venerdì 17 giugno 2011

Si baciano mentre intorno scoppia la guerriglia Vera o costruita, la foto ha fatto il giro del web

di Redazione


Due giovani che si baciano stesi in mezzo alla strada mentre accanto a loro scoppia il finimondo. Il Vancouver Riot Kiss, una immagine del fotografo dell’agenzia Getty, Richard Lam, ha fatto il giro del mondo dopo i disordini esplosi nella città canadese dopo la sconfitta della squadra di hockey cittadina dei Canucks contro i Bruins di Boston. Grazie al web, i due sarebbero stati anche identificati: sono uno studente australiano e la sua fidanzata canadese.


Il bacio tra la guerriglia La foto è stata paragonata ad altre immagini iconiche di baci del passato: quello di Day in Times Square di Alfred Eisenstaedt del 1945 e l’altro, costruito, dell’Hotel de Ville di Robert Doiseneau: un altro abbraccio appassionato davanti al municipio di Parigi nel 1950. Ma quello di Vancouver è davvero un altro momento romantico mentre infuriava la guerriglia urbana dopo la finale della Stanley Cup (4 a zero per Boston, 180 feriti in ospedale, gas lacrimogeni e manganellate nelle cariche della polizia)? O forse è anche questa una foto costruita?

Le domande, riprese oggi dal britannico Times al pari dei media canadesi e del resto del Commonwealth, si sono rincorse su internet, mentre il Vancouver Riot Kiss diventava un vero e proprio fenomeno virale sul web. Lam non è riuscito a far luce sul mistero: "Avevo visto come in un lampo la coppia stesa a terra in una sorta di terra di nessuno tra manifestanti e polizia. Ho pensato che lei fosse rimasta ferita nelle violenze". Il fotografo, che era uscito dallo stadio una volta appreso dei disordini, ha detto che prima di tutto ha pensato alla sua pelle: "La polizia caricava e mi sono messo a correre. Scattavo a raffica. Solo quando sono andato in camera oscura l’ho vista davvero. E sono rimasto a bocca aperta".
Il tam tam su internet "Aiutateci a rintracciarli", ha implorato su Twitter una tv canadese. Un testimone di nome William ha raccontato al Vancouver Sun quel che apparentemente, secondo lui, è successo. La polizia che cercava di disperdere la folla ha travolto la ragazza che è caduta per terra: "Si era fatta male, piangeva, ma gli agenti le hanno dato un’altro colpo e sono andati avanti". A causa della potenza del web, la Giulietta e il Romeo di Vancouver sono stati alla fine identificati: in Australia Brett Jones ha annunciato che il Romeo del bacio è suo figlio Scott, studente all’Università di Guelph in Ontario. La ragazza è la sua fidanzata canadese Alex Thomas. "Mi figlio è fatto così: può cascare il mondo attorno a lui e può non accorgersene".



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Fiom-Fiat, braccio di ferro in tribunale Il sindacato schiera 2 avvocati in più

Corriere del Mezzogiorno


Sabato l'udienza che oppone il Lingotto al sindacato rosso, che vuole la nullità della newco di Pomigliano


Il giudice tenterà di conciliare le parti. Non ci riuscirà, e si passerà nel merito. Domani si affronteranno nell'aula del tribunale del lavoro di Torino la Fiat e la Fiom. Oggetto del contendere è la formazione della newco per lo stabilimento di Pomigliano d'Arco (che il sindacato ritiene illegittima). Sarà un’udienza affollatissima. «Tra avvocati e parti chiamate in causa - spiega Elena Poli, uno dei sette legali della Fiom - saremo almeno una quarantina». E per la prima volta i difensori delle tute blu Cgil supereranno in numero quelli dell'azienda («solo» cinque). La creazione di una «new company», ricordiamolo, comporta per l'impresa guidata da Sergio Marchionne la riassunzione dei 5000 dipendenti di Pomigliano e, in seguito, l'uscita da Federmeccanica e quindi la disdetta del contratto nazionale di lavoro per la categoria.

IL GIUDICE CIOCCHETTI - La Fiat si troverà davanti un giudice, Vincenzo Ciocchetti, da venti anni e più a Torino. L’ultimo caso trattato da Ciocchetti riguardò la Tayco di Collegno: in quella occasione accolse la richiesta della Fiom di applicare a tutti i lavoratori gli aumenti previsti dal contratto 2009.

TENTATIVO DI RICONCILIAZIONE - L’udienza si aprirà con un tentativo di conciliazione per evitare la causa, tentativo che con tutta probabilità sarà rigettato dalle parti. Le richieste Fiom: «Dovrebbero essere ripristinate - dice la Poli - nella fabbrica di Pomigliano le condizioni precedenti il contratto del 29 dicembre 2010. Bisogna applicare il contratto nazionale e applicare l’accordo interconfederale sulle Rsu». Condizioni queste che la Fiat rigetta in toto.

CREMASCHI: «QUEL CONTRATTO È ILLEGALE» - Con il ricorso presentato il sindacato di categoria della Cgil chiede che venga accertata la «nullità e l’antisindacalità del comportamento della Fiat nella costituzione della newco Fabbrica Italia Pomigliano e dei suoi effetti sui lavoratori». Ritiene inoltre illegittima anche la previsione che solo i firmatari possano eleggere rappresentanti in fabbrica: dato che la Fiom non firmò, sarebbe esclusa da ogni attività sindacale a Pomigliano. Secondo Giorgio Cremaschi, membro della segreteria nazionale, adire in giudizio configura un passaggio inevitabile, «in quanto per noi il contratto per la newco è illegale.

Naturalmente spetterà al magistrato - chiarisce al Corriere del Mezzogiorno - appurare la bontà delle nostre rimostranze e magari verificare anche se oltre a violazioni di ordine civile siano stati commessi anche reati penali». L'azione in tribunale è solo contro Fabbrica Italia e non tocca l'accordo avallato dal referendum dei lavoratori. «Sì - prosegue - ma è anche vero che se saltasse, per le vie legali, la newco si aprirebbe di conseguenza la possibilità di rivedere quell'accordo che di fatto realizza uno strappo senza precedenti con le pratiche della contrattazione nazionale».

LANDINI E REBAUDENGO - In tribunale, parterre (quasi) completo: per la Fiom ci sarà anche il segretario generale Maurizio Landini (secondo cui il ricorso ha «fondate ragioni giuridiche»); il Lingotto delega il responsabile delle relazioni industriali della Fiat, Paolo Rebaudengo, ma le società chiamate in causa sono ben tre, Fiat spa, Fiat Group automobile e Fabbrica Italia Pomigliano.

Alessandro Chetta
17 giugno 2011




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Pericolo rapine", sull'albero spunta il cartello stradale made in Naples

Corriere della sera

Il trucco dello specchietto: finti sinistri per ricattare gli automobilisti. L'idea dei cittadini per metterli in guardia


NAPOLI - A Villaricca, piccolo comune a Nord di napoli, la rabbia per il crescente numero di rapine ha finito per mettere le ali ai piedi dei cittadini. Armati d'ingegno e pennarelli, alcuni residenti sono saliti su un albero a ridosso di via Fermi, la strada principale che taglia a metà la cittadina e affisso un cartello stradale di pericolo creato ad hoc, subito immortalato dalle telecamere di Tele Club Italia. Il vistoso segnale di avvertenza si rivolge agli automobilisti di passaggio e recita così: «Attenzione! Su questa strada si mettono dei delinguenti che fanno l'imbroglio dello specchietto rotto. Non vi fermate e telefonate ai carabinieri e polizia: 112 e 113». Fulgido esempio di chiarezza.

L'IMBROGLIO - Il trucco dello specchietto è un classico della truffa automobilistica di piccolo cabotaggio. L'«imbroglio» è tanto semplice quanto ingegnoso e consiste nell'affiancare a bordo di un'automobile già «sinistrata», il più delle volte con uno specchietto danneggiato, quella della vittima designata. Provocando con un pugno o un oggetto (pietre e simili) un rumore secco nella vettura dell'ignaro automobilista si pongono le condizioni per farlo cadere nel tranello. Il truffatore è difatti già pronto a contestare con veemenza la riparazione del danno preesistente e chiedere, in alcuni casi con la violenza, il pagamento immediato di una fantomatica riparazione. Chissà se il cartello, piazzato su un ramo perché risulti più difficile abbatterlo, riuscirà a fermare i «delinguenti».

Sandro Di Domenico
17 giugno 2011

Ecco le 10 regole per tradire senza farsi scoprire dell’ex entreneuse di Spitzer

Il Messaggero


ROMA - In America il 60 per cento degli uomini e il 50 per cento delle donne è infedele. E in Italia? Stesse percentuali, ma rovesciate. Sono le donne a tradire di più. Queste percentuali ci dicono che il tradimento è diventato molto facile, è tradire senza farsi scoprire che è più difficile. Ecco perché qualcuno ha pensato bene di formulare 10 semplici regole per tradire senza farsi scoprire. L’ideatrice è l’ex entreneuse Kristin Davis, fornitrice di escort a personaggi come Eliot Spitzer e Dominique Strauss-Kahn.

Proprio lei, in collaborazione col fondatore di Ashley Madison, agenzia per incontri americana fra le più rinomate nel campo dell’infedeltà coniugale ha messo a punto il decalogo del traditore perfetto che vi riportiamo fedelmente.


1 - Niente single. Le persone libere da legami rischiano di attaccarsi, pretendono una storia seria o, classico, a un certo punto della relazione chiederanno di lasciare il vostro partner per loro. Meglio allora trovare una persona nella vostra stessa condizione. Se è sposata, poi, è il massimo: il senso di colpa in due funziona meglio.

2 - Evitare di usare internet. Non è necessario sbandierare al mondo le tue azioni. La Rete ha la memoria lunga, quindi messa al bando totale per le email, i post e le chat in cui si descrivono inenarrabili prestazioni. Una telefonata è preferibile, un incontro di persona è il massimo.

3 - Sms generici. Dalle nuove alle vecchie tecnologie, ecco i fatidici sms. Con gli smartphone si rischia che anche cancellandoli dalla memoria del telefono vengano trasferiti e salvati sul computer.

4 - Evitare amici o colleghi. Bill Clinton insegna: i collaboratori possono creare guai in qualsiasi momento, soprattutto se non hanno nulla da perdere. O tutto da guadagnare.

5 - Usare una carta ricaricabile. Occhio all’estratto conto soprattutto se si ha un conto in banca condiviso. Le esperte consigliano di usare un conto personale o, meglio ancora, una carta ricaricabile, così anche quando gli istinti vincono sulla ragione, le folli spese non saranno tracciate.

6 - Usare uno pseudonimo. Non solo l’estratto conto, anche il nome dell’infedele può provocare danni. Per le persone famose, il consiglio è di mantenere un profilo basso, tenere a bada il proprio ego e usare uno pseudonimo.

7 - Evitare dettagli sulla propria vita. Non è necessario parlare di se stessi in modo approfondito, dei luoghi che si frequentano o vantarsi delle proprie frequentazioni. Anche un piccolo dettaglio può svelare un mondo.

8 - Niente confidenze agli amici. Non coinvolgere altri nella vostra storiella. Più saranno le persone coinvolte, maggiori saranno le possibilità di una fuga di notizie.

9 - Essere discreti. Pochi ci fanno caso, ma gli scandali sessuali che riguardano gli uomini sono in numero schiacciante rispetto a quelli femminili. Non è solo per la legge dei grandi numeri. È vero, gli uomini al potere sono di più, ma le donne si controllano meglio, sono attente, ed evitano escort da 4 mila dollari l’ora pagate con carta di credito nominale.

10 - Niente foto. Fotografie e filmati sono come la peste: da tenere alla larga. Meglio scegliere personalmente il posto e arrivare prima del partner, così si potrà bonificare il posto contro le cimici dell’evo contemporaneo: fotocamere compatte e smartphone. Ricorda che tutti i cellulari di ultima generazione registrano l’audio, filmano e scattano fotografie. E che non è necessario controllare le email durante un incontro a luci rosse.

Venerdì 17 Giugno 2011 - 13:19    Ultimo aggiornamento: 13:23




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Uccisero i rispettivi consorti Nozze tra assassini a Bologna

La Stampa

Una donna 38enne condannata per il delitto del marito sposerà un uomo 42enne che ammazzò la moglie: matrimonio in carcere



Sono in carcere, nello stesso carcere, dove entrambi devono scontare una condanna per l’omicidio del consorte. Presto si sposeranno. Francesca Brandoli, modenese di 38 anni, condannata all’ergastolo per aver ucciso il marito; e Luca Zambelli, 42 anni di Sassuolo condannato a 18 anni per l’assassinio della moglie, vogliono unirsi in matrimonio. Che avverrà nel carcere della Dozza, a Bologna, dove vivono.

I due delitti furono commessi nel 2006. Il 16 maggio Zambelli, elettricista, accoltellò Stefania Casolari, barista di 36 anni, nella loro casa di Sassuolo, nel Modenese. Si stavano separando, lui non sopportava che la donna avesse un nuovo compagno, e soprattutto le complicazioni della separazione con relative le ripercussioni sui figli (all’epoca dei fatti di 14 e 10 anni). La colpì con 21 coltellate, fu condannato a 20 anni in primo grado con rito abbreviato, ridotto a 18 in appello.

Sempre nel 2006, ma il 30 novembre Francesca Brandoli, e l’amante Davide Ravarelli, uccisero a coltellate e colpi di martello l’ex marito della donna, Christian Cavaletti, a Reggiolo (Reggio Emilia). Proprio quel giorno il giudice aveva appena affidato alla vittima i due figli della coppia. Per l’accusa quello fu il movente dell’omicidio. Nell’ottobre 2010 la Cassazione ha confermato il carcere a vita per i due assassini, cui fu contestata anche la premeditazione del delitto: prima di commetterlo avevano comperato dei guanti. L’unione tra Francesca Brandoli, che in carcere tentò anche il suicidio, e il complice si è interrotto. Ora la donna ha un nuovo legame, quello appunto con Zambelli.

Galeotto, tra loro, sarebbe stato un incontro nella sala dei colloqui del carcere di Bologna. I due infatti si conoscevano da prima che la loro vita si incrociasse dietro le sbarre, ma il legame è sbocciato solo negli ultimi mesi. Saputo di essere detenuti nello stesso luogo hanno iniziato a scriversi, poi hanno chiesto un incontro in sala colloqui. Ora si scrivono e si vedono una volta al mese. Se i loro legali (Lucrezia Pasolini per Brandoli e Paola Benfenati per Zambelli), riusciranno a superare gli scogli burocratici, dopo l’affissione delle pubblicazioni di matrimonio i due potrebbero sposarsi entro fine estate.

Quando saranno marito e moglie gli incontri mensili potranno essere fino a sei. «Non ho mai assistito Zambelli in udienza, ma solo nella fase esecutiva da qualche mese - ha spiegato Benfenati - Quando l’ho conosciuto mi ha manifestato l’intenzione di sposarsi. Lui e Francesca Brandoli si conoscevano da prima di entrare in carcere, perchè sono entrambi originari di Modena», ha confermato il legale, sottolineando che non solo la sentenza ha riconosciuto l’atteggiamento collaborativo del suo assistito, ma che questi anche in carcere ha sempre tenuto un buon comportamento.

Testimoni delle nozze, nella casa circondariale e con rito civile, dovrebbero essere i volontari che assistono i due condannati nelle loro attività alla Dozza. Brandoli nella sezione femminile (dove si trova anche Anna Maria Franzoni) fa volontariato in biblioteca; potrà sperare nella semilibertà tra una ventina di anni, mentre Zambelli ne deve scontare ancora 12, ma potrà chiedere di accedere ai benefici quando avrà scontato metà della pena. L’unione riapre le ferite dei parenti delle loro vittime. «Io non li sento da tempo - ha spiegato l’avvocato Enrico Della Capanna che tutelò come parte civile il padre di Christian Cavalletti, Claudio, la madre, Ezilda Menegatti, e i bambini - ma so che il padre, quando ha saputo la notizia delle nuove nozze, ha detto che di quella donna "non gliene importa più nulla"».



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L'Onu approva la storica risoluzione sull'eguaglianza dei diritti dei gay

Il Tempo

Presentata dal Sudafrica, e sostenuta in modo attivo dagli Stati Uniti, la mozione ha incontrato una forte opposizione da parte di altri stati africani e arabi.


 Con 23 voti favorevoli e 19 contrari e tre astensioni, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato una «storica» risoluzione che afferma l'eguaglianza dei diritti a prescindere dell'orientamento sessuale segnando un importante passo avanti per l'avanzamento dei diritti dei gay in tutto il mondo. Presentata dal Sudafrica, e sostenuta in modo attivo dagli Stati Uniti, la mozione ha incontrato una forte opposizione da parte di altri stati africani e arabi. La risoluzione afferma che «tutti gli esseri umani sono nati liberi ed eguali nella dignità e diritti e che ognugno deve godere di tutti i diritti e libertà senza alcuna distinzione». La risoluzione chiede anche l'avvio di una commissione che studi le leggi discriminatorie nei confronti dei gay e le violenze commesse contro i singoli individui colpiti per il loro orientamento sessuale.


17/06/2011




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Latina: basta gemellaggi con città brasiliane

Il Tempo

La proposta del sindaco Di Giorgi: interrompere il gemellaggio tra Latina e la città di Farroupilha come segno di protesta per il caso di Cesare Battisti.


Interrompere il gemellaggio tra Latina e la città brasiliana di Farroupilha come segno di protesta per il caso di Cesare Battisti. È la proposta che il neo sindaco del capoluogo pontino, Giovanni Di Giorgi (Pdl), presenterà al primo consiglio comunale dopo le elezioni, convocato per martedì. È lo stesso sindaco a dare notizia della sua decisione: «Ritengo che siano venuti meno i presupposti di quel gemellaggio, un'amicizia in campo culturale, economico e sociale che si basa sul reciproco rispetto e sulla condivisione di regole di civiltà che, evidentemente, il governo del Brasile si permette di non riconoscere all'Italia». Secondo Di Giorgi, il comportamento dello Stato brasiliano nella vicenda della mancata estradizione di Cesare Battisti «è inaccettabile e offende il nostro Paese».

Il gemellaggio era stato formalizzato il 6 ottobre 2009. Per il sindaco non ci sono dubbi: «Chiunque metta in atto azioni per evitare l'estradizione o nascondendo atti di criminalità comune dietro presunti alibi di natura politica, diventa complice». Il sindaco si augura che la fine del gemellaggio sia approvata dal consiglio comunale «all'unanimità». Con questa decisione, secondo Di Giorgi, «la città di Latina potrà aggiungere un atto amministrativo importante e concreto alle parole di condanna espresse dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e da tutte le forze politiche presenti in Parlamento. Battisti si è macchiato di gravi delitti in Italia per i quali è stato riconosciuto colpevole dai nostri tribunali: per questo deve scontare la sua pena nelle carceri italiane».

STOP AI GEMELLAGGI ANCHE IN EMILIA ROMAGNA L'Udc ha chiesto di rompere il gemellaggio di Ravenna con Laguna, la città brasiliana dove nacque Anita Garibaldi, l'eroina risorgimentale morta nella città romagnola. Nicola Grandi, consigliere comunale, in un'interrogazione ha spiegato di avere condiviso la presa di posizione sull'interruzione di iniziative culturali con il Brasile espressa nei giorni scorsi dal sindaco Fabrizio Matteucci e dal vicesindaco Giannantonio Mingozzi. Questo alla luce, si legge nel documento, della "vicenda della liberazione da parte del Governo brasiliano del terrorista Cesare Battisti".Della rottura ravennate si era di recente occupato anche il Jornal Catarinensè, quotidiano dello Stato brasiliano di Santa Catarina, che qualche giorno fa ha pubblicato in prima pagina la lettera con la quale Matteucci e Mingozzi avevano protestato per la liberazione del terrorista Battisti, sospendendo ogni collaborazione con Laguna.

17/06/2011




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Caso Battisti, Lula risponde all'Italia "Vuole reagire alle sberle elettorali"

di Redazione

Frattini lo ritiene responsabile della mancata estradizione di Battisti. L'ex presidente brasiliano risponde: "E' obbligato a fare queste cose. Non vale nemmeno la pena commentare". E la Farnesina chiede l'attivazione della Commissione permanente di Conciliazione per discutere della controversia


San Paolo - Frattini è stato chiaro: il responsabile della mancata estradizione di Cesare Battisti è stato l’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, che ha commesso quello che il ministro degli Esteri italiano chiama "un errore gravissimo". "Frattini parla da italiano. Io ho agito da brasiliano", è stata la replica di Lula, "La destra italiana ha preso tante sberle (nelle elezioni, ndr) che è obbligata a fare queste cose. Non vale nemmeno la pena di fare commenti". 

Una commissione di conciliazione Su istruzioni del ministro degli Esteri, intanto, l’Ambasciata d’Italia a Brasilia ha formalmente chiesto alle Autorità brasiliane l’attivazione della Commissione Permanente di Conciliazione, prevista dalla Convenzione tra Italia e Brasile del 1954, manifestando al contempo l’intenzione di deferire a tale Commissione la controversia sulla mancata estradizione di Cesare Battisti. È quanto si legge in una nota della Farnesina. "Come preannunciato all’indomani della nota pronuncia del Supremo Tribunale Federale del Brasile, l’Italia resta determinata ad esperire tutte le iniziative necessarie per perseguire la revisione della decisione con la quale è stato convalidato il diniego dell’estradizione di Cesare Battisti. Il Governo italiano - conclude la nota - ha individuato nella persona del giurista internazionalista Mauro Politi il proprio membro della suddetta Commissione di Conciliazione".





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Sedicente agente del Sismi in tv: "Emanuela Orlandi è viva e si trova in un manicomio a Londra"

Quotidiano.net


Durante una trasmissione sul caso della ragazza scomparsa a Roma nel 1983 è arrivata con una telefonata: "Emanuela è passata per la Germania, la Francia e l’Inghilterra. E' stata rapita per i legami tra il padre e Calvi"



Un manifesto con la foto di Emanuela Orlandi, scomparsa nel 1983 mentre tornava a casa (Ansa)

Roma, 17 giugno 2011

“Io so dov’è Emanuela. E’ viva e si trova in un manicomio in Inghilterra, nel centro di Londra ed è sempre stata sedata. Con lei ci sono due medici e quattro infermiere. A quello che mi risulta, è in buone condizioni di salute”. La nuova rivelazione sul caso della ragazza scomparsa a Roma nel 1983 è arrivata con una telefonata durante la trasmissione Metropolis, condotta da Valentina Renzopaoli su RomaUno, andata in onda in diretta ieri sera e dedicata all’anniversario della scomparsa di Emanuela Orlandi e alla presentazione del libro di Pietro Orlandi e Fabrizio Peronaci (Corriere della Sera) ‘Mia sorella Emanuela’.

L’uomo che ha telefonato si è presentato come un ex agente dei servizi (“Sismi”) citando una “struttura protetta italiana”, nella quale aveva il nome ‘in codice’ “Lupo” o “Lupo Solitario”.

Ha raccontato di abitare al momento in Brasile e che Emanuela sarebbe stata prelevata da una Bmw nera, auto che sarebbe stata lasciata nel sotterraneo del parcheggio dove poi è stata ritrovata; sarebbe stata trasferita su una Mini verde e sedata e a bordo ci sarebbero stati anche un agente dei servizi segreti inglesi e una donna. “Emanuela è passata per la Germania, la Francia e l’Inghilterra - ha detto ‘Lupo solitario’ - a Bolzano, invece, non è mai passata. È stato un depistaggio, come per la storia della betoniera” della Banda della Magliana. E inoltre è passata a Merano, dove “c’è una persona che sa tutto”.

L’uomo ha spiegato di aver rotto il silenzio soltanto dopo 28 anni dalla scomparsa della ragazza perché “stuzzicato” e “tirato in causa con delle falsità e delle promesse” e “a questo punto paghi chi deve pagare”, ha detto. Alla richiesta di spiegazioni di Pietro Orlandi, fratello della ragazza, sul movente del sequestro, il sedicente ex 007 ha risposto: “Devi scavare in fondo a cosa faceva tuo papà, mi dispiace Pietro, scoprirai cose che non ti piaceranno” e poi ha riferito che il padre Ercole Orlandi era venuto a conoscenza di giri consistenti di denaro da ‘pulire’, giri legati all’Istituto Antonveneta. Secondo il misterioso testimone il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe quindi legato al rapporto tra Ercole Orlandi e Roberto Calvi.

Mitomane o testimone preziosissimo, il mistero si infittisce.






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Il capogruppo Pd: «L'inizio di de Magistris? Non è dei più esaltanti»

Corriere del Mezzogiorno

Il capogruppo alla Regione: «A Napoli il centrosinistra ha vinto, ma il Pd ha perso. Dobbiamo rifondarl



Peppe Russo
Peppe Russo
NAPOLI - L’inizio dell’avventura di Luigi de Magistris «non è dei più esaltanti»: firmato Peppe Russo, capogruppo regionale del Pd, che il giorno dopo la direzione regionale del partito, che si è conclusa a tarda notte all’Hotel Ramada, esprime al corrieredelmezzogiorno.it il suo pensiero sullo stato del centrosinistra campano e napoletano, e del Partito Democratico, come è naturale, in particolare. «E’ bene essere chiari: a Napoli il centrosinistra ha vinto, ma il Pd ha perso. La vittoria di De Magistris non attenua le nostre responsabilità e l’esigenza di una rifondazione del Pd. Abbiamo perso a Napoli perché negli ultimi anni la nostra capacità di affrontare i grandi problemi della città è venuta meno, e i problemi stessi si sono incancreniti».

Ovvero?
«Ovvero la dialettica tra amministrazione comunale, opinione pubblica e Partito Democratico è mancata. Non abbiamo saputo comprendere in tutta la sua portata la mobilitazione civile ed etica che ha così avuto difficoltà ad incontrare nel Pd un interlocutore affidabile. Ma non è stato un giudizio politico sul partito. Non a caso a Salerno, a Benevento, in tante altre realtà locali dove il Pd ha bene amministrato è stato premiato dagli elettori. Il voto di Napoli è un giudizio pesantemente critico su come abbiamo amministrato. Il colpo di grazia poi sono state le primarie».

Sotto quale aspetto?
«
Si sono trasformate in un giudizio divino su continuità o discontinuità con le passate amministrazioni. L’effetto è stato quello che è sotto gli occhi di tutti. Si è persa l’occasione per tentare una sintesi. Ringrazio ancora Mario Morcone per lo spirito di servizio con il quale ha affrontato una situazione di degrado politico inaccettabile e insostenibile».

Ha perso il Pd ma ha perso anche il Pdl…
«La vittoria di De Magistris si spiega anche così: è apparso un’alternativa alle passate amministrazioni più convincente rispetto al centrodestra. Sul risultato deludente di Lettieri pesa a mio avviso un giudizio negativo su come il centrodestra sta governando la regione e la Provincia»

E la nuova giunta?
«E’ del tutto evidente che De Magistris ha colto questa rivoluzione civica ed etica. Trasformarla in azione di governo è un’altra cosa. Essere all’altezza dei problemi della città avrebbe richiesto uno scatto, una capacità di coinvolgimento delle risorse più significative della città che per adesso non vedo. Vedo una giunta che viene definita civica, ma che in realtà è molto politica, perimetrata sulla maggioranza consiliare e sulla coalizione del primo turno, con assessori che, salvo poche eccezioni, sono tutti provenienti dalla politica, espressione di Idv e Fds»

E quindi?
«E quindi è una giunta espressione di una parte minoritaria della città, che corre il rischio di essere insufficiente rispetto ai problemi da affrontare e risolvere. Come inizio non è dei più esaltanti. In questo momento condivido poco questa impostazione, mi sarei battuto per una prospettiva riformista che allo stato non colgo. Mi auguro naturalmente che non sia così»

Ma il Pd è in maggioranza o no al Comune di Napoli?
«L’atteggiamento del Pd non è di chiusura: l’unico modo per aiutare Luigi De Magistris è avere un atteggiamento critico e libero che abbia una forte connotazione programmatica»



Carlo Tarallo
17 giugno 2011




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Mentre Roma (non) discute Napoli brucia

Corriere del Mezzogiorno

Incendi e cumuli pestilenziali: l'eterno, immondo, replay Diecimila tonnellate in strada e il governo resta inerte


NAPOLI - Mentre a Roma si discute Sagunto viene espugnata. Il brutto è che duemila anni dopo i guai cartaginesi a Roma manco si discute più, perché il decreto rifiuti sull'emergenza campana, ieri, è sparito dalla discussione in Consiglio dei ministri, dopo lo stop imposto dalla Lega tre giorni fa. E le fiamme di Sagunto vinta, traslate ai giorni nostri, sono quelle mefitiche appiccate alla monnezza di Napoli, la terza città d'Italia messa ancora in ginocchio dalla crisi numero "n periodico". Il governatore Stefano Caldoro è preoccupato e attacca: «È un provvedimento che andava fatto quindici giorni fa, e ogni giorno che passa è un giorno perso».

VIA TOLEDO NAUSEABONDA - Sul Golfo la situazione, in un eterno replay, torna drammatica dopo sette giorni di apparente calma. I cumuli di spazzatura continuano a crescere (diecimila tonnellate in strada) e la puzza, colpa del caldo, è sei volte più insopportabile. La cronaca: via Toledo, dove ieri è stato inaugurato un megastore d'abbigliamento, è un boulevard dello shopping schiavo dei sacchetti in putrefazione. La sagoma di Jack Sparrow, dalla vetrina del Disney Store, sogna la Perla nera dei Caraibi ma di nero si ritrova solo enormi sacchi non raccolti da 4 giorni. I turisti un po' sorridono, un po' scattano foto (ormai tutti i napoletani hanno assistito a questi «still life» umilianti sull'immondizia), un po' inorridiscono.

VIA SPERANZELLA OFF LIMITS - In via Speranzella, stradina dei quartieri spagnoli, un mucchio di spazzatura rovesciato in strada dai residenti furibondi, impedisce il transito di auto e moto. Fabio Chiosi (Pdl), presidente della I municipalità, commenta: «I cumuli sono infestati di insetti e le condizioni di degrado, soprattutto nei Quartieri Spagnoli e nelle strade più strette, sono critiche. Ho chiesto alla Asl di disinfettare tutto per evitare il propagarsi di epidemie».


FERMO ANCHE «IL PORTA A PORTA» - E poi, immancabili, ci sono i roghi che diffondono robuste dosi di diossina nell'aria. In nottata i vigili del fuoco hanno dovuto spegnerne circa venti. Difficoltà si sono registrate anche nei quartieri dove si effettua la raccolta differenziata porta a porta (come Bagnoi e i Colli aminei): il ciclo di prelievo ha subito blocchi e rallentamenti, e quindi i bidoni posizionati per la plastica all’interno delle aree condominiali non sono stati svuotati, ad esempio in via Nicolardi.

INCONTRO IN PREFETTURA - Stamane è in programma in prefettura un nuovo incontro tra Regione, Provincia e Comune, mentre per le 15.30 è stata convocata in municipio una conferenza stampa del sindaco de Magistris e degli assessori competenti: si parlerà di acqua pubblica ma anche e soprattutto della crisi rifiuti, sul quale ieri è stato fatto un primo passo con l'approvazione del piano per Napoli: a settembre scatta la differenziata a tappeto e a luglio e agosto una serie di iniziative «preparatorie» che riguardano gli esercizi commerciali. il problema, non è un mistero, sono i soldi necessari a far partite la macchina: vanno sbloccati 8,5 milioni che la Regione ha stanziato tre anni fa per la causa e poi una montagna di fondi Fas: 150 milioni.

Alessandro Chetta
17 giugno 2011

Irpef: le tasse record d'Italia In testa Basiglio, Andria la più povera

Corriere della sera

La prima città non al Centro Nord si incontra alla casella numero 29: è Cagliari, con 3.738 euro di Irpef pagata


ROMA - A vedere com'è ridotto il castello di Cusago non si direbbe di trovarsi in uno dei comuni più ricchi d'Italia, almeno se si deve giudicare dalle tasse che pagano i suoi residenti. Il trecentesco maniero costruito da Bernabò Visconti sui resti (pare) di una fortificazione longobarda avrebbe bisogno di una bella cura ricostituente. E non soltanto per dimenticare la sua storia rocambolesca: soprattutto per rispetto e decenza. Era uno dei pezzi forti dell'eredità della marchesina Casati Stampa, finita con molti ettari circostanti a Silvio Berlusconi insieme alla famosa residenza di Arcore. Quel gioiello, dove era solito soggiornare anche Ludovico il Moro, venne ceduto poi a una società che fa capo all'imprenditore Fabio Rappo, e alla quale partecipa anche Marco Cairati, cugino dell'ex sindaco di Cusago Luigi Cairati.

E ora, dopo che nel 2008 è saltato un nuovo passaggio di proprietà, versa in uno stato di pietoso degrado. Pur essendo l'origine delle fortune cusaghesi. Tutto è cominciato quando la Edilnord dei Berlusconi, ha raccontato Simona Borgatti su Tellusfolio.it, «riuscì a far costruire sui terreni del nobile lascito un quartiere residenziale "Milano Visconti", fotocopia ridotta di Milano 2 e Milano 3 che dà rifugio ai paperoni d'Italia. Sporting privato, servizio di vigilanza, giardini curatissimi e tanto verde». Ecco il segreto che ha spinto la piccola Cusago ai vertici dei Comuni italiani i cui residenti pagano più tasse: 7.967 euro ciascuno, calcolando naturalmente vecchi e neonati.


Nella classifica che si ricava dai dati elaborati dall'Ifel, il centro studi dell'Anci, sull'Irpef pagataallo Stato dagli abitanti degli 8.094 comuni italiani, i cusaghesi occupano la terza piazza assoluta. Davanti, al secondo posto, c'è con 9.686 euro pro capite, Campione d'Italia, sede di un casinò. Mentre in testa alla graduatoria, inarrivabile, figura un altro comune della provincia di Milano, Basiglio. Il quale, alla pari di Cusago, deve quella posizione al Cavaliere. Perché molti dei suoi 8 mila concittadini (un numero decuplicato fra il 1981 e il 2001) abitano a Milano 3, quartiere costruito anch'esso da Berlusconi. E non è un caso che Il Sole 24 Ore lo abbia classificato, sulla base dei dati delle Finanze sulle addizionali locali, come il Comune più ricco d'Italia, con 51.803 euro l'anno. Roba da Lussemburgo... Mica male per un Paese nel quale l'attività economica principale resta la coltivazione del riso.

Ma sono i numeri sull'Irpef statale pagata nei capoluoghi di provincia a rivelare molte sorprese. Nella classifica ottenuta con i dati Ifel, Milano è al dodicesimo posto assoluto fra tutti i comuni italiani. Prima dei capoluoghi, con 6.357 euro pro capite. E precede altre tre città lombarde: Bergamo (5.202), Monza (5.172) e Pavia (5.065). Ma poco più indietro c'è Roma, con 4.350 euro a residente. Ogni romano paga allo Stato il 68,5% dell'Irpef versata da ciascun milanese: 2.007 euro in meno. Però è una cifra analoga a quella che pagano gli abitanti di Varese, città ad elevatissima concentrazione leghista. Superiore anche al dato di Bolzano (4.263 euro). E, ancora più nettamente, a quello di Gallarate, quartier generale del Carroccio (3.943).

Meno Irpef statale rispetto agli abitanti della capitale viene pagata anche in altri capoluoghidel Nord produttivo. Per esempio Mantova (4.262), Lecco (4.235), Lodi (4.223). Ma anche Modena (4.176), Brescia (4.131), Como (4.003), Piacenza (3.862), Sondrio (3.842), Verona (3.810) oppure Cremona (3.764). In questa graduatoria la prima città non appartenente al Centro Nord si incontra alla casella numero 29: è Cagliari, con 3.738 euro. Interessante notare che in capoluoghi come Alessandria, Forlì o Ravenna, l'Irpef pro capite pagata allo Stato è metà di quella di Milano. Più o meno come a Caserta, che con 3.100 euro è il grosso centro del Mezzogiorno continentale i cui cittadini versano più tasse.

Anche se nella Provincia casertana, dove lavorano in nero nell'agricoltura e nell'edilizia decine di migliaia di immigrati, la situazione è completamente diversa. Qualche esempio? A Marcianise l'Irpef procapite è di 1.295 euro. A Castel Volturno, 958. A Villa Literno, appena 706. Per non parlare di Casal di Principe, paese della sanguinaria cosca camorrista dei casalesi, dove orribili palazzine spuntano come i funghi e ogni abitante paga ancor meno: 688 euro. Quasi un decimo di Milano. C'è da dire che ci sono capoluoghi di provincia non molto distanti da quei livelli.

Colpiscono i dati della Bat, acronimo che sta per Barletta, Andria e Trani. Tre città di una Provincia nuova di zecca, nessuna delle quali ha voluto cedere alle sue concorrenti nemmeno la sigla. Nonostante il territorio provinciale inventato di sana pianta non conti in tutto che dieci Comuni. Ebbene, Andria è fra i capoluoghi di Provincia italiani quello che versa allo Stato l'Irpef procapite più modesta in assoluto: 1.081 euro, contro i 1.268 di Barletta e i 1.671 di Trani. Al di sotto anche delle più «povere« città della Sardegna elette recentemente a Provincia, come Tortolì, Lanusei e Iglesias. E tre volte meno del Comune meridionale con l'Irpef statale più elevata.

È San Gregorio di Catania, centro che al pari di Basiglio ha registrato una crescita demografica pazzesca (fra il 1971 e il 2001 è passato da 3.860 a 10.386 residenti) i cui abitanti pagano ciascuno 3.567 euro. Paese, lo definisce l'enciclopedia online Wikipedia, «ricco di attività commerciali e professionali». Al punto da collocarlo nella graduatoria delle tasse statali sulle persone fisiche, nettamente davanti al suo capoluogo Catania (2.116 euro), un tempo battezzata «Milano del sud».

Com'era prevedibile, la classifica degli 8.094 comuni è divisa a metà: quella superiore è dominata dal Nord, quella inferiore dal Sud. Se fosse necessaria una dimostrazione ulteriore di come il Paese sia economicamente spaccato in due (gli ultimi dati dell'Istat dicono che nel 2010 il Mezzogiorno è rimasto praticamente fermo, mentre il Nord Est cresceva a un ritmo superiore al 2%), eccola. Anche se le ultime due posizioni sono paradossalmente occupate da due paesini della Provincia di Como. Si tratta di Val Rezzo, dove nel 2009 si sono pagati soltanto 190 euro procapite di Irpef statale, e Cavargna: 329 euro.


Sergio Rizzo
17 giugno 2011



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Rifiuti, la rabbia di Caldoro/ Intervista «Inaccettabile l'attacco della Lega»

Il Mattino
di Gerardo Ausiello

Lo sfogo del Governatore: basta con i ricatti leghisti. Appello ai deputati del Sud: serve una riscossa



«La posizione della Lega è inaccettabile nel merito e nel metodo ed è frutto di un ricatto politico». Il governatore Stefano Caldoro non fa sconti aBossi e ai suoi ministri che si sono opposti al decreto antirifiuti per la Campania.

Niente decreto. Colpa dei leghisti prepotenti?

«Sbagliano perché conoscono bene la nostra situazione e sanno che, in questa fase di crisi, l’unica strada per evitare l’emergenza è il trasporto dei rifiuti fuori regione. Non si può utilizzare quest’argomento strumentalmente contro Napoli e la Campania per fini politici. Così si penalizzano i cittadini».

Di nuovo Nord contro Sud. Come ne usciamo?

«La contrapposizione tra il Nord virtuoso e il Sud che non cresce è solo una scusa per drenare risorse nel Settentrione sia sui trasferimenti ordinari che su quelli straordinari. Per le quote latte e per la tragedia dell’alluvione in Veneto si recuperano fondi nazionali. Quando invece gli allagamenti riguardano la provincia di Salerno o altre zone del Mezzogiorno, si chiede alle Regioni di cavarsela con le proprie risorse. Stesso discorso vale per i Fas».

Nessuno tutela gli interessi del Sud. Chi lo difende?

«Io chiedo che il governo si faccia carico di quest’impegno. Conosco le sensibilità dell’esecutivo e del presidente Berlusconi su questi temi. E allora il governo non può subire le azioni protezionistiche e non equilibrate della Lega che difende esclusivamente gli interessi della sua realtà territoriale ed elettorale».

Ma il governo ha le mani legate.

«I leghisti ne sono consapevoli e così diventano artefici di un ricatto politico. Altra cosa è il federalismo che, se applicato come previsto dalla legge 42 che ha ottenuto un ampio consenso, porterà benefici al Sud. Le istituzioni locali, però, devono impegnarsi per tutelare gli interessi del territorio. La Regione lo fa da tempo: abbiamo vinto una grande battaglia sul riequilibrio del fondo sanitario recuperando risorse che venivano tolte alla Campania e stiamo lavorando senza sosta per costruire un federalismo equilibrato».

Non le sembra che la voce del Sud sia sempre più debole?

«Per questo devono scendere in campo anche i parlamentari meridionali del Pdl e del centrodestra. Così come la Lega tutela il proprio territorio, i nostri deputati e senatori devono fare la loro parte con la consapevolezza che si tratta di una battaglia giusta, combattuta nell’interesse di tutto il Paese perché l’Italia non cresce senza il Mezzogiorno».

Di fronte a continue ingiustizie, non le viene voglia di mollare tutto?


«Non mi stancherò mai di difendere i diritti della Campania e del Meridione e sono convinto che alla fine vinceremo la battaglia. Naturalmente non nascondo le difficoltà con cui dobbiamo fare i conti, a partire dai rifiuti e dalla sanità, nodi che abbiamo ereditato da un malgoverno di vent’anni».

La vittoria di de Magistris ha scosso il Pdl. Non c’è il rischio che ora l’esecutivo volti le spalle a Napoli?

«La trazione nordista del governo dipende dalla Lega che non ha mai fatto distinzioni di colore politico. Il suo unico interesse è tutelare il Nord ma noi non possiamo consentirlo, soprattutto se ciò significa danneggiare il Sud».

Non ci sono alternative al decreto antirifiuti?

«L’unica possibilità sono i flussi extraregionali. Dopo non c’è altro che lo stato d’emergenza. La Regione ha fatto tutto ciò che poteva, ora sta agli enti locali, che hanno competenza esclusiva sull’impiantistica, realizzare in piena collaborazione istituzionale nei loro piani il ciclo autonomo. Il modello da seguire è Barcellona».



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Eco-balle, Battaglia: "L'università mi boicotta perché le smaschero"

di Gabriele Villa

Il docente di Fisica nel mirino: "Dall’elettrosmog al nucleare, mi batto per riportare su binari scientifici le convinzioni oscurantiste. Ma i furbetti ambientalisti mi boicottano"

 
Sotto il tiro delle polemiche e degli insulti. Solo perché da sempre sta dalla parte della razionalità e difende la scelta nucleare. Così, in quella palestra dell’offesa facile che è diventata la Rete, è nato su Facebook un gruppo di 400 persone (tra cui ci sarebbero anche Luigi Berlinguer e Marco Rizzo), che ha deciso di prendere di mira il professor Franco Battaglia e ne chiedono a gran voce le dimissioni da docente universitario. Secondo i suoi «contestatori», spesso dal profilo rigorosamente anonimo, il professore, editorialista del Giornale, che insegna Fisica chimica all’Università di Modena, con le sue affermazioni-convinzioni metterebbe a «repentaglio la salute dell’intera umanità».

Professor Battaglia, per aver difeso le ragioni del nucleare ora sono arrivati a minacciarla...
«Da circa dodici anni cerco di riportare entro i binari della conoscenza scientifica alcune convinzioni consolidate che sono invece vere e proprie frottole: i cambiamenti climatici indotti dall’uomo, l’elettrosmog, le energie alternative, la pericolosità del nucleare, per citarne alcune...».

Pare che Beppe Grillo abbia incitato la gente a prenderla a calci, e adesso addirittura un gruppo su Facebook, chiede le sue dimissioni da docente universitario. Perché fango e veleni contro di lei?
«Sono tutte questioni su cui, evidentemente, alcuni, soprattutto le associazioni ambientaliste, seminando terrore, hanno costruito la propria fortuna, economica e di potere. Ricordo che anche 11 anni fa, quando - grazie anche all’aiuto del Giornale e di alcuni più illustri colleghi - smontai la frottola elettrosmog, coloro che stavano confidando nella lucrosa torta dell’interramento dei cavi di trasmissione elettrica (30 miliardi) chiesero al Rettore dell’università di Roma le mie dimissioni. Diciamo che oramai ci sono abituato».
Sulla scorta di dati scientifici lei sostiene che le radiazioni di Chernobyl hanno fatto zero morti...

«Certo. Zero, tra la popolazione civile. Ma non lo dico io. Lo dice l’Unscear, il Comitato scientifico dell’Onu, fondato nel 1954 e di cui fanno parte 100 scienziati di 20 Paesi diversi, che ha avuto l’incarico di studiare gli effetti sanitari delle radiazioni atomiche. Ha studiato anche Chernobyl, e ha concluso – il Rapporto è reperibile in rete – che le radiazioni fuoriuscite da Chernobyl non hanno avuto alcuna conseguenza sanitaria nel corso di questi 25 anni. “Non leucemie, non tumori solidi, non effetti genotossici, non malformazioni”, dice il Rapporto. Niente di niente. Ma con una eccezione: è stato osservato, in questi 25 anni, nelle aree di Ucraina, Bielorussia e Russia, un notevole aumento di neoformazioni alla tiroide, con 6mila casi riportati, di cui 15 con decorso fatale. Ma anche questi non sono attribuibili alle radiazioni». In questo caso ci aiuti a capire, perché?

«La ragione è semplice. In molti concludono la loro vita con un tumore alla tiroide senza averlo mai saputo. Si chiamano tumori occulti, sono per lo più benigni, e la loro incidenza, nota dalle autopsie, è anche 100 volte superiore all’incidenza dei tumori manifesti. Dopo Chernobyl, la tiroide della popolazione dell’area detta è stata fatta passare sotto l’ecografo, ed è successo che sono emersi i tumori occulti. Ci sono tre prove che le cose stiano così. Innanzitutto, questi tumori hanno cominciato ad emergere dopo 3-4 anni dall’esposizione, e non dopo 5-10 anni, come da letteratura. Poi, il tumore alla tiroide ha un decorso fatale nel 4 per cento dei casi, e il 4 per cento di 6mila fa 240 e non 15. Infine, dei 6mila casi se ne sono osservati più in Russia, meno in Bielorussia, e meno ancora in Ucraina, ma l’esposizione allo iodio-131 fu maggiore in Ucraina, minore in Bielorussia, e minore ancora in Russia».

Quindi, ricapitolando...
«Insomma, i 6mila casi sono la conseguenza della capillare diagnostica, mentre i 15 decessi per tumore alla tiroide in 25 anni in un’area vasta come quella detta rientrano entro le attese, e si sarebbero osservati con o senza Chernobyl. Ecco perché Chernobyl ha causato, alla popolazione civile, in 25 anni, zero morti. Tra gli addetti e soccorritori ha invece causato, in questi 25 anni, meno di 50 morti; numero deplorevole quanto si vuole, ma ricordo che la diga del Vajont fece 2mila morti in una notte: ecco perché Chernobyl, il più grave incidente nucleare mai occorso, è la prova provata della sicurezza del nucleare».
E Fukushima?
«Rafforza quella prova. Recita il Rapporto dell’Agenzia di sicurezza nucleare giapponese, testualmente: “Le fuoriuscite di radiazioni dall’impianto di Fukushima non hanno causato alcun effetto sanitario in alcuna persona”».

Allora perché, secondo lei, gli italiani hanno bocciato col referendum la scelta nucleare?
«Perché si sono lasciati terrorizzare dai mercanti di terrore. Mi chiedo se costoro pagheranno mai dazio».
Andrebbe ad abitare con la sua famiglia vicino ad una centrale nucleare?
«I francesi vivono accanto a 58 reattori nucleari. E ce ne sono 26 nel raggio di 200 chilometri da Milano».



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Pomezia, rissa in consiglio comunale: netturbini chiedono gli stipendi arretrati

Corriere della sera

Strade invase dalla spazzatura nella cittadina a sud di Roma: il municipio non paga la società di smaltimento; i politici neoeletti si insediano tra violente contestazioni


ROMA – Appena termina l’Inno di Mameli scatta la rabbia. Urla davanti al sindaco De Fusco: «Siamo senza stipendio, dateci i nostri soldi». Un vigile placca il netturbino che protesta con maggior veemenza. Applausi irridenti all’indirizzo del consiglio comunale appena insediato. Succede a Pomezia, dove la spazzatura resta per strada perché chi deve raccoglierla non viene pagato da mesi.
Così mentre la Ue, preoccupata dallo smaltimento di rifiuti non trattati, estrae il cartellino rosso per Malagrotta, sul litorale romano esplode una specie di preoccupante «caso Napoli». Le tribolazioni che per ora riguardano Pomezia – l’immondizia tracima ovunque, da Torvaianica sino alla Pontina - presto potrebbero estendersi ad Anzio e ai Castelli.


DEBITI PER L'IMMONDIZIA - Il problema è sempre lo stesso: il mare di difficoltà in cui annaspano le aziende di nettezza urbana. I comuni non hanno soldi per pagare quanto dovuto - Pomezia, poco più di un anno fa, aveva trovato un accordo per rateizzare un debito da 13 milioni di euro - e le ditte di smaltimento, senza ossigeno finanziario, non versano gli stipendi ai lavoratori. Che si danno malati, incrociano le braccia. O protestano decisamente arrabbiati, come è accaduto giovedì 16 all'insediamento del nuovo consiglio comunale. Uno scenario sul quale incombe anche la minaccia di serrata da parte dei gestori delle discariche laziali che reclamano da una quarantina di comuni pagamenti arretrati pari a 250 milioni di euro.


POMEZIA, IL RITORNO DEGLI EX CONSIGLIERI - A Pomezia l’occasione è di quelle solenni: l’insediamento del consiglio comunale nominato alle elezioni di maggio che hanno visto la riconferma del sindaco Enrico De Fusco, (centrosinistra). Sono le 5 del pomeriggio e i neoeletti si presentano chi in giacca elegante e chi in maglietta estiva. Tra loro c’è anche una piccola pattuglia bipartisan presente già nella consiliatura del 2000, quella falcidiata da un’indagine dei carabinieri che portò all’arresto per mazzette di tutto il consiglio comunale (sfuggirono alle manette solo un verde e un rappresentante dell’allora Ms-ft). Ma la prescrizione ha azzerato ogni preoccupazione penale, consentendo la rielezione anche a chi aveva avuto guai con la giustizia. E adesso si può finalmente festeggiare l’insediamento della nuova giunta. O almeno così pensano i politici locali.

SUONA L’INNO, ECCO LA PROTESTA - Quando nell’aula riecheggiano le note dell’Inno di Mameli i consiglieri si alzano in piedi. E’ proprio l’attimo in cui, compiendo una specie di dribbling tra la folla che assiste, entra un dipendente del consorzio di ditte che si occupa della raccolta rifiuti. Urla di volere lo stipendio – in effetti si scopre poi che le spettanze, per una cinquantina di lavoratori, sono in arretrato di un paio di mesi – e con uno scatto si lancia verso il sindaco, venendo però placcato in stile rugbistico da un vigile urbano che lo trascina verso l’esterno. Qui ci sono altri netturbini che solidarizzano con il collega che continua ad urlare e protestare. Un altro netturbino riesce a raggiungere i neoeletti e li apostrofa: «Dovete pagare, me fate schifo». Grida, applausi irridenti verso la nomenclatura municipale. Poi finalmente la seduta inizia.


DIFFICOLTA’ ANCHE AD ANZIO - Problemi dello stesso genere vengono segnalati anche ad Anzio. «I dipendenti di una delle due ditte che effettuano la raccolta – è la denuncia del consigliere Pd Massimo Creo - hanno avuto l’amara sorpresa di non trovare l’accredito dei propri stipendi, sembra almeno tre mensilità non versate, conseguenza del mancato pagamento da parte del Comune alle ditte interessate». Insomma, la raccolta della spazzatura potrebbe essere a rischio su tutto il litorale romano. Proprio mentre entra nel pieno la stagione turistica balneare.

DISCARICHE, LA SERRATA DEI GESTORI - Senza contare che all’orizzonte c’è anche un altro problema: l’annunciata serrata dei gestori delle discariche aderenti a Federlazio, che reclamano da una quarantina di comuni, tra cui Roma, il pagamento di spettanze arretrate pari a circa 250 milioni di euro. Durante la campagna elettorale gli imprenditori capeggiati da Manlio Cerroni, l’ottantaduenne avvocato proprietario di Malagrotta, avevano approvato una sorta di tregua. Che però scade proprio in questi giorni.

Alessandro Fulloni
17 giugno 2011

Servi liberi a destra, carogne a sinistra E in mezzo i vigliacchi

di Marcello Veneziani

La cultura antiberlusconiana è da sempre maggioranza e per questo conformista. Il tasso di servitù va trovato caso per caso


Servi qui, carogne là e nel mezzo i vigliacchi. Se vuoi semplificare il panorama italiano poi finisci co­sì. La servitù è l’unica categoria in­terpretativa usata per giudicare il berlusconismo. Non si fanno ana­­lisi, non si notano differenze, non si valuta nel merito ma a priori e in mucchio. È solo questione di servitù. La plebe avrebbe seguito Berlusconi perché volgare, im­morale, disonesta e vota con la pancia. Salvo redimersi votando con la pancia in direzione oppo­sta. E invece chi scrive, parla, pen­sa (o meglio dice di pensare) nel versante berlusconiano lo fa solo perché asservito e pagato.

Per sancire lo spartiacque tra liberi e servi si pubblicano e si ripubblica­no opere sulla servitù, da Milton a Stuart Mill e a De la Boétie, per non dire di intere collane dedica­te ai servi cortigiani e ai liberi indi­gnati. Accanimento cresciuto da quando Giuliano Ferrara ha lanciato i liberi servi, che a sinistra traducono in servi volonta­ri. Non entro nel gioco inverso accu­sando d i servilismo chi s i accoda al­la propaganda antiberlusconiana e si allinea a l potere culturale. M i limi­to solo a dire che se quattro voci di­cono l a stessa cosa e una l e contrad­dice, il conformismo riguarda i quat­tro e non il singolo. E il rapporto tra propagandisti anti-berlusconiani e filo-berlusconiani è quello: 4 con­tro 1.
Ma vorrei entrare nella categoria di servitù con spirito d'indagine e non d i fazione, per tentare una feno­menologia della servitù vera e pre­sunta. Sotto l’accusa di servitù c’è una tipologia molto differenziata. C’è chi è animato da forte spirito di appartenenza e radicalizza il «noi e loro»; ma non è un servo, semmai u n militante. C’è chi è spinto dal cul­to del Capo, per indole monarchica o predilezione decisionista, una ten­denza diffusa nei Paesi latini; egli non è u n servo m a u n seguace, a l più bisognoso di figure paterne. E così chi riversa nel legame politico qual­cosa che somiglia alla devozione, patriottica o religiosa, o perfino al­l’antagonismo sportivo. Sarà tifoso, sarà devoto, ma non servo. C’è poi chi liberamente e criticamente para­gona il leader a i suoi rivali e preferi­sce lui a loro.
Costui può esprimere giudizi giusti o sbagliati, m a è tutt’al­tro che un servo. C’è invece chi in­staura col leader u n rapporto d i pre­stazione professionale: tu mi paghi o m i gratifichi e i o ti sostengo aperta­mente. Costui più si avvicina alla tipolo­gia del servo professionale; perché i l suo può essere, sì, un rapporto for­malmente corretto e alla luce del so­le, però non trattandosi di barbe e capelli ma di libere opinioni non può trincerarsi dietro la logica del «cliente ha sempre ragione, mi pa­gano e io do quel che vogliono».
Al più, h a un’idea avvocatizia della po­litica. C’è il girone endemico degli opportunisti, antica tara nazionale. C’è poi chi ha l'innata e gratuita tendenza a compiacere il leader, a blandirlo, per indole servile; c’è chi è scioccamente asservito (l’utile idiota) e chi viceversa lo è in malafe­de (servo infedele), pronto a voltar le spalle e perfino ad accusare di ser­vitù gli altri solo perché non h a avu­to quel che voleva o ha cambiato li­vrea.

C’è poi l’orgoglioso che insiste nel difendere il suo leader anche quando questi ha torto o cade nel discredito e d è perdente; vuol dimo­strare che lui è leale, non lo serviva quando era potente e lo difende ora che è caduto i n disgrazia. Costui sa­rà un testardo, un decadente o un uomo d’onore m a non rientra nella categoria del servo. C’è poi chi è vici­no al potente non per servirlo ma per consigliarlo. Costui non è servo m a al più badante, e aspira a diven­tare suggeritore del suo leader. Pec­ca forse di presunzione o velleità, non di servilismo.
Vi sono poi altre forme di servitù non ad personam ma al partito, al conformismo di setta, di clan o al potere ideologico vigente. Non è servilismo anche questo? C'è poi chi commette crimini peg­giori della servitù, come l a negazio­n e della verità e dei fatti, l a subordi­nazione del vero a ciò che gli è utile sostenere; usa l'omertà, l'omissio­ne, disconosce meriti e valori per un pregiudizio di setta o di ideolo­gia. Costoro servi non sono, m a spre­gevoli e nocivi più dei servi. O colo­ro che bollano gli altri come servi perché non concepiscono diversità di opinioni ma solo di convenienze. A loro si addice un detto di Nietz­sche: per i porci tutto sa di porco. Rinfacciano agli altri la propria in­dole e la propria unità di misura.

C'è un criterio efficace per valuta­r e il grado di servitù. Provate a sepa­rare il soggetto in odore di servitù dal suo vero o presunto padrone e notate se sul piano delle opinioni mantiene le stesse idee oppure no, ovvero se aveva già prima quelle idee e s e l e h a anche dopo. E sul pia­no personale provate a verificare se, lontano dal potere, cosa rimane di lui, se conserva il suo prestigio, la sua credibilità.
Guardate infine alla sua biografia, se è stato sempre dalla parte del po­tere o se magari per lungo tempo ha scelto scomode opposizioni, da emarginato senza padroni. Così si misura la sua indipendenza dal po­tere o il suo tasso di servitù. Insom­ma, evitate processi sommari, con­danne etniche, riduzioni del nemi­co a razza servile.
Altrimenti dovremo concludere come abbiamo cominciato: a destra i servi, a sinistra le carogne e nel mezzo i vigliacchi.



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Battisti, l'Italia si attiva: commissione d'inchiesta per rivedere la decisione

di Redazione

La Farnesina chiede l'attivazione della Commissione permanente di Conciliazione per discutere della controversia sulla mancata estradizione di Battisti


Roma - Su istruzioni del Ministro degli Esteri, Franco Frattini, l’Ambasciata d’Italia a Brasilia ha formalmente chiesto alle Autorità brasiliane l’attivazione della Commissione Permanente di Conciliazione, prevista dalla Convenzione tra Italia e Brasile del 1954, manifestando al contempo l’intenzione di deferire a tale Commissione la controversia sulla mancata estradizione di Cesare Battisti. È quanto si legge in una nota della Farnesina.
"Come preannunciato all’indomani della nota pronuncia del Supremo Tribunale Federale del Brasile, l’Italia resta determinata ad esperire tutte le iniziative necessarie per perseguire la revisione della decisione con la quale è stato convalidato il diniego dell’estradizione di Cesare Battisti. Il Governo italiano - conclude la nota - ha individuato nella persona del giurista internazionalista Mauro Politi il proprio membro della suddetta Commissione di Conciliazione".




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Costretta a vivere in auto, abortisce

La Nazione

Il dramma di una 'sfollata' da Casa Betania: ha perso il tanto desiderato primogenito


LO AVREBBE chiamato Fathy. E sarebbe stato il suo primogenito. Lui è Fathy Gomaa, egiziano di 32 anni, straniero, senza un lavoro e con una sigla accanto al cognome, tanto sinistra quanto surreale. E’ un «S.f.d.», un senza fissa dimora, «invisibile» ai più, un ragazzo che ormai da un mese vaga per la città con la sua macchina, insieme ad altre famiglie, in cerca di un tetto sotto il quale dormire. La sua storia è tragica perché, oltre ad aver perso tutto, aveva una moglie incinta che avrebbe avuto bisogno di rimanere sdraiata per non rischiare di perdere il bambino. Donya ha 23 anni e di aborti ne aveva già avuti tre.

E, alle 4,30 di ieri, il mondo gli si è rovesciato in testa un’altra volta. Il bimbo che aveva in grembo sua moglie è morto qualche settimana prima di nascere. Un aborto. Il quarto in pochi anni, una tragedia nella tragedia. Non riesce a trattenere le lacrime: «Lo sapevo che sarebbe andata a finire così — dice asciugandosi gli occhi —. E’ ormai un mese che mia moglie dorme in macchina e lunedì aveva avuto una colica renale...». Il flashback della notte gli ritorna prepotente davanti agli occhi: «Dormivamo in macchina in via Vico. Donya mi ha svegliato perché aveva forti dolori addominali. Ho visto il sangue e ho capito...».

La corsa, le sirene dell’ambulanza, poi la tragica notizia: «distaccamento della placenta». La diagnosi atroce accompagna la sua giornata da incubo: «Mi hanno detto i medici che se mia moglie fosse rimasta a riposo, il bimbo sarebbe sopravvissuto. Adesso qualcuno dovrà pagare per questo...». Lo sfratto da «Casa Betania», il tran tran di enti e istituzioni, le parole che sono rimaste tali: «Non volevo una casa. Ho esibito il certificato del medico per mia moglie.

Mi è stato detto di arrangiarmi. Bastava un mese di letto per lei e tra qualche giorno sarei anche potuto tornare in strada. ma con me avrei avuto un bambino...». Parole crude. Amare come l’ultima considerazione: «Mia moglie adesso vuole morire. Volevamo un figlio e adesso...». Fathy ha intanto denunciato il fatto alla polizia per accertare se eventualmente possono essere imputate delle responsabilità per quanto capitato alla moglie. Poi la beffa finale,quasi grottesca. E’ proprio lui a raccontarla: «Oggi è venuto l’assistente sociale del Comune a dirci se avevamo bisogno di aiuto... Gli ho detto di no. Ormai era troppo tardi».

di MATTEO ALFIERI




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Ustica, spunta documento Nato "Quella sera c'erano 21 aerei militari in cielo"

Il Resto del Carlino

Il fascicolo, citato nel dispositivo di sentenza-ordinanza del giudice Rosario Priore, testimonia la presenza di velivoli contemporaneamente al DC9 dell'Itavia precipitato in mare il 27 giugno 1980


Un documento della Nato, citato nel dispositivo di sentenza-ordinanza del giudice Rosario Priore, testimonia la presenza nei cieli di Ustica di 21 aerei militari contemporaneamente ad DC9 dell'Itavia precipitato in mare con il suo carico di 81 passeggeri. A mostrarlo per la prima volta in assoluto e' il giornalista Andrea Purgatori, ospite questa mattina della trasmissione in onda su Rai Tre "Agora'".

Il documento, inviato dalla Nato, oltre ai magistrati, anche alla presidenza del Consiglio e al ministero della Difesa, pare dunque smentire le ricostruzioni secondo le quali il DC9 volava, quella sera del 27 giugno del 1980, in un cielo sgombro da altri mezzi e certifica, invece, la presenza nelle sue immediate vicinanze di 21 aerei militari e di una portaerei; si tratta per lo piu' di velivoli britannici e americani, ma di cinque non viene rivelata la nazionalita' (l'ipotesi fatta in trasmissione e' che si possa trattare di aerei e libici).

Questa testimonianza, assieme a numerose perizie, spiega la presidente dell'associazione delle vittime della strage di Ustica, Daria Bonfietti, in collegamento dal museo della memoria di Bologna, e' alla base della sentenza del giudice Priore che e' arrivato a concludere che l'aereo civile e' stato abbattuto nel contesto di un'azione di guerra, rigettando la tesi dell'esplosione della bomba a bordo, che ancora trova illustri sostenitori, come il sottosegretario Carlo Giovanardi.

"Se non ci fosse stato il coraggio dei familiari delle vittime e di giornalisti e magistrati che sono intervenuti, facendo il loro dovere, oggi non saremmo vicini alla verita' - afferma l'assessore alla Comunicazione del Comune di Bologna, Matteo Lepore, in collegamento dal museo assieme a Bonfietti - il vero problema e' che chi ha il dovere di rappresentare le istituzioni probabilmente questa volonta' non l'ha cercata fino in fondo in alcuni momenti storici del nostro Paese. E forse anche oggi non e' cosi' a pieno. Noi come amministrazione il nostro dovere lo vogliamo portare avanti e per questo siamo a fianco dei familiari delle vittime".

L'approfondimento su Ustica fatto da Agora' si conclude con l'appello di Purgatori, che ricorda che l'indagine e' ancora aperta e che i giudici italiani hanno presentato alcune importanti rogatorie all'estero per avere i documenti necessari ad una ricostruzione completa di quanto accaduto quella notte. "Il governo dovrebbe supportarli", chiede il giornalista, lamentando il fatto che c'e' ancora chi sostiene la tesi della bomba a bordo.

Fonte Dire




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Adesso Di Pietro vuole riesumare pure Prodi: "E' lui il mio candidato ideale per palazzo Chigi"

di Redazione

Il leader dell'Italia dei valori lancia il suo candidato alla presidenza del Consiglio per la corsa alle prossime elezioni politiche: "Va bene anche Bersani, ma il mio premier ideale rimane sempre Romano Prodi". Il nuovo che avanza...


Il Di Pietro post elettorale e post referendario smorza i toni, smussa le spigolature e riesuma pure i candidati del passato. Se da una parte il fango degli scandali sexy travolge anche l'Italia dei valori, dall'altra Tonino fa il moderato per fermare l'emorragia di votanti nei confronti del Sel e del movimento di Beppe Grillo. L'ex magistrato, ai microfoni di Radio Ies, si sbilancia e fa una profezia sul futuro leader dell'armata brancaleone con cui affrontare Silvio Berlusconi alle prossime elezioni:
"Se il partito di maggioranza dovesse nominare Bersani non avrei nulla in contrario, ma il mio candidato ideale resta Romano Prodi". Se il nuovo che avanza è Romano Prodi la maggioranza pò dormire sonni tranquilli...



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Io firmo. Riprendiamoci il voto» Nuovo referendum sulla legge elettorale

Il Messaggero


Via alla raccolta di firme per tre nuovi referendum elettorali. Dopo il successo di domenica scorsa su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento, l'obiettivo dei tre nuovi quesiti presentati dal neocostituito Comitato promotore con lo slogan "Io firmo. Riprendiamoci il voto" è quello di eliminare il cosiddetto "Porcellum", la legge elettorale attuale studiata dalla mente di Roberto Calderoli. L'attuale sistema elettorale prevede infatti liste bloccate che impediscono ai cittadini di scegliere i candidati da mandare in Parlamento. I referendari vogliono poi cancellare il premio di maggioranza e l'indicazione del candidato premier e fissare una soglia di sbarramento unica al 4%.

A lanciare l'ultima sfida referendaria sono un gruppo di costituzionalisti e intellettuali fra cui Stefano Passigli, Enzo Cheli, Gianni Ferrara, Giovanni Sartori, Francesco Bilancia, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Renzo Piano e Claudio Abbado. La raccolta delle 500mila firme necessaria partirà la prossima settimana e deve essere completata entro settembre.

«L'attuale legge rappresenta la peggiore di tutte le possibili soluzioni» e «poiché il Parlamento non ha saputo riformarla né è presumibile possa farlo nell'attuale situazione politica il Comitato promotore ha deciso di depositare i quesiti in Cassazione dando concreto inizio all'iter referendario».

«Un positivo risultato dei referendum che proponiamo vedrebbe la Camera eletta con metodo proporzionale, senza premio di maggioranza e con una soglia di sbarramento al 4% - viene spiegato dai promotori -. Gli eletti non sarebbero più nominati dai segretari partito ma scelti tra i candidati attraverso la preferenza unica». Il Senato verrebbe eletto su base regionale con metodo proporzionale, senza premio di maggioranza in collegi uninominali, con una soglia di sbarramento determinata dall'ampiezza delle Circoscrizioni.

La soluzione proposta però ha subito suscitato polemiche e le critiche di Mario Segni, che guidò le bataglie referendarie dei primi anni '90. «Il referendum Passigli è il ritorno alla peggiore partitocrazia - ha detto - al periodo più squallido della prima Repubblica, ai governi fatti e disfatti dai partiti alla spalle dei cittadini».

«Il Porcellum è una legge che merita di essere abrogata, non dimentichiamo che venne imposta nel 2005 per depotenziare la legge Mattarella che era stato frutto sia pure distorto del referendum del 1993. il Porcellum, però, va abrogato per andare avanti e non per tornare indietro, anzi il risultato di questo strambo referendum sarebbe peggio ancora della legge elettorale della Prima Repubblica perché ci ritroveremmo con una legge elettorale proporzionale senza la facoltà di scelta dei cittadini nè per i governo né per i candidati», ha dichiarato invece il costituzionalista Augusto Barbera.

Giovedì 16 Giugno 2011 - 20:16    Ultimo aggiornamento: 20:36




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L'ultima di Santoro: "La7 non è libera ha paura delle ritorsioni del governo"

di Redazione

Il conduttore di Annozero non è ancora a La7 ma vede già censure ovunque: Telecom non può fare liberamente "campagna acquisti" perchè altrimenti il Governo "potrebbe usare tutti i mezzi per sparare su Telecom"


Nemmeno La7 è libera. Di chi è la colpa? Ovviamente di Berlusconi. E' l'ultima sparata di Santoro. Telecom non può fare liberamente "campagna acquisti" perchè altrimenti il Governo "potrebbe usare tutti i mezzi per sparare su Telecom". Lo ha affermato Michele Santoro ai microfoni del programma di Radio2 Un Giorno da Pecora. In merito alle affermazioni dell’Ad di La7, Giovanni Stella, che al Fatto Quotidiano aveva detto di aspettare "sotto il banano Rai i macachi-conduttori che pensano di scendere", Santoro ha detto che "i quattro macachi sarebbero i programmi sgraditi alla Rai, che se ne vorrebbe liberare.

Lui diceva: ’io non faccio niente per andare sugli alberi ad offrire cesti di banane a questi macachi perchè abbandonino la loro azienda, ma se mi cadono addosso, cosa posso fare se non farli lavorare per forza?’. Questa è la più straordinaria descrizione del conflitto di interessi che io abbia mai sentito. Perchè in sostanza lui dice: io sono in una tv che fa parte di un grande gruppo telefonico, la Telecom, sarebbe un guaio se Telecom usasse le sue risorse per andare a fare una campagna acquisti nel campo dei concorrenti di Berlusconi".
Secondo il giornalista, Telecom non potrebbe scegliere i conduttori che vuole "perchè altrimenti il Governo potrebbe usare tutti i mezzi a sua disposizione per sparare su Telecom". "Se Stella non può andare contro il Governo - ha aggiunto Santoro -, invece quello che può fare è che nell’ambito del confine che gli è stato disegnato intorno e oltre il quale non si può muovere, può dire a qualcuno: ’lavora, fatti tu i soldi da solo e ti ripaghi da solò.

Nella situazione italiana mi sembra un atto di straordinario coraggio, che ci fa capire qual è la nostra situazione, in cui Mediaset perde tutte le gare degli ascolti ma continua a guadagnare denaro. È un mistero a livello mondiale, tra un pò metteranno il monoscopio e continueranno a fare soldi". Secondo Santoro, la percentuale del suo possibile passaggio a La7 è del "100%, se le loro intenzioni fossero buone, concrete e rispettose delle nostre prerogative. Bisogna soltanto aspettare".
Intanto, l’uscita di Michele Santoro dalla Rai potrebbe essere affrontata dal prossimo cda che si terrà giovedì prossimo, il 23 giugno. Nella riunione di oggi, a quanto si apprende da fonti consiliari, il dg Lorenza Lei avrebbe consegnato alla segreteria del consiglio i documenti sulla transazione economica tra l’azienda e il conduttore, accordo non passato precedentemente in Cda perché inferiore ai 2,5 milioni di euro ma sul quale l’opposizione e parte della maggioranza hanno però sollevato critiche, in particolare per l’assenza di una clausola di non concorrenza. 




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Il rimpanto di D'Alema sul conflitto di interessi Sugli immigrati: garantire loro il diritto di voto

di Redazione

Il presidente del Copasir in un incontro alla fondazione del Corsera parla a 360 gradi. "Fu un errore non approvare la legge sul conflitto di interesse durante il primo governo Prodi". Sugli immigrati: "Un paese che non garantisce loro il diritto al voto è una democrazia spartana". E sul governo: "La maggioranza è debole, aspetto Pontida"


Nostalgico, ma puntiglioso. Da sempre interessato al dialogo con i cattolici e fermo sostenitore dell'apertura del voto agli immigrati. E' il "nuovo" ritratto di Massimo D'Alema, dipinto dalle sue stesse parole, pronunciate oggi a margine di un incontro alla fondazione del Corriere della Sera a Milano per la presentazione del libro "In ascolto dell’altro" di monsignor Enrico Dal Covolo. Il presidente della fondazione ItalianiEuropei torna a parlare della legge sul conflitto di interessi e recita un celato mea culpa, ponendosi in accordo con quanto affermato da un altro nostalgico della sinistra, Walter Veltroni, il quale ha affermato che "fu un errore" non approvare una legge sul conflitto di interessi ai tempi del primo governo Prodi.
D'Alema non ha però lesinato un appunto al collega Veltroni, affermando che:"l’assunto è giusto ma non la deduzione che non corrisponde a quanto è effettivamente avvenuto. Se infatti fu un errore non fare quella legge, l’impegno sulla bicamerale in realtà non c’entra nulla perché fu discussa e approvata insieme al conflitto di interessi alla Camera nello stesso periodo, nel marzo 1998, poi però non si riuscì a completare l’iter".
Poi il tema affrontato cambia e si passa ad analizzare il rapporto con i cattolici. "Ho sempre avuto un enorme interesse nel dialogo col mondo cattolico e con la Chiesa", c’è un parallelismo tra la vocazione sacerdotale e la politica intesa come scelta di vita che è anch’essa vocazione. C’è anche lì una "chiamata" per chi sceglie la politica che, in genere, arriva nell’età giovanile perché si sente il bisogno di fare qualcosa".
Infine, D'Alema ha auspicato un Italia in cui gli immigrati possano avere il diritto di voto. "Che democrazia è - si è chiesto D’Alema - una in cui milioni di lavoratori che contribuiscono alla ricchezza del Paese, penso ai lavoratori immigrati, non hanno diritto di voto. Somiglia di più a una democrazia spartana che non ad una democrazia moderna".
E poi ha detto di guardare con attenzione alla manifestazione della Lega a Pontida. "Attendo con rispetto ciò che la Lega dirà e sono convinto che lentamente si fa strada la consapevolezza della difficoltà della situazione in cui ci troviamo. Tutte le persone dovrebbero rendersi conto che il governo ha davanti a se una situazione così complicata, che un governo così debole, con una maggioranza debole e senza fiducia dei cittadini non è in grado di affrontarla. Problemi talmente grandi che l’insostenibilità della situazione si farà strada nella consapevolezza di tutti. Forse l’ultimo sarà Berlusconi".



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Pino Insegno, un mistero a Raiuno

Corriere della sera


Il direttore di Rai1 Mauro Mazza sarà ricordato come il benefattore di Pino Insegno, il suo artista preferito, un presentatore che, nell'ordine, precede Pupo, Emanuele Filiberto e qualche altro personaggio di cui mi sfugge il nome. Ormai non si contano più i programmi che Mazza ha affidato al comico romano, contribuendo non poco alla soluzione di un annoso dibattito: perché quelli di destra non sanno fare tv? Su «TeleVisioni», il forum del Corriere, alcuni lettori attribuiscono al sindaco Alemanno la non resistibile ascesa di Insegno. Siccome non mi occupo di retroscena, preferisco osservare con attenzione quello che succede in scena.

Insegno nasce come comico della Premiata ditta e un giorno mi piacerebbe incontrare uno spettatore, uno solo, a cui i quattro sono riusciti a strappare un sorriso. A Pino si devono alcuni infelici programmi come «Vieni avanti cretino» o «Insegnami a sognare». Eppure, da quando dirige la rete ammiraglia, Mazza ha puntato su di lui per la conduzione di «L'anno che verrà», «Me lo dicono tutti» e adesso di «Reazione a catena», il game-show estivo che sostituisce l'«Eredità» (Rai1, dal lunedì al venerdì, ore 18.50).

Francamente mi sarei aspettato l'ideazione di un bel programma di approfondimento da affidare a Pietrangelo Buttafuoco o la scoperta di qualche giovane e brillante conduttore da opporre ai Fazio e alle Dandini. Ma la risposta è sempre stata una sola: Pino Insegno, e poi ancora Pino Insegno, Pino Insegno per sempre.

Mi è già capitato di scrivere, a proposito di Insegno, che il suo modo di fare tv rispecchia il conformismo che regna nella tv generalista e si traduce quasi sempre in prodotti che danno l'impressione di accontentarsi, di scegliere la soluzione più facile e scontata. Il tutto generato da uno strano miscuglio di scarso amore per il mezzo, di pigrizia mentale, di mancanza di coraggio.
Ma a che serve polemizzare con il nulla? Non tutto è perduto: resta pur sempre Carlo Conti.


Aldo Grasso
17 giugno 2011



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