sabato 18 giugno 2011

Vendola ordina e Bersani esegue: "Il Pd non apre alla Lega, la sfida"

di Redazione


Il governatore pugliese richiama all'ordine il leader del Partito Democratico: "Nessun accordo con la destra razzista". E lui si scusa immediatamente: "Non ha capito, noi vogliamo sfidare il Carroccio". E Vendola: "Sono contento della precisazione di Bersani"



Roma - Lui bacchetta, l'altro si scusa e poi arriva il buffetto del perdono. A sinistra continuano a volare gli stracci. Questa volta il motivo del litigio tra Pierluigi Bersani e Nichi Vendola è la Lega. E Bersani va giù duro contro il leader di Sinistra ecologia e libertà. "Dialogo o apertura alla Lega? Chi dice che non capisce, non capisce davvero. Questa è la nostra sfida alla Lega. Il manifesto con la spada di Giussano giù l’abbiamo fatto noi e non SeL". Lo ha detto Pier Luigi Bersani parlando alla Conferenza nazionale del Lavoro a Genova. 

La bacchettata di Vendola La chiusura di Vendola è categorica: nessun dialogo possibile con la destra "razzista" della Lega ma nemmeno con Giulio Tremonti che "ha impoverito il paese". Il leader del Sel respinge le ipotesi di apertura del Pd al Carroccio, rilancia il tema delle primarie "che servono alla democrazia, non ai leader", mette in campo le proposte di Sel in tema di lavoro e precarietà e ribadisce che la sinistra sbaglia a mettersi sullo stesso terreno della destra per affrontare le grandi questioni del presente: "non è vero che si vince al centro - spiega - perchè i referendum e le amministrative hanno dimostrato che hanno perso tutte le destre, anche quelle collocate al centro e a sinistra". Il governatore della Puglia parla per quasi un’ora e mezzo di fronte ai delegati dell’Assemblea Nazionale e fa un bilancio di quasi un anno di vita del movimento nato ad ottobre a Firenze. 

Vendola: "Sono contento per il chiarimento" Sono contento per questo chiarimento, per questa correzione che Pier Luigi Bersani ha fatto nei confronti della Lega". Lo ha detto Nichi Vendola interrogato dai giornalisti a conclusione del suo intervento all’assemblea nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà. "Eravamo in tanti - ha aggiunto il presidente della Puglia - a non aver capito il senso delle proposte di Bersani alla Lega Nord. Ora sono felice che abbia chiarito. Se il tema è quello della sfida, allora siamo d’accordo. Naturalmente per noi si tratta di una sfida politica e culturale contro la Lega Nord e contro il centrodestra, contro quella cultura politica e quel blocco sociale che ha così pesantemente danneggiato il nostro Paese".  

Attacco al governo "Lasceranno l’Italia con il cappio al collo", ha proseguito il leader del Pd. "Ma quali conti a posto", ha incalzato il segretario del Pd, "vengano in parlamento e parlino. Il gioco delle tre carte non si può più fare. Di balle non si possono raccontarne".  

"In atto un cambiamento" È avviata, per Pier Luigi Bersani, una fase di cambiamento: "C’è un sommovimento e sta avvenendo dopo le amministrative e i referendum che hanno dato un risultato inaspettato. Questa parola, inaspettato, è stata detta molto frequentemente nelle analisi ma vi chiedo, inaspettato da chi?". Bersani si toglie "un sassolino dalla scarpa" a nome di tutto il partito e ricorda le battaglie operaie dell’autunno, le battaglie della scuola, "la trasmissione di Fazio con Saviano che ha portato 10 milioni di spettatori", infine piazza San Giovanni "mai così piena" e "la straordinaria risposta, sentimentale e di popolo al centocinquantenario dell’Unità d’Italia". "Le amministrative che hanno tirato la palla al referendum, ci hanno detto che cambiare e ’ possibile - ha detto Bersani -. Non so se le amministrative fossero andate diversamente, se ci sarebbe stato quel risultato al referendum. Ma un sommovimento positivo ha dato i suoi frutti".  





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Morcone, due smacchi: si dimette da consigliere e perde anche l'Agenzia

Corriere del Mezzogiorno


Puntava a tornare alla direzione dei beni confiscati. Solidarietà dalla Finocchiaro: una vendetta del governo



Mario Morcone
Mario Morcone

NAPOLI - Giornataccia quella di ieri per Mario Morcone, ex candidato a sindaco di Napoli di Pd e Sel, eliminato al primo turno. In mattinata le sue dimissioni dal consiglio comunale: meglio tornare, aveva probabilmente pensato, ad occuparsi di beni confiscati alle mafie. Ma nel pomeriggio la doccia fredda: il Consiglio dei Ministri nomina a sorpresa il prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso, come nuovo direttore dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, proprio al posto di Morcone, che apprende, a quanto pare, la notizia dai giornalisti che lo contattano per un commento.

Lui per ora tace, ma la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro no: «Come è noto – attacca - Morcone è stato candidato dal Pd alla guida di Napoli nell’ultima tornata amministrativa. Ora, a poche settimane dalle urne, viene allontanato dal suo incarico, dopo varie attestazioni di stima per il lavoro svolto. È sinceramente difficile pensare a una coincidenza. Per questo, la decisione del ministro Maroni, anche per le modalità adottate nel darle corso, appare - aggiunge la Finocchiaro - estremamente grave. Quand’è che il governo Berlusconi incomincerà a pensare che le istituzioni non sono un orpello che passano di mano in mano a secondo di chi ottiene la maggioranza? Al prefetto Morcone, stimatissimo servitore dello Stato, la mia solidarietà e quella dei senatori del Pd».

Carlo Tarallo
17 giugno 2011




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Crisi rifiuti, tutta colpa della Lega?

Corriere del Mezzogiorno

Di fronte ai cumuli napoletani, turboleghismo e ultrasudismo vengono nuovamente a galla


di MARCO DEMARCO


Troppo comodo, ora che Napoli è nuovamente sotto un unico, enorme cumulo di immondizia, prendersela con la Lega. Che certo non brilla per solidarietà nazionale, che certo ha le sue ferite elettorali da curare, e che certo preferisce tirare fuori le unghie alla vigilia dell’adunata di Pontida. Ma che in ogni caso non può diventare il grande alibi di tutti coloro che, chiamati al fronte dell’emergenza rifiuti, invece di combattere hanno clamorosamente disertato. «Sì, sono stato io a oppormi al decreto sui rifiuti», ha dichiarato ieri Calderoli. «Perché non ti scandalizzi quando il Nord usa il Sud come discarica?», gli ha risposto Caldoro. Di fronte ai cumuli napoletani, turboleghismo e ultrasudismo vengono nuovamente a galla, si eccitano a vicenda e perdono il senso della misura e della realtà.

Perché ora c’è una sola cosa da fare: decidere. Ed è esattamente quello che finora non hanno fatto né Bassolino e Iervolino, i quali però sono stati già condannati dal voto; né Berlusconi, che pure aveva risolto la crisi del 2008 con quell’inceneritore di Acerra a cui ora tutti si appoggiano; né la Regione, che ha un decisivo ruolo politico; né la Provincia, che si è rifiutata di aprire le discariche previste. De Magistris adesso dice che in cinque giorni ci penserà lui. Vedremo. Intanto, tutti guardano alla Lega che urla, ma nessuno parla della Puglia di Vendola, che con una scusa o con un’altra, per mesi non ha accolto neanche un chilo dell’immondizia napoletana.

18 giugno 2011




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Anche le penne rosse possono scadere: Concita lascia l'Unità

di Fabrizio De Feo

Dopo tre anni fine contratto in vista per la De Gregorio. Per i rumors, è pronta a buttarsi in politica. Al suo posto Claudio Sardo, notista del Messaggero e biografo di Bersani



Roma La fine dell’era di Concita De Gregorio alla guida de l’Unità si avvicina. E si profila a ore il passaggio di consegne e l’investitura ufficiale di Claudio Sardo, firma politica di punta del Messaggero, e nuovo numero uno in pectore del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, oltre che autore con Michele Gotor di un libro-intervista a Bersani intitolato Per una buona ragione. Una scelta che sarebbe legata alla volontà di nominare un cattolico al timone del quotidiano rosso e rappresentare così le diverse anime presenti nel Partito Democratico. 

Per la ex giornalista di Repubblica - ufficialmente in ferie da un mese per concentrarsi sulla stesura di un nuovo libro - non si tratta di una fuoriuscita forzata ma di una mancata riconferma. Il suo incarico triennale è, infatti, in scadenza il prossimo 30 giugno e per lei ora si parla di un incarico nell’azienda che edita il giornale. Anche se c’è chi ipotizza un classico percorso di avvicinamento alla politica attiva sull’onda della sovraesposizione mediatica consumata nei vari salotti tv cari alla sinistra. Secondo l’Adn Kronos, resterebbe però ancora un argine di incertezza legato all’iter delle manifestazioni d’interesse che sarebbero giunte per l’acquisto del quotidiano, dopo che l’editore Renato Soru ha affidato all’advisor milanese Equita Sim il mandato per la ricerca di possibili acquirenti. 

La nomina della De Gregorio ebbe un percorso piuttosto travagliato fin dalla comunicazione che ne diede il 28 maggio 2008 Walter Veltroni, allora segretario del Pd. Un annuncio dal carattere piuttosto irrituale dettato, all’indomani della sconfitta elettorale, dalle pagine del Corriere, in un’intervista ad Aldo Cazzullo. Una modalità che certo non provocò brividi di piacere al direttore dell’epoca, Antonio Padellaro, attualmente alla guida de il Fatto. Il contropiede veltroniano generò confusione e malumori dentro il giornale e determinò un lungo periodo di stallo e di serrate trattative tra Soru, Padellaro, i veltroniani e la redazione. 

Un piccolo psicodramma che si ingarbugliò ulteriormente quando la De Gregorio rilasciò un’intervista a Prima Comunicazione svelando l’intenzione di cambiare decisamente rotta rispetto al passato. Una presa di posizione letta come una sconfessione del lavoro del direttore uscente che provocò una dura presa di posizione da parte del comitato di redazione. Nel corso di questi tre anni l’Unità ha cercato di darsi una nuova veste rispetto al passato. 

Ha sperimentato un profondo rinnovamento grafico ed editoriale e, durante la primavera del 2009, un duro piano di ristrutturazione, con la chiusura delle redazioni di cronaca di Bologna, Firenze e Roma. Il numero delle copie vendute è aumentato fino alla metà del 2010 quando è scattata l’inversione di rotta e l’attestazione sotto le 40mila copie. Il direttore, inoltre, ha dovuto fare i conti con una forte insofferenza nutrita nei suoi confronti da una parte della redazione (secondo Dagospia il soprannome affibbiatole mutuando quello del dittatore nordcoreano sarebbe quello di Concita-il Sung). 

Il mese scorso, invece, si è consumato l’addio del condirettore della testata, Giovanni Maria Bellu, che ha accettato di dirigere «Sardegna 24», nuovo quotidiano collegato a Tiscali in uscita nell’isola. Naturalmente la transizione e il passaggio di consegne avverrà con la supervisione di Via del Nazareno. Il Partito Democratico ufficialmente non ha voce in capitolo in merito alla proprietà de l’Unità, che è un’azienda privata e indipendente. Il partito però è titolare di molti abbonamenti ed è sicuramente interessato, per una questione di immagine, storia e tradizione, a dare al giornale che fu del Pci un’impronta riconoscibile. In questo senso non va sottovalutata l’opinione dei giornalisti de l’Unità che finora non hanno avuto ancora nessun confronto con la proprietà sul nome di Claudio Sardo.




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Per i costi dei partiti la crisi non esiste: +1.110% di rimborsi

Corriere della sera


Boom nell’uso degli aerei di Stato. Ogni componente del governo vola 97 ore l’anno


ROMA - «Un conto è fare un articolo, un altro conto fare un articolato…» , ha osservato pubblicamente, alla festa della Cisl di domenica scorsa a Levico Terme, il ministro dell’Economia. Giulio Tremonti ha sperimentato direttamente quanto sia difficile entrare con i fatti nella carne viva degli scandalosi costi della politica. Con la manovra finanziaria dello scorso anno aveva provato a tagliare del 50% i generosissimi «rimborsi elettorali» , come si chiama ipocritamente il finanziamento pubblico, riconosciuti per legge ai partiti politici, cresciuti fra il 1999 e il 2008 del 1.110%, mentre gli stipendi pubblici aumentavano del 42. Ebbene, il taglio è stato prima ridimensionato al 20%, quindi al 10 per cento. Per non parlare della norma che avrebbe riportato le spese di palazzo Chigi, in alcuni casi letteralmente impazzite, sotto il controllo del Tesoro: saltata come un tappo di champagne. Ciò non toglie che quell’«articolato» prima o poi andrà fatto. Perché qui ci va di mezzo, secondo lo stesso Tremonti, la credibilità della politica e del governo.

Se la riforma fiscale le tasse vuole avere una prospettiva minima di serietà, deve passare prima di qua. Fermo restando che i soldi tolti ai privilegi della politica non basteranno certo da soli a tappare il buco che l’eventuale taglio delle tasse (considerato dai capi del centrodestra necessario per arginare l’emorragia di consensi) potrebbe aprire nei conti pubblici. Da dove cominciare? C’è soltanto l’imbarazzo della scelta. «Meno voli blu» , ha detto Tremonti. Una sfida mica da ridere, considerando l’andazzo. Nel 2005 gli aerei di Stato del 31° stormo dell’Aeronautica toccarono il record di 7.723 ore di volo. Due anni dopo, durante il governo Prodi, grazie a una direttiva draconiana del sottosegretario Enrico Micheli erano scesi a 3.902.

Tornato Berlusconi, quella direttiva è stata prontamente abrogata e nel 2009 le ore di volo per le sole «esigenze di Stato» sono arrivate a 5.931, ma con un governo ridotto a 61 elementi. Cioè, 97 ore e 15 minuti a testa. Letteralmente stratosferico l’aumento procapite (cioè per ogni componente del governo) rispetto a due anni prima: +154,2%. Ma anche il famoso record del 2005 delle 78 ore e 50 minuti a testa è stato letteralmente polverizzato, con una crescita del 23,3%. Mentre il consumo del cherosene ministeriale, alla faccia della crisi, non si è certamente arrestato. Nel 2009 gli aerei di Stato viaggiavano al ritmo di 494 ore al mese? Nel 2010 si è saliti a 507. Ignoti, ovviamente, i costi.

Non sarà facile, per Tremonti. Certo, se si potessero ricondurre i conti di palazzo Chigi sotto il controllo della Ragioneria, com’era prima che nel 1999 il governo di centrosinistra li rendesse completamente autonomi, sarebbe un’altra storia. Si toglierebbero alla politica molti margini di manovra non soltanto sui 3 o 400 milioni l’anno di spese vive della presidenza del Consiglio, ma, per esempio, anche sul miliardo e mezzo di budget della Protezione civile. Meno sprechi, più sobrietà. Peccato che i messaggi arrivati finora siano di segno opposto. Qualche esempio?

Nel 2010 il budget per pagare gli «staff» politici di palazzo Chigi aveva superato di slancio 27,5 milioni, con un aumento del 26 per cento. Mistero fitto sul numero delle persone. Quest’anno le spese per gli affitti degli uffici della presidenza del Consiglio sarebbero lievitate (sempre secondo le previsioni) da 10 a 13,7 milioni. Recentissima poi la notizia che palazzo Chigi ha deciso di dotarsi non di uno, ma di due capi uffici stampa retribuiti al pari di un «capo delle strutture generali della presidenza del Consiglio dei ministri».

E i nuovi sottosegretari concessi da Berlusconi ai Responsabili come contropartita per il sostegno alla maggioranza? L’Espresso ha calcolato che costeranno 3 milioni l’anno. Il problema dei soldi non tocca invece, almeno all’apparenza, l’ex Pd Massimo Calearo, nominato consigliere del premier per l’export (ma di questo non si occupa già il ministro dello Sviluppo?). Né Antonio Razzi, ora consigliere personale del ministro «Responsabile» dell’Agricoltura Francesco Saverio Romano. Ma siccome il deputato ex dipietrista è stato eletto all’estero ed è fissato con la tutela della cucina italiana, poche ore prima di andarsene per lasciare il posto a Romano l'ex ministro Giancarlo Galan gli ha firmato un decreto che istituisce «l’elenco dei ristoratori italiani all’estero».

Prevede una targa con la scritta «Ottimo – ristorante di qualità» da mettere sulla porta. Vi domanderete: chi sceglie i locali da insignire? Un apposito Comitato interministeriale composto dal ministro e da uno stuolo di funzionari oltre, udite udite, da nove esperti nominati anche da altri ministeri. Un Comitato interministeriale! Il decreto dice che nessuno prenderà un euro. E le spese vive, fossero anche solo le targhe e i diplomi, quelle chi le paga? Noi. Ma il colmo è un altro. Perché nemmeno un anno fa lo stesso ministero dell’Agricoltura aveva fatto un accordo con l’Unioncamere per dare un marchio di qualità ai «Ristoranti italiani nel mondo». Forse se n’erano dimenticati…

Insomma, se è giusto lamentarsi dei tagli orizzontali e indiscriminati, qui bisognerebbe andarci con il machete. E il Parlamento? Lasciamo da parte il capitolo dei numero dei nostri rappresentanti, quasi doppio rispetto alla Spagna. Ma è chiedere troppo di allineare anche le loro retribuzioni alla media europea, come ha suggerito di fare Tremonti per tutti gli incarichi pubblici? Da anni le Camere non promettono che tagli, limitandosi però a indolori sforbiciatine. Guardiamo i bilanci.

Le spese correnti della Camera, che nel solo 2010 ha tirato fuori 54,4 milioni per gli affitti, sono previste passare da un miliardo 59 milioni del 2010 a un miliardo 83 milioni nel 2012: +2,3 per cento. Quelle del Senato, che negli ultimi 14 anni ha sborsato 81 milioni per gli uffici di 86 senatori, da 576 a circa 594 milioni: +3,6%. La Camera dispone di 20 auto blu con 28 autisti e i deputati che hanno il diritto a utilizzarle sono soltanto 63. Il machete potrebbe calare, forse a maggior ragione, anche in periferia. Dove gli sprechi della politica sono inimmaginabili. A cominciare dai posti di lavoro clientelari.

È mai possibile che in Lombardia un dipendente regionale costi 21 euro a ogni cittadino contro i 70 della Campania? E i 173 del Molise? O i 353 della Sicilia? È mai possibile che sia ancora in vigore una regola che consente a chi è stato parlamentare ma anche consigliere regionale di incassare ben due vitalizi, uno del Parlamento e uno della Regione? In questa meravigliosa condizione ci sono almeno duecento ex onorevoli. E che vitalizi: si arriva fino a oltre 9 mila euro lordi al mese. Accade nella Regione Lazio, dove si può ancora andare in pensione giovanissimi, come dimostra il caso dell’ex governatore Piero Marrazzo, il quale percepisce il vitalizio di circa 4 mila euro mensili dal 2010, prima ancora di aver compiuto 52 anni.

È mai possibile che l’unica regione ad abolire l’arcaico e odioso privilegio del vitalizio per gli ex consiglieri sia stata finora, dopo sforzi immani, l’Emilia Romagna (naturalmente, a partire dalla prossima legislatura…)? È mai possibile che nei consigli regionali non si riesca a porre fine all’indecenza dei gruppi politici costituiti da una sola persona, che dà il diritto talvolta ad assumere collaboratori, avere l’auto blu e addirittura uno stipendio maggiorato? Ce ne sono 74 (settantaquattro).

Con casi esilaranti. In Piemonte ci sono ben due gruppi «consiliari» che si richiamano all’ex governatrice Mercedes Bresso, Insieme per Bresso e Uniti per Bresso. Unico componente di quest’ultimo: Mercedes Bresso. Ma anche nel consiglio provinciale di Bolzano sono presenti due monogruppi gemelli: Il Popolo della libertà e Il Popolo della libertà – Berlusconi per l’Alto Adige. E nelle Marche persino il governatore in carica Gian Mario Spacca si è fatto il proprio gruppo. Come si chiama? Gian Mario Spacca Presidente, si chiama. Che domande!

Sergio Rizzo
18 giugno 2011



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Sesso in cambio di lavoro» L'imbarazzo dell'Idv

Corriere della sera

Bari, inchiesta su Pedica e Zazzera. Di Pietro: di questo non parlo



Pedica (nella foto a destra)
Pedica (nella foto a destra)
ROMA - «Se parliamo di politica sono a disposizione. Ma di questo no, piuttosto chiedete ai diretti interessati. Arrivederci». Clic. È infastidito e imbarazzato Antonio Di Pietro dal caso scoppiato all'interno del suo partito. Due parlamentari dell'Italia dei valori, Stefano Pedica e Pierfelice Zazzera, sono stati denunciati da Michele Cagnazzo, ex dipietrista che però ha lasciato il partito un anno fa.

E l'accusa - raccontata sulle pagine dell'Espresso - è di aver promesso un posto in un ufficio del Parlamento in cambio di «favori sessuali» a C. M., 31 anni, simpatizzante dell'Italia dei valori, laureata in legge e disoccupata. La denuncia è stata presentata alla Procura di Bari il 14 giugno, solo pochi giorni fa, e quindi l'inchiesta è ancora ai primi passi. Ma nel partito il caso ha già fatto parecchio rumore.

I fatti risalirebbero al periodo tra il 2008 e il 2009. All'epoca Cagnazzo era responsabile per l'Idv dell'Osservatorio pugliese sulla legalità. Nella denuncia sostiene di aver incontrato la donna nel suo ufficio di Bari nell'aprile del 2010. E che lei le avrebbe raccontato per filo e per segno le «richieste pressanti» che le avrebbero fatto i due parlamentari in cambio della promessa di un lavoro nell'ufficio legislativo della Camera. Nella denuncia si parla di «insistenti avances e ricatti», di incontri che sarebbero avvenuti in due hotel pugliesi, a Massafra e Brindisi.

Ma, nonostante le promesse, quel posto di lavoro non è mai arrivato, e ad un certo punto i rapporti tra i due parlamentari e C. M. si sarebbero interrotti. Con un colpo di scena finale, perché alle regionali del 2010, racconta sempre Cagnazzo, la donna avrebbe scoperto di essere tra i candidati dell'Idv in Puglia. Una «grande sorpresa» visto che lei «non aveva mai proposto né tantomeno accettato la candidatura». Un racconto tutto da dimostrare, naturalmente. Ma che ha sollevato un polverone.

Zazzera, uno degli accusati, attacca l'accusatore: «Con Cagnazzo la situazione si è rotta sul piano personale perché, nell'organizzare un incontro sulla legalità, aveva truffato al partito 1.500 euro. Quando me ne sono accorto ho aperto la procedura per mandarlo via dall'Italia dei valori».

Una vendetta, insomma, organizzata da chi era stato messo alla porta. Non sarebbe la prima volta in un partito dove gli addii sono stati spesso seguiti da una coda velenosa. Ma Cagnazzo replica che «sono tutte balle». E aggiunge: «Non è per le poltrone che ho deciso di rendere pubblica questa storia ma perché ho visto il dolore di questa ragazza e non potevo starmene zitto».

L'altro accusato, Pedica, dice che «stanno cercando di screditare me e il partito». E promette che raccoglierà «tutto il materiale necessario a dimostrare la mia assoluta estraneità ai fatti». Dalla donna, in effetti, non è arrivata una denuncia contro i due parlamentari dell'Idv.

Anche se Libero racconta la storia di una donna che nel novembre del 2008, cioè prima di quei fatti, ha presentato una querela contro ignoti per mobbing allegando l'indirizzo del sito web proprio di Pedica. La donna si chiama Monia Lustri ed ha 35 anni. Con il caso di C.M. non coincidono né le iniziali, né l'età e nemmeno il periodo in cui sarebbero avvenuti i fatti denunciati da Cagnazzo. Con ogni probabilità si tratta di due persone e due vicende diverse.

Dal partito, Pedica e Zazzera vengono difesi senza se e senza ma da Leoluca Orlando: «Quelle contro i due parlamentari dell'Idv sono accuse così gravi che c'è una denuncia penale per diffamazione. Ma noi non ce la prendiamo con i giornalisti, non è nostro costume intimorire la stampa».


Lorenzo Salvia
18 giugno 2011



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La protesta al volante delle donne saudite I messaggi in Rete: «Io l'ho fatto»

Corriere della sera

La giornata contro il divieto di guidare. Le testimonianze di chi ha sfidato la proibizione sui social network


La prima è stata Nassaf: a mezzanotte e pochi minuti è scesa in strada, si è messa al volante e ha guidato fino al supermarket, tornando a casa senza problemi. Il tutto ripreso da un’amica che ha poi messo su YouTube le immagini della “prima guidatrice di Riad del 17 giugno 2011” (così recita il titolo in arabo). Altre l’hanno poi seguita, già nella notte come mostrano i video che continuano a spuntare su Internet (uno dei tanti è questo). E sempre di più durante la giornata, scelta dalle organizzatrici per la Grande Giornata che punta a rompere finalmente il divieto di guidare per il 52% dei cittadini dell’Arabia Saudita, ovvero le sue donne.

La prima è stata Nassaf: a mezzanotte e pochi minuti è scesa in strada, si è messa al volante e ha guidato fino al supermarket, tornando a casa senza problemi. Il tutto ripreso da un’amica che ha poi messo su YouTube le immagini della “prima guidatrice di Riad del 17 giugno 2011” (così recita il titolo in arabo). Altre l’hanno poi seguita, già nella notte come mostrano i video che continuano a spuntare su Internet (uno dei tanti è questo). E sempre di più durante la giornata, scelta dalle organizzatrici per la Grande Giornata che punta a rompere finalmente il divieto di guidare per il 52% dei cittadini dell’Arabia Saudita, ovvero le sue donne.

L'ORIGINE DEL DIVIETO - Una proibizione più sociale che legale, nessuna norma scritta lo impedisce se non una fatwa, un editto non vincolante, del 1990 dopo che un primo gruppo di 47 pioniere sfidò il bando imposto da religiosi e iper-conservatori e sfilò in un corteo di auto per il centro della capitale. Furono arrestate, discriminate, minacciate di morte ma diedero l’esempio: per anni ci sono state petizioni al Re, tentativi di concedere alle saudite questa libertà di cui tutte le donne del mondo, tranne loro, può godere. Ma niente è cambiato, se non per qualche ragazza coraggiosa alla guida nella città costiera di Gedda, più liberal (relativamente) della capitale Riad, o per le contadine e beduine nelle zone rurali e desertiche come è sempre stato, o ancora per le dipendenti nelle enclavi dell’élite, come la sede della società petrolifera Aramco nell’Est dove perfino il velo non è obbligatorio.


IL RUOLO DELLA RETE - Questa volta, grazie a Internet, Facebook e Twitter, le attiviste di Women2Drive hanno però organizzato la protesta. Secondo loro sono 7mila le donne che si sono impegnate, dai primi minuti di oggi in poi, a sfidare il divieto. Tutte con patente internazionale (in Arabia alle donne non è rilasciata), e attente a seguire i 14 “comandamenti” dettati dalle organizzatrici. Tra gli altri, non fare infrazioni, restare in contatto con le altre attiviste, meglio farsi accompagnare da un parente maschio e munirsi di una foto di Re Abdullah e di una bandiera saudita per mostrare, in caso, di essere buone suddite.

IL BILANCIO E LA COLONNA SONORA - Difficile dire quante sono state e saranno veramente le guidatrici-ottimiste. Su Twitter e su Facebook i messaggi che dicono “l’ho fatto” sono una valanga. Alcuni perfino di uomini che in solidarietà hanno deciso di guidare travestiti da donna. Nessuno ha finora denunciato arresti o fermi della polizia. Che in genere guarda, fa finta di niente, al limite scuote la testa. Chiaro segno che in un periodo di tensioni in tutta la regione, compresa la provincia sciita nell’Est, il governo ha preferito non creare un caso. Che è nato comunque: in tutto il mondo la storia delle ragazze velate al volante fa parlare e crea solidarietà. Da quella della pilota professionista americana Leilani Munter alle adesioni di molte guidatrici che in Italia hanno deciso di suonare il clacson insieme alle 15, dedicando un pensiero alle sorelle d’Arabia. E la protesta, sui social network, ha pure una colonna sonora: You Can Drive My Car dei Beatles e Mr Cab Driver di Lenny Kravitz ne fanno ovviamente parte.

Cecilia Zecchinelli
17 giugno 2011

Hallstatt, un paesino così bello che i cinesi se lo rifanno uguale (in Cina)

Corriere della sera

Architetti all'opera per ricostruire la località, con tantodi lago. Ma ad alcuni abitanti  l'idea non piace





MILANO - Una posizione idilliaca sulla riva di un lago, decine di edifici storici: la pittoresca cittadina austriaca di Hallstatt, nel Salzkammergut, Patrimonio dell'umanità, è talmente piaciuta agli architetti cinesi da progettare in gran segreto un clone nella Repubblica popolare. Se gli abitanti del piccolo comune dell'Alta Austria non sono affatto entusiasti della città fotocopia nel Paese del Dragone, alcuni operatori turistici scorgono invece una opportunità irripetibile.

FACSIMILE - Nella Cina imitatrice di oggi anche questo è possibile. È l’ultima frontiera del plagio: dopo profumi, auto, orologi, capi d’abbigliamento e apparecchi elettronici, adesso anche strade, palazzi, chiese, meraviglie. Una società asiatica vuole riprodurre fedelmente, casa per casa, vicolo per vicolo, la romantica cittadina austriaca di Hallstatt. Dove? Nel distretto di Boluo, provincia meridionale cinese del Guangdong. Ad aprile è stata posta la prima pietra del progetto di costruzione che porta il nome di «Wukuang Hashitate», dove «Hashitate» sta per Hallstatt in cinese e «Wukuang» è la abbreviazione della società statale China Minmetals, leader cinese nel settore dei metalli con 50 mila dipendenti che negli ultimi anni si è buttata nel settore immobiliare.

FOTOGRAFARE E COPIARE - Anche l’omonimo lago sarà copiato in salsa cinese. Nei mesi scorsi gli architetti asiatici hanno infatti scrutato attentamente, e in gran segreto, il paese alpino di 800 abitanti, dal 1996 Patrimonio dell'umanità dell'Unesco, ha raccontato il primo cittadino di Hallstatt, Alexander Scheutz. «La popolazione non ha affatto gradito che tutto ciò sia capitato alle loro spalle - ha spiegato Scheutz -, architetti e ingegneri cinesi hanno visitato Hallstatt e appuntato di nascosto ogni dettaglio, ogni angolo del paese». Solo per caso e attraverso alcuni rappresentanti austriaci in visita a Hong Kong il sindaco è venuto a conoscenza qualche settimana fa del progetto di realizzare una Hallstatt facsimile in Cina, ha rivelato il quotidiano Die Presse. Dice Scheutz: «Non ci siamo mai accorti di architetti cinesi venuti per “spiare” lo stile architettonico della nostra cittadina; ogni anno arrivano da noi quasi 800.000 turisti giornalieri che fotografano tutto e tutti».

«UNA SPLENDIDA PROMOZIONE» - Sul portale web della società costruttrice, la Hallstatt cinese viene descritta come «un sofisticato complesso residenziale in stile europeo» e sottolineato che «la via principale rappresenterà una tipica località austriaca». I lavori dureranno sei anni e il costo è stimato in 6 miliardi di yuan, circa 645 milioni di euro. Irritati non solo i locali, ma anche i rappresentanti della chiesa: «Copiare la casa di Dio e trasformarla in un’attrazione è assai discutibile», ha detto il parroco cattolico del posto Richard Czurylo. Più ottimisti, invece, gli operatori del turismo della regione dov’è ubicata Hallstatt che, commentando la notizia del progetto, parlano di «regalo» e «opportunità». «È una stupenda pubblicità sul mercato cinese», ha detto la responsabile del consorzio turistico di Dachstein-Salzkammergut, Pamela Binder. Che specifica: «Se vado a vedere la torre Eiffel nel mondo in miniatura, non significa che poi non voglia visitare anche quella reale».

I CLONI - Se sia legale o meno il copia-incolla di una città, oltretutto Patrimonio dell’umanità, deve essere ancora verificato a livello giuridico, ha affermato Hans-Jörg Kaiser di Icomos Austria, il Consiglio internazionale dei monumenti e dei siti che funge da consulente per il Comitato del patrimonio mondiale. Non è un caso isolato, questo di Hallstatt. L'ebbrezza edificatoria cinese pesca generosamente dall'estetica europea per dare forma alle proprie ambizioni: nei pressi di Chengdu, capitale della provincia del Sichuan, è nata nel 2005 il British Town, una cittadina costruita ad immagine e somiglianza di quella inglese di Dorchester.

A un'ora da Shanghai sorge da cinque anni un'iper-britannica Thames Town, città «sul Tamigi» pensata come un agglomerato di bassi edifici e complessi recintati per ospitare circa 10.000 persone, con anche un Tamigi artificiale, una piazza centrale, cabine telefoniche rosse e una chiesa alta 66 metri con una somiglianza impressionante con la cattedrale di Bristol. Un'altra torre Eiffel è invece a Shenzhen, al confine con l'ex colonia britannica Hong Kong. Nei dintorni di Shanghai sorgono da alcuni anni pure le mini-versioni di Barcellona, Venezia e della tedesca Anting disegnata da Albert Speer, con tanto di fontane dedicate a Goethe e Schiller. L'Europa clonata e in scala è pensata soprattutto per i nuovi ricchi cinesi. Per turisti e cittadini sono invece spesso meta di brevi viaggi da fare in giornata. Questi cloni fungono da ottima cornice per le foto di matrimonio.



Elmar Burchia
17 giugno 2011



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La notte di Santoro (in tuta blu) Benigni: «Voi siete l'Italia migliore»

Corriere della sera

Sul palco Travaglio, Vauro, Subsonica, Ingroia e precari. Dandini: è la Woodstock del «vento che è cambiato»


Inizia con l'annuncio del «vento che è cambiato», un vento che fischia (ai nomi di Berlusconi e Brunetta) e urla (quando si parla di scuola pubblica e di legalità). Con le parole d'ordine che hanno accompagnato le campagne elettorali, prima, e le vittorie, poi, del centrosinistra tra amministrative e referendum. Con Serena Dandini che elogia questa «Woodstock» anti-Cav e ironizza sul «covo di comunisti»: «Fuori parcheggiati ci sono i cavalli dei cosacchi». Galvanizza il pubblico: «C'è un nuovo vento». Applausi. Il popolo di Santoro (migliaia, una distesa che circonda il palco) bersaglia sempre Berlusconi, naturalmente, ma questa volta celebra anche sé stesso. La conduttrice ha una maglietta con su scritto «Rai Pride». E dice: «Sono venuta qui con una missione speciale: Michele, ti devo riportare in Rai, ho anche un euro che ho prestato a Garimberti».

Ma Santoro non si vedrà per gran parte della serata, sporadicamente si sente la sua voce, finché non spunta sul palco quando mancano dieci minuti alle 11, presenta Benigni e poi scompare di nuovo dietro le quinte. Riappare nel finale, in tuta blu e si rivolge a Berlusconi, «da operaio a presidente operaio»: «Lei ha fatto di tutto per licenziarmi». «Il paese non cresce - continua -. Perché non siamo incazzati, non scendiamo in piazza? Perché in televisione il lavoro non c'è. Io, da operaio a operaio, voto perché Santoro rimanga in Rai». Le mani del pubblico scalpitano: «Bersani, che mi sei simpatico, falle contare queste mani».


LA SORPRESA - È arrivato anche Roberto Benigni, la sorpresa della serata. Un nome che circolava già prima del suo arrivo: diversi, tra il pubblico, giuravano di averlo visto. L'enigma «ospite segreto», annunciato da Santoro, ha infatti tenuto banco tra gli spettatori già dalle sette. Prima il nome era quello di Adriano Celentano, che, già tra i maggiori «indiziati», era sulla bocca di tutti. «Stai facendo un uso criminoso della Fiom. E di villa Angeletti» attacca Benigni, ironizzando sull'omonimia tra il parco bolognese e il segretario della Uil. «Siete l'Italia migliore - continua -. Il lavoro è una cosa sacra e chi lo attacca compie un sacrilegio».

SUL PALCO - A riportare sul palco il tema del lavoro ci pensa Vauro, che prende in prestito l'ombrello classico delle vignette di Altan: destinazione Marchionne. Applausi, ancora. Sono fischi invece per il ministro Brunetta e per il video, mandato in onda, della scena della «peggiore Italia». Parla Maurizia Russo Spena, la ragazza a cui il ministro non ha voluto rispondere. Poi gli insegnanti della scuola pubblica e i ricercatori e docenti dell'Università, quelli precari: «Siamo indignati, siamo incazzati». E che il vento sia cambiato lo si vede nello sketch mandato in onda, protagonista il mafioso di Corrado Guzzanti, che «risponde» a Silvio: «Niente trattativa, non conti più una minchia. È dal 1994 che volevo dirtelo, la fase storica è finita».

Farà discutere la partecipazione di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo (che indaga proprio sulla trattativa Stato-Mafia). In attento silenzio, interrotto solo da applausi e risate, il discorso di Marco Travaglio, che non ha risparmiato nessuno: Guido Bertolaso, Claudio Scajola, Mauro Masi, per poi concludere sul caso Ruby.

Le vignette di Vauro, con copricapo dantesco d'alloro, mostrano un governo all'inferno, tra bunga-bunga e calci nel sedere. E anche la musica dei Subsonica è a tema del vento che ha fatto il suo giro: «Liberi tutti», intonano dal palco. «È il momento di ascoltare la voce del padrone», annuncia Serena Dandini. E appare Maurizio Crozza, in video, che interpreta Marchionne: «Siamo al 118° posto per produttività industriale - dice il comico, con accento marcatamente anglofono -, primo posto per scherzi della Fiom». Poi canta: «Sono il dritto di Detroit col maglioncin».

«Replica» il segretario dei metalmeccanici Cgil, Maurizio Landini: «La Fiom non ha fatto uno scherzo, ha fatto una causa alla Fiat». E ha ribadito: «I referendum hanno dimostrato cosa significa il voto libero. Quello in fabbrica è stato un voto sotto ricatto». Daniele Silvestri fa una cover di Giorgio Gaber: «Io non mi sento italiano». Spazio anche per la giornalista Elisa Anzaldo, che ha lasciato la conduzione del Tg1 per protesta contro Augusto Minzolini. Il direttore del notiziario della Prima rete, subito dopo, è «entrato in scena» nell'imitazione di Max Paiella. Conclude Tersea De Sio che canta «Todo cambia».

REPORT - C'è anche Milena Gabanelli. La conduttrice di Report commenta, a margine dell'evento, sul futuro della trasmissione: «La proposta che mi ha fatto la Rai è irricevibile, perché non tutela né me né i miei collaboratori», spiega, riferendosi all'aspetto legale, tema delicato per i servizi d'inchiesta del team di giornalisti.

L'INTERVISTA SUL BUNGA BUNGA - «Una volta ad una festa del premier mi sono anche vestita da uomo con la maschera di Obama, così per giocare». Lo ha detto Iris Berardi, una delle ragazze coinvolte nello scandalo Ruby, nel corso di un’intervista andata in onda durante la serata: «Ad Arcore c’era anche il bunga bunga theatre e la bunga bunga spa. Dicevamo "stasera facciamo bunga bunga" ma non era una cosa sessuale. Anche io mi fermavo a dormire la notte ad Arcore ma noi andavamo a dormire. Se poi qualcuno andava in camera di Berlusconi io non lo so». «Berlusconi? Lavora dalla mattina alla sera e si circonda di ragazze. Che altro dovrebbe fare? - ha concluso la giovane, fra i fischi del pubblico che stava seguendo l’intervista sul maxi schermo -. Mia madre sa tutto e non dice niente, tutti i genitori sarebbero contenti di vedere i propri figli fare quello che ho fatto io».

Renato Benedetto
Marco Madonia
17 giugno 2011(ultima modifica: 18 giugno 2011)