giovedì 16 giugno 2011

Rifiuti, la Lega "scarica" Napoli Scontro e blocco di Comune e Regione Da domani nuovo dramma-sacchetti

Il Mattino

Caldoro: Comuni e Province sotto pressione. Sono pronto a chiedere lo stato di emergenza al Governo



"Fumata nera" in Consiglio dei ministri a Roma sul dramma dei rifiuti a Napoli. Infatti il provvedimento sui rifiuti di Napoli e della Campania non è stato proprio discusso.
Secondo quanto si apprende da fonti di governo informate sull'argomento, alla base dello slittamento ci sarebbe la necessità di apporre «ulteriori approfondimento».

La questione riguarda la possibilità che i rifiuti prodotti in Campania possano essere trasportati in altre regioni, cosa che invece viene vietata a causa del codice europeo identificativo per quella tipologia di lavorazione di rifiuti.

Il fatto è che la Lega non vuole dare il via libera al trasferimento dei rifiuti, e la Regione, nella figura del presidente Caldoro, non ha poteri operativi senza poteri speciali che dovrebbero arrivare sempre dal Governo.

Così la situazione ritorna ai livelli di massima emergenza con il doppio paradosso che Regione e Comune non solo non possono operare di concerto per cercare lo smaltimento, ma in più continuano a scontrarsi sulle strategie da adottare per il futuro. Con la Regione che insiste per il termoivalorizzatore. E la nuova giunta De magistris che punta invece al riciclaggio integrale attraverso la differenziata.

Quele che è certo, è che nei prossimi giorni i cumuli di spazzatura tornaranno a salire verso i primi e secondi piani dei palazzi di Napoli.

Allarmante infatti il commento del governatore Caldoro che non esclude, sulla scorta delle istanze che gli stanno pervenendo da enti locali ormai allo stremo, di chiedere lo stato di emergenza. «La situazione è drammatica - dice Caldoro a margine della conferenza dell'Ipalmo su 'La primavera araba e l'Europà in corso a Napoli - ci auguriamo il governo intervenga in tempi rapidi. Non posso che registrare allo stato una situazione drammatica - ribadisce - così come ci viene trasferita da Comuni e Province che hanno esclusiva competenza sui rifiuti e che registrano problemi di criticità.

Abbiamo fatto sentire la nostra voce al governo per garantire un provvedimento che possa dare una mano ai flussi regionali per arrivare poi alle decisioni strutturali che sono le discariche, la differenziata e gli impianti intermedi. Ma ci vorrà del tempo - ricorda - perchè si realizzino gli impianti dopo venti anni di fermo assoluto. E infine gli impianti finali, con il termovalorizzatore, la cui realizzazione stamattina, ricordo, ci è stata chiesta dall'Europa. L'Europa, infatti, - ha precisato il governatore - tra le procedure di infrazione sottolinea che non ci sono impianti sufficienti in Campania e tra gli impianti ritiene centrali i termovalorizzatori».

Dinanzi a una situazione così difficile si delinea all'orizzonte la possibilità per la Regione di chiedere al governo lo stato di emergenza: «Se devo prendere atto delle richieste che vengono dai comuni di Napoli e Salerno e dalle province di Napoli, Salerno e Benevento, dove c'è una situazione di
criticità - sottolinea il governatore - non escludo la possibilità che siano le stesse Province e i Comuni a chiedere alla Regione di comunicare al governo la richiesta di stato di emergenza. Aspettiamo i prossimi giorni e le prossime ore - conclude delineando la tempistica - sentiremo i sindaci e i presidenti delle Province e poi prenderemo una decisione».




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Adesso tra i moralisti dell'Idv spunta il sexygate Presunte proposte sessuali in cambio di poltrone

di Redazione

In una denuncia presentanta da Michele Cagnazzo, ex responsabile del partito, e riportata dall'espresso.repubblica.it, si parla di proposte sessuali in cambio di posti di lavoro in Parlamento. Coinvolti Pedica e Zazzera, il quale nega tutto: "E' un'azione diffamatoria, querelerò Cagnazzo" 


Nella casa dell'Italia dei valori spunta lo scandalo del sexygate. Che va a smorzare l'entusiasmo successivo alla vittoria nei referendum, promossi dal leader Di Pietro. Infatti, secondo quanto riporta l'Espresso, a turbare i pensieri dell'Idv ci sarebbe la denuncia presentata il 14 giugno alla Procura di Bari da Michele Cagnazzo, esperto di criminalità organizzata ed ex responsabile per l'Idv dell'Osservatorio pugliese sulla legalità. E la storia che ne viene fuori presenterebbe un mix esplosivo di sesso, politica.
"Uno scenario tutto da dimostrare, naturalmente, al centro del quale si trova C. M., una donna di 31 anni che Cagnazzo incontra nell'aprile 2010 negli uffici baresi dell'Italia dei Valori. "Dopo alcune frequentazioni", scrive nella denuncia, "mi accorsi del fatto che versava in uno stato di non indifferente alterazione emotiva", tant'è che in seguito, acquisita maggiore familiarità, "mi confidava di essere stata vittima di insistenti avances e ricatti da parte del senatore della Repubblica Stefano Pedica e del deputato Pierfelice Zazzera, entrambi iscritti all'Idv", scrive l'espresso.repubblica.it.  Zazzera, 43 anni, ex parlamentare Idv e coordinatore regionale del partito in Puglia e Pedica, 53 anni, ex Udr. La denuncia farebbe emergere promesse di lavoro in Parlamento in cambio di "favori sessuali". Adesso la parola spetta agli inquirenti che avranno il compito di accertare se le accuse siano fondate e supportate da prove o se nella casa dei moralisti dell'Italia dei valori ci sia qualche mela mercia.

"Nei miei confronti è in atto una vera e propria azione diffamatoria": così il deputato dell’Idv Pierluigi Zazzera ha commentato. "Nei confronti di Cagnazzo ho già presentato una querela penale a febbraio, quando su internet Cagnazzo affermava queste cose, e una denuncia nei suoi confronti è stata presentata anche da Pedica. L’unica cosa certa è che Cagnazzo ha una querela penale nei suoi confronti. Così come appare poco chiaro perché la denuncia non è stata presentata dalla donna ma è stata presentata da Cagnazzo. Mi sarei aspettato che mi querelasse la persona interessata, invece lo ha fatto lui. Ho già dato mandato ai miei legali per querelare Cagnazzo la seconda volta. È un diffamatore. Una persona che non è rimasto evidentemente soddisfatto da questioni interne all’Idv e ha reagito così, diffamando. È una "vendetta" da parte di chi non ha evidentemente ottenuto ciò che voleva".
"Provo amarezza - continua Zazzera - nel vedere che c’è chi fa politica in questo modo. È molto triste. Sono senza parole per tutto quello che viene raccontato. Chi mi conosce sa bene come sono fatto: io non frequento serate mondane. Non temo nulla. Siamo sereni e vedremo quello che accadrà, vedremo se la Procura riterrà di approfondire la questione, di ascoltarci".




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Pecore brucano nel giardino dell'ospedale

Corriere della sera

Visita quotidiana di un gregge nel cortile del San Filippo Neri: «Gli ovini arrivano, passeggiano un'ora tra pazienti e parenti e poi vanno via». Il direttore: mai viste


ROMA - Roma, ospedale San Filippo Neri, ore 20.00. Con tutta naturalezza, un gregge di pecore, una ventina circa, passeggia indisturbato e con una certa confidenza nel giardino dell'ospedale. Sembrano di casa, e in effetti lo sono. Ogni giorno, infatti, proprio al calare del sole, gli ovini oltrepassano il cancello dell'Ospedale sulla Trionfale, per concedersi una passeggiata serale.


Pecore in via di Casalotti
Pecore in via di Casalotti
«TUTTE LE SERE» - «Abbiamo sempre le pecore, noi», dice un'infermiera del pronto soccorso. «Qua vicino c'è un pastore e il gregge viene qua tutte le sere», prosegue. Le pecorelle conoscono bene la strada e non c'è nemmeno bisogno che il loro padrone le accompagni. Arrivano in piena autonomia, brucano nel prato dell'ospedale, in mezzo ai pazienti e ai familiari dei ricoverati incuriositi. Il tempo di una passeggiata di nemmeno un'ora, e poi il rientro nell'ovile. Qualcuno fa delle foto, qualcuno protesta, altri ancora tirano dritti incuranti. La cosa è comunque piuttosto insolita e solleva qualche dubbio sulla situazione igienica. «Dicono di metterci le mascherine, e poi qua vediamo le pecore girare tranquille all'ospedale», dice una donna. «Beh, non disturbano e nemmeno sporcano», ribatte un signore. In fin dei conti, infatti, le pecore non sembrano arrecare alcun disturbo. Ma oltre a suscitare la curiosità dei pazienti rimane la sensazione che in un ospedale non siano previste aree di pascolo, anche per pecore così ben educate.

«MAI VISTE» - Le pecore nel prato dell'ospedale? «È una situazione che non mi è stata mai segnalata prima, altrimenti saremmo intervenuti subito»: risponde così il direttore sanitario dell'ospedale San Filippo Neri, Lorenzo Sommella, contattato dall'agenzia TMNews. «Non abbiamo mai avuto segnalazioni di questo genere - prosegue il direttore sanitario alquanto sorpreso - la cosa mi sorprende molto anche perché è tutto recintato. Ci sono però vaste aree di ristrutturazione e dei cantieri aperti, per cui potrebbero essersi create delle falle nelle recinzioni che verranno riparate immediatamente». (fonte TmNews)

16 giugno 2011



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Lui cambia sesso dopo il matrimonio: la Corte impone separazione dei coniugi

Mac e Jesus: scoppia la polemica

La Stampa






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Foto del giorno

Awake surgery»: operare il cervello di un paziente sveglio

Corriere della sera


Impressionante chiacchierare con il malato mentre gli si apre il cranio, ma salva la capacità di linguaggio


«Awake surgery»: si opera con paziente sveglio
MILANO – Si chiama awake surgery, neurochirurgia a paziente sveglio. Una tecnica difficile e che certo fa impressione, ma d’importanza cruciale in alcuni casi. L’hanno utilizzata nei giorni scorsi i neurochirurghi dell’ospedale Bellaria di Bologna che hanno eseguito una craniotomia con rimozione di un tumore cerebrale su di un malato cosciente. «La lesione è stata asportata completamente evitando la compromissione di altre aree sane del cervello come quelle che comandano i movimenti e il linguaggio», spiegano dall’Azienda bolognese. L’intervento, concluso con successo in cinque ore, è stato articolato in tre fasi: la prima, preparatoria, in anestesia generale;  poi la rimozione del tumore con il paziente sveglio, durante la quale i medici hanno chiesto di eseguire semplici movimenti e di pronunciare qualche parola; infine, nella fase conclusiva il malato è stato addormentato nuovamente.

I VANTAGGI DI UN’ESPERIENZA «FORTE» - «Questa tecnica è particolarmente indicata in caso di gliomi di basso grado, per rimuovere lesioni localizzate in stretta vicinanza alla zona del linguaggio - spiega Francesco DiMeco, direttore della prima divisione di neurochirurgia all’Istituto neurologico Besta di Milano, dove da diversi anni si applica la awake surgery -. Certo al paziente è richiesta collaborazione e la procedura comporta un certo grado di stress, nel complesso non è un’esperienza facile, ma in sala operatoria c’è un’equipe altamente preparata composta anche da neuro-psicologi e personale infermieristico appositamente addestrati.

Sembra surreale, ma si fa conversazione e si spiega cosa si sta facendo, in modo da tranquillizzare il più possibile l’interessato». I vantaggi di essere operati da svegli sono scientificamente provati: poiché nessun test diagnostico può stabilire con precisione la funzione delle zone cerebrali su cui s’interviene e, se il malato è vigile, può contribuire a «guidare la mano del chirurgo» (in pratica vengono eseguiti specifici test neuro psicologici per il linguaggio, chiedendo ad esempio i nomi di alcune cose o di riconoscere oggetti mostrati su disegni) aiutandolo a eliminare il tumore senza toccare quell’area del nostro cervello predisposta a governare il linguaggio.

RISERVATA A DETERMINATI PAZIENTI In realtà esistono tre metodiche differenti, sempre eseguite in anestesia locale: la asleep-awake-asleep (dormi-veglia-dormi) prevede di addormentare il malato nella prima parte dell’operazione (quella in cui si apre il cranio) e di svegliarlo quando si è arrivati al momento dell’intervento sul cervello in cui è necessario che risponda alle domande, per poi sedarlo nuovamente; la awake-asleep, che non comporta l’asspopimento del paziente in fase di chiusura del cranio e una terza soluzione (awake anestesia) che invece prevede di tenere la persona sempre sveglia. «In ogni caso, rischi aggiuntivi rispetto alla chirurgia tradizionale non ce ne sono – continua DiMeco -.

Anzi, in questo modo possiamo effettuare una prevenzione più efficace di eventuali danni collaterali. E, visto che il cervello non sente dolore, si fa solo un’anestesia locale, che consente anche un recupero più veloce e meno rischi di complicanze rispetto alla neurochirurgia standard». E’ però fondamentale scegliere il tipo di paziente su cui eseguirla, non solo in base alla malattia (che dev’essere ovviamente localizzata in un unico punto), ma anche testando le sue capacità di controllo dell’ansia e paura del dolore. Se intervenire sul cervello è già di per sé un’operazione complicata, infatti, farlo in questo modo lo è ancor di più. Ecco perché questa tecnica dovrebbe essere applicata solo in centri altamente specializzati, con chirurghi di grande esperienza e un team multidisciplinare (infermieri, anestesisti, neuropsicologi e neurofisiologi) altrettanto preparato.

Vera Martinella (Fondazione Veronesi)
16 giugno 2011



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Duomo, «obolo» per finanziare i restauri

Corriere della sera


Mons. Manganini: occorre separare i flussi dei turisti e dei fedeli, per i quali l'accesso deve rimanere libero


MILANO - Introdurre un «piccolo obolo d’ingresso» in Duomo per i turisti, per far fronte alle sempre crescenti spese per la manutenzione della cattedrale. Ci sta pensando la Veneranda Fabbrica del Duomo, come ha annunciato, a margine della presentazione dei lavori di restauro della guglia maggiore, l’arciprete Luigi Manganini. «Se si trovasse il modo di separare il flusso dei fedeli, della diocesi e non solo, dai turisti, non sarei contrario a introdurre un piccolo contributo per la visita del Duomo», ha detto l'arciprete. Questo però «senza arrivare agli estremi di certe cattedrali che sono ormai solo musei, come quella di Firenze in cui nei giorni feriali non ci sono nemmeno le panche». «Per ora c'è una sensibilità diocesana di cui bisogna tenere conto», ha osservato, perché quella milanese è la diocesi più grande d'Europa e una delle più grandi al mondo, e oltre ai turisti attira anche tantissimi fedeli da luoghi relativamente lontani, fedeli ai quali non sarebbe giusto far pagare l'ingresso. Dunque al momento si tratta solamente di un’ipotesi, con allo studio le possibili soluzioni «per separare i flussi dei turisti e dei fedeli che ora convivono completamente». «Sui fondi dovete chiedere ai tecnici e agli amministratori - ha aggiunto l'arciprete -, qualcosa c'è, ma c'è ancora molto da raggranellare. Vorremmo che fossero frutto anche della collaborazione di tutti i cittadini ambrosiani e di tutti coloro che amano e visitano questa città, basti pensare alla moltiplicazione dei turisti alla quale abbiamo assistito negli ultimi mesi».

IL RESTAURO - La Veneranda Fabbrica del Duomo ha intrapreso nel 2009 la complessa e delicata opera di restauro e consolidamento della Guglia Maggiore. È il terzo grande intervento a partire dal 1774, data in cui la Guglia è stata inaugurata con la posa della Madonnina, divenuta simbolo della città di Milano. Si prevede che i lavori giungeranno a compimento tra il 2013 e il 2014. Ad oggi, è stato terminato l'allestimento del ponteggio ed è in fase di realizzazione la prima parte del restauro, avviato grazie al sostegno di Arcus SpA e a seguito della firma di un accordo di programma «per il restauro e la valorizzazione del Duomo di Milano» siglato tra la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardia, la Regione Lombardia, la Provincia e il Comune di Milano e, per adesione, la Veneranda Fabbrica del Duomo.

ASCENSORE PANORAMICO - Entro la fine dell’anno il Duomo avrà un ascensore panoramico, esterno e trasparente, sul lato di palazzo Reale. Lo ha annunciato il presidente della Veneranda Fabbrica, Angelo Caloia. I lavori per realizzare il progetto, di cui si parla da tempo, «potrebbero partire anche domani - ha spiegato Caloia - perché abbiamo preso tutte le delibere necessarie», ma tenendo conto dei tempi per completare l’iter autorizzativi «i lavori partiranno fra qualche mese» perché «vogliamo che sia realizzato per la fine dell’anno». Il nuovo ascensore panoramico sarà collocato sul lato della cattedrale verso piazzetta Reale, vicino alla facciata, porterà dalle 12 alle 15 persone sulle terrazze e «consentirà vedute straordinarie con funzionalità e condizioni di sicurezza uniche», ha spiegato Caloia.

LA MOSTRA - In occasione della conferenza stampa, è stato inaugurato un percorso per immagini delle fasi più significative dei restauri. Disposti davanti alle guglie sul lato nord della terrazza principale, 30 pannelli illustreranno al pubblico l'impegno della Veneranda Fabbrica, che da 600 anni si prende cura di uno dei monumenti più visitati al mondo per mantenerlo nelle migliori condizioni. Alla conferenza stampa hanno partecipato il presidente della Veneranda Fabbrica Angelo Caloia, il Presidente di Arcus Ludovico Ortona, il direttore della Veneranda Fabbrica Benigno Morlin Visconti Castiglione e il direttore generale di Arcus Ettore Pietrabissa.


Redazione online
16 giugno 2011



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Bolzano, la Figc dà torto agli arbitri: si rigioca la partita del rigore pazzo

Il Mattino


Per l'associazione nazionale dei direttori di gara valido il gol del Termeno, ma la Commissione disciplinare la smentisce


BOLZANO - Continua a far discutere il clamoroso episodio del rigore calciato dal Termeno durante lo spareggio con il Dro nel campionato di Promozione del Trentino Alto Adige per decretare la terza squadra promossa al campionato di Eccellenza. L'arbitro aveva convalidato il gol. Sulla questione è intervenuto ufficialmente il settore tecnico dell'Aia, l'associazione italiana arbitri: "Il settore tecnico dell'Aia precisa che la decisione assunta dall'arbitro nel caso in esame di ritenere valida la segnatura della rete, dopo che il pallone aveva rimbalzato prima sulla traversa e poi alcune volte sul terreno di gioco prima di varcare la linea di porta tra i plai e sotto la traversa, deve essere considerata corretta".

La precisazione dell'Aia, pubblicata sul sito ufficiale per fare chiarezza per tutti gli arbitri italiani, prosegue: "Ciò anche alla luce della corrente interpretazione secondo la quale l'effetto del calcio di rigore deve essere considerato come prodotto quando non c'è più possibilità che sia segnato un gol. In altre parole, fino a che il pallone è in movimento, l'arbitro deve considerare l'effetto del calcio di rigore come non prodotto. A maggior chiarimento di quanto riportato dalla guida pratica dell'Aia a pag. 164, domanda n. 12 lett. c, il "rimbalza indietro in gioco" è da considerarsi come "rimbalza sul terreno di giuoco e resta nello stesso".




Tutto valido, allora? Macché. Sull'episodio si è espressa la commissione disciplinare della Figc, respingendo il ricorso presentato dal Termeno dopo il pronunciamento del giudice sportivo, che aveva stabilito di ripetere la gara. Ecco la motivazione: "la palla colpita dal giocatore del Termeno ha colpito la traversa, è rimbalzata sul terreno di gioco nei pressi della linea d’area di porta ed in quel momento il periodo di gioco ha avuto termine. Il fatto che successivamente sia poi rotolata verso la porta superando la linea non rileva perché come visto, il periodo di gioco era già terminato". Ora si attende che la commissione regionale della Figc comunichi data e luogo.

Giovedì 16 Giugno 2011 - 10:33    Ultimo aggiornamento: 10:34




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Padre Pio, vita, stigmate e santificazione

Corriere della sera


Nasce Francesco Forgione (padre Pio)
• Viene al mondo alle cinque del pomeriggio, nel quartiere Castello di Pietrelcina, a pochi chilometri da Benevento. È il quarto dei sette figli di Grazio Forgione (detto “Razio” o “zi’ Razio”) e Giuseppa Di Nunzio, poveri e semplici contadini che abitano nel cuore del borgo (un’abitazione dagli ambienti non comunicanti lungo il vico Storto Valle) e coltivano un pezzo di terra in contrada Piana Romana.
Francesco Forgione (padre Pio) viene battezzato
• Il bimbo viene battezzato all’alba nella chiesa di Sant’Anna da don Nicolantonio Orlando. Al nuovo arrivato in casa Forgione viene dato il nome di Francesco, per antica devozione di mamma Peppa al santo di Assisi.
Prima comunione e cresima di Francesco Forgione
• All’età di dodici anni, Francesco riceve la prima comunione e la cresima dall’arcivescovo di Benevento, Donato Maria dell’Olio. Finora Francesco non ha frequentato regolarmente la scuola perché ha dovuto dare una mano ai genitori nel lavoro dei campi. Solo a questa età comincia a studiare sotto la guida di don Domenico Tizzani che, in due anni, gli fa completare il programma delle elementari. Poi passa agli studi ginnasiali.

Francesco Forgione (padre Pio) entra in noviziato
• Già a quattordici anni decide di entrare in convento affascinato da fra’ Camillo, un questuante che dal convento di Morcone (Benevento) scende spesso a Pietrelcina, ma la sua prima domanda viene rifiutata. La seconda volta, invece, viene accettato nel noviziato dell’ordine dei Frati Minori Cappuccini, a Morcone.
Francesco Forgione prende il nome di fra’ Pio
• Veste per la prima volta l’abito francescano. D’ora in poi si chiamerà fra’ Pio. Alla fine dell’anno di prova, fa la professione dei voti semplici e viene mandato a Sant’Elia a Pianisi (Campobasso) per il noviziato vero e proprio. In questi anni fra’ Pio è colpito da una bronchite asmatica che lo accompagnerà fino alla morte. Ma soffre anche di altri malanni: una calcolosi renale grave, con coliche frequenti; una specie di gastrite cronica che col tempo si trasformerà in ulcera; infiammazioni dell’occhio, del naso, dell’orecchio e della gola; rinite e otite croniche.
I voti solenni di fra’ Pio
Fra’ Pio emette la professione dei voti solenni per “attendere al bene dell’anima e dedicarmi intieramente al servizio di Dio”. A fine ottobre si trasferisce a Serracapriola (Foggia) per iniziare lo studio della sacra teologia sotto la guida di padre Agostino da San Marco in Lamis. Nel mese di novembre, lo studio della teologia prosegue a Montefusco.
Fra’ Pio viene ordinato sacerdote
• Francesco Forgione viene ordinato nel sacello dei canonici nel duomo di Benevento. Non ha ancora 24 anni (età minima per l’ordinazione), ma il vescovo, Paolo Schinosi, decide di fare un’eccezione. Quattro giorni dopo, il 14 agosto 1910, celebra la sua prima messa a Pietrelcina.
Padre Pio al servizio militare
• Il giovane prete viene chiamato al distretto militare di Benevento per la visita di leva. Un mese dopo è assegnato alla Decima compagnia sanità di Napoli. Svolge il servizio con molte licenze per motivi di salute, sino a essere definitivamente riformato, tre anni più tardi, a causa di una «broncoalveolite doppia».
Padre Pio viene mandato a Foggia
• Il giovane frate resta nel capoluogo del Tavoliere circa sette mesi, dimorando nel convento di Sant’Anna.
Padre Pio viene mandato a San Giovanni Rotondo
• Durante l’estate padre Pio ha già trascorso una settimana a San Giovanni Rotondo, invitato da padre Paolino di Tommaso da Casacalenda. Il 13 agosto 1916 scongiura il superiore provinciale di mandarlo per un po’ di tempo a San Giovanni Rotondo, «dove Gesù mi assicura che starò meglio». Quindici giorni dopo, ottiene il trasferimento in via provvisoria. [devotidipadrepio.xoom.it]
Padre Pio e l’assalto del Serafino
• Padre Pio riceve la grazia della “trasverberazione”, fenomeno conosciuto anche come “assalto del Serafino”. In una lettera del 21 agosto il frate racconta: «Me ne stavo confessando i nostri ragazzi quando tutto di un tratto fui riempito di un estremo terrore alla vista di un personaggio celeste… Teneva in mano una specie di arnese, simile ad una lunghissima lamina di ferro con una punta bene affilata… Vedere tutto questo ed osservare detto personaggio scagliare con tutta la violenza il suddetto arnese nell’anima, fu tutto una cosa sola… Da quel giorno in qua io sono stato ferito a morte. Sento nel più intimo dell’anima una ferita…».
Le stimmate di padre Pio
• «Era la mattina del 20, dopo la celebrazione della messa, allorché venni sorpreso dal riposo, simile a un dolce sonno. Tutti i sensi interni ed esterni, non che le stesse facoltà dell’anima si trovarono in una quiete indescrivibile. In tutto questo vi fu un totale silenzio intorno a me e dentro di me; vi subentrò subito una gran pace ed abbandono alla completa privazione del tutto e una posa nella stessa rovina. Tutto questo avvenne in un baleno. E mentre tutto questo si andava operando, mi vidi dinanzi un misterioso personaggio, simile a quello visto la sera del 5 agosto, che differenziava in questo solamente che aveva le mani ed i piedi ed il costato che grondava sangue. La sua vista mi atterrisce: ciò che sentivo in quell’istante in me non saprei dirvelo. Mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto a sostenere il cuore, il quale me lo sentivo sbalzare dal petto. La vista del personaggio si ritira e io mi vidi che mani, piedi e costato erano traforati e grondavano sangue. Immaginate lo strazio che sperimentai allora e che vado esperimentando continuamente quasi tutti i giorni. La ferita del cuore gitta assiduamente del sangue, specie dal giovedì sera sino al sabato».

• L’accusa. Il farmacista Valentini Vista racconta al vescovo di Foggia, monsignor Salvatore Bella, che sta raccogliendo un dossier per il Vaticano su padre Pio, come è andato l’incontro della cugina, Maria De Vito, lei stessa proprietaria di una farmacia, con il frate: «Quando ella tornò a Foggia mi portò i saluti di padre Pio e mi chiese a nome di lui e in stretto segreto dell’acido fenico puro dicendomi che serviva per padre Pio, e mi presentò una bottiglietta della capacità di un cento grammi, bottiglietta datale da padre Pio stesso, sulla quale era appiccicato un bollino col segno del veleno (cioè il teschietto di morte) e la quale bottiglietta io avrei dovuto riempire di acido fenico puro che, come si sa, è un veleno e brucia e caustica enormemente allorquando lo si adopera integralmente. A tale richiesta io pensai che quell’acido fenico adoperato così puro potesse servire a padre Pio per procurarsi o irritarsi quelle piaghette alle mani». «Agli atti del Sant’Uffizio figurava anche la trascrizione di una seconda lettera autografa del cappuccino a Maria De Vito, il cui poscritto corrispondeva esattamente al tenore della deposizione di quest’ultima: “Avrei bisogno di un 4 grammi di veratrina. Ti sarei molto grato, se me la procurassi costì, e me la mandassi con sollecitudine”». [Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi]

• La difesa. «Non esiste alcuna prova che quei quattro grammi di acido fenico – sostanza con proprietà antisettiche, usato solitamente come disinfettante – siano stati adoperati dal futuro santo per provocarsi le ferite. E dalle migliaia di pagine del processo canonico emerge un’altra verità. Le stimmate di padre Pio furono esaminate attentamente dal professor Festa, che il 28 ottobre 1919 scrisse una dettagliatissima relazione accertando che esse “non sono il prodotto di un traumatismo di origine esterna, e che neppure sono dovute all’applicazione di sostanze chimiche potentemente irritanti”. Anche il dottor Bignami fece un esperimento sulle mani di padre Pio, sigillando le sue piaghe per due settimane, con tanto di firme di controllo. Alla riapertura delle bende, sanguinavano come il primo giorno e non si erano né rimarginate né infettate. La prova dell’inconsistenza dell’accusa sta proprio in questo: se il frate si fosse procurato con l’acido le piaghe, queste si sarebbero chiuse oppure sarebbero andate in suppurazione. Per cinquant’anni, invece, sono rimaste inspiegabilmente aperte e sanguinanti». [Andrea Tornielli, il Giornale 24/10/2007]
Prima indagine medica sulle stimmate di padre Pio
• Luigi Romanelli, primario dell’ospedale di Barletta, che già era stato da padre Pio l’anno prima per chiedere una grazia, scrive una relazione sulle stimmate al ministro provinciale dell’ordine cappuccino, padre Pietro da Ischitella: « È da escludersi che la etiologia delle lesioni di padre Pio sia di origine naturale, ma l’agente produttore debba ricercarsi senza tema di errare nel soprannaturale». [Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi]
Seconda indagine medica sulle stimmate di padre Pio
• L’ordine dei cappuccini sollecita il parere di Amico Bignami, ordinario di Patologia medica all’università di Roma. Secondo lui quelle «stimmate» erano cominciate come prodotti patologici (necrosi neurotonica multipla della cute) ed erano state completate, forse inconsciamente per un fenomeno di suggestione, o con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio.
Padre Gemelli esamina padre Pio: «Psicopatico, autolesionista ed imbroglione»
• Il prete-scienziato Agostino Gemelli, ex socialista diventato francescano che di lì a un anno fonderà l’Università Cattolica del Sacro Cuore (7 dicembre 1921), va a trovare padre Pio a San Giovanni Rotondo e trascorre con lui una manciata di ore. «Per ammissione di Gemelli stesso, non vi fu affatto una visita medica: non esame istologico della piaghe di padre Pio, né esame neurologico del paziente. Si trattò piuttosto di “un interrogatorio psichiatrico”, cui il francescano sottopose il cappuccino “senza che egli se ne avvedesse, con innocente artificio”». [Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi] Subito dopo, Gemelli spedisce una lettera al Sant’Uffizio che è una sorta di perizia ufficiosa su padre Pio: « È un bluff… Padre Pio ha tutte le caratteristiche somatiche dell’isterico e dello psicopatico… Quindi, le ferite che ha sul corpo… Fasulle… Frutto di un’azione patologica morbosa… Un ammalato si procura le lesioni da sé… Si tratta di piaghe, con carattere distruttivo dei tessuti… tipico della patologia isterica». Gemelli, psicologo che da tempo studia i fenomeni mistici con approccio razionalista, definisce il confratello «psicopatico, autolesionista ed imbroglione». I suoi giudizi peseranno sulle scelte successive del Vaticano.
Primi provvedimenti vaticani contro padre Pio
• Il Sant’Uffizio, accogliendo i rilievi critici avanzati da padre Agostino Gemelli, ordina ai cappucini di San Giovanni Rotondo che intorno a padre Pio «si stia in osservazione», evitando ogni «singolarità e rumore», raccomandando che egli celebri messa in orari diversi, «a preferenza summo mane ed in privato», «non dia benedizione al popolo», «per nessun motivo egli mostri le così dette stimmate, ne parli e le faccia baciare». [devotidipadrepio.xoom.it]
Il Sant’Uffizio condanna padre Pio
• Al termine di una lunga indagine che ha coinvolto medici, psichiatri e teologi, il Sant’Uffizio emana un decreto in cui si dichiara il «non constat de supernaturalitate» (non si rilevano elementi soprannaturali) circa i fatti legati alla vita di padre Pio ed esorta i fedeli a non andare a San Giovanni Rotondo. Il decreto viene pubblicato dall’Osservatore Romano, organo di stampa del Vaticano, il 5 luglio 1923 ed è subito ripreso dai giornali di tutto il mondo. I fedeli continuano ad accorrere da ogni parte.
Il Corriere della Sera si occupa di padre Pio
• «Agitazione in favore d’un preteso santo» è il titolo dell’articoletto che dà conto di quello che succede a San Giovanni Rotondo dove arrivano pellegrini non solo dalle terre vicine ma dai luoghi più remoti, e insieme a loro «persino uomini di scienza, alti prelati, scrittori, giornalisti». «Per il paese la presenza di padre Pio è una vera fortuna»: ogni visitatore lascia un’offerta che il cappuccino pensa a convertire in attività benefiche, «centinaia di migliaia di lire in opere pubbliche, soccorsi alle classi più umili, sussidi a orfani di guerra, corredi a giovanette». [Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi]
Ordine di trasferimento per padre Pio
• L’autorità ecclesiastica notifica a padre Pio il trasferimento in altra sede, da stabilirsi con separato provvedimento (che indicherà la sede di Ancona). Ma di fronte alla sollevazione della gente, disposta anche a gesti estremi per impedire la rimozione del frate (un sangiovannese gli piomba alle spalle durante una cerimonia e con una pistola minaccia di ucciderlo: «Meglio morto fra noi che vivo per altri!»), le gerarchie recedono e il 17 agosto 1923 sospendono il trasferimento.
D’Annunzio scrive a padre Pio
• Il Vate scrive a padre Pio per ringraziarlo di avere accettato l’invito di andarlo a trovare al Vittoriale: «Mio fratello, so da quante favole mondane, o stupide o perfide, sia offuscato l’ardore verace del mio spirito. Per ciò che è testimonianza della tua purità e del tuo acume di Veggente l’aver tu consentito a visitarmi nel mio Eremo, l’aver tu acconsentito a un colloquio fraterno con colui che non cessa di cercare coraggiosamente sé medesimo. Caterina la Senese mi ha insegnato a “gustare” le anime. Già conosco il pregio della tua anima, padre Pio. E son certo che Francesco ci sorriderà come quando dall’inconsueto innesto prevedeva il fiore e il frutto inconsueti. Ave. Pax et Bonum. Malum et Pax. Gabriele D’Annunzio. Il Vittoriale, 28 novembre 1924».
Muore la mamma di padre Pio
• Nella casa di Maria Pyle, una ricca americana trasferitasi a San Giovanni Rotondo da cinque anni, padre Pio assiste la mamma morente. Peppa Di Nunzio muore a 70 anni.
La condanna definitiva del Sant’Uffizio
• Al termine delle lunghe indagini volute dal Vaticano, padre Pio viene privato di qualunque esercizio del ministero, eccetto la messa che può celebrare soltanto nella cappella interna del convento, e privatamente. Ma i sostenitori più fedeli non considerano il divieto di Roma vincolante.
Il Vaticano allenta la presa su padre Pio
• Il Sant’Uffizio comunica alla curia generalizia dei cappuccini la fine dei provvedimenti più restrittivi nei confronti di padre Pio. La Suprema (come viene chiamato l’organo dell’inquisizione vaticana) spiega il gesto come una grazia speciale per l’anno santo straordinario, in realtà la svolta è dovuta a monsignor Andrea Cesarano, il nuovo vescovo di Manfredonia. Padre Pio può tornare a dir messa davanti ai fedeli, nella chiesa del convento. [Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi]
Muore il papà di padre Pio
• All’età di 86 anni, il papà di padre Pio, “zi’ Grazio” si spegne nella casa dell’americana Maria Pyle, la stessa dove diciassette anni prima, il 3 gennaio 1929, era morta la mamma Peppa.
Padre Pio benedice la prima pietra della “Casa Sollievo della sofferenza”
• Grazie alle offerte dei fedeli che giungono da ogni parte del mondo, padre Pio può dare il via ai lavori dell’ospedale che sognava da tempo. «Nei mesi e negli anni successivi si sarebbe proceduto a scavare oltre 100.000 metri cubi di roccia, per edificare dal nulla – tra le sperdute montagne del Gargano, là dove si era faticato da sempre a far funzionare anche solo un laboratorio – un’autentica cattedrale della medicina e della chirurgia: un nosocomio modello lungo 110 metri e profondo 36, alto cinque piani, ispirato ai criteri sanitari più aggiornati e dotato di attrezzature d’avanguardia. Al momento dell’apertura ufficiale, nove anni dopo l’inizio dei lavori (5 maggio 1956), il magazine dell’autorevole New York Times avrebbe descritto il complesso ospedaliero di San Giovanni come uno “tra i più belli e moderni del mondo”». [Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi]
Bartali si confessa da padre Pio
• Il Giro d’Italia arriva nell’alta Puglia. È l’undicesima tappa, Bari-Foggia di 129 chilometri. Sul traguardo arriva primo Mario Ricci, in maglia rosa è Gino Bartali. «La sera di quel 4 giugno, era stato Gino Bartali che aveva voluto vedere da vicino padre Pio da Pietrelcina. Facendo infuriare il suo direttore sportivo, il campione aveva preteso di essere accompagnato da Foggia a San Giovanni Rotondo per incontrare il cappuccino e confessarsi da lui. […] La fama del cappuccino era evidentemente ormai tale da far brillare di luce riflessa chi entrava in contatto con lui, quand’anche si trattasse di un’altra stella: dello stesso Coppi esiste una fotografia che lo ritrae a San Giovanni Rotondo accanto a padre Pio». [Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi] Il 15 giugno 1947, Coppi vince il Giro davanti a Bartali.
Recordman del confessionale
• Padre Pio confessa fino a quattordici ore al giorno. In questi anni il numero di persone, in particolare donne, che si vogliono confessare è talmente imponente che viene organizzato un sistema di prenotazioni (qualcuno ha provato a fare due conti: in tutta la vita avrebbe riconciliato con Dio un milione duecentomila persone).
Un cronista da padre Pio
• Le messe presiedute da padre Pio sono un evento di cui spesso si occupano i cronisti dei principali quotidiani. «Così come quando, a primavera, il vento carezza i campi di grano curvando il capo alle spighe verdi, e le spighe ondeggiano quasi a sussurrarsi misteri, le teste dei fedeli si mossero di colpo in un sussulto; e un mormorio incredulo corse la navata della piccola chiesa stracolma. Padre Pio, con quell’andatura stenta che gli faceva trascinare i sandali logori, s’apprestava all’altare». E poi: «Ora cava da una profonda tasca misteriosa una scatoletta esagonale della magnesia Sanpellegrino arrangiata a tabacchiera, e un fazzolettone rosso a puntini bianchi. Dispiega il fazzoletto su di un tavolo. Manco il tempo d’una tiratina di tabacco e il fazzolettino straripa di biglietti da mille. Sono offerte per la Casa sollievo per la sofferenza, l’ospedale che Padre Pio si era messo in testa di costruire a ridosso del convento». [Igor Man, Sta. 10/2/1949]
Padre Pio grida: «Forza Foggia!» ed è gol
• Anacleto Lupo, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, va spesso a San Giovanni Rotondo per fare servizi su padre Pio. Un giorno nella stanza del religioso c’è un giovane con in mano una radiolina spenta. Padre Pio a un tratto gli dice con tono burbero: «E tu che fai con quell’aggeggio?». Il giovane accende la radiolina. Si sta trasmettendo la partita Benevento-Foggia, serie C. Padre Pio grida: «Forza Foggia! Viva Foggia!». Immediatamente lo speaker annuncia un gol del Foggia.
La dieta di padre Pio
• Il mattino gli basta mezza tazzina di caffè, sorseggiata dopo la messa; a pranzo si siede a tavola, recita il Rosario e altre preghiere e finalmente mangia qualche forchettata di pasta, o un po’ di verdura, la carne mai, talvolta un po’ di merluzzo bollito, per frutta qualche spicchio di mela; per cena una piccola fetta di torta o poche cucchiaiate di crème caramel; da bere un bicchiere di birra (in gioventù, poi mezzo bicchiere di passito di Pantelleria).
Padre Pio ritratto da Orio Vergani
L’inviato speciale Orio Vergani racconta la figura del frate cappuccino ai lettori del Corriere in un reportage da San Giovanni Rotondo. Oggi la prima puntata: “Da trent’anni sanguinano le stimmate di padre Pio” (domani, 10 aprile 1950, la seconda: “Da Milano per vedere me? Serviva di più un’Ave Maria”). Vergani è partito da Milano con l’intenzione di intervistarlo e di fotografarlo, ma quando è sul posto ci ripensa: «Non si intervista un uomo che da trentadue anni porta alle mani, ai piedi, al costato, i segni delle stimmate». Il cronista osserva padre Pio a distanza, per un giorno intero: mentre confessa le donne al mattino e nel primo pomeriggio e gli uomini alla sera (è capace di andare avanti per dieci-dodici ore di fila: «I miei occhi, che pure ne hanno viste tante, non sapevano saziarsi tanto era misteriosa quella […] semplice immagine di frate-contadino seduto – e così ogni giorno da trentadue anni – nel rustico trono del suo confessionale, ad ascoltare, una volta a destra, una volta a sinistra a seconda del turno delle due lente file delle penitenti, la storia dei peccati del mondo». La chiesetta in cui il frate dice messa e confessa è tutta quanta «scritta a matita»: i fedeli lasciano le loro richieste (c’è il divieto ecclesiastico di portare ex voto a San Giovanni Rotondo) sui muri sperando che padre Pio le legga. Vergani allarga poi lo sguardo al paesaggio: «Fuori della chiesetta, lungo la strada che sale da San Giovanni, nasce la nuova città che, per una necessità umana uguale in tutti i luoghi di pellegrinaggio, vive dell’afflusso dei credenti. Non è ancora Lourdes con i suoi cinquecento alberghi e con i suoi mille negozi di “articoli sacri”: ma già ci sono le prime “locande di San Francesco”, qualche trattoria, bottegucce e magazzini di fotografie ed oggetti di devozione, librerie religiose: un piccolo villaggio dei pellegrini venuto su come venivan su in Africa Orientale i paesi intorno ai posti di tappa dei camionisti». [Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi]
Padre Pio inaugura la “Casa Sollievo della sofferenza” di San Giovanni Rotondo
• Dopo nove anni di lavori, Padre Pio vede realizzato il suo sogno. E così lo presenta alla folla accorsa per l’inaugurazione: «Ringrazio i benefattori di ogni parte del mondo che hanno cooperato. Questa è la creatura che la Provvidenza, aiutata da voi, ha creato. Ve la presento»
Papa Giovanni e l’«immenso inganno» di padre Pio
• Il Papa annota su alcuni foglietti (pubblicati per la prima volta in Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi) le sue impressioni dopo l’incontro con Pietro Parente del Sant’Uffizio. «Stamane da mgr Parente, informazioni gravissime circa P.P. e quanto lo concerne a S. Giov. Rotondo. L’informatore aveva la faccia e il cuore distrutto». «Con la grazia del Signore io mi sento calmo e quasi indifferente come innanzi ad una dolorosa e vastissima infatuazione religiosa il cui fenomeno preoccupante si avvia ad una soluzione provvidenziale. Mi dispiace di P.P. che ha pur un’anima da salvare, e per cui prego intensamente». «L’accaduto – cioè la scoperta per mezzo di filmini, si vera sunt quae referentur [se sono vere le cose riferite], dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona – fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente. Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum [mette alla prova con la tentazione], e dall’immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti».
Giovanni XXIII: «Padre Pio si rivela un idolo di stoppa»
• «Al futuro Giovanni XXIII, padre Pio non era mai piaciuto. All’inizio degli anni 20, quando per due volte aveva percorso la Puglia come responsabile delle missioni di Propaganda Fide, aveva preferito girare alla larga da San Giovanni Rotondo. Ma è soprattutto la fede ascetica, mistica, quasi medievale di cui il cappuccino è stato il simbolo, per la Chiesa modernista di inizio secolo come per la Chiesa conciliare a cavallo tra gli anni 50 e 60, a essere estranea alla sensibilità di Angelo Roncalli. Che, sempre il 25 giugno, annota ancora: “Motivo di tranquillità spirituale per me, e grazia e privilegio inestimabile è il sentirmi personalmente puro da questa contaminazione che da ben 40 anni circa ha intaccato centinaia di migliaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili”. E, dopo aver ordinato una nuova visita apostolica a San Giovanni Rotondo, ad appunto quasi quarant’anni da quella compiuta nel 1921, il Papa conclude che “purtroppo laggiù il P.P. si rivela un idolo di stoppa”». [Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 25/10/2007]
• La sera precedente viene colto da malore. Durante la notte, alle ore 2.30, muore. Tre giorni prima, il 20 settembre 1958, esattamente cinquant’anni dopo che erano apparse sul suo corpo, le stimmate scompaiono durante la celebrazione eucaristica. Al suo funerale, il 26 settembre 1968, partecipano centomila persone.
Padre Pio in odore di santità
• «La Rai ha più volte trasmesso un documentario su padre Pio realizzato da Giovanni Minoli. Assistervi fu per me un’esperienza sconvolgente. Si raccoglievano testimonianze dei confratelli sull’ultima sua notte, sul profumo intensissimo emanante dalla salma; le piaghe sulle mani e sui piedi, che incominciarono dal mattino a chiudersi e poi non lasciarono traccia, posero fine al processo su di un cadavere. Più di tutto turba uno spezzone girato da un cineamatore durante l’ultima Messa celebrata dal Santo, a circa venti ore dalla morte. Ricoperto dai paramenti, sull’altare a muro e recitando in latino, egli è sorretto sotto le ascelle da due confratelli: non ha nemmeno le forze per tenersi all’impiedi: ma deve celebrare. Hai l’impressione, grazie anche al “sonoro” della ripresa, che un’agonia fortissima già lo attragga per dargli finalmente pace e ch’egli concentri, minuto dopo minuto, le residue forze per respingerla. Lotta per rievocare dall’oblio ogni parola liturgica: e ciascuna lentissimamente scandisce. Tra l’una e l’altra, pause spaventosamente lunghe, documento del desiderio di arrendersi e dello sforzo della volontà. Come negare che per lui la celebrazione della Messa fosse ogni volta la reale ripetizione del Calvario?». [Paolo Isotta, Corriere della Sera 15/6/2002]
Paolo VI riabilita padre Pio
• Ad appena tre anni dalla sua morte, Paolo VI, parlando ai superiori dell’ordine cappuccino, dice di padre Pio: «Guardate che fama ha avuto, che clientela mondiale ha adunato intorno a sé! Ma perché? Forse perché era un filosofo? Perché era un sapiente? Perché aveva mezzi a disposizione? Perché diceva la messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era, difficile a dire, rappresentante stampato delle stimmate di nostro Signore. Era un uomo di preghiera e di sofferenza». [www.vatican.va]
Giovanni Paolo II dà il via libera alla causa di beatificazione e canonizzazione di padre Pio
• I primi passi del processo di beatificazione erano cominciati un anno dopo la morte del frate, nel 1969, ma avevano incontrato molti ostacoli. Erano stati ascoltati decine di testimoni e raccolti 104 volumi di disposizioni e documenti, e nel 1979 tutto il materiale era stato inviato a Roma, al vaglio degli esperti del Papa Wojtyla.
Muore Cleonice Morcaldi, prima figlia spirituale di padre Pio
• Figlia di povera gente, Cleonice aveva conosciuto padre Pio negli anni Venti. Nel corso degli anni Cleonice e altre figlie spirituali, come Tina Bellone e Olga Ieci, hanno formato una cerchia attorno al frate che insospettisce le autorità vaticane e diventerà uno dei capi d’accusa nei suoi confronti. Alcuni brani del carteggio tra padre Pio a Cleonice: «Mi sei tanto cara, figlia mia! Sei Tutta mia! Vivo per Gesù e per te». «Tu che sei Gesù visibile, mi ami pure?». «In presenza mi liquefò, in assenza mi brucio». «Mia sempre più cara figliola Gesù sia sempre tutto il tuo conforto… e ti renda sempre più degna dei suoi divini amplessi; le tue lettere nonché la tua fedeltà, mi sono di grande sollievo nella prova a cui siamo assoggettati». Talvolta il religioso comunica con Cleonice lasciandole bigliettini in luoghi appartati: «Piccina, il babbo arde dal desiderio di vederti. Senti cosa ho pensato: se riuscissi, ad esempio, ad ottenere ancora la chiave e venire su inosservata, sii pur certa che nessuno se ne accorgerà… ti benedico con sempre crescente affetto». Cleonice: «Tu e Gesù siete due gigli». Padre Pio: «E tu una rosa profumata. Sei sangue del nostro sangue. Ma perché mi sei così cara?». Cleonice: «Non ti allontanare dall’anima mia, mi sento sola». Padre Pio: «Assieme a Gesù sto in te dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi». [Orazio La Rocca, la Repubblica 13/3/1999]
Il miracolo di padre Pio
• La consulta medica, organo della congregazione delle Cause dei santi, riconosce la «straordinarietà e inspiegabilità scientifica» della guarigione di Consiglia De Martino. Salernitana, madre di tre figli e devota di padre Pio, a Consiglia è stato diagnosticato, il 1 novembre 1995, un versamento linfatico dovuto alla rottura traumatica del dotto toracico. La signora De Martino chiede l’aiuto di padre Pio, sollecitando fra’ Modestino di San Giovanni Rotondo a pregare per lei presso la tomba del frate. Alcuni esami, effettuati il 3 ed il 6 novembre, constatano la completa guarigione senza che la signora De Martino venga sottoposta ad alcuna terapia.
Beatificazione di padre Pio
• «Al cospetto di oltre un milione di fedeli giunti da ogni parte, Giovanni Paolo II officia la cerimonia di beatificazione di padre Pio. Egli stesso, ormai, uomo della Sofferenza, malatissimo vicario di Cristo, papa Wojtyla eleva agli altari il frate presso il quale si era recato in pellegrinaggio, da studente di teologia, nella primavera del 1948, sulla cui tomba si era raccolto in preghiera, nel ’74, da cardinale arcivescovo di Cracovia, e per il centenario della cui nascita era ritornato a San Giovanni Rotondo nel 1987, da successore di Pietro, come a suggellare una devozione indefettibile». [Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi]
Canonizzazione di padre Pio
• Il cammino verso la santità di Francesco Forgione si conclude alle 10.25 quando Giovanni Paolo II, con voce quasi inudibile, pronuncia la formula: «Beatum Pium a Pietrelcina Sanctum esse decernimus et definimus» (dichiariamo e definiamo santo il beato Pio da Pietrelcina).
Gadget di padre Pio
• Prezzi di alcuni gadget ispirati in vendita sulle bancarelle: la statua con saio dorato costa 7,80 euro (quella col saio marrone 9 euro), la borsa del pellegrino 7 euro, il mini altarino in legno 8 euro, il cappellino 5,40 euro, il bicchiere da liquore 4,65 euro, il portafogli 4 euro, il cucchiaino 4 euro,il magnete autoadesivo 3,30 euro, l’angioletto proteggi bimbi 3 euro, il ventaglio 2,50 euro, l’accendino 2 euro. Per celebrare la canonizzazione di padre Pio, alcune gelaterie romane hanno inventato il “gelato del Santo”. Ingredienti: vin santo, uvetta moscata, pasta e granella di mandorle. Per la beatificazione, il 2 maggio 1999, era stato inventato il gusto “manna del cielo”, all’estratto dell’albero di frassino.
Arbustello sannita
• «Secondo natura e fisiologia, quel fragilissimo arbustello sannita non avrebbe dovuto raggiungere nemmeno l’adolescenza, bacato com’era dalla malattia. Trascorse ogni giorno della vita in uno stato febbrile che non gli avrebbe concesso di giungere al successivo, tanto lo consumava; eppure si sottoponeva quotidianamente a fatiche, nella preghiera, nella veglia, nella Confessione, che avrebbero ucciso un Carnera. A prescindere dalle stimmate, sulle quali forse fin troppo ci si è soffermati. Concentrato di patologie inguaribili, ch’è troppo comodo classificare di natura neuropatica, quest’uomo giunse alla vecchiezza attraversando ogni giorno un inconcepibile oceano di sofferenza fisica; al quale s’accompagna la sofferenza spirituale per la propria indegnità, tipica dei Santi». [Paolo Isotta, Corriere della Sera 15/6/2002]
Padre Pio, l’uomo del secolo
• «Padre Pio è l’evento più importante dal 1900 a oggi» (Giulio Andreotti intervistato da Antonello Capurso).
Il corpo di padre Pio traslato nella nuova basilica
• Le spoglie di padre Pio vengono trasferite dal santuario di Santa Maria delle Grazie, dove è rimasto dal momento della sua morte, il 23 settembre 1968, nella nuova chiesa di San Pio, realizzata dall’architetto Renzo Piano, all’interno di una cappella interamente decorata con l’oro donato dai fedeli lungo gli anni. Lo sfarzo della cripta ha suscitato polemiche da parte di chi la ritiene incompatibile con l’ordine francescano, a cui padre Pio apparteneva.



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Fra intrallazzi e segreti nel mondo dell’arte il gallerista Ferrario svela chi è che guadagna

di Luigi Mascheroni


Un gallerista vuota il sacco in un libro-denuncia: esperti improvvisati, critici venduti, fondazioni di autorevolezza dubbia. E il grande affare dell’expertise che rende ricchi in un battibaleno



 
Si dice che da analfabeta a critico d’arte il passo sia breve. Come dalla passione all’avidità. Una sottile linea di demarcazione facilissima da superare ma difficile da tracciare: ci vuole colpo d’occhio, polso fermo, coraggio. E incoscienza. Giornalista e scrittore, 35 anni, Ippolito Edmondo Ferrario è con coraggio e incoscienza mercante d’arte e direttore della Galleria Sacerdoti di Milano, aperta in via Sant’Andrea dal nonno materno, nel 1950. Più di mezzo secolo di esperienza e quattro generazioni di «gente d’arte» che permettono oggi, all’ultimo arrivato, Ippolito Edmondo Ferrario, di svelare il lato oscuro del mondo dell’arte in un’impietosa guida che - come reciterebbe una buona quarta di copertina - nessun gallerista vi farà mai leggere: Il libro nero del collezionismo d’arte, ossia «Come coltivare in tutta sicurezza una passione al tempo stesso nobile e redditizia» (Castelvecchi, pagg. 126, euro 13,50; in libreria dal 22 giugno).

Divertente il circo che esce dal suo libro: semianalfabeti travestiti da esperti, intrallazzatori, critici tromboni, galleristi speculatori, curatori di mostre prezzolati.
«Se ne vedono di tutti i tipi. Ovviamente la maggior parte di chi lavora in questo ambiente è costituita da professionisti seri, ma soprattutto nell’ultima ventina d’anni sono comparsi personaggi inquietanti che si spacciano per esperti grazie a una legislazione in materia che fa acqua da tutte le parti.

Chiunque, senza alcuna barriera, può aprire un’associazione per il patrocinio o la tutela di un pittore, meglio se non troppo noto e meglio ancora se molto prolifico, quasi sempre affiancandosi agli eredi dell’artista, e iniziare l’archiviazione delle opere, poi farsi pagare per la catalogazione, magari intascare anche finanziamenti pubblici, e infine specularci sopra… L’associazione diventa col tempo l’istituzione di riferimento per quell’artista e, senza alcuna investitura, decide quali sono i quadri buoni e quali no. E io che ho un’opera dell’artista alla fine devo assoggettarmi al giudizio di quella associazione, o anche di più di una, perché magari due o tre enti si contendono lo stesso “maestro”. La stessa cosa capita con i “critici di riferimento”».

Esempi?
«La mia famiglia possedeva un Hayez, acquistato da mio nonno. Un quadro firmato, pubblicato, universalmente riconosciuto come un Hayez, finito anche sulla copertina di un catalogo. Un giorno un noto critico, professore di Storia dell’arte a Milano, specializzato nel ‘700-‘800 lombardo, cura una monografia sull’Hayez, escludendo l’opera in nostro possesso. Non l’ha voluta neppure vedere. Per telefono ci ha detto che il nostro non era un Hayez. Saltata l’attribuzione ovviamente è crollato il valore. Come Hayez si aggirava sui 200mila euro. L’abbiamo messo in asta a 20mila. E questo solo perché lo ha deciso il “critico di riferimento” di quell’artista. Senza vedere il quadro».
Perché accade?

«Per invidia, interessi personali, vendette... Qualche anno fa organizzano una mostra di Boldini a Padova. Mio nonno era un grandissimo collezionista di Boldini, e il Corriere della sera mi intervista per farmi raccontare la storia della opere di Boldini passate dalla nostra Galleria e dedica all’evento un paginone. Un concorrente ha messo in giro la voce che abbiamo pagato il Corriere per farci pubblicità… Del fatto che la “Galleria Sacerdoti” avesse contribuito già 60 anni fa lanciare Boldini non interessava nessuno. Quello che interessa ormai non sono le opere, ma il documento che le garantisce come autentiche, o almeno dovrebbe».
Dicesi expertise.

«Un pezzo di carta che viene rilasciato spesso da autentici analfabeti o, peggio, da truffatori di professione. Un giorno probabilmente i collezionisti saranno così stupidi che alle pareti appenderanno le expertise e i quadri li lasceranno chiusi da qualche parte».
Ma chi può rilasciare l’expertise?
«Non essendoci una particolare regolamentazione in merito, chiunque: dal restauratore allo studioso fino al trafficante».

Ci si guadagna?

«Scherza? È una miniera d’oro. La famosa associazione di tutela di un artista scomparso di cui le dicevo prima? Bene, appena si fa conoscere nell’ambiente, contatta i possessori delle opere di quell’artista e, con la scusa dell’archiviazione per un catalogo ragionato che non vedrà mai la luce, inizia a periziarle. Un’expertise oggi, una domani… sa quanti soldi si fanno? Con due particolari curiosi. Il primo è che chi fa queste cose spessissimo non è neppure laureato in storia dell’arte, che di per sé non significherebbe niente, ma insomma… gente che magari prima lavorava in banca, o faceva l’autista, che a un certo punto si appassiona di arte. La seconda, è che le attribuzioni di questi cialtroni finiscono per condizionare i valori di mercato degli artisti».
Insomma, tu puoi avere anche un quadro bellissimo e autentico, ma se manca l’expertise non lo venderai mai?

«È una psicosi collettiva ormai. E il guaio peggiore è che a parte la possibilità di ricorre in tribunale e far giudicare l’opera a dei periti super partes non esistono modi per tutelarsi. Conosce Claudia Gian Ferrari, la gallerista e collezionista d’arte milanese scomparsa l’anno scorso? Bene. Aveva fondato un’associazione con il nipote del pittore De Pisis e, non si sa perché, bocciava tutti i De Pisis che uscivano dalla nostra Galleria. E sì che a mio nonno, a 17 anni, quando iniziò a lavorare nel mondo dell’arte, già passavano tra le mani quelle tele… era uno che sapeva riconoscere bene i falsi. Abbiamo dovuto ricorre al tribunale per tre volte. E abbiamo sempre vinto. Nell’ultimo caso, addirittura, quando abbiamo portato l’opera a una nota casa d’aste, entusiasta del quadro, appena ha saputo che eravamo stati in causa con la Gian Ferrari è sbiancato. E ci ha detto che non poteva prendere il De Pisis, neppure davanti a una sentenza di tribunale. Aveva paura di inimicarsela».
Senta, mettiamo il caso - ipotetico - di un quadro di un autore sconosciuto, del ’600, valutato diciamo 70mila euro, e che qualcuno attribuisce a Caravaggio, portando il valore ad alcune decine di milioni.

 Chi ci guadagna?
«Un sacco di gente. Prima di tutto il proprietario. Poi il critico. Che nella più onesta delle ipotesi ha un ritorno di visibilità e di autorevolezza, se le cose vanno bene, davvero notevole; e nella più disonesta una mazzetta, o una bella percentuale su una vendita successiva. Poi ci guadagnano gli intermediari della compravendita. Poi i musei che ospitano eventuali mostre, perché grazie alla pubblicità e al clamore dei media la gente corre a vedere l’“opera dell’anno”. Poi chi firma e vende il nuovo catalogo. Ma naturalmente sto facendo un discorso generale».
Me ne faccia uno particolare.

«Una nota famiglia milanese che aveva in caso un quadro di un pittore veneto poco famoso ma di valore: Luigi Nono. Lo vede un critico d’arte, serissimo, che in passato aveva curato il catalogo di riferimento di quell’artista, e lo giudica non autentico. I proprietari non si arrendono. E cosa fanno? Assoldano un altro critico, gli fanno scrivere un’altra relazione che invece attribuisce l’opera a Luigi Nono e poi mandano il quadro in una mostra, in un famoso museo, con la sua bella targhetta “Luigi Nono”. Oggi è quotato 500mila euro. Credo che ne valga sì e no 50mila. Il fatto è che Caravaggio finisce sui giornali, un pittore veneto dell’800 no».



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Francia: sei bambini ricoverati per un nuovo caso di infezione da E. Coli

Corriere della sera


Avevano mangiato hamburger surgelati: non è chiaro se si tratti del cosiddetto batterio-killer




MILANO - L'epidemia legata al cosiddetto batterio-killer, potrebbe registrare un nuovo, inquietante capitolo. Anche se non ci sono prove certe che il nuovo caso registrato in Francia sia in qualche modo collegato. E per il momento l'agenzia regionale sanitaria locale ritiene che i collegamenti non ci siano ma siamo davanti ad una diversa infezione. Sei bambini sono infatti stati ricoverati in condizioni «preoccupanti» al policlinico di Lille, nel nord della Francia, per un'infezione alimentare legata a un tipo raro di batterio E. Coli dopo aver mangiato hamburger sospetti.

LA VICENDA - Lo stato di salute dei sei è giudicato in alcuni casi «serio», dicono i medici che al momento, però, non parlano di prognosi riservata anche se tre di loro sono tuttora in dialisi. Cinque dei bambini, fra i 20 mesi e gli 8 anni, sono stati ricoverati in rianimazione pediatrica dopo essere stati colti da diarree con perdite di sangue «importanti», che sono sembrate legate alla consumazione di hamburger surgelati di marca «Steaks Country», venduti negli ipermercati Lidl, secondo quanto reso noto dall'Agenzia regionale per la salute. «Questa infezione ad Escherichia coli - sottolinea l'agenzia - non ha alcun legame, al momento, con l'epidemia registrata in Germania», che ha provocato la morte di 38 persone. Uno dei cinque bambini ha potuto lasciare l'ospedale già nella serata di mercoledì, gli altri sono ancora in osservazione. Le autorità regionali hanno già disposto il ritiro delle confezioni di hamburger ed è stato lanciato un appello a chi le avesse acquistate a riportarle nei punti vendita. Il produttore di hamburger, la società Seb, con sede a Saint-Dizier (Haute-Marne, a est), ha annunciato il ritiro di tutti i lotti di carne coinvolti, in un comunicato emesso nella notte tra mercoledì e giovedì.

LIDL FRANCIA - «La sicurezza e la salute dei nostri clienti sono nostre priorità», così Lidl-France, tramite il co-gestore dei supermercati in Francia Jerome Gresland, chiarisce la sua posizione. «La posizione di Lidl è chiara: per precauzione abbiamo ritirato dalla vendita la carne incriminata e abbiamo proceduto al ritiro dei prodotti con data di scadenza 10, 11 e 12 maggio 2012», ha aggiunto Gresland, secondo il quale è la prima volta in 10 anni che la grande catena deve far fronte a un problema simile. Il prodotto incriminato è venduto in scatole da un chilogrammo (10 hamburger da 100 grammi) con una data di scadenza che va dal 10 al 12 maggio. Le autorità hanno invitato i clienti che hanno acquistato questa carne di «non consumarla e di consegnarla al punto vendita».

LA CARNE PROVENIVA DALLA GERMANIA - La carne che avrebbe intossicato sei bimbi nel nord della Francia, proveniva dalla Germania: lo ha sottolineato l'azienda francese Seb, che ha prodotto gli hamburger venduti presso la catena di supermercati Lidl finiti sui piatti delle piccole vittime. La carne è stata macellata in Germania, ha precisato Seb, per poi essere trasformata in Francia.


Redazione online
16 giugno 2011



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C'è pubblicità occulta anche senza pagamento

La Stampa


Con la sentenza depositata il 9 giugno, nella causa C-52/10, la Corte di Giustizia Europea ha fornito un’interpretazione rigorosa della direttiva UE che tutela i consumatori contro le pubblicità occulte, stabilendo che il pagamento di un compenso non costituisce elemento necessario per poter ritenere provato il carattere intenzionale di una pubblicità clandestina.

Il caso

Un’emittente televisiva greca trasmette un servizio su un trattamento odontoiatrico estetico che, secondo il Consiglio nazionale per la radiotelevisione greca, ha le caratteristiche di una pubblicità clandestina. L’emittente impugna l’ammenda conseguente, sostenendo che non è provato il pagamento di un corrispettivo e che, quindi, non si può parlare di pubblicità clandestina. La questione è sottoposta alla Corte di Giustizia Ue con il seguente quesito: «se nell’ambito della “pubblicità clandestina”, il versamento di un compenso o di un pagamento o corrispettivo di altro tipo costituisca elemento concettuale indispensabile dello scopo pubblicitario».

La norma di riferimento è la direttiva UE 89/552, recepita anche in Italia con il regolamento del Garante per le comunicazione 538/01, che vieta la pubblicità occulta, identificata nella presentazione di prodotti o servizi, fatta intenzionalmente dall’emittente per perseguire scopi pubblicitari in modo da poter ingannare il pubblico circa la sua natura. Secondo la norma in esame si considera intenzionale la pubblicità se fatta in particolare dietro compenso o altro pagamento.

Proprio la locuzione “in particolare”, presente solo nella versione della direttiva di alcuni Stati ma non in quella greca, ha indotto l’emittente a contestare la decisione della Commissione nazionale.

Scopo della direttiva è rendere riconoscibile la pubblicità, vietando quella occulta. Con la pronuncia in esame, la Corte ha allargato la tutela per i telespettatori, fornendo un’interpretazione più rigorosa della direttiva sulla pubblicità clandestina: in primo luogo, infatti, si è affermato che obiettivo della direttiva stessa è quello di fornire al consumatore una disciplina che gli consenta di comprendere quando i messaggi, trasmessi nel corso di programmi televisivi, hanno carattere pubblicitario. Tali messaggi pubblicitari devono essere chiaramente riconoscibili e distinti dal resto della programmazione e a questo scopo è vietata la pubblicità clandestina.

Il pagamento non è necessario per provare lo spot clandestino. È vero, prosegue la Corte, che l’art. 1 della direttiva considera intenzionale la presentazione, di un prodotto o di un servizio, quando fatta dietro compenso, ma il pagamento non è l’unico modo di dimostrare l’avvenuta pubblicità occulta: lo scopo pubblicitario di un’emittente non può essere negato soltanto perché manca il relativo pagamento. Pertanto, conclude la Corte, non può essere escluso che la «normativa di uno Stato membro preveda, oltre all’esistenza di un compenso o di altro pagamento, ulteriori criteri che consentano di ritenere provato il carattere intenzionale di una pubblicità clandestina».





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Minori in fuga: dove scappano i ragazzini tunisini approdati a Lampedusa?

Corriere della sera

Appena sbarcati suscitano commozione. Poi l'oblio in comunità affollate. Le accuse: «Ammassati e con scarsa igiene». Il direttore: «Hanno distrutto il centro»



CATANIA – Per capire che fine fanno i minori non accompagnati che periodicamente arrivano a Lampedusa basta suonare al numero 146 di Corso Indipendenza a Catania. In un palazzone in cemento armato c’è il centro “Santa Maria del Lume”. Giuridicamente è un Ipab (Istituto di Pubblica Assistenza e Beneficenza) della Regione Siciliana, ma da alcuni anni accoglie prevalentemente i migranti minorenni.

VOLATILIZZATI - «Negli ultimi mesi ne sono arrivati circa 150 - spiegano gli operatori – anche se attualmente ce ne saranno meno di trenta». E gli altri? «Sono andati via, scappati, volatilizzati». Tradotto: oltre l’80% dei minori assegnati a questa struttura ha fatto perdere le tracce. «Il record lo abbiamo battuto con un gruppo di egiziani –spiega il direttore Ignazio De Luca- entrati la sera l’indomani mattina non c’erano più». Il centro “Santa Maria del Lume” è in testa ad una sorta di “black list” delle comunità per minori. Una terra di nessuno dove la situazione è ormai sfuggita di mano. E non solo perché è stato teatro di scontri e tafferugli che hanno richiesto l’intervento della polizia, ma soprattutto perché conta il più alto tasso di fughe tra tutti i centri della Sicilia e forse d’Italia.


SENZA VESTITI- I minori che scappano li puoi facilmente incontrare nei pressi della stazione centrale di Catania in attesa di saltare clandestinamente sui treni per il Nord. Scappano perché non viene offerta loro alcuna possibilità concreta di integrazione. Ma denunciano anche gravi condizioni di degrado all’interno della comunità. Dal loro arrivo a Lampedusa, il 18 marzo scorso, non avrebbero avuto nemmeno la possibilità di un cambio dei vestiti. Dicono di non avere la possibilità di chiamare casa e sarebbero costretti a dormine a decine nella stessa stanza, a mangiare cibo scadente e subire soprusi e persino pestaggi. Dall’altra parte replica a muso duro il direttore del centro Ignazio De Luca che smentisce tutto ed anzi mostra le foto delle devastazioni di cui si sarebbero resi responsabili proprio questi minori in fuga.

SOVRAFFOLLAMENTO - Le testimonianze dei ragazzi e la replica del direttore De Luca (nei video) rappresentano solo la punta dell’iceberg di un problema ben più vasto, complesso e sottovalutato. Perché si scappa da Catania ma si scappa da tutte le 52 comunità della Sicilia. Come conferma il questore di Agrigento Girolamo Di Fazio, da anni in prima linea sul fronte immigrazione. «Il dato di Catania è sicuramente da considerarsi un picco –spiega- in media scappa quasi il 50% dei minori che collochiamo nelle varie strutture presenti sul territorio».

L’allarme è stato più volte lanciato da Save the Children che tiene costantemente aggiornato il flusso dei minori, dal loro arrivo a Lampedusa fino al collocamento in comunità. «Complessivamente c’è un alto tasso di fughe –ammette Viviana Valastro coordinatrice del progetto Presidium di Save the Children- anche se abbiamo riscontrato che si scappa soprattutto dalle comunità sovraffollate come nel caso di Catania. E questo perché più sono i ragazzi meno è possibile seguirli. Inoltre c’è un’accelerazione col trascorrere del tempo: più passano i giorni, più i minori vedono deluse le loro aspettative, più aumentano le fughe. E i primi a scappare sono quelli prossimi ai diciotto anni».

RICHIEDENTI ASILO - Perché temono di essere espulsi. Può infatti restare in Italia solo chi ha l’opportunità di raggiungere altri famigliari, di seguire un percorso di affidamento oppure chi riesce a trovare un lavoro. Tranne che si tratti di ragazzi che possono accedere alle tutele previste per i richiedenti asilo. Proprio per favorire l’integrazione dei minori le comunità (che percepiscono dallo Stato circa 60 euro al giorno per ogni ospite) in teoria dovrebbero assicurare corsi di apprendimento della lingua italiana, oltre a garantire istruzione e avviamento al lavoro. Ma nei fatti è difficile persino trovare dei semplici mediatori culturali che rendano possibile l’interlocuzione con i minori. Ecco perché restare in Italia una volta diventati maggiorenni è estremamente difficile. A quel punto non c’è alternativa alla fuga, magari per tentare di raggiungere altri connazionali.

PARENTI ASSENTI - Del resto i centri per minori non sono strutture di detenzione e dunque non c’è come fermarli. Molti dei ragazzi assegnati alle comunità siciliane sono tunisini che vorrebbero ricongiungersi con loro parenti, principalmente in Francia. Ma le procedure sono spesso lente e complesse. A quel punto non resta che la via della clandestinità. «Se da un lato le aspettative di questi minori restano deluse per la lentezza della procedure – osserva la Valastro- capita anche che siano gli stessi parenti indicati per il ricongiungimento a non volerli accogliere». Quali che siano le ragioni c’è ormai un piccolo esercito di minori clandestini che vaga per le città italiane finendo spesso nella rete della criminalità organizzata. «Lo riscontriamo –spiega Di Fazio- quando ci chiamano polizia o carabinieri di altre città dove sono stati fermati per qualche reato».

Con la ripresa massiccia degli sbarchi in Sicilia il numero dei minori clandestini cresce di giorno in giorno. Solo nei primi mesi del 2011 a Lampedusa sono approdati oltre 1.500 minori non accompagnati, 400 dei quali ancora “parcheggiati” sull’isola perché non si sa dove collocarli. Grandi numeri che rendono molto difficile la gestione dell’accoglienza e dell’integrazione. «Perché sia efficace il collocamento dovrebbe avvenire nell’ambito di piccole comunità di 10 minori –spiega Viviana Valastro- il fatto che ci siano centri che ne arrivano ad ospitare anche 70 rende praticamente impossibile parlare di scuola, apprendimento della lingua, integrazione. Per questo avevamo suggerito di utilizzare le strutture più grandi solo come luoghi di transito in vista di un collocamento finale in comunità più piccole».

Insomma se c’è grande attenzione e tanta commozione quando questi ragazzi sbarcano a Lampedusa, con le loro storie e il loro carico di dolore, finiscono per essere rapidamente dimenticati una volta collocati in comunità. Come se questo non fosse solo l’inizio di una fase ben più delicata e difficile da gestire.

Alfio Sciacca
asciacca@corriere.it
15 giugno 2011(ultima modifica: 16 giugno 2011)

Attacco a Il Giornale Basta, è ora di abolire l’Ordine dei Giornalisti

di Magdi Cristiano Allam



La solidarietà di Magdi Cristiano Allam a Sallusti, sospeso due mesi: è ora di ribellarsi a questo ente fascista, che colpisce solo le voci libere



Caro Direttore, ti scrivo sia per esprimerti la mia più totale solidarietà per il provvedimento di sospensione di due mesi emesso dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia sia per rilanciare in Italia e in Europa una mobilitazione di tutte le persone libere e forti per l’abolizione di una istituzione di stampo fascista che non ha pari in Europa.
Io denuncio l’irresponsabilità dell’Ordine dei giornalisti che è attento alla protezione degli interessi di una casta, ma è indifferente al degrado etico del sistema dell’informazione che diffonde ovunque la mistificazione della realtà al punto da allontanare sempre più la gente da una stampa che è ormai quasi del tutto screditata.

Vivo da oltre otto anni sotto scorta per la condanna a morte e le reiterate minacce del terrorismo islamico internazionale e nostrano, eppure mai una volta né l’Ordine dei giornalisti né la Federazione nazionale della stampa, il sindacato di categoria, hanno mai espresso mezza parola di solidarietà. Neppure quando richiesi espressamente una loro pubblica dichiarazione di condanna di un vile attacco del vignettista Vauro che, in conclusione di una puntata della trasmissione Annozero di Michele Santoro il 12 aprile 2007, esibì un’infame vignetta in cui venivo raffigurato nei panni di un kamikaze nell’atto di farsi esplodere con alla cinta dei rotoli del Corriere della Sera, di cui ero vice-direttore, inneggiando «Allam Akbhar!», distorcendo l’invocazione «Dio è grande!» pronunciata dai terroristi suicidi prima di compiere una strage. «La dedico a Magdi Allam che vedo sempre difendere l’Occidente. Quindi integralisti domestici», sentenziò gelidamente Vauro quando scorrevano i titoli di coda, senza che ci fosse più il tempo per condannare quel gesto infame che mi accomunava ai terroristi suicidi islamici che io per primo in Italia ho denunciato, finendo per subire una pesante limitazione alla mia libertà personale essendo sottoposto al più elevato livello di scorta.
Fu così che chiesi a Michele Santoro, all’Ordine dei giornalisti, alla Federazione nazionale della stampa e al Comitato di redazione del Corriere della Sera di condannare l’aggressione mediatica di Vauro che implica un’incitazione all’odio nei miei confronti, ancor più grave perché proferita nel momento in cui sono il bersaglio prediletto del terrorismo islamico in Italia. Ebbene non ci fu nessuna condanna, tutti si rifiutarono di scrivere o di dire mezza parola per deplorare la vignetta infame di Vauro. Ringrazio l’allora direttore Paolo Mieli e il vicedirettore Luciano Fontana che mi offrirono la possibilità di denunciare l’accaduto sulle pagine del Corriere, pur consentendo a Vauro di replicare evocando la cosiddetta «libertà d’espressione» evidentemente scambiata per libertà di diffamazione.
Eppure, caro Direttore, l’Ordine dei giornalisti, la Federazione della stampa e i Comitati di redazione si fanno in quattro quando c’è da difendere e sostenere a tutti i livelli i giornalisti a loro graditi, i Saviano di turno, fino a ergerli a capipopolo e profeti delle bibbie laiche che ormai si sprecano.
Ho potuto personalmente constatare l’assoluta inutilità dell’Ordine dei giornalisti quando dal 1975 al 1987 ho esercitato la professione di giornalista senza poter essere iscritto all’Albo semplicemente perché non avevo la cittadinanza italiana. Eppure, quando superai il rito dell’esame dell’Ordine e ottenni la tessera professionale, era da dieci anni che i miei articoli, commenti ed editoriali venivano pubblicati sul quotidiano La Repubblica, così come ancor prima comparivano su una trentina di testate locali tra cui alcune prestigiose quali il Gazzettino di Venezia, il Secolo XIX di Genova, il Mattino di Napoli, la Gazzetta del Mezzogiorno di Bari e La Sicilia di Catania, svolgendo di fatto per queste testate anche il ruolo di inviato speciale pur in assenza di un contratto di dipendenza perché non possedevo la tessera di appartenenza alla Casta. Per circa 12 anni gli italiani mi hanno apprezzato per i miei interventi sul Medio Oriente leggendomi sui giornali, ascoltandomi e vedendomi alla radio e in televisione, ma ufficialmente non ero un giornalista! Non è una prova dell’inutilità dell’Ordine dei giornalisti?
In questa nostra Italia i giornalisti fanno politica fino ad assurgere a protagonisti effettivi degli equilibri e dei giochi della politica; i politici raccomandati e schierati occupano le pagine dei giornali che si sono trasformati in strumenti di guerra mediatica e politica; gli italiani si allontanano sempre di più dalla stampa perché sono nauseati dall’imperversare del sensazionalismo e scandalismo che lede alla correttezza dell'informazione e si fa beffe del senso di responsabilità nei confronti dei cittadini. E l’Ordine dei giornalisti di cosa si preoccupa? Di emettere sentenze ad personam per colpire le voci libere della parte politica avversa.
A questo punto dobbiamo ribellarci e dire basta! Quale parlamentare europeo intendo promuovere a livello nazionale italiano ed europeo un’iniziativa per l’abolizione dell’istituzione dell’Ordine dei giornalisti che esiste solo in Italia e che fu concepita da Mussolini per sottomettere la stampa alle direttive della dittatura fascista. Così come intendo promuovere un’iniziativa di legge popolare da sottoporre al Parlamento italiano che riconosca il dovere dei giornalisti a diffondere un’informazione corretta e il diritto degli italiani a recepire un’informazione responsabile.
Ringrazio il Giornale per lo spazio che dedica alla legittima battaglia per la libertà d’informazione e sono certo, caro Direttore, che insieme alla maggioranza degli italiani liberi e forti noi ce la faremo.




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