora ci siamo rivolti al consigliere regionale Angelo Ciocca che ci aveva aiutato anche quando ci volevano tagliare la luce. Si è rivolto ad Enel, prefetto, Asl, finchè è riuscito a farci restituire il gas». «La situazione è particolarmente delicata per le condizioni di Salvatore – ammette Ciocca – abbiamo ottenuto la riapertura e nei prossimi giorni mi incontrerò con gli assistenti sociali per trovare il modo di far rientrare la famiglia Conese dal debito delle utenze, poi proseguiremo nel progetto del fotovoltaico a cui abbiamo pensato per renderli indipendenti dall’energia elettrica». «Enel ci ha imposto è un piano di rientro – spiega Michele – ma i soldi ci servono per sopravvivere e pagare i medicinali che il sistema sanitario nazionale non rimborsa». «Le istituzioni sono indifferenti a casi come questo e ci mettono nelle condizioni di chiedere l’elemosina», conclude amareggiato Salvatore.


Stefania Prato




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Esami di terza, 8 su 10 temono la prova Invalsi E una nonnina si presenta tra i banchi a 81 anni

Quotidiano.net

I ragazzi temono soprattutto la prova di matematica. Due studenti su 3 confessano di aver ricevuto un aiutino dai professori


Ragazzi delle scuole medie (Newpress)

Roma, 20 giugno 2011

Per i 593.372 alunni impegnati in questi giorni negli esami di terza media è arrivato il momento della temuta prova Invalsi: stamattina, a partire dalle ore 8,30, si svolgerà la somministrazione della verifica nazionale, uguale per tutti, in contemporanea per le classi terminali del primo ciclo d’istruzione. Prima verrà svolta quella di matematica e, a seguire, dopo 15 minuti di pausa, quella di italiano.

Secondo un'indagine condotta da Skuola.net nei giorni passati, intervistando complessivamente 840 studenti, 8 su 10 hanno paura della prova. A turbare maggiormente i ragazzi è il test di matematica, il piu’ difficile secondo la meta’ degli intervistati. Non a caso si e’ deciso quest’anno, per la prima volta, di far cominciare gli studenti proprio dal test di matematica.

Sempre stando ai risultati della ricerca, sembra che gli studenti non abbiano trovato grandi difficolta’ ad affrontare le prove scritte svoltesi la scorsa settimana e formulate dai docenti interni. Piu’ della meta’ dei votanti le ha trovate piu’ semplici del previsto, mentre solo uno sparuto 5% le ha giudicate piu’ difficili rispetto a quanto atteso. Si conferma comunque la matematica come bestia nera: quasi la meta’ degli studenti l’ha considerata come la piu’ difficile delle quattro prove scritte finora affrontate.

E poi, quando proprio ci si trova in difficolta’, si puo’ sempre contare sull’aiuto dei prof: 2 studenti su 3 confessano di aver ricevuto un aiutino dai professori nel momento del bisogno. "Ormai l’esame di fine ciclo alle medie sta diventando complesso quasi come quello di Maturita’, sia per la presenza di una prova nazionale sia per il sistema di votazione che media il risultato di tutte le prove scritte, dell’orale e per il voto di ammissione. - dichiara Daniele Grassucci, Responsabile delle Relazioni Esterne del portale - Pertanto gli studenti hanno bisogno di contenuti specifici e di consigli per affrontare l’esame, richiesta che negli anni passati era invece assente".
 

"Nel giorno della Prova Invalsi - aggiunge Grassucci - i visitatori sul sito arrivano a pareggiare quelli presenti durante le prove scritte della Maturita’, soprattutto per sapere come andavano svolte le prove e per scambiarsi opinioni a caldo. E’ per noi motivo di grande orgoglio poter portare gli studenti a dialogare direttamente, attraverso la videochat pomeridiana, con chi le prove le realizza ovvero l’Invalsi".

LA NONNINA TRA I BANCHI - A 81 anni ha sostenuto l’esame di licenzia media che i bombardamenti e l’invasione nazista le avevano impedito di ottenere nel 1944. Protagonista di questa storia a lieto fine e’ Annamaria Iommi che stamani, alla scuola media di Sacile, ha svolto la prova orale.

"Dopo aver frequentato le prime due classi a Santa Margherita Ligure (Genova) - ha spiegato - ero iscritta alla terza di Sacile, ma i bombardamenti erano sempre piu’ frequenti e ad un certo punto la scuola e’ diventata sede del presidio nazista".  Per Annamaria (iscritta ai corsi serali per adulti e come tale esonerata dalla prova Invalsi che si tiene questa mattina) non aver terminato il percorso di studi e’ sempre stato un cruccio e cosi’, l’estate scorsa, ha pensato finalmente di poter coronare il suo sogno. ‘’L’ho fatto - ha aggiunto - per dimostrare ai miei nipoti, che sono tutti laureati, che anche la nonna sapeva il fatto suo".





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Società intascava tasse invece di riscuoterle Perquisizioni in Comune della GdF di Milano 5 arresti per peculato, uno è dirigente comunale

Il Mattino


NAPOLI

La guardia di finanza di milano ha effettuato questa mattina una serie di perquisizioni al comune di napoli nell'ambito di una inchiesta per bancarotta e peculato nella riscossione della tassa sui rifiuti. L'inchiesta, coordinata dai pm di Milano, Luigi Orsi e Sergio Spadaro, ha portato anche all'arresto di cinque persone.
Le ordinanze di custodia cautelare sono nei confronti di 5 persone, di cui 2 in carcere e 3 ai domiciliari, che,m secondo l'ipotresi dell'accusa, si sono rese responsabili a vario titolo di bancarotta fraudolenta e peculato, nonché effettuando perquisizioni presso enti locali, abitazioni e sedi di società anche in altre regioni italiane.

L'attività investigativa ha consentito di scoprire un'organizzazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta e al peculato che, attraverso la gestione di una società milanese, era incaricata della liquidazione, dell'accertamento e della riscossione di tributi e altre entrate (tarsu, ici, pubblicità, tosap, multe, condoni ecc...) di alcuni enti locali (tra cui i comuni di Napoli, Bordighera, Siderno, Grumo Nevano, Oppido Mamertina, ecc.). Oltre a sottrarre fraudolentemente somme per circa 50 milioni di euro derivanti dalla riscossione dei tributi locali, poneva in essere azioni di distrazione del patrimonio della società, poi fallita, per circa 18 milioni euro. In particolare, nel corso delle indagini è emerso - a partire dal 2001 - un flusso finanziario in uscita dalla società poi fallita diretto a due soggetti risultati essere amministratori di fatto della stessa: il denaro indebitamente sottratto proveniva dall'attività di riscossione dei tributi locali. Successivamente, nel 2005, alla predetta società è subentrata nella gestione dei tributi un'altra impresa, con sede a napoli e a capitale misto (con soci il comune di napoli e la prima società), ma sempre controllata di fatto dagli indagati, che hanno continuato a drenarne i fondi, anche mediante fittizi contratti di outsourcing con la stessa. Fra i 10 indagati, di cui 5 oggi tratti in arresto, figurano un dirigente del comune di Napoli, membri del collegio sindacale e amministratori di fatto e di diritto delle due società.


Lunedì 20 Giugno 2011 - 13:24    Ultimo aggiornamento: 13:50




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Inps chiede 13mila euro a 106enne A 116 anni avrà pagato le 105 rate

Quotidiano.net


Un'anziana di Udine si è vista recapitare a casa una multa dell'Inps da 13mila euro pagabile in 105 “comode” rate mensili da 125 euro ciascuna. La signora chiuderà il mutuo a 116 anni. Ingaggiata battaglia legale



Udine, 20 giugno 2011

Il fisco ti allunga la vita. Questo verrebbe da pensare scoprendo che l'Inps ha chiesto a una 106enne friulana di regolare un contenzioso sulla dichiarazione dei redditi in rate con scadenza nel 2020, ovvero l’anno in cui la nonnina compirà 116 anni. La notizia, al limite del credibile, è riportata da il Messaggero Veneto.

La signora Maddalena Lorenzon non si è persa d'animo quando si è vista recapitare a casa una multa da 13mila euro pagabile in 105 “comode” rate mensili da 125 euro ciascuna.

Così a 116 anni chiuderà definitivamente il mutuo. Tutto è nato, secondo l’Inps, perché sulla Lorenzon, vedova Barbaro, si sarebbero evidenziate delle irregolarità nella dichiarazione dei redditi per gli anni 2007 e 2008. La signora Maddalena riceve una pensione da maestra e una reversibilità parziale di quella del marito defunto.

Ma alla esosa contestazione la nonnina di Udine non ha perso la tenacia e, rivoltasi a un legale, ha ingaggiato battaglia contro la burocrazia. Un percorso dificile anche perché, solo per recuperare il materiale utile a dimostrare l’infondatezza della richiesta dell’Inps, i consulenti del lavoro dovranno servirsi di deleghe dell’anziana e dei suoi famigliari.





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Restivo: «Ero attratto da Elisa, mi dichiarai ma lei mi rifiutò»

Corriere della sera


Lo ha confessato Danilo Restivo al processo in Inghilterra per l'omicidio di Heather Barnett




MILANO - «Ero attratto da Elisa Claps, mi dichiarai ma lei mi rifiutò». Lo ha confessato Danilo Restivo nel corso della deposizione al processo in Inghilterra per l'omicidio di Heather Barnett. «Ho conosciuto Elisa nel luglio 1993 attraverso suo fratello Luciano. Ero attratto da lei». Lo ha detto Danilo Restivo durante la sua deposizione al processo in corso in Inghilterra per l'omicidio di Heather Barnett. «A quel tempo - ha aggiunto Restivo - non ero un ragazzo serio. Dicevo che mi ero innamorato per poter uscire con loro. Dopo poco che sono uscito con lei mi sono dichiarato. E lei mi ha rifiutato perchè aveva una relazione con un ragazzo di Palermo. Non ho avuto altri rapporti con lei se non di amicizia. Ci rimasi male, ma bisogna ricordare che era la sorella di un amico, Luciano, quindi non volevo causare nessun problema».

TAGLIO CAPELLI - «La prima volta che ho tagliato dei capelli è stato quando avevo 15-16 anni, al primo anno di scientifico. Ho iniziato come scommessa, tra compagni di classe: per entrare in una cerchia di amici. Poi ho continuato». Lo ha detto Danilo Restivo sul banco dei testimoni. «Le prime tre volte - ha proseguito - è stato per scommessa. Poi ha iniziato a piacermi. Ma l'ho fatto senza voler fare male a nessuno, senza avere un problema con una o l'altra ragazza. Mi piaceva toccare e odorare i capelli, ma non riuscivo a odorare nessuno profumo perchè avevo un problema al naso».

Redazione online
20 giugno 2011



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La Cassazione stronca le mance: "una deplorevole abitudine"

La Stampa


Secondo la Cassazione (13425/11) dare mance ai dipendenti delle Poste è «una riprovevole e annosa abitudine».

Il caso

La titolare di un ufficio postale in provincia di Rieti è stata sanzionata da Poste Italiane per aver affisso senza il permesso della direzione un cartello nel quale «si invitava la clientela a non elargire mance al personale». La signora era stata sospesa dal servizio e della retribuzione per due giorni: il rimprovero che le era stato mosso riguardava l’affissione del cartello e una giacenza di posta arretrata. Il Tribunale di Roma ha confermato la sanzione, ma la Corte di Appello ne ha dichiarato l’illegittimità.

La Cassazione ha dato ragione alla signora, la quale «nella vicenda ha mostrato serietà e attaccamento all’azienda adoperandosi preliminarmente presso il personale alle sue dipendenze al fine di interrompere una riprovevole ed annosa abitudine, che coinvolgeva il personale stesso». E'  vero che il cartello poteva provocare «disagio fra gli utenti, d’altro canto è pur vero che potrebbe aver determinato, dopo incontestate ed esplicite disposizioni impartite dalla titolare ai dipendenti, un senso di serietà o quanto meno di solerte intervento da parte della titolare dell’ufficio postale».



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Arriva il "no cash day" contro il denaro contante: a quando il "micro-payment day" contro le carte di credito?

La Stampa


Martedì 21 giugno un'iniziativa per insegnare agli italiani a utilizzare i pagamenti elettronici. Sponsorizzato da Mastercard

Una giornata senza monete e banconote per insegnare agli italiani a fare a meno del denaro contante. Mancano appena due giorni al No cash day, in programma martedì 21 giugno, evento ideato dall'italiano Geronimo Emili, gestore di un’iniziativa che vedrà, oltre alla messa al bando di monete e banconote, tavole rotonde e appuntamenti collaterali. Obiettivo: coinvolgere l’opinione pubblica su un tema sempre più al centro del dibattito economico.

«Quel che vogliamo - spiega Emili - è sostenere la riduzione del cash in favore dei sistemi di pagamento elettronico, attraverso un articolato programma di informazione ed educazione che ponga l’accento sugli aspetti negativi di banconote e monete». Ma perchè mai fare a meno dei contanti? «Sono tante le motivazioni che dovrebbero indurci a migrare su altri sistemi di pagamento - assicura l’ideatore del No cash day - a partire dal costo esorbitante della gestione del denaro, l’impatto ambientale, l’utilizzo per evadere le tasse, ma anche la pericolosità per la salute, l’igiene».

Vero. Ma è anche vero che sarebbe ora di avere la possibilità di bypassare le multinazionali delle carte di credito per poter adottare sistemi di micro-pagamento online diretti senza dover passare da loro e pagare l'obolo della percentuale, impedendo la possibilità di effettuare pagamenti di un centesimo, per esempio. "Immaginate quale innovazione potrebbe portare un sistema che permetta a chiunque di effettuare mini-transazioni (parliamo di centesimi di euro) per beneficiare di contenuti di qualità". Il teorico di questa idea è Marco Calvo, da 16 anni online con la biblioteca Liber Liber di cui è presidente, secondo cui un freno consistente è dato dalla censura giuridico-bancaria ai micropagamenti.   A quando il "micro-payment day" (adotto anch'io l'inglesismo, no problem)? Finchè lo sponsor sarà MasterCard (vedi il No-cash day) , la vedo dura...




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Una cimice minaccia il Venezuela

La Stampa

Sei milioni di persone rischiano la vita a causa del Panstrongylus geniculatus: «Psicosi a Caracas»


Il Panstrongylus geniculatus, una cimice triatomina di 3 centimetri, vettore di un parassitosi terribile, la tripanosomiasi Usa, conosciuta anche come morbo di Chagas o Enfermedad de la pobreza


LORENZO CAIROLI

Non bastava che Caracas fosse la città più insicura del Sud America e la quarta di tutto il pianeta - dopo Ciudad Juarez, Kandahar e San Pedro Sula, in Honduras - che la sua industria del sequestro scoppiasse di salute più della cantera del Barcellona e che il suo tasso di omicidi viaggiasse a medie da narcomattanza messicana. Adesso la capitale del Venezuela deve difendersi da un nuovo incubo, una quinta columna contrarrevolucionaria, urlerebbe Chavez, che mette a rischio la vita di sei milioni di venezuelani.

Si tratta del Panstrongylus geniculatus, una cimice triatomina di appena tre centimetri, vettore di un parassitosi terribile, la tripanosomiasi americana, conosciuta anche come morbo di Chagas o Enfermedad de la pobreza. I caraqueños chiamano questa cimice, chipo, e secondo l'Instituto di Medicina Tropical dell'Università di Caracas infesta tutta la capitale, soprattutto le urbanizzazioni più verdi. Ogni giorno all'Instituto c'é una lunga coda di caraqueños, ognuno con la cimice che ha catturato nella sua scatolina. «La psicosi é tale - riferisce un medico - che spesso ci portano da analizzare scarafaggi, grilli, scarabei. Servirebbero campagne di prevenzione più efficaci, perché c'é ancora troppa ignoranza».

Rafael Orihuela, ministro della Sanità prima dell'avvento di Chavez e medico tropicale di fama internazionale, spiega che il rischio di essere contagiati da questo insetto é aumentato considerevolmente. «Abbiamo invaso l'habitat del chipo con un'urbanizzazione selvaggia. Abbiamo trasformato le colline di Caracas in un ecomostro, un intrico di bindonvilles di lamiera e cartone, senza l'ombra dei servizi più elementari, senza reti fognarie, in cui la gente sopravvive in una promiscuità pestilenziale. Propagarsi in questi barrios, per il morbo di Chagas é un invito a nozze».

Sfrattato dal suo habitat, il chipo ha cambiato abitudini. Un tempo le sue vittime erano soprattutto gli opussum. Adesso attacca anche l'uomo. Allarmante se si considera che l'ottanta per cento dei Panstrongylus che infestano Caracas sono infetti. Secondo Matías Reyes, responsabile dell'area di entomologia dell'Instituto de Medicina Tropical, un'altra ragione che ha spinto il chipo ad aggredire l'uomo é la mancanza di fonti di alimento. «E' una cimice che ha sempre vissuto succhiando il sangue degli opossum e di altri animali, come pipistrelli e armadilli. Oggi questa fauna é a rischio d'estinzione perché gli incendi e l'edilizia selvaggia hanno fatto tabula rasa dei boschi in cui viveva. Così il chipo é diventato un parassita metropolitano. Ha imparato a usare la città. A infestare le case, i grattacieli, l'uomo, i suoi animali domestici, i barrios più poveri ma anche i quartieri residenziali come El Cafetal, El Hatillo, Prados del Este e las Mercedes. E sopratutto, l'area intorno al Parco Nazionale El Avila».

Il professor Pedro Navarro, titolare della cattedra di Medicina Tropicale presso l'UCV di Caracas, non si preoccupa tanto delle punture quanto degli alimenti che le cimici contaminano con le loro feci. I casi di morbo di Chagas registrati a Chacao nel 2007, a Chichiriviche nel 2009 e a Antímano nel 2010 sono stati trasmessi così - il morbo é più devastante quando si propaga per via orale; secondo gli studiosi é come se la vittima fosse punta da migliaia di chipos, contemporaneamente. Ma c'é un altro causa che ha spinto il chipo a cambiare le sue abitudini. L'illuminazione dei quartieri. In passato la loro luce era gialla, ora si é passati al bianco e il bianco attrae i chipos, come il miele le formiche. «No alle luci troppe intense - suggerisce Matías Reyes - sempre meglio graduarle con un dimmer. E molta attenzione all'immondizia. Se l'immondizia non viene raccolta arrivano i topi e coi topi i chipos».





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E il «bersanese» diventò un tormentone

Corriere della sera

Il leader pd, le gag con Crozza e il «giaguaro smacchiato»: parlo popolare, la metafora è democrazia


Venerdì scorso, Genova, conferenza nazionale per il lavoro del Partito democratico.
Il segretario Pier Luigi Bersani (senza giacca, in camicia e cravatta; rilassato, ironico, molto compiaciuto, e con un filo di abbronzatura):

«Ci chiedono: qual è il progetto? È una domanda che fanno solo a noi, eh? ma io son contento... Qual è il progetto? Io dico: stiamo lavorando... ma, appunto, non è che siam qui a pettinare le bambole o... aspetta aspetta... ché qui a Genova diciamo ad asciugare gli scogli...».

La telecamera scorre sui ranghi dei militanti e degli operai. Ci sono gran risate, c'è un applauso forte e complice e adesso si può dire ciò che ancora fino a un mese fa, alla vigilia delle elezioni amministrative, non si capiva bene: era Maurizio Crozza che imitava Pier Luigi Bersani, o era Bersani che imitava Crozza?


Adesso è tutto più chiaro: il comico genovese fa il verso al segretario del Pd, forza sull'accento emiliano e la parlata lunga, lenta, soprattutto però forza ed esalta certe metafore. Mentre lui, Bersani, ha invece intuito la potenza di quelle metafore e ormai le usa quando può, appena può, dove può. Fenomeno mediatico, tormentone fortunato.

È stato un inverno di prove per il segretario. Le infilava qua e là. Una volta a Ballarò, su Rai3. Poi in Transatlantico, parlando con i cronisti. Poi ancora il 14 dicembre scorso, voto di fiducia al governo, quando si alza dal suo scranno e dice: «Non diamo troppo tempo al tramonto...».

Crozza ascolta, intuisce, studia e, infine, osa. Il 27 maggio scorso lo invita al teatro Nazionale di Milano, per «Italialand», che va in onda su La7.
È un duetto magnifico, è una gara di metafore (vere o false, non si stabilirà mai).
Crozza (ripetendo alla perfezione la voce di Bersani): «Oh, ragassi... siam mica qui a fare la ceretta allo Yeti».
Bersani (facendo se stesso): «Oh, ragassi... siam mica qui a fare la permanente ai cocker».
Crozza: «Oh ragassi... siam mica qui a mettere la crema da barba nei Ringo».
Bersani: «Oh, ragassi... siam mica qui a spalmare l'Autan alle zanzare».
Crozza: «Oh, ragassi... lo strutto dietetico non esiste mica».
Bersani: «Oh, ragassi... siam mica qui a rompere le noci a Cip e Ciop».
Crozza: «Oh, ragassi... siam mica qui a mettere il perizoma al toro da monta».
Bersani: «Oh, ragassi... non è che a Lampedusa montiamo le tende per metterci le tedesche».
Crozza: «Oh, ragassi... siam mica qui a togliere le occhiaie ai Panda».
Bersani: «Oh, ragassi... se il maiale vuol diventare una porchetta non va mica dal parrucchiere».

Vanno avanti così per dieci minuti. Il teatro che vien giù tra risate e grida di evviva. Un trionfo.

Crozza se lo gode solo in parte, preoccupato di restare ingabbiato in una sola, grandiosa intuizione comica (e infatti, prudentemente, preferisce non commentare: anche se pure una leggenda come Alighiero Noschese parlava dei suoi memorabili personaggi, da Ugo La Malfa a Giulio Andreotti).
Bersani si gode invece tutto, capisce che è come scattata una molla. Con i militanti c'è una nuova forte empatia.
Così il pomeriggio che sale sul piccolo palco allestito in fretta nella piazza del Pantheon per festeggiare l'inattesa vittoria politica delle elezioni amministrative, prende il microfono - osserva con studiata lentezza la folla eccitata - e parte: «Ragassi... abbiamo smacchiato il giaguaro...» (la scena dev'essere risultata talmente divertente che su Youtube sono state scaricate molte riprese amatoriali, effettuate con i telefonini cellulari).

Insomma, siamo allo studio del «bersanese».
«Non esageriamo...».
Segretario, è così.
«Guardi, stiamo parlando di una cosa che, fondamentalmente, non mi disturba e anzi...».
Cosa?
«Beh, mi diverte. Detto questo, le aggiungo che un tipo di linguaggio pieno di metafore, dal tratto popolare, io ritengo sia perfettamente alternativo al vecchio e spesso incomprensibile politichese».
L'uso della metafora, un uso così insistito della metafora, nella politica italiana è davvero una novità.
«Vede, io credo che la metafora sia una delle forme retoriche più democratiche che possano esistere. E ne sono convinto perché poi io sul linguaggio politico ho lavorato a lungo...».
Prosegua.
«Insomma, le dico: se mi risento, se le facessi risentire come parlavo in pubblico, nei comizi, vent'anni fa... no, non funzionavo e me ne accorgevo. Così, anche e soprattutto pensando al fatto che sono il segretario del Pd, e il Pd vuol essere un partito popolare, accessibile a tutti... sì, lo ammetto: ho riflettuto, sperimentato... no, non c'è niente di casuale in questo mio linguaggio».
(Pier Luigi Bersani si laureò, ottenendo la lode, in filosofia, all'Università di Bologna, con una tesi sulla storia del Cristianesimo).

Fabrizio Roncone
20 giugno 2011

I giudici rifiutano le "pagelle"

di Anna Maria Greco



Già fallita la sperimentazione per valutare gli standard di rendimento: i magistrati bocciano i criteri adottati e li definiscono "irragionevoli". Ma il Csm ammette: il trenta per cento delle toghe deve lavorare di più



Roma
Quanto è difficile dare le «pagelle» ai magistrati. Difficilissimo. Lo dimostra la sperimentazione sugli «standard medi di produttività», avviata a gennaio dal Csm in alcune città italiane: entro giugno i diversi Consigli giudiziari ( dove tutte le correnti sono rappresentate in proprzione alla loro forza, come al Csm) devono trarre le conclusioni e a luglio si farà un bilancio. Ma i primi risultati, a giudicare dalle relazioni già arrivate a Palazzo de’ Marescialli, appaiono deprimenti.
Prendiamo il Consiglio giudiziario di Napoli, una delle sedi più importanti d’Italia: ha bocciato all’unanimità e su tutta la linea il metodo proposto dal Csm. «Impraticabile», «inadeguato», «irragionevole»: sono solo alcuni dei giudizi ripetuti più volte, nel documento approvato a fine maggio. In cui si esprimono «gravi perplessità», sulla base dell’impatto della teoria con la realtà giudiziaria.
Anche da Genova, sembra che non arrivino notizie più confortanti e le critiche sarebbero in molti casi le stesse. Scarso entusiasmo da Milano. E dubbi da Salerno e Campobasso. Se si va avanti così, il lavoro fatto finora potrebbe fininire nel cestino. Per ricominciare tutto daccapo...
E dire che su questo punto il Csm è in forte ritardo. La legge del 2007 di riforma dell’ordinamento giudiziario impone all’organo di autogoverno della magistratura di individuare i parametri oggettivi per la valutazione quadriennale della professionalità dei magistrati, necessaria agli avanzamenti di carriera non più automatici.
Gli standard dovevano essere fissati nel 2008, ma a Palazzo de’ Marescialli quasi si sono messi a ridere. Il gruppo di lavoro, diviso nei vari settori (civile, penale, procura, eccetera), si è insediato nel 2009 ed è andato avanti tra mille inciampi e difficoltà, disaccordi, resistenze e divisioni. Si è chiusa una consiliatura, si è insediato a luglio scorso il nuovo Csm e in autunno, finalmente, è stato partorito un sistema con schede di valutazione di professionalità, parametri di laboriosità e standard di rendimento. Tutto per individuare il numero delle sentenze necessarie in un anno, il carico di lavoro, lo smaltimento dell’arretrato, i tempi impiegati per i vari adempimenti.
All’inizio del 2001 è partita la sperimentazione in città campione, dalle gradi metropoli agli uffici giudiziari di media grandezza: Roma, Bologna, Firenze, Palermo, Caltanissetta, oltre alle sedi già citate.
Le poche centinaia di toghe «cavia» selezionate sono state valutate solo «virtualmente» (la scheda non peserà sulla carriera), secondo i nuovi criteri per mettere la loro laboriosità sotto osservazione.
Si utilizza una griglia di categorie, ma gli standard sono «al buio»: l’interessato, cioè, non sa in quale rientra e dunque qual è la media di lavoro che gli verrà richiesta al fine dalla valutazione. Per il numero delle sentenze, ad esempio, si va da un minimo di 104 ad un massimo di 170 l’anno, ma in relazione al carico di lavoro già esistente (pendenze più nuove cause), con scaglioni che vanno dai 900 agli oltre 1.250 procedimenti.
Il «buio» sugli obiettivi da raggiungere è stato il punto più controverso all’interno del gruppo di lavoro: ma a far prevalere questa linea è stato il timore che le toghe più laboriose si adeguassero al ribasso, invece di fare da contrappeso ai colleghi lumaca.
Mentre si studiavano gli standard di produttività il Csm ha riconosciuto che il 30 per cento dei magistrati deve lavorare di più. Anche per smaltire un arretrato di quasi 6 milioni di cause.
Paradossalmente, le «gravi perplessità» emerse dall’esperimento napoletano e non solo, ricalcano le critiche mosse nella relazione di minoranza del gruppo di lavoro sottoscritta solo dalla corrente di Magistratura indipente. Il rischio, par di capire, è che si imponga un’iperproduttività ai magistrati già affogati di lavoro lasciando quelli più lenti, fannulloni o disorganizzati liberi di continuare così. Alla faccia dell’omogeneità. E puntare solo sulla quantità farebbe scendere il livello qualitativo del lavoro. Il che, quando si parla di giustizia, è un rischio grave.



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La sceneggiata di Angelina immigrata di lusso

di Cristiano Gatti


Un’extracomunitaria che nessuno si sognerebbe mai di respingere, che molti lampedusani accoglierebbero a cena e anche al dopocena, mette piede sull’isola ed è subito evento storico. Apparizione. Angelina Jolie arriva sul posto nelle sue belle vesti di ambasciatrice Onu. Per questa migrante si predispongono imponenti misure di sicurezza, guidate personalmente dal viceprefetto di Agrigento. Presente l’Alto commissario Onu per i rifugiati, Antonio Guterrres.

Presente pure l’illustre isolano acquisito Claudio Baglioni. Particolare molto curioso: stavolta l’extracomunitaria non arriva via mare, sbarcando da un gommone o da una fetida bagnarola, ma atterra direttamente all’aeroporto sul suo jet privato. A parte questo dettaglio, non risultano altre differenze sostanziali: anche lei, come tutti i nuovi arrivati, va al Centro accoglienza per sottoporsi - volontariamente, specificano i cronisti - al rito delle impronte digitali. Magari non tutti gli ospiti colgono il significato, ma Angelina è una di loro.

Il mondo ormai ha imparato che la signora Jolie ha ambizioni umanitarie molto alte. Sta studiando da Madre Teresa di Calcutta. Ha adottato una moltitudine di bambini di vario colore. Ovunque si soffra e si pianga, lei prima o poi compare. Una brava donna, niente da dire. Però non si può sostenere che cerchi di tenere tutto nascosto. Di agire sott’acqua. Tolstoj diceva che il bene è muto. Dumas diceva che chi fa il bene è come chi fa il male: si nasconde.

Eppure, in questi ultimi anni, anche la solidarietà ha cambiato pelle: uscita dal silenzio e dalla discrezione, è salita sul palcoscenico ed è diventata spettacolare, mondana, tendenzialmente chic. Questo sbarco a Lampedusa fa pienamente parte della nuova linea umanitaria. In un marasma di guardie del corpo e di autorità sull’attenti, con il rombo del jet (set) che paralizza l’aeroporto, la visita vipposa è sicuramente un ottimo spot turistico per Lampedusa, nonché una nuova pezza giustificativa nel processo di beatificazione della signora Pitt. Ma forse è il caso di chiedersi se tutta questa gente che sbava per la bellona dal cuore d’oro abbia ben chiaro il senso dell’avvenimento.

Certo, come diceva Totò, con quella bocca lei può dire ciò che vuole. Per la cronaca, passano alla storia queste memorabili frasi: «Lampedusa è un’isola bellissima: è la prima volta che vengo, ma penso che tornerò», «Guardo questo bellissimo mare e fa male pensare quante persone hanno rischiato la vita e quante l’hanno anche persa», «Penso a quanto devono essere disperati per salire su una barca e rischiare la vita», «Nel mondo serve più tolleranza», «Sono onorata di essere qui con voi lampedusani: sono grata a voi e a tutti gli italiani per aver tenuto i confini aperti».

Anche se non è possibile chiarire se i testi glieli scriva Walt Disney o direttamente Veltroni, restano parole apprezzabili. Però attenzione, fermiamoci qui con il ciglio umido e con la venerazione. L’Italia non ha alcun bisogno di queste benedizioni e di queste certificazioni. Né da parte della Jolie, che sarà pure una santa donna, né di nessun altro. L’Italia, tra tanti errori e tante esitazioni, a modo suo, ha comunque fatto tutto quello che poteva, infinitamente più di quanto abbia fatto chiunque altro in Europa. Che lo riconoscano o meno attricione e attricette, ma anche alti e bassi commissari Onu, importa poco. Lasciati completamente soli, noi ci siamo dati una mossa.

Adesso, dopo averci visitati tempo addietro con atteggiamento poliziesco e fiscale, solo per pescarci in fallo, cominciano a planare sull’isola per dispensare qualche grazie e qualche solenne encomio. Buono il pensiero, ma non se ne sente la necessità. Dov’erano tutti, mesi fa, dov’erano attori e saltimbanchi, dov’erano Europa, Onu, Mondo, quando Lampedusa era invasa da un’umanità derelitta e rabbiosa, quando la «bellissima isola» era ridotta a un’immensa cloaca in mezzo al Mediterraneo?

In quei giorni di calamità biblica, si sono visti soltanto lampedusani tolleranti, volontari laboriosi, carabinieri e poliziotti generosi. Tutta gente anonima, che non è andata a lasciare platealmente le impronte al Centro accoglienza, come l’amabile signora Jolie. Tutta gente che ha lasciato un’impronta incancellabile solo sul destino degli ultimi e dei miserabili.



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Nei domini su Internet, al posto di .org o .net d'ora in poi si potranno usare i suffissi aziendali